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Grugniti in libertà di un cacciatore raccoglitore del XXI secolo

La bomba demografica, che fine ha fatto?

bomba demografica
“Beh, a quanto pare è arrivata” “Si, ma non scoppia”

La Bomba Demografica, prima di essere un modo di dire, fu il titolo di un best-seller dell’ambientalismo prima maniera.    Uscito nel 1968, cominciava con questa frase: “La battaglia per nutrire l’intera umanità è persa.   Durante gli anni ’70 centinaia di milioni di persone moriranno di fame, qualunque drastico programma venga messo in atto adesso”.    E continuava sullo stesso tono.
Fra l’altro, ispirò un famosissimo film di fantascienza: “Soylent Green”, uscito in Italia col titolo “2022: i sopravvissuti”

Il film era bello, ma il pronostico sbagliato.   Gli anni ‘70 segnarono anzi la fine delle grandi carestie post-belliche che avevano ucciso non centinaia, ma decine di milioni di persone.    Di carestie ce ne furono anche dopo, beninteso, ma assai meno gravi e dovute assai più a questioni politiche ed economiche che ad un’insufficiente produzione agricola mondiale.
Ma Paul Ehrlich, autore del libro, continuò a gufare e nel 1980 si scontrò con Julian L. Simon.   Un economista che diceva cose tipo: “Le condizioni di vita umane miglioreranno sempre in tutti campi materiali.   Qualunque sia il tasso di crescita della popolazione,

Paul Ehrlich
Paul Ehrlich

storicamente, la disponibilità di cibo è cresciuta alla stessa velocità, se non di più”.

Ehrlich scommise che fra il 1980 ed il 1990 il prezzo di cromo, rame, nickel, stagno e tungsteno sarebbe aumentato in conseguenza della crescita demografica e, quindi, dei consumi.
Perse.    Malgrado l’aumento di quasi 1 miliardo di persone in un solo decennio,  il tasso di crescita produttiva fu ancora superiore ed il prezzo delle materie prime (e del cibo) diminuì.    Simon vinse la scommessa.

Grande festa e definitiva archiviazione della questione “sovrappopolazione” che, nel frattempo, era diventata molto “politicamente scorretta”.   Gli ambientalisti ripiegarono sulla trincea “Il problema sono i consumi e non le persone” e lo spettro del reverendo Malthus fu per l’ennesima volta esorcizzato.

Ma ci sono spettri che hanno la capacità di risaltare fuori ogni volta che si pensa di essersene sbarazzati.

Del resto, nel 1798 il reverendo aveva osservato alcuni semplici dati di fatto.
Il primo era che i poveri avevano l’abitudine di fare più figli di quelli che potevano mantenere.  Ne dedusse che, se non si riusciva ad insegnare alla gente a controllare la propria riproduzione, non sarebbe stato possibile sconfiggere la povertà.
Il secondo era che la disponibilità di cibo cresceva più lentamente della popolazione.   Ciò creava una situazione da cui si poteva uscire in solo due modi: o una carestia, o un’emigrazione di massa che avrebbe spazzato via i “selvaggi delle Americhe”.
Entrambe le cose accaddero puntualmente e di più ancora.   Infatti, la strabordante popolazione europea sommerse non solo gli amerindi, ma travolse anche gli australiani e parecchi popoli dell’Asia centrale, come i Circassi.

Fra un bagno di sangue ed uno di folla, comunque la crisi globale su superata.   Nel senso che dopo ci furono un sacco di carestie gravissime, ma nessuna tale da avere conseguenze globali.
Del resto, da sempre la carestie locali hanno rappresentato uno dei metodi più efficaci per superare le crisi di sovrappopolazione.    A ben vedere, il fatto che gli europei, invece di crepare a casa propria, abbiano invaso il modo è una parziale anomalia, legata al fatto che hanno avuto i mezzi tecnici per farlo (navi a vapore e armi da fuoco moderne).    Prima di noi lo avevano già fatto altri, ad esempio gli Unni, a più riprese.   Del resto, anche le migrazioni da massa attuali si verificano perché i paesi-obbiettivo o lo consentono (almeno in parte), o non hanno i mezzi per impedirlo.

Comunque sia, negli anni ’60 il problema si ripropose e stavolta non c’erano continenti vuoti o vuotabili in cui sfogare il surplus di gente.   Ehrlich e molti altri ne conclusero che una morìa generale era inevitabile.
Dove hanno sbagliato?   Semplice: avevano sottovalutato le potenzialità del petrolio.   La “Rivoluzione Verde” consistette infatti nella capillare diffusione di una serie di tecnologie che, in termini energetici, misero gli umani in grado di mangiare petrolio e secondariamente metano.   Brutto?   Si, ma certamente meno che morire di fame.

bomba demografica e rivoluzione verde
Incremento del tasso di crescita demografica a seguito della Rivoluzione Verde.

Il guaio fu che, non solo accadde esattamente il contrario di quello che aveva detto Ehrlich.   Accadde anche esattamente quello che aveva previsto Norman Borlaug  che era stato esplicito.

La rivoluzione verde, aveva detto, regalava all’umanità il tempo di una generazione.   Se questo tempo non fosse stato impiegato per stabilizzare la popolazione, sarebbe stato un disastro senza precedenti.    Ed il tasso di crescita demografica aumentò vertiginosamente, per arrivare probabilmente al picco proprio in questi anni.

Dunque eccoci di nuovo a fare i conti con il fastidioso fantasma del reverendo.
Per ora non sta mancando cibo a livello globale.   Anche se il numero di persone denutrite sta aumentando rapidamente, è vero che se ci fossero meno sprechi ed un più efficiente sistema di distribuzione, oltre che meno guerre e disparità, da mangiare per tutti ce ne sarebbe.   Ed è anche vero che il tasso di natalità sta declinando dappertutto, lasciando intravedere la possibilità di una stabilizzazione spontanea fra i 9 e i 10 miliardi di persone, verso la metà di questo secolo.
Ma allora perché preoccuparsi?
Per una semplicissima ragione:   la popolazione attuale supera già la capacità di carico del pianeta PERLOMENO del 50%, probabilmente molto di più.
Ne è una prova definitiva il fatto che stiamo assistendo ad un’accelerazione vertiginosa di tutti i processi di degrado dell’ecosistema globale.  Che vuole anche dire: processi di riduzione della capacità di carico.
Per essere chiari, per vivere stiamo distruggendo molto rapidamente non solo i fondamentali di qualunque possibile economia, ma anche i presupposti per l’esistenza di una vita biologica sulla Terra.    Chiaro il concetto?

Per di più, il nostro alimento principale, il petrolio, comincia ad avere dei costi energetici rapidamente crescenti.   Cioè ci vuole sempre più petrolio per estrarre e raffinare il petrolio.   Il rischio che cominci a scarseggiare di qui a poco è quindi concreto.

Allora la bomba demografica scoppia?

Dipende.   Molto, molto indicativamente direi che sono possibili tre scenari-base.

Scenario 1 – Le tendenze attuali in termini di crescita della produttività, crescita demografica e distruzione della Biosfera rimangono sostanzialmente inalterate.    I 4 cavalieri non ce li toglie di dosso nessuno.   Non sappiamo quando e come, ma arrivano di sicuro.

Scenario 2 – Si trova il sistema di aumentare vertiginosamente la produttività agricola e industriale, pur riducendo drasticamente tutte le forme di inquinamento e, contemporaneamente, si stabilizza la popolazione umana.   Insomma quello che avremmo dovuto fare 50 anni fa.   Molti dicono che è possibile, ma io sono scettico.   Nessuna delle tante tecnologie attualmente in concorso per il salvifico ruolo ha le potenzialità produttive che aveva a suo tempo il petrolio.   Non in tempi così brevi, perlomeno.   Inoltre rimarrebbero aperte le questioni demografiche e della distruzione della Biosfera che nessuno ci sta spiegando come si pensa di sistemare.

Scenario 3 – Tutte le risorse disponibili vengono investite nella conservazione/recupero delle tre “conditio sine qua non” per l’esistenza di una qualunque civiltà: Fertilità, Acqua e Biodiversità.   Si lascia che il tasso di mortalità aumenti in modo non drammatico e, nel frattempo, si spinge il rallentamento della natalità in quelle zone dove è ancora molto alta.   Con molta fortuna, prima della metà del secolo la popolazione mondiale potrebbe cominciare a declinare in maniera abbastanza rapida, ma quieta.   Senza catastrofi apocalittiche.    Se nel frattempo fossimo riusciti a conservare una quota sufficiente di biosfera, gli ecosistemi potrebbero lentamente recuperare, almeno in parte, tendendo ad un qualche tipo di parziale equilibrio.    Questo significherebbe la possibilità per i nostri discendenti di costruire nuove civiltà.    Senza petrolio è possibile, senza acqua, terra e biodiversità invece no.

