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Deboli di Costituzione.

pistola-flagE’ passato oltre un mese da un post che avevo deciso di NON pubblicare, perché si parlava di Costituzione, certo ma anche e sopratutto di cittadini. Salvata, per così dire la Costituzione, ora resta da fare i cittadini. Avrete pur visto che , dopotutto non è successo nessuno sconquasso. come, purtroppo, non è cambiato molto scambiando Arlecchino e Pulcinella sul palco.

In ogni caso il post ORA ha un senso maggiore che nell’immediatezza del referendum.

A mio sindacabilissimo giudizio, vi tocca sciropparvelo.

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22 Novembre 2016, Lettera ai lettori

Ormai, vada come vada, avrete già deciso come votare nel babbo di tutti i NON-eventi.

Ovvero nel NOIOSISSIMO ed INUTILISSIMO referendum Costituzionale.

Lasciatemi dire la mia, in libertà. A partire da un fatto evidente: Nessuna riforma costituzionale potrà  cancellare l’evidenza dei fatti: che siamo deboli, debolissimi di Costituzione. Di quella che conta, ovvero di una identità sociale, culturale e nazionale che ci permetta di ritrovare energie ed obbiettivi, l’unica cosa che potrebbe, diversamente biondi permettendo, salvarci dalla madre di tutte le Crisi, reloaded.

Questo referendum, in primo luogo, è un non evento perché, in un paese di buon senso, non si sarebbe mai tenuto. Perché le riforme in oggetto non sarebbero mai state proposte.

Non perché siano particolarmente nefaste ( ed in effetti, a mio giudizio, lo sono) ma perché sono, appunto, inutili, ininfluenti.

Inutili perché la nostra Costituzione, anzi: QUALUNQUE Costituzione è inutile senza Cittadini. Senza persone determinate a difendere e rafforzare il patto sociale che li lega sotto il tetto di regole condivise ed uguali ( si spera) per tutti e che si spera democratico.

E cittadini, in Italia, ne sono rimasti pochi, ammesso che ce ne siano stati mai molti in un paese individualista e settario come il nostro. In effetti è il patto Sociale, il progetto di Società concepito ormai 70 anni fa, la promessa di un futuro migliore e condiviso, a partire DAI LAVORATORI, ovvero da coloro che si costruivano il proprio benessere con le proprie mani, che vacilla, che cede. La nostra Società vaga, senza una direzione precisa, anzi nel tradimento dell’articolo 1 della Costituzione stessa . Mi pare infatti chiaro che la Repubblica attuale NON è fondata sul Lavoro (ammesso che esista ancora, come Repubblica e non sia ormai diventata una oligarchia di fatto).

Come è facilmente verificabile, l’articolo avrebbe dovuto terminare con “fondata sui lavoratori”, per rimarcare il primo soggetto destinatario e beneficiario del patto sociale ma, data la situazione internazionale, l’incipit sembrava troppo proiettato verso il socialismo reale per poter essere accettato da tutti i Padri Costituenti. Si trovo un compromesso che soddisfacesse i tre principali partiti popolari di allora.

Senza stare a ripercorrere la Storia di questi ultimi 70 anni è evidente che le modifiche proposte e del resto tutta la legislazione recente NON sono partite da quel famoso articolo 1 ma vadano, piuttosto, verso una fantomatica “governabilità” in grado di per se di garantire nuovi e radiosi giorni al nostro paese. In pratica, riconsegnerebbero il paese in mano ad una ristretta oligarchia, non eletta ( come è noto) ma, al massimo, indicata dagli elettori.

Del resto i lavoratori, al di la delle chiacchiere, hanno visto erose quando non cancellate buona parte della conquiste sociali ottenute nei primi 30 anni di Repubblica, in nome della demenziale “competitività.” Demenziale perché il costo del lavoro, in un paese come l’Italia, vale mediamente pochi percento del costo del prodotto finito e quindi, anche facendo lavorare le persone gratis, non potrebbe, da solo, risollevare l’economia, senza contare che, ovviamente, i poveri non comprano e non consumano. 

Detto questo, quella della necessità di una maggiore governabilità che non andrebbe a discapito della democrazia è una balla ed anche grossa. Perché, intanto le democrazie, per definizioni sono MENO governabili e meno stabili delle oligarchie e, sopratutto delle dittature. Ogni aumento di governabilità implica automaticamente, in qualche misura, una riduzione nella democrazia.  Siccome questa è stata mooolto erosa dal combinato disposto di leggi elettorali, diktat della trimurti internazionale a Presidenti compromessi con ogni potere altro da quello dal quale dovrebbe derivare il suo potere e tutte le altre varie cosuccie successe in questi anni, di democrazia in questo paese ne era comunque rimasta piuttosto poca.

La balla più grossa, comunque, è quella che la nostra struttura di governo con due camere paritetiche non permetterebbe lo svolgimento di una rapida funzione legislativa.

Ricordo solo una cosa: siamo il paese con più leggi, decreti ministeriali, decreti legislativi, decreti legge, decreti attuativi di tutta l’Europa e probabilmente di tutto il mondo cosiddetto civile.

Se la produttività di un parlamento si misurasse dal numero delle leggi, beh non avremmo certo bisogno di cambiare nulla.

Eppure, direi, queste centinaia di migliaia ( pare) di leggi e leggine NON hanno prodotto uno Stato perfetto, equanime, giusto, corretto, efficiente.

Sono MOLTO spesso,imperfette, farraginose, autoreferenziali, contraddittorie, illeggibili. E questo nonostante due o più passaggi dall’una all’altra camera.

Credo che sia difficile negare che un cospicuo numero delle nostre leggi siano scritte con i piedi ed attuate/applicate con ….altre parti del corpo. Per quale motivo, quindi, se i nostri legislatori sono così poco preparati, così eterodiretti, così incerti, da non riuscire a produrre leggi decenti dopo passaggi multipli, le cose dovrebbero migliorare quando questi passaggi fossero ridotti?

Ma, si dice, c’e’ bisogno di decisioni rapide in un mondo dinamico e mutevole come quello odierno. Si insiste che i tempi della costituzione erano altri: remoti, bucolici, rallentati, in una parola, placidi. Eh?! Ehhh?!! EEEHH??!!! No, dico: noi, a 25 anni da Mani Pulite, non siamo ancora riusciti a ricostruire una seconda repubblica decente. I nostri Padri Costituenti in 25 anni si  sciropparono due guerre mondiali, un ventennio fascista e la Ricostruzione, che portarono a termine in meno di dieci anni.

Le leggi sulla tutela del lavoro, dell’ambiente, della sanità e previdenza pubblica. Oltre metà delle nostre città, buona parte della rete autostradale e ferroviaria, interi reparti industriali ( automobilistico, elettrico, chimico) sono stati ricostruiti o costruiti di sana pianta nei primi dieci, quindici anni della Repubblica ed osiamo dire che erano dei placidoni che si erano costruiti una struttura parlamentare faraginosa, adatta ai loro tempi lunghi?

Solo una Nazione, fragile, esile, malaticcia e stordita, debole, debolissima di Costituzione, senza memoria e, direi, senza pudore ne vergogna, si lascia raccontare frottole di questa portata da mezze calzetta di questa fatta, incapaci di riscrivere gli articoli della Costituzione senza trasformarli in un guazzabuglio illeggibile. Solo chi si è sempre disinteressato del significato e del valore della Costituzione, perché probabilmente non ha mai dovuto combattere per avere il diritto di averne una che non fosse calata dall’alto e fatta su misura per le oligarchie dominanti. Solo, infine, chi è già pronto per consegnare quel che poco che resta della struttura democratica dello Stato, pur di tornare alla crescita. sola salvatrice del futuro. Niente crescita, nessun futuro, è il mantra che continuano a raccontarci.

