Di terremoti ed altri disastri

Il terremoto nel centro Italia mi ferisce in maniere che non comprendo ancora appieno. Sono reduce da un bellissimo viaggio in bici che ci ha portato, un piccolo gruppo di amici,  molto in prossimità delle zone colpite. È un viaggio di cui vorrei conservare bei ricordi, ma ora vedo immagini di paesi rasi al suolo, luoghi dove pochi giorni prima ho pernottato (Amandola) colpiti da crolli, un conto delle vittime che continua a salire. Gente, spesso, come me pochi giorni fa, in vacanza.

Un pezzo del mio cuore è in quei paesi, in quelle terre. La mia famiglia possiede una casa, in un minuscolo paesino sperduto fra le montagne umbro-marchigiane. Una casa antica ristrutturata con molti sacrifici, con enormi mura in pietre di fiume, capaci di tener fuori il freddo invernale al pari del caldo estivo. Abitandovi riesco a sentire un legame indissolubile con le epoche e le generazioni che mi hanno preceduto. Una continuità temporale di sentimenti ed intenti che costantemente guida le mie scelte.

Quella casa, quel paese, stavolta non sono stati toccati. L’angelo della morte li ha ancora una volta sfiorati, passando oltre. La stessa cosa non è accaduta ad Amatrice, ad Accumoli, ad Arquata del Tronto. Paesi del tutto simili, per storia ed architettura, ora praticamente rasi al suolo. Ieri ho passato quasi un’ora sulla pagina internet di Google Street View ad osservare le prospettive stradali di Accumoli ed Amatrice. Immagini di disarmante normalità e serenità, a fronte di quanto avvenuto solo poche ore prima. Guardavo le foto e pensavo: di tutto quello che vedo non è rimasto niente.

Amatrice2

Mi era successa una cosa analoga anni prima. Nel 1991 partecipai ad un evento ciclo-turistico intitolato “Pedalata dei due mari”. Attraversammo in una settimana tutto il centro Italia, da Giulianova (in Abruzzo), al Parco dell’Uccellina (in Toscana). Mentre pedalavo scattavo foto (all’epoca pratica molto meno diffusa di oggi) su pellicola diapositiva. Immagini che finirono col restituire un discreto reportage dell’evento.

L’iniziativa fu replicata dieci anni dopo, nel 2001, percorrendo il tracciato in senso inverso. Anche in quell’occasione scattai molte foto. Ci trovammo ad attraversare le zone dell’Umbria colpite dal terremoto nel ’97: Assisi, Sellano, Preci. La ricostruzione era già abbastanza avanti, anche se parte della popolazione viveva ancora nei container della Protezione Civile. Viaggiando la cosa non mi turbò più di tanto.

Sulla strada per Norcia, in prossimità di Triponzo, mi fermai a scattare una foto a quello che pensai come “un bel paesino diroccato”. Fui colto dal fascino delle antichità in rovina, un po’ come Goethe nel ‘700. Immaginavo il paese microscopico abbandonato dai suoi abitanti che lentamente, nel corso degli anni, si sbriciola a causa degli eventi atmosferici. Nel Lazio ci sono molte città di questo tipo: Galeria, Monterano, abbandonate a causa di epidemie di peste ed ora completamente cadenti.

Al ritorno dal viaggio, una volta riviste le foto appena scattate, mi venne voglia di riguardare anche quelle del viaggio precedente. Le inserii nel proiettore, ma poco dopo l’avvio mi immobilizzai. C’era una foto, scattata dieci anni prima, praticamente dallo stesso punto di ripresa e con la stessa identica inquadratura, dove il paesino diroccato era ancora integro. Provai un tuffo al cuore.

Dieci anni prima ero stato lì, c’erano case, abitanti, umanità, sogni, speranze. Dieci anni dopo di tutto questo restavano solo macerie, pietre ammucchiate, sogni distrutti, abitazioni crollate. La vita e poi la morte, in un passaggio immediato, istantaneo, catastrofico.

La tragedia di ieri ci colpisce due volte. La prima per il dramma in sé, la perdita di vite, di storia, di memoria, di identità. La seconda perché avviene in un momento dell’anno dedicato al riposo, allo svago, alla leggerezza. Leggerezza che abbiamo atteso tutto l’anno, ed ora viviamo con un senso di colpa, con una tristezza di fondo che ci priva delle risorse psicologiche ed emotive per ripartire col lavoro quotidiano. Poca cosa, sicuramente, rispetto a chi ha perso la casa, i propri familiari, la propria stessa vita. Nondimeno un dolore che si estende ad una nazione intera. Un’ombra che si allunga sul futuro.

“Il mio intelletto sogna di conoscere il mondo, il mio cuore sogna le montagne”… scrivevo pochi giorni fa mentre spingevo sui pedali nella salita che mi avrebbe portato al lago di Fiastra. Quelle montagne, ora sappiamo, non sono semplicemente maestosi massicci coperti da vegetazione, superbi, solitari ed isolati. Sono il prodotto di linee di faglia tra placche continentali che spingono le une sulle altre. Il risultato di millenni di lento innalzamento, con continui assestamenti, terremoti, frane.

Il processo che ha modellato le montagne che tanto amo è un processo di creazione/distruzione ancora in corso, vitale e al tempo stesso catastrofico. E a noi fragili umani, con le nostre esistenze effimere (rispetto ai tempi geologici) può esser concessa la benedizione di sfuggire alle sue manifestazioni più devastanti.
E la maledizione di dovervi assistere, impotenti.

SISTEMI A SORPRESA

dinamica dei sistemiLa dinamica dei sistemi è una branca scientifica fra le più moderne ed affascinanti. Studia come la materia e l’informazione reagiscono ai flussi di energia.
In pratica, qualunque cosa che faccia qualunque cosa può essere considerato un “sistema”.   Già ponendo una pentola di acqua sul fuoco si creano fenomeni molto interessanti (v. Roddier).
Tuttavia, i sistemi più affascinanti sono quelli “complessi”.    Cioè quelli che hanno una struttura complicata, così da sfidare il nostro comprendonio. Sono particolarmente affascinanti perché finiscono sempre col sorprendere chi li studia, anche quando sono i più esperti fra gli scienziati. Facciamo due esempi per “fare a capirsi”.
La bomba demografica.

http://ugobardi.blogspot.fr/2016/06/la-bomba-demografica-scoppia-o-non.html
Milioni di affamati nel mondo.

Negli anni ’60 gli studiosi del settore erano in ambascia per la prevedibile carestia globale che avrebbe spazzato via decine o centinaia di milioni di persone nel giro di una ventina di anni.   In realtà successe il contrario.   Le ultime grandi carestie (ad oggi) sono state proprio quelle degli anni ’60.   A partire dai primi anni ’70 il numero e la percentuale di gente affamata è andata diminuendo fino ad un minino storico alla metà degli anni ’90.   Poi ha ricominciato a salire, ma di ecatombe per fame fortunatamente non se ne sono viste.