Si tratta di una possibilità piuttosto remota, ma a mio giudizio già molto più probabile dello scenario 2, anche se molto meno seducente.

Comunque, secondo voi, a quale di questi tre scenari stanno lavorando i governi e quasi tutte le istituzioni del mondo?

La fine dell’economia: che ne è stato della profezia di Keynes?

La profezia di KeynesLe profezie sono sempre piaciute, sia quelle pessimiste che quelle ottimiste.   Fra queste ultime, una poco nota la dobbiamo ad un personaggio che oggi va di gran moda: nientedimeno che Lord John Maynard Keynes.

Mi riferisco ad una sua conferenza del 1928 (pubblicata nel 1930) dal titolo:”Quali saranno le possibilità economiche dei nostri pronipoti?”   Poiché quei pronipoti siamo noi, penso che sia interessante rileggere quelle pagine.

In sintesi, Keynes sostiene che un vero progresso cominciò solo con la massiccia importazione di oro ed argento saccheggiati nel Nuovo Mondo durante il XVI secolo.   Circa un secolo più tardi, cominciò la grande èra del progresso tecnologico, con un numero incalcolabile di grandi invenzioni e lo sviluppo di ogni tipo di macchine.

Il risultato fu un enorme incremento della popolazione mondiale e, dunque, dei consumi.   Specialmente in Europa ed negli Stati Uniti il tenore di vita quadruplicò ed il capitale centuplicò.
Punto importante, Keynes si aspettava che, a quel punto, la popolazione globale tendesse a stabilizzarsi sui 2 miliardi circa.   Mentre sia il miglioramento tecnologico che l’accumulo di capitale avrebbero continuato a crescere in maniera esponenziale.

Questo straordinario progresso, prevedeva, avrebbe creato un serio problema di disoccupazione, ma si sarebbe trattato di una fase temporanea.   Nel giro di un secolo da allora (dunque all’incirca adesso), il tenore di vita nei paesi avanzati sarebbe stato tale che l’economia avrebbe definitivamente cessato di interessare alla gente, ma attenzione!   Solo a condizione che nel frattempo non si fossero verificate né grosse guerre, né grossi incrementi di popolazione.

Quello che mi ha colpito del discorso è che non vi si fa neppure un minimo cenno alla disponibilità di risorse (energetiche e non).   E neppure alla possibilità che l’alterazione degli ecosistemi possa portare a controindicazioni gravi, finanche catastrofiche.
In sintesi, colpisce la totale assenza di ogni riferimento alla legge dei “ritorni decrescenti” che, peraltro, il nostro conosceva benissimo.
La seconda parte della conferenza si concentra sulle conseguenze sociali di questo straordinario benessere.
In particolare, Keynes paventa il rischio che il rapido venir meno di preoccupazioni e necessità pratiche possa provocare dei “crolli nervosi” in molte persone.   Analogamente a quanto, secondo lui, stava già allora accadendo alle donne della buona borghesia occidentale.   Infelici perché la ricchezza le aveva private di divertimenti quali pulire, lavare, cucinare, accudire i figli.   (Senza nulla togliere al piacere di accudire una famiglia, mi piacerebbe sapere cosa pensasse di questo Lady Keynes).

Dunque, prosegue l’insigne economista, sarebbe stato necessario ancora per molto tempo mantenere un minimo di orario lavorativo. Suggeriva che, probabilmente, 3 ore al giorno sarebbero state sufficienti.
Ma annunciava anche cambiamenti ben più importanti!   Una volta che l’accumulo di denaro fosse stato tale da perdere la sua importanza sociale, l’umanità avrebbe finalmente potuto sbarazzarsi dell’ipocrisia con cui si esaltano come virtù i vizi peggiori.
“Saremo liberi di tornare ad apprezzare i principi religiosi e le virtù tradizionali.   Di tornare a considerare che l’avarizia è un vizio, che l’usura è un crimine, che l’amore per i soldi è detestabile.   Potremmo tornare a valorizzare gli scopi più dei mezzi e preferire il buono ed il bello all’utile.   Ad apprezzare le deliziose persone che sanno metter gioia nella vita propria ed altri.”
“Ma attenzione.   Tutto questo non ancora.   Per altri cento anni (dunque all’incirca fino ai giorni nostri) dobbiamo pretendere da noi stessi e dagli altri che il giusto sia sbagliato e viceversa perché l’errore è utile e il giusto non lo è.   Bisogna che avarizia ed usura continuino ad essere i nostri dei ancora per un poco, perché solo loro possono condurci fuori dal tunnel  del bisogno, alla luce del benessere.”

Secondo Keynes, la velocità di avvicinamento a questo bengodi sarebbe stata governata da quattro cose:  “La capacità di controllo della popolazione, la determinazione nell’evitare guerre e rivolte, la volontà di dare alla scienza una direzione propriamente scientifica, il margine di accumulo al netto dei consumi.”
A difesa di Keynes, bisogna dire che, a pensarci bene, qualche grossa guerra nel frattempo c’è stata.   E che la popolazione umana sia più che triplicata spiega sicuramente molti dei nostri attuali problemi. Ma chissà cosa direbbe oggi se potesse vedere dove la smodata avidità sta portando i pronipoti di cui vagheggiava?

La cause della corruzione

La corruzione ha certamente molto a che fare con l’ingloriosa fine delle società.  La corruzione é un fenomeno che alimenta se stesso riducendo l’efficienza dell’amministrazione, cosa che favorisce la corruzione e via di seguito, come ben illustrato in un recente post da Pierfranceschi.

Come sempre quando si ha a che fare con dei fenomeni complessi, la domanda se è nato prima l’uovo oppure la gallina rischia di non avere senso.  Tuttavia, ci sono degli elementi che più di altri possono dare l’avvio a siffatti circoli viziosi (alias retroazioni positive e forzanti in termini scientifici).

Le diverse dimensioni della corruzione.

La corruzione in senso stretto è la classica “bustarella”, ma ne esistono altre forme, meno violente, ma anche molto più diffuse.

Intanto abbiamo spesso il caso di funzionari ed impiegati che fanno, o non fanno, determinate cose non in cambio di soldi sonanti, ma per procacciarsi utili benevolenze.   Ad esempio, il dirigente che insabbia una pratica non gradita ad uno che può influenzare la sua carriera, o viceversa.

Un’altra forma molto diffusa è favorire amici e parenti, variante chiamata “nepotismo”.   Ma in effetti questa forma non sempre è nefasta.  E’ infatti abbastanza naturale preferire di lavorare con chi si conosce e si sa come lavora.    Mettiamoci poi nei panni di qualcuno che, per esempio, ha lavorato per anni a gratis con tale professore e poi, quando finalmente si libera un posto, gli passa davanti un altro che, semplicemente, ha avuto un colpo di fortuna al concorso.
Il problema si pone quindi soprattutto quando questa radicata abitudine viene gestita per piazzare degli incapaci in posti di responsabilità.   Semplicemente perché fanno comodo a chi comanda più di loro.    Diciamo che è un’arma a doppio taglio i cui effetti dipendono da come la si adopera.

Ma la forma di corruzione più diffusa e nefasta e quella che è anche perfettamente legale e che, con termine tecnico, è chiamata “paraculismo”.   Vale a dire, usare il potere conferito dal proprio incarico non per far funzionare qualcosa, bensì per tenere bene al calduccio le natiche del soggetto.   Come se lo stipendio fosse qualcosa di dovuto e non qualcosa che deve essere guadagnato.    E’ particolarmente nefasta perché generalizzata, ma anche perché costituisce la matrice in cui facilmente si sviluppano forme più perverse di corruzione.

Prima di tutto una questione di legittimità

In una società funzionale, la classe dirigente comanda perché un vasto numero di persone si riconoscono in dovere di ubbidirgli.   È quello che si chiama legittimità.   Può avere fondamento in un’infinità di narrative diverse, ma alla fine funziona finché la gente pensa che i loro capi abbiano a cuore l’interesse comune.   Che magari sacrifichino i loro gregari, ma non per disinteresse, ma perché è necessario per un bene ancor superiore.

