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Grugniti in libertà di un cacciatore raccoglitore del XXI secolo

La riforma del Mes: come trasformare un incubo in una farsa.

Il MES meccanismo europeo di stabilità è la notizia di apertura di tutti i telegiornali, in questi giorni.

Il famigerato fondo “salvastati”, prevede prestiti a bassissimi interessi a paesi in cirisi finanziaria che non potrebbero accedere ad altri sistemi di finanziamento. Come la Grecia ci ha mostrato anche troppo bene, quando un paese chiede questi aiuti, rinuncia di fatto alla propria sovranità, esponendosi a ristrutturazioni telecomandate di tutto il sistema previdenziale, sanitario, economico.

Quelli che ne sopportano le peggiori conseguenze sono la parte più debole del paese. I disastri sociali che queste politiche draconiane comportano, le sommosse, i suicidi, i milioni di senza lavoro, non possono, per espresso regolamento istitutivo del mes stesso, essere imputati a chi li ha generati.

Il board di controllo del mes infatti non è imputabile per le conseguenze delle sue decisioni. Questo assurdo vulnus, che mette di fatto interi paesi alla mercé di pochi individui, senza alcun possibile controllo e gli evidenti disastri seguiti alla concreta applicazione del meccanismo in Grecia hanno creato in tutta Europa una potente corrente di opinione che ha imposto una riforma. Questa riforma viene ora votata in tutta Europa ed anche l’Italia, con i mal di pancia di cui avete letto, l’ha appena approvata ( non è esattamente così , ma non dilunghiamoci).

Erano motivati quei maldipancia?

Risposta breve: si, assolutamente e non sindacabilmente.

Il MES che esce dalla riforma è infatti infame quanto il precedente: l’impunita’ assoluta resta ed totalmente anticostituzionale per qualunque stato europeo.

Questo livello di impunità non è garantito a nessun altro cittadino dell’Unione, compresi presidenti della repubblica e sovrani, che devono comunque rispondere nei casi di attentato alla costituzione, alto tradimento etc .

Inoltre, il principale motivo della riforma, eliminare le precondizioni che di fatto trasformano un paese i nuna colonia non è stato raggiunto.

Per poter fare richiesta senza precondizioni, un paese deve rispettare questi punti:

  • non essere in procedura d’infrazione; 
  • vantare un deficit inferiore al 3% da almeno due anni;
  • avere un rapporto debito/PIL sotto il 60% o, almeno, aver sperimentato una riduzione di quest’ultimo di almeno 1/20 negli ultimi due anni, insieme ad un’altra serie di paletti non facilmente giudicabili a livello oggettivo.

Capite bene che un paese che ha problemi finanziari ben difficilmente si troverà queste condizioni.

Di fatto, il nuovo MES si applicherà senza condizioni a semplice domanda, a paesi sostanzialmente solidi e finanziariamente “sani” escludendo quasi tutti i paesi europei, eccettuato Germania, Olanda, Danimarca, Polonia, e gli altri paesi ex patto di Varsavia.

O meglio: si sarebbe applicato. Perché, dopo i fiumi di denaro riversati nell’economia da tutti i paesi, attualmente nessuno dei principali Stati europei rispetta questi punti.

Ma allora a che serve?

“Semplice”: a parte una revisione delle procedure di default ( i cosiddetti cac) che consente di ristrutturare più facilmente i debiti dei paesi in difficoltà, comunque in corso e non particolarmente significativa, il nuovo MES servirà a salvare non paesi ma banche in difficoltà, qualora siano abbastanza grandi da poter generare un rischio sistemico per il paese e/o per l’Unione.

E’ il cosiddetto “backstop” per il Fondo di risoluzione unico, un fondo finanziato dalle banche europee che serve ad aiutare istituti finanziari in difficoltà. Con l’introduzione del “backstop” il MES potrà finanziare il Fondo di risoluzione fino a 55 miliardi;

Le banche più esposte a crisi sistemiche sono le seguenti.

Curioso che buona parte degli istituti che hanno queste caratteristiche abbiano sede in Germania ed in Francia, no?

