Un’altra nave, altre balle.

Sea watch. fonte: Ansa

Arieccoci. Siamo sotto elezioni,e  naturalmente una bella Sea watch, nave di una omonima ong che cerca di intercettare i gommoni che partono dalla Libia prima che affondino, ci sta proprio a fagiolo. Per stracciarsi le vesti, ergersi a fiero difensore della battigia italica, etc etc. Il teatrino è il consueto: la nave ferma davanti ad un porto italiano, in attesa per giorni, mentre quelli a bordo si arrangiano come possono. Giuramenti e spergiuramenti che i barbari non passeranno, che i porti italiani sono chiusi.

Poi, nella notte, mentre si affermano proprio queste cose a Firenze, di fronte a 4 gatti e 2000 contestatori, con tono abbastanza stentoreo da farsi sentire fino a sotto le mie finestre, il distrattissimo Ministro scopre che i migranti sono sbarcati e si apre un altro giro di accuse reciproche. Si profila un’altra storia simile a quella di un anno fa.

Intanto, per ricostruire la storia, conviene partire dai tweets della ONG.

I migranti sono stati raccolti a 30 miglia dalle coste libiche. Una motovedetta “” libica” ( le virgolette sono d’obbligo, il cosiddetto governo libico, riconosciuto da pochissimi altri stati oltre l’Italia, controlla, a malapena, alcuni quartieri di Tripoli) si rifiuta di farsene carico e invita la nave dell’ONG a “dirigersi a Nord”.  Prima di tirare fuori le solite storie da ignoranti ( perché non sono andati a Tunisi, perché non sono andati a Malta etc etc etc) ricordatevi di una cosa, fondamentale: la zona SAR ( Search And Rescue) che parte dalla costa ed arriva fino a circa cento miglia a Nord è stata assegnata alla “Libia”,  ma, come coordinamento, ALL’ITALIA.

Le zone Sar aggiornate e le aree di intervento delle varie missioni internazionali ( Mare sicuro, Frontex, Sophia etc etc)

La Storia della tragica farsa di questa zona SAR libica è stata raccontata da tante fonti, tra le quali citerò questa.

OVVIAMENTE, su Crisis di questa e delle altre SAR ho ampiamente scritto, ad esempio sull’analogo post  “dei migranti delle sar e delle balle,”di circa un anno fa.

Una volta che la vedetta libica non prende a bordo i migranti ( peraltro, credo che nessuno lo contesterà, la Libia non ha, in questo momento, sotto piena guerra civile, alcun porto sicuro, come ha ammesso anche il nostro ministro Moavero, alcuni mesi fa) la zona di competenza essendo coordinata dall’Italia, TOCCA ALL’ITALIA.

O crediamo che, per farci un piacere, La Tunisia o Malta avrebbero accettato di farsene carico?

Poco probabile, no?

Quindi la cosa è semplice, al netto di tutte le elementari norme e regole di civiltà umana: La nave della Sea Watch non poteva fare altro che navigare verso le coste italiane.

L’Italia, ormai da molti mesi, come testimoniano anche alcune tragedia avvenute in mare, tra tutte citerò quella di Josefa non coordina un bel nulla. In assenza di controlli, i libici, che peraltro hanno confermato di recente che il coordinamento SPETTA ALL’ITALIA, fanno di tutto e di più e, sopratutto, di peggio.

Lo sbarco in Italia, quindi, era un atto dovuto, nonostante quel che il nostro ignorantissimo Ministro degli interni ( che peraltro NON ha competenza sulle operazioni di polizia marittima e, se per quello, nemmeno sui porti) stentoreamente proclamava quella sera a Firenze.

La cosa , secondo me, tremenda è che si sia dovuto aspettare un magistrato e il suo ordine di sequestro, per fare sbarcare le persone.

In questo basso impero, come in ogni basso impero che si rispetti, le competenze sono minime, i poteri sono confusi, le grida si alzano sempre più feroci in maniera inversamente proporzionale alla capacità di dare seguito ai proclami.

OVVIAMENTE l’indagine si chiuderà in una bolla di sapone.

A meno che non si dimostri un accordo tra i trafficanti di persone e l’equipaggio della Sea Watch, la nave aveva sia il diritto che il dovere di recuperare quelle persone e non aveva alternative a fare rotta verso un porto Italiano.

Bisogna dire che in questa circostanza il Ministro Salvini si è lasciato superare, come deliri nazionalistici di destra, da Giorgia Meloni che prima dimostra la sua totale ignoranza in materia ( o la sua spregiudicatezza nel mentire sapendo di mentire, a scelta) e poi propone di affondare la nave, un atto di guerra nei confronti del paese di cui la nave porta la bandiera.

Naturalmente, la spiegazione più semplice è che a nessuno importi un beato tubo dei migranti, di quanti siano e di cosa facciano, davvero, in Italia.

Interessa, molto di più, quanti voti si riescono a spostare con qualche proclama sufficientemente sanguinoso che li utilizza come bersaglio.

Finché ce ne sono, possibilmente tanti, possibilmente disperati, sono un pacchetto consistente di voti. Perché rimandarli indietro quindi?

I due milioni stanziati a tal fine nel cosiddetto “pacchetto sicurezza” che dovrebbe essere discusso nei prossimi giorni, la dicono lunga sulle reali intenzioni  ed anche sulla buona fede del nostro Ministro degli Interni.

Ho una consolazione. Non durerà di più del suo omonimo predecessore.

Io e Greta

Traghetto elettrico a Stoccolma

Nota: Questo post è stato pubblicato su Ecquologia esattamente 15 giorni fa.

Era un radioso giorno di Agosto a Stoccolma.

Con la mia compagna eravamo arrivati qualche giorno prima, avendo deciso di sfruttare un volo last second e di approfittare della più calda estate della storia della Svezia per una breve vacanza.

Come al solito, come in OGNUNO dei voli che raramente faccio, mi  mi sentivo vagamente e, questa volta, doppiamente, in colpa.

Per il volo stesso, con i suoi circa 300 kg di C02 emessi per portarmi a destinazione ( l’equivalente di circa 100 litri di carburante) e per aver sfruttato a fini “turistici” quella che, a tutti gli effetti era una vera emergenza climatica. Tre mesi di siccità a Stoccolma ed in buona parte della Svezia avevano provocato un disastro. Nessun problema. Il purgatorio si sconta sulla Terra, come diceva una mia vecchia e saggia zia. Al nostro arrivo, c’erano FORSE sei gradi ed una non esattamente piacevole pioggerella, orizzontale a causa del vento gelido da nord. In un cielo plumbeo si rincorrevano confuse nuvolaglie Ottobrine. Nonostante il clima, tipicamente svedese, anche sotto la pioggia battente, i segni della siccità c’erano e spaventosi, Oltre la metà degli alberi sembravano morti o sofferenti. Stoccolma, come  buona parte della Svezia, è cresciuta su rocce granitiche, lisciate dai ghiacciai, con solo un sottile velo di suolo che le ricopre. Gli alberi hanno radici superficiali, che comunque, visto il clima, normalmente sono ampiamente sufficienti.

Normalmente, appunto, Ma non c’era niente di normale in quello che vedevo.

Buona parte degli abeti, metà delle betulle erano ingialliti. Qualcuno era morto. L’erba era bruciata come nelle rotonde alla francese del bel paese, a Ferragosto. Ovviamente, gli incendi avevano divorato migliaia di ettari di bosco.

un campo svedese, Agosto 2018

Parlare di siccità e di riscaldamento globale con dieci gradi ad agosto, sotto una pioggerella gelida, sembrerebbe ironico ed in effetti la mia compagna mi prende non poco in giro, tra uno starnuto ed un batter di denti, mentre zaino in spalla ci dirigiamo verso il più bel ostello del mondo, una vecchia nave scuola a vela della Marina svedese, ormeggiata davanti al centro storico di Stoccolma.

Nei giorni successivi, tornato il sole, in un paesaggio che appare curiosamente per metà autunnale (alberi, ingialliti) e per metà estivo (l’erba recupera in fretta) facciamo i turisti: Gamla Stan, la Wasa, il villaggio storico il palazzo etc etc.