Si vede bene in condizioni di stress estremo, come in combattimento.   I soldati si fidano dei loro ufficiali fino a farsi uccidere.   Ma se pensano che i loro superiori si disinteressino di loro e del loro sacrificio, cessano immediatamente di fidarsene e di ubbidire.   Smettono di pensare a combattere e cominciano a pensare a cavarsela.   Se possono disertano.   Non a caso, la prima cosa che si insegna ad un ufficiale è come guadagnare e mantenere la fiducia della truppa.   Cose semplici, ma essenziali come preoccuparsi delle loro necessità spicciole più che delle proprie e dimostrare di essere disposti a correre rischi superiori a quelli richiesti.    Non a caso, in ogni guerra, la mortalità degli ufficiali è percentualmente più alta di quella dei soldati.
Nella vita civile tutto è più mitigato ed ovattato, ma fondamentalmente funziona allo stesso modo.   Un impiegato che si sente apprezzato dal suo dirigente non esita a fare straordinari non pagati, pur di portare a buon fine un progetto importante.   Lo stesso individuo, se pensa che il principale tiri l’acqua a l suo mulino e basta, farà tutto il possibile per imboscarsi, dimenticando che il suo stipendio non lo paga il dirigente, bensì il contribuente.

E il fenomeno che una volta si definiva con l’adagio:  “Il pesce puzza dalla testa”.

Si badi bene che non è affatto detto che una classe dirigente altamente legittimata faccia davvero il bene della sua gente.   Semplicemente, la legittimità conferisce efficienza operativa.   Si pensi alla Germania nazista, per farsi un’idea degli effetti perversi che la legittimità può avere.
Comunque, l’egoismo e/o l’incapacità cronica erodono la legittimità.   In questo caso rimangono in piedi due opzioni per mantenere in moto la macchina pubblica: il tornaconto personale e la paura.    Le due cose possono anche in parte coesistere, ma di solito il primo prevale nelle prime fasi di disintegrazione di una società; la seconda nelle ultime.   Il difetto è che entrambe aumentano i costi e riducono l’efficienza.

Nel caso del tornaconto personale, è infatti necessario  che ogni funzionario od impiegato trovi il proprio vantaggio ad ogni passaggio.   Non necessariamente una bustarella od un buon posto.   Magari solo una seccatura in meno o fregare qualche minuto sull’orario che, moltiplicato per decine di migliaia di persone, rendono il meccanismo sempre più impastato.   Né nuove regole e controlli possono risolvere la situazione, se coloro che le dovranno applicare saranno ancora guidati dall’interesse personale, anziché de quello collettivo.    Direi che noi oggi siamo un fulgido esempio in questo campo.

La paura comporta la messa in opera di sistemi di controllo e repressione che a loro volta dovranno essere controllati e così via.   Il modo con cui si sono avvitati su sé stessi i regimi del “socialismo reale” è abbastanza emblematico da questo punto di vista.

Anche noi abbiamo perso la guerra fredda?

La corruzione (in senso lato) c’è sempre stata in tutte le società, ma non nella stessa misura.   In Europa, ha avuto un forte impulso a partire dagli anni ‘90.    Le forzanti che hanno contribuito ad accelerare il fenomeno sono parecchie.   A me ne vengono in mente due: la scomparsa di un pericolo comune e la scomparsa di un limite preciso fra affare e malaffare.

Il primo punto è raramente citato, ma fondamentale.   Se temere la propria classe dirigente di solito ha un effetto deprimente sulle società (con buona pace di Machiavelli), è però vero che la paura di un nemico esterno ha di solito l’effetto contrario.    Una minaccia esterna ha di solito il potere di aggregare la gente e di far passare il bene comune (reale o presunto che sia) davanti al proprio.   Non a caso i governi in difficoltà spesso virano verso un nazionalismo tanto più esacerbato, quanto maggiore è il loro bisogno di rinverdire la propria legittimità.   Talvolta non si esita neppure a creare degli incidenti ad hoc più o meno gravi.   Più spesso si sfruttano le occasioni offerte dall’imbecillità altrui, come attacchi terroristici, incidenti diplomatici ed altro.    Naturalmente, la cosa può funzionare o meno, ma il principio resta valido.
Per  40 anni l’unico pericolo che la maggioranza degli occidentali ha temuto è stata l’Unione Sovietica.   Pericolo reale e consistente che la propaganda ha poi saputo gestire molto bene.   Ma soprattutto un pericolo in grado di imporre dei limiti perfino all’avidità ed all’egoismo della classe dirigente economica.   Del resto, oltre cortina, il pericolo di un’invasione della NATO era parimenti il collante che contribuiva a tenere insieme una società sempre più disfunzionale, sia pure con uno stile diverso.   Quando è venuto meno, neppure la Stasi ed il KGB sono più bastate ad evitare la disintegrazione dell’impero.

Cessato il pericolo, il sistema sovietico si è infatti disintegrato e per una decina di anni la nicchia ecologica lasciata libera dallo stato è sta riempita da una miriade di organizzazioni mafiose o semi-mafiose.   Perlopiù nate da pezzi della macchina sovietica che si sono messi a lavorare in proprio.   E, privi oramai di ogni remora, hanno perlopiù trovato utile svendere l’eredità sovietica a imprenditori e faccendieri occidentali che non hanno esitato a fare man bassa.    Al di là dell’errore geo-strategico irreparabile, questo ha creato una contiguità assoluta fra affaristi delle due ex-sponde, finalmente affratellati dalla possibilità di saccheggiare impunemente intere nazioni.
Una situazione cui si è potuto mettere solo un parziale e tardivo rimedio e che, fra le altre conseguenze, ha contribuito non poco a rendere molto evanescente la linea di demarcazione tra affari leciti ed illeciti.   Tanto ad est, quanto ad ovest.

Il cane e le zecche.

Un cane in buona salute che vive in campagna ha sempre qualche pulce e di tanto in tanto una zecca.   Gli danno fastidio, ma non più di questo.   Ma se un cane si ammala, facilmente verrà attaccato dai parassiti in modo tanto più massiccio, quanto più grave è la sua malattia.   Ed il gran numero di succhiasangue lo debiliteranno, così da farlo aggravare, fino a morire.   In altre parole, come ogni buon contadino sa, i parassiti hanno una funzione ecologica precisa: finire i soggetti debilitati.    Togliere i pidocchi ad una pianta o le zecche ad un cane gli fa certo bene, ma se non lo si guarisce dalla sua malattia profonda, torneranno e lo finiranno.

Qualcosa del genere , credo, succeda alle società umane.

Quelli del NO a tutto

NO a tutto - NIMBY this is my back yard“Voi siete quelli del NO a tutto !” Quante volte lo sentiamo dire? In effetti, di qualcosa bisogna pur campare e se non si fa una cosa, bisognerà farne un’altra.   Almeno a buon senso.
C’è anche una definizione in inglese: “sindrome NIMBY” (significa Not In My Backyard – Non nel mio giardino).   Indica l’atteggiamento sterile ed egoista di chi si oppone a qualunque cosa nei suoi paraggi, infischiandosene dell’interesse collettivo.    OK, siamo sicuri che sia sempre così?

Sindrome NIMBY.   Sempre?

Nella mia quarantennale esperienza sono cascato più volte su casi del genere.   Per esempio, si vuole costruire una nuova strada camionabile e vi sono due tracciati possibili.   Prontamente nascono due comitati dei residenti, ognuno dei quali sostiene che il tracciato giusto è quello che passa davanti alla casa degli altri.   Oppure si mettono d’accordo per individuare in terzo tracciato che, evitando le case, finisce di massacrare l’ultimo bosco o gli ultimi campi dalla zona.   “Tanto li non c’è niente.”
Naturalmente il tutto condito con altisonanti dichiarazioni sui diritti umani, la conservazione della natura e chi più ne ha, più ne metta.

Ma non è che le controparti (di solito industriali e/o enti locali) abbiano un atteggiamento molto diverso.   Per capirsi, farò un caso emblematico, pescato dal mio schedario.
Una grossa industria, insediata in una stretta valle montana, vuole costruire un inceneritore a piè di fabbrica per bruciare parte dei propri scarti recuperando energia da riutilizzare nel processo.   Sostiene che ciò ridurrà il numero di camion che portano via i rifiuti, inoltre consentirà risparmi e dunque lo sviluppo dell’azienda.   N.B. solo col cavatappi si riesce ad estrarre l’informazione che per alimentare la macchina si dovranno portare rifiuti analoghi da altri impianti della medesima impresa situati altrove.   Più un numero considerevole di tonnellate di legname per mantenere la temperatura di esercizio al livello desiderato.

Pronto il comitato contrario il quale, stavolta sindaci in testa,  sostiene che l’inceneritore avrebbe effetti mortali sulla qualità dell’aria, già molto scadente a causa del traffico.   NB. Si dimenticano di dire che proprio i residenti e le amministrazioni locali hanno recentemente ottenuto il raddoppio della strada di fondovalle, anziché  quello della ferrovia che serviva paesi ed industrie, insediate peraltro da decenni.

