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Equità e sostenibilità sono sinergiche?

Equità e sostenibilitàUna maggiore equità nella distribuzione dei redditi viene sempre più spesso invocata dai piani basali ed intermedi della piramide sociale.   Con ottime ragioni.   Un simile livello di disparità non si era mai visto nella storia, probabilmente neppure all’epoca dell’impero Han o di quello romano.   Certamente Carlo Magno era un poveraccio rispetto ai fratelli Koch.
Fin qui credo che ci sia poco da aggiungere e, a scanso di equivoci, preciso subito che sono d’accordissimo che sia uno schifo che deve finire.   Il punto che vorrei discutere è però un altro: alcuni (fra cui nientemeno che il papa) sostengono che migliorare l’ equità sociale migliorerebbe anche la situazione ambientale.   Siamo sicuri che sia così?

Redditi e consumi

Il punto principale di chi sostiene la sinergia fra aumento dell’equità e riduzione degli impatti è il fatto (verissimo) che i ricchi consumano molto di più dei poveri.

Dunque, tanto per farsi un’idea di come potrebbe funzionare, immaginiamo di distribuire la metà dei patrimoni dei 50 uomini (e donne) più ricchi del mondo  (1.250 miliardi secondo Forbes) fra il miliardo di persone più povere della Terra.   Farebbero circa 600 dollari a testa, cioè circa il doppio di quello che attualmente guadagnano in un anno intero.   Cosa farebbero?   Ovviamente li spenderebbero per togliersi la fame, curare i malati, vestirsi decentemente, riparare la baracca dove vivono, magari mandare i bambini a scuola.
Tutte cose sacrosante che raddoppierebbero secco il loro impatto ambientale ed imprimerebbero una brusca accelerazione alla crescita demografica.
Viceversa, quando Carlos Slim, che già aveva 69 miliardi, nel 2012 ne ha intascati 4 netti non ha aumentato i suoi consumi e le sue emissioni, semplicemente perché aveva già tutto ciò che è possibile avere e consumava già tutto ciò che si può umanamente consumare.

Per dirla in termini scientifici, la correlazione fra aumento del reddito ed aumento dei consumi non è lineare.   E l’aumento dei consumi è tanto maggiore, quanto più basso è il reddito di partenza.
Ne consegue che aumentare la quota di PIL nei piani bassi favorisce la crescita economica e demografica assai più che non la crescita nei piani alti.    Anzi, si potrebbe addirittura considerare il meccanismo perverso di concentrazione in corso una sorta di reazione immunitaria del sistema “Umanità” alla propria ipertrofia: più la ricchezza si concentra nei piani alti, più l’economia reale affanna e con essa rallentano sia la crescita dei consumi, sia quella demografica.

Equità e sostenibilità nei modelli

limiti dello sviluppo scenario 8Molti non troveranno convincente  il ragionamento, quindi vediamo cosa ci dicono i modelli disponibili che, in qualche misura, prendono in considerazione l’ipotesi di una ridistribuzione dei redditi.
Ad oggi, il più affidabile continua ad essere l’autorevolissimo Word3 che, nell’edizione del 2004 (Limits to Growth: The 30-Year Update) propone, fra gli altri, un scenario in cui si ipotizza che dal 2002 la natalità globale si si stabilizzi sulla media di due figli per coppia e che venga praticata una distribuzione dei prodotti industriali uguale per tutti ad un livello del 10% superiore rispetto alla media globale del 2.000.   Vale a dire molto meno per i ricchi e molto di più per i poveri.
Sorvolando sui dettagli,  è interessante che queste condizioni allungano la fase di picco delle curve di produzione e della popolazione, prolungando il periodo di benessere per una ventina d’anni rispetto a scenari meno egualitari (e più realistici).   Dopodiché avviene comunque un collasso sistemico analogo a quello dello scenario BAU.
Si badi bene che la maggior parte di coloro che reclamano una maggiore equità si guardano bene dal parlare di limitare la popolazione.   Nel libro non viene illustrato lo scenario con ridistribuzione dei beni senza controllo della natalità, ma non ci vuole molto a capire che la popolazione crescerebbe molto rapidamente, mandando in collasso il sistema in quattro e quattr’otto.

