Tutti gli articoli di pietro

Geologo, Ingegnere ambientale, ho introdotto per primo in italia il concetto di retrofit elettrico dei veicoli esistenti. Parlo troppo, troppo veloce di troppe cose. Non-mi-si-regge. Il mondo è complicato, connesso, fuso, pieno di sentieri e strade che si incontrano, si intrecciano. Mi piace esplorare quelle piu' strambe.

Pechino or burst? Ovvero: il carro di Donald

14 maggio 2026


Nel 1859, sui carri dei centomila fifty-niners che attraversavano le pianure dell’Iowa e del Missouri diretti verso il Colorado, si leggeva una scritta che è entrata nella memoria americana: Pike’s Peak or Bust!. Trovare l’oro o fallire. Niente di mezzo. Né tornare indietro, né accontentarsi.

Pochi trovarono l’oro. Molti tornarono, e furono chiamati con disprezzo Go-Backers. Molti altri non tornarono mai: morirono di colera lungo lo Smoky Hill Trail, gelarono sui passi del Front Range, persero ogni cosa nelle inondazioni primaverili del Platte. E la beffa finale, che pochi storici raccontano: l’oro non era a Pike’s Peak. Bisognava deviare verso Denver, cercare nelle pieghe del Boulder Creek. La maggioranza falliva ancora prima di arrivare al posto sbagliato.


Ottantatré anni dopo i fifty-niners, lo slogan riappare. Il diciotto aprile 1942, sedici B-25 Mitchell decollano dalla USS Hornet per il primo bombardamento sul territorio metropolitano giapponese dopo Pearl Harbor. Sulla fiancata di alcuni bombardieri, dipinto a vernice bianca in caratteri militari, c’è scritto: Tokyo or Bust!. È una citazione cosciente del motto della corsa all’oro, riconfezionata in versione bellica. Gli equipaggi sanno cosa stanno dicendo. Sanno anche, prima di decollare, che non basta carburante per tornare a una base amica.

Nessuno dei sedici aerei riuscirà a tornare. Quindici si schiantano in Cina dopo aver esaurito il combustibile. Uno atterra in territorio sovietico, equipaggio internato. Tre aviatori vengono catturati e giustiziati dai giapponesi. Otto altri muoiono in prigionia o in incidenti. Il danno materiale a Tokyo è modesto: alcune fabbriche, una scuola, una raffineria, una caserma. Una città industriale di sei milioni di abitanti continua sostanzialmente come prima.

Eppure il raid di Doolittle funziona. Non militarmente — narrativamente. Cambia la cornice psicologica della guerra del Pacifico. Dimostra all’imperatore giapponese che il territorio metropolitano è vulnerabile. Costringe l’Alto Comando a richiamare quattro divisioni aeree per la difesa locale, sottraendole al fronte del Pacifico meridionale. Prepara, indirettamente, la disfatta di Midway un mese e mezzo dopo — e a Midway, la perdita di quattro portaerei giapponesi su sei è il momento in cui la guerra del Pacifico smette di poter essere vinta da Tokyo.

C’è una lezione tattica in tutto questo, che gli storici militari ripetono da ottant’anni: quando la funzione di utilità del decisore è il valore simbolico, e non il calcolo dei costi, le operazioni narrativamente cariche e tatticamente perdenti possono essere le più efficaci. Roosevelt non aveva chiesto a Doolittle di colpire bersagli strategici. Aveva chiesto di colpire il Giappone, punto. Il dove e il quanto non importavano.

La formula attraversa ottantaquattro anni. Pike’s Peak or Bust! (1859) → Tokyo or Bust! (1942) → Pechino or Burst! (2026). Da metafora di fortuna individuale, a metafora di rappresaglia bellica, a metafora geopolitica. FORSE nucleare. La scala dei danni cresce a ogni stazione, ma la grammatica resta identica. Si gioca tutto. O l’oro, o la rovina.


Donald Trump, ieri sera, è atterrato a Pechino con quella stessa scritta sull’airforce One. Non in senso letterale, ovviamente.

In senso metaforico e QUINDI strategico.


Da tre mesi sta percorrendo questo cammino. A febbraio Vladimir Putin gli aveva offerto la via più semplice: la Russia avrebbe preso in custodia i quattrocentoquaranta chilogrammi di uranio arricchito al sessanta per cento giacenti sotto le rovine di Isfahan e Fordow, li avrebbe portati a Mayak, li avrebbe diluiti.

Salva la faccia degli USA, di Israele, dell’Iran. Tutti vincenti, nessun morto, nessuna umiliazione. Trump ha lasciato la proposta in silenzio per tre mesi. Accettare la proposta di Mosca significava una vittoria morale e geostrategica internazionale per Putin, ed il Senato americano — incluso una maggioranza repubblicana — non glielo avrebbe permesso.

Così, lentamente ma deliberatamente, si è chiuso da solo le strade alternative. Il canale pakistano ha prodotto solo il cessate il fuoco di aprile, che è una fiction. Il canale qatarino è arenato sul nodo Hormuz. La proposta iraniana di domenica scorsa, Trump l’ha definita “totally unacceptable”.

La proposta cinese, dopo il rifiuto della russa, è diventata l’unica strada rimasta — e proprio per questo, paradossalmente, la più rischiosa.

Pechino or bust, appunto.

RIschiosa? Certo. Perché Xi Jinping ha le sue carte da giocare. Le sue priorità. Tattiche e strategiche. E le sta giocando esattamente come si attendeva.


Stamattina, nel primo bilaterale, durato due ore e un quarto, Xi ha detto a Trump — letteralmente, secondo il readout di Xinhua — che “Taiwan è il problema più importante nelle relazioni USA-Cina, e se gestito male può portare a un conflitto e a una situazione estremamente pericolosa“. Tre parole-chiave per chi sa leggere il cinese politico: “most important” — gerarchizzazione esplicita; “conflict” — termine mai casuale per un cinese; “extremely dangerous” — ancora MENO casuale: linea rossa.

Tradotto, Xi ha detto: l’Iran è tuo problema, Taiwan è il mio, e se vuoi che diventi tuo aiutante sull’uno devi diventare mio aiutante sull’altro.

Ora: Trump non può pagare quel prezzo. Pechino lo sa e sa anche cosa comporta questo.

Sono questioni concrete: Undici miliardi di dollari di armi a Taiwan approvati a dicembre, i quattordici aggiuntivi in attesa di sua firma, sono il pegno della tenuta del consenso repubblicano al Senato.

Contemporaneamente, cinquantadue senatori e centosettantasette deputati ieri hanno firmato una lettera che gli intima di non concedere nulla sull’arricchimento iraniano. Su Taiwan, se cedesse, gli stessi nomi più altri trenta voterebbero contro l’autorizzazione necessaria a continuare la guerra, che chiederà nelle prossime settimane.

Quindi: Trump è arrivato a Pike’s Peak. Lo specchio gli mostra che l’oro non c’è. Era previsto. E in cambio Xi gli sta dicendo che dovrebbe accettare l’umiliazione di tornare indietro a mani vuote — di diventare, appunto, un Go-Backer.

Non lo accetterà. E qui inizia la parte difficile.


Per capire cosa sta per accadere bisogna leggere insieme tre fatti emersi nelle quarantotto ore prima del summit, tutti rivelati con tempistica troppo ordinata per essere casuale.

Primo: il Wall Street Journal, lunedì, ha rivelato che gli Emirati Arabi Uniti hanno bombardato la raffineria iraniana di Lavan Island a inizio aprile, sotto bandiera Mirage 2000-9. Un atto di guerra emiratino mai dichiarato pubblicamente, ora messo a verbale.

Secondo: lo stesso WSJ, ieri mattina, ha rivelato che David Barnea, capo del Mossad, ha condotto due visite segrete a Abu Dhabi in marzo e aprile, per coordinare operazioni belliche contro l’Iran. Insieme a lui, secondo Kan News, il capo dello Shin Bet David Zini.

Terzo: ieri sera, l’ufficio di Netanyahu ha confermato che il primo ministro israeliano stesso ha visitato segretamente gli Emirati durante l’operazione Roaring Lion, incontrando Mohammed bin Zayed di persona. Gli Emirati hanno smentito solo la visita di Bibi, restando in silenzio sulle altre.

Sono tre rivelazioni perfettamente sincronizzate, uscite tutte attraverso lo stesso canale (il Wall Street Journal per le prime due, l’ufficio israeliano per la terza), nelle settantadue ore prima dell’incontro Trump-Xi. Non è giornalismo investigativo.

È messaggistica strategica orchestrata, che dice a tre destinatari simultaneamente: a Xi, esiste già una coalizione regionale operativa senza di te; a Mojtaba Khamenei, i tuoi vicini del Golfo non sono neutrali; all’opinione pubblica americana, qualunque cosa accada nelle prossime settimane non sarà guerra USA unilaterale, sarà azione di coalizione.

Tradotto in metafora del 1859: Trump non sta solo arrivando a Pike’s Peak. Sta arrivando con i carri di Israele e degli Emirati al seguito. E sta dicendo a Xi: se non mi dai l’oro a Pechino, ho già la dinamite per far saltare la montagna.


A questo punto la domanda diventa: cosa significa bust e burst?

In inglese americano del 1859, bust significava semplicemente fallire, andare in rovina. In inglese contemporaneo, to burst significa esplodere. Le due letture, in questo caso, coincidono fisicamente.

Le opzioni militari sul tavolo, dopo il fallimento di Pechino, si riducono a tre profili. La prima è un’operazione convenzionale ampia — guerra aerea di tre giorni, conquista temporanea di un aeroporto avanzato (probabilmente Hamadan), raid di forze speciali combinato Israele-USA su Isfahan e Pickaxe, estrazione simbolica di una quota di uranio. Quaranta-novanta morti americani, cento-duecento israeliani. Trump che gestisce novantasei ore di operazione complessa multidominio, fuori dalla sua zona di competenza percepita. Ovvero dal suo controllo: gestione e controllo completamente demandati ai capi di stato maggiore di cui, sappiamo bene, Trump non si fida. Migliaia di uomini coinvolti centinaia di mezzi aerei navali, militari, una delle più grandi operazioni anfibie della zona ed una delle più profonde penetrazioni nel territorio nemico. possibile ma con rischi elevatissimi e perdite di mezzi ed uomini sicure. Aerei, mezzi di trasporto ibridi ( Osprey V22)Possibile, ma non probabile, perché Trump non gestisce bene la complessità in tempo reale.

La seconda è un’operazione convenzionale ridotta — bombardamento aereo dei siti residui con le ultime MOP disponibili (cinque-dieci unità, ultima riserva strategica globale per ventuno mesi), niente boots on the ground, dichiarazione di vittoria che lascia il materiale sepolto sotto roccia anziché rimosso. Trump potrebbe venderla a modo suo, ma Netanyahu non l’accetta. Conflitto immediato dentro la coalizione.

E sappiamo che Bibi ha leve potenti per fare a Donald quello che vuole lui.

La terza è l’opzione che nessun analista italiano sta nominando ad alta voce, e che probabilmente è la più razionale dal distorto, feroce, superficiale e narcisistico punto di vista psicologico-decisionale di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, presi insieme.

Uno strike israeliano, magari “omeopatico”, sub-kilotone, con un bunker buster nucleare, su Isfahan UCF.

Trenta minuti di operazione tecnica eseguita da F-15 o da sottomarino classe Dolphin, con un singolo ordigno calibrato per detonare a venti-trenta metri di profondità, dentro la cavità del tunnel di stoccaggio dell’uranio. Effetti di superficie limitati al raggio di mille-millecinquecento metri.