Siccome la crescita infinita in un pianeta finito è impossibile, consegnare il proprio futuro a chi continua ad illuderci di qualcosa che è impossibile, equivale a credere nei miracoli. Quelli di serie B, fatti da un santo falso che cammina sull’acqua perché ha i trampoli, che moltiplica i pani ed i pesci perché li frega a quelli più poveri di voi, che il discorso della montagna lo fa per convincervi che essere poveri, disperati e fessi è un bene perché grande sarà la vostra ricompensa.

Nell’altro mondo.

La prima Costituzione, è dentro di noi.

 

REFERENDUM! Occhio che stavolta è diverso.

A proposito del referendum, vorrei profittare di questa pagina per ricordare alcuni punti ed esprimere un’opinione.

Il primo punto da ricordare bene è: qui non si tratta di abrogare o modificare una norma specifica, bensì di modificare in maniera sostanziale la Costituzione.   Ovvero la base stessa della legalità.   Si può essere a favore o contro, ma non si può pensare che sia poco importante.

Il secondo punto è che questo non è un referendum abrogativo, bensì propositivo.
Siamo abituati a delle consultazioni che intendono abrogare una norma già in vigore.   Dunque chi non vuole quella norma vota si e chi la vuole vota no.  Stavolta è il contrario!  Le modifiche proposte da Renzi non sono in vigore.   Chi le vuole deve votare SI e chi non le vuole deve votare NO.   Sembra banale, ma è meglio dirlo una volta di troppo.

Il terzo punto è che stavolta NON c’è quorum.   Facciano attenzione, tutti coloro che pensano che per boicottare un referendum basti non andare a votare.    Stavolta, se voterà una sola persona, tutti dovranno poi fare quello che a deciso quel tale.   Quindi, comunque la pensiate, dovete andare a votare.   O, in alternativa, rinunciate a qualunque lamentela circa il risultato.

Il quarto punto è che la Costituzione dovrebbe essere il testo di base cui tutte le altre leggi si riferiscono.   Il testo proposto da Renzi, al contrario, contiene paginate di riferimenti a leggi ordinarie, molte delle quali ancora da farsi.   Il che significa che, se passasse, sarebbe poi possibile ulteriormente modificare il funzionamento della costituzione manipolando leggi ordinarie con procedure ordinarie.

Un quinto punto richiede un po’ più di parole.    La campagna per il si di Renzi è fuffa.   Puro marketing che non ha niente a che vedere con i suoi piani per dopo.    Lo sappiamo perché ha assunto per la modica cifra di 400.000 euro ad un tal Jim Messina che non è un esperto di politica, bensì un esperto di marketing e di campagne pubblicitarie.   Quello che diresse la seconda campagna elettorale di Obama, per capirsi.   Dunque uno che  non sa niente della politica italiana ed europea e neanche gliene frega niente.   Fa solo pubblicità e per farla ha visto nei sondaggi che l’Europa è poco popolare (senza peraltro preoccuparsi di sapere cosa sia, né come funzioni).   Ed ecco che Matteo spara a zero sulle istituzioni comunitarie a casaccio, senza preoccuparsi delle conseguenze.
Un esempio per capirsi.   La legge di bilancio che sarebbe stata bocciata dalla Commissione perché contiene dei fondi in più per le scuole e la ricostruzione.    Tanto che, per rappresaglia, il nostro sta rallentando e minaccia di bloccare l’approvazione del bilancio comunitario.     Si da però il caso che i soldi per le emergenze (ad es. terremoto e migranti) siano fuori dai parametri di Maastricht per trattato.   Anzi, nel bilancio che Matteo minaccia di bloccare ci sono anche i fondi speciali della Commissione Europea per ricostruire la cattedrale di Norcia.   Oltre a buona parte dei soldi che sta promettendo in giro “contro tutto e contro tutti” e che, invece, sono fondi europei già stanziati.
A Renzi ed a Mr. Messina tutto ciò non interessa.   L’importante per loro è che il 4 dicembre la riforma passi.   Poi cambieranno i toni, cambieranno le leggi di bilancio, cambierà tutto.  E se nel frattempo l’Italia avrà perso una buona parte delle residue possibilità che aveva per discutere una modifica dei trattati europei, “chissenefrega”!

Questi alcuni fatti.   Ora la mia opinione personale di individuo che non è né un giurista, né un costituzionalista.    Chi volesse studiarsi i dettagli, può andare a leggersi questo:  Raffronto Proposta Costituzione.pdf .

Tirando le somme, ciò che credo di aver capito è che si intende girare di 180° l’impostazione della costituzione vigente.
Nel 1946, i Costituenti si erano posti un doppio problema.  Uno, come impedire che il partito che avesse vinto le elezioni potesse avere il 100% del potere, mettendo alle corde tutti gli altri. Due, come impedire che un capo carismatico potesse prendere il controllo dello Stato grazie al suo fascino personale.
Già con l’ordinamento vigente questo tipo di impostazione fu radicalmente modificato, nei fatti, da Berlusconi che, grazie appunto al suo carisma personale ed ai suoi mezzi economici, per 20 anni tenne la politica italiana ostaggio della sua persona, anche quando era all’opposizione.    Adesso Renzi vuole sancire e rafforzare questa tendenza.   Se ho capito bene, il nocciolo della sua riforma è che chi vince fa cappotto e per 5 anni fa e disfa senza che nessuno possa ostacolarlo.
Questo qualcuno potrebbe essere Renzi o chiunque altro.    E non è nemmeno certo che, dopo 5 anni, questo tizio abbia tanta voglia di rifarle le elezioni.   Oppure potrebbe farle con una legge elettorale su misura per se.   Chi glielo impedirebbe?

Quando andrete a votare, pensateci bene per favore.

Omaggio a tre pionieri

Articolo già apparso sul blog “Malthus non aveva poi tutti i torti” il 18 gennaio 2016.

MalthusGira e rigira si torna sempre dal reverendo Thomas Robert Malthus.  Grande amico personale di David Ricardo. Fra una tazza di thè ed bicchierino di sherry, i due avevano capito molto di come funzionavano i rapporti fra economia e popolazione.   Come tutti i pionieri, si erano sbagliati su molte cose e, d’altronde, il mondo è cambiato non poco da allora.
Tuttavia alcuni punti dei loro ragionamenti rimangono validi a distanza di quasi due secoli.

Il primo è che, se non si interviene per limitare volontariamente la natalità, la crescita demografica sarà più rapida delle crescita economica, condannando la maggior parte della popolazione ad una miseria sempre più nera.

Il secondo è che la crescita demografica aumenta l’offerta di mano d’opera minando il potere contrattuale delle classi lavoratrici.   In pratica, sostenevano che, in assenza di adeguate misure, un aumento dei salari avrebbe causato un aumento della popolazione, il che avrebbe portato ad una nuova riduzione dei salari.   In pratica, i salari erano per natura nell’ordine di grandezza della mera sopravvivenza del lavoratore con la sua famiglia.   Un miglioramento, quando possibile, sarebbe stato temporaneo.   Per le classi popolari, l’unica arma di difesa sul lungo periodo era, secondo loro, ridurre la propria fertilità.

Il terzo punto era che, aumentando la popolazione di un paese, l’unica alternativa al disastro del medesimo era la massiccia emigrazione del surplus, il che non faceva che trasferire il disastro sulla pelle di altri popoli incapaci di difendersi.    La storia non ha fatto che confermare tragicamente questa previsione.    La marea montante in Europa è dilagata verso est e verso ovest travolgendo tutto ciò che poteva ostacolarla.

Tutti questi punti sono stati negati e ridicolizzati negli anni ruggenti della petrolizzazione dell’economia.   Per una trentina d’anni, infatti, la crescita economica è stata più rapida della pur esplosiva crescita demografica ed il povero Malthus fu postumo oggetto di ogni dileggio.    Mentre di Ricardo si ricordarono solo le opinioni in linea con la moda.   Ma trascorso qualche decennio ancora, dagli armadi in cui erano state relegate, queste osservazioni sono tornate a tormentare le nostre coscienze.     Diamo un’occhiata all’andamento dei salari ed alle offerte di impiego per i giovani da una decina d’anni e passa a questa parte.   Si tratta di una crisi passeggera, come molti asseriscono, o di un ritorno alla normalità?