Da turisti,non possiamo non notare che il paese si da, in apparenza, da fare, per dimostrare che l’ambiente è importante, che la sostenibilità è necessaria, che gli orti in permacoltura sono fighi, che i veicoli elettrici sono cool. Traghetti elettrici, (sarebbe tempo di istituirli  anche noi, almeno su tratte brevi o brevissime, come lo stretto di Messina) taxi boat elettriche, molte auto elettriche naturalmente(a Stoccolma vi sono facilitazioni pesanti per i veicoli a zero emissioni) perfino distributori biglietti per parcheggi e tourist spots solari (in Svezia!!) e macchine operatrici edili elettriche.

Certo: il fatto stesso che spicchino, tra i membri delle rispettive categorie, dimostra che ANCORA sono mosche bianche. Sempre meglio che non avere nemmeno quelle, comunque, sempre precursori e pionieri di un mondo migliore, no?.

In Svezia sono in piena campagna elettorale, in quei giorni. Tra un appello ai valori tradizionali della famiglia  e della società svedese e sorridenti inviti a votare questo o quella candidata sorridente, la parola “klimatet”, facilmente comprensibile anche per un turista, fa capolino in almeno metà dei cartelloni e dei manifesti. L’estate più torrida e siccitosa della storia svedese ha chiaramente lasciato il segno.

L’ultimo giorno a Stoccolma, decidiamo di tornare a Gamla Stan (il piccolo centro storico della città, che sorge su una isoletta), per visitare il palazzo reale. Ci allunghiamo un attimo in una strada commerciale per comprare un magnete di Pippi calzelunghe per il frigorifero e facciamo una strada diversa dal solito. Come ho scritto all’inizio di questo post è un radioso giorno di fine estate.

In una piazzetta appena prima del ponte che porta all’isoletta su cui sorge il parlamento, da lì, con un altro ponte, si arriva a Gamla Stan, c’è un gran viavai di giornalisti, telecamere, auto blindate, energumeni con improbabili occhiali a specchio, auricolare all’orecchio, strizzati in giacche che contengono a mala pena i possenti bicipiti. Chiaramente è in corso qualche evento politico associato alle elezioni. Attraversiamo il ponte, fra turisti e svedesi indaffarati e passiamo sotto l’arco che segna l’ingresso all’isola. Mi attardo a guardare un messaggio sul cellulare. La mia compagna va avanti. Mentre mi affretto a raggiungerla, noto una ragazzina con un cartello, tutta sola, a sinistra dell’arco, seduta sotto una finestra del palazzo, con un cartello, qualcuno dei passanti legge e sorride. Lei non sorride a nessuno. È seria, silenziosa.

Mi avvicino per leggere il suo cartello. “Skol strejk fur klimatet”.

Non conosco lo svedese, ma mastico abbastanza inglese da capire cosa vuol dire. Sorrido, non posso farne a meno. Penso ai sorridenti politici che a pochi metri da lì straparlano di crescita occupazione clima futuro famiglia (ed immigrazione, tutto il mondo è paese) all’immagine stereotipata della Svezia come la punta di diamante della politica ambientale mondiale. Guardò Greta e capisco, tutto insieme, che non bastano le parole, due pannelli fotovoltaici, gli orti sinergici e un paio di barche elettriche per salvare il mondo. E che una ragazzina con le treccine e l’aria arrabbiata ci ricorda che bisogna, decisamente, essere più convincenti. Se è così arrabbiata, penso, da fare sciopero, vuol dire che anche in Svezia non si è fatto abbastanza. Che anche in Svezia sono stufi dell’ambientalismo “decorativo”. Insomma: non la bevono.

La mia compagna è lontana, corro a raggiungerla, mormoro in fretta due parole a Greta Thunberg, non ricordo esattamente quali: forse un “brava, you are right! Keep on fighting” o qualcosa del genere. Non so se Greta sente. Resta seria, assorta. Nessuna telecamera in vista. Nessun giornalista. Solo qualche persona che, come me, si volta, legge il cartello, sorride. È il suo primo giorno di sciopero, scoprirò, pochi giorni dopo. Non c’è il babbo, non c’è la mamma, non ci sono membri di qualche oscura associazione, solo una ragazzina, con le treccine, l’aria arrabbiata.

Greta, il suo primo giorno di sciopero

Passiamo qualche giorno nella Svezia profonda, dove a Vadstena, quasi 58 gradi di latitudine nord, fotografo un piccolo vigneto, quasi mille km più a nord delle dolci colline dello Champagne. Una cosa impensabile, anche solo dieci anni fa. torniamo verso Stoccolma. Sulla via del ritorno leggo un lancio di agenzia: Greta è già diventata un caso internazionale e si accinge a diventare un simbolo, una icona e, per quelli della mia generazione, uno sprone.

Ad essere più incisivi. A passare dalle spiegazioni, studi e presentazioni, all’azione.

Greta è arrabbiata. Ed ha ragione.

Dice che alla sua età non dovrebbe occuparsi di clima ma studiare, solo che è inutile studiare se alla sua generazione viene negato i, futuro. Ed ha ragione.

Dice che tocca alla nostra generazione salvare il mondo oppure distruggerlo, ed ha ragione.

Dice che dobbiamo cambiare tutto, perché cambierà tutto comunque, ma in peggio.

Dice che sappiamo cosa dovremmo fare, ed ha ragione.

Dice che non c’è tempo, ed ha maledettamente ragione.

Non lo dice ma in fondo, pur criticandoci, spera che riusciremo a crescere abbastanza da smetterla con i nostri tragici e stupidi giochi di potere, soldi e parole, guardare in faccia il mostro che abbiamo generato  e metterci una pezza.

Ecco, su questo, basterà leggere l’infame titolo di un quotidiano, il sedicente “libero”, temo che possa avere torto. La crescita infinita, che è sulle agende politiche di tutto il mondo, che sta fallendo, che è sempre più appesa ad arte e speranze di ulteriori aumenti dei consumi, ovvero della velocità di distruzione del pianeta, non è quella che dovrebbe, non è quella che vorresti, Greta.

Peccato, perché è l’unica che potremmo davvero raggiungere.

 

 

La rivolta dei Ciompi.

Di Jacopo Simonetta

La rivolta dei Gilet Gialli è animata da un insieme di rivendicazioni, alcune molto stupide ed altre molto giuste. Vi convergono soggetti eterogenei come pensionati poveri e giovani disoccupati, ma anche militanti fascisti e comunisti, casseur di professione e molto altro.   Un’eterogeneità che prosegue una tradizione antica come le società complesse: La rivolta del popolino esasperato.

Ogni rivolta ha una panoplia di cause e di effetti specifici.  La rivolta dei Ciompi era molto diversa da quella di Masaniello e le “Jaqueries” avevano ben poco in comune con la Rivoluzione Francese.   Eppure, mi pare che si possano individuare degli elementi in comune che riassumerei così:

  • Assenza di un’ideologia di riferimento.  Semmai l’ideologizzazione avviene in seguito, progressivamente, secondo lo sviluppo degli eventi e dei gruppi organizzati che riescono ad imporsi alla massa.  Quando emerge un’ideologia, la struttura del movimento cambia, così come buona parte dei suoi aderenti.
  • Assenza di una leadership.  Anche i capi emergono gradualmente dalla massa e si impongono come rappresentanti e capitani, ma solo in corso d’opera e se la rivolta dura abbastanza a lungo.
  • Tentativo più o meno riuscito di strumentalizzazione da parte di organizzazioni politiche e/o personaggi di spicco pre-esistenti.
  • Una serie di cause inconsce, tutte derivanti dagli stress sociali ed economici connessi con quel fenomeno complesso e dinamico che possiamo chiamare “sovrappopolazione”.
  • Una serie di cause molto coscienti, economiche e sociali, esacerbate dall’incapacità della classe dirigente ad affrontarle e gestirle.
  • Un elemento scatenante futile, che fa da detonatore di tensioni profonde, accumulate nel tempo.
  • Un fiasco finale.  Di solito questo genere di rivolte spontanee si esaurisce per stanchezza; oppure viene repressa.   In qualche caso storico, rivolte spontanee hanno portato a riforme politiche drastiche, quanto effimere.   Qualche volta hanno invece scatenato dei terremoti politici di portata storica, ma senza migliorare le condizioni economiche e sociali dei ribelli.  Semmai il contrario.

Dunque le rivolte sono inutili?  No, perché nel bene e nel male rappresentano delle valvole di sfogo di tensioni divenute insostenibili.   La classe dirigente che non ha sputo prevenirle o gestirle può uscirne vittoriosa o sconfitta.  In questo caso, si verifica una sua sostituzione più o meno completa, ma le cause che hanno portato alla rivolta alla fine rimangono uguali, o peggiorano.   Tranne, in qualche caso, la pressione demografica che può risultare alleggerita da un netto aumento della mortalità e/o dell’emigrazione, ma è difficile ritenerlo un successo.

