Archivi categoria: La benedizione di Cassandra

Non tutte le sfighe vengono per nuocere

Omaggio a tre pionieri

Articolo già apparso sul blog “Malthus non aveva poi tutti i torti” il 18 gennaio 2016.

MalthusGira e rigira si torna sempre dal reverendo Thomas Robert Malthus.  Grande amico personale di David Ricardo. Fra una tazza di thè ed bicchierino di sherry, i due avevano capito molto di come funzionavano i rapporti fra economia e popolazione.   Come tutti i pionieri, si erano sbagliati su molte cose e, d’altronde, il mondo è cambiato non poco da allora.
Tuttavia alcuni punti dei loro ragionamenti rimangono validi a distanza di quasi due secoli.

Il primo è che, se non si interviene per limitare volontariamente la natalità, la crescita demografica sarà più rapida delle crescita economica, condannando la maggior parte della popolazione ad una miseria sempre più nera.

Il secondo è che la crescita demografica aumenta l’offerta di mano d’opera minando il potere contrattuale delle classi lavoratrici.   In pratica, sostenevano che, in assenza di adeguate misure, un aumento dei salari avrebbe causato un aumento della popolazione, il che avrebbe portato ad una nuova riduzione dei salari.   In pratica, i salari erano per natura nell’ordine di grandezza della mera sopravvivenza del lavoratore con la sua famiglia.   Un miglioramento, quando possibile, sarebbe stato temporaneo.   Per le classi popolari, l’unica arma di difesa sul lungo periodo era, secondo loro, ridurre la propria fertilità.

Il terzo punto era che, aumentando la popolazione di un paese, l’unica alternativa al disastro del medesimo era la massiccia emigrazione del surplus, il che non faceva che trasferire il disastro sulla pelle di altri popoli incapaci di difendersi.    La storia non ha fatto che confermare tragicamente questa previsione.    La marea montante in Europa è dilagata verso est e verso ovest travolgendo tutto ciò che poteva ostacolarla.

Tutti questi punti sono stati negati e ridicolizzati negli anni ruggenti della petrolizzazione dell’economia.   Per una trentina d’anni, infatti, la crescita economica è stata più rapida della pur esplosiva crescita demografica ed il povero Malthus fu postumo oggetto di ogni dileggio.    Mentre di Ricardo si ricordarono solo le opinioni in linea con la moda.   Ma trascorso qualche decennio ancora, dagli armadi in cui erano state relegate, queste osservazioni sono tornate a tormentare le nostre coscienze.     Diamo un’occhiata all’andamento dei salari ed alle offerte di impiego per i giovani da una decina d’anni e passa a questa parte.   Si tratta di una crisi passeggera, come molti asseriscono, o di un ritorno alla normalità?

Vedremo, ma circa un secolo prima di Malthus e di Ricardo, un altro suddito britannico aveva già capito che la crescita demografica condanna il popolo alla miseria.    Non era uno scienziato, ma anche egli era un pastore anglicano: Jonathan Swift.    Divenne  famoso come romanziere, ma da grande scrittore qual’era, osservava la realtà con una rara perspicacia.   E la descriveva con spietata lucidità.

Nel 1729 pubblicò un libello dal titolo “Una modesta proposta: per impedire che i bambini irlandesi siano a carico dei loro genitori o del loro Paese e per renderli utili alla comunità”.
Una lettura che consiglio a tutti coloro che non sono deboli di stomaco.   Immediatamente stroncato dal pubblico e dalla critica che forse non capì il disperato sarcasmo dell’opera, o forse perché lo capì anche troppo bene, ad oggi rimane una lettura volutamente disturbante.   E per una buona ragione.   Niente è più tragico del destino di un popolo che si scontra brutalmente con il limite di capacità di carico del proprio territorio.
In poche pagine Swift realizza uno dei primi (forse il primo) capolavoro dell’humour noir della letteratura europea, descrive con spietato realismo le condizioni di vita dei poveri d’Irlanda ed indica senza mezzi termini le cause di tutto ciò: l’avidità dei ricchi e la stupidità dei poveri.   In particolare, con il suo inconfondibile stile, dice chiaramente che la riproduzione forsennata condanna senza remissione possibile i poveri alla miseria.   Qualunque cosa accada.
Swift morì senza figli e lasciò il cospicuo patrimonio che aveva accumulato come scrittore alla città di Dublino, ma non per nutrire i poveri, bensì per costruire il primo manicomio d’Irlanda (una realizzazione di assoluta avanguardia a quell’epoca).   Spiegò nel testamento che un manicomio era l’istituzione più necessaria in un paese di pazzi.

Guerra fredda, calda, tiepida? – Seconda puntata

Nella precedente puntata ho tentato di fare una sintesi estrema dei principali presupposti ad un’ipotetica futura guerra di vasta portata.   Ma nel frattempo l’attacco a Mossul è cominciato, senza fretta.   la grossa incognita è: cosa succederà quando i curdi e gli sciiti si incontreranno in centro?

Intanto vediamo molto sommariamente alcuni elementi importanti che la stampa trascura completamente quando tratta di questi argomenti.

 

Cosa si dimentica

crisi USA - CinaDunque Aleppo (e dal  17-10-2016 anche Mossul) non sono che minimi tasselli di un mosaico globale in cui si fronteggiano due potenze vicine al loro zenith, USA e Cina.   Una terza, decaduta ma tuttora importante, cerca di recuperare terreno verso la prima, ma per farlo ne perde con la seconda.   La guerra fredda (o peggio) che si sta addensando non è quindi un revival di schemi cari ai nostalgici dell’Unione Sovietica, bensì un quadro completamente nuovo in cui Cina (ascendente) ed USA (calante) si contendono la carcassa del mondo.   Tutti gli altri sono pedine di questo gioco.

Ancor più importante, a mio avviso, è il fatto che il movente principale dell’ostilità  non è più imporre un dato sistema politico-economico al mondo, bensì puntellare le proprie società in disintegrazione.  Il che rende la situazione molto più pericolosa, anche se non nell’immediato.

Ma perché mai le società di quasi tutti i paesi del mondo, comprese le super-potenze,  sono in così grave crisi da dover rischiare una guerra, pur di tenerle insieme?    Ovviamente la concause sono molte.   Alcune sono specifiche dei vari paesi, altre riguardano invece tutti, sia pure in modi diversi.

limiti-dello-sviluppoIl principale punto volentieri dimenticato è che la crisi globale attuale è l’avvisaglia dell’impatto della civiltà industriale contro i limiti invalicabili delle leggi fisiche.  E il “bello” deve ancora arrivare.   Dietro il tuonare dei cannoni e lo sferragliare dei cingoli si cela lo stringersi ineluttabile della triplice morsa costituita dal decadimento delle risorse, una complessità non più sostenibile e l’aumento dell’entropia planetaria.
In queste condizioni, le guerre non sono altro che un modo per accelerare la decandenza.   Lo abbiamo già visto con le piccole guerre  in corso o recenti: anche chi vince non ha poi i mezzi per controllare il territorio conquistato.   Tantomeno per ricostruire ciò che la guerra ha distrutto.   In pratica, anche i vincitori perdono.

Ma una nuova “grande guerra” non penso sia dietro l’angolo, neppure fredda.    La globalizzazione ha fatto enormi danni nel mondo, ma ha un indubbio vantaggio.    50 anni fa i sistemi economici dei due blocchi erano largamente indipendenti, mentre oggi sono inestricabilmente interdipendenti.   Né USA, né EU, Russia, Cina e nessun’altro attore grande o piccolo di questa tragica farsa può sopravvivere senza i propri nemici.   Nessuno può ormai tirarsi fuori dall’economia globalizzata senza collassare all’istante ed il collasso di uno qualunque dei grossi provocherebbe (provocherà) il collasso di tutti gli altri.   Lo sanno molto bene i pezzi grossi, ma lo ignorano le basi nazionaliste od integraliste che li sostengono.   Una situazione che diverrà sempre più pericolosa, man mano che le condizioni economiche e sociali peggioreranno per tutti i paesi (ma non per tutte le classi sociali), inducendo i governi ad agitare sempre di più le spade.

Una win-win situation?

E’ d’uopo terminare gli articoli con una parola di speranza.    In questo caso è uno poco perversa, ma c’è.
E’ infatti molto possibile che i governi principali riescano a mantenere il controllo della situazione e non prendano misure eccessivamente dannose per le proprie poplazioni.   Guerre regionali anche più grosse di quelle in corso ci saranno di sicuro.   Ad esempio, penso sia molto elevato il rischio di una guerra regionale che coinvolga direttamente Arabia Saudita, Turchia ed Iran (con quali protettori internazionali sarebbe probabilmente una sorpresa per molti).    Tuttavia, il generalizzato macello che qualcuno paventa potrebbe benissimo non avvenire.   In questo caso, il declino della civiltà industriale proseguirà a sdrucciolare lungo la china termodinamica attuale.
Se, viceversa, si giungerà alla formazione di due blocchi isolati, il danno economico sarà terribile per tutti.   La miseria dilagherà molto rapidamente, portando ad una drastica riduzione di consumi ed emissioni.   A ruota seguirà l’indispensabile calo della popolazione mondiale.   Insomma, una nuova guerra fredda accelererebbe i tempi per il collasso dell’economia industriale in gran parte del mondo, a vantaggio di quel che resta della Biosfera.    Uno scenario molto peggiore per noi, ma probabilmente migliore per i nostri discendenti.
Infine, che accadrebbe se i pesi massimi si scontrassero sul serio?     L’immenso volume di fuoco che potrebbero mettere in campo sarebbe concentrato sulle grandi città, le infrastrutture di trasporto ed i centri industriali.   Certamente ci sarebbero impatti disastrosi anche dal punto di vista ambientale, ma la civiltà industriale troverebbe la sua fine nel giro di anni (forse di mesi) anziché di decenni.
Ad oggi pare una possibilità molto remota, ma se dovesse succedere sarebbe probabilmente la migliore notizia possibile per la Biosfera.