L’analisi era sbagliata?   No, era giusta, ma incompleta.
In questo caso, erano state sottostimate sia la capacità produttiva (temporanea) dell’industrializzazione dell’agricoltura e la globalizzazione, impensabile fino agli anni ’90.  Il risultato è stato che la bomba è esplosa 30 anni dopo il previsto e (per il momento) anziché produrre centinaia di milioni di morti ha prodotto centinaia di milioni di fuggiaschi (65 milioni di profughi secondo l’ONU, più un numero imprecisabile, ma maggiore, di migranti).   Una massa che sta cambiando gli equilibri geopolitici planetari e siamo solo all’inizio.
Naturalmente qualcuno obbietterà che i profughi fuggono dalla guerra o dalle persecuzioni, dalla siccità e quant’altro, non dalla sovrappopolazione. Ed è proprio questo il punto: i sistemi complessi non rispondono a banali logiche di causa-effetto, bensì a intricate reti di retrazioni, forzanti ed adattamenti. La popolazione è sempre una delle forzanti principali, ma mai l’unica.
Possiamo prevedere che nei prossimi dieci anni accadranno cose che ora riteniamo impossibili, ma non possiamo sapere quali perché il sistema è troppo complesso per essere prevedibile. Possiamo solo sapere che la crisi si aggraverà, ma con modi e tempi diversi da zona a zona. Così come diverse saranno le reazioni delle persone e delle istituzioni.

Il picco del petrolio.
Più volte annunciato e negato, il picco del petrolio convenzionale è arrivato puntualmente intorno al 2005, ma gli effetti sono stato molto diversi da quelli attesi. Invece di un decollo dei prezzi abbiamo avuto un picco brevissimo, seguito da un lungo plateau e quindi un vero crollo del prezzo, tanto che il petrolio è tornato a fare aggio sul carbone ed i depositi mondiali rigurgitano “oro nero”.

I seguaci di Hubbert si erano sbagliati? No, anche in questo caso l’analisi era corretta, ma altri fattori hanno interferito con l’industria petrolifera, creando un effetto a sorpresa. Nella fattispecie, erano stati sottovalutati sia il potenziale estrattivo dei “petroli non convenzionali”, sia la severità e la durata della crisi economica globale. Una crisi, si badi bene, in buona parte dipendente proprio dalla bassa energia netta dei petroli non convenzionali, oltre che dalla sovrappopolazione. Ma anche da molti altri fattori, come la finanziarizzazione dell’economia, l’esplosine del debito, il riscaldamento globale, l’agonia degli oceani e molto altro. Tutti a loro volta che interagiscono fra loro.

E dunque?
Semplicemente il mondo è molto, molto più complesso dei nostri cervelli, sia pure coadiuvati dai loro prodotti tecnologici. Si dirà che un solo cervello umano ha più sinapsi che stelle il cielo, ma i nostri sistemi nervosi non sono che una parte del Pianeta ed una parte è necessariamente meno del tutto. Potremmo scoprire ancora moltissime cose; potremo capire quali sono le tendenze evolutive dei sottosistemi che studiamo, ma non potremo mai capire tutte le interrelazioni che li legano al resto del Mondo. Insomma possiamo delineare scenari più o meno probabili, ma mai prevedere esattamente qual che accadrà.

La Realtà ci coglierà sempre di sorpresa.

Grab the chance

(…è agosto inoltrato, la maggior parte dei lettori è in vacanza e anche noi di Crisis ci prendiamo qualche libertà. C’è chi si prende la libertà, del tutto legittima, di non scrivere nulla, chi di scrivere post un po’ fuori tema. In quello qui sotto rifletto su vicende personali, mescolate alla difficoltà di sviluppare la mobilità ciclistica in una città come Roma, dominata da conflitti ideologici permanenti e succube da sempre della mobilità a motore)

La notizia, di ieri, è la firma del protocollo d’intesa tra Comune di Roma e Ministero delle Infrastrutture per la realizzazione del GRAB – Grande Raccordo Anulare delle Biciclette. La storia di questo progetto è discretamente lunga, per chi non abbia voglia di approfondire cercherò di riassumerla.

Dopo diversi anni passati a percorrere le ciclabili romane ed i sentieri nei parchi urbani, al sottoscritto viene l’idea di cucire insieme il tutto in un unico itinerario di grande respiro, in modo da realizzare una singola ‘grande escursione’ tutta all’interno del tessuto urbanizzato. L’idea si concretizza solo nel 2006, quando viene ‘inaugurato’ il ‘Grande Sentiero Anulare’.

Da quel momento l’itinerario viene percorso più volte negli anni successivi, esplorandone possibili articolazioni e di fatto non ripetendo mai due volte lo stesso identico tracciato. Visto il crescente interesse, cerco il modo di far fare all’idea un salto di qualità, per farne partecipi non solo i miei amici ciclisti ma l’intera città.

Alla fine la ‘mossa vincente’ risulta il coinvolgimento di Legambiente, nella persona di Alberto Fiorillo, responsabile delle aree urbane. Grazie ad agganci politici e ad una sapiente opera di comunicazione, il progetto, ribattezzato GRAB – Grande Raccordo Anulare delle Biciclette, diventa di pubblico dominio, finisce sui giornali ed è oggetto di attenzione da parte del Ministero delle Infrastrutture, alla cui guida c’è un ciclista (urbano) di lunga data, Graziano Delrio, che decide di finanziarne la realizzazione.

Nei mesi più recenti si sviluppano una serie di dinamiche che portano ad un mio progressivo allontanamento dal progetto (situazione spiacevole che non starò a dettagliare) ed allo stravolgimento di buona parte del tracciato, con conseguente aumento dei costi di realizzazione (per farlo passare in superficie anziché sulla preesistente banchina del Tevere, dove è già presente una pista ciclabile).

La conquista del Campidoglio da parte di Virginia Raggi (M5S) rimette in discussione l’utilità di quella che è ormai considerata un’infrastruttura puramente turistica, alla luce del mutato orientamento politico, imponendo un momento di riflessione che si conclude giusto ieri con la firma del protocollo d’intesa per il finanziamento e la realizzazione dell’opera.

Che scenari si aprono ora? Difficile dirlo. Il GRAB resta una enorme chance di sviluppo turistico e culturale per la città: un tracciato che può, in parallelo, portare i romani a riscoprire una varietà di tesori storici ed archeologici periferici e semi-dimenticati, e al tempo stesso far riscoprire la bellezza e le potenzialità di un mezzo di trasporto (la bicicletta) che ha negli anni perso terreno nell’immaginario collettivo, vittima del martellamento pubblicitario monopolizzato dal mercato automobilistico.

E, tuttavia, non potrà un anello, da solo, trasformare le sorti della mobilità di una città da tre milioni di abitanti. Occorrerà che diventi parte di una rete integrata e funzionale di corridoi ciclabili, radiali e tangenziali, delle quali potrà, al meglio, rappresentare la spina dorsale. Un corridoio privilegiato di accesso e smistamento delle esigenze ciclabili di una fetta importante di cittadinanza. Una fetta importante, ma non certo la totalità.

Roma ha, da millenni, un impianto fortemente radiale. Le conurbazioni ed i quartieri si sono affollate, nei secoli, ai lati delle principali vie di accesso al centro storico della città: le vie consolari. Questo ha, nel tempo, prodotto corridoi sempre più trafficati dalle periferie in direzione del centro città, e viceversa. Una modalità d’uso della città che non può (salvo eccezioni) essere assolta, per il solo traffico ciclabile, da una struttura di natura marcatamente tangenziale.