Se si può azzardare una regola storica su questo genere di rivolte (non di tutte le rivolte) direi che è questa: “La ribellione inizia per esasperazione e termina per rassegnazione”.   Talvolta per disperazione.

Anche a questo proposito, basta dare un’occhiata alla letteratura di 50 anni fa in materia di economia, ambiente e popolazione, per vedere che quello che sta succedendo è esattamente quello che, all’epoca, ci si aspettava che sarebbe successo.  Le società complesse funzionano infatti bene finché usufruiscono di un flusso di bassa entropia crescente e si trovano immerse in un ambiente stabile.  Quando queste condizioni vengono meno, le società entrano in crisi e cominciano a disgregarsi: un processo che continua finché non viene ritrovato un nuovo, temporaneo, equilibrio del sistema umano in rapporto al sistema naturale di cui fa parte.

Un processo frequente nella storia, ma che oggi, per la prima volta, riguarda l’intera umanità contemporaneamente.

La rivolta dei GG sarà utile se aiuterà qualcuno a capire che occorre attrezzarsi per rallentare e gestire la decrescita facendosi il meno male possibile, anziché continuare a vagheggiare un impossibile ritorno della crescita economica..

Gli utili idioti e la CO2

La Panda. L'auto più venduta in Italia nel 2017.
La Panda. L’auto più venduta in Italia nel 2017.
Il livello medio del mare( in rosso) e le acque alte a Venezia
Il livello medio del mare( in rosso) e le acque alte a Venezia

Ha fatto notizia la proposta di introdurre un bonus/malus fiscale sull’acquisto di veicoli nuovi proprio mentre era in corso la conferenza COP24, che riunisce i principali paesi dell’ONU nel tentativo di elaborare una politica comune per la riduzione dei gas serra. In questa conferenza, per la prima volta in modo così chiaro, è stato affermato che la nostra è l’ultima generazione che può evitare una catastrofe planetaria, contenendo l’aumento della temperatura media rispetto al periodo di riferimento entro 2 gradi. E che per farlo dobbiamo dimezzare le emissioni entro i prossimi 15 anni.

Dal momento che questo è un compito colossale, è evidente che è arrivato il momento di porre un limite serio alla libertà di inquinare. Anche perché, non devo certo ricordalo ai lettori di Crisis, vi sono molti costi palesi ed occulti, legati all’utilizzo di veicoli pesanti, massicci, poco economi. Ovvero buona parte delle auto sul mercato.

Ha fatto notizia dicevo. NATURALMENTE, grazie agli idioti di cui sopra, davvero ben distribuiti tra i media, in senso negativo.

In buona sostanza, dopo attenta e dolente analisi, gli oligoneuronati hanno fieramente affermato che l’orrido provvedimento:

  1. è una imposta sui poveri, perché i poveri non possono permettersi le auto elettriche.
  2. I poveri, in generale, non possono permettersi le auto meno inquinanti ed in particolare un poveraccio con una euro tre non si merita di essere tartassato  “Sono assolutamente contrario a ogni ipotesi di nuova tassa su un bene in Italia già iper tassato come l’auto. Benissimo a bonus per chi vuole cambiare ma non credo che ci sia qualcuno che ha un euro3 diesel per il gusto di avere una macchina vecchia. Ce l’ha perché non ha soldi per comprarsi una macchina nuova”.  Ha affermato Salvini, dimostrando di non aver non solo capito ma  nemmeno letto il decreto.Una auto piccola ed economica come la Panda, potrà trovarsi a pagare anche 1000 euro di Malus.
  3. Il provvedimento manderà in crisi le case automobilistiche nostrane, in cassa integrazione decine di migliaia di lavoratori, la FCA chiuderà stabilimenti etc etc etc.
  4. etc…

Una serie di boiate incommensurabili, in parte emesse da parti in causa danneggiate dai provvedimenti, ma in parte ancora più grande “elaborate” dai nostri egregi organi di stampa e media.

Utili idioti, nel migliore dei casi. Giornalisti che hanno rinunciato alla loro missione, inforMare, tentando, per motivi tanto vari quanto indicibili, con un semplice cambio di consonanti di intorTare, chi li ascolta o legge.

Uno per tutti ( absit iniuria verbis): Rai News. Più scocciante di altri, perché lo paghiamo noi.

OVVIAMENTE ha ripreso la storia del malus di 1000 euro sulla Panda.

Una Panda

Come stanno le cose?

La “famigerata” Panda ha emissioni che vanno da 106 a 133 grammi di CO2 per km. QUINDI pagherà un malus da….ZERO a 400 euro ( le versioni più inquinanti) certo non mille. Ma a cosa corrispondono 133 grammi di CO2/km? A poco meno di 18 km/litro DICHIARATI. Sapete benissimo, per esperienza diretta e personale, come i valori dichiarati, con prove di omologazione quanto mai discusse, siano lontani dal reale. Ecco un link dove si citano sopravalutazioni delle percorrenze, mediamente vicine al 40%. Diciamo, per rimanere sul sicuro, almeno un 30% MINORI DI UN UTILIZZO TIPICO. Realisticamente quella versione della famosa Panda, starà intorno ai 14 km con un litro. Resta il fatto che nel 2018 una utilitaria che non riesce a percorrere, nemmeno in una prova, nemmeno in teoria, 18 km con un litro, DEVE essere tassata, perché si può e si deve fare meglio.

Come? Tralasciando per un momento le ovvietà ovvero smettendo di fare veicoli con motore endotermico, elenco, in ordine sparso: smettendola di far somigliare le auto a bussolotti, e tornando a forme aerodinamiche, smettendo di infarcirle di servomeccanismi, tra l’altro, in auto economiche, proni alle rotture, che aumentano il peso di quintali, così imponendo un aumento del peso del telaio etc etc etc. Utilizzando motori ibridi. Infine, BANALMENTE, passando semplicissimamente, al metano o, più economicamente e semplicemente, al GPL. Eh già perché le emissioni, a parità di consumi, per un’auto a GPL sono MOLTO più basse.  Ecco una tabella chiarificatrice

Emissioni di CO2

2.380 g per litro di benzina consumato

1.610 g per litro di Gpl consumato

2.750 g per kg di metano consumato

2.650 g per litro di gasolio consumato

Come vedete, non è ovvio che le auto a Metano o Gasolio, che consumano meno di una a benzina, emettano meno CO2 per km.  ( benché possano emettere quantità minori di altri inquinanti). Al contrario anche con tutte le tare, dovute al minore potere calorifico del GPL etc etc, una auto a GPL ha emissioni di circa il 10% inferiori alla stessa auto alimentata a benzina.

QUINDI basterà che la famosa Panda 1.2  venga proposta a GPL per ridurre il Malus a 150 euro. Circa l’1,5% sul prezzo d’acquisto.

La verità è che le auto più tartassate NON saranno le piccole utilitarie, che hanno ormai tutte consumi ridotti e che hanno versioni economiche  Ed a bassi consumi. Ma le auto medie e grandi che sono quelle sulle quali le case automobilistiche fanno gli affari maggiori. NORMALE, NORMALISSIMO che nel paese in cui l’unica grande casa automobilistica ha da tempo rinunciato ai modelli elettrici o ibridi, si vedano queste norme come pericolose.

MOLTO meno normale che, nel momento in cui gli scienziati ed i politici di tutto il mondo ci ricordano che abbiamo pochi anni per salvare il pianeta o almeno per mantenerlo decentemente abitabile per noi e le prossime generazioni si facciano tante storie per qualche centinaio di euro.

Poiché tutto il cancan è stato alzato in nome dei “meno abbienti”, ricordiamo una cosa che dovrebbe essere autoevidente: potendo, un “meno abbiente” sceglierà sempre il veicolo più economo, non solo come costi iniziali, ma anche come consumi, assicurazione, bollo, sempre che, ovviamente, non sia  fuorviato da mirabolanti sconti&rottamazioni varie. Nel farlo, sceglierà anche il meno inquinante.

