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Guerra fredda, calda, tiepida? – Seconda puntata

Nella precedente puntata ho tentato di fare una sintesi estrema dei principali presupposti ad un’ipotetica futura guerra di vasta portata.   Ma nel frattempo l’attacco a Mossul è cominciato, senza fretta.   la grossa incognita è: cosa succederà quando i curdi e gli sciiti si incontreranno in centro?

Intanto vediamo molto sommariamente alcuni elementi importanti che la stampa trascura completamente quando tratta di questi argomenti.

 

Cosa si dimentica

crisi USA - CinaDunque Aleppo (e dal  17-10-2016 anche Mossul) non sono che minimi tasselli di un mosaico globale in cui si fronteggiano due potenze vicine al loro zenith, USA e Cina.   Una terza, decaduta ma tuttora importante, cerca di recuperare terreno verso la prima, ma per farlo ne perde con la seconda.   La guerra fredda (o peggio) che si sta addensando non è quindi un revival di schemi cari ai nostalgici dell’Unione Sovietica, bensì un quadro completamente nuovo in cui Cina (ascendente) ed USA (calante) si contendono la carcassa del mondo.   Tutti gli altri sono pedine di questo gioco.

Ancor più importante, a mio avviso, è il fatto che il movente principale dell’ostilità  non è più imporre un dato sistema politico-economico al mondo, bensì puntellare le proprie società in disintegrazione.  Il che rende la situazione molto più pericolosa, anche se non nell’immediato.

Ma perché mai le società di quasi tutti i paesi del mondo, comprese le super-potenze,  sono in così grave crisi da dover rischiare una guerra, pur di tenerle insieme?    Ovviamente la concause sono molte.   Alcune sono specifiche dei vari paesi, altre riguardano invece tutti, sia pure in modi diversi.

limiti-dello-sviluppoIl principale punto volentieri dimenticato è che la crisi globale attuale è l’avvisaglia dell’impatto della civiltà industriale contro i limiti invalicabili delle leggi fisiche.  E il “bello” deve ancora arrivare.   Dietro il tuonare dei cannoni e lo sferragliare dei cingoli si cela lo stringersi ineluttabile della triplice morsa costituita dal decadimento delle risorse, una complessità non più sostenibile e l’aumento dell’entropia planetaria.
In queste condizioni, le guerre non sono altro che un modo per accelerare la decandenza.   Lo abbiamo già visto con le piccole guerre  in corso o recenti: anche chi vince non ha poi i mezzi per controllare il territorio conquistato.   Tantomeno per ricostruire ciò che la guerra ha distrutto.   In pratica, anche i vincitori perdono.

Ma una nuova “grande guerra” non penso sia dietro l’angolo, neppure fredda.    La globalizzazione ha fatto enormi danni nel mondo, ma ha un indubbio vantaggio.    50 anni fa i sistemi economici dei due blocchi erano largamente indipendenti, mentre oggi sono inestricabilmente interdipendenti.   Né USA, né EU, Russia, Cina e nessun’altro attore grande o piccolo di questa tragica farsa può sopravvivere senza i propri nemici.   Nessuno può ormai tirarsi fuori dall’economia globalizzata senza collassare all’istante ed il collasso di uno qualunque dei grossi provocherebbe (provocherà) il collasso di tutti gli altri.   Lo sanno molto bene i pezzi grossi, ma lo ignorano le basi nazionaliste od integraliste che li sostengono.   Una situazione che diverrà sempre più pericolosa, man mano che le condizioni economiche e sociali peggioreranno per tutti i paesi (ma non per tutte le classi sociali), inducendo i governi ad agitare sempre di più le spade.

Una win-win situation?