Il neo-insediato governo della città ha dichiarato l’intenzione di venire incontro alle esigenze della mobilità ciclistica, ma ecco il secondo problema: i limiti del bilancio ordinario e le risorse attualmente allocate non sono sufficienti a colmare in breve tempo un ritardo di decenni. La nuova amministrazione potrebbe trovare difficilmente giustificabile un investimento monstre, finalizzato ad una struttura di fruizione marcatamente turistica, quando mancano le risorse per un’efficace infrastrutturazione ciclabile della rete viaria.

Il sentiero per arrivare alla fine della realizzazione del GRAB sembra al momento discretamente stretto e sdruccioloso. Il progetto dovrà essere rimodulato per venire incontro alle esigenze, diverse, dei vari soggetti istituzionali coinvolti. A rischio che, nell’inevitabile ‘tira e molla’ istituzionale, il filo pazientemente tessuto che tiene tutto insieme si spezzi. Evitare che ciò accada sarà la sfida dei prossimi mesi.

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Il teatro della politica (visto da dentro)

2016-08-10 10.24.32

(ho faticato a stabilire se l’argomento trattato fosse un tema da Crisis o meno. Alla fine ho deciso che il modo in cui la politica gestisce la narrazione dei problemi della società sia una concausa dei problemi stessi. Fatemi sapere nei commenti se trovate questo post in-topic con le tematiche del blog)

Nell’inedita veste di ‘tecnico prestato alla politica’, oggi ho dovuto subire una full-immersion nel mondo dal quale sono stato arruolato. L’occasione è stata quella di un consiglio comunale straordinario, richiesto dalle opposizioni (PD), per chiarimenti sulle vicende AMA, l’Ordine dei Lavori consistente di un’unica frase: “Situazione azienda A.M.A. S.P.A.”

La seduta si è aperta con la relazione della sindaca Raggi che, al netto di una serie di sottolineature (e punzecchiature) riguardo le responsabilità delle parti politiche che hanno in passato governato la città, ha effettuato una ricostruzione esaustiva delle scelte, politiche ed industriali, relative alla gestione dei rifiuti solidi urbani di Roma nell’ultimo mezzo secolo.

A questa relazione hanno fatto seguito diverse ore (cinque? sei?) di interventi delle opposizioni, tese ad attaccare la coerenza politica della scelta di Paola Muraro, ex consulente AMA, come assessore all’ambiente della giunta capitolina e, per contro, di interventi della maggioranza tesi a contrattaccare sugli errori e le malversazioni delle giunte precedenti.

È la politica, ok, ma in conclusione mi è parsa una sconfinata perdita di tempo, un teatrino con toni da sceneggiata napoletana su su fino ai monologhi scespiriani, passando per la commedia dell’arte. Che il teatro sia una forma di rappresentazione amata dal popolo è un fatto, che ormai sopravviva davvero solo in queste forme di democrazia rappresentativa, indiscutibilmente un altro.

E tuttavia mi è sfuggita la natura del contendere. Da un lato è ragionevole che ad occuparsi di una materia complessa come la raccolta ed il trattamento dei rifiuti prodotti da una città di quasi tre milioni di abitanti (una città ‘sui generis’, peraltro, non una qualsiasi, con tutta una serie di problematiche sue proprie…) debba essere una persona che conosce bene la materia trattata. E Paola Muraro lo è per certo, avendo lavorato per A.M.A. per dodici anni come consulente.

Dall’altro occorre una equidistanza dall’azienda, unica, che ha gestito l’intero ciclo per decenni. Se il ruolo di consulente non è di per sé garanzia di un totale distacco, di certo non può ipso facto essere ravvisato come una forma di coinvolgimento nelle cattive pratiche. Maggiormente in virtù dell’esistenza di un accordo di riservatezza che non consentiva all’attuale assessora di diffondere ai quattro venti le informazioni di cui veniva a conoscenza.

Le due esigenze, competenza e distacco, non sono in questo caso facilmente sommabili. La scelta della sindaca Raggi si è orientata sulla competenza, ritenendo la figura professionale dell’assessora Muraro sufficientemente ‘distaccata’. Le opposizioni possono pensarla diversamente, ma in assenza di argomenti, e fatti, concreti il loro è apparso come un attacco totalmente strumentale.

Verso la fine della seduta, nel primo pomeriggio, ho avuto la sensazione è che nessuno stesse più realmente ad ascoltare gli oratori che si susseguivano negli interventi, come nel finale di quelle partite di calcio in cui entrambe le squadre sembrano aver deciso che un pareggio va bene ad entrambe.

E d’altro campo tutte le tesi e le illazioni erano già state messe sul tavolo, e a parte i presidenti e gli assessori dei Municipi, chiamati ad esprimere un’esperienza diretta sui propri territori, gli interventi di molti consiglieri sembravano più dettati da un’esigenza di autorappresentazione che da una reale necessità di fornire o acquisire ulteriori informazioni.

A valle di tutto, la sensazione è che il tentativo dell’opposizione di mettere in difficoltà la nuova amministrazione si sia risolto in un nulla di fatto, o al limite nell’ennesimo minuscolo tassello di un’opera di logoramento che si protrarrà nell’arco dell’intera consiliatura. Mi parrebbe più sensato attendere degli (eventuali) errori, reali e quantificabili, prima di attaccare i nuovi amministratori… ma il mio è indubbiamente il ragionamento di un ‘non politico’.

Il picco del tempo. E del denaro.

quadro ad olio di Carl Banks, 1974

Quante volte l’abbiamo sentito? A partire da Paperon De Paperoni, ogni “bravo” dirigente/ottimizzatore/supervisore controlla che i tempi di produzione siano rispettati, che questa preziosa risorsa sia utilizzata al meglio (dal punto di vista aziendale) etc etc.

In effetti il tempo è una risorsa cronicamente scarsa, che cominciamo a consumare nel momento in cui nasciamo.

Cosi stando le cose, è interessante notare come il tempo-uomo globale, la somma di tutto il tempo lavorativo utile dell’umanità, sia andato via via aumentando. La cosa è ovvia: le aspettative di vita mondiale finora sono regolarmente cresciute e contemporaneamente è cresciuto, in modo esponenziale, il numero di umani sul pianeta. Maggior tempo a disposizione del singolo X un numero esponenzialmente crescente di individui: crescita esponenziale del tempo utile.

Questo tempo lavorativo utile è stato ridotto in qualche misura, dal maggior tempo dedicato all’educazione dei giovani ma, in compenso, la sua produttività è stata e viene costantemente aumentata.  A parità di ore lavorate, si produce progressivamente di più, almeno in termini di PIL.

Tuttavia le cose potrebbero cambiare. In effetti potrebbe darsi che, per quanto riguarda questo tempo, si sia piuttosto vicini ad un massimo. Per i paesi occidentali, con tutta evidenza, è così: La vita umana media, in quasi tutti i paesi occidentali tende a stabilizzarsi, per raggiunti limiti biologici, o addirittura, a regredire. Di conseguenza anche il numero di occupati, a prescindere (per modo di dire) dalla mamma di tutte le Crisi, tende a rimanere più o meno stabile, immigrazione a parte (comunque si tratta di prendere a prestito il tempo-lavoro da altre parti del mondo).

Nei paesi in via di Sviluppo, invece, tale tempo cresce tumultuosamente insieme alla popolazione (molti paesi che fanno parte di questo gruppo hanno una età media della popolazione intorno ai 15 anni) ma siamo sicuri che sarà possibile, con la crescente scarsità di risorse, dare da lavorare a tutti?