Infine una considerazione puramente e duramente liberista: Se un’auto emette ( nel caso migliore) 133 grammi di CO2 al km, questo corrisponde, come visto, a circa 18 km/litro. Ovvero, almeno 10.000 litri durante la sua vita operativa. Benché siano litri di carburante e non di petrolio, parliamo comunque di qualcosa che ai prezzi attuali costa al sistema paese svariate migliaia di euro, sotto forma di bolletta petrolifera. E’ un PESSIMO AFFARE.  Che negli anni a venire è destinato a diventare ancora peggiore. Senza contare i morti per particolato etc etc etc.

Senza contare la cosa più importante: non produciamo che una minuscola parte del petrolio che consumiamo e sarà sempre così, anche se la più sfrenata deregulation si abbattesse sugli abitanti della Val’Agri. Analogamente, non produciamo che solo una parte del metano che consumiamo. Ecco perché, anche solo in termini geopolitici, faremmo MOLTO bene al liberarci il prima possibile dalla dipendenza da fonti fossili. Ripeto: è un interesse STRATEGICO del nostro paese.

Chiaramente anche le auto elettriche sono associabili ad emissioni di CO2, visto che l’energia elettrica viene ancora in buona parte prodotta da fonti non rinnovabili. Ma, a parte che questo è destinato a cambiare, rapidamente, nei prossimi anni, tenuto conto di tutto, restano comunque migliaia di euro di differenza, dovuti sia al differente mix energetico sia all’enorme differenza di efficienza operativa tra i due veicoli. Si trovano centinaia di articoli in merito, su internet, la cosa è ormai un fatto accertato. Se a qualcuno servisse un riferimento, eccone uno tra i tanti, oltretutto adattato ad un sistema energetico, quello USA, decisamente più inquinante del nostro. Conclusione: Pur non essendo ATTUALMENTE zero, la bolletta energetica per il sistema paese associabile ad un veicolo elettrico, è sicuramente già molto più bassa di quella di un veicolo endotermico, con ottime prospettive di scendere ancora.

Le auto elettriche tra l’altro, circolano già da molti anni e se ne trovano facilmente anche a costi ragionevoli, usate , ovviamente con percorrenze minori di quelle nuove. Ma le cose cambieranno rapidamente, via via che nuovi veicoli vengono messi sul mercato.

Si dice che questo provvedimento NON ridurrà le emissioni, perché continueranno ad avere un mercato le auto vecchie, che non verranno rottamate. La cosa è piuttosto falsa, dato che già oggi si circola con difficoltà con le auto più inquinanti. Chi non compra una auto nuova non lo farà certo perché su di essa insiste un malus di poche centinaia di euro. Piuttosto, un attento conteggio dei pro e dei contro, potrebbe portare le persone a fare scelte più ponderate.

Propongo quindi, sperando che la proposta venga ripresa, l’introduzione di un indice di prestazione per i veicoli, qualcosa che somigli alla classificazione degli elettrodomestici, in modo che, in modo semplice, ogni cittadino possa farsi una idea concreta, dei costi reali, economici, energetici ed ambientali, di un veicolo rispetto ad un altro, nel suo ciclo di vita.

Vogliamo salvare il mondo o vogliamo continuare ad andare in SUV? Credo che sia arrivato, in realtà il momento di provvedimenti MOLTO più pesanti. Vi sono pochi motivi, nessuno particolarmente nobile, per consentire, senza una pesante tassazione, l’acquisto di veicoli che pesano due tonnellate e portano cinque persone. Benché, l’ho scritto MOLTI anni fa, questi veicoli siano relativamente pochi e quindi influiscano solo marginalmente sulle emissioni, orientano però anche il comportamento di chi acquista veicoli più economici, con il risultato che il mercato è tutta una rincorsa ad inutili scatoloni, sempre più grandi.

La rivoluzione non è per i pavidi. Sempre che si voglia DAVVERO farla, ovviamente.

Il Picco del petrolio torna di moda. Questa volta non è una esercitazione

il k2, un picco meraviglioso

Uh, guarda, avevamo ragione. Il picco del petrolio “convenzionale”, come da noi di Aspo Italia a suo tempo previsto una quindicina di anni fa, è avvenuto nel 2008.

No so nemmeno io quante volte ne ho scritto. Qui i post usciti su Crisis.

Non lo dice una cassandra qualunque. Lo dice L’IEA ( International Energy Agency), ovvero una dei due più titolati osservatori internazionali del settore. A pagina 45 del suo rapporto annuale, uscito tre giorni fa.

“La produzione di petrolio greggio convenzionale ha raggiunto il suo picco nel 2008, a 69,5 Mb / g, e da allora è diminuita di circa 2,5 Mb / g.”

Avevamo ragione, CHIARO?!!!

E’ una svolta epocale. L’IEA , insieme alla sua “cugina “EIA ha sempre negato anche solo il concetto di picco del petrolio, figuriamoci la possibilità che si verificasse, anche in un futuro più o meno lontano. L’anno scorso aveva fatto timide assunzioni che potevano far intravedere qualche problema. Quest’anno è come se fosse caduto un velo.

Come previsto da uno dei più famosi membri dell’associazione, il picco del petrolio è stato riconosciuto, ex post, dopo quasi dieci anni, guardando “nello specchietto retrovisore.  Se la produzione mondiale è ancora aumentata, si deve, sostanzialmente, al recupero di produttività dell’Iraq e dell’ex URSS ed all’esplosione del fenomeno dello shale gas & fracking, che , sostanzialmente, è stato sostenuto solo da enormi afflussi di dollari, costituendo ad oggi, una minaccia per l’economia mondiale maggiore di quella dei famigerati mutui subprime che innescarono la recessione dieci anni fa.

Non solo: l’aumento della domanda per i prossimi anni dovrà essere coperto da pochissimi paesi, che hanno in realtà poche speranze di aumentare la propria produzione. L’esplosione dei prezzi, l’arrivo del picco non solo del petrolio ma dei combustibili fossili potranno essere evitati solo da una triplicazione della produzione degli Usa da shale gas&oil. Una cosa, sostanzialmente, impossibile per motivi temporali, geologici, finanziari, sistemici. Questo scenario di una specie di “rinascimento petrolifero”, con un poderoso sforzo per aumentare la produzione è stato chiamato “new policies “.

Ecco a chi è affidato il compito di coprire l’aumento previsto della domanda mondiale:

La produzione combinata di gas e petrolio per i pochi paesi che secondo la IEA possono aumentare la produzione ( fonte: http://crashoil.blogspot.com/2018/11/world-energy-outlook-2018-alguien-grito.html)

Ecco il dettaglio della produzione americana auspicata dall’IEA:

Da notare:

1)la rapidità con cui decresce la produzione dei pozzi già trivellati

2) l’esplosione della produzione americana, prevista entro due anni, NON AVREBBE PRECEDENTI nella storia dell’estrazione di petrolio.

Visti gli investimenti necessari, misurabili in centinaia di miliardi di dollari e visto che gli investimenti delle compagnie petrolifere in questo come altri settori, sono drammaticamente calati e non stanno riprendendo, non è nemmeno sicuro che si possa mantenere la produzione attuale, data la velocità con cui si esauriscono i pozzi del fracking ( tempi di dimezzamenti della produzione di pozzi nuovi nell’ordine di un anno e mezzo).

Ma ecco il grafico chiave:

Declino della produzione mondiale in confronto alla domanda fonte: www.oilcrash

Il rosso: l’andamento della produzione attuale, in assenza di investimenti: un calo dell’ 8% annuo, ( senza considerare eventuali eventi imprevisti, che potrebbero peggiorare le cose).

Il rosa: la produzione se le azienda continueranno ad investire per mantenere correttamente le aree produttive, con investimenti in linea a quelli degli ultimi anni.

Si tratta di migliaia di miliardi di dollari all’anno. In effetti gli investimenti nel settore hanno superato, negli anni “migliori”, perfino quelli militari.

Dicevo che si tratta di una svolta epocale per l’IEA. Basterà a dimostrarlo questo grafico, tratto dal rapporto del 2016

 

Un semplice confronto darà la misura di quanto errate fossero le previsioni di solo due anni fa.

Per raggiungere la produzione che la situazione richiederebbe, si dovrebbero raddoppiare, forse triplicare gli investimenti, gli sforzi e le trivellazioni.

Si può quindi comprendere come questo scenario sia totalmente irrealistico.