Il secondo modello che in qualche modo prende in conto il livello di equità sociale è il popolarissimo HANDY,  il cui successo di pubblico dipende largamente dal fatto che dice cose che fa piacere sentire.
Purtroppo però, sotto il profilo scientifico il modello ha parecchi e vertiginosi buchi.   A cominciare dal fatto che è eccessivamente semplificato, così da delineare scenari del tutto impossibili, come quello in cui i predatori (l’élite) crescono anche dopo che hanno fatto estinguere le prede (la gente comune).   Oppure, ancora più grave, considera la capacità di carico una costante, indipendente dalle altre variabili.  O ancora non considera le fondamentali retroazioni fra sviluppo delle élite, la specializzazione del lavoro, l’aumento della complessità dei sistemi economici, la capacità dei sistemi di dissipare energia, eccetera.
Tuttavia, a parte queste ed altre gravi lacune, il modello ha l’indubbio pregio di inserire l’elemento sociale in questo tipo di modelli.   In attesa di meglio, possiamo penso prendere per buona l’indicazione di larga massima secondo cui livelli moderati di disuguaglianza tendono a rendere più stabili e resilienti le società.   A braccio, direi che un’occhiata alla storia conferma l’ipotesi, a condizione di prendere il termine “moderata disuguaglianza” in senso molto relativo.

Conclusioni.

In sintesi, una parziale ridistribuzione dei redditi avvantaggerebbe primi fra tutti i ricchi, consolidandone il potere.   Le élite del passato che sono rimaste in sella a lungo lo sapevano bene, come lo sapevano Karl Marx e gli anarchici dell’800.
In secondo luogo, favorirebbe i poveri la cui vita migliorerebbe non solo sul piano materiale, ma anche per il ridursi della snervante sensazione di essere quotidianamente defraudati ed ingannati.
Tuttavia sarebbe un miglioramento molto temporaneo.   La crescita dei consumi globali e la crescita demografica che ne deriverebbe si rimangerebbero il vantaggio nel giro al massimo di un paio di decenni, per poi precipitare tutti in un baratro ancora peggiore.  Amen.

A dire il vero una scappatoia ci sarebbe.   Si ridurrebbero sia l’iniquità che gli impatti se si abbassassero i redditi dei ricchi, senza incrementare quelli dei poveri e, contemporaneamente, adottando drastici sistemi di controllo demografico.    Ma questa è l’unica opzione su cui tutti sono d’accordo per essere contro.

Trappole 3: L’ efficienza

 

di Jacopo Simonetta

efficienzaCi fu un tempo non molto remoto in cui  “Fattore 4” era per me un testo di riferimento.   Per chi non lo conosce, è un libro scritto da tre dei più illustri studiosi in materia di sostenibilità.   Niente di meno che Amory B. Lovins, L. Hunter Lovins, Ernst U. von Weizsäcker.   Persone che hanno diretto istituzioni del calibro del Wuppertal Institut e del Rocky Mountain Institute.   Il massimo, insomma.

In estrema sintesi, la tesi sostenuta ed ampiamente documentata nel libro è che già con le tecnologie commercialmente disponibili negli anni ’90 era possibile quadruplicare la produzione di beni e servizi senza incrementare il prelievo di risorse e la produzione di scorie.   Oppure mantenere i livelli di produzione, riducendo del 75% i consumi ed i rifiuti.   Tombola!

Cosa di meglio?   A cominciare dal fatto che l’ambientalista cessava finalmente di presentarsi come una sorta di monaco verde che annunciava l’apocalisse se tutti non si fossero pentiti e dati ad un’esistenza di privazioni.   Al contrario, poteva trattare con sufficienza i retrogradi ed i reazionari, incapaci di vedere il sorgere di un’alba tecno-radiosa dietro le moribonde fuliggini di un’economia fossile in agonia.

Molto appagante, ma non ha funzionato.   E, col senno di poi,  la cosa drammatica è che neanche avrebbe potuto funzionare.   Possibile che persone di tale competenza si siano sbagliate così di grosso?   No, però si.

Un primo punto è che, storicamente, l’aumento dell’efficienza produttiva ha sempre comportato un aumento dei consumi.   Un fenomeno tipicamente contro-intuitivo su cui esiste un’ampia letteratura a cominciare dal 1865.   Magari ci torneremo un’altra volta.