Vittime civili immediate: poche o nessuna. Vittime militari: qualche centinaio. Non centinaia di migliaia. Esito sull’uranio arricchito stoccato in profondità: distruzione fisica certa. Esito sul regime iraniano: capitolazione probabile entro settantadue ore, secondo il modello Hiroshima — non perché Mojtaba sia ideologicamente fragile, ma perché il salto ontologico dell’arma cambia la cornice. Esito sul mondo: shock globale, denuncia universale, ma fatto compiuto.

Trump non deve fare nulla. Non deve gestire complessità operative militari. Non deve schierare le sue forze navali e terrestri nel raggio di tiro delle residue forze missilistiche iraniane ( esistono e sono temibili. altrimenti non parleremmo ancora del blocco dello stretto di Hormutz). Non deve giustificare bodybag, estrazioni di equipaggi abbattuti, prigionieri, a fine missione.

Deve solo, dopo, parlare, con una delle sue narrazioni dalla retorica spiccia e basica.” Israele ha agito per legittima difesa esistenziale, abbiamo fatto tutto per fermarli, ora interveniamo per evitare ulteriori escalation, abbiamo riportato la stabilità.”

Si tratta di proeizione narrativa di potenza, la sua specialità.

Per Netanyahu, che ha le elezioni anticipate a ottobre per la mutinia haredi, è la mossa di chiusura della carriera politica. Esce con un atto irreversibile e indelebile. Vince Likud o perde Likud, ma entra nella storia come quello che ha fermato il programma nucleare iraniano per sempre.

Per Xi, è una sconfitta strategica — la rottura del tabù del 1945 favorisce la proliferazione, e indirettamente avvantaggia la Cina sul lungo periodo, ma toglie a Pechino il ruolo di broker che voleva costruire. Ma Xi non agisce militarmente in risposta. Non è il suo stile. La Cina osserva, impara e prende decisioni strategiche e tattiche ben ponderate, come sempre.

Per Putin, è la conferma che i suoi interlocutori a Washington possono fare qualunque cosa, e questo gli serve narrativamente sulla questione ucraina, pèerchè, molto banalmnete può minacciar ela stessa cosa, magari con una narrazione emergenziale che accusi l’ucraina di traffici segreti di materiale fissile…se ha funzionato per gli USA…

Per il mondo, è il giorno in cui il sistema di non proliferazione globale entra in fase di disgregazione accelerata. Arabia Saudita riceverà testate dal Pakistan entro dodici mesi. I contatti sono noti, potete verificarlo da soli ai link in coda all’articolo. Turchia avvierà il programma. Corea del Sud e Giappone si dichiareranno nucleare-ready. Il TNP, trattato di non proliferazione nucleare, collassa entro diciotto mesi. O prima.


La finestra temporale, per come si profila, è di quattro-sei settimane. Non sessanta-novanta giorni come ho letto su qualche analisi anglofona di questi giorni. L’economia mondiale non regge cosi tanto e i politici coinvolti nemmeno. Hormuz chiuso da settantacinque giorni sta costando cinque-dieci miliardi di GDP globale al giorno. I bonds americani trentennali si stanno muovendo. La benzina nelle stazioni di Iowa e Pennsylvania è cresciuto del quindici virgola sei per cento ad aprile. L’ America è un paese che si regge sugli spostamenti individuali e la classe più povera della popolazione è quella obbligata a spostarsi di più. L’ultima volta che i prezzi della benzina sono stati così alti per un periodo più lungo di un paio di mesi, si è scatenata la crisi dei subprime. tra perdere l’impiego per impossibilità di raggiungere il posto di lavoro e perdere la casa, milioni di famiglie hanno scelto di perdere la casa e così si è scatenata la valanga che ha travolto l’economia mondiale, quasi venti anni fa. economia che oggi è MOLTO più vulnerabile in quanto interconnessa di allora.

Trump ha midterm a novembre. Gli serve chiudere entro luglio massimo, per presentarsi da vincitore e superare shock ed orrore mondiali ( gli esseri umani sono adattabili e dopo qualche mese la cosa è riassorbita in una nuova ordinarietà e quotidianità)

Bibi ha elezioni a ottobre, gli serve chiudere entro luglio massimo.

Le finestre di esecuzione preferite sono i weekend a mercati chiusi — il modello Pearl Harbor, il modello Midnight Hammer del giugno scorso, il modello Bin Laden. La più probabile, statisticamente: ventidue-ventiquattro maggio, oppure ventinove-trentuno maggio.

Ma — e qui sta la differenza fondamentale rispetto a uno strike convenzionale — un’opzione nucleare non richiede pre-posizionamento visibile. Tutto l’apparato necessario è già in postura. Lo spazio aereo iraniano è già di fatto chiuso al traffico civile dal ventotto febbraio. Iron Dome è già presente ed operativo negli Emirati. Le carrier strike group sono già nel Golfo. F-35I sono già pronti a Ovda. Sottomarini classe Dolphin sono già in pattuglia operativa.

Quindi può accadere in ogni momento delle prossime quattro-sei settimane. Senza preavviso. Senza firma operativa rilevabile prima dell’evento stesso.


Una mattina di fine maggio o di inizio giugno, al risveglio, potremmo trovarci a leggere che durante la notte è successo. Le agenzie batteranno la notizia entro tre ore. CTBTO Vienna confermerà la firma sismica entro otto.

Le immagini satellitari commerciali — Maxar, Planet — saranno disponibili entro ventiquattro ore. Il pattern di xenon-radionuclide misurato dalle stazioni norvegesi e australiane confermerà fissione, non detonazione convenzionale di grande potenza, entro quarantotto.

A quel punto saremo nel giorno dopo Hiroshima, ottantun anni dopo il sei agosto 1945.

E forse Donald Trump non sarà nemmeno mai stato consapevole di cosa stava firmando il giorno in cui ha dipinto sopra il proprio carro la scritta Pechino or burst!. Probabilmente pensava di poter fare istrionicamente il furbo. Probabilmente pensava che ci sarebbe stato un accordo, come c’è sempre stato. Che la notizia trapelata per vie segretissime e diplomatiche, che le bombe erano pronte per essere montate sugli aerei, avrebbe portato gli iraniani a più miti consigli, come già successo nel 2012. Probabilmente pensava che Xi avrebbe ceduto sotto la pressione delle tre portaerei nel Golfo, l’evidenza della determinazione USA a mette realmente la parola fine alla cosa ed il rischio sistemico.

Gli storici di Pike’s Peak raccontano che i fifty-niners erano in larga parte gente che non sapeva leggere la mappa, non sapeva calcolare il tempo, non sapeva valutare il proprio carro. E non sapevano ne dove guardare per trovare l’oro ne come estrarlo una volta arrivati da lui. Si erano convinti che la scritta sopra le ruote bastasse a portarli all’oro.

Non bastava. Quasi mai basta.

Apprendisti cercatori, loro. Apprendista stregone Trump.

Fonti e riferimenti per la verifica

Riferimenti storici

Pike’s Peak Gold Rush, fifty-niners, Go-Backers (1859)

Doolittle Raid, 18 aprile 1942, e i sedici B-25

Summit Trump-Xi, Pechino, 14 maggio 2026

Negoziati e proposte iraniane, Hormuz, “totally unacceptable”

Lettera 52 senatori + 177 deputati su arricchimento

Wall Street Journal: raid emiratino su Lavan Island e visite Barnea/Zini agli EAU

Dati economici aprile 2026

Patto Pakistan-Arabia Saudita e questione dell’ombrello nucleare

Sul tema della verifica sismica e radiologica delle detonazioni nucleari


Articolo scritto il 14 maggio 2026, alla vigilia del secondo giorno del summit Trump-Xi. Le probabilità citate sono valutazioni soggettive dell’autore basate sull’analisi della convergenza dei vincoli politici, economici, militari e psicologici al momento della stesura. L’articolo viene reso pubblico in chiave predittiva: l’evento potrebbe o non potrebbe verificarsi nei tempi indicati. Il suo valore documentale risiede nella griglia di analisi proposta, non nell’esito specifico.


Pietro Cambi, ASPO Italia — 14 maggio 2026

Avevo ragione. C’era vita su Marte e non solo il Sabato sera.

Aggiornamento dell’articolo originale: “C’era vita su Marte e non solo il sabato sera”, marzo 2017.

mars gullies mistery resolved

mars gullies mistery resolved

Nel marzo 2017 scrissi su questo blog un articolo che non era ancora uscito da nessuna parte. Nessuna conferenza stampa NASA, nessun paper su riviste prestigiose. Eppure, guardando i dati di Curiosity con occhi da geologo — e con qualche anno passato a studiare le ofioliti — la conclusione sembrava quasi ovvia.

L’argomento era semplice: l’acqua liquida su Marte è durata milioni di anni. Per tenerla liquida serviva un effetto serra potente e continuo. La CO₂ da sola non bastava — i sedimenti lo dimostravano. Il metano abiogeno era fisicamente insufficiente di quattro o cinque ordini di grandezza. Rimaneva solo il metano biologico.

Nove anni dopo, con otto linee di evidenza indipendenti, è il momento di fare il punto.


L’enigma che non è cambiato — si è solo approfondito

L’acqua liquida su Marte non è stata un episodio, catastrofico o meno. I dati mostrano almeno sei-dodici eventi umidi distinti, distribuiti tra 4,1 e 3,0 miliardi di anni fa, con fasi lacustri durate da centinaia di migliaia a centinaia di milioni di anni. Il cratere Gale ha ospitato un lago per qualcosa come cinquecentomila anni — forse molto di più. Un grande mare ha coperto per decine, forse centinaia di milioni di anni, un intero emisfero di Marte. Lo sappiamo con quasi assoluta certezza.*

Per tutto questo tempo, qualcosa ha tenuto il pianeta abbastanza caldo. La CO₂ è esclusa dal record sedimentario stesso: le argille di Gale sono neutre o alcaline, a pH 7-8. Un’atmosfera densa di CO₂ con acqua liquida produce inevitabilmente acque acide — e i carbonati, che si formano quando la CO₂ si scioglie in acqua per tempi geologici, sono quasi assenti nei depositi noachiani.

Proviamo allora a fare come Holmes. Mettiamo in fila tutti i sospetti e vediamo chi sopravvive all’esame.

CO₂: esclusa dal record sedimentario. Le argille di Gale sono neutre o alcaline, a pH 7-8. Una atmosfera densa di CO₂ con acqua liquida produce inevitabilmente acque acide — e i carbonati che si formerebbero in milioni di anni di contatto sono quasi assenti nei depositi noachiani. Eliminata.

SO₂, H₂S, SF₆ e compagni solforati: proposti nel settembre 2025 dall’Università del Texas (Bellino et al., Science Advances, 2025) come alternativa alla CO₂. Stesso problema: tutti producono ambienti acidi a contatto con acqua. Il record sedimentario li esclude per la stessa ragione. Eliminati.

NH₃ (ammoniaca): gas serra potente, proposto in passato per il paradosso del sole debole terrestre. Instabile in atmosfera non riducente: si degrada per fotolisi in ore o giorni. Per mantenerne concentrazioni sufficienti per milioni di anni servirebbe una sorgente continuativa di proporzioni enormi — e non ne esiste una plausibile su Marte. Eliminata.

H₂ (idrogeno molecolare): gas serra efficace se in combinazione con CO₂ per effetto collisionale. Problema: l’idrogeno è il gas più leggero che esiste e fuga nello spazio dalla termosfera marziana in tempi geologicamente brevi. Richiede anch’esso una sorgente continuativa enorme. Quale? La serpentinizzazione — che però, come vedremo, non produce nemmeno lontanamente le quantità necessarie. Eliminato.

Metano abiogeno: l’ultimo sospetto. Quello che sembra più promettente perché effettivamente esiste in natura, perché qualcuno lo ha trovato su Marte oggi, perché la reazione chimica è reale. Ma come vedremo subito, i numeri non reggono — e non reggono per ragioni che vengono dal campo, non dal laboratorio.