Curioso che il più grande Istituto bancario tedesco, la Deusche Bank. Sia da anni una mina vagante, una bomba finanziaria in attesa di esplodere, che mezzo mondo cerca di disinnescare, no?

Da notare come questi istituti suppostamente “solidi” abbiano investito un multiplo del loro patrimonio in strumenti puramente speculativi, come i futures.

Il rischio segue al fatto che, in buona sostanza, quando il mercato prende una decisione chiara e rapida, i futures, normalmente bilanciati tra scommesse al rialzo ed al ribasso ( questo sono i futures), si trovano improvvisamente sbilanciati e quelli avversi all’evento che si sta verificando devono essere liquidati con perdite che spesso si avvicinano all’intero capitale investito.

Ricapitoliamo: con la riforma la parte più disgustosa del MEs resta invariata. A questa si aggiunge la possibilità di salvare con i soldi di tutti i cittadini europei, grandi sistmei bancari che, per pareggiare i conti con l’acquisto a tassi negativi dei bond nazionali, si espongono a scommesse rischiosissime, con la consolazione che la politica provvederà a costituire un paracadute , in caso di guai.

A questo Mes non si poteva non votare no, se davvero si aveva a cuore l^?Europa, la solidarietà la sussidiarietà etc etc etc.

Lo so, sono in cattiva compagnia, dal punto di vista politico, in questa mia disanima. Ma, come si dice, anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno…

Niente basta, a colui al quale non basta quel che è sufficiente/10 Il pedal coin

Il pedal coin, storia di una idea promettente

Quel che segue è uno zibaldone di lavoro, da cui avevamo sviluppato nel tempo varie ipotesi operative, non riproducibili su un blog. Serve comunque, spero, ad introdurre e mostrare in cosa sarebbe consistito il pedal coin.

Purtroppo se qualcuno l’introdurrà, state pur certi che NON sarà in open source…

Molto semplicemente, dopo un paio di anni di divulgazione nei nostri circoli amicali, magari per convergenze parallele, magari perché vi sono pochi gradi di separazione fra due individui qualunque sul pianeta….è arrivato questo.

Con tanti cari saluti allo spazio per un futuro libero ed indipendente del concetto.

Unica consolazione: le idee, i memi, non ti appartengono davvero. una volta divulgate, vivono nella testa di chi le condivide.

( segue lo zibaldone, per chi ha voglia)

PEDAL COIN: UNA PROPOSTA OPERATIVA

INTRODUZIONE

Dopo la nascita dell’antesignana, Bitcoin, sono state create centinaia di monete virtuali, ciascuna con le proprie specificità ed i propri punti di forza, ciascuna in lotta per la sopravvivenza, alla ricerca di una nicchia di mercato.

Tutte si basano su due concetti fondamentali: il registro distribuito o distributed ledger e la catena di blocchi o blockchain come metodo di archiviazione condiviso.

Esistono due principali protocolli di funzionamento del “distributed ledger” con infinite e continuamente modificate varianti: il cd proof of work e il cd. “proof of stake”.

Questi protocolli, implementati in modo diffuso, costituiscono il segreto del successo di queste monete “virtuali”, perché, sostanzialmente, premiano gli utenti del sistema che forniscono la capacità di calcolo necessaria a svolgere i complessi procedimenti di calcolo che garantiscono transazioni sicure e la loro archiviazione condivisa nella rete ( cd distributed ledger).

Questo processo di calcolo a supporto di una particolare moneta si chiama “mining” e viene attuato secondo un particolare protocollo, che nella maggior parte dei casi e segnatamente nella più nota e diffusa di queste monete, il bitcoin, viene “premiato” con nuova moneta, allo svolgimento di un certo numero ( solitamente esponenzialmente crescente nel tempo) di calcoli connessi alle operazioni di validazione.

A causa della sua crescente complessità, che dipende duplicemente dal tempo, sia per la natura stessa del protocollo utilizzato sia perché il numero di transazioni aumenta all’aumentare della moneta in circolo e della sua diffusione, attualmente il mining è una attività che richiede enormi potenze di calcolo, elevati investimenti in tecnologia dedicata ed energia e costi crescenti anche in termini ambientali, per essere una attività remunerativa.