E’ d’uopo terminare gli articoli con una parola di speranza.    In questo caso è uno poco perversa, ma c’è.
E’ infatti molto possibile che i governi principali riescano a mantenere il controllo della situazione e non prendano misure eccessivamente dannose per le proprie poplazioni.   Guerre regionali anche più grosse di quelle in corso ci saranno di sicuro.   Ad esempio, penso sia molto elevato il rischio di una guerra regionale che coinvolga direttamente Arabia Saudita, Turchia ed Iran (con quali protettori internazionali sarebbe probabilmente una sorpresa per molti).    Tuttavia, il generalizzato macello che qualcuno paventa potrebbe benissimo non avvenire.   In questo caso, il declino della civiltà industriale proseguirà a sdrucciolare lungo la china termodinamica attuale.
Se, viceversa, si giungerà alla formazione di due blocchi isolati, il danno economico sarà terribile per tutti.   La miseria dilagherà molto rapidamente, portando ad una drastica riduzione di consumi ed emissioni.   A ruota seguirà l’indispensabile calo della popolazione mondiale.   Insomma, una nuova guerra fredda accelererebbe i tempi per il collasso dell’economia industriale in gran parte del mondo, a vantaggio di quel che resta della Biosfera.    Uno scenario molto peggiore per noi, ma probabilmente migliore per i nostri discendenti.
Infine, che accadrebbe se i pesi massimi si scontrassero sul serio?     L’immenso volume di fuoco che potrebbero mettere in campo sarebbe concentrato sulle grandi città, le infrastrutture di trasporto ed i centri industriali.   Certamente ci sarebbero impatti disastrosi anche dal punto di vista ambientale, ma la civiltà industriale troverebbe la sua fine nel giro di anni (forse di mesi) anziché di decenni.
Ad oggi pare una possibilità molto remota, ma se dovesse succedere sarebbe probabilmente la migliore notizia possibile per la Biosfera.

Cosa vogliamo sperare che accada?   Ognuno di noi può scegliere cosa sperare, ricordandosi però che è contemporaneamente parte integrante del sistema economico globale, di uno dei blocchi politici contrapposti e della Biosfera.    La nostra vita dipende contemporaneamente da questi tre sistemi incompatibili.    Possiamo scegliere per chi fare il tifo.

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Guerra fredda, calda o tiepida? – prima puntata.

Prima di tutto vorrei ricordare che il sottoscritto, come tutti voi, dispone esclusivamente di notizie di stampa quanto meno partigiane.   Non penso dunque di sapere come effettivamente stiano le cose, ma semplicemente di suggerire una serie di riflessioni che cercano di trascendere l’animosità e la partigianeria insiti nel nostro modo di rapportarci alla politica.

Aleppo

guerra aleppoMentre prosegue la “varsavizzazione” dei quartieri ribelli di Aleppo, i rapporti fra USA e Russia si sono ulteriormente deteriorati.   Tanto che da molte parti, anche autorevoli, si parla ormai apertamente di un ritorno alla guerra fredda.   O peggio.

Apparentemente, la causa di tanto disastro sarebbe lo scontro fra le truppe di Assad (sostenute da Mosca) e varie milizie ribelli, fra cui l’Esercito Siriano Libero ed i curdi dell’YPG (entrambi sostenuti dagli Stati Uniti, ma nemici fra loro; l’ESIL è appoggiato anche dalla Turchia che è invece contro l’YPG).    Certo non è una sorpresa per nessuno che l’accordo ufficioso anti-ISIL fra USA e Russia sia saltato appena il “califfato” ha cessato di essere pericoloso per i rispettivi interessi (l’ISIL ad Aleppo non c’è più dal gennaio 2014).   E neppure è sorprendente che sia saltata l’alleanza fra YPG e Assad, nonappena i due si sono incontrati sul terreno.   E non sappiamo neppure quanto sia effettivo il controllo dei “pezzi grossi” sui rispettivi “clienti”.

Ma, mi domando, è mai possibile che due dei paesi più importanti del mondo arrivino ai ferri corti per una fetta in più o in meno di quello che era uno stato fallito già prima che 5 anni di guerra lo riducessero in pezzi?   Vista così, sembra davvero poco credibile.    Tanto più che sia gli americani che i russi dovrebbero aver imparato la differenza che c’è fra conquistare un territorio e controllare il medesimo.
Proviamo allora ad allargare lo sguardo.

Il Medio Oriente

Accanto alla Siria c’è l’Iraq, dove l’ultima città importante in mano all’ISIL è Mossul, da mesi sotto un lasco assedio.   Da sud premono i governativi, sostenuti da fanterie iraniane ed aviazione USA; a nord ci sono i curdi sostenuti dai turchi.   Se Turchia e USA continuano (per ora) ad essere alleati, i loro protetti (rispettivamente curdi  e governativi iraqueni) sono invece nemici da sempre.