Quello che qui vorrei mettere in risalto è invece che l’aumento dell’efficienza, se non controbilanciato da altri fattori limitanti, tende inevitabilmente a distruggere le basi ecologiche della sopravvivenza.
In una cultura compenetrata dal culto dell’efficienza questa è probabilmente una nozione difficile da accettare.   Vediamo quindi di capirla con l’aiuto di qualche esempio semplice.

Immaginiamo di sfruttare una risorsa rinnovabile, per esempio un banco di pesca.   Pescare rende e così investo per pescare di più.   Ma via via che pesco, la densità e la taglia dei pesci diminuiscono, mentre i miei costi in termini di lavoro, carburante, tempo eccetera, aumentano, finché non mi conviene più e rallento.   Diminuendo la pressione, i pesci si riproducono meglio e crescono di più, cosicché torna ad essere vantaggioso pescare.
Si crea così un approssimativo equilibrio in cui il tasso di sfruttamento tende ad adeguarsi al tasso di rinnovamento della risorsa.   Ma che succede se qualcuno trova il modo per individuare più in fretta i banchi di pesci?   Oppure costruisce dei motori navali che spingono di più consumando di meno?
Succede che i costi diminuiscono e diventa quindi interessante sfruttare la risorsa anche a densità e dimensioni medie che prima non erano convenienti.   Ma se una risorsa rinnovabile viene sfruttata ad un tasso superiore a quello con cui si rinnova diventa, di fatto, una risorsa non-rinnovabile a tutti gli effetti pratici.   All’incirca come il petrolio od il rame, con il suo picco ed il suo dirupo di Seneca.  eccesso di pescaCioè esattamente quello che è accaduto ai principali banchi di pesca del mondo.

 

Facciamo un altro esempio.    Un albero impiega dai 15 ai 20 anni per raggiungere una taglia utilizzabile per farne legna da ardere.   Dai 50 ai 100 per poterne fare tavole e carpenteria corrente.   Dagli 80 ai 300 per diventare utilizzabile come legname pregiato.   Per questo certe opere, come le cattedrali gotiche e le flotte della prima era coloniale sono state possibili solo distruggendo foreste vecchie di molti secoli.

Man mano che la frequenza dei tagli aumenta, alcune specie spariscono e la taglia media diminuisce, rendendo meno conveniente lo sfruttamento.   Ma se si inventano modi più efficienti di tagliare e trasportare i tronchi, oppure se la pressione economica e/o demografica aumenta, lo sfruttamento continua comunque.   Ed è così che, in molte zone, nel giro di un paio di secoli siamo passati dalla produzione di legnami pregiati a quella di legname da carpenteria, poi da ardere ed infine alla carbonella.
Nessuno amava i carbonai perché dopo il loro passaggio la “miniera di legname” era esaurita e restavano solo sassi fra i quali le capre cercavano qualche filo d’erba.    Gran parte dei deserti e dei sub-deserti del nord-Africa e del sud-Europa hanno avuto questa origine.

Finché il lavoro è stato fatto con le scuri, il fenomeno è stato necessariamente confinato ad aree relativamente limitate.   disboscamentoL’introduzione di motoseghe, camion e trattori ha permesso il disboscamento in pochi decenni di ben oltre la metà della superficie boscata ancora esistente.   I mezzi attualmente in uso sono in grado di tagliare, sfrascare ed accatastare alberi secolari nel giro di minuti.

Lo stesso è accaduto o sta accadendo a praticamente tutte le risorse teoricamente rinnovabili, dall’acqua, al suolo, alla biodiversità.

Dunque l’efficienza è male?   Ma non ci avevano spiegato a scuola che l’evoluzione è una costante tendenza ad aumentare l’efficienza nello sfruttamento delle risorse?

La risposta alla seconda domanda è: si, ma in un ecosistema tutti gli elementi che lo costituiscono coevolvono, interagendo in continuazione fra loro, e tutti con tempi di adattamento analoghi.   Quello che si verifica è quindi che il miglioramento nella capacità del parassita di attaccare l’ospite si sviluppa circa di pari passo con la capacità dell’ospite di resistere.   Lo stesso avviene fra prede e predatori, eccetera.  Ovviamente è un gioco in cui molti si fanno male e muoiono, ma l’ecosistema permane e si adatta.