Siamo sicuri che la crescita economica e quindi dei consumi, necessaria a garantire sempre più posti di lavoro, o, semplicemente a garantire l’occupazione attuale ( la maggiore efficienza significa che, quando l’economia non cresce, i posti di lavoro tendono a diminuire) sia possibile ancora a lungo?

Non è ovvio, non è PER NIENTE ovvio, visto il barcollare dell’economia mondiale e il progressivo esaurimento delle risorse del pianeta. Si potrebbe anzi pensare che si avvicini il momento di una DIMINUZIONE di PIL per ore lavorate ( gli stipendi sono statici o in diminuzione ed il PIL dipende anche dai consumi interni) . Non è affatto ovvio che il monte ore lavorative utili mondiali tenderà ad aumentare ancora e che, se lo farà, questo corrisponderà ad un aumento più che proporzionale del PIL.

Potrebbe sembrare, direte voi, una discussione sul sesso degli angeli.

Può essere, potrebbe essere, se non fosse che la frase “il tempo è denaro”, per molti economisti, va presa in senso letterale.

Cosa è il denaro, in effetti?

Potrà sembrare strano ma non esiste una risposta univoca, certa semplice ed assoluta. In effetti, un articolo davvero interessante, in merito al denaro (ed al tempo) mi ha spinto a scrivere questo post.

E’ un mezzo di scambio, certo. Una forma di “pagherò”, almeno nelle prime emissioni di banconote, che portavano la scritta “pagabili a vista al portatore”. Ma anche una scommessa sul futuro, vista l’emissione A DEBITO, nella sua forma più moderna di moneta FIAT ( da FIAT LUX: una moneta creata con un atto di volontà, nda).

Non è questo il momento di spaccare il capello in 4: Diciamo che in Europa ( ed anche in molti altri sistemi economici) il denaro viene creato sotto forma di crediti al sistema bancario europeo, in cambio di garanzie REALI, depositate presso la banca centrale stessa, che sono quelle che danno realtà e valore, in ultima analisi, al denaro prestato, creandolo dal nulla. Gli Stati non possono prendere a prestito DIRETTAMENTE dalla BCE e, ovviamente, non possono più stampare moneta per onorare i propri debiti con imprese e cittadini.

Siccome buona parte di queste garanzie sono buoni ed obbligazioni varie statali ( ma non solo), La BCE sta diventando, potenzialmente, la principale creditrice di tutti gli Stati europei. Dato che, comunque, un certo numero di banche è destinato a fallire e quindi i beni posti a garanzia finiranno incamerati dalla BCE stessa e la cosa è ovviamente cumulativa, lo diventerà comunque. A questo punto il valore del denaro dipenderà dal valore che le economie europee e quindi gli Stati, riusciranno a creare, ogni anno, per onorare i detti debiti.

In pratica: il denaro ha valore nella misura in cui si conta di poter creare il suo valore IN FUTURO, nella misura in cui ci si attende che ci siano le risorse, pubbliche o private, per onorare i prestiti. Semplicistico? Forse, ma in sostanza, visto che stiamo consumando il tempo nostro e quello, più importante del pianeta, tutto si riduce ad attribuire un valore sufficiente al tempo, in calo, che ci resta per onorare le garanzie.

Via via che il futuro diventa più oscuro e le speranze di una crescita esponenziale infinita o almeno sufficiente a pagare i debiti attuali evaporano, il sistema si arena per il crollo di fiducia incrociato. La minore fiducia implica maggiori garanzie, che rendono il costo del denaro più alto, rendendo, di fatto impossibile procurarsene. Niente denaro, niente investimenti, niente investimenti niente crescita. Niente crescita, aumento delle sofferenze. Aumento delle sofferenze, aumento del rischio di fallimento per le banche. Che, d’altronde non hanno più beni reali da mettere sul piatto per farsi finanziare ancora dalla BCE.

La cosa è più seria di quanto sembra: se le banche non possono più chiedere denaro a prestito, il denaro CESSA DI ESISTERE, ogni volta che una banca riesce ad onorare un prestito ( il denaro prestato, tornando alla BCE viene “cancellato”; una volta il denaro che tornava allo stato veniva, fisicamente, bruciato) ma non è in grado di richiederne un altro per mancanza di garanzie reali. Quel denaro NON viene rimesso in circolo. DI conseguenza il valore del circolante tende ad aumentare, piuttosto che diminuire, visto che la “merce” denaro diventa più rara. Si chiama deflazione. E’ un grosso guaio, la deflazione, perché frena i consumi ( perché comprare oggi qualcosa che costerà meno domani?) e perché aumenta il valore REALE dei debiti. Pubblici e privati. La BCE ha quindi portato i tassi a zero, per consentire alle banche di investirlo in buoni del tesoro, che hanno un rendimento modesto ma superiore a zero, da porre a garanzia del prestito e poter quindi giocare lucrare sulla piccola differenza a loro favore. Resta il fatto che lo “spirito dei tempi” è tale che lo spazio di manovra disponibile è ormai bassissimo. D’altronde Stati con bilanci risanati hanno meno bisogno di ricorrere a nuovi finanziamenti da parte del mercato e quindi, di converso anche le banche hanno poco spazio di manovra per aumentare il loro giro di affari ( o mantenerlo).

Potremmo quindi alla fine trovarci davanti ad un picco del denaro o almeno del suo valore complessivo ( cambiando le politiche di emissione si può aumentare il circolante ma non è detto che il valore complessivo aumenti più rapidamente dell’inflazione così innescata).

I tentativi farneticanti di questi anni di “ricostruire la fiducia degli investitori” mediante la distruzione delle economie dei paesi europei e la compressione di stipendi e salari è stato un tentativo, insieme all’ovvio conseguente crollo dei consumi, per inseguire  l’illusione di riequilibrare la bilancia dei pagamenti, ovvero l’illusione di comprarsi il tempo-lavoro che manca al di fuori dal continente. Non poteva che fallire, come infatti sta fallendo. Cpme abbiamo visto il PIL dipende anche dai consumi interni che, se vengono danneggiati, provocano effetti sistemici importanti, aumento dei disavanzi statali, aumento delle sofferenze bancarie etc etc. In ultima analisi: se distruggi il futuro delle persone, distruggi il valore delle scommesse su quel futuro. Prima di tutte il denaro.

Poiché con il denaro si fanno le cose, quelle inutili ma anche quelle utilissime per il pianeta, la cosa NON è positiva. Sarà anche lo sterco del diavolo, il denaro, ma serve per concimare. Senza concime non si raccoglie frutti, buoni o cattivi che siano.

Ovviamente esiste una categoria di denaro ancora più “esoterica”: il denaro “speculativo”, quello creato dal rapporto tra le riserve obbligatorie e il totale dei risparmi mondiali. E’ questo denaro che alimenta i giochi più perversi, derivati, CDS etc etc etc, mescolandosi in modo non sgarbugliabile con quello “FIAT”, portando un colosso bancario, la Deutsche Bank, ad essere considerato talmente esposto ai rischi connessi a questi strumenti, da costituire una minaccia per l’economia MONDIALE: da 54 a 72.000 MILIARDI DI DOLLARI, in confronto ad un valore complessivo dei suoi attivi di 60 miliardi.