Non lo dico io: lo dice la stessa IEA, ad esempio, in questo grafico:

spesa globale per l’energia scenario BAU e scenario con forti investimenti in energie rinnovabili

Vedete? L’ IEA prevede che i prezzi supereranno presto i livelli raggiunti in passato ( 150 DOLLARI PER BARILE, quasi il triplo dei prezzi attuali!!). Forse entro un anno a partire da oggi.  Poi CONTINUERANNO A CRESCERE.

Nel migliore dei casi (investimenti massicci in energie rinnovabili) i prezzi saliranno a livelli mai visti e poi RESTERANNO A TALI LIVELLI, per poi cominciare a calare lentamente, tra una decina di anni. Tutte le altre forme di energia continueranno ad assorbire quote crescenti del PIL mondiale, a velocità ancora maggiori che nello scenario “ordinario”.

In poche parole: i tempi dell’energia a buon mercato sono finiti.

In altre parole, i tempi della crescita mondiale sono finiti.

In altre parole ancora: il paradigma economico dell’ultimo secolo è finito.

Dovremmo esserne lieti.

Perché sta distruggendo il pianeta ed il futuro dei nostri figli.

Allo stato attuale, invece, dobbiamo essere MOLTO preoccupati.

Se, a causa dei ritorni decrescenti e della difficoltà di accedere alle risorse finanziarie ed infrastrutturali necessarie, vi sarà un collasso delle compagnie petrolifere e, conseguentemente, degli investimenti in ricerca e sviluppo, saranno guai seri.

Ecco lo scenario previsto:

La perdita del 50% della produzione mondiale avverrebbe nel giro di 5 anni. Se non vi è chiaro cosa significa ve lo dirò in breve: collasso della produzione industriale mondiale, la mamma di tutte le crisi economiche, defaults generalizzati, miliardi di morti per fame, guerre, medioevo in salsa cyberpunk. Non lo sto dicendo io,ma una paludatissima e, fino ad ora, quanto mai ottimistica, agenzia.

Il nostro paese ha modeste capacità produttive residue, lo sappiamo bene. In compenso spendiamo decine di miliardi di euro l’anno per approvvigionarci di petrolio e gas. Questa bolletta energetica, che è arrivata ad una quarantina di miliardi di euro, ed ora vale circa 25 miliardi, farà presto a triplicare. Sono decine di miliardi di euro che escono dal nostro paese, andando ad arricchire poche grandi compagnie e pochissimi paesi produttori. Se proprio dobbiamo investire per garantire un futuro all’Italia, è evidente che dovremmo andare nella direzione di accelerare a tutta la forza la transizione energetica, oltre alla produzione diffusa, lo stoccaggio diffuso, lo scambio diretto tra produttori e consumatori. E dovremmo farlo ad una velocità circa dieci volte quella attuale. NON è difficile calcolare che un investimento del genere starebbe intorno ai quaranta miliardi di euro l’anno (pari alla “bolletta energetica”). Quella cifra, che potrebbe essere pubblica in minima parte, ci permetterebbe di installare ad esempio, circa 40 GWp di fotovoltaico o eolico, che produrrebbero circa  50 TWh all’anno di energia elettrica, dal valore di circa 3 miliardi ( a 6 centesimi/kWh). Sarebbero ALMENO altrettanti miliardi di bolletta energetica risparmiata, senza contare ovviamente, l’indotto creato dalla manutenzione installazione etc etc. E’ OVVIO che non possiamo installare decine o centinaia di GWp di fotovoltaico, eolico, geotermico etc etc, senza pensare allo stoccaggio diffuso, alle smart grid, alla cogenerazione, al geotermico a basso impatto etc etc etc. Senza pensare al risparmio energetico. Senza pensare a cambiare il paradigma attuale. E quindi ovvio che la cifra andrebbe attentamente suddivisa tra le varie voci, sulla base di considerazioni in termini di costi/benefici,  ed in termini ambientali, sociali, sistemici.

E’ anche altrettanto evidente però che le grande opere che ci servono sono queste e non inutili buchi di 60 km per far girare treni “veloci” ( la cosidetta tav in val di Susa, non è mai stata tale, in realtà) quanto vuoti, a causa dei prezzi inavvicinabili dei biglietti. Quando il costo dell’energia sarà diventato proibitivo, la differenza tra benessere e povertà la faranno le scelte energetiche produttive e strategiche che ha fatto il paese. Noi quali faremo?

Il congedo di paternità, i buoni del tesoro, il reddito di cittadinanza

Un libro sulla paternità consapevole
Un libro sulla paternità consapevole

Ha fatto notizia il rischio di un mancato rifinanziamento dei congedi di paternità, ovvero la versione maschile dei congedi di maternità, in scadenza a fine anno. Il Ministro per la famiglia  è dovuto intervenire di persona con un emendamento che stanzierebbe 40 milioni di euro per il rinnovo della misura, però limitata a miseri quattro giorni, davvero troppo poco per fornire un qualunque tipo di supporto alla coppia che ha appena avuto un figlio. Il motivo all’origine di questa come altre situazioni è abbastanza semplice: Severi limiti di bilancio, dovuti all’allocazione di risorse, che sappiamo essere molto criticata in sede CEE, verso l’assegno di cittadinanza, la revisione della riforma Fornero, la flat tax.

In sintesi, per trovare le risorse finanziarie necessarie senza far esplodere ancora di più il deficit, il governo sta facendo economia un poco in tutti i ministeri, fino al punto di tagliare e/o non rinnovare misure che, oggettivamente, hanno costi irrisori. Ho già scritto sulla modalità delle aste dei buoni del tesoro e sul fatto che vi sia, apparentemente, spazio per una revisione, facendo così risparmiare allo stato miliardi di euro all’anno.

A quanto pare, però vi sono ancora altri aspetti di queste aste che, rivisti, potrebbero far risparmiare miliardi. Uno di questi aspetti è la remunerazione prevista per gli enti abilitati a partecipare alle aste. Per alleviare il loro disturbo e risarcire i costi che affrontano per partecipare alle aste, infatti Sono previsti, di legge, dei rimborsi, sulla base di una quota % fissa di quanto acquistato. Si tratta, attualmente di cifre che oscillano tra lo 0.2 e lo 0.35%. Non sembra un granché, finché non si prende in considerazione quanti sono i titoli del tesoro che vanno a scadenza e devono essere rinnovati, ogni anno ( senza contare quelli necessari a finanziarie il nuovo debito).

Si tratta di oltre 300 miliardi euro all’anno. Ovvero: annullare o almeno ridurre severamente questo inspiegabile benefit farebbe risparmiare IMMEDIATAMENTE almeno un miliardo di euro allo Stato, OGNI ANNO. Una misura più o meno pari al risparmio conseguibile con tutte le misure anticasta proposte e/o previste. Evidentemente, come sempre, ci sono caste di serie A e di serie B.

O semplicemente nessuno ve l’aveva detto?

Beh, ecco, ora almeno uno c’è!!

Diario doloroso di un assimilato

Il duro lavoro dell’assimilato
Diario doloroso di un assimilato (reloaded)
Oggi ho appena scoperto che non basta essere assimilati, per scamparla.
Sono andato a rivedermi l’origine del famoso ( ehm almeno tra noi gente bislacca) principio di PeterIn una data gerarchia ogni membro tende a raggiungere il proprio livello di incompetenza.
Come FORSE sapete, questo primo e famoso principio si accompagna a tre un poco meno famosi, ma strettamente connessi:

 

1) In una data gerarchia ogni singola posizione tende ad essere occupata da un individuo inadeguato al lavoro che deve svolgere;
 
2) Con il tempo ogni posizione lavorativa tende ad essere occupata da un impiegato incompetente per i compiti che deve svolgere;
3) In una data gerarchia il lavoro tende ad essere svolto prevalentemente da coloro che non hanno ancora raggiunto il proprio livello di incompetenza.
Ho sempre pensato che questo sia in realtà un BEST case, perché postula, ad esempio, l’esistenza di un sistema meritocratico.
Mediamente parlando le cose vanno peggio di cosi.
Ma c’è qualcosa di piu’ interessante: poiché ovviamente i compiti o almeno le competenze necessarie per svolgerli decentemente sono sempre piu’ complessi, via via che si sale i gradini, anche nel migliore dei casi, IN UNA GERARCHIA I POSTI DI VERTICE SONO STATISTICAMENTE COPERTI DA INDIVIDUI INCOMPETENTI.
anche perché “le aziende tendono a promuovere sistematicamente i loro dipendenti meno competenti a posizioni dirigenziali, allo scopo di limitare i danni che possono combinare”.
Si tratta del “Principio di Dilbert” del grande cartoonist Scott Adams.
Che questo sia sostanzialmente vero, l’abbiamo sotto gli occhi tutti o almeno di chi li tiene aperti.
Ma c’è di più: Il sistema NEL SUO COMPLESSO è destinato al collasso.
Infatti il quarto e meno noto principio di Peter recita:
«Ogni cosa che funziona per un particolare compito verrà utilizzata per compiti sempre più difficili, fino a che si romperà.»
Notate che è un principio più generale che COMPRENDE gli altri tre.
Soprattutto notate come si leghi a quel che ha scritto Tainter sui sistemi complessi o comunque ai casi NOTI di collasso di sistemi complessi.
Le cose stanno proprio cosi. Ad ogni livello del sistema, QUALUNQUE sia il sistema preso in considerazione, umano o naturale, ad ogni livello COMPLESSO formato da sistemi di sistemi ed ovviamente anche al livello massimo, al sistema dei sistemi dei sistemi chiamato Terra.
 