Nel nostro caso, c’è un elemento, noi, che evolve con tempi che sono di parecchi ordini di grandezza più brevi di quelli della maggior parte degli altri elementi, ma non tutti.   Ne consegue che l’ecosistema viene completamente stravolto e rimaniamo solo noi, i nostri simbionti (perché siamo noi a garantirgli condizioni idonee) ed alcuni dei nostri parassiti (che sono ancora più svelti di noi).

La risposta alla prima domanda è: dipende.   Se subentrano altri fattori che limitano lo sfruttamento della risorsa come tabù religiosi, tasse o leggi che limitano il prelievo, oppure vengono scoperte risorse alternative più economiche, l’aumento dell’efficienza può non avere effetti negativi.   Ma rimane sempre un gioco pericoloso perché l’aumento dell’efficienza tende comunque a trasformare le risorse da rinnovabili a non rinnovabili.

Teoricamente le risorse potrebbero essere salvaguardate ed in alcuni casi è anche possibile recuperare in parte del danno fatto.   Ma nella realtà dei fatti ogni aumento di efficienza nello sfruttamento di una risorsa si traduce sempre in un degrado della medesima, eventualmente fino alla sua completa distruzione.

Amen.

In riva al fiume della vita

Ormai da molti anni sono seduto sulla riva del fiume.  Attendo di veder passare il cadavere del mio nemico. È un cadavere enorme, il cadavere della “civiltà dell’automobile“, ci vorranno intere generazioni prima che ne sia completato il transito, ma già se ne vedono affiorare sulla superficie le prime parti, ed è quasi un buon segno.

La “civiltà dell’automobile” ha rappresentato per molti decenni l’apoteosi della tendenza umana all’auto-inscatolamento, producendo una devastazione senza precedenti del pianeta, di cui pagheranno le conseguenze le generazioni future. L’uomo “in scatola”, sigillato ed incapace di avere un contatto sano col mondo che lo circonda, è la paradossale involuzione terminale della nostra specie conseguente all’invenzione del motore a scoppio. L’uomo “in scatola” vive la propria esistenza perennemente confinato, dentro case, uffici, automobili. I suoi contatti con l’esterno sono ridotti al minimo indispensabile e spesso operati in contesti anch’essi completamente artificiali.

Non venendo mai realmente a contatto con il mondo in cui vive, l’uomo “in scatola” si disinteressa totalmente di tutto ciò che si colloca al di fuori dei propri “contenitori”, ed il suo unico interesse risiede nel potersi spostare, in scatola, da una scatola all’altra. Tutto quello che c’è in mezzo, tolte le strade carrozzabili, gode dello stesso identico status di una discarica. Su questo ragionavo stamattina quando, dimentico di ogni buonsenso, mi sono accodato al mio amico Sergio alla ricerca di un collegamento “ciclabile” tra la periferia sud di Roma e quella di Ciampino. Zone che ormai da anni attraverso solo per caso, cercando di distogliere lo sguardo, di dimenticare. Dimenticare, ma è impossibile, i ricordi di vent’anni fa, quando giovane neo-appassionato di bicicletta seguivo ciclisti più esperti tra le mille stradine serpeggianti fra i vigneti dei Castelli Romani, all’epoca ancora idilliache e relativamente deserte.

Oggi, al contrario, i vigneti sono scomparsi sotto colate di cemento, eserciti di villette a schiera, sobborghi e seconde case “nel verde” (?), e quelle stesse stradine, allargate ed ormai oppresse da ogni lato da muraglioni di cemento armato, sono intasate da un traffico veicolare forsennato e privo di senso, guidato dalla logica incomprensibile della perenne fuga “in scatola” da una scatola all’altra. Come topi in un labirinto, perennemente in corsa con la convinzione di poter uscire dal labirinto stesso, ma incapaci di renderci conto che i confini del labirinto sono solo nelle nostre teste, marchiati a fuoco dalle logiche di gruppo e dai rituali collettivi. Così sprechiamo ore a girare nei centri commerciali per acquistare oggetti di cui potremmo fare tranquillamente a meno, dopo aver perso ore in macchina per raggiungerli, e prima di spenderne altre per inscatolarci di nuovo nelle nostre case. Non sappiamo più correre, non sappiamo più camminare, non sappiamo più fermarci, non sappiamo più guardare al mondo e vederlo realmente. E il mondo, disprezzato, ignorato, abbandonato, ci è diventato ostile e ci si rivolta contro.