E’ vero: queste “scommesse” immense, normalmente si annullano l’un l’altra, come particelle virtuali al confine degli eventi di un buco nero. Ma, quando il tempo comincerà a scarseggiare, aumenteranno le probabilità di un collasso improvviso. Allora una parte delle scommesse si troveranno a NON essere coperte dalle scommesse di segno opposto (saranno pochi a voler correre il rischio) e comprenderemo ancora meglio quanto la risorsa più importante di cui dovremmo preoccuparci, ancora una volta, è il TEMPO. E non il denaro. che, tutto sommato, senza tempo, senza futuro, non esiste.

Il tempo è denaro ma il denaro non è, né può creare, il tempo.

Cambiamento lento

2016-07-13 10.21.22
A poco meno di un mese dal mio totalmente inatteso incarico di assessore municipale (a mobilità, ambiente e decoro urbano, con delega ai rifiuti) credo di aver visto all’opera i processi amministrativi abbastanza a lungo da poter inquadrare la materia del ‘cambiamento di rotta’ con sufficiente chiarezza. Bastante, perlomeno, per raccontare a chi sta fuori i motivi delle infinite lentezze con le quali il tanto promesso cambiamento si sta avviando.

Il primo limite, almeno per me, è l’inesperienza, la scarsa confidenza con i meccanismi amministrativi, la necessità di comprendere chi si occupa di cosa, con chi andare ad interloquire ed in che termini, comprendere chi ti sta realmente aiutando, chi ti fa perder tempo e chi rema contro per i motivi più disparati (frustrazioni professionali e divergenze di visione politica in primo luogo).

Si passano quindi i primi giorni, che in breve diventano settimane, a conoscere persone nuove, inquadrarle nei loro ruoli, comprendere le diverse funzioni tecniche e politiche, memorizzare meccanismi e formalismi, ed infine dotarsi di strumenti nuovi per non perdersi in questo marasma di novità. Per me, abituato da sempre ad avere pochi appuntamenti e tenerli tutti a mente, anche solo passare ad un sistema di agenda elettronica ha rappresentato un notevole cambiamento.

Il secondo motivo sta nel pregresso, ovvero in tutta una serie di problematiche sulle quali si ‘sale in corsa’. Quando si viene eletti non ci si trova con una situazione conclusa, a dover avviare da capo, con nuovi criteri, l’organizzazione della città. Ci si ritrova invece a dover dar seguito a quanto avviato nei mesi ed anni precedenti, situazioni già definite che sono passate attraverso una serie di innumerevoli revisioni, valutazioni, pareri ed ok tecnici, e sono finalmente pronte per il completamento dell’iter.

Tutto questo materiale documentale va ovviamente visionato, analizzato, compreso, per capire come gli interventi potranno trasformare l’uso di quelle parti di città dove si andranno ad articolare. Il risultato è che tutte le prime azioni visibili della nuova giunta saranno in realtà eredità delle precedenti amministrazioni. Iter che non hanno ancora completato il proprio corso, ispirati a filosofie probabilmente ormai vecchie, ma per motivi burocratici ormai avviati ed inarrestabili.

A questa categoria appartengono tutta una serie di interventi, cantierizzazioni, lavori stradali (nel mio caso specifico le risistemazioni di superficie conseguenti al completamento dei lavori di alcune fermate della metro C) che arrivano già belli e confezionati e la cui rimessa in discussione comporterebbe oneri per l’amministrazione cittadina conseguenti alla mancata osservazione di impegni formali già a suo tempo sottoscritti con le ditte appaltatrici.

Sempre al pregresso attiene la necessità di affrontare e risolvere situazioni ormai incancrenite. Una delle questioni che in questo mese mi ha assorbito più tempo, nonostante la limitatissima capacità di intervento, riguarda la gestione dei rifiuti solidi urbani, al momento del tutto inefficace e con pesanti ripercussioni sulla qualità degli ambienti urbani e la salute, anche psicologica, dei cittadini. Vivere sommersi dalla spazzatura non è certo piacevole. A questo tema era non a caso dedicato il mio precedente post.

Passato il primo periodo di emergenza ci si aspetta di poter mettere mano alle situazioni concrete, di dare la vera svolta che i cittadini auspicano da quando col proprio voto hanno indicato la volontà di cambiamento. Ebbene anche queste aspettative finiscono a diluirsi in una interminabile sequenza di adempimenti burocratici, lungaggini procedurali e progettuali, procedure di finanziamento, bandi (con le relative tempistiche minime per la presentazione di ricorsi da parte delle ditte concorrenti non assegnatarie dei lavori), situazione che fa sì che i primi risultati concreti, in termini di realizzazioni, appaiano solo dopo molti mesi, se non anni.

I primi risultati, ribadisco, dopodiché ci vorrà ancora il tempo che la popolazione si abitui alla novità, impari ad utilizzarla, e divengano visibili i risultati concreti che in partenza si auspicavano. Penso alle sistemazioni di percorsi ciclabili e pedonali, ed a quella trasformazione nella modalità d’uso della città che personalmente, assieme a tanti altri, sogno da anni.

Quel traguardo è ora un po’ più vicino, stiamo mettendo i primi mattoni, ma il cammino è ancora lungo, seppure già avviato. Recita un vecchio adagio: “ogni grande viaggio comincia dal primo passo”. Ecco, il primo passo, o meglio, i primi passi sono stati fatti, ma il lungo viaggio è ancora tutto da percorrere.

Rane bollite e Capponi di Renzo.

anomalia termica rispetto alla media
anomalia termica rispetto alla media, in gradi centigradi.

L’avete già sentito da tutti i media ma sarà bene ribadirlo: mentre in Kuwait NON è stato appena eguagliato il record assoluto di temperatura mai registrato sul nostro pianeta ( 54 gradi non sono un record), l’anomalia sistematica maggiore, questa si da record assoluto,  la troviamo nelle zone artiche. l’immagine che correda questo post parla meglio di cento parole. Non è una novità: le temperature maggiori provocano lo scioglimento anticipato dei ghiacci marini, che a sua volta permette al mare di assorbire molta più energia, che a sua volta… Ci siamo capiti.

Se pensate , come purtroppo tanti, che questo sia un serio problema ma che il terrorismo internazionale, la crisi economica, etc etc siano problemi al momento più cogenti, vi sbagliate di grosso.

Perché l’origine dei moti arabi, ovvero, per rimanere al terrorismo, della guerra civile in Siria e, in ultima analisi dell’attuale onda di attentati, si può far risalire anche alle eccezionali condizioni di siccità degli anni 2006-2011, che, in regioni già al limite della sussistenza, economica ed agricola, furono la goccia che fece traboccare il vaso.

Il paradosso della rana bollita è spesso stato usato per spiegare perché, in ultima analisi stiamo facendo troppo poco, troppo tardi, per fermare il riscaldamento globale. In realtà il paradosso funziona solo se la rana viene bollita in solitudine. Quando si prende un bel gruppetto di rane e si cerca di bollirle, queste, stressate dalle condizioni ambientali si mettono a bisticciare tra di loro.

La citazione migliore, in questo caso, è quella dei capponi di Renzo, nei Promessi Sposi:

Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.”