Allarghiamo ancora un poco l’orizzonte e troviamo Turchia, Iran, Arabia Saudita ed Egitto; tutti in piena ebollizione.

La Turchia è stata per 70 anni l’alleato di ferro dell’Occidente, ma dai tempi dell’invasione USA dell’Iraq, nel 2003, l’alleanza si è incrinata ed oggi appare fatiscente.   La progressiva islamizzazione del regime ormai quasi dittatoriale di Erdogan e la repressione seguita al fallito colpo di stato del 15 luglio scorso, hanno precipitato la situazione.
Intanto l’esercito turco ha occupato fette di Siria per impedire che fossero occupate dall’YPG e dagli americani.

L’Iran, dopo essere stato l’inventore dell’integralismo islamico post-moderno e l’arcinemico dell’occidente per decenni, sta rapidamente riallacciando rapporti di collaborazione anche militare con USA ed EU.   Ma l’Iran mantiene anche buoni rapporti con la Russia e sostiene Assad, sia pure in modo sempre più tiepido, man mano che i dittatore riacquista potere.

L’Arabia Saudita sembra sul’orlo di un’implosione, sia sul piano interno che su quello internazionale.  Dopo aver demolito mezzo Yemen senza riuscire a vincere la guerra, si è vista tagliare gli aiuti militari proprio dagli USA che la hanno sempre sostenuta ad oltranza.   E mentre il governo saudita espelle o incarcera buona parte degli esponenti yemeniti che fino a ieri erano suoi alleati, qualcuno spara contro le navi USA che incrociano a largo dello Yemen (padellando).

L’egitto, ex campione dell’Unione Sovietica ai tempi di Nasser e poi fedelissimo degli USA, è sicuramente sull’orlo di un’implosione.   Probabilmente il regime militare rimane in sella solo grazie alla terroristica repressione di ogni forma di dissenso.   D’altronde, l’alternativa sarebbe un altrettanto feroce regime islamista.   Al Sisi lo sa e, pur restando alleato degli USA, lancia strizzatine d’occhio a Mosca in cerca di conforto.   Nel frattempo la popolazione egiziana cresce al ritomo di quasi due milioni di persone all’anno.   Le conseguenze sono inevitabili e ci saranno 100 milioni di persone disperate ai nostri confini.   Sarebbe bene cominciare a pensarci.

Dunque il quadro medio-orientale appare in una fase caotica (in senso sistemico).   Vale a dire una fase in cui tutti gli elementi principali fluttuano senza una regola identificabile e possono quindi essere attratti in una delle molte direzioni possibili anche da spostamenti minimi di fattori interni od esterni.

Le grandi potenze

USA - RussiaAllargando ancora il campo, troviamo che lo scontro fra Russia e NATO non è limitato al Medio Oriente.   Indipendentemente dalla complessa genesi della crisi ucraina, non c’è dubbio che la linea di demarcazione fra la parte di questo paese che gravita verso est e quella che gravita verso ovest è tutt’altro che pacificata.  Sparatorie e scambi di cannonate sono quotidiani e, se la situazione rimane praticamente immutata, è solo perché nessuno dei contendenti ha il fiato di tentare un’offensiva.   Per Putin, l’intervento in Siria ha probabilmente anche la funzione di attirare l’attenzione dei nazionalisti russi su di un fronte più remoto, ma la questione del Donbass rimane una ferita aperta che può suppurare in qualunque momento.   Anche in considerazione dello scarso controllo che igoverni esercitano su parte delle milizie impiegate in entrambi i campi.

E veniamo dunque a dare un’occhiata ai due contendenti principali (o apparentemente tali): USA e Russia.

I primi sono stati paragonati ad un “guscio di acciaio vuoto dentro”.    In effetti, se la potenza militare statunitense attuale non teme confronti, la società che questa forza protegge si sta disintegrando e credo che il livello della campagna presidenziale in corso sia un buon indicatore in questo senso    Di qui la necessità per il governo di compattare il paese mantenendo uno stato di allerta crescente, anche a rischio di aumentare il pericolo reale.   Specialmente a ridosso di elezioni in cui entrambi i candidati hanno deciso di giocare il ruolo dei “duri”.