Tutto questo un giorno finirà. Dovrà finire, o finiremo noi. I segnali sono chiaramente visibili a chi abbia occhi per vedere, e voglia di tenerli aperti. E quando questo delirio finirà ci si renderà conto che sarebbe stato meglio tenersi le vigne, che non costruire i nuovi sobborghi, che la terra coltivabile andava salvaguardata, e non cementificata, che i chilometri e chilometri di superstrade e svincoli non servono più a nulla, e nemmeno il terreno che occupano potrà più essere coltivato. Dopo la caduta dell’impero romano la popolazione di Roma si ridusse dal milione di abitanti di epoca imperiale a diecimila, quindicimila persone nel medioevo… con abbondanza di terre coltivabili a breve distanza. Un domani, se il crollo dell’impero delle scatole sarà brutale e drammatico tanto quanto la cecità dei suoi esegeti lascia temere, le grandi città potrebbero rimanere totalmente abbandonate per secoli.

Io siedo sulla riva del fiume. La sagoma del cadavere, nascosta sulla distanza dalla foschia, sembra immensa. Quando finalmente passerà, la sua visione potrebbe risultare insostenibile.

Fiume
Robert Frank – St. Louis, man sitting by River


(un saluto a lettori e lettrici del blog da Marco Pierfranceschi, aka “Mammifero Bipede“, da poco arruolato nel team. Seguo con attenzione le tematiche relative ai trasporti, alla mobilità leggera ed alla vivibilità
urbana . Questo post risale al gennaio 2009. Nei sette anni da allora trascorsi la “civiltà dell’automobile” è stata oggetto di ogni forma di accanimento terapeutico che ne potesse prolungare l’agonia)

Come il Trattato di Versailles? OXI, Yanis, molto molto peggio !!

Firma del trattato di Versailles
Firma del trattato di Versailles

Yanis Varoufakis, da quando è un ex ministro non si tiene più ( non che prima si trattenesse molto, si veda questo VECCHIO articolo del 2010) ed ha scritto, riportato da centinaia di media, che l’accordo discusso ( ed ora approvato) tra l’Unione Europea e la Grecia gli ricordava il Trattato di Versailles del 1919, per l’umiliazione imposta al più debole.

Ai tempi la Germania del Kaiser sconfitta dalla triplice intesa, ora la Grecia.

Bisogna dirlo con franchezza: ha torto.

E di gran lunga.

L’accordo raggiunto infatti contiene disposizioni e proposte più umilianti di quelle imposte alla Germania dopo una sconfitta in una guerra mondiale da lei provocata!

Intanto, nel trattato di Versailles si stabiliva che una apposita commissione sarebbe stata istituita per valutare le possibilità di ripagare le “famigerate “riparazioni” di guerra, da parte di una Germania del primo dopoguerra allo stremo con contorno di scioperi, ammutinamenti e vere e proprie insurrezioni armate.

Niente del genere è stato istituito per la Grecia. Nessuno ( tranne il fondo monetario internazionale) si è chiesto se come e quando la Grecia avrebbe potuto ripagare i debiti contratti con i privati e con le ormai infauste “istituzioni” ( aka: la troika).

Per capire il confronto e comprenderne, sopratutto l’attualità, vale la pena di studiare un poco.

Come potrete verificare da soli nel dettaglio, Il tema delle riparazioni di guerra andò avanti ancora per quasi due anni, fino all’accordo di Londra del 1921, con il quale la Germania si impegnava a pagare 50 miliardi di marchi oro, 12.5 miliardi di dollari di allora, ovvero circa 180 miliardi di dollari di oggi. Tale somma poteva essere pagata in beni ( acciaio, carbone etc etc) o in denaro.

Per raccogliere la cifra fu stabilita l’emissione di tre tipi di bond differenti di cui uno, fin dall’inizio, sostanzialmente un junk bond, ovvero già in partenza in default per mancanza di coperture a garanzia.