Storie di ordinaria immondizia

Da quasi mezzo secolo il Rapporto sui limiti dello sviluppo, commissionato al MIT dal Club di Roma e pubblicato nel lontano 1972, ci mette in guardia rispetto a tutta una serie di disastri incombenti sul nostro precario ‘benessere’. Il primo fra questi è l’esaurimento delle fonti energetiche fossili, argomento sul quale da un po’ di anni si discetta moltissimo. Il secondo è l’inquinamento.

L’analisi sviluppata dal team di Donatella Meadows individuò nella dipendenza dal petrolio e dalle riserve fossili la prima ed inevitabile criticità nel nostro modello di crescita, ma non si fermò lì. Provò a ragionare, sempre utilizzando modelli matematici (un metodo innovativo per l’epoca), su cosa sarebbe successo se il problema dell’approvvigionamento energetico si fosse risolto grazie ad una inattesa evoluzione tecnologica. Quello che saltò fuori fu che la questione immediatamente successiva da fronteggiare sarebbe risultata la sovraproduzione di rifiuti. Cito da Wikipedia:


Scenario 2: Crisi da inquinamento

Si modifica lo scenario 1 ipotizzando che le risorse non rinnovabili siano il doppio in conseguenza di giacimenti non ancora scoperti, in modo da consentire un loro sfruttamento prolungato. Si ha anche in questo caso un progresso bruscamente interrotto nella prima metà del XXI secolo, ma questa volta per effetto dell’inquinamento, con conseguenze sia dirette (sulla salute umana) sia indirette, queste ultime soprattutto per la diminuzione della fertilità della terra (causata, ad es., da accumulo di metalli pesanti o sostanze chimiche di sintesi a lunga persistenza, acidificazione delle piogge, alterazioni climatiche, assottigliamento dello strato di ozono)


Dal mio personale osservatorio, in virtù della recente nomina ad assessore municipale (con deleghe a mobilità e trasporti, ambiente e decoro urbano), ormai da diverse settimane mi ritrovo immerso fino al collo nella cosiddetta ‘questione rifiuti’ della capitale. Vediamo quindi di riassumerne i contorni fondamentali.

Fino a pochi anni fa lo smaltimento dei rifiuti avveniva in un enorme ‘buco nero’, la discarica di Malagrotta dell’imprenditore Manlio Cerroni. Una soluzione semplice quanto inaccettabile che ha raggiunto un punto di non ritorno nel momento in cui l’Unione Europea ha finalmente emesso una normativa per obbligare gli stati membri ad effettuare la differenziazione dei rifiuti ed il riciclaggio.

Il ‘business dei rifiuti’ è risultato però a tal punto redditizio e politicamente influente da mantenere  Malagrotta in esercizio, con successive proroghe, fino al 2013, esponendo l’Italia a multe e procedure di infrazione delle norme comunitarie. Nel momento in cui l’ex sindaco Ignazio Marino ha finalmente firmato l’ordinanza di chiusura sono cominciati i guai.

La città si è ritrovata invasa, praticamente da un giorno all’altro, da montagne di spazzatura non rimossa, rifiuti ingombranti, materassi abbandonati, risultato dell’inadeguatezza di sistemi di trattamento e smaltimento mai desiderati e mal predisposti. La lunga coda di questa vicenda si allunga fino ai giorni nostri, nonostante il recente passaggio di consegne dall’amministrazione Marino (PD) alla sindacatura Raggi (M5S).

La questione di fondo, per come ci viene descritta, consiste nella insufficiente capacità di carico degli impianti di trattamento, che non sono in grado di accogliere la quantità di materiali definite da contratto. Questo comporta lunghe code delle macchine compattatrici in attesa dello svuotamento, con abbassamento delle frequenze di raccolta ed accumulo di spazzatura in prossimità dei cassonetti ormai saturi, tale da richiedere un intervento manuale degli operatori, aumenti dei costi, e ‘dulcis in fundo’ con disponibilità del personale addetto sottodimensionata rispetto all’emergenza.

2016-07-24 11.09.33(cumuli di rifiuti fotografati ieri mattina,
domenica, in Piazza dei Tribuni al Tuscolano)

Se questa situazione sia il risultato di un’incapacità nella gestione manageriale della municipalizzata AMA o, come ritengono alcuni, un piano scientemente architettato per tenere in scacco le amministrazioni, è attualmente impossibile stabilirlo. Nel frattempo i disagi per i cittadini crescono, anche a causa del caldo estivo.

I cassonetti dell’umido traboccano, producendo esalazioni pestilenziali che si diffondono agli edifici in prossimità. Il rallentamento dei cicli di prelievo produce un’intensificazione dell’attività notturna, con incremento dei costi (straordinari per gli operatori) e rumori molesti che turbano i sonni dei residenti, non di rado obbligati dal caldo a dormire con le finestre aperte. L’accumulo di rifiuti organici rappresenta inoltre una enorme opportunità per ratti, scarafaggi ed altri parassiti che festeggiano a modo loro l’inattesa abbondanza di cibo.

Rats(ratti fotografati nel quartiere Cinecittà Est
in prossimità di una scuola elementare)

L’elenco dei disagi non si esaurisce qui, perché il dissesto parte da lontano. Un altro pezzo del problema riguarda l’affaire Mafia Capitale. Per favorire le cooperative di Buzzi e Carminati molti dei servizi un tempo effettuati dalle municipalizzate sono stati nel tempo esternalizzati. Con l’avvio del processo penale queste attività si sono immediatamente bloccate, creando una situazione insostenibile in cui la pulizia degli spazi pubblici non risulta più  in gestione ad alcun soggetto legalmente autorizzato.

A questo ennesimo sfascio i cittadini reagiscono come possono, per esempio rimboccandosi le maniche ed organizzando giornate di pulizia straordinaria in accordo con AMA: i volontari spazzano parchi e giardini accumulando i rifiuti in un punto prestabilito, mentre il ritiro viene effettuato dagli operatori  del servizio pubblico al termine dell’intervento.

2016-07-23 12.37.53(un gruppo di volontari M5S al termine della ripulitura del giardino di piazza dei Consoli, quartiere Tuscolano, effettuata sabato scorso) 

Al momento è difficile dire come e quando di questa situazione se ne verrà a capo, ma è già chiaro il danno economico e di qualità della vita che la collettività sta soffrendo, oltre al danno d’immagine per la città. I rifiuti non accolti dalle stazioni di smaltimento spesso prendono la strada degli inceneritori disponibili a bruciarli, anche fuori dall’Italia, con costi aggiuntivi di trasporto e trattamento. Inceneritori che si alimentano coi nostri rifiuti perché nei paesi dove sono stati costruiti il livello di riciclaggio e riuso dei rifiuti è ormai a tal punto efficiente da averli privati di materiale da bruciare.

Il processo di riassetto è avviato, ma è decisamente difficile azzardare una previsione sulle tempistiche, tali e tanti sono i malfunzionamenti di un sistema di gestione dei rifiuti solidi urbani che fin qui ha sostanzialmente nascosto la polvere sotto il tappeto, continuando a rimandare indefinitamente l’approntamento di soluzioni realmente efficaci.

2016-07-24 11.43.38‘Il riposo dello scooterone abbandonato’ – Tuscolano – 24/07/16

TURCHIA: Ataturk è morto, evviva Ataturk!

 

Pillole.