Cosa vogliamo sperare che accada?   Ognuno di noi può scegliere cosa sperare, ricordandosi però che è contemporaneamente parte integrante del sistema economico globale, di uno dei blocchi politici contrapposti e della Biosfera.    La nostra vita dipende contemporaneamente da questi tre sistemi incompatibili.    Possiamo scegliere per chi fare il tifo.

tanks-taken-over-by-nature-37__880-600x381

Guerra fredda, calda o tiepida? – prima puntata.

Prima di tutto vorrei ricordare che il sottoscritto, come tutti voi, dispone esclusivamente di notizie di stampa quanto meno partigiane.   Non penso dunque di sapere come effettivamente stiano le cose, ma semplicemente di suggerire una serie di riflessioni che cercano di trascendere l’animosità e la partigianeria insiti nel nostro modo di rapportarci alla politica.

Aleppo

guerra aleppoMentre prosegue la “varsavizzazione” dei quartieri ribelli di Aleppo, i rapporti fra USA e Russia si sono ulteriormente deteriorati.   Tanto che da molte parti, anche autorevoli, si parla ormai apertamente di un ritorno alla guerra fredda.   O peggio.

Apparentemente, la causa di tanto disastro sarebbe lo scontro fra le truppe di Assad (sostenute da Mosca) e varie milizie ribelli, fra cui l’Esercito Siriano Libero ed i curdi dell’YPG (entrambi sostenuti dagli Stati Uniti, ma nemici fra loro; l’ESIL è appoggiato anche dalla Turchia che è invece contro l’YPG).    Certo non è una sorpresa per nessuno che l’accordo ufficioso anti-ISIL fra USA e Russia sia saltato appena il “califfato” ha cessato di essere pericoloso per i rispettivi interessi (l’ISIL ad Aleppo non c’è più dal gennaio 2014).   E neppure è sorprendente che sia saltata l’alleanza fra YPG e Assad, nonappena i due si sono incontrati sul terreno.   E non sappiamo neppure quanto sia effettivo il controllo dei “pezzi grossi” sui rispettivi “clienti”.

Ma, mi domando, è mai possibile che due dei paesi più importanti del mondo arrivino ai ferri corti per una fetta in più o in meno di quello che era uno stato fallito già prima che 5 anni di guerra lo riducessero in pezzi?   Vista così, sembra davvero poco credibile.    Tanto più che sia gli americani che i russi dovrebbero aver imparato la differenza che c’è fra conquistare un territorio e controllare il medesimo.
Proviamo allora ad allargare lo sguardo.

Il Medio Oriente

Accanto alla Siria c’è l’Iraq, dove l’ultima città importante in mano all’ISIL è Mossul, da mesi sotto un lasco assedio.   Da sud premono i governativi, sostenuti da fanterie iraniane ed aviazione USA; a nord ci sono i curdi sostenuti dai turchi.   Se Turchia e USA continuano (per ora) ad essere alleati, i loro protetti (rispettivamente curdi  e governativi iraqueni) sono invece nemici da sempre.

Allarghiamo ancora un poco l’orizzonte e troviamo Turchia, Iran, Arabia Saudita ed Egitto; tutti in piena ebollizione.

La Turchia è stata per 70 anni l’alleato di ferro dell’Occidente, ma dai tempi dell’invasione USA dell’Iraq, nel 2003, l’alleanza si è incrinata ed oggi appare fatiscente.   La progressiva islamizzazione del regime ormai quasi dittatoriale di Erdogan e la repressione seguita al fallito colpo di stato del 15 luglio scorso, hanno precipitato la situazione.
Intanto l’esercito turco ha occupato fette di Siria per impedire che fossero occupate dall’YPG e dagli americani.

L’Iran, dopo essere stato l’inventore dell’integralismo islamico post-moderno e l’arcinemico dell’occidente per decenni, sta rapidamente riallacciando rapporti di collaborazione anche militare con USA ed EU.   Ma l’Iran mantiene anche buoni rapporti con la Russia e sostiene Assad, sia pure in modo sempre più tiepido, man mano che i dittatore riacquista potere.

L’Arabia Saudita sembra sul’orlo di un’implosione, sia sul piano interno che su quello internazionale.  Dopo aver demolito mezzo Yemen senza riuscire a vincere la guerra, si è vista tagliare gli aiuti militari proprio dagli USA che la hanno sempre sostenuta ad oltranza.   E mentre il governo saudita espelle o incarcera buona parte degli esponenti yemeniti che fino a ieri erano suoi alleati, qualcuno spara contro le navi USA che incrociano a largo dello Yemen (padellando).

L’egitto, ex campione dell’Unione Sovietica ai tempi di Nasser e poi fedelissimo degli USA, è sicuramente sull’orlo di un’implosione.   Probabilmente il regime militare rimane in sella solo grazie alla terroristica repressione di ogni forma di dissenso.   D’altronde, l’alternativa sarebbe un altrettanto feroce regime islamista.   Al Sisi lo sa e, pur restando alleato degli USA, lancia strizzatine d’occhio a Mosca in cerca di conforto.   Nel frattempo la popolazione egiziana cresce al ritomo di quasi due milioni di persone all’anno.   Le conseguenze sono inevitabili e ci saranno 100 milioni di persone disperate ai nostri confini.   Sarebbe bene cominciare a pensarci.

Dunque il quadro medio-orientale appare in una fase caotica (in senso sistemico).   Vale a dire una fase in cui tutti gli elementi principali fluttuano senza una regola identificabile e possono quindi essere attratti in una delle molte direzioni possibili anche da spostamenti minimi di fattori interni od esterni.

Le grandi potenze

USA - RussiaAllargando ancora il campo, troviamo che lo scontro fra Russia e NATO non è limitato al Medio Oriente.   Indipendentemente dalla complessa genesi della crisi ucraina, non c’è dubbio che la linea di demarcazione fra la parte di questo paese che gravita verso est e quella che gravita verso ovest è tutt’altro che pacificata.  Sparatorie e scambi di cannonate sono quotidiani e, se la situazione rimane praticamente immutata, è solo perché nessuno dei contendenti ha il fiato di tentare un’offensiva.   Per Putin, l’intervento in Siria ha probabilmente anche la funzione di attirare l’attenzione dei nazionalisti russi su di un fronte più remoto, ma la questione del Donbass rimane una ferita aperta che può suppurare in qualunque momento.   Anche in considerazione dello scarso controllo che igoverni esercitano su parte delle milizie impiegate in entrambi i campi.

E veniamo dunque a dare un’occhiata ai due contendenti principali (o apparentemente tali): USA e Russia.

I primi sono stati paragonati ad un “guscio di acciaio vuoto dentro”.    In effetti, se la potenza militare statunitense attuale non teme confronti, la società che questa forza protegge si sta disintegrando e credo che il livello della campagna presidenziale in corso sia un buon indicatore in questo senso    Di qui la necessità per il governo di compattare il paese mantenendo uno stato di allerta crescente, anche a rischio di aumentare il pericolo reale.   Specialmente a ridosso di elezioni in cui entrambi i candidati hanno deciso di giocare il ruolo dei “duri”.

Se Atene piange Sparta non ride (o viceversa) si diceva un tempo.   La Russia post sovietica ha rimesso insieme una variante di economia capitalista basata essenzialmente sull’esportazione di materie prime in Europa.   Ma dal 2008 la situazione ha ricominciato a peggiorare e dal 2014 è precipitata.   Non tanto per le sanzioni occidentali, quanto per la crisi economica dei loro principali clienti (noi) e del mondo intero, che si è portata dietro il crollo del prezzo del petrolio.   Non dimentichiamoci inoltre che, malgrado la Russia sia oggi il principale esportatore mondiale di energia, la maggior parte dei suoi giacimenti di petrolio sono post-picco.   Questo significa costi crescenti ed EROEI calanti.
I giacimenti di gas sono invece irreversibilmente collegati all’UE.   Mosca sta cercando di sviluppare i giacimenti di gas siberiani collegandoli alla Cina, ma la nuova rete di metanodotti dovrebbe essere costruita in tempi di migragna e di ritorni rapidamente decrescenti, oltre che su terreni in parte resi instabili dal riscaldamento climatico.   Non sarà una cosa semplice, né veloce.
Anche in questo caso, solleticare il proverbiale patriottismo russo è un modo semplice e sicuro di compattare il paese, specie se alla guida c’è un personaggio particolarmente popolare come Vladimir Putin.   Ma se Putin è molto popolare, il suo partito non lo è affatto e questo pone il capo nella delicata posizione di dover costantemente rinfrescare la sua vernice di uomo duro e vincente.   Un gioco che diventa sempre più pericoloso, man  mano che i margini di manovra si assottigliano.

Guerra, contenimento CinaMentre tutti gli occhi guardano la Russia europea, cosa succede dalla parte opposta del pianteta?   Succede che la Cina si trova anch’essa nelle peste di una crisi economica che si va cronicizzando.   Anche se formalmente il PIL continua a crescere, la gente si va rendendo conto che la festa è finita e diventa nervosa.   Pronta anche qui un’altra iniezione di nazionalismo e di paura, con una serie di azioni per rivendicare alcuni scogli.   Ma dietro queste sceneggiate, Pechino sta mettendo in atto una serie di operazioni molto più consistenti.   Nel Mar Cinese e nell’Oceano Indiano sta infatti stabilendo una serie di basi logistiche e militari che (giustamente) spaventano i suoi vicini.
Se ne è accorto Obama che, da qualche anno, ha avviato una complessa politica di contenimento, saldando un’alleanza fra molti degli stati più o meno direttamente minacciati.   Da Giappone, Korea del Sud e Taiwan, fino al Vietnam ed alle Filippine (con una minaccia di Duterte di cambiare campo se non gli lasciano ammazzare i 3 milioni di filippini che vuole eliminare).   Ma ultimamente anche Indonesia ed India sembrano aver deciso che la Cina è più pericolosa degli USA.
Dunque, mentre l’espansione cinese verso il mare sta incontrando resistenza, verso il continente le porte le si spalancano.   Le difficoltà in cui annaspa la Russia favoriscono infatti la Cina che si sta letteralmente comprando d’occasione le risorse siberiane, tanto quelle russe che quelle dei suoi satelliti asiatici.   Per ora fa eccezione il Kazakistan che tiene fuori i cinesi, ma non i russi.
Dunque, abbiamo una potenza in declino, erede una notevole forza militare, ma senza più un sistema industriale in grado di sostenerla.   Questa, per difendere i suoi confini occidentali (o comunque quelli che considera tali), sta svendendo i suoi confini orientali dove una potenza prossima al suo picco sta cercando disperatamente spazio.