Rimane il metano. Ma deve essere biologico. Per convincervi, analizziamo insieme il metano abiogeno.


Il metano abiogeno: perché ci vuole una mente da geologo — e un po’ di Firenze

Quando lessi, nel 2017, della serpentinizzazione come meccanismo proposto per produrre metano su Marte, mi suonò un campanello. Non ricordavo nulla del genere dai miei anni di studio sulle ofioliti — il nome aulico, derivato dal greco, della famiglia di rocce che comprende le serpentiniti. Una storica specialità della Facoltà di Geologia di Firenze, dove ho studiato.

Il campanello aveva a che fare con questo:

Il Battistero di Firenze
Il Battistero di Firenze — rivestito di marmo bianco e di quello che viene chiamato marmo verde di Prato

Il Battistero di Firenze, come decine di altre chiese toscane, è decorato da elegantissimi rivestimenti di marmi bianchi e verdi. Il cosiddetto marmo verde di Prato… non è un marmo. È serpentinite: una roccia metamorfica formata principalmente dal minerale serpentino, prodotto dall’alterazione idrometamorfica di rocce basaltiche da parte di fluidi idrotermali. Rocce ofiolitiche, appunto.

Il meccanismo proposto per produrre metano abiogeno su Marte — la serpentinizzazione dell’olivina in presenza di CO₂ e acqua — è reale. Avviene. In alcuni casi, rari, ma molto, molto, molto rari, avviene con un percorso inusuale.

La reazione semplificata è:

18 Mg₂SiO₄ + 6 Fe₂SiO₄ + 26 H₂O + CO₂ → 12 Mg₃Si₂O₅(OH)₄ + 4 Fe₃O₄ + CH₄

Produce metano. A partire da acqua, CO2 ed un catalizzatore silico metallico. Oltre a temperatura pressione etc etcetc.

Il problema è capire quanto, e in quali condizioni. Perché tra la reazione che funziona in laboratorio e la scala necessaria a mantenere un pianeta caldo per milioni di anni, c’è un abisso — e per misurarlo servono tre dati che non vengono dalla chimica, ma dalla geologia sul campo.

Primo: serve un catalizzatore metallico che in natura è rarissimo. La reazione assomiglia al processo Fischer-Tropsch industriale. In natura il catalizzatore è fornito dalle cromititi presenti nelle ofioliti: rocce ricche di cromo e, crucialmente, di rutenio. Il rutenio è l’unico catalizzatore noto capace di produrre CH₄ sotto i 150°C in condizioni naturali (Etiope et al., Scientific Reports, 2018). Le cromititi sono rare nelle ofioliti. Le ofioliti sono già rare sulla Terra, meno sul fondo del mare dove abbiamo 65.000 km di dorsali oceaniche. Su Marte, senza tettonica a zolle, non esistono ofioliti continentali esposte in superficie.

Secondo: i siti produttivi sono rarissimi anche dove tutto sembrerebbe favorevole. Il sito di Chimaera, in Turchia — il più produttivo al mondo tra le sorgenti ofiolitiche — produce 150-190 tonnellate di CH₄ all’anno su 5.000 m². Su un pianeta con oltre 65.000 km di dorsali oceaniche attive, conosciamo solo alcune decine di siti del genere in tutto il mondo. Se il processo fosse comune, le concentrazioni atmosferiche di metano sarebbero ben diverse da quelle che misuriamo.

Terzo: i numeri non tornano, e non tornano di molto. Sommando tutte le sorgenti abiogene terrestri note si arriva a 1-20 milioni di tonnellate/anno di CH₄ — su un pianeta geologicamente ipervivace, con tettonica attiva e le rocce catalizzatrici giuste. Per mantenere un effetto serra sufficiente su Marte per milioni di anni consecutivi sarebbero stati necessari centinaia di miliardi di tonnellate/anno in modo costante — perché il metano in atmosfera marziana si degrada per fotolisi ultravioletta in circa 350 anni.

Il gap è di quattro o cinque ordini di grandezza. Guzmán-Marmolejo et al. (Astrobiology, 2013) ha messo i numeri in fila e stimato esplicitamente che la probabilità di produzione abiogena sufficiente per pianeti di tipo roccioso sia inferiore al 2%.

Su Marte, senza tettonica, senza ofioliti, con un vulcanismo storicamente molto meno vivace del nostro, quella probabilità è ancora più bassa.


L’oceano che copriva un terzo di Marte ed il fattore tempo

L’ipotesi di un oceano boreale marziano ha una storia lunga quanto l’era spaziale: le immagini Viking degli anni ’70 mostravano già quella che sembrava una linea di costa che percorreva l’emisfero nord per migliaia di chilometri. Per decenni è rimasta controversa per un motivo preciso: quella linea di costa non era livellata — variava di quota fino a 10 km, e una riva del mare non dovrebbe farlo. Oggi sappiamo perché: la crosta marziana si è deformata dopo. E i dati degli ultimi due anni hanno cambiato il quadro.

Il radar del rover cinese Zhurong — sbarcato nel 2021 in Utopia Planitia, proprio nell’area della presunta riva — ha trovato nel sottosuolo strati inclinati sepolti tra 10 e 35 metri, con struttura identica ai depositi costieri terrestri. Non sedimenti lacustri: depositi marini. Come ha detto il co-autore Michael Manga (UC Berkeley): “Per formare increspature serviva un lago senza copertura di ghiaccio. Ora stiamo dicendo che c’era un oceano senza ghiaccio. E invece di increspature, stiamo vedendo spiagge.” (Zhang et al., PNAS, marzo 2025).

Delta fluviali con morfologia backwater: un gruppo dell’Università dell’Arkansas ha trovato nei dati orbitali di Aeolis Dorsa forme del terreno che si producono solo quando un grande fiume sfocia in un corpo d’acqua con livello stabile — non in laghi isolati (Hughes et al., GRL, settembre 2025).

Studio TGO/CaSSIS ExoMars (gennaio 2026): depositi con scarpate costiere in più regioni dell’emisfero nord. Marte ha avuto un oceano grande almeno quanto l’Oceano Artico terrestre, con acqua stabile su scala planetaria per periodi più lunghi di quanto si pensasse.

Non uno ma probabilmente due oceani

L’analisi stratigrafica di Kasei Valles racconta una storia in due atti (Balme et al., Scientific Reports, 2020): l’oceano noachiano si è ritirato attorno a 3,6 miliardi di anni fa, bloccandosi in depositi criosferici e sotterranei. Poi, tra 3,4 e 3,2 miliardi di anni fa nell’Esperiano, l’acqua è tornata nelle pianure settentrionali fino a un livello ancora più alto — il cosiddetto livello “Arabia”. Non un evento singolo: un sistema idrologico che si è riacceso.

Perché l’oceano peggiora ulteriormente il problema del metano

Un oceano planetario per centinaia di milioni di anni non è un lago isolato. È un ciclo idrologico globale: evaporazione, precipitazioni su tutto l’emisfero sud, reimmissione nei bacini settentrionali. Per mantenere caldo un oceano di quelle dimensioni per quella durata, il flusso di metano richiesto era ancora più massiccio di quanto già stimato per i soli laghi-cratere. Il gap con la produzione abiogena massima possibile — già di 4-5 ordini di grandezza — si allarga ulteriormente.

Se un giorno nei sedimenti di quell’oceano boreale, oggi sepolti sotto Utopia Planitia, si trovassero le stesse firme chimiche che stiamo trovando a Gale e a Jezero — δ¹³C negativi, catene alcaniche con dominanza pari, vivianite e greigite associate a materia organica — sarebbe la chiusura di un cerchio lungo quasi cinquant’anni.


Le otto evidenze (2017–2026)

1. Carbonio impoverito in ¹³C — Curiosity, 2022

Il metabolismo fraziona isotopicamente il carbonio: preferisce ¹²C per ragioni termodinamiche, lasciando nei sedimenti una firma caratteristica. Valori di δ¹³C fortemente negativi — fino a -70‰ e -100‰ — sono il segno di metanogeni o fotosintesi. La sintesi abiogena produce valori molto meno estremi, tipicamente tra -20‰ e -45‰. Curiosity ha trovato i valori attesi dall’origine biologica. Riferimento: House et al., PNAS, 2022.

2. Catene lunghe di alcani con dominanza numeri pari — Curiosity, marzo 2025

Le molecole organiche più grandi mai trovate su Marte: decano (C10), undecano (C11), dodecano (C12), nel mudstone di Cumberland a Yellowknife Bay (Freissinet et al., PNAS, marzo 2025). La biosintesi degli acidi grassi avviene per aggiunta iterativa di unità a due carboni (via acetil-CoA) e produce obbligatoriamente catene con numero pari. La sintesi Fischer-Tropsch abiogena non ha questa preferenza. Come ha detto Freissinet a ESA: “se troviamo un vero trend pari/dispari, potremmo discriminare senza tornare a Terra” (ESA blog, maggio 2025).

3. Abbondanza molecolare originaria compatibile con biologia — febbraio 2026

Pavlov et al., Astrobiology, febbraio 2026: ricostruzione matematica della quantità di molecole organiche presenti al momento della deposizione (3,7 miliardi di anni fa), correggendo per 80 milioni di anni di degradazione radioattiva. Risultato: 120-7.700 ppb. Compatibile con produzione biologica; spiegabile abioticamente solo accumulando coincidenze straordinarie.

4. Vivianite + greigite + materia organica — Perseverance, settembre 2025

Nel cratere Jezero, formazione Bright Angel, roccia “Cheyava Falls”, campione “Sapphire Canyon”. Noduli submillimetrici (“semi di papavero”) e fronti di reazione millimetrici (“macchie di leopardo”) ricchi di vivianite (fosfato ferroso) e greigite (solfuro di ferro), associati a carbonio organico, tutto a bassa temperatura.

Su Terra questa associazione in sedimenti lacustri a bassa temperatura è di origine microbica in oltre il 95% dei casi documentati (Rothe et al., Earth-Science Reviews, 2016). Come ha detto il lead author Joel Hurowitz (Stony Brook): “Non ho trovato in letteratura un esperimento in cui qualcuno abbia prodotto vivianite partendo da carbonio organico macromolecolare e fango ricco di ferro in assenza di biologia.” Paper: Hurowitz et al., Nature 645, 332–340 (2025). Comunicato NASA: JPL, settembre 2025.

5. Record sedimentario che esclude CO₂ e tutti i gas acidi

Argille alcaline, assenza di carbonati diffusi, assenza di solfati acidi nei depositi noachiani: esclusione sistematica di ogni gas serra abiogeno noto che a contatto con acqua produca ambienti acidi — CO₂, SO₂, H₂S, SF₆. Era il cuore dell’articolo del 2017 ed è rimasto intatto, anzi rafforzato dall’esclusione dei gas solforati di Bellino et al. (2025). Riferimenti: Vaniman et al., JGR, 2014; Grotzinger et al., Science, 2014.

6. Gap quantitativo: metano abiogeno da serpentinizzazione ofiolitica

(L’evidenza originale del 2017 — sviluppata sulla base della formazione in geologia delle ofioliti.)

Vedi sezione precedente per il ragionamento completo. In sintesi: gap di 4-5 ordini di grandezza tra produzione abiogena massima possibile e quantità richiesta per l’effetto serra marziano. Probabilità di produzione sufficiente stimata <2% dalla letteratura quantitativa. Riferimenti: Etiope et al., 2018; Guzmán-Marmolejo et al., 2013.

7. Metano atmosferico con variabilità stagionale — Curiosity, 2019

Picco di 21 ppb nel giugno 2019, con andamento stagionale (Webster et al., Science, 2019). Il Trace Gas Orbiter dell’ESA non lo conferma dall’orbita (Korablev et al., Nature, 2019) — una discrepanza ancora aperta che impone cautela nell’interpretazione.