In pratica la Germania, a parte una prima tranche di pagamenti, per circa una decina di miliardi, andò in default quasi immediatamente, tanto che, in perfetta analogia con quanto proposto da Schaeuble su ispirazione, pare, di Juncker, riguardo alla cessione dell’intero demanio pubblico Greco ad un fondo privato con sede in Lussemburgo, in una conferenza a SPA nel 22, i Belgi ed i francesi proposero di prendere in pegno il distretto minerario della RUHR, come garanzia per una ripresa regolare del pagamento delle “riparazioni”. La Germania continuò, più o meno volontariamente a ritardare i pagamenti, sia in natura ( legno acciaio carbone) che in denaro finché nel Gennaio del ’23 la RUHR , dopo un voto unanime della Commissione per le riparazioni, venne in effetti occupata. L?occupazione non fù un affare per le potenze vincitrici: i 900 milioni di marchi oro ricavati servirono, in buona parte a coprire le spese delle forze di occupazione. I motivi dell’occupazione non furono però economici ma sostanziali: non si poteva pensare di creare un precedente che consentisse alle potenze sconfitte di rinunciare agli obblighi sanciti dal trattato.

In realtà l’Austria, l’Ungheria, la Turchia erano già state esonerate dai pagamenti per evidente impossibilità economica ed anche perché, essendo entità statali del tutto nuove, non potevano essere caricate di responsabilità degli imperi che le avevano precedute.

Per quanto riguarda la Germania, dopo l’esplosione della famosa iperinflazione ( quella delle banconote da 100 miliardi di marchi), era diventato evidente come non fosse più in grado di pagare alcunché. si istituì una nuova commissione delle potenze vincitrici il cui scopo era di definire, da un punto di vista meramente tecnico, la capacità di pagamento della Germania ed un modo di  stabilizzare il budget tedesco, l’economia e di definire un livello di riparazioni sostenibile , come dalle esatte parole del presidente della commissione “from a purely technical standpoint how to balance the German budget, stabilize the economy and set an achievable level of reparations”. In sostanza si stabilì un bell’ “aircut” sui bond “C”, i bond A e B vennero sottoscritti da varie istituzioni pubbliche e private e vennero stabilite nuove modalità di pagamento, un miliardo il primo anno e poi 2.5 miliardi negli anni successivi  affidate ad una apposita agenzia.

Era il cosiddetto piano Dawes, dal nome del suo proponente americano.

Nonostante i vari disastri provocati dal’iperinflazione della Repubblica di Weimar, il PIL tedesco del tempo era di circa 50 miliardi di marchi oro.

Quindi 1 miliardo di marchi era circa il 2% del PIL del tempo.

La Germania adempì ai suoi obblighi per qualche anno.

Nel 27, grazie all’indebolimento politico ed economico della Francia riuscì a riaprire le trattative e si arrivò ad un nuovo piano, il piano Young, nel 1929.

tale piano prevedeva un haircut massiccio, oltre il 50% e tempi di pagamento lunghissimi, fino al..1988!!*

In ogni caso, dopo ulteriori prestiti e qualche pagamento, nel 1933, con l’avvento del nazismo i pagamenti furono sospesi.

Alla fine, tenendo conto di quanto versato e di quanto ottenuto come prestiti obbligazioniari ( mai restituiti) Il quadro è il seguente( tratto da wikipedia):

Evento Miliardi di marchi Oro Miliardi di dollari Miliardi di dollari 2015
Offerta iniziale tedesca, 24 April 1921 50 (valore capitale)
or 200 in annualità (valore nominale)[42][95]
12.5 – 50[Note 2] 165 – 661
Schema di pagamenti di Londra, 5 Maggio 1921 132[43] 33[87] 436
A and B Bond dello Schema suddetto 50[42] 12.5[42] 165
Piano Young, 1929 112[73] 26.35[70] 362
Totale dei pagamenti tedeschi al 1932 19–20.5 [89][90] 4.75 – 5.12[Note 2] 82 – 89

Il totale, 20 miliardi di marchi oro, come si vede, arriva a meno della metà di quanto proposto dal governo tedesco nel 1921.

In realtà tra i vari bond A e B, prestiti ponti etc etc ( prevalentemente erogati da USA ed Inghilterra ma anche Olanda, Belgio, Lussemburgo, Francia)

La Germania ricevette tra 27 e 38 miliardi di marchi oro e quindi ricevette più denaro di quanto restituì sotto forma di riparazioni di guerra.