Turchia AtaturkLa Turchia uscì a pezzi dalla I guerra mondiale.  Kemal Pasha (detto Ataturk – Padre dei Turchi) prese il potere con un colpo di stato ed instaurò una dittatura militare che si pose lo scopo di portare quel che restava del defunto Impero Ottomano a far parte integrante dell’Europa occidentale.    Primo passo: laicizzare lo stato, con lo buone o (molto più spesso) con le cattive.   Per essere chiari: Kemal non era un buonista, né un apostolo della democrazia.   Era un uomo molto intelligente ed un eccellente generale che si era posto il problema di come evitare che i resti del suo Paese finissero colonia di una potenza straniera.
Da allora il programma politico delle forze armate turche non è mai cambiato.   Tutte le volte che il governo ha preso una direzione diversa da quella indicata da Ataturk, l’esercito ha riportato la barra al centro (4 colpi di stato, tutti riusciti, fra il 1960 ed il 1997; ogni volta seguiti dopo pochi anni da nuove elezioni e nuovo governo civile).
Fino al 1999, quando la Turchia, all’epoca saldamente kemalista, militarizzata e filoccidentale, fece richiesta di adesione alla Comunità Europea.   Problema: il partito filo europeo era minoritario fra la popolazione, ma dominante nelle istituzioni proprio grazie all’ingerenza dei militari nella politica.   La maggioranza della popolazione turca era e rimane islamista, con varie sfumature.
La prima cosa che l’Europa chiese ai militari turchi per coronare il programma del “Padre dei Turchi” fu di rinunciare alle loro prerogative politiche ed in parte a quelle economiche.   Lo fecero e nel 2003 andò al governo il sindaco di Istambul: un certo Recep Tayyip Erdoğan.
All’inizio si presentò ed agì da perfetto democristiano in salsa islamica: molte chiacchiere sulla religione e le tradizioni, ma la barra saldamente al centro.

Entusiasmo nella UE e nella NATO:  Avevamo in tasca un grande stato mussulmano, economicamente in crescita esponenziale; politicamente amico di Israele e totalmente filo –occidentale.   Ma anche cultore di buoni rapporti con tutti i vicini indipendentemente dal loro orientamento politico, perfino con la Siria e gli stati islamici del “ventre molle” della ex-URSS.   Cosa di meglio?

Non sapremo mai se Erdogan abbia agito fin dall’inizio con un ingegnosissimo piano a lunga scadenza o se si sia montato la testa man man che gli andava bene, ma di fatto nel corso degli ultimi 3-4 anni la sua politica è cambiata in modo sempre più palese ed aggressivo.   Fino a giungere a cacumini di megalomania e ad una spregiudicata manipolazione della forza a sostegno del suo programma oramai apertamente “neo-ottomano”.
Ma l’appoggio mal celato a Daesh (almeno nelle fasi iniziali), l’epurazione progressiva dei kemalisti, le riforme e le dichiarazioni sempre più islamiste, il sostegno a Morsi, la sistematica repressione del dissenso, la censura eccetera non gli avevano ancora dato il potere assoluto.   Neppure aver rilanciato la guerriglia kurda mediante una serie di sapienti provocazioni era stato sufficiente.   Per completare il lavoro bisognava eradicare definitivamente Ataturk “dalla mente e dal cuore” dei turchi, ma senza che se ne accorgessero.

Il tentato “golpe”

golpe turchia
Fonte: www.maurobiani.it ; Autore: Mauro Biani.

C’è stato davvero?   Alcuni sostengono che si sia trattato di una montatura destinata a fornire il pretesto necessario all’epurazione finale dei dissidenti.   Possibile, ma personalmente ritengo che si sia trattato dell’ammutinamento di un manipolo di militari che speravano di provocare una sollevazione generale delle forze armate grazie ad una serie di azioni spettacolari.
Comunque, indipendentemente dalla genesi dell’ammutinamento, esattamente quello di cui Erdogan aveva bisogno per completare il lavoro:   nel giro di pochi giorni sono finite in carcere migliaia di persone, mentre oltre 50.000 sono state licenziate ed è solo l’inizio.   E’ di ieri la notizia della sospensione dei passaporti, di oggi quella della sospensione della convenzione sui diritti umani.   Di fatto, chi è in odore di opposizione od appartiene ad una famiglia sbagliata non può espatriare e si può stare certi che la “caccia alle streghe”proseguirà meticolosamente.
Intendiamoci, non sappiamo quali fossero i veri scopi dell’ammutinamento e se avessero vinto loro avremo ugualmente visto arresti di massa, epurazioni, eccetera.   Tuttavia, nessuno dei 4 colpi di stato realizzati dall’esercito turco dal 1960 ad oggi ha condotto ad una dittatura come quella che sta nascendo dal fallimento di questo “golpe”.
Ufficialmente il “cattivo” è Fethullah Gülen, un altro leader islamista, oppositore di Erdogan ed esule in USA.   Ma guarda caso le istituzioni su cui si è abbattuta la scure dell’epurazione per prima e con più violenza sono quelle tradizionalmente kemaliste: le forze armate, la polizia, la magistratura, la burocrazia ministeriale, la scuola.

Prospettive

La vicenda si inserisce in un quadro già molto difficile per la Turchia.   I tradizionali buoni rapporti con tutti sono un ricordo; attualmente i rapporti vanno dal freddo al pessimo con tutti i vicini.   Il miracolo economico è morto e sepolto, mentre la guerra in Siria, comunque vada, sarà persa dai turchi e dai loro sodali locali.   La guerriglia ed il terrorismo hanno finora fatto il gioco dell’aspirante “sultano”, ma resta da vedere se e come riuscirà a riportarle sotto controllo, dopo averle scatenate.

Gli USA e la NATO continuano ad essere alleati, ma non hanno apprezzato il doppio gioco e si stanno forse preparando a scaricare la Turchia.   L’accordo sottobanco con Russia ed Iran sulla gestione della guerra in Siria e la protezione assicurata finora a Gulen sono solo due dei fattori che dovrebbero preoccupare il governo turco che rischia fortemente di restare fra due sedie, insieme ai Saud che non se la passano niente bene neppure loro.
I rapporti con l’Europa poi sono quanto di più grottesco si possa pensare.   Erdogan ha infatti insistito per continuare ad ampliare trattative; siamo oramai a ben  16 capitoli aperti, senza peraltro averne mai chiuso definitivamente neanche uno.   E questo proprio mentre fra dichiarazioni pubbliche ed azioni, di fatto, la Turchia prende rapidamente le distanze dal nostro continente.
Perché?   Da parte del governo turco, probabilmente, per fingere con la propria popolazione di essere fedele al programma di Ataturk.  Da parte europea, si cerca invece di usare questo strumento per rallentare il processo di costruzione di una dittatura islamista, ma con risultati davvero scarsi!
Insomma, se nessuno ha fretta di scaricare un alleato di questa taglia, nessuno neanche più se ne fida e fervono i preparativi.   In particolare tramite una normalizzazione dei rapporti con l’Iran che da arci-nemico è già passato ad alleato di fatto, almeno nei teatri critici di Iraq e Siria.

Poi c’è la mega-questione dell’immigrazione che Erdogan sta usando per ricattare gli occidentali, incapaci di gestire la questione.   Gli accordi finora non hanno funzionato e, probabilmente, proprio in questo momento la preoccupazione principale delle cancellerie europee è come continuare a fingere che la Turchia sia un “paese sicuro” per servirsene come deposito e filtro di profughi ed emigranti.