Apre la riunione generale il rappresentante della Provincia (storia di qualche anno fa) che sostiene che prima di tutto si debba controllare la qualità dell’aria mediante l’installazione di apposite centraline.   No del comitato perché le centraline potrebbero essere poste ad arte per far figurare una qualità superiore al reale.
Offerta della Provincia di posizionare le centraline secondo le indicazioni del comitato.
No perché i risultati potrebbero dar ragione agli industriali e il comitato l’inceneritore non lo vuole comunque.   Punto.
Parlano gli industriali offrendo la massima disponibilità a discutere e modificare ogni aspetto del progetto.
Parlo io e chiedo se non sia possibile trasportare il materiale almeno in parte per ferrovia che è vecchia, ma ancora funziona.
No perché il progetto è perfetto così.    Allora chiedo se si può sapere quanto legname dovrebbero bruciare e da dove pensano di procurarselo.   Forse hanno saputo che ci sono seri problemi di siccità cronica e che i boschi della valle sono in crisi?
No.   Quanto legname servirà non mi riguarda, tanto quel che serve si compra.   E non ci sono problemi coi boschi, parola di industriale!

E via di questo passo.   Come si dice, bisognava prenderne uno per picchiare l’altro.
Non sempre però è questo il caso.

Quando NO a tutto è l’unica risposta possibile.

Una discussione, per essere almeno teoricamente costruttiva, deve avvenire prima che sia presa una decisione.   Sembra logico, ma non nel modo di pensare delle amministrazioni che procedono esattamente al contrario.   Per abitudine, prima decidono, poi pubblicano gli atti relativi.   E’ legale, naturalmente, ma poi non si stupiscano se, puntualmente,  un manipolo più o meno consistente ed agguerrito di cittadini si mette a piantare tutte le grane possibili.   A torto od a ragione, a quel punto poco importa.

Certo, compito di chi si oppone a qualcosa dovrebbe essere l’avanzare una proposta alternativa.   Ma ha senso dopo che tutto è già stato deciso, magari gli appalti già banditi?    Quando si tratta di opere in una certa importanza, l’iter per la preparazione e l’approvazione dei progetti è logorroico, ci vogliono di solito anni.   Tutto tempo che potrebbe essere utile per discutere le cose, ma di solito no.    Oppure si discute si, ma fra sordi come nell’esempio citato.
Comunque, una volta che un’idea è partita, di solito la si porta avanti, qualunque cosa succeda.   E se si arriva a realizzarla quando oramai non serve più a niente, o magari è addirittura nociva, poco importa; non si può mica ricominciare tutto daccapo!

Dunque quel che bisognerebbe discutere è il modello di sviluppo.   Vale a dire il modello mentale in base al quale vengono elaborate idee e progetti.   A dire il vero, fin dai primi anni ’70 in parecchi hanno tentato di proporre un approccio diverso da quello che aveva funzionato fino ad allora (strade, industrie, case, ecc.).    Ma al di là dei discorsi di circostanza e di qualche solenne dichiarazione pubblica, non è cambiato assolutamente niente.
Nella mia esperienza, talvolta le proposte alternative vengono avanzate ed altre no, talvolta sono sensate ed altre no, ma fa davvero poca differenza perché è eccezionale che vengano anche solo prese in esame.

Ed a questo punto la guerra di trincea diventa l’unica alternativa possibile.

Un altro esempio con un’altra strada, che da 12 anni il mio comune vuole costruire per costruire nell’ultimo frammento di bosco esistente sul suo territorio, fra l’altro lungo un fiume, in area a rischio idraulico.    Non c’è mai stata discussione o proposta possibile, malgrado nel frattempo siano cambiate tre amministrazioni di tre colori diversi.   Semplicemente vuole così un associazione locale che conta per parecchi voti e tanto basta.    A questo punto, sobillare i pochi cittadini contrari per fare del boicottaggio è l’unica strategia possibile.   Non risolve nulla e non è costruttivo, ma fa guadagnare tempo, nella speranza che, crisi avanzando, non trovino mai i soldi necessari.

Ma c’è un altro fattore ancora, molto più profondo.   Nell’evoluzione di un sistema ci sono sempre dei momenti di instabilità in cui è possibile far cambiare rotta al sistema stesso.  Ma gli effetti cambiano moltissimo a seconda di quando avviene il cambiamento.   Cambiare rotta prima o dopo aver sbattuto sugli scogli non porta ai medesimi risultati.
Fuor di metafora, quando eravamo 3 miliardi con ampie riserve di risorse ed una consistente parte degli ecosistemi ancora funzionanti, aveva molto senso parlare di sostenibilità, di stabilizzazione delle economie e della popolazione, di modelli alternativi di sviluppo ecc.   Oggi che di miliardi siamo quasi 8 ed il “redde rationem” è cominciato, le opzioni possibili sono certamente meno e nessuna molto allettante. Per tornare alla metafora navale, ha senso discutere della rotta da prendere finché la nave galleggia.   Quando imbarca acqua e comincia a sbandare diventa prioritario cercare di impedire all’equipaggio di fare a pezzi le scialuppe per continuare ad alimentare la caldaia.   E se qualcuno lo fa dicendo fesserie, pazienza, talvolta anche le fesserie posso servire a qualcosa.

Pistolotto finale.

Vorrei concludere rivolgendomi direttamente ai coloro che prendono le decisioni ed a coloro che li demandano a ciò:

Signori, per 40 anni sono state avanzate proposte di ogni genere per cambiare la rotta del nostro sistema.  I casi in cui sono state sperimentate od anche solo discusse sono stati trascurabili.   Non vi meravigliate quindi se ora un numero crescente di persone semplicemente dice “ NO a tutto “.    Talvolta a ragione e talaltra a torto, ma è un effetto della frustrazione.   E forse è anche l’unica cosa che rimane de fare, nella speranza che qualcosa sopravviva alla macchina tritatutto che chiamate “Progresso”.

La fine dell’auto a petrolio nel 2025?

Iran-refuses-to-deliver-500k-barrel-oil-shipment-to-GreeceE’ una notizia storica: Ci si avvia a vietare la vendita di auto a motore endotermico ( insomma a scoppio) entro il 2025.

Certo : in Norvegia ed Olanda, per ora.

Ecco il link per l’Olanda :

Only electric cars should be sold in Netherlands from 2025

Altri paesi europei ci stanno seriamente pensando.

Non in Italia, dove, come abbiamo visto, Marchionne non è esattamente favorevole alle auto elettriche. Per non parlare del mio sindaco, Nardella, che in una recente intervista ancora pensa alle auto ad idrogeno. Una tecnologia mai decollata, estremamente complessa ed inefficiente, ormai completamente superata dagli eventi. «Ne ho parlato con i tecnici di Bruxelles impegnati in analoghe iniziative in Germania e Belgio: avremo stazioni per l’erogazione dell’idrogeno. In questi mesi lavoreremo con la Commissione europea e cercheremo partnership con le case automobilistiche che hanno queste auto in vendita».

Peccato che esista solo la Toyota Mirai e costi 75.000 dollari.

E peccato che l’efficienza di un’auto ad idrogeno, tenendo conto delle perdite per la produzione e lo stoccaggio di idrogeno ( perdite non emendabili, almeno in questo universo, causa leggi fisiche e chimiche) siano tali da renderla meno ecologica di una auto a metano…

E’ incredibile che si ignorino gli oltre 400.000 ordini già raccolti per la Tesla 3. E’ incredibile che si ignori il fatto che attualmente vengano prodotte, per dire, oltre 100 Tesla al giorno contro 2-3 ( se va bene) Toyota Mirai….o meglio: NON è incredibile. Semplicemente i nostri decisori non hanno alcuna minima idea su questi argomenti e si arrangiano per sentito dire, confidando che anche il loro intervistatore sia altrettanto ignorante ( il che purtroppo succede quasi sempre)

Se vi chiedete come mai continui a citare Tesla, è per un motivo molto semplice: è la prima casa automobilistica ben strutturata che realizza SOLO auto elettriche ed è la prima che ha raggiunto questi numeri. SE come e QUANDO le altre case decideranno di rinunciare alle loro stufe a petrolio, avremo modo di vedere se, dopotutto, fosse così difficile cambiare paradigma di trazione.

Non di mobilità, notate bene.

La mobilità è una cosa diversa dai mezzi con cui ci si muove. L’attuale paradigma è demenziale e dannoso per la salute. E’ indubbio ed anche qui ci va una rivoluzione copernicana. Ma per questo qui su Crisis, Ha scritto già  Marco, molto meglio di come avrei potuto fare io.