Proprio per questo, appositi panel costituiti dai fondatori della rete hanno più volte rivisto il protocollo di funzionamento, al fine di renderlo meno energy intensive, mantenendo lo schema di funzionamento, anche al fine di garantire la principale delle caratteristiche di queste monete, ovvero la loro natura di moente a credito ( vengono emesse solo a fronte di una attività e/o un investimento), tendenzialmente deflattive. Infatti il numero di monete totali è predefinito o mediante una unica emissione una volta per tutte o, come nel caso dei bitcoin, dalla crescente difficoltà di ottenere nuova moneta a fronte di un dato lavoro di calcolo eseguito.

Benché non sia lo scopo del presente lavoro fornire una analisi anche solo pallidamente esaustiva del concetto di moneta, si fa solo presente che la “virtualità” di queste monete è sostanzialmente simile a quelle delle monete ordinarie più diffuse, che sono anche esse, strettamente, virtuali

Sono infatti monete cosidette “fiat” ( dal fiat lux, di biblica memoria: sono un atto di imperio di una organizzazione nazionale o sovranazionale ( l’euro) che le fa “esistere”).

Da tempo, quindi, il denaro è un mezzo di scambio non connesso ad una singola e particolare entità fisica, potendo così essere prodotto nella quantità e con le modalità desiderate.

Il suo valore, dipende dal mercato, ovvero dalla utilità percepita dal suo possesso e quindi dall’interscambio con altre entità virtuali ( altre monete fiat) o reali ( beni e servizi, ad esempio il petrolio).

Per la loro natura “speculativa” le monete virtuali sono state prima ignorate e poi fieramente irrise, fino a che, circa tre anni fa si è assistito ad una esplosione del valore , iper esponenziale e speculativa, che ha visto un bitcoin passare da poche decine  a 1200 dollari, crollare a poco più di 100 dollari e rimbalzare poi fino a quasi ventimila dollari di valore, trascinando con se le principali monete.

Attualmente si assiste ad un forte ridimensionamento da quei valori stratosferici ed ad un opportuno ripensamento sia sui protocolli sia sulle potenzialità delle varie monete. Alla fine, come è logico che sia, delle centinaia esistenti, ne resteranno solo poche, ciascuna presumibilmente, andando a coprire una nicchia differente di diffusione e funzionamento.

Il pedal coin è una proposta operativa che intende creare una “” moneta” o, più correttamente un mezzo di scambio che sia basato:

  • Sul distributed edger
  • Su un metodo di funzionamento e consenso affine alla proof of work (POW) o proof of burn ( POB). Nel caso di una proof of Work andrà valutata la possibilità di un protocollo tipo mimble wimble3
  • Su una precisa attività fisica che sia verificabile tramite  una funzione di hash crittografico con HW di bordo
  • firma digitale
  • rete permissionless peer to peer ( p2p)
  • crittografia a chiave pubblica e privata.
  • Che generi benefici diretti ed immediati con la sua stessa esistenza
  • Che possa vedere la sua utilità sociale, economica ed ambientale riconosciuta dalla rete finanziaria tradizionale, ad esempio sotto forma di sgravi fiscali riconosciuti alla presentazione di tokens, in modo da rendere possibile, con vantaggio per ambedue i mondi, un punto di contatto.

L’attività che si intende porre alla base della sua esistenza è tanto semplice quanto intuitiva: il movimento in bicicletta, declinato su qualunque percorso e qualunque finalità. Ovviamente il concetto, una volta implementato, è passibile di essere allargato ad altre attività analogamente “virtuose”.

Rapida analisi dei benefici personali e collettivi attesi dall’uso di un velocipede

Prima di affrontare il tema complesso dei benefici diretti attesi, sembra più opportuno perché ragionevolmente prevalenti, affrontare quello dei benefici indiretti, derivanti, in sostanza, dalla sostituzione di spostamenti attuati con mezzi a motore con spostamenti attuati con velocipedi.

E’ comune consapevolezza che il costo per la collettività degli spostamenti che utilizzano mezzi endotermici o, più genericamente, a motore, è un multiplo di quello percepibile dal singolo cittadino.