Se Atene piange Sparta non ride (o viceversa) si diceva un tempo.   La Russia post sovietica ha rimesso insieme una variante di economia capitalista basata essenzialmente sull’esportazione di materie prime in Europa.   Ma dal 2008 la situazione ha ricominciato a peggiorare e dal 2014 è precipitata.   Non tanto per le sanzioni occidentali, quanto per la crisi economica dei loro principali clienti (noi) e del mondo intero, che si è portata dietro il crollo del prezzo del petrolio.   Non dimentichiamoci inoltre che, malgrado la Russia sia oggi il principale esportatore mondiale di energia, la maggior parte dei suoi giacimenti di petrolio sono post-picco.   Questo significa costi crescenti ed EROEI calanti.
I giacimenti di gas sono invece irreversibilmente collegati all’UE.   Mosca sta cercando di sviluppare i giacimenti di gas siberiani collegandoli alla Cina, ma la nuova rete di metanodotti dovrebbe essere costruita in tempi di migragna e di ritorni rapidamente decrescenti, oltre che su terreni in parte resi instabili dal riscaldamento climatico.   Non sarà una cosa semplice, né veloce.
Anche in questo caso, solleticare il proverbiale patriottismo russo è un modo semplice e sicuro di compattare il paese, specie se alla guida c’è un personaggio particolarmente popolare come Vladimir Putin.   Ma se Putin è molto popolare, il suo partito non lo è affatto e questo pone il capo nella delicata posizione di dover costantemente rinfrescare la sua vernice di uomo duro e vincente.   Un gioco che diventa sempre più pericoloso, man  mano che i margini di manovra si assottigliano.

Guerra, contenimento CinaMentre tutti gli occhi guardano la Russia europea, cosa succede dalla parte opposta del pianteta?   Succede che la Cina si trova anch’essa nelle peste di una crisi economica che si va cronicizzando.   Anche se formalmente il PIL continua a crescere, la gente si va rendendo conto che la festa è finita e diventa nervosa.   Pronta anche qui un’altra iniezione di nazionalismo e di paura, con una serie di azioni per rivendicare alcuni scogli.   Ma dietro queste sceneggiate, Pechino sta mettendo in atto una serie di operazioni molto più consistenti.   Nel Mar Cinese e nell’Oceano Indiano sta infatti stabilendo una serie di basi logistiche e militari che (giustamente) spaventano i suoi vicini.
Se ne è accorto Obama che, da qualche anno, ha avviato una complessa politica di contenimento, saldando un’alleanza fra molti degli stati più o meno direttamente minacciati.   Da Giappone, Korea del Sud e Taiwan, fino al Vietnam ed alle Filippine (con una minaccia di Duterte di cambiare campo se non gli lasciano ammazzare i 3 milioni di filippini che vuole eliminare).   Ma ultimamente anche Indonesia ed India sembrano aver deciso che la Cina è più pericolosa degli USA.
Dunque, mentre l’espansione cinese verso il mare sta incontrando resistenza, verso il continente le porte le si spalancano.   Le difficoltà in cui annaspa la Russia favoriscono infatti la Cina che si sta letteralmente comprando d’occasione le risorse siberiane, tanto quelle russe che quelle dei suoi satelliti asiatici.   Per ora fa eccezione il Kazakistan che tiene fuori i cinesi, ma non i russi.
Dunque, abbiamo una potenza in declino, erede una notevole forza militare, ma senza più un sistema industriale in grado di sostenerla.   Questa, per difendere i suoi confini occidentali (o comunque quelli che considera tali), sta svendendo i suoi confini orientali dove una potenza prossima al suo picco sta cercando disperatamente spazio.

Il seguito alla prossima puntata.

PS. Aggiornamento dell’ultim’ora: pare sia iniziato l’attacco dei governativi iraqueni a Mossul.   Il rischio che vada come ad Aleppo è molto alto.    Così come è molto alto il rischio di uno scontro diretto fra Turchia e Iraq per il controllo di parti della città.

 

La fine del “califfato” è vicina?

A Raqqah! A Raqqah!

La fine del "califfato" è vicina?
Territorio controllato da Daesh (giugno 2016)

Le poche notizie che circolano sulla guerra in Siria ed Iraq sono fornite dai comandi delle fazioni principali, dai loro rispettivi “tutor” internazionali o da organizzazioni locali, comunque politicamente schierate pro o contro questo o quel belligerante.   Di conseguenza, prima di dare qualcosa per certo occorre aspettare e vedere se e come le varie fondi convergono su una versione dei fatti credibile.