Vedremo, ma circa un secolo prima di Malthus e di Ricardo, un altro suddito britannico aveva già capito che la crescita demografica condanna il popolo alla miseria.    Non era uno scienziato, ma anche egli era un pastore anglicano: Jonathan Swift.    Divenne  famoso come romanziere, ma da grande scrittore qual’era, osservava la realtà con una rara perspicacia.   E la descriveva con spietata lucidità.

Nel 1729 pubblicò un libello dal titolo “Una modesta proposta: per impedire che i bambini irlandesi siano a carico dei loro genitori o del loro Paese e per renderli utili alla comunità”.
Una lettura che consiglio a tutti coloro che non sono deboli di stomaco.   Immediatamente stroncato dal pubblico e dalla critica che forse non capì il disperato sarcasmo dell’opera, o forse perché lo capì anche troppo bene, ad oggi rimane una lettura volutamente disturbante.   E per una buona ragione.   Niente è più tragico del destino di un popolo che si scontra brutalmente con il limite di capacità di carico del proprio territorio.
In poche pagine Swift realizza uno dei primi (forse il primo) capolavoro dell’humour noir della letteratura europea, descrive con spietato realismo le condizioni di vita dei poveri d’Irlanda ed indica senza mezzi termini le cause di tutto ciò: l’avidità dei ricchi e la stupidità dei poveri.   In particolare, con il suo inconfondibile stile, dice chiaramente che la riproduzione forsennata condanna senza remissione possibile i poveri alla miseria.   Qualunque cosa accada.
Swift morì senza figli e lasciò il cospicuo patrimonio che aveva accumulato come scrittore alla città di Dublino, ma non per nutrire i poveri, bensì per costruire il primo manicomio d’Irlanda (una realizzazione di assoluta avanguardia a quell’epoca).   Spiegò nel testamento che un manicomio era l’istituzione più necessaria in un paese di pazzi.

Il discensore sociale

Forse ciò che più ha entusiasmato coloro che erano giovani negli anni ’50 e ’60 è stato il famigerato “Ascensore Sociale“.    Cioè la possibilità che tanti figli di operai e contadini hanno avuto di scalare la società diventando funzionari, imprenditori, professionisti, eccetera.
La cosa ha lasciato una traccia tanto profonda che ancora se ne parla come di qualcosa di attuale.   Ma sono passati cinquant’anni.    Due generazioni dopo quel magico periodo, che cosa è rimasto di tale meraviglioso congegno?

Nel 2001, cioè in “tempi non sospetti”, l’Università Bicocca di Milano, pubblicò uno studio riguardante il decennio precedente (dunque gli anni ’90).    La domanda era: i giovani dell’epoca facevano lavori migliori, peggiori od uguali a quelli dei loro genitori?
Ebbene, il risultato fu impietoso.

discensore sociale Jacopo SimonettaI ricercatori avevano diviso i lavoratori in quattro grandi categorie:   In vetta imprenditori, super-dirigenti e grandi professionisti.    Seguivano funzionari e liberi professionisti; infine operai ed impiegati.
Per ogni categoria, si era tenuto conto del lavoro svolto dai genitori e di quello svolto dai figli.   Ebbene, anche se negli anni ’90 un certo numero di figli ancora riuscivano a scalare posizioni migliori di quelle dei propri genitori, era nettamente superiore il numero di figli appartenenti ad una classe sociale inferiore a quella paterna o materna.

Ad esempio, ben il 46% dei figli di imprenditori e super-dirigenti era finito come funzionario ed un altro 22% come impiegato od operaio.   Contro un 15 % di figli di funzionari ed un 5 % di figli di impiegati od operai che erano riusciti a scalare la vetta.

In complesso, la classe dei lavoratori molto ben pagati aveva subito una consistente perdita nel cambio generazionale (-45%), con una massa considerevole di rampolli che si erano trovati rigettati in una classe sociale subalterna quella in cui erano nati.
Insomma, negli anni ’90 la disoccupazione giovanile non era un problema drammatico come oggi, ma l’ascensore sociale era già in avaria e quello che funzionava a pieno regime era piuttosto un efficace discensore sociale.

Contestualizzare il dato.

Perché ci interessa?    perché questo fatto è un indicatore molto potente del fatto che già allora la crescita economica fosse finita da un pezzo.   Anzi, che l’onda di riflusso fosse già cominciata dallo scontro fra un’economia in stagnazione ed una popolazione in crescita.

Economia in stagnazione negli anni ’90?    ERESIA!
Siamo sicuri?    Il PIL era in crescita, verissimo, ma…
Ma tanto per cominciare il PIL è un indicatore dei flussi di denaro, non dello status sociale o della qualità di vita dei cittadini.   Inoltre, i parametri di calcolo sono stati costantemente cambiati a partire dai primi anni ’80, rendendo di fatto non confrontabili i dati su scale temporali decennali o più.
Per l’Europa e l’Italia non credo che esistano dati alternativi a quelli ufficiali, ma per gli USA ci sono e l’economia USA è fortemente indicativa della situazione, perlomeno a livello di “primo mondo”.

Qui mi limiterò a riprendere alcuni dati che ho già utilizzato in un vecchio post.     Sono dati resi disponibili da alcuni ricercatori della Massachusetts University che si sono presi la briga di rifare i calcoli del PIL USA al netto dell’inflazione, utilizzando per tutti gli anni gli stessi parametri di calcolo.
crisi economica globaleEbbene, se il ricalcolo è corretto, almeno negli Stati Uniti la crescita vera pare essersi fermata agli inizi degli anni ’70 (forse non per caso in corrispondenza della prima crisi petrolifera).   Poi il PIL ha continuato a salire fra alterne vicende, ma solo grazie alla contemporanea esplosione del debito e della borsa.    Fino alla fine della guerra fredda il gioco ha funzionato, poi vediamo che neppure la crescita esponenziale del debito e l’esplosione della “new economy”  sono più riuscite a sostenere una crescita dell’economia reale, mentre la qualità della vita declinava.   Con il 2.000, malgrado tutti gli sforzi,  l’economia americana è entrata decisamente in contrazione e la qualità della vita del cittadino medio pure.   Nel frattempo, gli indici di borsa entravano un una fase di estrema volatilità da cui non sono più usciti.

Per l’Italia non disponiamo di dati sul PIL indipendenti dagli enti di governo, ma li abbiamo sul debito pubblico che indicano un’esplosione a partire dalla netà degli anni ’60, con una fase di stasi negli anni ’90, prima di ripartire fuori controllo.   Questo potrebbe suggerire che da noi la crescita avesse cominciato a rallentare prima ancora che in USA, il che è coerente con il fatto che eravamo, e tuttora siamo, un paese periferico dell’impero USA.crisi e debito

Altri paesi hanno seguito parabole analoghe, anche se spostate nel tempo.   Ad esempio, Cina ha avuto la sua fase di crescita economica più convulsa nei venti anni approssimativamente compresi fra il 1985 ed il 2005 grazie ai massicci investimenti esteri ed al non meno massiccio trasferimento di impianti e tecnologie occidentali.
Ma sia pure con modi e tempi diversi rispetto agli altri paesi, anche in Cina il rallentamento dell’economia traspare oramai anche attraverso l’intensa manipolazione dei dati ufficiali, così come dal rilancio di forme di propaganda e di repressione che molti credevano oramai consegnati alla storia.

E allora?

Il picco dell’economia globale forse è stato fra il 2005 ed il 2010.   Probabilmente non a caso in corrispondenza con il picco globale della disponibilità di greggio, ma anche preoccupantemente in linea con i tempi dello scenario base dei “Limiti dello Sviluppo”.