8. Fasi umide durate decine-centinaia di milioni di anni — 2026

Turner et al., Geophysical Research Letters, febbraio 2026: sequenze sedimentarie a strati alternati nel cratere Gale — leggibili come gli anelli di un albero — depositate per un periodo di 5-269 milioni di anni, datato con crateri sindepositazionali come cronometro. Il metano si degrada in ~350 anni: mantenere concentrazioni sufficienti per milioni di anni richiede una sorgente che si auto-alimenta. Nessun meccanismo abiogeno ha questa proprietà. Il metabolismo biologico sì, finché ci sono substrati.


L’analisi bayesiana

Ora arriva il bello. Come credo sia ragionevole, mi sono chiesto: mettendo insieme tutte le evidenze, è possibile arrivare ad una certezza scientifica? Per certezza scientifica non si intende una certezza assoluta, piuttosto, il superamento di una soglia di confidenza, ovvero una probabilità estremamente ridotta che l’ipotesi sia sbagliata. Ecco quindi un’analisi, forse ancora imperfetta, ma piuttosto circostanziata, delle probabilità che la mia ipotesi sia corretta.

Ovvero che la vita su marte sia dimostrata dall’esistenza di un periodo caldo prolungato per il pianeta. Un’ipotesi, tengo a precisare che nove anni fa ho formulato ,con questi fondamenti, per primo ed ancora oggi mi vede solitario propositore & sostenitore.

Solitario si, ma non senza argomenti e strumenti di convincimento…

Per ognuna delle otto evidenze ho stimato il rapporto di verosimiglianza (LR): quanto è più probabile osservare quella evidenza se su Marte c’era vita, rispetto a se non c’era? Un LR di 10 significa che l’evidenza è dieci volte più probabile in un mondo con vita che senza. Partendo da un prior, gli LR si moltiplicano.

L’evidenza 5 — l’esclusione sistematica di tutti i gas acidi — non entra nella catena moltiplicativa come LR ma come aggiornamento del prior: restringe lo spazio delle ipotesi abiogene prima ancora di considerare le altre evidenze, portando il prior da 1:1 a 19:1 in favore del biotico. La giustificazione è nelle note.

EvidenzaLR grezzoLR corretto
(correlazioni)
Odds cumulativi
Prior aggiornato (esclusione gas acidi)——19:1
¹ δ¹³C fortemente negativo (fino a -100‰)4028532:1
² Catene lunghe di alcani, dominanza numeri pari (CPI > 1)663.192:1
³ Abbondanza molecolare originaria compatibile con biologia5515.960:1
⁴ Vivianite + greigite + organici a bassa temperatura1515239.400:1
⁶ Gap quantitativo metano abiogeno / serpentinizzazione ofiolitica505011.970.000:1
⁷ CH₄ atmosferico con variabilità stagionale1212143.640.000:1
⁸ Fasi umide per decine-centinaia di milioni di anni25182.585.520.000:1

Sei sigma

In fisica delle particelle il criterio di scoperta è sei sigma: probabilità di falso positivo inferiore a 2×10⁻⁹, corrispondente a odds superiori a 500.000.000:1. È la soglia che il CERN ha usato per annunciare la scoperta del bosone di Higgs nel 2012.

Con i valori riportati sopra, giustificati da letteratura quantitativa e corretti per le correlazioni tra evidenze, gli odds raggiungono ~2,6 × 10⁹ : 1.

Siamo oltre i sei sigma.

La vera misura della solidità non è però il numero finale ma questa: eliminando le tre evidenze più deboli (², ³, ⁷) e tornando al prior neutrale 1:1, si ottiene comunque:

1 × 28 × 15 × 50 × 18 = 378.000:1 — oltre i quattro sigma.

Chi volesse contestare questa analisi deve farlo evidenza per evidenza, con argomenti fisici o geochimici specifici. Le giustificazioni quantitative per ogni LR sono nelle note.


La prova che manca ancora — e la battuta che non era una battuta

La prova quasi definitiva non è ancora stata raccolta: la chiralità molecolare. La vita usa esclusivamente L-amminoacidi e D-zuccheri. La sintesi abiogena produce miscele racemiche (50% L, 50% D). Lo strumento MOMA, a bordo di ExoMars Rosalind Franklin, è progettato esattamente per questo — colonna cromatografica enantioselettiva, capace di separare le due forme. I campioni di Perseverance, se torneranno sulla Terra con il Mars Sample Return, potrebbero essere analizzati con questa tecnica nei laboratori terrestri.

Nel 2018 avevo scritto nei commenti: “Ci arriveranno, ma non troppo in fretta, altrimenti chi le finanzia le prossime costosissime missioni?” Era una battuta, ma non troppo. I dati arrivano. E arrivano sempre nella stessa direzione.

Come diceva Conan Doyle: “Una volta eliminato l’impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità.”


Note sui criteri adottati per i rapporti di verosimiglianza

I rapporti di verosimiglianza (LR) esprimono quanto ogni evidenza sia più probabile nell’ipotesi biotica rispetto all’ipotesi abiogena. Sono stime fondate su letteratura quantitativa, non misure strumentali dirette.

Prior aggiornato — da 1:1 a 19:1
Le argille del cratere Gale mostrano pH 7-8 nei depositi noachiani, con assenza di carbonati diffusi e di solfati acidi. Qualsiasi gas serra abiogeno noto — CO₂ densa, SO₂, H₂S, SF₆ — a contatto con acqua liquida per milioni di anni produce ambienti acidi incompatibili con questi sedimenti. Non si tratta di un LR ma di un’esclusione dello spazio delle ipotesi: la probabilità a priori dell’ipotesi abiogena scende da 0.5 a ~0.05, portando il prior a 19:1 in favore del biotico. Rif.: Vaniman et al., JGR, 2014; Grotzinger et al., Science, 2014; Bellino et al., Science Advances, 2025.

¹ δ¹³C fortemente negativo — LR grezzo = 40, LR corretto = 28
La distribuzione del δ¹³C è ben caratterizzata in letteratura: metabolismo biologico (metanogeni, fotosintesi) produce valori tra -60‰ e -110‰; Fischer-Tropsch abiogeno -20‰ a -45‰; serpentinizzazione -15‰ a -38‰ (Etiope & Sherwood Lollar, Ann. Rev. Earth Planet. Sci., 2013). I campi biotico e abiogeno si sovrappongono per meno del 2% a valori sotto -60‰: P(abiogeno | δ¹³C < -60‰) < 0.025, LR = 1/0.025 = 40. Corretto a 28 per correlazione parziale (~30%) con l’evidenza ⁶: entrambe riguardano il frazionamento isotopico del carbonio nel ciclo del metano. Rif.: House et al., PNAS, 2022.

² Catene lunghe di alcani, dominanza numeri pari — LR = 6
La biosintesi degli acidi grassi via acetil-CoA produce obbligatoriamente catene con numero pari di atomi di carbonio; Fischer-Tropsch produce CPI ≈ 1. I dati disponibili coprono però solo tre alcani (C10, C11, C12): campione insufficiente per un CPI statisticamente robusto. LR = 6 per onestà sulla dimensione del campione — potenzialmente molto più alto con una distribuzione più ampia. La stessa Freissinet ha dichiarato che il prossimo esperimento su Cumberland cercherà alcani fino a C6. Rif.: Freissinet et al., PNAS, 2025.

³ Abbondanza molecolare originaria — LR = 5
Pavlov et al. (2026) ricostruisce l’abbondanza originaria correggendo per degradazione radioattiva su 80 milioni di anni di esposizione: 120-7.700 ppb, compatibile con sorgente biologica. L’incertezza dichiarata copre quasi due ordini di grandezza — da cui LR = 5, che riflette questa limitazione. Rif.: Pavlov et al., Astrobiology, 2026.

⁴ Vivianite + greigite + materia organica a bassa temperatura — LR = 15
Su Terra la formazione di vivianite associata a greigite e materia organica in sedimenti lacustri a bassa temperatura è documentata come prodotto di riduzione batterica di Fe³⁺ e SO₄²⁻ in oltre il 95% dei casi studiati (Rothe et al., Earth-Science Reviews, 2016). Le rocce di Bright Angel non mostrano indicatori termici: le reazioni sono avvenute a bassa temperatura, escludendo la via abiogena termica. P(abiogeno) < 0.05 dalla statistica terrestre → LR ≈ 20, ridotto a 15 per incertezza nel trasferimento Terra→Marte. Rif.: Hurowitz et al., Nature 645, 2025.

⁶ Gap quantitativo metano abiogeno / serpentinizzazione ofiolitica — LR = 50
Evidenza sviluppata originariamente in questo blog nel marzo 2017, sulla base della formazione in geologia delle ofioliti. Numeri: produzione massima abiogena terrestre da tutti i siti noti ~1-20 Mt/anno (Guzmán-Marmolejo et al., Astrobiology, 2013); sito più produttivo al mondo (Chimaera, Turchia): 150-190 t/anno (Etiope et al., EPSL, 2011); richiesto per l’effetto serra marziano continuativo: ~10⁸-10⁹ t/anno (Ramirez et al., Nature Geoscience, 2014); catalizzatore necessario (rutenio in cromititi) assente su Marte senza tettonica a zolle (Etiope et al., Scientific Reports, 2018). Guzmán-Marmolejo et al. stimano P(produzione sufficiente per pianeti di tipo marziano) < 0.02 → LR = 1/0.02 = 50. Nessuna correzione per correlazione: l’argomento è fisicamente indipendente da tutte le altre evidenze.

⁷ CH₄ atmosferico con variabilità stagionale — LR = 12
La variabilità stagionale è difficile da spiegare con degassamento geologico profondo. La mancata conferma dal TGO introduce però incertezza reale sulla realtà del segnale. Trattamento formale dell’incertezza: P(segnale reale) = 0.65 — stima conservativa, dato che TGO e Curiosity misurano a scale spaziali e quote diverse; LR se reale = 20; LR se strumentale = 1. LR effettivo = 0.65 × 20 + 0.35 × 1 = 13.35, arrotondato a 12. Rif.: Webster et al., Science, 2019; Korablev et al., Nature, 2019.

⁸ Fasi umide per decine-centinaia di milioni di anni — LR grezzo = 25, LR corretto = 18
Durata di deposizione 5-269 milioni di anni da cronometria con crateri sindepositazionali (Turner et al., GRL, 2026). Durata del metano in atmosfera marziana ~350 anni per fotolisi UV (Mumma et al., Science, 2009). Rapporto minimo: 5×10⁶ / 350 ≈ 14.000 ricambi atmosferici consecutivi necessari con sorgente attiva. Nessun meccanismo abiogeno noto regge su questa scala temporale: tutti si esauriscono senza reintegro del substrato. LR grezzo = 25; corretto a 18 per correlazione parziale (~28%) con il prior aggiornato dall’esclusione dei gas acidi — entrambi riguardano la durata del clima umido.

Cronache dal prebomba

LA STERILIZZAZIONE: quando la logica porta dove nessuno vuole guardare Crisis What Crisis · 7 marzo 2026 · Giorno 8 — Aggiornamento finale


L’ordine unipolare non sta scomparendo per mancanza di forza, ma per l’incapacità di usarla senza distruggere se stesso. Questa frase, scritta due settimane fa come analisi prospettica, è oggi cronaca.

Il 28 febbraio 2026 Israele e gli Stati Uniti hanno avviato Operation Roaring Lion / Epic Fury. Khamenei è morto nel suo ufficio a Teheran. Il regime che aveva resistito quarantasette anni di pressioni esterne si è trovato, in novantasei ore, senza guida suprema, senza il comandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i Pasdaran — l’esercito ideologico del regime, distinto dalle forze armate regolari), senza il principale consigliere per la sicurezza.