Il seguito alla prossima puntata.

PS. Aggiornamento dell’ultim’ora: pare sia iniziato l’attacco dei governativi iraqueni a Mossul.   Il rischio che vada come ad Aleppo è molto alto.    Così come è molto alto il rischio di uno scontro diretto fra Turchia e Iraq per il controllo di parti della città.

 

Il discensore sociale

Forse ciò che più ha entusiasmato coloro che erano giovani negli anni ’50 e ’60 è stato il famigerato “Ascensore Sociale“.    Cioè la possibilità che tanti figli di operai e contadini hanno avuto di scalare la società diventando funzionari, imprenditori, professionisti, eccetera.
La cosa ha lasciato una traccia tanto profonda che ancora se ne parla come di qualcosa di attuale.   Ma sono passati cinquant’anni.    Due generazioni dopo quel magico periodo, che cosa è rimasto di tale meraviglioso congegno?

Nel 2001, cioè in “tempi non sospetti”, l’Università Bicocca di Milano, pubblicò uno studio riguardante il decennio precedente (dunque gli anni ’90).    La domanda era: i giovani dell’epoca facevano lavori migliori, peggiori od uguali a quelli dei loro genitori?
Ebbene, il risultato fu impietoso.

discensore sociale Jacopo SimonettaI ricercatori avevano diviso i lavoratori in quattro grandi categorie:   In vetta imprenditori, super-dirigenti e grandi professionisti.    Seguivano funzionari e liberi professionisti; infine operai ed impiegati.
Per ogni categoria, si era tenuto conto del lavoro svolto dai genitori e di quello svolto dai figli.   Ebbene, anche se negli anni ’90 un certo numero di figli ancora riuscivano a scalare posizioni migliori di quelle dei propri genitori, era nettamente superiore il numero di figli appartenenti ad una classe sociale inferiore a quella paterna o materna.

Ad esempio, ben il 46% dei figli di imprenditori e super-dirigenti era finito come funzionario ed un altro 22% come impiegato od operaio.   Contro un 15 % di figli di funzionari ed un 5 % di figli di impiegati od operai che erano riusciti a scalare la vetta.

In complesso, la classe dei lavoratori molto ben pagati aveva subito una consistente perdita nel cambio generazionale (-45%), con una massa considerevole di rampolli che si erano trovati rigettati in una classe sociale subalterna quella in cui erano nati.
Insomma, negli anni ’90 la disoccupazione giovanile non era un problema drammatico come oggi, ma l’ascensore sociale era già in avaria e quello che funzionava a pieno regime era piuttosto un efficace discensore sociale.

Contestualizzare il dato.

Perché ci interessa?    perché questo fatto è un indicatore molto potente del fatto che già allora la crescita economica fosse finita da un pezzo.   Anzi, che l’onda di riflusso fosse già cominciata dallo scontro fra un’economia in stagnazione ed una popolazione in crescita.

Economia in stagnazione negli anni ’90?    ERESIA!
Siamo sicuri?    Il PIL era in crescita, verissimo, ma…
Ma tanto per cominciare il PIL è un indicatore dei flussi di denaro, non dello status sociale o della qualità di vita dei cittadini.   Inoltre, i parametri di calcolo sono stati costantemente cambiati a partire dai primi anni ’80, rendendo di fatto non confrontabili i dati su scale temporali decennali o più.
Per l’Europa e l’Italia non credo che esistano dati alternativi a quelli ufficiali, ma per gli USA ci sono e l’economia USA è fortemente indicativa della situazione, perlomeno a livello di “primo mondo”.

Qui mi limiterò a riprendere alcuni dati che ho già utilizzato in un vecchio post.     Sono dati resi disponibili da alcuni ricercatori della Massachusetts University che si sono presi la briga di rifare i calcoli del PIL USA al netto dell’inflazione, utilizzando per tutti gli anni gli stessi parametri di calcolo.
crisi economica globaleEbbene, se il ricalcolo è corretto, almeno negli Stati Uniti la crescita vera pare essersi fermata agli inizi degli anni ’70 (forse non per caso in corrispondenza della prima crisi petrolifera).   Poi il PIL ha continuato a salire fra alterne vicende, ma solo grazie alla contemporanea esplosione del debito e della borsa.    Fino alla fine della guerra fredda il gioco ha funzionato, poi vediamo che neppure la crescita esponenziale del debito e l’esplosione della “new economy”  sono più riuscite a sostenere una crescita dell’economia reale, mentre la qualità della vita declinava.   Con il 2.000, malgrado tutti gli sforzi,  l’economia americana è entrata decisamente in contrazione e la qualità della vita del cittadino medio pure.   Nel frattempo, gli indici di borsa entravano un una fase di estrema volatilità da cui non sono più usciti.

Per l’Italia non disponiamo di dati sul PIL indipendenti dagli enti di governo, ma li abbiamo sul debito pubblico che indicano un’esplosione a partire dalla netà degli anni ’60, con una fase di stasi negli anni ’90, prima di ripartire fuori controllo.   Questo potrebbe suggerire che da noi la crescita avesse cominciato a rallentare prima ancora che in USA, il che è coerente con il fatto che eravamo, e tuttora siamo, un paese periferico dell’impero USA.crisi e debito

Altri paesi hanno seguito parabole analoghe, anche se spostate nel tempo.   Ad esempio, Cina ha avuto la sua fase di crescita economica più convulsa nei venti anni approssimativamente compresi fra il 1985 ed il 2005 grazie ai massicci investimenti esteri ed al non meno massiccio trasferimento di impianti e tecnologie occidentali.
Ma sia pure con modi e tempi diversi rispetto agli altri paesi, anche in Cina il rallentamento dell’economia traspare oramai anche attraverso l’intensa manipolazione dei dati ufficiali, così come dal rilancio di forme di propaganda e di repressione che molti credevano oramai consegnati alla storia.

E allora?

Il picco dell’economia globale forse è stato fra il 2005 ed il 2010.   Probabilmente non a caso in corrispondenza con il picco globale della disponibilità di greggio, ma anche preoccupantemente in linea con i tempi dello scenario base dei “Limiti dello Sviluppo”.

Limiti dello sviluppo

Molti contesteranno questa idea con dovizia di dati, ma ritengo che, quando è scoppiato il bubbone nel 2008, la crisi fosse già consolidata da molti anni nel cuore stesso delle economie occidentali.  Se la maggior parte di noi non ci aveva fatto caso è stato solamente per un insieme di fattori fra cui l’abitudine, il potere tampone del debito, il martellamento mediatico ed il fatto che, ancora, non erano stati toccati i patrimoni piccoli e grandi accumulati nella fase precedente.   Man mano che i risparmi vengono erosi, le proprietà divengono un peso ed i vecchi dotati di buone pensioni muoiono, diviene semplicemente evidente una malattia  che abbiamo oramai da molto tempo.  Un po’ come quando ci si rende conto di avere l’AIDS, magari dopo venti o trent’anni che abbiamo contratto l’HIV.

Tutto questo per dire di non fidarsi di chi identifica le cause della crisi in eventi recenti, ma soprattutto di non fidarsi di nessuno che prometta di guidare il Paese verso un nuovamente fulgido avvenire, quale che sia la medicina proposta.

 

 

Il fallimento del movimento ambientalista.

 

fallimento movimento ambientalista

Uno dei tanti paradossi che caratterizzano la nostra società è questo:  man mano che la situazione ambientale degenera, la quantità di gente preoccupata di questo aumenta, ma il movimento ambientalista è sempre più debole e solo.

Chi non è più giovane, forse ricorderà che negli anni ’70 e ’80 il movimento ambientalista sembrava capace di cambiare la storia del mondo.   Nelle sue infinite articolazioni, riusciva incidere in maniera avvertibile sulle decisioni politiche; almeno nei paesi occidentali dove esisteva una sostanziale libertà di stampa e di parola.
Eppure, allora, un collasso socio-economico ed ambientale di scala globale era considerato possibile non prima di 50 o 100 anni.   Oggi invece, probabilmente stiamo vivendo le prime avvisaglie di un tale collasso, ma non si vedono orde di ambientalisti che, al grido di “Lo avevamo detto”, si impongono finalmente nelle sedi del potere.   Piuttosto, sta accadendo esattamente il contrario: le politiche ambientali fin qui costruite vengono rapidamente smantellate, o svuotate di ogni efficacia.   E gli ambientalisti o girano rapidamente la gabbana, o vengono estromessi non solo dalle “stanze dei bottoni”, ma anche dai corridoi e dagli sgabuzzini del potere.
All’interno della società, le associazioni storiche sopravvivono a stento ed i partiti “verdi” scompaiono, spesso dopo aver fatto magre figure.
E’ chiaro che ogni situazione particolare ha la sua storia ed i suoi problemi, ma il declino dell’ambientalismo è un fenomeno globale e, dunque, deve anche avere delle cause globali, oltre a quelle che riguardano, invece, questa o quella organizzazione particolare.
In qualità di veterano e superstite di questo movimento, mi sono posto alcune domande.

Prima domanda: C’è stato qualcosa di sbagliato alla radice del movimento?

Penso di si, ma non essendo un politologo, posso proporre solo delle riflessioni basate sull’esperienza personale.
Nel suo insieme, l’ambientalismo non ha saputo elaborare e divulgare un paradigma politico alternativo ai due che, all’epoca, si contendevano la scena: il liberalismo ed il socialismo.   Molto presto infatti, la maggior parte degli aderenti e delle organizzazioni ambientaliste si sono lasciate aspirare e stritolare nella dialettica destra-sinistra che nulla aveva a che fare con il cuore del problema.   In pratica, il movimento si è diviso in due.   Da un lato coloro che pensavano che il sistema liberal-capitalista fosse sostanzialmente valido, salvo introdurvi delle correzioni per garantire un adeguato livello di tutela ambientale.
Sull’altro fronte coloro che, viceversa, ritenevano valido il modello socialista  che, con alcune integrazioni, avrebbe potuto frenare il degrado degli ecosistemi, l’esaurimento delle risorse, ecc.
In pratica, da entrambe le parti si è pensato di migliorare quello che già era disponibile, anziché elaborare qualcosa di autenticamente originale.