Stiamo adoperando la nostra società per compiti sempre più difficili e non funziona più. In più chi è ai vertici non è in grado di gestire la cosa, essendo incompetente.
Stiamo adoperando IL NOSTRO PIANETA allo stesso modo.
Come si può scappare dal collasso?
O con la decrescita ( fare cose piu’ semplici, in minori quantità).
O con la sostituzione dei vertici ( mettere persone più brave che non hanno ancora raggiunto il loro livello di incompetenza).
O con tutti e due.
Abbiamo poco tempo, direi la terza che ho detto.
Ma, per la legge di Peter, questa evenienza è estremamente remota.
Colui che arriverà a poter decidere cosa fare, NON SAPRA’ FARLO.
Se ci pensate, diecimila anni di civiltà ci danno proprio questa risposta: i casi di competenti al comando è cosi rara che questi pochi sono GLI UNICI che fanno avanzare le cose.
Per davvero: quelli di Peter sono dei postulati .
Come quelli euclidei.

Debitocrazia, finchè dura

La Grecia e la troika

Mario Draghi ieri se l’è fatto scappare: Finanziare i deficit non è nel nostro mandato, abbiamo l’Omt come strumento specifico, per il resto siamo in un regime di dominanza monetaria».

Due punti quindi; ambedue assolutamente clamorosi.

Non è strano che il velo sia caduto  proprio in questi giorni. I momenti di crisi hanno un grande pregio, fanno scappare di bocca la verità.

Il fatto che siano stati detti con la solita placida flemma non toglie nulla alla clamorosa rivelazione.

Vediamo un poco.

L’Omt, Outright MOnetary Transaction, per noi tapini non avezzi, è la politica di acquisto diretto dei titoli di Stato dei paesi membri dell’unione europea da parte della banca centrale. Una cosa normalissima ed usuale nel resto del mondo, proprio per evitare che i tassi, nei momenti di tensione, esplodano.  ( ovviamente, se si esagera, i tassi esplodono lo stesso, insieme all’inflazione ed all’economia del paese).  Lo fanno TUTTE le banche centrali OGNI SANTO GIORNO, negli USA, in Cina, In Giappone, in India, In Russia, NATURALMENTE in Inghilterra. Ma in Europa, PRIMA il paese che necessita di queste misure, deve mettere la testa od altri cosini sul ceppo e rassegnarsi alla scure. In poche parole, deve accettare un piano di rientro forzoso dal debito che prevede, in buona sostanza, la sottomissione ad una shock economy di quelle cattive.

Infatti: I titoli di Stato devono essere emessi da paesi in difficoltà macroeconomica grave e conclamata (requisito di condizionalità). La situazione di difficoltà economica grave e conclamata è identificata dal fatto che il paese abbia avviato un programma di aiuto finanziario o un programma precauzionale con il Meccanismo Europeo di Stabilità o con la Struttura Europea per la Stabilità Finanziaria. La data di avvio, la durata e la fine delle OMT sono decise dal Consiglio direttivo della BCE in totale autonomia e in accordo con il suo mandato istituzionale.

Ora: il MES, impone ai paesi che aiuta, QUEL CHE GLI PARE, per statuto.

E le conseguenze giuridiche di quel che succede ( qualunque siano, morti compresi) non ricadono PER LEGGE COSTITUTIVA sui suoi dirigenti.

Sostanzialmente , quel che è successo alla Grecia. Non solo cedere la sovranità ma cedere la sovranità ad un ente ostile, che impone regole durissime e insensate che no diminuiscono il deficit, perché gli introiti dello stato, causa collasso economico , scendono più rapidamente delle spese, distruggono l’economia interna e permettono  di mangiarsi l’intero apparato industriale e/o i beni interessanti di quel paese, facilmente ed a poco prezzo.

Sarebbe interessante capire perchè, unico istituto centrale nel mondo, la BCE non agisca per la riduzione ed il controllo del deficit, tramite le leve in suo possesso. Ovviamente questo ha molto a che fare con il regolamento cee istitutivo della stessa e con il terrore dello stato leader, la Germania nei confronti dell’inflazione. Ma questo non è sufficiente a giustificare come si continui ad usare una politica che, in ultima analisi, è autolesionistica per l’Europa nel suo insieme, travolta da un mondo che, senza scrupoli,  fa più debiti che paperelle di plastica.

Alla fine tutto si riduce al secondo punto.

per il resto siamo in un regime di dominanza monetaria».

Esatto e molto ma molto vero. Tutto, sempre più è al servizio della moneta. ovvero, essendo creata debito, del debito.

La politica monetaria, quindi, prevale su tutto e tutti. SI usa la moneta per creare altra moneta PRIMA DI OGNI ALTRA COSA, ovvero per speculare, non per investire.

Il motivo?

Beh, semplice, essendo l’inflazione bassa si ottengono buoni risultati senza dover creare una azienda, produrre qualcosa, inventarsi qualcosa ogni santo giorno, pagare stipendi, pagare tasse, tenere una contabilità, rispettare normative, pagar mutui… MOOOLTO più semplice.

Inflazione bassa= molti soldi disponibili per investimenti finanziari e quindi pochi per quelli in beni reali, strumentali o meno.

Sempre più economia di carta e sempre meno economia reale. Così i posti di lavoro non aumentano quanto la popolazione, le economie reali ristagnano, i debiti aumentano e le aziende pian piano si spengono. Come fare? Beh, semplice, mangiandosi un paese per volta. Questo agire, no è cattivo, come l’agire di un o squalo no lo è . E’ nella natura della bestia. Una bestia che non esisteva e che noi abbiamo creato ed ora vuole esistere e resistere. L’inflazione danneggia si gli stipendi delle persone normali ed i loro risparmi ma danneggia, ed in misura molto maggiore, le rendite finanziarie, perché fa tornare i capitali verso le cose reali ( o verso i beni rifugio): Questo, almeno nella testa delle grandi menti che propugnano la dominanza finanziaria, è il faro illuminate. La regola zero.

per il resto siamo in un regime di dominanza monetaria».

Andrebbe d’ora in avanti ripetuto ad ogni fine di discorso, da parte di ogni presidente del consiglio che si rispetti, in Europa e non solo Italiano. Un poco come il famoso “ceterum censeo carthago delenda est” con cui Catone il censore finiva sempre ogni suo discorso in senato.

Giusto per no dimenticarsi, analogamente, cosa ci minaccia, ogni santo giorno, al di la di tutto.

A parte tutto questo bi&ba, quel che ha detto ieri Draghi smentisce quanto aveva affermato qualche mese fa, ovvero che la BCE avrebbe tenuto una politica monetaria accomodante, continuando ad investire i capitali di ritorno dai titoli in scadenza nei buoni del tesoro dei vari stati europei IN PROPORZIONE ALLA QUOTA DI OGNI PAESE NEL SUO AZIONARIATO.

Il che nel nostro caso non è esattamente rassicurante, visto che così aumenterebbe l’acquisto di titoli tedeschi e diminuirebbe quello di titoli italiani ( per qualche decina di miliardi all’anno). Ditemi voi se ha un senso acquistare titoli IN PERDITA, anziché titoli che offrono un serio rendimento.

per il resto siamo in un regime di dominanza monetaria».

Ok.