L’agnello di Dio che toglie i cannibali dal mondo

A furia di citare Jared Diamond mi è stato suggerita la lettura di “Cannibali e Re”, saggio dell’antropologo Marvin Harris pubblicato nel 1977. Ben vent’anni prima di Diamond, Harris provò a leggere le trasformazioni delle civiltà preistoriche e precolombiane attraverso la chiave di lettura delle dinamiche economiche e della disponibilità di risorse.

Cannibali
Le pagine che mi hanno più colpito restano tuttavia quelle dedicate alle civiltà mesoamericane ed alla cultura dei sacrifici umani e del cannibalismo. Diverse fonti dell’epoca, supportate da pitture e raffigurazioni scultorie, narrano che al termine delle cerimonie quasi quotidiane nelle quali il cuore delle vittime umane veniva strappato ancora palpitante e bruciato in onore delle divinità, i corpi finissero meticolosamente cucinati e serviti a tavola.

“Il cannibalismo azteco non consisteva in una degustazione casuale di leccornie cerimoniali. Tutte le parti commestibili venivano utilizzate in un modo strettamente paragonabile al consumo della carne di animali domestici. I sacerdoti aztechi si possono definire, a buon diritto, come macellatori rituali di un sistema statalistico dedito alla produzione e re-distribuzione di sostanziose quantità di proteine animali nella forma di carne umana.”

Il libro elenca quindi una serie di evidenze che dimostrano come le pratiche cannibalistiche, in epoche preistoriche, fossero diffuse in molte parti del mondo, Europa compresa. Fu proprio la nascita dei primi stati a porvi fine, e tutti i culti religiosi del Vecchio Mondo bandirono espressamente il cannibalismo. In cosa differì la situazione dell’America Centrale?

“Diversamente dagli dei aztechi, per le grandi divinità del Vecchio Mondo il consumo di carne umana era tabù. Perché solo nell’America centrale gli dei incoraggiavano il cannibalismo? Come suggerisce Harner, la risposta va trovata sia nelle specifiche forme di esaurimento dell’ecosistema mesoamericano, sotto l’impatto di secoli di produzione intensiva e di crescita demografica, sia nel rapporto costi-benefici dell’uso di carne umana come fonte di proteine animali laddove opzioni meno costose non erano disponibili. Come abbiamo visto più sopra, l’America centrale si trovò, alla fine dell’epoca glaciale, di fronte a un esaurimento delle risorse di carne animale più grave che in qualsiasi altra regione.”

Ecco il punto: Nei circa 20.000 anni trascorsi dall’attraversamento dello stretto di Bering, le bande di cacciatori/raccoglitori avevano portato all’estinzione la maggior parte della macrofauna dei due continenti, prima ancora che a qualcuno/a venisse in mente di praticarne la domesticazione e l’allevamento. Gli unici due animali allevati in mesoamerica erano il cane e il tacchino, e poco altro arrivava dalle battute di caccia nel fitto delle foreste. Il grosso della popolazione di basso rango si nutriva di mais e fagioli, il cui contributo proteico, già al limite, subiva periodici crolli negativi in occasione di carestie.

Popolazioni umane cresciute a dismisura grazie alle neonate pratiche agricole, ed in perenne debito proteico, diedero vita ad una religione i cui dei si nutrivano di vittime umane, semplicemente per alimentarsi essi stessi di quelle vittime. Un totale rovesciamento rispetto alla religione cristiana, nella quale sono i fedeli a nutrirsi del ‘corpo e sangue’ della divinità. Quest’ultimo cerimoniale (l’eucarestia), deriva in linea diretta da pratiche sacrificali ebraiche riservate agli animali, in particolare l’olocausto degli agnelli nel periodo pasquale. Va osservato che la religione ebraica si originò presso popolazioni dedite alla pastorizia, che non avevano alcun debito proteico e probabilmente individuavano nel cannibalismo la forma di ‘peccato’ più orribile.

“Se quest’analisi è corretta, allora dobbiamo considerare le sue implicazioni inverse. E precisamente che la disponibilità di specie animali domestiche svolse un ruolo importante nella proibizione del cannibalismo e nello sviluppo di religioni dell’amore e della misericordia negli Stati e negli imperi del Vecchio Mondo. Potrebbe allora darsi che il cristianesimo sia stato più il dono dell’agnello che non del bambino nato nella stalla.”

Credo che d’ora in poi non riuscirò più a sentir pronunciare la frase cerimoniale: “ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo” senza che mi scorra un brivido gelato lungo la schiena.

Gli anni ’70 videro un picco della fascinazione nei confronti del cannibalismo. “Soylent Green”, film del 1973, metteva in scena una forma tecnologica di cannibalismo, sotto forma di tavolette proteiche ricavate dal riprocessamento su scala industriale dei cadaveri umani. Ma fu anche l’epoca di film horror come “Cannibal Holocaust” (1980) e tutta una serie di produzioni di serie B analoghe. E probabilmente non è un caso, dal momento che il “Rapporto sui Limiti dello Sviluppo” dei coniugi Meadows fu pubblicato nel 1972, seguito a breve dalla crisi petrolifera (1973). Antichi fantasmi si affacciarono nuovamente all’immaginario collettivo, riportando a galla terrori sepolti dalla notte dei tempi.

Più recentemente il cannibalismo riappare nel romanzo distopico “The Road”, di Cormac McCarthy (2006), ambientato in un futuro prossimo flagellato da una catastrofe ambientale globale, con un’umanità decimata e ridotta alla totale disperazione. In altre forme, ancora più metaforiche, si può leggere un riemergere della paura diffusa del cannibalismo nel successo globale delle fiction a base di zombi.

Fuor di metafora, invece, l’ascesa del capitalismo globalizzato e dei suoi modelli di saccheggio ai danni di intere nazioni rimanda fortemente ad una forma contemporanea di cannibalismo, nella quale non già i corpi delle persone vengono consumati, ma le vite e le aspirazioni alla dignità ed alla felicità, con retribuzioni al limite della sussistenza e pratiche umilianti inconcepibili solo pochi anni addietro (i.e. l’obbligo al pannolone a causa dell’abolizione della possibilità di andare in bagno… e parliamo degli U.S.A.!)

Nell’arco dell’ultimo secolo abbiamo prodotto un mondo sovrappopolato supportato da una filiera alimentare sbilanciata ed estremamente fragile. Un modello da rimettere in discussione al più presto se non vorremo ritrovarci, a breve, nelle stesse condizioni dei popoli mesoamericani all’epoca della scoperta da parte dei navigatori europei: obbligati a guerre fratricide incessanti solo per poter accedere alla riserva proteica rappresentata dai cadaveri dei nemici fatti prigionieri.

Aztechi

Darwin, i ciclisti e la pressione selettiva

Perché i ciclisti non rispettano il codice della strada? Perché si spostano in gruppo sulle arterie extraurbane intralciando i veicoli più veloci? Chi glielo fa fare di andare in bicicletta in città in mezzo alla puzza degli scappamenti e a rischio di essere investiti? Queste domande vengono spesso formulate da chi non va in bicicletta, ma altrettanto spesso i ciclisti non sanno rispondere propriamente. Ognuno elabora per la propria esperienza diretta, facendo riferimento al sapere accumulato negli anni, eppure difficilmente si esce dalla prospettiva individuale, dal “faccio così perché mi sembra meglio”, spesso accompagnata da “provaci tu, se sei tanto convinto”.

In realtà esistono ottime argomentazioni per ogni singolo punto, ma per comprendere meglio il quadro generale bisogna armarsi degli strumenti interpretativi dell’evoluzionismo darwiniano e ragionare i ciclisti come una specie in competizione per la sopravvivenza all’interno di un ecosistema in rapida trasformazione.

Evolve
Cominciamo dallo stabilire quando la varietà “ciclista” si distacca dal tronco principale della specie ‘homo’. questo avviene grossomodo nella seconda metà del 19° secolo, quando la bicicletta raggiunge un livello di efficienza tale da diventare competitiva con le altre modalità di spostamento dell’epoca. Più veloce degli omnibus, meno costosa delle carrozze, meno energivora di un cavallo, la bicicletta si ritaglia uno spazio via via crescente sia nella mobilità cittadina, sia extraurbana. Asseconda la nascente moda del turismo (dall’inglese ‘tour’) consentendo di effettuare viaggi anche lunghi, come ben documenta il volume umoristico “Tre uomini a zonzo“ di Jerome Klapka Jerome pubblicato nel 1900.