Quello che segue è un’analisi degli incentivi strutturali, della fisica, e della psicologia dei protagonisti. Non è un endorsement. È una lettura di ciò che la logica produce quando nessuno ha interesse a fermarla.


I. IL LIMITE DELL’ANALISI RAZIONALE

Prima di procedere, una premessa necessaria. L’analisi geopolitica classica si basa su modelli di costo-beneficio razionale. Ma i protagonisti di questa crisi includono attori per cui quella logica non vale.

Il 7 ottobre 2023 Hamas ha lanciato un attacco sapendo con certezza matematica che avrebbe provocato la distruzione di Gaza. Lo ha fatto ugualmente. Non era una scelta militare — era un atto teologico-politico. I Pasdaran hanno una storia analoga di operazioni suicide funzionalmente controproducenti sotto qualsiasi metro di valutazione razionale. L’estremismo religioso-politico non calcola la sopravvivenza istituzionale: calcola il martirio e il precedente storico.

Dimenticarsi questo significa dimenticarsi di cosa accende la scintilla.


II. I PROTAGONISTI: PSICOLOGIA REALE

Trump non sta conducendo una strategia geopolitica di lungo periodo. Sta costruendo la sua stella di potenza prima delle elezioni di midterm 2026. Ha bisogno di un’immagine definitiva — non di un conflitto che si trascina. La sua logica è quella dello showman: atto finale spettacolare, applausi, uscita di scena.

Netanyahu ragiona in termini di sopravvivenza assoluta — personale e dello stato. Ha fissato le elezioni israeliane a giugno-luglio per cavalcare il consenso di guerra. Non gestisce una guerra: gestisce una campagna elettorale con la guerra come sfondo. Per lui il tabù nucleare è negoziabile se serve come colpo finale prima delle urne.

I Pasdaran sopravvissuti non possono più nulla sul piano militare convenzionale. Il loro arsenale missilistico è gravemente degradato, la catena di comando è decapitata, le milizie proxy in Libano, Iraq e Yemen operano in modo sempre più autonomo. L’unica leva residuale è il materiale nucleare — e la disponibilità, dimostrata storicamente, a usare qualsiasi strumento senza calcolo razionale delle conseguenze.


III. IL COLLASSO CHE RENDE TUTTO INEVITABILE

Qui sta il punto che questa analisi ha inizialmente sottovalutato, e che va corretto esplicitamente.

Il collasso del regime iraniano non riduce il rischio nucleare. Lo aumenta e lo accelera.

Un regime funzionante, anche autoritario, ha interlocutori identificabili e una catena di comando che controlla centralmente il materiale fissile. Un regime collassato distribuisce quel controllo verso il basso — verso i comandanti regionali dei Pasdaran, verso le milizie, verso fazioni che operano con la logica del martirio descritta sopra.

I circa 400 kg di uranio arricchito al 60% di purezza — sufficiente teoricamente per più di dieci ordigni — con localizzazione già incerta secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), in mani frammentate e ideologicamente estreme, non è più un problema gestibile diplomaticamente. È uno scenario di inevitabilità.

Ed è esattamente lo scenario che serve a Trump e Netanyahu per rendere lo strike finale non una scelta politica controversa, ma una “necessità oggettiva” che si è autoavverata. La sequenza — attacco convenzionale, collasso, dispersione del materiale, strike definitivo — funziona sia che sia stata pianificata deliberatamente, sia che stia emergendo per convergenza di incentivi. Il risultato è identico.


IV. LO STATO REALE DEL PROGRAMMA NUCLEARE

Dopo la guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025, l’AIEA ha stimato che tutte le 17.300 centrifughe installate nel principale sito di arricchimento di Natanz siano state distrutte o rese inoperabili. I siti di produzione dei componenti a Isfahan, Karaj e Teheran: tutti colpiti.

Ma la variabile che i comunicati minimizzano: già prima del 28 febbraio, l’Iran stava trasferendo centrifughe salvate all’interno di strutture sotterranee non identificate — in particolare “Pickaxe Mountain”, un sito a sud di Natanz mai dichiarato all’AIEA, con escavazione intensificata nei mesi precedenti. L’AIEA ha dichiarato di aver perso “la continuità della conoscenza” sugli inventari di materiale nucleare iraniano.

Il programma non è eliminato. È stato spostato in profondità irraggiungibili dai sistemi convenzionali. Questo è il bersaglio.


V. LA FISICA DELLA STERILIZZAZIONE

Un’esplosione nucleare tattica sotterranea a 60-90 metri di profondità non richiede una testata da megatoni. Un dispositivo da 1-5 kiloton — circa un terzo della bomba di Hiroshima — fatto detonare in cavità produce un’onda sismica che polverizza la roccia in raggio di centinaia di metri, collassa i tunnel e vetrifica il materiale fissile nella roccia fusa.

Il contenimento è quasi totale. La ricaduta radioattiva in superficie è minima. Non è “attacco nucleare” nel senso che l’immaginario collettivo associa a Hiroshima. È sterilizzazione permanente del sito: il materiale non sparisce, viene reso inaccessibile per generazioni.

L’operazione sarà quasi certamente multipla — Pickaxe Mountain, Fordow, e probabilmente un terzo sito non pubblicamente identificato. La vetrificazione deve essere completa e certificabile simultaneamente. Se rimane un sito dubbio, l’intera narrativa del “problema risolto per sempre” crolla. Questo richiede più vettori coordinati, probabilmente bombardieri americani B-2 per i siti più profondi, con Israele che fornisce la copertura politica del primo utilizzo.

Se lo fa Israele — non formalmente gli USA — Washington mantiene distanza formale. Israele non ha firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, il trattato internazionale che vincola gli stati firmatari a non sviluppare né usare armi atomiche. Non violerebbe quindi tecnicamente nessun accordo cui sia vincolato.


VI. NON UNO STRIKE — UN PACCHETTO

Questo è il punto strutturalmente più importante. Non si tratta di uno strike e poi si vede.

La pace non è il dopo dello strike. È parte integrante dello strike. Sono la stessa operazione.

La profferta è già scritta, già comunicata ai canali diplomatici omaniti o svizzeri, pronta per essere annunciata nelle ore successive alle esplosioni. Trump annuncia lo strike. Simultaneamente — o entro poche ore — annuncia di aver aperto un canale diretto con il governo provvisorio iraniano. “Ho eliminato la minaccia nucleare e offro la pace al popolo iraniano.” In un solo ciclo di notizie, senza spazio per la controffensiva narrativa.

Chiunque emerga dalla successione caotica in Iran ha ogni incentivo ad accettare: ha bisogno di legittimità internazionale, sollievo economico, e di smettere di essere bombardato.

Per Trump: ha eliminato Khamenei, distrutto il programma nucleare, concluso la pace. Prima dei midterm 2026. Trionfo assoluto. Per Netanyahu: elezioni a giugno con la guerra vinta come sfondo elettorale.


VII. IL TIMING: PERCHÉ LE BORSE SONO L’UNICA CERTEZZA

Uno strike nucleare tattico produce uno shock sui mercati dell’ordine del 15-20% immediato sul petrolio, volatilità estrema sugli indici azionari, potenziale instabilità valutaria regionale. Farlo con i mercati aperti significa regalare ore di trading nel caos a chiunque abbia posizionamenti speculativi preventivi.

Il precedente è consolidato: le operazioni militari americane e israeliane più significative degli ultimi trent’anni sono state avviate sistematicamente nel weekend, a borse chiuse. L’Iraq 2003: giovedì notte ora americana. L’operazione su Bin Laden: domenica notte. Gli strike in Siria del 2017 e 2018: venerdì notte.

Questo sabato — 7 marzo — è la prima finestra che soddisfa tutti i criteri simultaneamente: preparazione dell’opinione pubblica completata questa settimana, borse chiuse, lunedì mattina disponibile per gestire la narrativa.

Aspettare sabato prossimo significa una settimana in più durante la quale il materiale si muove, la narrativa si erode, può accadere qualcosa di imprevedibile. Ogni giorno la finestra del “sito identificabile e colpibile” si restringe. Uno strike su un sito vuoto è un disastro politico, non un trionfo.

La finestra ottimale si chiude rapidamente. L’unica certezza logistica di questa crisi è che l’azione avverrà a borse chiuse.


PROBABILITÀ AGGIORNATE — 7 MARZO 2026, ORE DI APERTURA

🔴 45–55% — Strike nucleare tattico multiplo oggi, sabato 7 marzo. Prima finestra utile. Collasso del regime accelera — non riduce — la pressione ad agire prima che il materiale si disperda ulteriormente.

🟠 35–40% — Strike sabato 14 marzo, se oggi non accade. Probabilità decrescente per ogni giorno aggiuntivo di attesa.

🔴 70–80% — Materiale nucleare fuori controllo centralizzato entro 7–10 giorni in caso di collasso caotico. Questo scenario non è alternativo allo strike — è il catalizzatore che lo accelera.

⚪ 10–15% — Mediazione e cessate il fuoco senza strike nucleare tattico. Richiede un interlocutore iraniano con autorità sufficiente. Al momento non identificabile.


CONCLUSIONE

La logica di questa crisi ha prodotto una sequenza che si è autoavverata: attacco convenzionale, decapitazione del regime, collasso della catena di comando, dispersione del controllo sul materiale nucleare verso fazioni estreme. Ogni passaggio ha reso il successivo più probabile e più urgente.

Il costo che nessuno sta calcolando — o che calcola e accetta — è il precedente storico. Che le armi nucleari tattiche sono strumenti militari utilizzabili. Che il tabù era una convenzione, non una legge fisica. Entro cinque anni da quel momento, ogni potenza regionale con ambizioni nucleari ricalibra la propria dottrina.

È esattamente il tipo di decisione che prendono coloro che ragionano in cicli elettorali, non in decenni.


📎 FONTI

[1] Cronologia operazione, morte Khamenei, elezioni israeliane anticipate: https://en.wikipedia.org/wiki/2026_Israeli%E2%80%93United_States_strikes_on_Iran

[2] Crisi successione, pressioni Pasdaran, boicottaggio Assemblea degli Esperti: https://en.wikipedia.org/wiki/2026_Iranian_Supreme_Leader_election

[3] Dichiarazione Trump sui candidati eliminati (TIME): https://time.com/7382040/iran-ayatollah-ali-khamenei-successor-next-supreme-leader/

[4] Distruzione centrifughe a Natanz — Institute for Science and International Security: https://isis-online.org/isis-reports/post-attack-assessment-of-the-first-12-days-of-israeli-strikes-on-iranian-nuclear-facilities

[5] AIEA su centrifughe e materiale per 10 testate (Times of Israel): https://www.timesofisrael.com/all-centrifuges-at-irans-main-enrichment-plant-likely-severely-damaged-iaea-chief/

[6] Pickaxe Mountain e ricostruzione sotterranea (Alma Research Center): https://israel-alma.org/iran-situation-assessment-february-2026-the-race-to-rebuild-the-nuclear-and-missile-array-casual-terror-and-the-crink/

[7] AIEA perde traccia degli inventari di uranio arricchito: https://isis-online.org/isis-reports/comprehensive-updated-assessment-of-iranian-nuclear-sites-five-months-after-the-12-day-war

[8] Hegseth: “solo all’inizio” (CBS News): https://www.cbsnews.com/live-updates/us-iran-war-israel-strikes-tehran-lebanon-day-5-al-udeid-targeted/

[9] Voto War Powers fallito al Senato (CNBC): https://www.cnbc.com/2026/03/04/us-iran-war-live-updates.html

[10] Briefing completo — Parlamento britannico: https://commonslibrary.parliament.uk/research-briefings/cbp-10521/

[11] Bilancio vittime aggiornato (Al Jazeera): https://www.aljazeera.com/news/2026/3/1/us-israel-attacks-on-iran-death-toll-and-injuries-live-tracker

[12] Collasso del rial e frammentazione dei Pasdaran: https://jinlow.substack.com/p/iran-after-khamenei-military-oligarchy

[13] AIEA — danni a Natanz, contaminazione circoscritta al sito: https://www.iaea.org/newscenter/pressreleases/update-on-developments-in-iran


Crisis What Crisis · Analisi geopolitica indipendente Le probabilità espresse sono stime analitiche, non previsioni. La pubblicazione di questa analisi è essa stessa un atto di trasparenza: se il ragionamento è corretto, altri lo stanno facendo. Se è sbagliato, i fatti lo dimostreranno rapidamente.