Ciò nondimeno, per il “califfo” sembra proprio che si stia mettendo male.   Tutte le principali città che gli rimangono sono minacciate.

A Mossul, le milizie curde, sostenute dai turchi (sissignori, proprio i turchi), tengono le colline a nord della città.   Mentre le truppe irakene e le milizie sciite, col sostegno dell’aviazione USA e di fanterie iraniane, premono da est.   Non sapendo che fare, il capo locale ha fatto pubblicamente bruciare vive 19 ragazze curde che si erano ribellate alla schiavitù.

A Falluja, con la copertura aerea statunitense, lentamente e prudentemente, avanzano le truppe governative, sostenute da varie milizie locali (alcune delle quali ufficiosamente inquadrate da militari iraniani).

Perfino Raqqah, la capitale dello “stato islamico” è quasi circondata, presa fra due fuochi.   Da sud avanzano i governativi di Assad, appoggiati da truppe iraniane e milizie locali.   La Russia offre l’ombrello aereo e non solo.    Da nord preme un non meno eterogeneo cartello di milizie tribali fra cui spiccano i curdi (ma questi sono nemici dei turchi), sostenuti dall’aviazione e da “istruttori” americani e NATO.

Nel frattempo, diversi pezzi grossi del regime sono stati “vaporizzati” dai droni USA.   Non solo questo non ha fatto bene all’organizzazione, ma ha anche scatenato una sorta di “caccia alla spia” all’interno stesso delle milizie jihadiste.   Pare che decine di combattenti siano stati pubblicamente torturati ed uccisi perché sospettati di essere spie.   L’ideale per galvanizzare una truppa demoralizzata da una serie di rovesci sul campo.

Anche nelle altre zone in cui operano gruppi affiliati non va niente bene.   In Nigeria Boko Haram esiste ancora e fa paura, ma ha perso molto terreno e molti uomini.   Perfino nel caos libico, Sirte è stata in buona parte conquistata da milizie “governative” (qualsiasi cosa ciò significhi oggi il Libia).

Un paio di anni fa Daesh controllava una grossa fetta di Medio Oriente, dove aveva organizzato una sorta di proto-stato relativamente efficiente, le sue avanguardie sparavano alla periferia di Baghdad e da tutti il mondo migliaia di “foreign fighters”accorrevano al suo servizio.  Per lo stipendio, certo, ma anche per la gloria e la vittoria.   Perfino un certo numero di ragazze europee ci sono andate, pensando che fosse una buona idea far figli per il “Califfo”.
Il Nord della Nigeria era in gran parte controllato dai miliziani di Boko Haram che cominciavano a colpire anche nei paesi confinanti.   In Libia i Jihadisti si erano alleati con i superstiti del regime di Gheddafi, prendendo il controllo di diverse zone e minacciando la Tunisia.

Cosa è cambiato per rovesciare così le fortune del califfo?

La fine del “califfato” ?

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Territorio controllato da Daesh due anni fa.

Diciamo che ha fatto parecchi errori e tutti gravi.   Credo che i principali siano stati due.

Probabilmente, il peggiore è stato proprio quello di auto-proclamarsi califfo.   Dal nostro punto di vista, una semplice trovata pubblicitaria, se non una pittoresca baggianata.
Invece dal punto di vista dei mussulmani credenti una cosa gravissima.   Proclamarsi Califfo significa infatti rivendicare il supremo potere spirituale e politico sull’intero mondo islamico.   Una cosa come papa e imperatore contemporaneamente nel nostro medio-evo.
Dunque un fatto entusiasmante per i suoi seguaci, ma un sacrilegio per gli altri mussulmani.    Ancora peggio, un modo sicuro per alienarsi i favori di tutti i governi islamici; compresi quelli che, probabilmente, avevano aiutato Daesh a nascere ed espandersi: Turchia, Arabia Saudita e Qatar.