Questi prestiti ed obbligazioni, ovviamente, furono denunciati dal governo Nazionalsocialista e non furono mai ripagati.

in sostanza: non solo la Germania non pagò le sue oblbigazioni di guerra che in piccola parte ma anche quella piccola parte fu a carico delle potenze vincitrici e, in sostanza, ricevette aiuti a fondo perduto pari a almeno il DOPPIO DI QUANTO PAGATO.

In sostanza, al netto di quanto pagato, ricevette aiuti a fondo perduto pari a circa un 2-3% di PIL OGNI ANNO per oltre dieci anni fino al 1933, a fondo perduto!

Questo per quanto riguarda il famoso Trattato di Versailles che è considerato da tutti i libri di storia, alla base dei disastri economici del dopoguerra tedesco ed a la base, a causa dell’umiliazione subita dalla fiera Nazione, della salita al potere di Hitler e quindi, in ultima analisi, della Seconda Guerra Mondiale.

La prima cosa che salta agli occhi nel confronto è che le pur vendicative potenze vincitrici della prima guerra mondiale rimisero le decisioni sui pagamenti in mano a TECNICI, dotati di buonsenso e sopratutto con il mandato di definire pagamenti che fossero compatibili con l’economia tedesca.

Niente di tutto questo, ripeto, è stato fatto per la Grecia.

Analogamente alla privatizzazione dell’intero patrimonio immobiliare greco, come garanzia per i prestiti, le potenze vincitrici occuparono manu militari il distretto della Ruhr, senza tuttavia pretenderne l’alienazione. Anzi: dopo qualche anno fu restituito alla Germania.

La Germania, negli anni peggiori, pagò riparazioni di guerra pari al 2-3% del suo PIL in buona parte sotto forma di materie prime.

In realtà tenuto conto del massiccio programma di prestiti da parte delle potenze vincitrici, ricevette MOLTI più aiuti di quanto versato, specialmente per il fatto che i prestiti non furono mai restituiti. In sostanza, al netto di tutto, la Germania, durante il periodo delle riparazioni ottenne circa un 1-2% di PIL all’anno  per 12 anni, di aiuti. Alla fine, per come andò la storia, a fondo perduto.

La Grecia ha un debito che si avvia ad essere il 200% del PIL su cui paga interessi bassi ( e vorrei vedere: a che titolo si prestano pelosissimi aiuti “ad usura” ad uno Stato membro della CEE e perché non si girano al detto Stato gli utili ricavati da detti interessi?) intorno al 2%. QUINDI la Grecia, a parte ripagare, chi sa quando, questo impagabile debito, deve comunque almeno ripagarne gli interessi che tendono al 4% del suo PIL.

Ovvero il doppio di quanto richiesto all Germania come riparazioni annuali per aver scatenato una guerra mondiale.

Chiosa:

Il famoso Piano Marshall e l’abbuono dei debiti di guerra tedeschi dopo la seconda guerra mondiale furono la logica conseguenza della lezione appresa con le riparazioni del trattato di Versailles: inutili, costose per chi le chiedeva e, in ultima analisi, ottima scusa per fomentare disordini, push, e nuove guerre.

Il Piano Marshall prima di essere un atto di generosità ed acume politico, fu un atto di logicità.

La cosa, del resto, era ovvia anche prima che il patacrac si verificasse, si veda, ad esempio Keynes con il celeberrimo Le conseguenze economiche della pace.

Esiste, in giro, per sbaglio almeno un barlume di questo acume politico ed economico, sufficiente a comprendere che questo e solo questo serve OGGI alla Grecia, un nuovo piano Marshall?

Ovviamente servirebbe anzi: servirà anche all’Italia, alla Spagna, all’Irlanda, al Portogallo…ed a tutti gli altri tra non molto.

Ovviamente i governi di questi paesi si oppongono ad un”haircut” del debito che pure creerebbe un precedente a loro vantaggio.

per un motivo semplice: dovrebbero poi giustificare ai propri elettori il perché delle inutili e recessive politiche lacrime&sangue degli ultimi cinque anni.

*La Germania ha poi onorato l’ultima rata delle riparazioni nel 2010