Limiti dello sviluppo

Molti contesteranno questa idea con dovizia di dati, ma ritengo che, quando è scoppiato il bubbone nel 2008, la crisi fosse già consolidata da molti anni nel cuore stesso delle economie occidentali.  Se la maggior parte di noi non ci aveva fatto caso è stato solamente per un insieme di fattori fra cui l’abitudine, il potere tampone del debito, il martellamento mediatico ed il fatto che, ancora, non erano stati toccati i patrimoni piccoli e grandi accumulati nella fase precedente.   Man mano che i risparmi vengono erosi, le proprietà divengono un peso ed i vecchi dotati di buone pensioni muoiono, diviene semplicemente evidente una malattia  che abbiamo oramai da molto tempo.  Un po’ come quando ci si rende conto di avere l’AIDS, magari dopo venti o trent’anni che abbiamo contratto l’HIV.

Tutto questo per dire di non fidarsi di chi identifica le cause della crisi in eventi recenti, ma soprattutto di non fidarsi di nessuno che prometta di guidare il Paese verso un nuovamente fulgido avvenire, quale che sia la medicina proposta.

 

 

Come vincere le elezioni ed avere sempre ragione.

altan-dibattito-tv

Confessatelo. A noi lo potete dire! La cosa MIGLIORE dopo le elezioni non è tanto (o solo) chi ha vinto o meno. Terminate anche le ultime raffinatissime analisi del post voto, compreso quelle delle urine dei neoletti (potrebbe succedere) rischierate le truppe per la prossima battaglia, sguinzagliati i reporters a ricostruire le biografie delle “facce nuove”, fatto un poco di “toto nomine”, NON CI SONO, per un poco, i DIBATTITI, dove ciascun candidato, come dire, sciorina la sua mercanzia.

Eppure i dibattiti sono fondamentali, per vincere le elezioni e, dopo vinte, per avere sempre ragione. Anzi: RAGIONE.

Siccome potreste essere curiosi e siccome, dopotutto, la vita è un continuo dibattito, colloquio o dialogo, ecco che vado a mostravi alcune semplicissime tecniche  per avere sempre ragione, in ogni dibattito/colloquio/dialogo e, quando e se serve, vincere le elezioni.

Un poco scherzo, sia chiaro. Ma un poco, come si dice oggidì, anchenò. Visto che su queste cose stuoli di spin doctors ci campano, non ho grandi pretese. Mi limiterò a citarvi alcune tecniche classiche ma molto molto molto classiche, in modo da darvi gli strumenti per vedere come queste tecniche retoriche siano DAVVERO utilizzate in ogni santo, dannato e spesso noiosissimo dibattito. Di solito, chi li usa meglio vince il dibattito. Di solito, chi vince sufficienti dibattiti vince anche le elezioni. Gli esempi che porto per esemplificare sono ovviamente inventati da me e seguono la mia personale sensibilità ma sono sicuro che potrete richiamare alla memoria casi REALI a cui avete certamente assistito almeno una volta.

Partiamo dalla più classica delle tecniche: la confutazione di quanto affermato dall’avversario: Può essere ad rem: ovvero quanto affermato è in disaccordo con qualcosa di facilmente verificabile da tutti, oppure ad hominem: è in disaccordo con quanto affermato dall’avversario precedentemente.

Tipico, no?

Ovviamente l’avversario ribatte punto su punto ed ecco che comincia una schermaglia che ha ben definiti metodi ed utilizza stratagemmi ben riconoscibili. ne citerò alcuni, comuni ma non ovvi. Tanto per capirsi:Infamare l’avversario e buttarla in zuffa è un metodo troppo ovvio ( cosiddetto ad personam)per essere citato.

1) Postulare ciò che andrebbe invece dimostrato: ad es: Le Olimpiadi sono una occasione unica per la città….

2) Inferenza arbitraria: Se l’avversario accetta le ragioni in un caso particolare, portarlo immediatamente sul caso generale: es: alcuni immigrati sono estremisti/malati/ladri/ ergo gli immigrati rubano, ci infettano, mettono in pericolo la nostra vita.

3) Ridicolizzazione dell’opposto: Presentare l’opposto della propria tesi, in modo che l’avversario sia costretto a rifiutare lo scenario. Es: Immaginiamoci di accogliere liberamente tutte le persone che chiedono asilo, da qualunque parte vengano e per quanti siano, come pensa di nutrire, alloggiare, far campare queste persone? E’ pronto a prendersele a casa sua?….

4) Ampliamento: generalizzare all’estremo grado una affermazione dell’avversario, restringendo invece il campo della propria tesi contrapposta es: Lei quindi vorrebbe dare l’assegno di cittadinanza a tutti? ed allora perché non anche a tutti gli immigrati regolari, che magari già pagano le tasse? anche agli assassini, ai figli di mamma ricchi, ai miliardari nullatenenti, ai maestri di sci con i conti in svizzera? NOI, invece ci limitiamo a dire che le persone realmente in stato di bisogno non devono essere lasciate sole...

5) Retorsio argumenti: l’argomento che l’avversario porta a sostegno di una sua tesi viene usato meglio contro di lui. Esempio: la nostra amministrazione ha amministrato bene la città, riducendo i rifiuti in strada, avviando numerose opere, portando a termine alcuni eventi. Le vorrebbe dire che l’opera x era davvero utile? Vuol dire che negli ultimi sette anni i poveri sono diminuiti? afferma che le strade sono perfette? Etc etc etc

6) Apagoghe: trarre a forza dalle affermazioni dell’avversario tesi che in realtà non vi sono contenute e/o intenzioni che non sono quelle dell’avversario. Ad esempio: Se lei è contro la nostra riforma allora è per mantenere un sistema ingessato e per l’instabilità di governo… etc etc etc.

7) Tecnica mista/socratica. Frequente, ovviamente. Ad esempio: Lei è d’accordo che il benessere delle famiglie sia la cosa più importante in questo momento…. e che questo benessere dipenda dal lavoro…e che il lavoro dipenda dalla crescita… e che la crescita, in ultima analisi dipenda dalla sicurezza ed affidabilità percepita del paese..converrà quindi con me che, per raggiungere questa affidabilità ed attirare gli investitori bisogna dare seguito ad indispensabili riforme, nel settore del lavoro della previdenza, della sanità, delle privatizzazioni…. QUINDI etc etc. A meno che lei, naturalmente, non sia un esponente della sinistra radicale etc etc etc

Se state perdendo il dibattito o siete comunque in difficoltà o la faccenda sta diventando soporifera per chi ascolta vi sono almeno tre tattiche tipiche.

a) Diversione. E’ il classico: “la questione non è questa” che avrete sentito mille e mille volte. si cerca di portare la discussione fuori strada, possibilmente su un terreno più favorevole o almeno più incerto per l’avversario.

b) “Facite ammuina“: ovvero, come si dice a Roma, buttarla in caciara. Nella gazzarra, dando sulla voce ed impedendo ogni conclusione si impedisce all’avversario ed anche a chi ascolta di farsi una idea sulla cosa e, se per questo, anche sulle posizioni in rapporto alla cosa delle due parti.

c) “Redutio ad Hitlerum”. O ad Stalinum. O ad Mussolinum.

In sostanza, mentre l’avversario cita cose positive a sostegno di una sua tesi, affermare qualcosa tipo “si, i treni in orario sono importanti ma sotto Mussolini i treni arrivano in orario e non per questo voglio vivere in una dittatura”. Oppure: “Si, certo statalizziamo le banche salvate dal governo e poi continuiamo con le aziende. Finiremo in un batter d’occhio ai gulag ed alla dittatura del proletariato”.