Eppure, al di la dei parziali e limitati successi che entrambi gli schieramenti possono effettivamente rivendicare, non avrebbe dovuto volerci molto a capire che si trattava di posizioni perdenti a priori.   Sia il capitalismo che il socialismo perseguono infatti il progresso indefinito della società.   La differenza fra di essi non è quindi negli scopi ultimi, ma su quali siano i mezzi migliori per perseguirli, quali i modi più efficaci per accelerare il progresso e come ripartirne i benefici frutti.
Entrambi i filoni dell’ambientalismo, accettando e facendo proprio il corpus centrale delle due dottrine socio-economiche di rispettivo riferimento, necessariamente hanno fatto proprio il nucleo centrale che le accomuna: il Progresso.   Un archetipo, che si porta dietro un vasto corollario di conseguenze e che nessuna analisi dei fatti potrà mai scalfire in quanto si tratta, tipicamente, di un postulato pre-analitico (Daly, Ecological Economics 2004).
A mio parere, era invece proprio l’archetipo del progresso che avrebbe dovuto essere messo in discussione, ma ciò avrebbe significato attaccare la radice stessa del pensiero moderno alla cui origine troviamo padri del calibro di Bacone, Galileo, Cartesio, Hobbes, Boyle, ecc.   Un filone di pensiero poi sviluppato dall’illuminismo e santificato da 2 secoli di scuola pubblica.   Difficile immaginare un compito più arduo.
Del resto, perfino nelle pagine della prima edizione dei “Limiti dello sviluppo” si leggeva tra le righe una diversa impostazione fra Donella e Denis Meadows; una diversità che si è andata poi palesando meglio nelle edizioni successive.   Il risultato finale del loro studio era infatti chiaro: qualunque risulti essere la dotazione di risorse del pianeta e qualunque sia il livello di tecnologia raggiungibile, il collasso del sistema sarà inevitabile ed il nostro destino tanto più fosco quanto più abbondanti saranno le risorse e potenti le tecnologie.   Unica via di uscita dalla trappola era fermare la crescita demografica e la crescita economica prima di raggiungere una soglia critica che non era definibile con certezza, ma che si sapeva non essere lontana.
Un messaggio chiaro che andava totalmente e direttamente contro l’intero apparato filosofico ed ideologico della “modernità”, chiudendo definitivamente con il mito delle “magnifiche sorti e progressive dell’umanità” (Leopardi, La Ginestra).
Qualcosa di talmente forte che neppure tutti i membri del gruppo erano pronti ad accettare, a cominciare dalla stessa Donella che volle mitigare il messaggio.   In fondo, disse, se facciamo sempre meglio con sempre le stesse cose, e non aumentiamo di numero, perché non dovremmo migliorare indefinitamente le nostre vite?   In altre parole, si pensò che fosse possibile distinguere fra uno “sviluppo insostenibile” fatto soprattutto di crescita quantitativa ed uno “sviluppo sostenibile” fatto di buone pratiche, solidarietà sociale ed efficienza industriale.
Oggi che “sviluppo sostenibile” ed “efficienza” sono divenute le parole d’ordine dei più folli e disperati tentativi per rilanciare una crescita oramai da un pezzo anti-economica, il loro suono risulta quasi osceno.    Ma all’epoca furono le parole d’ordine su cui si strutturarono entrambe le anime dell’ambientalismo: quella liberale e quella socialista.   Ed esattamente questo fu, a mio avviso, l’errore che fece smarrire la strada a tutti noi che, a quei tempi, raccoglievamo fondi per salvare la Foca monaca o ciclostilavamo volantini nei sottoscala.
A mio avviso, per essere efficace, il movimento ambientalista, avrebbe dovuto capire subito che il nemico erano i miti fondanti della modernità.   Dunque una rivoluzione ben più radicale di quelle di moda all’epoca, e questo ci porta alla seconda domanda.

Seconda domanda: Avrebbe potuto andare diversamente?

Da subito, il progetto ambientalista si incagliò su numerosi scogli.   A mio avviso, due dei più importanti, che peraltro non  vengono mai trattati, furono le conseguenze che politiche efficaci sul piano della sostenibilità avrebbero potuto avere sugli equilibri geo-politici e sulle politiche sanitarie.
Frenare la crescita economica avrebbe probabilmente comportato un parallelo rallentamento del progresso tecnologico.   USA ed URSS (con i relativi satelliti) erano allora impegnati in uno scontro formidabile per il controllo del pianeta e nessuno dei due contendenti era in grado di assumersi un tale rischio.    Men che meno il blocco occidentale che aveva adottato (con successo) una strategia fatta di un dispiegamento di forze quantitativamente molto inferiori, ma tecnologicamente più avanzate.
Così ci si concentrò sull’aspetto demografico e qualcuno ricorderà che, allora, la sovrappopolazione era un argomento sulla bocca di tutti.
Alcuni paesi avviarono anche delle concrete politiche di riduzione delle nascite, in particolare l’India (poi abbandonate) e la Cina (tuttora vigenti in forma attenuata), ma nessuno si sognò neppure lontanamente di mettere in discussione gli effetti demografici che il fulmineo progresso della medicina stava avendo in tutto il mondo.   Eppure, non è certo un segreto che la demografia dipende dall’equilibrio fra nascite e morti.   E che, con animali molto longevi come l’uomo, gli effetti di fluttuazioni anche modeste da entrambe le parti hanno effetti complessi, destinati a farsi sentire nei decenni.   Un argomento politicamente minato ancor oggi, tanto più allora che avevamo una salubre memoria delle follie criminali di Hitler e Stalin.  Così, si preferì evitare l’argomento, sperando che la “transizione demografica” avrebbe risolto il problema da sola ed in tempo.   In pratica, ci si affidò alla crescita economica per risolvere i problemi che questa stessa creava.   Difficile che potesse funzionare ed infatti non ha funzionato, ma sarebbe stato possibile affrontare diversamente l’argomento con un minimo di probabilità di successo? Penso di no.
Un’altra ragione per cui, a posteriori, penso che non avrebbe potuto andare diversamente era la possibilità di comunicare il nostro messaggio.   In buona parte del mondo (Russia, Cina e molti altri), semplicemente era vietato.    Nei paesi occidentali era invece permesso, ma il nemico da battere si è dimostrato capace non solo di assoldare una parte dei quadri del movimento, ma anche fare proprie la retorica e la dialettica ambientaliste.   Assorbirne gli slogan, modificandone il significato così da renderlo funzionale al proprio scopo fondamentale: la crescita.   E poiché il significato delle parole cambia nel tempo a seconda di come queste vengono impiegate, ad oggi è giocoforza ammettere che il capitalismo ha vinto non solo sul piano politico, ma prima ancora su quello semantico.
Ma anche al di la questi ed altri ostacoli, quali potevano essere le probabilità di successo di un movimento politico che, per essere coerente, avrebbe dovuto predicare la fine del progresso e del benessere materiale per tutti?
Finquando si è trattato di dire ai benestanti cittadini occidentali che dovevano rinunciare a quota parte del loro benessere, in molti si sono fatti avanti a dirlo, anche se con scarsi risultati (cfr. il rapporto Europa sostenibile e gli scritti di S. Latouche, fra i numerosi altri).   Ma era evidente che sarebbe stato del tutto inutile se, contemporaneamente, tutti gli altri popoli della terra non avessero rinunciato ad acquisire un analogo benessere: una cosa talmente “politicamente scorretta” che praticamente nessuno ha finora avuto il coraggio di dirla.    Ma neppure ciò sarebbe bastato.
Giunti alle strette degli anni ’70, fermare la crescita demografica era imperativo e non poteva essere fatto senza porre dei limiti al progresso della medicina.   Una cosa assolutamente improponibile, con ottime ragioni perché fosse così.schopenhauer
Dunque l’ambientalismo politico si trovò da subito stretto in un’impasse che avrebbe potuto essere superata solo con un radicale cambio di paradigma; un salto culturale talmente grande da non essere neppure tentato.
Schopenhauer diceva che solo ciò che poi accade era davvero possibile che accadesse.   Personalmente condivido solo in parte tale illustre opinione, ma nel caso in esame penso che si possa applicare pienamente.

Terza domanda: Ad oggi continua ad avere un senso fare dell’attivismo ambientalista?   Se si, Quale?

Bisogna ammettere che oggi è particolarmente imbarazzante fare discorsi ambientalisti.    Che dovremmo dire?     La maggior parte delle organizzazioni ancora attive continua a “suonare” allarmi ormai consunti dall’uso e dall’abuso.    Che senso ha continuare a dire che “se non facciamo questo e quest’altro avverrà una catastrofe”, quando la catastrofe è in corso e non ha spostato di una virgola la direzione del sistema?
L’esempio più facile è quello del clima.   30 o 20 anni fa era giustificato dire: “Se non riduciamo le emissioni il clima peggiorerà e farà dei danni”.    Che senso ha ripeterlo oggi, mentre sui teleschermi le immagini di alluvioni e siccità, tornado ed uragani si alternano quotidianamente alla pubblicità dell’industria energetica ed agli appelli per il “rilancio della crescita”?   E con tale naturalezza che non ci si accorge nemmeno più della schizofrenia della cosa.
D’altronde, che senso può avere andare in giro a dire che tanto oramai non c’è più niente da fare?   A parte che ciò facilmente suscita reazioni ostili e gesti osceni, rischia anche di servire da pretesto per rimuovere anche i pochi veli di protezione che ancora mitigano la follia autodistruttiva del sistema economico.

La risposta, ritengo, dipenda essenzialmente dallo scopo che ci si prefigge.   Se ci si danno finalità possibili, c’è sempre un senso a fare qualcosa.

Lo scopo di partenza, dirottare il mondo su di un cammino di sostenibilità è fallito, ma abbiamo altre possibilità di azione.