Il secondo gravissimo errore è stato ammazzare 130 persone a Parigi.   Gli attentati in Europa facevano parte di una strategia di marketing del “califfato” che aveva avuto molto successo.   Specialmente negli ambienti dei rampolli senza identità e senza futuro delle classe media mussulmana europea.   Perlopiù figli o nipoti di immigrati che si erano sistemati, talvolta male, spesso bene.    Ma il secondo attacco a Parigi ha in qualche modo fatto traboccare un vaso.   NATO e Russia, malgrado fossero ai ferri corti per la grana del Donbass, hanno infatti trovato un’intesa di fatto sulla Siria, passando alto sulla testa dei turchi che hanno tentato invano di boicottarla.   Niente di ufficiale, naturalmente, ma di fatto le aviazioni delle due potenze (e dei relativi satelliti) da quel momento hanno cominciato a collaborare.   Non solo, hanno cominciato ad attaccare l’infrastruttura economica del Califfato che, misteriosamente, fino ad allora era rimasta quasi intatta.

Ma sull’augusto turbante del “califfo” sono piovute anche altre tegole.   Ad esempio, certamente non gli ha giovato che gli storici rapporti fra USA ed Arabia Saudita siano oggi al minimo storico; mentre le “sultanerie” di Erdogan hanno profondamente minato i rapporti della Turchia con i suoi alleati di sempre.   Perfino con la Germania, suo sponsor da sempre.   E questo proprio mentre procedeva una parziale normalizzazione dei rapporti con l’Iran.   Di più: oramai sia in Sira che in Iraq l’aviazione a stelle e strisce collabora apertamente con formazioni iraniane o filo-iraniane.   Complice anche l’altro artefice di immensi errori in questo periodo: Benjamin Netanyahu, che ha danneggiato Israele più di quanto non fossero riusciti a fare tutti i governi arabi insieme negli ultimi 30 anni.

Nel frattempo, l’assurda ferocia di Boko Haram ha portato tutti i paesi coinvolti a cooperare, col risultato che sappiamo.   Ed anche il Libia, la maggior parte dei capi fazione ha trovato che non era una buona idea far fuori un dittatore per poi sottomettersi ad un altro ancora più pazzoide del primo.   Così, pur non andando d’accordo su niente, sono riusciti a coalizzarsi contro il nemico comune.

Cosa succederà poi?

Dunque la storia del “califfato” è agli sgoccioli?   Probabilmente, ma non si può dire per certo.   Non tanto perché al-Baghdadi abbia chissà quali carte da giocare, ma perché non bisogna mai sottovalutare la capacità di sbagliare che hanno i suoi nemici.   In altre parole, penso che il califfo possa solo vendere cara la pelle, ma qualcuno degli altri, nel frattempo, potrebbe fare qualche sciocchezza tale da dargli una nuova opportunità.

Poi bisognerà vedere cosa succede quando le varie fazioni in lotta contro l’ISIL si incontreranno in piazza.   Si daranno la mano o continueranno la guerra fra di loro?   Presumibilmente, anche l’accordo di sottobanco fra Russia e NATO verrà a cessare con la caduta delle principali roccaforti del califfato.   E dopo?    Si sono già messi d’accordo su cosa fare o si azzufferanno per l’interposta persona delle varie milizie clienti?   Per citare solo un esempio, il Pyd (principale partito curdo siriano) finora è stato alleato di Assad, ma anche degli USA che vorrebbero far fuori il dittatore siriano.   Ed ha formalmente annunciato che dichiarerà l’indipendenza dalla Siria: l’unica azione capace di mettere d’accordo Assad ed Erdoghan.

Ma pensiamo positivo ed immaginiamo che nessuno faccia apocalittiche stupidaggini ancora per qualche mese, magari un anno.   Con tutta probabilità di qui ad allora Daesh sarà in lista di attesa per entrare nei libri di storia, ma questo non chiuderà assolutamente la partita dell’integralismo islamico.   Men che meno quella del terrorismo in generale.

Sovrappopolazione e “bubbone giovanile”, errori e tradizioni storiche, crisi economiche ed alimentari, picco del petrolio e dell’energia, peggioramento del clima e siccità, distruzione dei suoli e della biodiversità, disintegrazione del “modello occidentale”, classi politiche infami e/o incapaci a seconda dei casi, opinioni pubbliche determinate a non ammettere l’ineluttabilità di alcuni fatti, sono solo alcuni dei fattori che hanno contribuito a creare il fenomeno dell’integralismo islamico (e non solo islamico, beninteso).    Se anche fra qualche mese la testa di al –Baghdadi facesse bella mostra di sé confitta su di una picca, tutti questi fattori, assieme ad altri, sarebbero comunque lì dove erano nel 2000.   Anzi, alcuni parecchio peggiorati rispetto ad allora.