…Si potrebbe continuare un bel pezzo. Lo scopo, ribadisco era di rendersi conto, insieme, che quel si dibatte sui media è davvero strutturato come un gioco delle parti con regole precise che portano, se ben comprese e seguite e quasi in automatico, risultati positivi (per chi le applica meglio). Ho la vaga speranza che, lette queste povere righe, siate presi dalla curiosità di approfondire da soli, se non altro per riconoscere all’opera le varie tecniche, specialmente quando sono utilizzate da bravi professionisti (sempre meno in verità). Mi pare ovvio affermare che uno TROPPO bravo in queste manfrine dovrebbe essere valutato attentamente, depurando tutte le fumisterie, in modo di arrivare SE esistono, alle sue reali intenzioni/capacità. Questo ovviamente è tanto più vero quanto più montano argomenti “di pancia” nella Società e nella “politica” (le virgolette sono d’obbligo, se uno torna all’accezione originale di Platone e lo confronta con l’attuale versione).

Il bello è che NON dovrete cercare molto per approfondire: Schopenhauer, filosofo più scherzoso di quanto mi ricordassi, ha scritto, oltre 160 anni fa, un’operetta quasi definitiva in merito, l’arte di ottenere ragione. Operetta in cui troverete gli esempi da me citati e molti, molti, altri. Abbastanza, se ben applicati, per vincere ogni dibattito, avere sempre ragione ed essere eletti alle prossime elezioni. (un poco per scherzo, ma anchenò).

Chi mantiene le promesse elettorali? Risposta semplice…

il mio nome è nessuno

Risposta breve: Nessuno. Mai. In nessun posto.

Lo spiritoso mural recita:

Vota per: NESSUNO

Nessuno manterrà le promesse elettorali
Nessuno ascolterà le tue preoccupazioni
Nessuno aiuterà i poveri e i disoccupati
Nessuno si interessa!

Se Nessuno sarà eletto le cose andranno bene per tutti

NESSUNO DICE LA VERITA’

Ha ragione ahimé, noi, voi, essi.

E lo sappiamo.

Ed allora Perché continuiamo a votarli?

Semplice: Per paura, per speranza. Paura di un cambiamento che sentiamo minaccioso o pericoloso e speranza che questo cambiamento avvenga.

Il guaio è che, per avere abbastanza voti, bisogna promettere tutto ed il contrario di tutto. In una situazione in cui, SE fossimo onesti, si dovrebbe ammettere che il mondo è cambiato per sempre e che è ora di riformulare le attese per il nostro futuro e quello dei nostri figli, riportandole all’interno di quanto è possibile in un pianeta finito, con risorse in esaurimento, decisamente sovrappopolato e con una forte crisi di identità (eufemismo). Poiché quindi lo ‘Iatus’ tra quanto è possibile o consigliabile fare e quanto le persone (la ggente) si attendono aumenta, ogni singolo partito sta diventando sempre più populista. Ovvero si prepara ad esercitare un potere plebiscitario, una carta bianca firmata dagli elettori (la minoranza che voterà il raggruppamento politico che otterrà la maggioranza dei seggi).

In poche parole la democrazia scivola, per necessità di cose, verso la demagogia. E questa, come ricordava Tucidide quasi 2500 anni fa, verso l’oligarchia e la dittatura. Il processo, a mio avviso, avviene su scala mondiale.

Benché non sia detta l’ultima parola (la Storia ci insegna che le giravolte capitano) c’è da chiedersi se ci si possa ancora rendere complici di una commedia, votare persone che sanno bene, nella stragrande maggioranza dei casi, di mentire e che, nondimeno, preferiscono una menzogna di successo ad una verità scomoda. Noi di Crisis siamo, scusatemi, di pasta diversa. Ci rassegniamo ad un successo di nicchia (se e quando va bene) ma le verità scomode ve le scriviamo e scriveremo sempre tutte.

In effetti, a non essere in lista, qualche vantaggio c’è.

La cause della corruzione

La corruzione ha certamente molto a che fare con l’ingloriosa fine delle società.  La corruzione é un fenomeno che alimenta se stesso riducendo l’efficienza dell’amministrazione, cosa che favorisce la corruzione e via di seguito, come ben illustrato in un recente post da Pierfranceschi.

Come sempre quando si ha a che fare con dei fenomeni complessi, la domanda se è nato prima l’uovo oppure la gallina rischia di non avere senso.  Tuttavia, ci sono degli elementi che più di altri possono dare l’avvio a siffatti circoli viziosi (alias retroazioni positive e forzanti in termini scientifici).

Le diverse dimensioni della corruzione.

La corruzione in senso stretto è la classica “bustarella”, ma ne esistono altre forme, meno violente, ma anche molto più diffuse.

Intanto abbiamo spesso il caso di funzionari ed impiegati che fanno, o non fanno, determinate cose non in cambio di soldi sonanti, ma per procacciarsi utili benevolenze.   Ad esempio, il dirigente che insabbia una pratica non gradita ad uno che può influenzare la sua carriera, o viceversa.

Un’altra forma molto diffusa è favorire amici e parenti, variante chiamata “nepotismo”.   Ma in effetti questa forma non sempre è nefasta.  E’ infatti abbastanza naturale preferire di lavorare con chi si conosce e si sa come lavora.    Mettiamoci poi nei panni di qualcuno che, per esempio, ha lavorato per anni a gratis con tale professore e poi, quando finalmente si libera un posto, gli passa davanti un altro che, semplicemente, ha avuto un colpo di fortuna al concorso.
Il problema si pone quindi soprattutto quando questa radicata abitudine viene gestita per piazzare degli incapaci in posti di responsabilità.   Semplicemente perché fanno comodo a chi comanda più di loro.    Diciamo che è un’arma a doppio taglio i cui effetti dipendono da come la si adopera.

Ma la forma di corruzione più diffusa e nefasta e quella che è anche perfettamente legale e che, con termine tecnico, è chiamata “paraculismo”.   Vale a dire, usare il potere conferito dal proprio incarico non per far funzionare qualcosa, bensì per tenere bene al calduccio le natiche del soggetto.   Come se lo stipendio fosse qualcosa di dovuto e non qualcosa che deve essere guadagnato.    E’ particolarmente nefasta perché generalizzata, ma anche perché costituisce la matrice in cui facilmente si sviluppano forme più perverse di corruzione.

Prima di tutto una questione di legittimità

In una società funzionale, la classe dirigente comanda perché un vasto numero di persone si riconoscono in dovere di ubbidirgli.   È quello che si chiama legittimità.   Può avere fondamento in un’infinità di narrative diverse, ma alla fine funziona finché la gente pensa che i loro capi abbiano a cuore l’interesse comune.   Che magari sacrifichino i loro gregari, ma non per disinteresse, ma perché è necessario per un bene ancor superiore.

Si vede bene in condizioni di stress estremo, come in combattimento.   I soldati si fidano dei loro ufficiali fino a farsi uccidere.   Ma se pensano che i loro superiori si disinteressino di loro e del loro sacrificio, cessano immediatamente di fidarsene e di ubbidire.   Smettono di pensare a combattere e cominciano a pensare a cavarsela.   Se possono disertano.   Non a caso, la prima cosa che si insegna ad un ufficiale è come guadagnare e mantenere la fiducia della truppa.   Cose semplici, ma essenziali come preoccuparsi delle loro necessità spicciole più che delle proprie e dimostrare di essere disposti a correre rischi superiori a quelli richiesti.    Non a caso, in ogni guerra, la mortalità degli ufficiali è percentualmente più alta di quella dei soldati.
Nella vita civile tutto è più mitigato ed ovattato, ma fondamentalmente funziona allo stesso modo.   Un impiegato che si sente apprezzato dal suo dirigente non esita a fare straordinari non pagati, pur di portare a buon fine un progetto importante.   Lo stesso individuo, se pensa che il principale tiri l’acqua a l suo mulino e basta, farà tutto il possibile per imboscarsi, dimenticando che il suo stipendio non lo paga il dirigente, bensì il contribuente.

E il fenomeno che una volta si definiva con l’adagio:  “Il pesce puzza dalla testa”.