La prima sta venendo di moda con l’etichetta di “resilienza”.    In estrema sintesi, si tratta di questo: preso atto dell’inevitabile, possiamo comunque prepararci in una certa misura agli eventi futuri ed aumentare le probabilità di sopravvivenza nostre e quelle dei nostri parenti ed amici.
Si tratta di un campo praticamente sterminato, totalmente da inventare in cui ognuno può rendersi utile anche solo proponendo idee e consigli.    Magari sbagliati, ma comunque capaci di stimolare altre idee in altre persone.

La seconda è che se non possiamo fare quasi più niente per migliorare il nostro destino, possiamo invece fare tantissimo per peggiorarlo ulteriormente.
Anche solo evitare di fare cose stupide sarebbe un grandissimo vantaggio ed in questo penso che rivesta un ruolo importante la divulgazione scientifica.   Se si riesce a capire, almeno in parte, cosa sta succedendo e perché, sarà meno facile farsi abbindolare da chi promette l’impossibile, naturalmente a patto di votarlo o di comprare i suoi prodotti.

Una terza possibilità di azione riguarda il futuro remoto; quelle “bottiglie gettate in mare” di cui parla Edgar Morin (La via 2012).   Nessuno può sapere quale aspetto avrà il collasso visto dal nostro punto di vista, e neppure quanto tempo prenderà, né quale sarà il nostro personale destino.    Ma  possiamo contare sul fatto che le doti di resistenza e resilienza della specie umana faranno sì che, quando la vegetazione coprirà le rovine delle nostre megalopoli, ci saranno degli uomini a discutere di cosa siano quei grandiosi ruderi.   Possiamo fare qualcosa ora per aiutarli?    Io penso di si.
Oggi disponiamo di un patrimonio di conoscenze scientifiche e di arte in ogni forma possibile, che sarebbe veramente stupido e criminale lasciar morire con noi.   Io penso che dovremmo preoccuparci di divulgare il più possibile questo immenso patrimonio, proteggerne la parte materiale (opere, monumenti, musei, libri, ecc.) in modo da accrescere le probabilità che parte di tutto questo sopravviva alle fasi più violente e disperate del disfacimento della nostra civiltà.    Molte delle opere che ci sono giunte dal nostro remoto passato sono sopravvissute grazie a persone che le hanno copiate, nascoste, protette, tramandate.    Noi abbiamo in questo campo una possibilità praticamente infinita di azione.

In conclusione

Ritengo che il movimento ambientalista fosse in partenza destinato a fallire il suo scopo principale, ma non è stato per questo inutile.
Se il filone principale del movimento non ha potuto scalfire i paradigmi della civiltà moderna, l’ambientalismo ha nondimeno influenzato importanti frange del pensiero contemporaneo, creando i presupposti perché dei paradigmi veramente alternativi possano nascere, o rinascere, contribuendo forse in modo importante alla formazione delle civiltà che, probabilmente fra qualche secolo, si diffonderanno sulla Terra.
fallimento ambientalista, cercando un futuro

Sistemi a sorpresa

dinamica dei sistemiLa dinamica dei sistemi è una branca scientifica fra le più moderne ed affascinanti. Studia come la materia e l’informazione reagiscono ai flussi di energia.
In pratica, qualunque cosa che faccia qualunque cosa può essere considerato un “sistema”.   Già ponendo una pentola di acqua sul fuoco si creano fenomeni molto interessanti (v. Roddier).
Tuttavia, i sistemi più affascinanti sono quelli “complessi”.    Cioè quelli che hanno una struttura complicata, così da sfidare il nostro comprendonio. Sono particolarmente affascinanti perché finiscono sempre col sorprendere chi li studia, anche quando sono i più esperti fra gli scienziati. Facciamo due esempi per “fare a capirsi”.

La bomba demografica.

http://ugobardi.blogspot.fr/2016/06/la-bomba-demografica-scoppia-o-non.html
Milioni di affamati nel mondo.

Negli anni ’60 gli studiosi del settore erano in ambascia per la prevedibile carestia globale che avrebbe spazzato via decine o centinaia di milioni di persone nel giro di una ventina di anni.   In realtà successe il contrario.   Le ultime grandi carestie (ad oggi) sono state proprio quelle degli anni ’60.   A partire dai primi anni ’70 il numero e la percentuale di gente affamata è andata diminuendo fino ad un minino storico alla metà degli anni ’90.   Poi ha ricominciato a salire, ma di ecatombe per fame fortunatamente non se ne sono viste.

L’analisi era sbagliata?   No, era giusta, ma incompleta.
In questo caso, erano state sottostimate sia la capacità produttiva (temporanea) dell’industrializzazione dell’agricoltura e la globalizzazione, impensabile fino agli anni ’90.  Il risultato è stato che la bomba è esplosa 30 anni dopo il previsto e (per il momento) anziché produrre centinaia di milioni di morti ha prodotto centinaia di milioni di fuggiaschi (65 milioni di profughi secondo l’ONU, più un numero imprecisabile, ma maggiore, di migranti).   Una massa che sta cambiando gli equilibri geopolitici planetari e siamo solo all’inizio.
Naturalmente qualcuno obbietterà che i profughi fuggono dalla guerra o dalle persecuzioni, dalla siccità e quant’altro, non dalla sovrappopolazione. Ed è proprio questo il punto: i sistemi complessi non rispondono a banali logiche di causa-effetto, bensì a intricate reti di retrazioni, forzanti ed adattamenti. La popolazione è sempre una delle forzanti principali, ma mai l’unica.
Possiamo prevedere che nei prossimi dieci anni accadranno cose che ora riteniamo impossibili, ma non possiamo sapere quali perché il sistema è troppo complesso per essere prevedibile. Possiamo solo sapere che la crisi si aggraverà, ma con modi e tempi diversi da zona a zona. Così come diverse saranno le reazioni delle persone e delle istituzioni.

Il picco del petrolio.
Più volte annunciato e negato, il picco del petrolio convenzionale è arrivato puntualmente intorno al 2005, ma gli effetti sono stato molto diversi da quelli attesi. Invece di un decollo dei prezzi abbiamo avuto un picco brevissimo, seguito da un lungo plateau e quindi un vero crollo del prezzo, tanto che il petrolio è tornato a fare aggio sul carbone ed i depositi mondiali rigurgitano “oro nero”.

I seguaci di Hubbert si erano sbagliati? No, anche in questo caso l’analisi era corretta, ma altri fattori hanno interferito con l’industria petrolifera, creando un effetto a sorpresa. Nella fattispecie, erano stati sottovalutati sia il potenziale estrattivo dei “petroli non convenzionali”, sia la severità e la durata della crisi economica globale. Una crisi, si badi bene, in buona parte dipendente proprio dalla bassa energia netta dei petroli non convenzionali, oltre che dalla sovrappopolazione. Ma anche da molti altri fattori, come la finanziarizzazione dell’economia, l’esplosione del debito, il riscaldamento globale, l’agonia degli oceani e molto altro. Tutti a loro volta che interagiscono fra loro.

E dunque?
Semplicemente il mondo è molto, molto più complesso dei nostri cervelli, sia pure coadiuvati dai loro prodotti tecnologici. Si dirà che un solo cervello umano ha più sinapsi che stelle il cielo, ma i nostri sistemi nervosi non sono che una parte del Pianeta ed una parte è necessariamente meno del tutto. Potremmo scoprire ancora moltissime cose; potremo capire quali sono le tendenze evolutive dei sottosistemi che studiamo, ma non potremo mai capire tutte le interrelazioni che li legano al resto del Mondo. Insomma possiamo delineare scenari più o meno probabili, ma mai prevedere esattamente qual che accadrà.

La Realtà ci coglierà sempre di sorpresa.

Il picco del tempo. E del denaro.

quadro ad olio di Carl Banks, 1974

Quante volte l’abbiamo sentito? A partire da Paperon De Paperoni, ogni “bravo” dirigente/ottimizzatore/supervisore controlla che i tempi di produzione siano rispettati, che questa preziosa risorsa sia utilizzata al meglio (dal punto di vista aziendale) etc etc.

In effetti il tempo è una risorsa cronicamente scarsa, che cominciamo a consumare nel momento in cui nasciamo.

Cosi stando le cose, è interessante notare come il tempo-uomo globale, la somma di tutto il tempo lavorativo utile dell’umanità, sia andato via via aumentando. La cosa è ovvia: le aspettative di vita mondiale finora sono regolarmente cresciute e contemporaneamente è cresciuto, in modo esponenziale, il numero di umani sul pianeta. Maggior tempo a disposizione del singolo X un numero esponenzialmente crescente di individui: crescita esponenziale del tempo utile.

Questo tempo lavorativo utile è stato ridotto in qualche misura, dal maggior tempo dedicato all’educazione dei giovani ma, in compenso, la sua produttività è stata e viene costantemente aumentata.  A parità di ore lavorate, si produce progressivamente di più, almeno in termini di PIL.

Tuttavia le cose potrebbero cambiare. In effetti potrebbe darsi che, per quanto riguarda questo tempo, si sia piuttosto vicini ad un massimo. Per i paesi occidentali, con tutta evidenza, è così: La vita umana media, in quasi tutti i paesi occidentali tende a stabilizzarsi, per raggiunti limiti biologici, o addirittura, a regredire. Di conseguenza anche il numero di occupati, a prescindere (per modo di dire) dalla mamma di tutte le Crisi, tende a rimanere più o meno stabile, immigrazione a parte (comunque si tratta di prendere a prestito il tempo-lavoro da altre parti del mondo).

Nei paesi in via di Sviluppo, invece, tale tempo cresce tumultuosamente insieme alla popolazione (molti paesi che fanno parte di questo gruppo hanno una età media della popolazione intorno ai 15 anni) ma siamo sicuri che sarà possibile, con la crescente scarsità di risorse, dare da lavorare a tutti?

Siamo sicuri che la crescita economica e quindi dei consumi, necessaria a garantire sempre più posti di lavoro, o, semplicemente a garantire l’occupazione attuale ( la maggiore efficienza significa che, quando l’economia non cresce, i posti di lavoro tendono a diminuire) sia possibile ancora a lungo?