Allora, dobbiamo una buona volta deciderci e stabilire se la BCE è indipendente, allora dovrebbe fare i suoi migliori interessi, acquistare i titoli a maggiore rendimento e calmierare quindi il mercato. Altrimenti, se è in realtà dipendente, si ammetta che tale dipendenza è politica. Ovvero dipende da scelte politiche, con tutta evidenza NON di tutta l’Europa e probabilmente di una sola parte. Una piccola parte. Un paio di paesi forse. O , per meglio dire, un SOLO paese e qualche satellite.

Ma in fondo c’e’ una spiegazione ancora più semplice:

siamo in un regime di dominanza monetaria».

I buoni del tesoro italiani, ai tassi attuali, sono un OTTIMO affare, vista l’affidabilità reale del paese.

Perché farli scendere?

 

Nei secoli fedele ( reloaded)

 

nei secoli fedele

Più di dieci anni fa scrissi un post che esprimeva un concetto su cui avevo riflettuto, a quei tempi in sparuta quanto qualificata compagnia:

Era tecnicamente ed economicamente possibile ed anzi sarebbe stato doveroso, prolungare via via la garanzia europea sui prodotti, portandola, in prospettiva, a durare a vita, ovvero, quanto il prodotto stesso.

Ovviamente, dovendo garantire un prodotto per tanto tempo, i produttori avrebbero dovuto rinunciare al concetto di obsolescenza programmata e puntare semplicemente alla massima affidabilità possibile.

In questo modo si sarebbe fatto un gran bene all’ambiente, ovviamente, ma si sarebbe data anche una bella mano alla competitività dei prodotti europei contro quelli di bassa qualità in arrivo dall’estremo oriente. Alla peggio, si sarebbe dato una mano all’occupazione creando una filiera della riparazione. In pratica si sarebbero resi meno competitivi i prodotti fatti a buon mercato dall’altra parte dell’oceano , perché questi prodotti avrebbero dovuti o essere fatti meglio, MOLTO meglio di quelli nostrani, a causa dei problemi logistici di approvvigionamento dei pezzi di ricambi. In ogni caso, sarebbe stato un passo importante verso il raggiungimento di una economia circolare, un passo ineludibile verso la sostenibilità.

Sono passati dieci anni e ci sono state diverse iniziative legislative.

Ad esempio sono stati depositati diversi disegni di legge durante la scorsa legislatura ( ed anche qualcuna di quelle precedenti). OVVIAMENTE giacciono, più o meno, dimenticati.

In Francia, addirittura, si è arrivati ad istituire una nuova fattispecie di reato penale

La verità è che questo genere di iniziative può avvenire solo in sede CEE perché solo li è possibile coordinare i vari paesi e rendere, in pratica fattibile un percorso verso l’allungamento della durata della vita dei prodotti.

Sono stato felice che Dario, un parlamentare europeo e caro amico, abbia portato e con successo , questo tema sui tavoli dove si decide il futuro dei cittadini dell’Unione.

Se riuscirà nella sua battaglia, sarà un bene per tutti ed a quelli come il sottoscritto, resterà la soddisfazione di aver acceso la miccia, di aver lanciato il sasso, insomma, di aver ispirato l’inizio di un cambiamento benefico della nostra società ( oltre che del nostro modo di pensare).

Benché non sia stata la prima volta che ne scrivevo, avendo espresso e teorizzato la cosa per diversi anni su vari forum negli anni precedenti, ecco il mio post su Crisis, di dieci anni fa. Non ha perso niente della sua attualità, mi pare, anche se forse qualche link non funzionerà più, dopo tanto tempo.

Potrete comunque verificare da soli, con una ricerca su internet,  che già QUI ED ORA ( come del resto già dieci anni fa) esistono centinaia di prodotti garantiti a vita.

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18 Febbraio 2008

Nei secoli fedele

Debora, un paio di giorni fa, ha stigmatizzato una pubblicità che considerava deleteria una durata media di 13 anni per una lavatrice e spingeva a comprarne una nuova ( la loro, ovviamente) perchè…sexy.

Ha assolutamente ragione.

Una delle prime cose che DOBBIAMO cambiare è questa perniciosa forma di consumismo che ci spinge a cambiare cose che vanno ancora benissimo.

Non è sempre andata cosi: Il cassettone del nonno, la madia, la vecchia bicicletta del babbo, sono tutte cose che duravano alle volte piu del loro proprietario e venivano tramandate a figli e nipoti.

Una cosa su cui non si riflette abbastanza è che si possono realizzare elettrodomestici, telefonini, mobili e complementi di arredo che durino (quasi) per sempre e che siano garantiti a vita.

Si potrebbero fare, costerebbero probabilmente il doppio o forse il triplo degli analoghi prodotti usa e getta da cui siamo sommersi e ci permetterebbero di risparmiare una quantità incredibile di energia e materie prime.

Inutile dire il cambiamento EPOCALE negli usi e costumi, che libererebbe finalmente le persone dall’acquisto compulsivo e frenetico, che ci passano come una necessità assolutaper mantenere il benessere della nostra società.

In realtà non è vero che il famigerato prodotto interno lordo sarebbe danneggiato da prodotti che abbiano una garanzia “a vita” dato che la maggiore durata sarebbe compensata dal maggior costo.

Ovviamente questo permetterebbe di mantenere una quota di produzione di beni di consumo anche qui in Italia, dando una bella bottarella al globalismo e salvaguardando l’occupazione.

Il bello è che esistono già prodotti garantiti QUASI a vita.

Intanto i pannelli fotovoltaici garantiti di solito per 25 anni.

e poi altri prodotti di elettronica come dvd, schede audio o video, memorie allo stato solido etc.

Ma vi sono esempi piu’ curiosi ed interessanti:

Ad esempio stand espositivi,  mute da sub,  pentolevernici per autocapi di abbigliamento ed attrezzatura per alpinismopneumaticimarmitteantifurti , insegne luminosepavimenti in laminato e per finire, incredibile a dirlo, i nuovi modelli della Chrysler.

Intendiamoci una garanzia a vita non significa automaticamente una durata pluridecennale del prodotto garantito ma piuttosto una disponibilità di chi vende a farsi carico dei problemi di obsolescenza futuri.

In ogni caso, rispetto ai miseri due anni garantiti per legge, è certo un bel passo avanti, segno che qualcosa nella mentalità dei “consumatori” comincia a cambiare.

Per quanto possa valere, sono sicuro che molte persone sono stufe di cambiare lavatrice o frigorifero per uno piu’ SEXY e vorrebbero invece tenersi il piu’ a lungo possibile quelli che hanno, se funzionassero ancora bene ed economicamente.

C’e’ posto, ne sono sicuro, per una lavatrice, un frigorifero, una cucina, con garanzia cinquantennale e ho qualche ragionevole certezza che sarebbe possibile realizzarla.

Anche da qui passa la strada per la sostenibilità.

Nel frattempo se vogliamo una VERA garanzia a vita..beh esiste già e fortunatamente non si tratta di un elettrodomestico. Arf. Arf.

 

Come abbassare lo spread, risparmiare miliardi e pagare il reddito di cittadinanza

Il Debito pubblico nel mondo fonte: wikipedia

Disclaimer: questo, oltre che lungo,  è un post populista, qualunquista, facilone, sotuttista, saccente, e forse perfino un poco rosicone.

Ovviamente spero che non sia così, per un minimo di amor proprio, giusto?

Sbagliato!

Spero SINCERAMENTE di aver preso un abbaglio perché in tal caso ci rimetterebbe solo la mia modestissima credibilità di semisonosciuto ( o dovrei dire misconosciuto?) blogger/tuttologo/lavandaia di via dell’oche/Cassandra) .

L’alternativa, ovvero che NON abbia preso un abbaglio, questa si che sarebbe grave: perché ci direbbe che, dei 2300( duemila trecento) miliardi di euro di debito, di cui circa 700 creati negli ultimi dieci anni, ce ne saremmo potuti risparmiare una discreta parte.

Anno Debito PIL % sul PIL
2005 1.512.779 1.429.479 105,83%
2006 1.582.009 1.485.377 106,51%
2007 1.602.115 1.546.177 103,60%
2008 1.666.603 1.567.761 106,30%
2009 1.763.864 1.519.702 116,10%
2010 1.843.015 1.548.816 119,00%
2011 1.897.900 1.580.220 120,10%
2012 1.989.781 1.613.265 123,30%
2013 2.070.228 1.604.599 129,00%
2014 2.137.320 1.621.827 131,80%
2015 2.173.387 1.652.622 131,50%
2016 2.219.546 1.680.948 132,00%
2017 2.263.056 1.716.935 131,80%

Quanta parte? Si divertano un poco gli economisti, che diamine!