Si badi bene che non è affatto detto che una classe dirigente altamente legittimata faccia davvero il bene della sua gente.   Semplicemente, la legittimità conferisce efficienza operativa.   Si pensi alla Germania nazista, per farsi un’idea degli effetti perversi che la legittimità può avere.
Comunque, l’egoismo e/o l’incapacità cronica erodono la legittimità.   In questo caso rimangono in piedi due opzioni per mantenere in moto la macchina pubblica: il tornaconto personale e la paura.    Le due cose possono anche in parte coesistere, ma di solito il primo prevale nelle prime fasi di disintegrazione di una società; la seconda nelle ultime.   Il difetto è che entrambe aumentano i costi e riducono l’efficienza.

Nel caso del tornaconto personale, è infatti necessario  che ogni funzionario od impiegato trovi il proprio vantaggio ad ogni passaggio.   Non necessariamente una bustarella od un buon posto.   Magari solo una seccatura in meno o fregare qualche minuto sull’orario che, moltiplicato per decine di migliaia di persone, rendono il meccanismo sempre più impastato.   Né nuove regole e controlli possono risolvere la situazione, se coloro che le dovranno applicare saranno ancora guidati dall’interesse personale, anziché de quello collettivo.    Direi che noi oggi siamo un fulgido esempio in questo campo.

La paura comporta la messa in opera di sistemi di controllo e repressione che a loro volta dovranno essere controllati e così via.   Il modo con cui si sono avvitati su sé stessi i regimi del “socialismo reale” è abbastanza emblematico da questo punto di vista.

Anche noi abbiamo perso la guerra fredda?

La corruzione (in senso lato) c’è sempre stata in tutte le società, ma non nella stessa misura.   In Europa, ha avuto un forte impulso a partire dagli anni ‘90.    Le forzanti che hanno contribuito ad accelerare il fenomeno sono parecchie.   A me ne vengono in mente due: la scomparsa di un pericolo comune e la scomparsa di un limite preciso fra affare e malaffare.

Il primo punto è raramente citato, ma fondamentale.   Se temere la propria classe dirigente di solito ha un effetto deprimente sulle società (con buona pace di Machiavelli), è però vero che la paura di un nemico esterno ha di solito l’effetto contrario.    Una minaccia esterna ha di solito il potere di aggregare la gente e di far passare il bene comune (reale o presunto che sia) davanti al proprio.   Non a caso i governi in difficoltà spesso virano verso un nazionalismo tanto più esacerbato, quanto maggiore è il loro bisogno di rinverdire la propria legittimità.   Talvolta non si esita neppure a creare degli incidenti ad hoc più o meno gravi.   Più spesso si sfruttano le occasioni offerte dall’imbecillità altrui, come attacchi terroristici, incidenti diplomatici ed altro.    Naturalmente, la cosa può funzionare o meno, ma il principio resta valido.
Per  40 anni l’unico pericolo che la maggioranza degli occidentali ha temuto è stata l’Unione Sovietica.   Pericolo reale e consistente che la propaganda ha poi saputo gestire molto bene.   Ma soprattutto un pericolo in grado di imporre dei limiti perfino all’avidità ed all’egoismo della classe dirigente economica.   Del resto, oltre cortina, il pericolo di un’invasione della NATO era parimenti il collante che contribuiva a tenere insieme una società sempre più disfunzionale, sia pure con uno stile diverso.   Quando è venuto meno, neppure la Stasi ed il KGB sono più bastate ad evitare la disintegrazione dell’impero.

Cessato il pericolo, il sistema sovietico si è infatti disintegrato e per una decina di anni la nicchia ecologica lasciata libera dallo stato è sta riempita da una miriade di organizzazioni mafiose o semi-mafiose.   Perlopiù nate da pezzi della macchina sovietica che si sono messi a lavorare in proprio.   E, privi oramai di ogni remora, hanno perlopiù trovato utile svendere l’eredità sovietica a imprenditori e faccendieri occidentali che non hanno esitato a fare man bassa.    Al di là dell’errore geo-strategico irreparabile, questo ha creato una contiguità assoluta fra affaristi delle due ex-sponde, finalmente affratellati dalla possibilità di saccheggiare impunemente intere nazioni.
Una situazione cui si è potuto mettere solo un parziale e tardivo rimedio e che, fra le altre conseguenze, ha contribuito non poco a rendere molto evanescente la linea di demarcazione tra affari leciti ed illeciti.   Tanto ad est, quanto ad ovest.

Il cane e le zecche.

Un cane in buona salute che vive in campagna ha sempre qualche pulce e di tanto in tanto una zecca.   Gli danno fastidio, ma non più di questo.   Ma se un cane si ammala, facilmente verrà attaccato dai parassiti in modo tanto più massiccio, quanto più grave è la sua malattia.   Ed il gran numero di succhiasangue lo debiliteranno, così da farlo aggravare, fino a morire.   In altre parole, come ogni buon contadino sa, i parassiti hanno una funzione ecologica precisa: finire i soggetti debilitati.    Togliere i pidocchi ad una pianta o le zecche ad un cane gli fa certo bene, ma se non lo si guarisce dalla sua malattia profonda, torneranno e lo finiranno.

Qualcosa del genere , credo, succeda alle società umane.

La verità al tempo della Crisi: il caso di Firenze

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ANSA

Stamattina verso le 6 e 15, a circa 100 metri dal Ponte Vecchio, la rottura di una condotta dell’acquedotto da 700 mm ha sbriciolato 300 metri di lungarno, facendo collassare le macchine parcheggiate in una voragine profonda 3 o 4 metri. Che la responsabilità non fosse della sfiga cosmica ma umana, mi è parso SUBITO ovvio. Intanto perché una condotta di queste dimensioni, che approvvigiona metà della città non dovrebbe essere MAI soggetta a rottura. La pressione pare fosse di 6 bar, una pressione spaventosa, in grado di sbriciolare le fondazioni di un palazzo e non solo il lungarno. Caso ha voluto che, almeno finora, i palazzi vicini non siano stati coinvolti, grazie alla larghezza del lungarno in quella zona. Fosse successo cento metri piu’ avanti avremmo avuto crolli, morti a decine e, forse il ponte vecchio lesionato gravemente. OVVIAMENTE, a sentire il nostro sindaco a caldo, gli interventi sono stati immediati e tempestivi, lui stesso si è attivato in pochi minuti etc etc.

Nelle parole del comunicato ufficiale del pd cittadino: “L’emergenza è stata gestita nel miglior modo possibile. I soccorsi sono stati immediati, il sindaco Nardella era presente sul posto già dai primi minuti successivi all’evento per verificare i danni. Il cedimento del Lungarno Torrigiani è stato un evento improvviso, causato probabilmente da un errore umano”.

L’errore umano non si discute. Il punto è che CON CERTEZZA non è stato un evento improvviso. ANZI: per almeno SEI ORE ( da circa mezzanotte alle 6 e 15, ora dei primi interventi) nessuno è riuscito a limitare i danni ed evitare il disastro.

Le prove di quanto affermo?

Provvisorie ma credibili:

intanto questo filmato, apparentemente girato subito dopo mezzanotte, dove si vede che la perdita era già spaventosa ed assolutamente in grado di causare il disastro successivo, lasciata senza controllo per sei ore.

Se non bastasse ci sono testimonianze degli abitanti delle case limitrofe, tornati a tarda sera a casa come ad esempio questa

“Già stanotte c’era acqua in strada. Mio figlio è tornato verso mezzanotte e si è dovuto togliere le scarpe: l’acqua, mi ha riferito, gli arrivava sopra le caviglie. Ha chiamato i vigili ma noi non abbiamo poi visto nessuno”

Poi, certo (Update mentre scrivo) è venuto fuori che in realtà un intervento notturno c’era stato:

“Publiacqua specifica di aver registrato a mezzanotte e mezzo “un calo di pressione grazie ad un meccanismo di monitoraggio telemetrico, che interessava il tubo passante: le squadre di Publiacqua sono intervenute subito dopo la rilevazione. Nello stesso momento cittadini hanno informato sulla fuoriuscita di acqua il 113, che ha avvertito le altre forze dell’ordine: da stanotte erano già sul posto e infatti la strada è stata chiusa subito. Dopo l’intervento dei tecnici non i calo di pressione è rientrato. Successivamente non si è registrata alcuna anomalia fino alle 6.15, quando è scattato un secondo allarme con conseguente nuovo intervento delle squadre di Publiacqua”.