Non è ovvio, non è PER NIENTE ovvio, visto il barcollare dell’economia mondiale e il progressivo esaurimento delle risorse del pianeta. Si potrebbe anzi pensare che si avvicini il momento di una DIMINUZIONE di PIL per ore lavorate ( gli stipendi sono statici o in diminuzione ed il PIL dipende anche dai consumi interni) . Non è affatto ovvio che il monte ore lavorative utili mondiali tenderà ad aumentare ancora e che, se lo farà, questo corrisponderà ad un aumento più che proporzionale del PIL.

Potrebbe sembrare, direte voi, una discussione sul sesso degli angeli.

Può essere, potrebbe essere, se non fosse che la frase “il tempo è denaro”, per molti economisti, va presa in senso letterale.

Cosa è il denaro, in effetti?

Potrà sembrare strano ma non esiste una risposta univoca, certa semplice ed assoluta. In effetti, un articolo davvero interessante, in merito al denaro (ed al tempo) mi ha spinto a scrivere questo post.

E’ un mezzo di scambio, certo. Una forma di “pagherò”, almeno nelle prime emissioni di banconote, che portavano la scritta “pagabili a vista al portatore”. Ma anche una scommessa sul futuro, vista l’emissione A DEBITO, nella sua forma più moderna di moneta FIAT ( da FIAT LUX: una moneta creata con un atto di volontà, nda).

Non è questo il momento di spaccare il capello in 4: Diciamo che in Europa ( ed anche in molti altri sistemi economici) il denaro viene creato sotto forma di crediti al sistema bancario europeo, in cambio di garanzie REALI, depositate presso la banca centrale stessa, che sono quelle che danno realtà e valore, in ultima analisi, al denaro prestato, creandolo dal nulla. Gli Stati non possono prendere a prestito DIRETTAMENTE dalla BCE e, ovviamente, non possono più stampare moneta per onorare i propri debiti con imprese e cittadini.

Siccome buona parte di queste garanzie sono buoni ed obbligazioni varie statali ( ma non solo), La BCE sta diventando, potenzialmente, la principale creditrice di tutti gli Stati europei. Dato che, comunque, un certo numero di banche è destinato a fallire e quindi i beni posti a garanzia finiranno incamerati dalla BCE stessa e la cosa è ovviamente cumulativa, lo diventerà comunque. A questo punto il valore del denaro dipenderà dal valore che le economie europee e quindi gli Stati, riusciranno a creare, ogni anno, per onorare i detti debiti.

In pratica: il denaro ha valore nella misura in cui si conta di poter creare il suo valore IN FUTURO, nella misura in cui ci si attende che ci siano le risorse, pubbliche o private, per onorare i prestiti. Semplicistico? Forse, ma in sostanza, visto che stiamo consumando il tempo nostro e quello, più importante del pianeta, tutto si riduce ad attribuire un valore sufficiente al tempo, in calo, che ci resta per onorare le garanzie.

Via via che il futuro diventa più oscuro e le speranze di una crescita esponenziale infinita o almeno sufficiente a pagare i debiti attuali evaporano, il sistema si arena per il crollo di fiducia incrociato. La minore fiducia implica maggiori garanzie, che rendono il costo del denaro più alto, rendendo, di fatto impossibile procurarsene. Niente denaro, niente investimenti, niente investimenti niente crescita. Niente crescita, aumento delle sofferenze. Aumento delle sofferenze, aumento del rischio di fallimento per le banche. Che, d’altronde non hanno più beni reali da mettere sul piatto per farsi finanziare ancora dalla BCE.

La cosa è più seria di quanto sembra: se le banche non possono più chiedere denaro a prestito, il denaro CESSA DI ESISTERE, ogni volta che una banca riesce ad onorare un prestito ( il denaro prestato, tornando alla BCE viene “cancellato”; una volta il denaro che tornava allo stato veniva, fisicamente, bruciato) ma non è in grado di richiederne un altro per mancanza di garanzie reali. Quel denaro NON viene rimesso in circolo. DI conseguenza il valore del circolante tende ad aumentare, piuttosto che diminuire, visto che la “merce” denaro diventa più rara. Si chiama deflazione. E’ un grosso guaio, la deflazione, perché frena i consumi ( perché comprare oggi qualcosa che costerà meno domani?) e perché aumenta il valore REALE dei debiti. Pubblici e privati. La BCE ha quindi portato i tassi a zero, per consentire alle banche di investirlo in buoni del tesoro, che hanno un rendimento modesto ma superiore a zero, da porre a garanzia del prestito e poter quindi giocare lucrare sulla piccola differenza a loro favore. Resta il fatto che lo “spirito dei tempi” è tale che lo spazio di manovra disponibile è ormai bassissimo. D’altronde Stati con bilanci risanati hanno meno bisogno di ricorrere a nuovi finanziamenti da parte del mercato e quindi, di converso anche le banche hanno poco spazio di manovra per aumentare il loro giro di affari ( o mantenerlo).

Potremmo quindi alla fine trovarci davanti ad un picco del denaro o almeno del suo valore complessivo ( cambiando le politiche di emissione si può aumentare il circolante ma non è detto che il valore complessivo aumenti più rapidamente dell’inflazione così innescata).

I tentativi farneticanti di questi anni di “ricostruire la fiducia degli investitori” mediante la distruzione delle economie dei paesi europei e la compressione di stipendi e salari è stato un tentativo, insieme all’ovvio conseguente crollo dei consumi, per inseguire  l’illusione di riequilibrare la bilancia dei pagamenti, ovvero l’illusione di comprarsi il tempo-lavoro che manca al di fuori dal continente. Non poteva che fallire, come infatti sta fallendo. Cpme abbiamo visto il PIL dipende anche dai consumi interni che, se vengono danneggiati, provocano effetti sistemici importanti, aumento dei disavanzi statali, aumento delle sofferenze bancarie etc etc. In ultima analisi: se distruggi il futuro delle persone, distruggi il valore delle scommesse su quel futuro. Prima di tutte il denaro.

Poiché con il denaro si fanno le cose, quelle inutili ma anche quelle utilissime per il pianeta, la cosa NON è positiva. Sarà anche lo sterco del diavolo, il denaro, ma serve per concimare. Senza concime non si raccoglie frutti, buoni o cattivi che siano.

Ovviamente esiste una categoria di denaro ancora più “esoterica”: il denaro “speculativo”, quello creato dal rapporto tra le riserve obbligatorie e il totale dei risparmi mondiali. E’ questo denaro che alimenta i giochi più perversi, derivati, CDS etc etc etc, mescolandosi in modo non sgarbugliabile con quello “FIAT”, portando un colosso bancario, la Deutsche Bank, ad essere considerato talmente esposto ai rischi connessi a questi strumenti, da costituire una minaccia per l’economia MONDIALE: da 54 a 72.000 MILIARDI DI DOLLARI, in confronto ad un valore complessivo dei suoi attivi di 60 miliardi.

E’ vero: queste “scommesse” immense, normalmente si annullano l’un l’altra, come particelle virtuali al confine degli eventi di un buco nero. Ma, quando il tempo comincerà a scarseggiare, aumenteranno le probabilità di un collasso improvviso. Allora una parte delle scommesse si troveranno a NON essere coperte dalle scommesse di segno opposto (saranno pochi a voler correre il rischio) e comprenderemo ancora meglio quanto la risorsa più importante di cui dovremmo preoccuparci, ancora una volta, è il TEMPO. E non il denaro. che, tutto sommato, senza tempo, senza futuro, non esiste.

Il tempo è denaro ma il denaro non è, né può creare, il tempo.

Dio non è morto, Marx neppure e siamo solo noi a non sentirci tanto bene

dio non è mortoLe cose cambiano, a volte più lentamente di quanto immaginavamo, ma cambiano.
Alla fine del XX secolo ci deliziavamo con la battuta di Woody Allen sulla morte di Dio e di Marx, ma oggi mi sento di dire che Dio non è mai morto, Marx è in ottima salute e siamo solo noi che non ci sentiamo tanto bene.
In effetti Dio appare ovunque e le religioni dilagano con il loro carico di valori, ideologia e, spesso, violenza.  Perfino gli atei, con i loro dogmi scientisti, rischiano di apparire solo un’altra religione con il suo carico di intolleranza.  Basta leggere Dawkins per rendersene conto.  Con le sue vere e proprie scomuniche nei confronti di chi, essendo uno scienziato, non si dichiara apertamente ateo oppure, pur dichiarandosi ateo, non aderisce alla sua crociata (ha parlato, a questo proposito, di alto tradimento nella sua polemica con Gould). Ma non è solo in negativo che si osserva una rinascita, se non della religione, della spiritualità.  L’osservazione del fatto che sappiamo veramente ben poco di quello che ci circonda e che, in sostanza, due secoli e mezzo di progresso scientifico sono serviti per lo più ad evidenziare l’immensità della nostra ignoranza, non può non condurre ad una considerazione semplice: non possiamo disprezzare né la sfera spirituale ne quella divina.
Anche solo sospendere il giudizio è, in questa fase, desiderabile e benefico.  Fatto salvo, ovviamente, il rifiuto di quelle posizioni ideologiche che vorrebbero imporre il peccato come reato, la conclusione cui si giunge (lo fa ad esempio Bernardo Kastrup) è che il materialismo filosofico è una sciocchezza come le altre.  Rivalutare la propria dimensione spirituale non vuole dire abbassare la guardia rispetto alla violenza della sharia o al clericalismo; è semplicemente un atto di onestà intellettuale.

marx non è mortoIl marxismo ha ripreso ossigeno dalla crisi senza fine del capitalismo globalizzato e non senza buone ragioni.  Karl Marx aveva capito molte cose e ci sono buone ragioni per rivalutare la sua analisi del capitalismo e del suo inevitabile collasso sotto il peso della sua stessa imponente ed inarrestabile crescita.
In particolare la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto sembra collegarsi più profondamente alla legge dei ritorni marginali decrescenti e, in ultima analisi, al secondo principio della termodinamica.
Raramente rivalutato con spirito innovativo, Marx viene generalmente rimasticato dagli orfani di Lenin (o perfino di Stalin per quanto vedo io), di tutte le rivoluzioni fallite e sfociate in qualche tirannia burocratica e folle.  Il mondo è pieno di predicatori, anche molti marxisti lo sono.
D’altra parte anche l’idea abbastanza idiota che la Storia fosse finita, che il capitalismo, sostenuto dalla liberal-democrazia, trionfasse ormai ovunque senza avversari credibili si è scontrata con la realtà degli ultimi 15 anni afflosciandosi sotto il peso, in primis, del rapido raggiungimento dei limiti della crescita.