Questa neonata popolazione arriva a diffondersi su un areale assai vasto ed a subire una prima diversificazione tra ciclisti quotidiani (quelli che utilizzano la bici per raggiungere il posto di lavoro o per piccole commesse) e ciclisti sportivi (che la utilizzano nel tempo libero con finalità ginnico/agonistiche), prima che l’avvento di una specie molto più recente ed aggressiva (gli automobilisti) non entri in competizione per gli spazi e le risorse viarie. L’avvento dell’era dell’automobile non era facilmente prevedibile, dati gli alti costi dei primi modelli (sostanzialmente un’evoluzione delle carrozze a cavalli consentita dal motore a scoppio), tuttavia lo sfruttamento dei primi campi petroliferi sembrò promettere una ricchezza sconfinata, in grado di mettere in moto un’industria di massa.

Il rovesciamento del paradigma economico operato nel ventesimo secolo finisce col penalizzare i mezzi economici a tutto vantaggio di quelli più dispendiosi ed energivori. La ricchezza sepolta del petrolio fossile diventa in breve tempo ricchezza diffusa, e per facilitare i consumi si operano politiche premianti nei confronti dei veicoli più famelici di risorse. Saltando la parentesi delle due guerre mondiali, l’attività principale del ventesimo secolo consiste nel convincere le popolazioni a possedere ed utilizzare automobili, marginalizzando tutte le altre modalità di spostamento sia attraverso l’industria culturale che (grazie a massicce azioni di lobbying) in chiave legislativa.

Gli stessi Codici della Strada, adottati nelle diverse nazioni per gestire l’improvvisa crescita del traffico veicolare (col relativo portato di morti e feriti), riflettono quest’impostazione autocentrica, non tenendo conto delle esigenze dei ciclisti con disposizioni adeguate a preservarne l’incolumità. Un esempio tra tutti di questo accanimento è l’assenza, nella legislazione italiana, di una distanza minima di sorpasso, cosa che di fatto autorizza gli automobilisti a ‘sfiorare’ chi va in bicicletta con manovre oggettivamente pericolose.

L’avvento delle automobili sulle strade può essere descritto come la presa di possesso di un ecosistema da parte di un predatore inarrestabile. In tutta la seconda metà del ventesimo secolo il numero delle automobili cresce in maniera esponenziale fino a portare alla totale saturazione degli spazi urbani. Le strade diventano, più che arterie dedicate allo scorrimento, spazio pubblico sacrificato ai desiderata dell’industria dell’auto e dei suoi clienti. Le auto in sosta occupano ogni luogo loro concesso fino a strabordare.

Nel corso di questo processo la popolazione ciclistica subisce una drammatica decimazione: i ciclisti quotidiani praticamente scompaiono dalle strade, soverchiati da un traffico veicolare crescente, pericoloso ed aggressivo, man mano che gli spazi viari urbani vanno riducendosi. Pesa, in questo senso, anche l’espansione delle città, la nascita di periferie dormitorio lontane dai luoghi di lavoro e tutta una serie di fattori concorrenti. I ciclisti sportivi subiscono la pressione competitiva del traffico stradale, iniziano a mettere in atto strategie sociali (spostarsi in gruppi sempre più numerosi) e muovono alla conquista di territori prima preclusi.

L’affermazione della mountain bike, sul finire del ventesimo secolo, rientra pienamente in questo processo: i ciclisti superstiti, scacciati dalle strade dalla pressione di predatori voraci e letali, tornano ad occupare spazi marginali e semi-abbandonati: sentieri, sterrate, carrarecce. Questo produce un’evoluzione della specie, che a pochi anni di distanza può tornare a popolare il territorio cittadino sfruttando spazi prima preclusi grazie alle innovazioni tecnologiche che equipaggiano le nuove biciclette: i marciapiedi diventano un terreno di competizione con la popolazione dei pedoni, i parchi urbani garantiscono corridoi veloci e protetti su un limitato ventaglio di direttrici.

Parallelamente a ciò, l’eccessivo successo delle automobili nella conquista delle città produce una crisi di rigetto nelle nuove generazioni, desiderose di autoaffermazione e meno plagiate dalla propaganda dell’industria. L’automobile viene percepita come un parassita (di fenomenale successo) degli spazi urbani, veicolatrice di inquinamento, rumore e sedentarietà, generando pulsioni antagoniste sia sotto il profilo dei comportamenti individuali, sia sul piano culturale. La bicicletta diventa, in questo processo, arma di conflitto intergenerazionale.

Riletta in chiave antropologica la rinascita dell’utilizzo urbano della bicicletta ha lo stesso significato delle esibizioni di forza ed agilità che un tempo le tribù umane utilizzavano ai fini dell’affermazione individuale ed in chiave di attrazione sessuale. La sfida dell’individuo disarmato ad una realtà meccanizzata ed opprimente diventa l’equivalente di una battuta di caccia a prede pericolose, o uno scontro bellico contro una tribù rivale. L’uso di biciclette ridotte all’essenziale, prive di marce e spesso del meccanismo della ruota libera (fixe) alimenta questa mitologia dell’eroe in bici che si muove impavido attraverso la città, contrapposto agli automobilisti inscatolati e disumanizzati per propria scelta.

In quest’ottica di conflitto permanente ogni comportamento ‘anomalo’ o in contravvenzione ai codici è interpretabile in chiave di necessità più che di sfida. Attraversare col rosso semaforico tende a massimizzare il vantaggio di percorrere un tratto di strada temporaneamente libero dalle automobili, percorrere i marciapiedi riduce il rischio di investimento, imboccare contromano i sensi unici accorcia le percorrenze e spesso consente di evitare tratte ad alto rischio. Perfino occupare il centro carreggiata ha unicamente lo scopo di impedire sorpassi quando le condizioni del fondo stradale, o gli spazi, non consentirebbero di farlo in sicurezza (checché ne pensi il conducente dell’automobile che segue, molto meno riluttante a rischiare l’incolumità altrui di quanto farebbe con la propria).

La popolazione dei ciclisti nelle aree urbane (Roma, nella mia esperienza diretta), è minoritaria ma estremamente combattiva. Si nutre del vigore fisico prodotto dall’esercizio sui pedali e produce continuamente nuove idee grazie alla miglior ossigenazione dei cervelli. Diffonde ‘il verbo’ grazie al contatto diretto ed all’uso sapiente dei media digitali. Lentamente cresce, nell’attesa del momento del riscatto.

Narra la profezia che un bel giorno gli ‘autosauri’ si estingueranno, i giacimenti di petrolio esauriti, i serbatoi vuoti, le materie prime ormai rare e costose. Quel giorno i mammiferi erediteranno la Terra.

Charles Darwin resting against pillar covered with vines.

Estrema destra ancora vittoriosa! Domande?

MerkelDomenica scorsa il partito austriaco di estrema destra è diventato il primo del Paese.   Socialisti e democristiani, tradizionali partiti di riferimento, sono praticamente scomparsi.   Ci sono domande?    Penso parecchie.
La cavalcata dell’ estrema destra non solo europea, ma anche americana, cominciò in sordina negli anni ’90.   Considerato allora un fenomeno marginale, oggi sta riempiendo le agende delle think tank e degli analisti; turbando i sonni di un sacco di gente.   Non tenterò qui un riassunto di una tale mole di analisi su di un soggetto così complesso.    Semplicemente vorrei proporre qualche considerazione personale che spero possa contribuire, sia pure minimamente, ad arginare il fenomeno.

destra franceseLa prima è questa: di turno elettorale in turno elettorale l’ estrema destra avanza.  Possibile che tanta gente che votava socialista o democristiano (intesi in senso europeo, molto lato) si stia svegliando nazista o fascista?   Personalmente penso che sia poco probabile.   L’ estrema destra ha sempre avuto una sua nicchia, ma marginale era e penso che marginale rimanga.   La massa di voti che raccoglie ha tutta l’aria di essere un voto di protesta e/o di paura.   Niente di particolarmente nuovo, dunque, ma che rischia di generare degli effetti a medio termine perversi.

destra austriacaSospinti dal voto di protesta, i leader dell’ estrema destra andranno probabilmente al potere, dove potrebbero fare dei danni irreparabili.   Specialmente se i governi moderati in carica continueranno a preparare loro in terreno.
Dunque la prima cosa da fare sarebbe capire quali sono i principali argomenti che suscitano nella cittadinanza questo tipo di rischiosa protesta.   Per farsene un’idea, il modo più semplice è osservare quali sono i pochi punti che accomunano la maggior parte dei partiti e dei movimenti di maggior successo, peraltro assai eterogenei.   Direi che i principali sono i seguenti: la recessione con annessi e connessi, la corruzione, l’immigrazione, la sicurezza, il nazionalismo.   Non necessariamente in quest’ordine.