Quindi, intanto, Pubbliacqua ancora a mezzanotte e mezzo, ovvero oltre mezz’ora dopo le prime segnalazioni dei cittadini ( cfr il video postato di pochi minuti dopo mezzanotte e la testimonianza poco sopra) non aveva ricevuto nessuna segnalazione e l’intervento delle sue squadre si è svolto dalle 1 alle 3 e spiccioli I vigli monitorano la situazione ancora per una oretta, spostando una dozzina di auto. Poi il crollo. Nelle parole di Nardella:

“Al sistema di allerta di Publiacqua arriva la segnalazione di una diminuzione di pressione in un tubo che poi viene individuato in Lungarno Torrigiani non all’altezza della voragine, ma più vicino al Ponte Vecchio. Arrivano anche segnalazioni al 113 intorno all’una”. La squadra di Publiacqua arriva sul posto ( quindi certamente dopo l’una nda). Alle 3,20 l’intervento è terminato, il tratto di tubo passante su Lungarno Torrigiani che aveva una perdita viene bloccata. La squadra se ne va. “Da quel momento – riprende Nardella – a Publiacqua non risultano più alterazioni di pressione. Fino alle 5 resta sul posto la polizia municipale per spostare 12 auto a titolo precauzionale. Alle 6,15 torna l’allarme al sistema telemetrico di Publiacqua: e lì c’è la voragine”.

Pare evidente che:

L’intervento rispetto all’evento, cominciato intorno a mezzanotte, ovvero oltre un’ora prima, NON è stato tempestivo, ne risolutivo.

Nessuno si è accorto dello scavernamento formatosi dalla prima perdita, che in seguito ha provocato la seconda rottura che a sua volta ha determinato il collasso. Se vi fosse stata una seconda perdita nello stesso posto, in un’altra condotta, infatti, la pressione non sarebbe stata ripristinata. Il ripristino della pressione dell’acqua è una prova che in quel momento non c’erano perdite ma, con tutta evidenza vi erano le condizioni di un cedimento del terreno che provocasse la rottura del tubo.

in poche parole, quanto affermato nel primo comunicato del Pd cittdino NON ERA VERO.

Blablablabla, direte voi, dove vuoi andare a pare e che c’entrano queste cose con Crisis? Più di quanto sembri! Intanto danno una idea della ESTREMA fragilità sistemica del mondo in cui viviamo. Basta un tubo maltenuto  e metà città rimane senza acqua. Basta una tempesta di vento ed un albero caduto e rischiamo ( abbiamo rischiato l’estate scorsa) di restare senza acqua PER MESI.

Poiché le manutenzioni non creano consenso è chiaro che, con la politica che passa il convento ai tempi della crisi, ad esse è destinata una cifra insufficiente e spesso decrescente nel tempo. Invece le infrastrutture realizzate nei momenti del boom economico, ponti, strade, acquedotti, linee elettriche, centrali elettriche ed idroelettriche hanno un bisogno crescente di risorse crescenti.

E la verità che c’entra?

C’entra, eccome, perché il primo istintivo bisogno della forza politica di governo cittadina ( non credo che altre forze si sarebbero comportate diversamente, purtroppo) è stato quello di dichiarare, anche contro l’evidenza immediata dei fatti, che tutto andava bene, l’imprevisto era stato gestito prontamente etc etc. La clamorosa evidenza dei fatti ha imposto una brusca sterzata e la ricerca di un capro espiatorio che ovviamente sarà un dirigente TECNICO e non politico di publiacqua. Anche se, altrettanto ovviamente, la decisione di allocare le risorse in una società a capitale di maggioranza pubblico è una decisione non tecnica ma POLITICA.

Le responsabilità di quanto è successo sono quindi tatticamente tecniche ma strategicamente politiche e coinvolgono numerosi esponenti dell’attuale governo ( ed anche di quello precedente)

La verità è un optional in politica. Conta L’IMMAGINE e lo dimostrano in queste circostanze relativamente minori. Conta la rappresentazione della realtà, non la realtà.

Alla verità ci si deve rassegnare e solo se costretti.

Ed arrivo al nocciolo:

Se succede in circostanze gravi ma relativamente minori, dove è in gioco solo un poco di faccia, vi immaginate quando si tratta di affrontare rischi sistemici? Quando affrontarli significherebbe mettere in discussione l’intero assetto socioeconomico attuale?

Un vero rivoluzionario, un palestinese, disse, parecchio tempo fa, che la verità ci avrebbe reso liberi.

Dovremmo ricordarcene sempre ed implacabilmente, ogni singola volta che, di fronte ad un disastro, ad una guerra, ad un evento dichiarato imprevisto si afferma che ci si sta muovendo con decisione efficienza efficacia etc etc.

Ah si? e prima?

Un’ora, un giorno, mese, anno, decennio prima?

Che facevate PRIMA?

Dove eravate?

Verità, a priori, per quanto possibile. Onestà intellettuale ( nel caso sarebbe bastato un : non sappiamo come è andata per salvarsi la faccia) Non sono optionals o remoti ideali. Sono mattoni fondanti di qualunque politica che ci possa tirare fuori dal disastro collettivo verso cui, con sedicente efficienza efficacia e prontezza ci stanno portando. Anche senza rubare. Anche senza essere corrotti, concussi, cooptati subornati. ricattati. La prima onestà che manca è quella intellettuale.

Le altre, TUTTE le altre, sono solo conseguenze.

Equità e sostenibilità sono sinergiche?

Equità e sostenibilitàUna maggiore equità nella distribuzione dei redditi viene sempre più spesso invocata dai piani basali ed intermedi della piramide sociale.   Con ottime ragioni.   Un simile livello di disparità non si era mai visto nella storia, probabilmente neppure all’epoca dell’impero Han o di quello romano.   Certamente Carlo Magno era un poveraccio rispetto ai fratelli Koch.
Fin qui credo che ci sia poco da aggiungere e, a scanso di equivoci, preciso subito che sono d’accordissimo che sia uno schifo che deve finire.   Il punto che vorrei discutere è però un altro: alcuni (fra cui nientemeno che il papa) sostengono che migliorare l’ equità sociale migliorerebbe anche la situazione ambientale.   Siamo sicuri che sia così?

Redditi e consumi

Il punto principale di chi sostiene la sinergia fra aumento dell’equità e riduzione degli impatti è il fatto (verissimo) che i ricchi consumano molto di più dei poveri.

Dunque, tanto per farsi un’idea di come potrebbe funzionare, immaginiamo di distribuire la metà dei patrimoni dei 50 uomini (e donne) più ricchi del mondo  (1.250 miliardi secondo Forbes) fra il miliardo di persone più povere della Terra.   Farebbero circa 600 dollari a testa, cioè circa il doppio di quello che attualmente guadagnano in un anno intero.   Cosa farebbero?   Ovviamente li spenderebbero per togliersi la fame, curare i malati, vestirsi decentemente, riparare la baracca dove vivono, magari mandare i bambini a scuola.
Tutte cose sacrosante che raddoppierebbero secco il loro impatto ambientale ed imprimerebbero una brusca accelerazione alla crescita demografica.
Viceversa, quando Carlos Slim, che già aveva 69 miliardi, nel 2012 ne ha intascati 4 netti non ha aumentato i suoi consumi e le sue emissioni, semplicemente perché aveva già tutto ciò che è possibile avere e consumava già tutto ciò che si può umanamente consumare.