Ed è qui che arriviamo noi. Noi intesi come cittadini del mondo, noi che abbiamo poca o nessuna possibilità di influire sugli eventi.   Noi che pensiamo a come sistemare la nostra famiglia ed i nostri cari domani; che andiamo a votare con quel fardello di risentimenti e insoddisfazioni derivati dalle mancate promesse del passato la cui falsità riconosciamo facilmente ormai, in quelle del presente.   Noi stanchi di retorica vuota (perché anche la retorica, forse, aveva una sua nobiltà, come arte del convincere, quando non era stata svuotata dalla massificazione televisiva).   Noi che soffriamo le conseguenze di una crisi che non avevamo previsto e una denaturalizzazione dell’ambiente che avevamo trascurato.
Pensavamo che il problema sarebbe stato l’abbondanza.   Possiamo stare tranquilli: questo problema dell’abbondanza sparirà in fretta. L’abbondanza era un fenomeno passeggero, un transiente storico prevalentemente determinato dal flusso di energia a buon mercato garantito dai combustibili fossili.
L’inizio di questo secolo ha visto il primo momento critico nella storia della produzione petrolifera con una aumento generalizzato dei costi di produzione ed l’avvicinamento dell’EROEI (Ritorno Energetico sull’Investimento Energetico) al valore di 10, considerato critico per il supporto di una civiltà industrializzata.
Nello stesso periodo si è andato delineando lo scenario di overshoot ecologico della specie umana, attraverso praticamente tutti gli indicatori di impatto ambientale.
Il problema, come ha detto qualcuno, non è che alcune notizie sono cattive e che i nichilisti ecologisti vedono solo quelle; il problema è che le notizie sono tutte cattive.   Quelle che non lo sono, o sono positive solo per chi non si cura dei danni ambientali, come la ripresa della crescita economica in questa o quell’area geografica; o irrilevanti, come la riduzione della mortalità per qualche malattia più o meno diffusa e importante.
La più cattiva delle notizie, che solo qualche pazzo può continuare a negare (il problema è terrificante quando quel pazzo diventa un candidato credibile alla presidenza degli Stati Uniti d’America) è quella che il cambiamento climatico sembra aver preso una traiettoria sulla quale è ormai difficile che si possa fare qualcosa se non, tornando all’inizio di questo post, raccomandarsi l’anima a Dio. Ognuno al suo, se ce l’ha.

Ancora più deprimente è l’incapacità di cogliere il nesso causale fra situazione ambientale globale ed esplosione demografica.
I vari ideologi si arrampicano sui pochi specchi disponibili: potremmo essere tanti e rispettare la natura dicono i comunisti ed i francescani. Possiamo essere sempre di più, purché riparta la crescita e la ricchezza torni a ‘sgocciolare’ verso gli strati più bassi della società, dicono gli idolatri del mercato.   Anzi, addirittura siamo troppo pochi, la natalità deve riprendere a crescere, si rischia una crisi demografica senza precedenti.
Esiste anche un catastrofismo economicista che accusa il catastrofismo ecologista di essere catastrofista.

Mi sono venuto a noia da solo a ripetere che il problema non è assicurare un trattamento pensionistico alla mia generazione, ma garantire delle condizioni di vita non disastrose alle generazioni successive, inclusa quella dei miei figli.  E invece il Main Stream politico – informativo continua martellante: ci vuole lo sviluppo sostenibile. Dipingiamo di verde tutte le porcate ecologiche che facciamo in giro per il mondo, finiamo di antropizzare il poco che resta della biosfera (ma ne resta?) e il gioco è fatto.
Portiamo tutti i popoli del mondo al livello di consumi europei, almeno, ed il gioco è fatto. Non vedete come sono ecologicamente impeccabili gli scandinavi? Sogni.
Le presunte virtù ecologiche dei paesi del nord sono sostenute quasi sempre dalla devastazione ecologica del sud. Nessuno in questo mondo è autarchico e basta dare un’occhiata alle mappe di impronta ecologica per capire che la sostenibilità è un’illusione.

Per come la vedo io siamo in una situazione disperata. Ma, c’è sempre un ma. Possiamo fare ancora molte cose: diffondere quello che sappiamo (alla fine ciò che è scientificamente vero si afferma).   Smettere di essere arrabbiati con quelli che non ci ascoltano e non ci capiscono, ma anche con quelli che ci ostacolano e ci combattono, la rabbia è inutile. Dimostrare che è possibile vivere in modo meno distruttivo o non distruttivo. Che si può contribuire a creare un’infrastruttura energetica non basata sulle fonti fossili. Che si può combattere il consumismo opponendosi all’uso indiscriminato della plastica, alla rottamazione del vetro, battendosi per il riuso degli oggetti, imparando ad aggiustare le cose usando il molto che sappiamo sul loro funzionamento, ripensando il modo in cui si progettano e si costruiscono.
Possiamo soprattutto parlare con i nostri vicini, raggiungerli e impressionarli con le parole e l’esempio, sperando che parole ed esempio percolino oltre il nostro numero di Dumbar. Possiamo crescere i nostri figli nella consapevolezza di quello che ci attende. Possiamo iniziare a pensare al dopo collasso, perché il collasso ci sarà, statene sicuri.
Non sappiamo dove comincerà né esattamente come (anche se un nuovo collasso finanziario sarà probabilmente il primo evento scatenante), né esattamente quando (ma non ci illudiamo, questa società ha i lustri contati. Io scommetto per un massimo di 15 anni). Ma quando sentite parlare di proiezioni economico-sociali al 2050 non ci credete. Nel 2050 la società umana funzionerà con leggi diverse da quelle attuali.

Ognuno può immaginare quello che preferisce. Io mi astengo dall’immaginare troppo perché non ci sono gli strumenti per prevedere gli esiti di un collasso di queste proporzioni.

global-warming-record-temperatures-2012-537x442

La bomba demografica, che fine ha fatto?

bomba demografica
“Beh, a quanto pare è arrivata” “Si, ma non scoppia”

La Bomba Demografica, prima di essere un modo di dire, fu il titolo di un best-seller dell’ambientalismo prima maniera.    Uscito nel 1968, cominciava con questa frase: “La battaglia per nutrire l’intera umanità è persa.   Durante gli anni ’70 centinaia di milioni di persone moriranno di fame, qualunque drastico programma venga messo in atto adesso”.    E continuava sullo stesso tono.
Fra l’altro, ispirò un famosissimo film di fantascienza: “Soylent Green”, uscito in Italia col titolo “2022: i sopravvissuti”

Il film era bello, ma il pronostico sbagliato.   Gli anni ‘70 segnarono anzi la fine delle grandi carestie post-belliche che avevano ucciso non centinaia, ma decine di milioni di persone.    Di carestie ce ne furono anche dopo, beninteso, ma assai meno gravi e dovute assai più a questioni politiche ed economiche che ad un’insufficiente produzione agricola mondiale.
Ma Paul Ehrlich, autore del libro, continuò a gufare e nel 1980 si scontrò con Julian L. Simon.   Un economista che diceva cose tipo: “Le condizioni di vita umane miglioreranno sempre in tutti campi materiali.   Qualunque sia il tasso di crescita della popolazione,

Paul Ehrlich
Paul Ehrlich

storicamente, la disponibilità di cibo è cresciuta alla stessa velocità, se non di più”.

Ehrlich scommise che fra il 1980 ed il 1990 il prezzo di cromo, rame, nickel, stagno e tungsteno sarebbe aumentato in conseguenza della crescita demografica e, quindi, dei consumi.
Perse.    Malgrado l’aumento di quasi 1 miliardo di persone in un solo decennio,  il tasso di crescita produttiva fu ancora superiore ed il prezzo delle materie prime (e del cibo) diminuì.    Simon vinse la scommessa.

Grande festa e definitiva archiviazione della questione “sovrappopolazione” che, nel frattempo, era diventata molto “politicamente scorretta”.   Gli ambientalisti ripiegarono sulla trincea “Il problema sono i consumi e non le persone” e lo spettro del reverendo Malthus fu per l’ennesima volta esorcizzato.

Ma ci sono spettri che hanno la capacità di risaltare fuori ogni volta che si pensa di essersene sbarazzati.

Del resto, nel 1798 il reverendo aveva osservato alcuni semplici dati di fatto.
Il primo era che i poveri avevano l’abitudine di fare più figli di quelli che potevano mantenere.  Ne dedusse che, se non si riusciva ad insegnare alla gente a controllare la propria riproduzione, non sarebbe stato possibile sconfiggere la povertà.
Il secondo era che la disponibilità di cibo cresceva più lentamente della popolazione.   Ciò creava una situazione da cui si poteva uscire in solo due modi: o una carestia, o un’emigrazione di massa che avrebbe spazzato via i “selvaggi delle Americhe”.
Entrambe le cose accaddero puntualmente e di più ancora.   Infatti, la strabordante popolazione europea sommerse non solo gli amerindi, ma travolse anche gli australiani e parecchi popoli dell’Asia centrale, come i Circassi.

Fra un bagno di sangue ed uno di folla, comunque la crisi globale su superata.   Nel senso che dopo ci furono un sacco di carestie gravissime, ma nessuna tale da avere conseguenze globali.
Del resto, da sempre la carestie locali hanno rappresentato uno dei metodi più efficaci per superare le crisi di sovrappopolazione.    A ben vedere, il fatto che gli europei, invece di crepare a casa propria, abbiano invaso il modo è una parziale anomalia, legata al fatto che hanno avuto i mezzi tecnici per farlo (navi a vapore e armi da fuoco moderne).    Prima di noi lo avevano già fatto altri, ad esempio gli Unni, a più riprese.   Del resto, anche le migrazioni da massa attuali si verificano perché i paesi-obbiettivo o lo consentono (almeno in parte), o non hanno i mezzi per impedirlo.