Dunque vediamoli brevemente uno alla volta per vedere se sono possibile delle parate, almeno parziali.

Recessione.

recessioneQuesta è la “madre di tutte le grane”.   Abbiamo costruito il nostro sistema politico basandoci sul presupposto che la crescita economica sarebbe durata per sempre e che, gradualmente, avrebbe coinvolto tutti.   50 anni fa già si sapeva benissimo che si tratta di una favola, ma nessun politico importante ha avuto il coraggio di spiegarlo ai suoi elettori.   E nessun corpo elettorale era ed è disposto a sentirselo dire.   Ne consegue questo sempre più frenetico arrampicarsi sugli specchi che inganna sempre meno gente, offrendo buon gioco a chi propone ricette tanto semplici quanto improbabili (ad es. usciamo dall’Euro).   Paradossalmente, proprio perché semplici ed improbabili, simili proposte fanno presa su chi, giustamente, sente di essere stato pesantemente preso per il culo.   Di qui l’inevitabile altalena di politici che ascendono promettendo di avere la ricetta giusta, per poi immancabilmente deludere.

Qui la parata sarebbe particolarmente difficile perché bisognerebbe spiegare come e perché la crescita non tornerà mai più e che questo, fra tutti i mali possibili, è il minore.   Molto difficile che possa funzionare.   Credo che sia persa, anche se mi piacerebbe vedere qualcuno che ci prova.

Corruzione.

corruzioneUna certa percentuale di parassiti ci sono sempre stati, ma quando diventano tanti e sfrontati scatta la modalità “Sono tutti ladri” che è esattamente quello di cui ha bisogno chi si propone come “quello che farà pulizia”.   Sappiamo già che non è vero ma ci piace illuderci.

Qui la parata sarebbe teoricamente facile: piantarla con gli interessi privati in politica.   Ma visto che in parecchi non lo fanno, forse è meno facile di quel che sembra da fuori.   Forse, una parziale spiegazione è che per salire di molto sulla la scala gerarchica è necessario disporre di un sacco di soldi, propri o di sostenitori.   E per avere i soldi ti devi legare ad un mondo economico in cui il limite fra l’economia “pulita” e quella “canaglia” sfuma di giorno in giorno.   Una volta che sei arrivato in alto, non solo non puoi abbandonare gli “amici degli amici”, ma oramai sei diventato uno di loro.

Immigrazione

immigrazioneQuesto è forse il punto in cui la classe dirigente sta fallendo nel modo più spettacolare.   Un sacco di poteri forti e deboli hanno un sacco di interessi legittimi e non in quest’affare ed ognuno tira il governo dalla sua parte, col risultato che assolutamente niente di quello che è stato fatto dai primi anni ’90 ad oggi ha il benché minimo senso logico.   I risultati non possono che peggiorare man mano che il fenomeno cresce all’interno di sistemi sociali progressivamente fragilizzati dalla crisi economica.

In generale io rifiuto la logica binaria, ma in questo caso credo che potrebbe esserci di aiuto.   Credo che ognuno, nel silenzio della sua cameretta, dovrebbe porsi questa domanda: L’Italia (o l’Europa) è sovrappopolata?   Si o no?   Barrare la casella.   Se si sceglie “Si”, allora è vitale stabilire un efficace controllo delle frontiere esterne e decidere chi facciamo passare e chi no.   Fra “tutti” e ”nessuno” ci sono parecchie opzioni possibili, ma nessuna con tutti sono contenti e nessuno si fa male.   Qualunque scelta facciamo ci saranno dolore e morte.   Se si sceglie “No”, allora l’unica cosa sensata da fare è un servizio regolare di traghetti che prendono la gente e la porti qui.   Ma anche in questo caso ci saranno dolore e morte.
Questo perché, purtroppo, la risposta corretta è “Si, parecchio” e continuare a negare che abbiamo un drammatico problema di quantità di gente serve solo ad aprire la strada chi sostiene che il problema è la qualità.
Il mio parere di ecologo professionista e storico dilettante è che società multietniche e multiculturali sono difficili, ma gestibili (con qualche incidente) ed è vero che la diversità è ricchezza.   Ma e’ anche vero che la nostra economia ed i nostri ecosistemi stanno collassando e che ogni persona in più, anche se rimane nel novero dei poveri, non fa che accrescere un’impronta ecologica già esorbitante.   E non è neanche vero che si potrebbe compensare riducendo lo standard di vita degli autoctoni.   Cosa che, fra l’altro, sta già accadendo (v. recessione) e non sono in molti a rallegrarsene.
Ridurre i propri consumi è infatti esattamente quello che è necessario fare per distruggere il più rapidamente possibile quello che resta della nostra economia industriale.   Una scelta che si può anche fare, ma che andrebbe fatta coscienti delle conseguenze.
Certo, dal momento che gli immigrati sono il 10% della popolazione europea, sono anche il 10% del problema dal punto di vista demografico ed ambientale, ma crescono al ritmo di circa due milioni l’anno e in dinamica dei sistemi le tendenze sono fondamentali.

Sicurezza

terrorismoCi sono due minacce che spaventano: la criminalità ed il terrorismo.

Quanto alla prima, è importante notare che il rapinatore od anche il topo d’appartamento sono assai più temuti del mafioso, autoctono o di importazione che sia.   E la criminalità spicciola è in buona misura una funzione sia della densità di popolazione che della povertà.   Aumentando la quantità di gente e la percentuale di poveri non può che aumentare, quale che sia l’origine dei poveri.

Quanto alla seconda, la probabilità di essere ammazzato da un pazzoide (islamista o meno) è enormemente più bassa di quella di prendersi un cancro, un infarto o di finire sotto una macchina, perfino a Baghdad.   Tuttavia i terroristi sono effettivamente riusciti a terrorizzarci, col risultato che, dal 2001 ad oggi, gli apparati di spionaggio e repressione si sono moltiplicati e raffinati considerevolmente.   Altri passi in questo senso saranno fatti al seguito di ogni futuro attentato, finché saremo completamente prigionieri di noi stessi.   Il confine fra “protezione” e “sopraffazione” tende a sfumare con l’aumento di intensità della protezione.   E cosa di meglio per un partito che aspirasse ad instaurare un governo autoritario che trovarsi l’intera macchina della “psicopolizia” già avviata e rodata?

Qui la parata comporterebbe una strategia di comunicazione complessa, tesa a dare una visione più realistica  dei rischi reali.   Ma questo non consentirebbe facili speculazioni elettorali neanche ai governi in carica.

Nazionalismo.

nazionalismoNella storia del mondo sono state sperimentate migliaia di forme di stato.   La nazione, intesa come sincretismo di un territorio contiguo, una popolazione omogenea ed un governo è un’invenzione del XIX secolo europeo.   Ed è stato il più fallimentare degli esperimenti politici della storia umana.   Due volte i paesi principali europei hanno avuto governi nazionalisti e ne sono scaturite le due guerre più devastanti della storia del mondo.   Alla fine, l’Europa che 50 anni prima dominava incontrastata il mondo, era ridotta ad un pugno di colonie chi della Russia e che degli Stati Uniti.   Evviva!  Riproviamoci!

Qui la parata richiederebbe innazitutto di insegnare la storia nelle scuole.   Poi ci vorrebbe una radicale ristrutturazione delle tremendamente ridondanti istituzioni europee.   L’autorità centrale dovrebbe essere da un lato ristretta a pochi temi vitali (ad es. ambiente, difesa, politica estera, macroeconomia).   Dall’altro, dovrebbe essere svincolata dal controllo dei governi nazionali.   Ma si da il caso che, di tutte le istituzioni europee, la meno soggetta al controllo nazionale è il parlamento, cioè quella che conta di gran lunga meno.   Viceversa, chi davvero decide è il Consiglio dell’Unione Europea che è composto dai rappresentanti dei governi nazionali (ministri o capi di governo, secondo gli argomenti).  Ed al suo interno, l’Eurogruppo, che non è neanche un’istituzione, ma semplicemente il club dei governi che hanno adottato l’Euro.

Conclusioni

Insomma, io credo che fermare la cavalcata dell’ estrema destra si potrebbe, ma non sarebbe facile e, soprattutto, richiederebbe un buon bagno di realtà tanto per i governanti che per gli elettori.   Non mi sembra che ne abbiano molta voglia né gli uni, né gli altri.

 

La gente, le persone e noi

La_genteL’avrete notato. Un politico italiano tipico, parla di gente. Non di persone. E’ la gente che vuole questo e quello, anzi lo esige. Lui parla alla gente. Per la gente, della gente e sta, ci mancherebbe, dalla parte della gente. Eventualmente la ggente con due gg.

Ugualmente i giornali usano lo stesso termine per le loro campagne.