Per dirla in termini scientifici, la correlazione fra aumento del reddito ed aumento dei consumi non è lineare.   E l’aumento dei consumi è tanto maggiore, quanto più basso è il reddito di partenza.
Ne consegue che aumentare la quota di PIL nei piani bassi favorisce la crescita economica e demografica assai più che non la crescita nei piani alti.    Anzi, si potrebbe addirittura considerare il meccanismo perverso di concentrazione in corso una sorta di reazione immunitaria del sistema “Umanità” alla propria ipertrofia: più la ricchezza si concentra nei piani alti, più l’economia reale affanna e con essa rallentano sia la crescita dei consumi, sia quella demografica.

Equità e sostenibilità nei modelli

limiti dello sviluppo scenario 8Molti non troveranno convincente  il ragionamento, quindi vediamo cosa ci dicono i modelli disponibili che, in qualche misura, prendono in considerazione l’ipotesi di una ridistribuzione dei redditi.
Ad oggi, il più affidabile continua ad essere l’autorevolissimo Word3 che, nell’edizione del 2004 (Limits to Growth: The 30-Year Update) propone, fra gli altri, un scenario in cui si ipotizza che dal 2002 la natalità globale si si stabilizzi sulla media di due figli per coppia e che venga praticata una distribuzione dei prodotti industriali uguale per tutti ad un livello del 10% superiore rispetto alla media globale del 2.000.   Vale a dire molto meno per i ricchi e molto di più per i poveri.
Sorvolando sui dettagli,  è interessante che queste condizioni allungano la fase di picco delle curve di produzione e della popolazione, prolungando il periodo di benessere per una ventina d’anni rispetto a scenari meno egualitari (e più realistici).   Dopodiché avviene comunque un collasso sistemico analogo a quello dello scenario BAU.
Si badi bene che la maggior parte di coloro che reclamano una maggiore equità si guardano bene dal parlare di limitare la popolazione.   Nel libro non viene illustrato lo scenario con ridistribuzione dei beni senza controllo della natalità, ma non ci vuole molto a capire che la popolazione crescerebbe molto rapidamente, mandando in collasso il sistema in quattro e quattr’otto.

Il secondo modello che in qualche modo prende in conto il livello di equità sociale è il popolarissimo HANDY,  il cui successo di pubblico dipende largamente dal fatto che dice cose che fa piacere sentire.
Purtroppo però, sotto il profilo scientifico il modello ha parecchi e vertiginosi buchi.   A cominciare dal fatto che è eccessivamente semplificato, così da delineare scenari del tutto impossibili, come quello in cui i predatori (l’élite) crescono anche dopo che hanno fatto estinguere le prede (la gente comune).   Oppure, ancora più grave, considera la capacità di carico una costante, indipendente dalle altre variabili.  O ancora non considera le fondamentali retroazioni fra sviluppo delle élite, la specializzazione del lavoro, l’aumento della complessità dei sistemi economici, la capacità dei sistemi di dissipare energia, eccetera.
Tuttavia, a parte queste ed altre gravi lacune, il modello ha l’indubbio pregio di inserire l’elemento sociale in questo tipo di modelli.   In attesa di meglio, possiamo penso prendere per buona l’indicazione di larga massima secondo cui livelli moderati di disuguaglianza tendono a rendere più stabili e resilienti le società.   A braccio, direi che un’occhiata alla storia conferma l’ipotesi, a condizione di prendere il termine “moderata disuguaglianza” in senso molto relativo.

Conclusioni.

In sintesi, una parziale ridistribuzione dei redditi avvantaggerebbe primi fra tutti i ricchi, consolidandone il potere.   Le élite del passato che sono rimaste in sella a lungo lo sapevano bene, come lo sapevano Karl Marx e gli anarchici dell’800.
In secondo luogo, favorirebbe i poveri la cui vita migliorerebbe non solo sul piano materiale, ma anche per il ridursi della snervante sensazione di essere quotidianamente defraudati ed ingannati.
Tuttavia sarebbe un miglioramento molto temporaneo.   La crescita dei consumi globali e la crescita demografica che ne deriverebbe si rimangerebbero il vantaggio nel giro al massimo di un paio di decenni, per poi precipitare tutti in un baratro ancora peggiore.  Amen.

A dire il vero una scappatoia ci sarebbe.   Si ridurrebbero sia l’iniquità che gli impatti se si abbassassero i redditi dei ricchi, senza incrementare quelli dei poveri e, contemporaneamente, adottando drastici sistemi di controllo demografico.    Ma questa è l’unica opzione su cui tutti sono d’accordo per essere contro.

La gente, le persone e noi

La_genteL’avrete notato. Un politico italiano tipico, parla di gente. Non di persone. E’ la gente che vuole questo e quello, anzi lo esige. Lui parla alla gente. Per la gente, della gente e sta, ci mancherebbe, dalla parte della gente. Eventualmente la ggente con due gg.

Ugualmente i giornali usano lo stesso termine per le loro campagne.

In pratica la gente è un alibi clamoroso: serve per dare ad intendere che quel che chiediamo ed intendiamo e vogliamo, a qualunque titolo, è supportato da una moltitudine insieme numerosa e significativa. O, al contrario, per trasformare le persone in un blob, qualcosa di scoraggiante e inerte da convincere, smuovere, convertire, plasmare.

“La gente” infatti, da’ istintivamente l’idea di una massa maggioritaria, confusa, comunque in qualche modo circoscrivibile,  ma non definita ne pesata, né compresa ne comprensibile.

La gente, caro lettore, è la scusa che tutti usano, anzi tutti usiamo, per giustificare quel che NOI pensiamo, per cercare appoggio e conferma; oppure, al contrario, conferma di un bersaglio contro cui genericamente, inveire.

Invece “la gente”, caro lettore, caro Matteo, cari tutti, siamo noi. sono persone che studiano, pensano faticano si innamorano lavorano, non lavorano, si ammalano, invecchiano sperano , deludono tradiscono, ci credono, dubitano infamano, si illudono, sognano, muioiono, crescono, nascono, si divertono, piangono, ridono, capiscono, ignorano….

Non abbiamo bisogno della “gente” caro lettore, per esprimere le nostre opinioni. Non abbiamo bisogno di alibi, di scuse, di appoggi. Non abbiamo bisogno ( veramente si, ma non di questo genere) di conferme, di solidarietà, di un moloch indefinito contro o per cui lottare.

No, noi abbiamo bisogno, TUTTI abbiamo bisogno, di ricordarci che la gente sono persone. Come noi ma diverse. Come noi stessi siamo diversi da quel che eravamo e da quel che saremo. Smettiamo di usare questo brutto termine, generico superficiale, paraculo ed usiamo il termine persone. La gente non ha diritti ne doveri. La gente è PLASMABILE, come la trilaterale ha auspicato, riguardo all’Italia giusto pochi giorni fa. Le persone pensano, la gente, no. La gente si fa condurre, ciecamente, dal,pastore, buono o cattivò che sia. Le persone possono essere ingannate, instradate e convinte che , in fondo, la gente sono gli altri. Gli amorfi, i plasmabili sono quelli, la ggente, non loro figuriamoci. Per essere esatti, si ingannano da sole, le persone, mentre si fanno convincere a comprare l’ennesimo oggetto “esclusivo”, a fare l’ennesima vacanza “esclusiva”, insomma: a separare il loro indispensabile e irripetibile io da quella massa informe, la ggente.

Alla fine, per una persona sottoposta per tutta la vita al tam tam,  “la gente” sono tutti quelli che non conosce, massa amorfa e potenzialmente infida, una tacca sotto le persone.

I migranti.? Quando va bene, “povera gente”.

Poi ti capita di sentire un medico volontario che ti racconta di come gli occhi gli si siano aperti per davvero quando ha scoperto che un membro di quella,povera gente, che stava curando, insieme al figlio, era un collega. Un dottore scappato dall’inferno di Aleppo. In quel momento, per lui, la gente e’tornata ad essere fatta di persone.
Dovremmo ricordarcelo per davvero: La gente siamo noi, sempre e quindi quando senti dire “la gente”, non ti chiedere per chi suona la campana e per chi vola l’uccello padulo. Suonano e volano per te.