Il vaso di Pandora

Un paio di giorni fa Benjamin Netanyahu e’andato in tv, a spiegare i prossimi passi di Israele a Gaza. Parlava di corridoi umanitari etc etc. In pratica forniva, ormai lo sappiamo, le premesse di nuovi massacri grazie a nuove scuse ( i terroristi si nascondono bla bla bla)Bene ricordare, nel merito, una cosa elementare: perfino nell’ atroce secondo conflitto mondiale, ospedali scuole e luoghi di rifugio non sono stati MAI obbiettivi voluti e dichiarati.

A prescindere dal fatto che la popolazione fosse”complice” o che questi luoghi potessero nascondere qualche combattente. Lo imponeva e lo impone la convenzione di Ginevra che stabilisce regole e limiti anche nei conflitti. Non che non siano stati coinvolti, ma non volontariamente, non scientemente.

Non è roba da poco: chi non la rispetta, la Convenzione, è ufficialmente un criminale di guerra e se il non rispetto e’ teorizzato e fomentato è ufficialmente un genocida.Niente, nemmeno la analoga ferocia dei propri avversari, giustifica certe azioni. Ma non divaghiamo: il punto essenziale, che definisce l’attuale governo israeliano come genocida è la cartina.

È incredibile ma praticamente tutti i nostri media hanno taciuto, oppure, peggio, non si sono accorti, sullo squadernamento esplicito della soluzione finale.Non la chiamo così a cuor leggero: e’ implicita ( dovrei dire: esplicita) nella cartina stessa. Notizia data in apertura dei principali telegiornali con il commentatore di turno che espone il Benjamin-pensiero e niente dice sulla cartina stessa. Sulla certezza, esplicata in mondovisione, di cosa vuole, oggi, Israele.

A questo punto siete curiosi, ma io spero che, come me, un sussulto, un fremito, un turbamento, abbia per un attimo agitato il sereno tran tran della vostra cena. A me, personalmente, ha mandato di traverso un canederlo.

Eccola la foto:la vedete in apertura di questo post.

Non devo aggiungere altro, spero.

La soluzione del conflitto israeliano palestinese? Questo è il punto di vista dell’attuale governo israeliano. Per ottenerlo, nessuna pace è possibile, nessun accordo e’ plausibile.

Per ottenerlo vi sono solo due possibili mezzi: genocidio e pulizia etnica.

Con tutta evidenza, nell’impossibilità pratica ( non morale!!!) del primo, sappiamo dalle esperienze pregresse che ci va tempo soldi spazio ed organizzazione per sterminare un intero popolo, Israele punta al secondo. Non sto interpretando nulla.

Non sto estrapolando nulla.

Non sto accusando nessuno.

Sto descrivendo.

Quella che espone Benjamin Netanyahu non è una minaccia.

Non è una vendetta.

È come vede le cose.

Il punto è che è come vedono le cose TUTTI, da quelle parti. Sanno tutti che QUESTO, non altro è il modo di intendee la questoine dell’attuale governo Israeliano.

In questo contesto non vi è pace possibile, non vi è accordo possibile, non vi è esito possibile.

L’happy end, nella storia, esiste solo perché la storia la raccontano i vincitori.

Qui nemmeno quello è dato. Perché vincitori non possono esserci.

Ricordatevi di questa cartina, nelle prossime settimane e mesi, quando sentirete parlare di accordi e proposte. Quando in ordine sparso e scarso vedrete un presidente a caso parlare di soluzioni al conflitto Israele-palestinese.

La soluzione di Israele e’ quella di questa cartina.

Non è sempre stato così. Come un vaso, prima di cadere a terra ed andare in mille pezzi, era sul tavolo, tutto intero. Ma ora è così ed esperienza e seconda legge della termodinamica dicono che il vaso non tornerà tutto intero sul tavolo. Si, sto proprio parlando di Pandora e del SUO vaso.

Entropia, materia oscura, gravità e tutto il resto

Un fantasma si Aggira nell’Universo.

Un fantasma che sembra costituire quasi il 90% di…. TUTTO.

Da alcuni decenni ci siamo accorti che le Galassie ruotano troppo velocemente.

Mettendo insieme stelle, ammassi, nebulose, buchi neri, etc etc, in breve tutta la materia, visibile ed invisibile, ragionevolmente presente in una data Galassia, non si raggiunge la massa necessaria a farle ruotare alle velocità che misuriamo.

Apparentemente, esiste una ENORME quantità di materia, sconosciuta, che non interagisce con niente altro, diffusa nell’intero volume della galassia ed anche oltre, il cui unico effetto misurabile è quello di tenere insieme, grazie alla sua massa, la Galassia stessa. Grazie a questa materia oscura, si suppone, le Galassie ruotano più velocemente di quanto ci aspettiamo.

Questo è stato verificato per migliaia di galassie, a distanza crescenti. Riguarda TUTTE le Galassie: in generale sembra ci sia MOLTA più massa di quella che riusciamo a vedere o intuire. Per essere esatti: sembrerebbe che oltre il 90% della massa dell’Universo sia costituito da materia oscura.

Ecco quindi che da quasi cinquanta anni ci si chiede cosa sia questa massa.

Particelle WIMP, neutralini, microbuchi neri primordiali, calzini spaiati provenienti da un altro universo ( con abitanti molto disordinati, data la quantità di calzini spaiati)… la lista è lunga. Sappiamo che non può essere materia ” normale”: la quantità di deuterio presente nell’Universo è molto sensibile alla quantità di idrogeno ( e quindi di materia ordinaria) presente nell’Universo. La quantità di deuterio presente è congruente con la quantità di materia barionica che vediamo.

Qualunque cosa sia, quindi, è cosa esotica.

Ma se, dopotutto, si stesse cercando nella direzione sbagliata?

Il primo spunto me l’ha dato la lettura di un libro di Carlo Rovelli, sette lezioni di fisica, dove si parlava della difficoltà di legare la gravità ed il calore, non si riesce a distinguere le proprietà di un campo gravitazionale ” caldo” ed uno ” freddo”. Inoltre quando si prova a descrivere la gravità in termini quantistici, si perde il “tempo”, come variabile descrittiva.

Pure se esistono interazioni esistono relazioni fra le cose, vi deve essere qualcosa d’altro che ” tiene conto” di quel che succede. Cosa dipende da cosa, cosa CAUSA cosa. E se al posto del tempo avessimo un’altra grandezza con la quale descrivere il succedere delle cose?

Beh, una teoria in merito esiste: la Gravità Entropica: La teoria della gravità entropica di Erik Verlinde suggerisce che la gravità è un effetto emergente dell’entropia associata alle informazioni contenute nello spazio-tempo.

Secondo questa visione, le forze gravitazionali possono essere derivate da principi termodinamici, in particolare dal secondo principio della termodinamica che regola l’aumento dell’entropia.

In sintesi secondo Erik Verlinde:

Gravità come forza entropica: La gravità emerge come una forza entropica dovuta a cambiamenti nella quantità di informazione associata alla posizione degli oggetti materiali. Questa teoria suggerisce che la gravità è collegata alla termodinamica e alle informazioni nello spazio-tempo.

In altre parole, la gravità è una proprietà emergente, una conseguenza della tendenza naturale dei sistemi fisici a massimizzare l’entropia.

Principio olografico: La teoria si basa anche sul principio olografico, che suggerisce che tutta l’informazione contenuta in un volume di spazio può essere rappresentata come un’olografia sulla sua superficie di confine. Questo implica che le leggi fisiche all’interno di un volume di spazio possono essere descritte da informazioni su una superficie bidimensionale che circonda tale volume.

Secondo principio della termodinamica: Verlinde utilizza il secondo principio della termodinamica, che afferma che l’entropia di un sistema isolato tende a crescere nel tempo. La gravità, secondo questa teoria, risulta dal comportamento entropico dei microstati che descrivono la posizione e lo stato delle particelle.

Applicazione alle particelle: Quando una particella si avvicina a una superficie (ad esempio, un orizzonte degli eventi), c’è un cambiamento nell’entropia della superficie, che induce una forza che può essere interpretata come gravità. Questo è paragonabile all’effetto che le particelle subiscono in una teoria della gravità quantistica.

————————————————————————-

Bene: qui arriva il bello, la mia ipotesi:

Curvatura Spazio-Temporale: Se accettiamo l’idea che l’entropia possa influenzare la curvatura dello spazio-tempo, allora è possibile che le distribuzioni di entropia nel cosmo possano contribuire alla curvatura dello spazio-tempo, in modo simile alla massa ed all’energia, secondo la relatività generale.

Ecco quindi che la materia oscura potrebbe essere un Effetto Entropico: Se l’entropia può creare curvature nello spazio-tempo, potrebbe spiegare parte delle anomalie gravitazionali attribuite alla materia oscura. Invece di postulare una forma di materia invisibile, potremmo considerare che l’aumento dell’entropia in certe regioni dello spazio produce una curvatura dello spazio-tempo che simula gli effetti gravitazionali osservati.

La cosa interessante è che l’entropia AUMENTA sempre.

Di conseguenza lo spazio tempo NON sarebbe rappresentabile come un telo perfettamente elastico ma come un telo elastico che, pian piano, si deforma permanentemente: l’inesorabile crescita dell’entropia si traduce in un aumento della curvatura, ovvero simula la presenza di una quantità di materia in realtà inesistente.

La cosa interessante è che si può verificare immediatamente questa ipotesi:

Se l’apparente contributo gravitazionale legato alla materia oscura è davvero legato all’entropia, le galassie più remote, che vediamo all’inizio della loro storia, avendo avuto meno tempo per far crescere l’entropia, sembrerebbero avere meno materia oscura.

Analogamente, le galassie più vicine e fra queste quelle con la popolazione stellare più anziana ( le galassie ellittiche) avrebbero una apparente maggiore presenza di materia oscura.

Infine essendo questa deformazione dello spazio tempo legata all’entropia, sarebbe anche proporzionalmente legata alla storia termodinamica di ogni singola parte dell’universo in cui vediamo effetti apparentemente riferibili alla materia oscura.

Ipotesi affascinante ma…. le prove?!!

Verifica:

Studi e Dati Esistenti
Galassie Lontane: Esistono già alcuni studi che mostrano che le galassie nelle prime fasi dell’universo hanno curve di rotazione che suggeriscono meno materia oscura rispetto alle galassie moderne. Questi studi potrebbero essere ulteriormente analizzati alla luce della mia ipotesi.

In particolare, uno studio recente mostra come la ” materia oscura”, per le galassie più distanti, sembri essere meno ” aggregata” intorno alle galassie o agli ammassi galattici di quanto farebbe prevedere il modello cosmologico standard, il cosidetto modello CDM:

https://physics.aps.org/articles/v15/117
https://www.sciencedaily.com/releases/2022/08/220801103023.htm

E’ ESATTAMENTE quello che ci attendiamo se la mia estensione cosmologica alla teoria gravitazionale entropica ha fondamento. Nelle fase iniziali della storia dell’Universo, è successo ancora ” poco”.