Come procederà?   Di sicuro la riforma costituzionale voluta da Erdogan passerà a pieni voti ed egli coronerà il suo sogno di potere.   Chi non è d’accordo farà bene a tenere un profilo bassissimo.
Un altro punto abbastanza certo è che la situazione economica peggiorerà in Turchia più rapidamente che altrove (peggiorerà ovunque) ed il governo si troverà quindi a dover gestire grandi masse di gente impoverita e/o disoccupata, mentre i canali tradizionali dell’emigrazione si andranno stringendo.   In casi di questo genere, accelerare la deriva teocratica è di solito una mossa efficace.   Ma solo sul breve periodo ed è quindi probabille che, prima o poi,  il “sultano” pensi di usare la sua notevole forza militare per uscire dall’angolo in cui si è cacciato.   Non credo che sarà mai tanto pazzo da usarla contro di noi e forse non uscirà nemmeno dalla NATO, ma la prospettiva di una grande guerra fra Turchia e Arabia Saudita da un lato, Iran dall’altro diviene sempre più concreta.

Turchia colpo di stato
“Il golpe è stato un dono di Dio”

La Turchia moderna è nata da un colpo di stato militare riuscito ed è morta con un colpo di stato fallito.   Adesso comincia un’altra storia, completamente diversa.

Cambiare il mondo un pezzettino alla volta? 2) Nei secoli fedele

nei secoli fedele
nei secoli fedele

Nel post precedente avevo portato un esempio personale di una idea per cambiare il mondo, almeno un pezzettino, anche piccolino.

Recentemente, un’altra mia ideina, propugnata, divulgata, e diffusa in mille e mille occasioni, negli ultimi dieci anni, ha trovato la strada per diventare realtà, almeno in parte, grazie a tre disegni di legge presentato da alcuni parlamentari M5S ( prima firma Ivan Della Valle), ed altri due presentati da alcuni parlamentari del PD e di SI.

L’Idea originale era semplice quanto, credo, sensata: In pratica proponevo ( e propongo!!) di allungare, ogni due anni, di un anno i termini di garanzia commerciale per tutti i prodotti in vendita in Europa, in particolar modo per quelli caratterizzati dall’uso di quantità consistenti di materie prime ( e seconde) per la loro realizzazione, fino ad arrivare ad una garanzia almeno decennale.

Gli scopi erano molteplici, alcuni ovvi, altri meritevoli di due righe.

Ovvi: allungando la garanzia si rallenta il ciclo accelerato dei beni, il CONSUMO degli stessi, ( e del pianeta nel processo), in poche parole, si inquina di meno. Nel processo si spinge a realizzare beni di maggiore qualità, pensati per durare, piuttosto che per essere sostituiti al primo malfunzionamento. Malfunzionamento spesso predeterminato in fase di progetto ( cd obsolescenza programmata)

E qui si passa al primo risultato non ovvio che seguirebbe all’approvazione di una legge del genere: un bene pensato per durare è anche pensato per essere manutenibile: in poche parole è concepito per poter sostituire, con una certa facilità, le parti soggette ad usura. Anche questo, per molti beni di consumo, cellulari, elettrodomestici bianchi etc etc, spesso non si verifica: attualmente un frigorifero è fatto per essere buttato, in caso di malfunzionamento, piuttosto che riparato. Un cellulare…beh lo sapete.

Questo porta ad una seconda conseguenza, indubbiamente interessante: un bene NON manutenibile, tipicamente da’ da lavorare a ben poche persone in Italia ( sostanzialmente a chi lo vende, una tantum e a chi lo trasporta, una tantum, dal negozio a casa del cliente e, qualche anno dopo, da questa alla discarica). Un bene manutenibile, insomma: riparabile, permette di creare una intera filiera di riparazione, distribuzione pezzi di ricambio etc etc.

Ma la conseguenza che, a mio giudizio è più interessante, almeno per chi è assai poco sensibile alle problematiche ambientali ed alla sostenibilità ma in compenso riceve il mandato dai grandi conglomerati industriali europei, è che, senza imporre alcun dazio doganale, questo permette di riportare su un piano di equità competitiva i prodotti europei con quelli provenienti dalle tigre asiatiche. E’ infatti ovvio che la spiccata convenienza dei prodotti d’oltremare si regge sulla durata relativamente breve della garanzia europea obbligatoria, che non permette di evidenziare le differenze di qualità e durata tra prodotti merceologici affini. il prolungamento della garanzia, quindi obbligherebbe i produttori esteri a dotarsi di una organizzazione italiana per seguire i casi di riparazione ( o sostituzione) in garanzia, una cosa relativamente poco onerosa su tempi brevi ma che coinvolgerebbe una discreta percentuale dei beni venduti, via via che i tempi si allungano.

Infine la cosa più interessante: la progressiva liberazione dei cittadini europei dalla camice di Nesso del paradigma economico commerciale prevalente, che li vede, prima e sopratutto, come consumatori e non come utenti, più o meno soddisfatti, dei beni che acquistano.

Ma c’e’ di più, in occasione degli studi preparatori ai vari disegni di legge è emerso, recentissimamente, che in Europa la stragrande maggioranza dei cittadini sarebbe più che favorevole al’allungamento della garanzia e che, anzi, questo costituirebbe un INCENTIVO alla sostituzione accelerata dei beni di scarsa qualità e durata con altri nuovi, più efficienti e duraturi.

Insomma: con costi quasi nulli per gli Stati si genererebbe un beneficio per le economie dei paesi membri stimabile in un 1% per ogni anno di allungamento della garanzia. 140 miliardi di euro, su scala europea!

Benché queste cifre siano, ovviamente sempre opinabili, è evidente , in forma, direi quasi istintiva, il vantaggio complessivo per il sistema paese e, una volta spiegato il potenziale recupero di competitività , almeno sul mercato locale, delle aziende europee, appare plausibile che l’establishment del settore da una pregiudiziale negativa si sposterebbe rapidamente su posizioni molto ma molto più possibiliste.

I vari disegni di legge presentati, ovviamente, sono limitati ad un solo paese e quindi avrebbero un effetto relativamente ridotto, sull’insieme dell’economia europea. Eppure varrebbe la pena che , visto che il governo italiano partecipa alla Commissione Europea, si proponesse un’analoga iniziativa in sede CEE.

Di questa cosa, come dicevo, ho scritto e parlato in lungo e largo, su newsletters, in occasione di incontri formali ed informali, di raduni, di conferenze ed anche sul blog Crisis il 19 Febbraio 2008 ( fidatevi: purtroppo non posso girarvi il link all’articolo di allora, titolo: nei secoli fedele). Via via, alcuni collaboratori di parlamentari italiani ed un parlamentare europeo, Dario Tamburrano, hanno fatto proprie queste idee. Le buone idee, come dicevo, acquistano rapidamente vita propria e gambe lunghe ed indipendenti.

Resta la soddisfazione, ancora una volta, di essere stato all’origine , certo insieme ad altri, tantissimi altri ( il principio dell’economia circolare, del rallentamento dei flussi dei beni materiali etc etc non l’ho certo inventato io) di un potenziale piccolo grande cambiamento di paradigma.

I grandi viaggio, si sa, sono fatti da tanti piccoli passi!