Comunque sia, negli anni ’60 il problema si ripropose e stavolta non c’erano continenti vuoti o vuotabili in cui sfogare il surplus di gente.   Ehrlich e molti altri ne conclusero che una morìa generale era inevitabile.
Dove hanno sbagliato?   Semplice: avevano sottovalutato le potenzialità del petrolio.   La “Rivoluzione Verde” consistette infatti nella capillare diffusione di una serie di tecnologie che, in termini energetici, misero gli umani in grado di mangiare petrolio e secondariamente metano.   Brutto?   Si, ma certamente meno che morire di fame.

bomba demografica e rivoluzione verde
Incremento del tasso di crescita demografica a seguito della Rivoluzione Verde.

Il guaio fu che, non solo accadde esattamente il contrario di quello che aveva detto Ehrlich.   Accadde anche esattamente quello che aveva previsto Norman Borlaug  che era stato esplicito.

La rivoluzione verde, aveva detto, regalava all’umanità il tempo di una generazione.   Se questo tempo non fosse stato impiegato per stabilizzare la popolazione, sarebbe stato un disastro senza precedenti.    Ed il tasso di crescita demografica aumentò vertiginosamente, per arrivare probabilmente al picco proprio in questi anni.

Dunque eccoci di nuovo a fare i conti con il fastidioso fantasma del reverendo.
Per ora non sta mancando cibo a livello globale.   Anche se il numero di persone denutrite sta aumentando rapidamente, è vero che se ci fossero meno sprechi ed un più efficiente sistema di distribuzione, oltre che meno guerre e disparità, da mangiare per tutti ce ne sarebbe.   Ed è anche vero che il tasso di natalità sta declinando dappertutto, lasciando intravedere la possibilità di una stabilizzazione spontanea fra i 9 e i 10 miliardi di persone, verso la metà di questo secolo.
Ma allora perché preoccuparsi?
Per una semplicissima ragione:   la popolazione attuale supera già la capacità di carico del pianeta PERLOMENO del 50%, probabilmente molto di più.
Ne è una prova definitiva il fatto che stiamo assistendo ad un’accelerazione vertiginosa di tutti i processi di degrado dell’ecosistema globale.  Che vuole anche dire: processi di riduzione della capacità di carico.
Per essere chiari, per vivere stiamo distruggendo molto rapidamente non solo i fondamentali di qualunque possibile economia, ma anche i presupposti per l’esistenza di una vita biologica sulla Terra.    Chiaro il concetto?

Per di più, il nostro alimento principale, il petrolio, comincia ad avere dei costi energetici rapidamente crescenti.   Cioè ci vuole sempre più petrolio per estrarre e raffinare il petrolio.   Il rischio che cominci a scarseggiare di qui a poco è quindi concreto.

Allora la bomba demografica scoppia?

Dipende.   Molto, molto indicativamente direi che sono possibili tre scenari-base.

Scenario 1 – Le tendenze attuali in termini di crescita della produttività, crescita demografica e distruzione della Biosfera rimangono sostanzialmente inalterate.    I 4 cavalieri non ce li toglie di dosso nessuno.   Non sappiamo quando e come, ma arrivano di sicuro.

Scenario 2 – Si trova il sistema di aumentare vertiginosamente la produttività agricola e industriale, pur riducendo drasticamente tutte le forme di inquinamento e, contemporaneamente, si stabilizza la popolazione umana.   Insomma quello che avremmo dovuto fare 50 anni fa.   Molti dicono che è possibile, ma io sono scettico.   Nessuna delle tante tecnologie attualmente in concorso per il salvifico ruolo ha le potenzialità produttive che aveva a suo tempo il petrolio.   Non in tempi così brevi, perlomeno.   Inoltre rimarrebbero aperte le questioni demografiche e della distruzione della Biosfera che nessuno ci sta spiegando come si pensa di sistemare.

Scenario 3 – Tutte le risorse disponibili vengono investite nella conservazione/recupero delle tre “conditio sine qua non” per l’esistenza di una qualunque civiltà: Fertilità, Acqua e Biodiversità.   Si lascia che il tasso di mortalità aumenti in modo non drammatico e, nel frattempo, si spinge il rallentamento della natalità in quelle zone dove è ancora molto alta.   Con molta fortuna, prima della metà del secolo la popolazione mondiale potrebbe cominciare a declinare in maniera abbastanza rapida, ma quieta.   Senza catastrofi apocalittiche.    Se nel frattempo fossimo riusciti a conservare una quota sufficiente di biosfera, gli ecosistemi potrebbero lentamente recuperare, almeno in parte, tendendo ad un qualche tipo di parziale equilibrio.    Questo significherebbe la possibilità per i nostri discendenti di costruire nuove civiltà.    Senza petrolio è possibile, senza acqua, terra e biodiversità invece no.

Si tratta di una possibilità piuttosto remota, ma a mio giudizio già molto più probabile dello scenario 2, anche se molto meno seducente.

Comunque, secondo voi, a quale di questi tre scenari stanno lavorando i governi e quasi tutte le istituzioni del mondo?

La fine dell’economia: che ne è stato della profezia di Keynes?

La profezia di KeynesLe profezie sono sempre piaciute, sia quelle pessimiste che quelle ottimiste.   Fra queste ultime, una poco nota la dobbiamo ad un personaggio che oggi va di gran moda: nientedimeno che Lord John Maynard Keynes.

Mi riferisco ad una sua conferenza del 1928 (pubblicata nel 1930) dal titolo:”Quali saranno le possibilità economiche dei nostri pronipoti?”   Poiché quei pronipoti siamo noi, penso che sia interessante rileggere quelle pagine.

In sintesi, Keynes sostiene che un vero progresso cominciò solo con la massiccia importazione di oro ed argento saccheggiati nel Nuovo Mondo durante il XVI secolo.   Circa un secolo più tardi, cominciò la grande èra del progresso tecnologico, con un numero incalcolabile di grandi invenzioni e lo sviluppo di ogni tipo di macchine.

Il risultato fu un enorme incremento della popolazione mondiale e, dunque, dei consumi.   Specialmente in Europa ed negli Stati Uniti il tenore di vita quadruplicò ed il capitale centuplicò.
Punto importante, Keynes si aspettava che, a quel punto, la popolazione globale tendesse a stabilizzarsi sui 2 miliardi circa.   Mentre sia il miglioramento tecnologico che l’accumulo di capitale avrebbero continuato a crescere in maniera esponenziale.

Questo straordinario progresso, prevedeva, avrebbe creato un serio problema di disoccupazione, ma si sarebbe trattato di una fase temporanea.   Nel giro di un secolo da allora (dunque all’incirca adesso), il tenore di vita nei paesi avanzati sarebbe stato tale che l’economia avrebbe definitivamente cessato di interessare alla gente, ma attenzione!   Solo a condizione che nel frattempo non si fossero verificate né grosse guerre, né grossi incrementi di popolazione.

Quello che mi ha colpito del discorso è che non vi si fa neppure un minimo cenno alla disponibilità di risorse (energetiche e non).   E neppure alla possibilità che l’alterazione degli ecosistemi possa portare a controindicazioni gravi, finanche catastrofiche.
In sintesi, colpisce la totale assenza di ogni riferimento alla legge dei “ritorni decrescenti” che, peraltro, il nostro conosceva benissimo.
La seconda parte della conferenza si concentra sulle conseguenze sociali di questo straordinario benessere.
In particolare, Keynes paventa il rischio che il rapido venir meno di preoccupazioni e necessità pratiche possa provocare dei “crolli nervosi” in molte persone.   Analogamente a quanto, secondo lui, stava già allora accadendo alle donne della buona borghesia occidentale.   Infelici perché la ricchezza le aveva private di divertimenti quali pulire, lavare, cucinare, accudire i figli.   (Senza nulla togliere al piacere di accudire una famiglia, mi piacerebbe sapere cosa pensasse di questo Lady Keynes).

Dunque, prosegue l’insigne economista, sarebbe stato necessario ancora per molto tempo mantenere un minimo di orario lavorativo. Suggeriva che, probabilmente, 3 ore al giorno sarebbero state sufficienti.
Ma annunciava anche cambiamenti ben più importanti!   Una volta che l’accumulo di denaro fosse stato tale da perdere la sua importanza sociale, l’umanità avrebbe finalmente potuto sbarazzarsi dell’ipocrisia con cui si esaltano come virtù i vizi peggiori.
“Saremo liberi di tornare ad apprezzare i principi religiosi e le virtù tradizionali.   Di tornare a considerare che l’avarizia è un vizio, che l’usura è un crimine, che l’amore per i soldi è detestabile.   Potremmo tornare a valorizzare gli scopi più dei mezzi e preferire il buono ed il bello all’utile.   Ad apprezzare le deliziose persone che sanno metter gioia nella vita propria ed altri.”
“Ma attenzione.   Tutto questo non ancora.   Per altri cento anni (dunque all’incirca fino ai giorni nostri) dobbiamo pretendere da noi stessi e dagli altri che il giusto sia sbagliato e viceversa perché l’errore è utile e il giusto non lo è.   Bisogna che avarizia ed usura continuino ad essere i nostri dei ancora per un poco, perché solo loro possono condurci fuori dal tunnel  del bisogno, alla luce del benessere.”

Secondo Keynes, la velocità di avvicinamento a questo bengodi sarebbe stata governata da quattro cose:  “La capacità di controllo della popolazione, la determinazione nell’evitare guerre e rivolte, la volontà di dare alla scienza una direzione propriamente scientifica, il margine di accumulo al netto dei consumi.”
A difesa di Keynes, bisogna dire che, a pensarci bene, qualche grossa guerra nel frattempo c’è stata.   E che la popolazione umana sia più che triplicata spiega sicuramente molti dei nostri attuali problemi. Ma chissà cosa direbbe oggi se potesse vedere dove la smodata avidità sta portando i pronipoti di cui vagheggiava?