L’entropia è ” bassa” ed è diffusa su aree vaste. Con il tempo, l’aggregarsi delle galassie, la nascita delle stelle di prima e seconda generazione, fanno succedere MOLTE cose intorno e dentro a loro e quindi, seguendo il secondo principio della termodinamica, l’entropia aumenta più rapidamente intorno a questi centri di condensazione.

Ci attendiamo quindi che per galassie simili ma a distanza e quindi di età diverse, la distribuzione e la quantità apparente di materia oscura siano diverse. Anche questa potrebbe essere una linea di indagine: prendendo galassie di identica tipologia ma ” fotografate” in epoche diverse, NON ci attenderemmo una distribuzione simile della materia oscura.

Non solo: a parità di epoca, a pari distanza da noi, galassie con storie diverse avrebbero quantità diverse di materia oscura.

Dove la popolazione stellare è più evoluta, dove sono successe più cose, dove l’entropia è maggiore, ci attenderemmo effetti attribuibili ad una maggiore quantità di materia oscura. Le galassie ellittiche sono più ” evolute”, hanno una storia più complessa ed una popolazione stellare tipicamente più anziana di quelle a spirale. Se l’estensione cosmologica della gravità entropica, da me proposta, ha fondamento, ci attendiamo quindi una maggiore discrepanza tra massa visibile ed effetti gravitazionali per le galassie ellittiche, nei confronti delle altre tipologie, a parità di età.

L’ipotesi sembra confermata da alcuni studi, sempre recenti, ad esempio:

https://ar5iv.labs.arxiv.org/html/2207.02945

https://ar5iv.org/pdf/2207.02945

Conclusione provvisoria: Esiste la possibilità che quella che chiamiamo materia oscura sia in realtà una caratteristica profonda dello spazio tempo: l’aumento dell’entropia provoca, nel tempo, una deformazione permanente dello stesso, che si manifesta come una forza apparente, che attribuiamo, in mancanza di meglio ad una ” misteriosa ” materia oscura”.

In questa interpretazione, l’universo invecchia e con lui invecchia lo spazio tempo. Il telo perfettamente elastico che rappresenta, in due dimensioni, lo spazio tempo quadridimensionale di Enstein, non è più perfetto: via via che l’entropia aumenta, invecchia, si deforma permanentemente, mantiene la storia di quello che è successo.

In questo articolo ho proposto due rapide verifiche che sembrano dare riscontri a favore dell’ipotesi. Mi auguro che altri, con ben altre basi prendano in mano l’idea, la sviluppino, la verifichino o, nel caso, confutino.

Di seguito un’appendice ” numerica” per i più curiosi, che mostra i fondamenti della teoria gravitazionale entropica ed una sua possibile estensione cosmologica, che è quello che propongo.

1. Entropia e Informazione

La gravità entropica si basa sull’idea che l’entropia, una misura del disordine o dell’informazione di un sistema, giochi un ruolo cruciale nella formazione della gravità. Il cambiamento dell’entropia ΔS associato a uno spostamento di un oggetto di massa m è dato da:

Aumento dell’Entropia e Gravità

Per mostrare come un aumento dell’entropia corrisponda a un aumento della gravità, consideriamo un sistema in cui l’entropia totale S aumenta. Secondo la relazione termodinamica, la forza gravitazionale è proporzionale alla variazione dell’entropia:

Conclusione

Il formalismo matematico della gravità entropica mostra che la gravità può emergere come una forza dovuta ai cambiamenti nell’entropia di un sistema. Un aumento dell’entropia comporta un aumento della forza gravitazionale percepita, collegando direttamente la termodinamica con la gravità.

Questo approccio innovativo offre una nuova prospettiva sulla natura della gravità come fenomeno emergente piuttosto che come forza fondamentale.

L’estensione cosmologica, da me proposta, postula che l’emergenza della gravità dai cambiamenti di entropia implichi un suo aumento continuo proporzionale alla storia termodinamica della parte di Universo che viene considerata.

In pratica postula un’isteresi nel tessuto spazio temporale. Da notare come questo si leghi, in modi che qui non tratterò, con la conservazione dell’informazione nei buchi neri, un problema ancora largamente aperto, che potrebbe essere affrontato in modi nuovi.

La strage degli innocenti ovvero: la bozza del decreto Fer X approvata in Europa segna l’inizio della fine per le CER?

La Strage degli innocenti di Guido Reni - Arte Svelata
Guido Reni, la Strage degli innocenti

Sembra un paradosso; nel momento in cui ci si accinge a creare le condizioni di stabilità e certezza di cui hanno bisogno le rinnovabili per svilupparsi ed essere finanziate, si creano anche le premesse per assestare un colpo mortale alle CER; le comunità energetiche rinnovabili, che stanno nascendo ovunque nel nostro paese, nell’entusiasmo generale.

Un colpo mortale?Assolutamente si, ed in culla. Una cosa da strage degli innocenti, niente meno.

Possibile?

Purtroppo sì, salvo un intervento deciso e chiarificatore del legislatore.

Il problema è che la maggiore confusione sembra avercela proprio il legislatore. Gli incentivi che ha definito per le Comunità energetiche vanno sotto il nome di Tariffa Incentivante Premio ( per brevità: TIP).

Che siano incentivi, non vi è dubbio: vengono erogati al referente di una CER, a fronte di uno scambio di energia virtuale tra produttori e consumatori iscritti alla cer stessa e sottostanti alla stessa cabina primaria.

Non si pagano le tasse, su questi incentivi, non si paga l’iva, non si emette fattura.Tutte cose che invece succedono quando si applica una tariffa.Una tariffa, infatti, è un corrispettivo pagato a fronte di un bene o servizio, generalmente definita, per motivi vari direttamente o indirettamente dallo Stato.

Per i dettagli cfr: https://www.treccani.it/enciclopedia/tariffa_(Enciclopedia-Italiana)/

Una tariffa NON è un incentivo questo è CERTO, sta nella sua stessa definizione, nella sua natura ed anche nella sua materiale applicazione.

Pertanto, per riceverne il corrispettivo, si deve emettere fattura, si deve applicare l’IVA, si devono pagare le tasse sugli ( eventuali) utili…Chiara la differenza, tra incentivo e tariffa?

Bene.

Quindi: PERCHE’ il legislatore ha deciso di chiamare, incongruamente, tariffa, una cosa che è a tutti gli effetti e dimostrabilmente un incentivo?

Lo ignoriamo. Quello che possiamo dire per certo però è che questo precedente genera un’enorme confusione interpretativa laddove una VERA tariffa, può ora essere confusa con un incentivo,e di conseguenza essere ritenuta incompatibile, per legge, con altri incentivi.

E’ ESATTAMENTE quello che sta per succedere con il decreto Fer X, appena  approvato dalla CE, quindi di prossima pubblicazione in gazzetta. Tale decreto prevede, per ogni tipologia di impianti di produzione di energia rinnovabile, un meccanismo di supporto, sotto forma di differenti TARIFFE onnicomprensive, di importo fisso e di durata ventennale.

Per il fotovoltaico si tratta di 85 euro/MWh, 8.5 centesimi/kWh.

A tale tariffa si accede facendo apposita domanda, direttamente, per i nuovi impianti sotto il MWp ( praticamente tutti quelli che possono interessare le CER) e tramite gara per quelli di potenza superiore.In pratica il produttore si impegna a vendere  ed il GSE a ritirare, per venti anni, a prezzo fisso e prestabilito.

Tale prezzo potrà essere maggiore o minore del prezzo di mercato, a seconda delle circostanze, ( attualmente il prezzo zonale è più alto della prevista tariffa onnicomprensiva, ad esempio) ma resterà comunque, definito e stabile per venti anni, dando certezza di ricavi e quindi rendendo finanziabili gli impianti.

E’, ai sensi di legge, una tariffa: fattura, iva, imposte etc.

Il problema è che, SE passa la posizione che vede una tariffa, ovvero una compravendita a prezzo definito, come un incentivo, automaticamente  l’accettazione della tariffa onnicomprensiva definita del decreto fer x comporta l’autoesclusione del produttore da ogni possibile CER, perché l’incentivo delle CER non è compatibile con altri incentivi.

Un produttore che volesse entrare in una cer, di conseguenza, dovrebbe NON richiedere la tariffa onnicomprensiva, per farlo.

Il problema sta tutto qui: PERCHE’ dovrebbe farlo? A fronte di ricavi incerti e variabili, derivanti in parte dal ritiro dedicato ordinario ( che possono essere decurtati dai crescenti oneri di sbilanciamento, fra l’altro) ed in parte dalla quota di TIP che la CER deciderebbe di assegnargli, dovrebbe rinunciare, probabilmente per sempre, dati i contingenti limitati, alla tariffa onnicomprensiva.

Quale produttore lo farà? La risposta purtroppo è univoca: pochi, pochissimi. Forse solo le CER che riescono a realizzare i propri impianti.
Questo malinteso, macroscopico, va chiarito, va chiarito urgentemente e va chiarito dal legislatore, che del resto è proprio quello che, chiamando un incentivo tariffa, ha generato il guazzabuglio ed ora minaccia di ritenere una tariffa un incentivo!!

Il guazzabuglio, pericolosissimo, NON HA MOTIVO D’ ESSERE!

Come mostrato, la tariffa onnicomprensiva non è un incentivo e pertanto non è in contrasto con l’ingresso in una CER.

Ma, disgraziatamente, senza un pronunciamento diretto, univoco ed immediato del legislatore, si rischia  davvero il disastro!

Urgente, anzi: urgentissimo, che le Associazioni di categoria, le cer esistenti, quelle nascenti, quelle future e le forze politiche che condividono la percezione del rischio si attivino per disinnescare questa bomba!

riferimenti:

definizione tariffa 

https://www.treccani.it/enciclopedia/tariffa_(Enciclopedia-Italiana)/

definizione incentivo 

https://www.treccani.it/enciclopedia/incentivo/

tariffa onnicomprensiva articolo 10 bozza decreto visibile qui: https://www.nextville.it/repository/reteambiente/normativa/53757_seconda_bozza_dm_ferx.pdf

tariffa Incentivante Premio 

https://www.mase.gov.it/sites/default/files/Decreto%20CER.pdf

sua esclusività: Articolo 6 del decreto CER 

https://www.mase.gov.it/sites/default/files/Decreto%20CER.pdf

Le parole sono bombe

Words collage, shaped like the map of European continent, with words bombs, refugees and terrorism highlighted in red

Cosa si può dire, ancora su quel che succede a Gaza e dintorni?

Di nuovo, di sensato, di interessante, di non inutile, in sostanza?

Poco, credo.

Molto, molto, poco.
Una cosa però mi sento di dire: le parole, come sempre, sopratutto quando ci sono scontri armati e sanguinosi in corso, ovvero quando l’irrazionale ha ormai prevalso, sono importanti.
Specie quelle che scatenano la bestia, quelle che muovono irrazionalmente verso lo sterminio dell’altro, in primo luogo disumanizzandolo.

Già, agli esseri umani, in larga parte, ripugna ammazzare altri esseri umani: ci si devono portare per gradi, a convincersi della necessità di questo schifo.

In questo senso anche solo fare osservare come le parole, usate come missili, sono un’arma letale anche per chi le usa, potrebbe mantenere un senso.

Nella tradizione di Crisis non mi sottraggo ne all’orrore ne al paradosso, che all’orrore è quasi sempre connesso.

Ritengo valga quindi la pena di raccontare quale è stato, senza quasi possibilità di smentita, in questi dieci giorni di stermini vicendevoli ( ma sempre più asimmettrici naturalmente) il discorso più profondamente antisionista, antiebraico, assurdamente logico, in tale deteriore senso.