Ricordiamoci, comunque, che il nostro bilancio statale sarebbe, come negli ultimi 27 anni peraltro, in attivo, non fosse per gli interessi sul debito accumulati. Come ci ricordano anche troppo spesso, quando lo spread sale etc etc etc; un aumento ( o una diminuzione) di un punto% di interesse si traduce in un 1% del debito solo dopo circa sette anni, la durata media dei nostri titoli di Stato.

Resta il fatto che OGNI ANNO, MEDIAMENTE circa 300 miliardi di titoli vengono messi all’asta ed un risparmio di un 1%, per dire, si traduce in un risparmio di circa 3 Miliardi di euro all’anno. PER CIRCA SETTE ANNI. Ovvero, a regime, oltre 22 miliardi di euro/anno, giustappunto un 1% di Debito OGNI ANNO.

SE avessimo potuto spendere un 1% in meno mediamente di interessi, su dieci anni ( per rimanere agli ultimi dieci anni) il risparmio, nei primi sette anni sarebbe stato ovviamente qualcosa di meno della ventina di miliardi di interessi che avremmo potuto non pagare a regime. OGNI ANNO. In pratica si tratta di qualcosa come 180 miliardi in dieci anni, tenendo conto del transitorio. Meno, se consideriamo che il nostro debito pubblico dieci anni fa era molto più basso, ma sempre tanto, qualcosa intorno a 140 miliardi. Abbastanza da riportare il nostro debito indietro di quattro anni o abbassare il famigerato rapporto debito/piL di 8 punti. In pratica portarci avanti sul programma di rientro dal debito di sei anni.

UNA BOMBA.

Ricordiamoci anche che l’attuale manovra economica si gioca su decimi dell’1% .

Capite bene che, quindi, anche solo una modifica MOLTO più piccola, trascurabile, poniamo dello 0.1%-0.5% dei tassi di interesse, farebbe differenza, eccome.

Veniamo al quid:

Sapete come funziona una asta di buoni del tesoro?

Non lo sapevo nemmeno io, in effetti.

Quel che balza agli occhi però, anche senza sapere come funzionano queste aste, è un fatto: tipicamente alle aste del tesoro la domanda è il doppio dell’offerta.

ecco un esempio tipico: l’ultima asta di BOT ad un anno

Data Emissione 14/09/2018
Data Scadenza 13/09/2019
Data Asta 12/09/2018
Data Regolamento 14/09/2018
Importo Offerto 6.000,000
Importo Richiesto 11.471,000
Importo Assegnato 6.000,000

E'( quasi) sempre stato così, come ci hanno sempre immancabilmente e con soddisfazione fatto presente i telegiornali ed i vari governi succedutisi, se non altro per ricordarci che con loro l’Italia era affidabile, che i mercati erano entusiasti delle loro politiche economiche etc etc etc.

Contavano sul fatto che la bevessimo. Ed in effetti, fin qui, pare proprio che l’abbiamo bevuta.

In un mercato normale, se la domanda è il doppio dell’offerta, si possono alzare i prezzi , in modo da soddisfare tutta la domanda. Per essere esatti, il venditore cercherà sempre di vendere l’ultimo pollo al prezzo più alto possibile.

Nel caso dei buoni del tesoro, però la cosa non funziona così. Si escludono le offerte più basse, ok MA ANCHE QUELLE PIU’ ALTE, con un meccanismo a dir poco arzigogolato.

In pratica: si mettono le offerte in ordine dalla più alta alla più bassa, si prendono le offerte migliori che coprono metà dei buoni messi in vendita e si calcola un valore ponderato a partire da questo si calcola un valore minimo detto di salvaguardia ( degli interessi del compratore!!!). Poi si fa lo stesso con le successive offerte sufficienti a coprire l’intera mole di buoni all’asta e si calcola un valore massimo, detto di esclusione. Fatto questo si piazzano i buoni, tra gli operatori che rientrano tra questi due valori. L’operatore che ha offerto MENO del valore di salvaguardia, ovvero che ha  fatto la migliore offerta,  VIENE PREMIATO vendendogli i buoni, alla peggio, al valore di Salvaguardia.  Ovvero  AD UN VALORE PIU’ BASSO DELLA SUA OFFERTA.  Ovvero: il venditore rinuncia alla migliore offerta, per vendere ad un valore inferiore, basato sulla media dei valori degli altri offerenti.

Se non ci credete, guardate da soli sul sito del ministero del tesoro (ora parte del MEF)

In ogni caso, più o meno, su grandi numeri, si vende ad un valor medio tra tutti coloro che, messi in ordine dal migliore al peggiore offerente, hanno offerto appena di più di quanto basta per coprire l’intero quantitativo di buoni messi all’asta.

E tutti gli altri? Vengono esclusi dall’asta.

A parte quanto accennato poc’anzi, si capisce bene che non vi sono garanzie, in questo modo, che l’intero quantitativo di buoni venga in effetti aggiudicato alle condizioni più vantaggiose per il tesoro.

Molto banalmente: preso atto delle condizioni minime di accettabilità appena definite, chi ci dice che la metà delle offerte rimasta fuori non potrebbe essere rivista al rialzo, da parte di almeno una percentuale degli offerenti, così portando la media ponderata etc etc etc, un poco più alta, con vantaggio per il venditore?

Si è mai pensato che, in un mondo telematico, si potrebbe semplicemente procedere per rialzi successivi, riinvitando TUTTI, compreso coloro che attualmente sono esclusi, a rifare una offerta alle nuove condizioni di base, definite con qualche media ponderata, come quella appena esposta, ed il tutto potrebbe svolgersi rapidamente ed efficacemente, grazie alle reti telematiche odierne?

Ancora, Perché mantenere l’esclusione delle offerte più alte? Quale vantaggio ne trae lo Stato?

Anche ad una analisi, giocoforza, superficiale, pare proprio che le condizioni delle aste siano si vantaggiose, ma per i compratori.

Ma chi sono questi compratori, queste “istituzioni”?

Per farla breve, istituti finanziari accreditati, ovvero buona parte delle nostre banche e moltissimi enti finanziari esteri. Se si tiene conto degli azionisti di maggioranza della Banca d’Italia, praticamente il banditore dell’asta,(no: NON sono i cittadini italiani) non mi pare che ci sia da stupirsi se gli interessi che vengono tutelati non siano sempre solo ed esattamente quelli dello Stato.

Pare una cosa grossa, no? forse addirittura enorme, a pensarci bene, Visti i sacrifici che ci hanno chiesto, la macelleria sociale, i migliaia di morti suicidi, le decine di migliaia di aziende chiuse, i milioni di persone senza lavoro, la perdita di un decennio, la scomparsa di un minimo di prospettive per il futuro dei nostri giovani.

Tutto evitabile se davvero avessimo potuto risparmiarci un centinaio di miliardi di euro di debito pubblico.

La tragedia del Ponte “Morandi” ci ha mostrato come cose grosse, anche enormi, possono succedere, a danno di tutti e vantaggio, enorme anche quello , di pochi.

Specialmente quando i cittadini, per troppo tempo si distraggono, contenti di zappare il loro orticello, accontentandosi della TV per interagire con il resto del mondo al di la della strada.

Al di la di ogni considerazione, credo che sia arrivato il momento di riprendere in considerazione, seriamente, questo meccanismo delle aste, risalente alla fine del secolo scorso, chiaramente inadeguato ai tempi ( si parla ancora di fax come rimedio per l’invio delle offerte in caso di malfunzionamento telematico) e di adeguarlo.

In gioco potrebbe esserci qualcosa di più di qualche misero numerino in qualche tabella.

p.s. che c’entra lo spread?

Beh, via, abbassare i nostri tassi abbassa lo spread, giusto? Oltre all’abbassamento dei tassi giocherebbe a nostro favore la…FIDUCIA.

Quella fiducia che viene tirata sempre ed immancabilmente fuori come scusa per le peggiori nequizie da shock economy. Almeno questa volta ci potrebbe essere davvero motivo, per essere fiduciosi. Un paese finalmente in grado di darsi regole chiare, moderne, limpide e corrette, aperte al mercato, che diano pari opportunità a tutti gli attori, etc etc etc, insomma: molto ma molto ma molto molto molto liberista no? Degno di fiducia, no?!!