In pratica la gente è un alibi clamoroso: serve per dare ad intendere che quel che chiediamo ed intendiamo e vogliamo, a qualunque titolo, è supportato da una moltitudine insieme numerosa e significativa. O, al contrario, per trasformare le persone in un blob, qualcosa di scoraggiante e inerte da convincere, smuovere, convertire, plasmare.

“La gente” infatti, da’ istintivamente l’idea di una massa maggioritaria, confusa, comunque in qualche modo circoscrivibile,  ma non definita ne pesata, né compresa ne comprensibile.

La gente, caro lettore, è la scusa che tutti usano, anzi tutti usiamo, per giustificare quel che NOI pensiamo, per cercare appoggio e conferma; oppure, al contrario, conferma di un bersaglio contro cui genericamente, inveire.

Invece “la gente”, caro lettore, caro Matteo, cari tutti, siamo noi. sono persone che studiano, pensano faticano si innamorano lavorano, non lavorano, si ammalano, invecchiano sperano , deludono tradiscono, ci credono, dubitano infamano, si illudono, sognano, muioiono, crescono, nascono, si divertono, piangono, ridono, capiscono, ignorano….

Non abbiamo bisogno della “gente” caro lettore, per esprimere le nostre opinioni. Non abbiamo bisogno di alibi, di scuse, di appoggi. Non abbiamo bisogno ( veramente si, ma non di questo genere) di conferme, di solidarietà, di un moloch indefinito contro o per cui lottare.

No, noi abbiamo bisogno, TUTTI abbiamo bisogno, di ricordarci che la gente sono persone. Come noi ma diverse. Come noi stessi siamo diversi da quel che eravamo e da quel che saremo. Smettiamo di usare questo brutto termine, generico superficiale, paraculo ed usiamo il termine persone. La gente non ha diritti ne doveri. La gente è PLASMABILE, come la trilaterale ha auspicato, riguardo all’Italia giusto pochi giorni fa. Le persone pensano, la gente, no. La gente si fa condurre, ciecamente, dal,pastore, buono o cattivò che sia. Le persone possono essere ingannate, instradate e convinte che , in fondo, la gente sono gli altri. Gli amorfi, i plasmabili sono quelli, la ggente, non loro figuriamoci. Per essere esatti, si ingannano da sole, le persone, mentre si fanno convincere a comprare l’ennesimo oggetto “esclusivo”, a fare l’ennesima vacanza “esclusiva”, insomma: a separare il loro indispensabile e irripetibile io da quella massa informe, la ggente.

Alla fine, per una persona sottoposta per tutta la vita al tam tam,  “la gente” sono tutti quelli che non conosce, massa amorfa e potenzialmente infida, una tacca sotto le persone.

I migranti.? Quando va bene, “povera gente”.

Poi ti capita di sentire un medico volontario che ti racconta di come gli occhi gli si siano aperti per davvero quando ha scoperto che un membro di quella,povera gente, che stava curando, insieme al figlio, era un collega. Un dottore scappato dall’inferno di Aleppo. In quel momento, per lui, la gente e’tornata ad essere fatta di persone.
Dovremmo ricordarcelo per davvero: La gente siamo noi, sempre e quindi quando senti dire “la gente”, non ti chiedere per chi suona la campana e per chi vola l’uccello padulo. Suonano e volano per te.

Trappole 4: La paura

“ La paura fa 90”, si diceva un tempo.   In effetti poche cose funzionano bene come la paura per far correre la gente.   Il problema è che se mette il turbo ai piedi, lo toglie al cervello.   In altre parole, quando si ha paura si corre veloci, ma difficilmente si sceglie la buona direzione.

Facciamo un esempio d’attualità: il terrorismo.

La parola in origine significava una forma di governo basata sul terrore.   Gli esempi storici spaziano Dionigi (tiranno di Siracusa), a Nerone, fino a Pol Pot, passando per gli immancabili Adolf & Joseph.    Ai giorni nostri  la Corea del Nord, per capirsi.   Un uso giornalistico del termine lo ha esteso a gruppi criminali più o meno politicizzati che usano il terrore come strumento per perseguire i propri scopi.   Talvolta si tratta semplicemente di controllare il traffico di stupefacenti su di una certa rotta, talaltra di acquisire fama internazionale a buon mercato; fino alla destabilizzazione di interi stati, secondo i casi.

Una sola cosa hanno in comune questi e gli altri esempi possibili: ammazzare più gente possibile più o meno a caso, in modo che l’opinione pubblica, e dietro di essa i governi, facciano quello che i terroristi desiderano.   Può essere avere i titoloni gratis sulla stampa nazionale o mondiale, come l’elargizione di soldi e protezioni in cambio di tranquillità.   Oppure il varo di norme vessatorie che allarghino la base d’appoggio dei criminali e molto altro ancora.

Ci sono molte cose che si possono fare per contrastare il terrorismo.   Molte di queste sono appannaggio dello stato: polizia, servizi segreti, esercito, eccetera.   Ma la principale rimane in carico ad ogni cittadino: non lasciarsi terrorizzare.
Quando ci sono decine o centinaia di morti la rabbia ed il dolore sono normali, la paura anche, ma il terrore è un’altra cosa.

Quanta gente ammazzano i terroristi?

La figura 1 illustra i risultati di un sondaggio che stima il rischio reale ed il rischio percepito:

rischio reale e rischio percepito

Si capisce a colpo d’occhio che ciò che fa più paura (attacco terroristico, incidente aereo, elettrosmog) non ha niente a che fare con ciò che è più pericoloso (cancro, incidente d’auto, surriscaldamento climatico).

E come andavano le cose quando la maggior parte di noi era giovane?   Decisamente i venti anni dal ’70 al ’90 sono stati assai peggiori, eppure non ci sono state le crisi di nervi collettive, né lo stato di emergenza imposto ad intere nazioni a tempo indeterminato.

image (1)Se poi andiamo a vedere la percentuale di vittime, troviamo che l’Europa è un bersaglio del tutto marginale nelle diverse strategie terroristiche attualmente in atto nel mondo: 420 morti contro oltre 108.000 nel resto del mondo. (N.B. il dato relativo agli USA è sottostimato in quanto non considera i morti in sparatorie provocate da soggetti di estrema destra.   Il dato sulla Siria non comprende i morti nei bombardamenti governativi che sono l’80% dei civili uccisi).

Questo non significa che dobbiamo far finta di niente o minimizzare.   Significa però che la nostra abituale reazione (farsi prendere dal panico) è assolutamente ingiustificata.   Peggio: è probabilmente quello che i terroristi sperano che facciamo.   Dunque è il miglior incentivo alla loro azione.

Altre fonti e studi troveranno risultati un po’ diversi, ma la sostanza non cambia: ci stiamo comportando collettivamente in modo più sbagliato possibile.

Che facciamo?

Per essere chiari, non saranno certamente le marce per la pace che fermeranno il terrorismo, ma neppure le squadracce che picchiano chi gli capita a tiro.   Il terrorismo, inteso in senso moderno, è una parte inevitabile del nostro mondo e lo sarà ancora per decenni.   Possiamo fare molto per limitarlo, ma niente per eliminarlo.   Tant’è imparare a conviverci, pur senza smettere di ostacolarlo.   Il desiderio di sicurezza è legittimo e naturale, ma può facilmente condurre a qualcosa di infinitamente peggio di una certa dose di terrorismo criminale: un terrorismo di stato.   Perché dai criminali, almeno in parte, ti protegge lo stato, ma dallo stato, chi ti proteggerebbe?

E qui torniamo agli esempi storici di terrorismo.   Se è vero che probabilmente l’unico governo attuale autenticamente terrorista è quello di Kim Jong-Un, è altrettanto vero che sono molti i governi che stanno adottando la paura non solo come metodo di repressione del crimine, ma anche come strumento politico.   La fine di Regeni è abbastanza indicativa in questo senso, ma sono tanti i paesi dove essere all’opposizione costa la vita od il carcere.
Perfino nel cuore dell’Europa assistiamo ad una deriva simile.   I provvedimenti turchi contro la libertà di stampa, lo stato d’emergenza sine die in Francia sono solo la punta di un iceberg che stiamo assemblando pezzo per pezzo.   Siamo ancora molto lontani da governi terroristi, ma la distanza diminuisce e l’esperienza dimostra che la differenza fra protezione e prevaricazione tende a sfumare col tempo.

libertà versus sicurezza

La gradualità è il modo migliore per rendere impercettibile l’attraversamento di certe soglie che, viceversa, dovrebbero essere evitate a qualunque costo.   Anche a costo di morire per mano di una banda di pazzi criminali.