Una potentissima arma verbale, apparentemente logica ( la logica delle parole non sempre corrisponde alla logica delle cose o dei fatti o dei numeri) regalata ai peggiori nemici dello stato ebraico e degli ebrei tout court.
Quelle parole le ha pronunciate Il Presidente della Repubblica Israeliano Herzog, durante un’intervista:
“Conduciamo operazioni militari secondo le regole del diritto internazionale. Punto finale. Inequivocabile. Responsabile è un’intera nazione. Non è vera questa retorica secondo cui i civili non sono consapevoli e non sono coinvolti, è assolutamente falsa. Avrebbero potuto sollevarsi, avrebbero potuto combattere contro questo regime malvagio che ha preso il controllo di Gaza con un colpo di stato”.

Perchè sarebbe una frase incredibilmente antiebraica, antisionista, antiisraeliana?

Davvero devo spiegarvelo?

Visto la crudeltà ampiamente dimostrata dallo Stato isreliano in mille modi diversi ai danni dei palestinesi e dei cittadini arabi dello Stato, non è elementare rovesciare questa accusa sul popolo israeliano, o semplicemente sugli ebrei, giustificando quindi il terrorismo internazionale a caccia di civili innocenti nel mondo o azioni come quelle di Hamas, di questi giorni?

Non si vede come queste parole giustifichino proprio e sopratutto lo sterminio su basi etniche e/o religiose e/o politiche, a prescindere?

Non sono bastati la diaspora, duemila anni di persecuzioni, i pogrom ed infine i campi di concentramento, per capire che NON SI RAGIONA COSI’?

Non è bastato, no.

Capendo, assediato dalle domande incredule dei giornalisti, di averla detta grossa, Hezog si è corretto; è perfino riuscito a dire che ci sono ANCHE palestinesi innocenti, che non amano tanto Hamas… per poi rimetterci il carico da novanta dichiarando, più o meno, che comunque, se qualcuno gli spara un razzo dalla finestra, lui ha diritto a radere al suolo l’edificio.

Chi c’e’ c’e’.

Qui un fact-check sulle sue affermazioni.

Perchè ne parlo? Per ricordare che le parole sono bombe e lasciano crateri, oltre a fare morti.

La prima che muore, insieme all’umanità, è la ragione.

In tutti i sensi possibili.

Certe parole scavano crateri nella testa delle persone, lasciando un vuoto pieno di vento. Gelido.

Non solo. Come per le bombe, cert eparole, una volta usate, consentono agli altri di usarle con altrettanta forza, con altrettanta ” logica”, con altrettanta ” ragione”.

Come ogni singola arma che si rispetti, dopo un poco la usano tutti.

Spostando l’orrore un poco più in la.

Puffosità acriliche ed altri disastri

Emcoin e’ un progetto interessante.

Valorizzare l’energia e i suoi flussi, anche quelli nascosti, legati al consumo di oggettistica la più varia, e’ un passo importante nella direzione giusta. Almeno a livello consapevolezza.

Quanta ne abbiamo di strada, anche solo per tornare ad un minimo di normalità!

In alcuni casi siamo MOLTO oltre il bene ed il male…segue esemplificazione

Ieri dopo un poco di tempo, sono passato dal mall sotterraneo della stazione di Firenze.Viaggio di una quindicina di km, prima stazione di fermata. 

Di solito la Stazione la raggiungo in superficie ma in questi giorni devi risalire come un salmone la corrente avversa di turisti in ingresso a Firenze. E’ un delirio. Giù il periscopio ed immersione.

Hanno trasformato una galleria, appena dopo l’ingresso lato Santa Maria novella, in una specie di vertiginoso tubo di led. 

I led sono efficienti, ok.

Ma alcune centinaia di metri quadrati di led, che sparano pubblicità e immagini pervasive da vertigine, sui tre lati della galleria, a tutta superficie, sono decine di kW.

Fa un caldo bestia.

Tutti si affrettano nell’aria soffocante, che peraltro esce dalle scale di accesso con un flusso costante e dissipativo. 

Nessuno, di fatto, guarda le suggestive immagini che scorrono, fra cui, immagino, una povera Venere del Botticelli con maschera e boccaglio o vestita da sci…

Il tempo di riprendermi, guardando le ammoniti sul pavimento di lustro “marmo” di Verona ed eccomi nel mall, dove sembra essere concentrata la massima espressione di venditori di paccottiglia incomprensibile. Letteralmente.

C’è uno che vende solo puffosi maiali di stoffa acrilica senza arti, multicolori. Un altro che vende solo manga metallizzati e dolcezze incomprensibili orientali…
Io mi immagino la remota città cinese dove qualcuno spende la sua vita a cucire nasi di puffosi e multicolori suini senza arti.

E tutta la trafila di decine di migliaia di chilometri che i puffosi hanno fatto per arrivare fino a qui.

Poi penso al cinese in arrivo da una città relativamente vicina a quella dalla quale i puffosi sono partiti, che entra, ne compra uno e se lo porta come souvenir d’Italie, indietro a casa…beh c’è n’erano due o tre, dentro il santuario della puffosita’ suina.

Mi e’ presa una vertigine.

Meno male che c’era un ragazzo che pestava sul pianoforte gratis, poco più in là, unica oasi di salvezza e realtà, qualcosa che forse era Billy Joel.

Sono riemerso, a riveder le stelle…

Ah no, erano luci a led, di uno spacciatore di bevande calde e fredde, in ambiente ad alto tasso di kitschosita…

La prossima volta, prendo la bici.

Dio, i guard rail e tutto il resto.

La prima borsa di studio che ho preso era sull’utilizzo delle reti neurali artificiali per la previsione delle piene. Era trenta anni fa.

L’argomento continua ad interessarmi.

GBT4 e’ la prima rete neurale artificiale a raggiungere la connettività di un cervello umano.

Circa centomila miliardi di connessioni.

Sic.

Un cervello umano, oltre che pensare, deve occuparsi, come sappiamo, di un sacco di altre cose. Quindi non sappiamo quanto sia davvero complessa la parte “senziente”.

Non sappiamo quindi, nemmeno quali siano le capacità di chat gbt 4.

Il beta testing serve per scoprirlo.

Una certezza: siamo già oltre, MOLTO oltre, le capacità di Hal 9000 del film 2001: Odissea nello spazio.

Ho voluto testare la creatività, ad esempio, creatività finalizzata ad uno scopo preciso.

Ed anche le capacità di astrazione: ovvero capire come dovrebbe essere elaborato un dato argomento in un particolare contesto.

E capirlo relativamente ai fini generali, legati al contesto, alla strategia storica, al portato culturale e come tali non immediatamente intuibili.

Nemmeno per un umano che non abbia dimestichezza con “la temperie culturale” connessa a quel contesto.

Veniamo al punto:

Stavo camminando in aperta campagna dalle parti di San pietro a grado, nell’ultima tappa del cammino di San Jacopo, gli ho dato un compito: scrivere un discorso dell’angelus basato sui guardrail.
Stavo infatti divertendomi a commentare qualunque cosa vedessi in termini apostolici, ecumenici e/o di esegesi architettonica, per passare il tempo e fare ridere la mia compagna di camminata.

Villini anni ‘70, suv, cassonetti, rugginosi rottami agricoli, tutto.

Ma di fronte al guardrail, che lei mi aveva additato, mi ero arreso. No, vabbè’ l’esegesi mistica del guard rail, non ie la fo’…

Beh gbt4 no…

Pietro:

Scrivi un discorso dell’angelus, basato sui guardrail.

Carissimi fratelli e sorelle,

in questo Angelus domenicale, vorrei riflettere con voi sull’importanza dei guard rail nella nostra vita spirituale.

Come sapete, i guard rail sono delle barriere di sicurezza poste lungo le strade per proteggere i conducenti da incidenti e pericolose cadute. Allo stesso modo, nella nostra vita, ci sono dei “guard rail” che ci proteggono dalle tentazioni e ci aiutano a rimanere saldi nella fede.

Questi “guard rail” spirituali possono essere rappresentati dalle Sacre Scritture, dalla preghiera, dalla partecipazione alla Santa Messa e ai sacramenti, dalla vita fraterna nella comunità cristiana e dall’ascolto dei santi insegnamenti della Chiesa.

Quando ci sentiamo smarriti o tentati dal peccato, dobbiamo appoggiarci su questi guard rail spirituali per rimanere sulla giusta strada e per evitare di cadere nell’abisso della disperazione.

Nel Vangelo di oggi, Gesù ci invita a non giudicare gli altri e a non essere ipocriti, ma a guardare prima alla trave nel nostro occhio. Questo ci ricorda che non siamo perfetti e che abbiamo bisogno di protezione e aiuto lungo il nostro cammino di fede.

Perciò, cari fratelli e sorelle, preghiamo insieme perché possiamo sempre essere protetti da questi guard rail spirituali e perché possiamo avere la forza di rimanere fedeli al nostro cammino di fede, anche nei momenti difficili.

Oh Santo Angelo custode, prega per noi e veglia su di noi come un guard rail protettivo lungo il nostro cammino verso la salvezza eterna.

Amen.

Cronache dal paOLEOlitico 2/2

L’inverno è stato lungo. I vecchi non ce l’hanno fatta. Molti dei cacciatori sono magri e deboli.Tre mezzi hanno il motore rotto, per il carburante bio-sintetico pessimo. Comunque, e’ così dispendioso, estenuante, farlo, che di fatto abbiamo rinunciato.

Qualcuno ha deciso di abbandonare la caccia. Anche perché, senza mezzi, non riusciamo a raggiungere le prede più grosse, che hanno cambiato le loro abitudini per stare alla larga da noi. Inoltre gli zot si sono stabiliti nella pianura.Con grandi arnesi su ruote hanno rimosso tutti i rottami sparsi qua e là, vestigia dei tempi della grande devastazione, in un grande mucchio, pian piano suddiviso in mucchi più piccoli ed ordinati. Al loro posto hanno messo degli oggetti scuro e rettangolari che raccolgono l’energia senza fine del sole.Hanno anche innalzato delle torri, che abbiamo creduto fossero per l’avvistamento, finché non vi hanno montato delle grandi ali che ruotano intorno ad un centro, sempre per raccogliere energia.Ora coltivano la terra, una cosa che noi non sappiamo fare, ne abbiamo mai fatto. Sono in forze, ben vestiti, vivono in case, come gli avi distruttori di tanti anni fa.La sera, fanno musica. La sentiamo arrivare, accresciuta da qualche loro congegno.In-Iett-Or e Centr-A-Lin, sono andati a vivere con loro, accolti in amicizia. 
Tornano a trovarci, raccontandoci di tutte le cose che stanno imparando e di come gli Zot siano finalmente liberi dalla schiavitu’ dell’energia, dalla necessità di predare gli oleotir, dagli stenti, dal freddo, dal caldo, dalla guerra per l’ultima riserva, che abbiamo conosciuto nelle ultime dieci generazioni….I giovani stanno andando tutti con loro.Noi restiamo qui, ancora per un poco, per non lasciare soli gli ultimi anziani, persi nei loro deliri…Bruuum bruuuuum bruuuum, li sento mormorare ad occhi chiusi, mentre assaporano il ricordo dei gas di scarico carichi di promesse della loro gioventù…Il PaOLEOlitico sta finendo.E’ stato bello, finché e’ durato, o forse come tutte le cose, le apprezziamo solo quando le dobbiamo lasciare.In verità, Ora che ci penso, non è mai stato bello.Quel che era bella, era la speranza in un futuro migliore, di cui ci dava l’illusione. Ora sappiamo che era un’illusione.Gli Zot forse analogamente si illudono.Ma e’ una illusione che vale la pena di perseguire.Il futuro è loro.Ed e’ giusto così.
Friz-i-On, prima lancia del clan dei Park-Egg