La Turchia al salvataggio di Daesh ed altri disastri

Siria, 12 Marzo 2016
Siria, 12 Marzo 2016

Il buon Leo Longanesi era solito dire che la Storia non si ripete ma fa la rima. Non so a voi ma a me, inguaribile gufo (e rosicone) la tragedia Siriana ricorda, in qualche modo, la guerra civile Spagnola.

Non certo per il gioco delle forze e delle ideologie in campo ma piuttosto per il fatto che una tragica guerra civile diventa il pretesto per un test delle tecnologie delle rispettive forze e debolezze e della solidità di blocchi contrapposti. A quei tempi ovviamente, patto d’acciaio contro Russia ( con osservatori USA ed inglesi) oggi Russia e Nato.

Sembrano insomma le prove generali di un bel conflitto mondiale, tanto per cominciare bene il nuovo millennio. Certamente in parecchi stanno scrocchiando le nocche e flettendo i bicipiti, in attesa dell’occasione buona per menare le mani sul serio.

Ma proviamo ad entrare nel merito, per quello che un peon fiorentino può capire di questo sanguinoso e tragico garbuglio.

La cosa che a me pare tremenda è che, in ultima analisi, appare sempre più evidente come questa tragedia sia stata fomentata, favorita e poi foraggiata e finanziata oltre che dai soliti “misteriosi” fiancheggiatori arabi, da uno stato  a parole moderato e laico. La Turchia, forse speranzosa di poter mettere le mani, in qualche modo, su una Siria disintegrata ( e sui suoi pozzi di petrolio) o più semplicemente di creare un protettorato in grado di tenere a freno le mire indipendentiste curde.

Per oltre un anno, di fronte al rischio evidente di un genocidio, basterà ricordare Kobane, la Turchia se ne è stata buona. Anche troppo: ricorderete i soldati turchi che assistevano alla battaglia che si svolgeva a poche centinaia di metri di distanza, senza muovere un dito.

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Siria Maggio 2015

Poi, con l’inizio dei bombardamenti USA e russi, la marea si è invertita ed i curdi hanno prima scacciato l’Isis dalle terre con popolazione in maggioranza curda e poi via via anche da quasi tutta la fascia di confine con la Turchia ( potete fare il confronto da soli fra la situazione nel Maggio del 2015 ed ora).

Anziché aiutarli a completare l’opera, così ponendo fine alla strage, dato che l’Isis, senza sbocchi verso il mare sarebbe rimasta senza rifornimenti di armi e munizioni e quindi sarebbe stata rapidamente spazzata via, la Turchia ha deciso di passare all’ azione.

Per fermare i curdi, non l’Isis. In mezzo a prove sempre più concrete di un diretto coinvolgimento nella compravendita di petrolio contro armi,

cisterne distrutte in un attacco russo
cisterne distrutte in un attacco russo

con il califfato, con voci di un coinvolgimento diretto nei traffici della famiglia di Erdogan, alla ricerca disperata, addirittura, di un casus belli ( si veda l’abbattimento dell’aereo russo) che potesse obbligare la Nato a schierarsi dalla sua parte, posta alle strette ha riesumato, è ovviamente solo una ipotesi, i classici metodi da “false flag” per giustificare l’inizio dei bombardamenti contro… l’YPG.

Visto che era difficile inventarsi un incidente alla frontiera ci sono voluti un paio di attentati per coinvolgere l’opinione pubblica interna ( che aveva comunque poco bisogno di essere convinta) ed internazionale che l’YPG è una organizzazione terrorista, che come tale va fermata e, nel caso bombardata sul territorio siriano, in modo da impedirgli ulteriori conquiste ( che sarebbero ai danni dell’ISIS, bene chiarire di nuovo).

Certo questo fa MOLTO comodo all’ISIS-DAESH.

Anzi: per ora ne garantisce la sopravvivenza.

Certo: questo rende sempre più vergognoso il silenzio ipocrita dell’occidente.

( continua)