Il cittadino infatti è conscio dei costi fissi ( bollo, assicurazione, rate di acquisto e/o deprezzamento) del veicolo che utilizza e di quelli variabili ( riparazioni, manutenzione, incidenti etc) mentre ben difficilmente può rendersi conto di quelli che vengono sostenuti dalla collettività.

Fra questi sono ben visibili quelli legati alla realizzazione ed al mantenimento delle infrastrutture trasportistiche necessarie, strade, viadotti, segnaletica, barriere di protezione; molto meno quelli legati agli aumentati rischi sanitari ( incidenti, malattie croniche legate all’inquinamento, degrado delle condizioni psicofisiche delle persone etc etc). Ancora meno immediatamente visibili sono quelli necessari a mantenere la complessa infrastruttura indispensabile per il rifornimento dei veicoli, il loro smaltimento la loro costruzione, i sussidi( spesso immensi) alle aziende del settore, agli autotrasporti etc etc.

Tali sussidi ai settori interessati sono spesso i maggiori, percentualmente, che lo Stato fornisce al sistema produttivo, ed i costi infrastrutturali accennati sono tra i principali che deve affrontare.

Senza, naturalmente, tener conto delle problematiche connesse  alle guerre, agli sbalzi del mercato petrolifero, etc etc. Senza contare, infine, l’immenso danno ambientale provocato, la devastazione di interi ecosistemi, il rischio sanitario che provoca decine di migliaia di morti all’anno.

Esiste una ampia, quasi infinita, messe di studi che hanno affrontato l’insieme di questi costi, palesi ed occulti, alcuni citati in bibliografia. Qui basterà ricordare uno degli studi più puntuale e recente, europeo, che ha stimato queste esternalità ( i costi che la comunità affronta per ogni km percorso in auto)  in 11 centesimi al km percorso, mentre ha stimato in 18 centesimi i benefici ( esternalità positive) derivanti da 1 km percorso in bicicletta ed in 37centesimi a piedi.

I costi complessivi affrontati in Europa per garantire il trasporto automobilistico sono stimati in 500 miliardi euro all’anno.

Se si tiene conto del basso tasso di riempimento delle auto, mediamente meno di due persone a veicolo, si può ritenere che i benefici costituiti dall’usare la bicicletta al posto dell’auto, immaginando di sostituire un’auto con due passeggeri con due persone in bicicletta, siano pari a circa 11/2+18*2=41,5 centesimi al km.

Tutto questo serve a fornire una possibile base di calcolo per agganciare una moneta che viene generata se e solo se si pedala, spostandosi tra due punti geografici differenti, al mondo economico reale. Il pedal coin, in sostanza, si propone come una specie di “certificato bianco”a minimale ed accessibile a tutti, con un suo mercato ( la piattaforma stessa) un suo metodo di archiviazione, distribuzione, certificazione e generazione ( la blockchain, il distributed ledger e la proof of work) e un suo valore di partenza, determinato dalla utilità ambientale sociale ed economica che la sua stessa esistenza attesta. Tale valore, inizialmente per motivi politici/ambientali, ma ben presto per motivi concretamente economici e sociali, dovrebbe o potrebbe essere riconosciuto dagli Stati in cui viene implementato, ad esempio sotto forma di sgravi fiscali riconosciuti dalla presentazione di pedal coins, secondo un interscambio che sia dell’ordine di grandezza necessario a riconoscere almeno il 50% dei benefici attesi al presentatore di pedal coin. E’ bene chiarire che il presentatore dei pedal coins potrebbe NON essere colui che ha materialmente pedalato per i corrispondenti chilometri ma che tali pedalcoins esistono solo grazie al fatto che si è svolta QUELLA e non altre attività ( proof of work).

Implementazione

L’implementazione prevede un protocollo simile alle versioni più “leggere” del protocollo di funzionamento del distributed ledger e relativadi bitcoin. Tale protocollo leggero è necessario perché il calcolo si svolge sfruttando la potenza di calcolo disponibile sugli smartphones attuali.

Il processo di mining si avvia SE e solo se, il dispositivo è agganciato con procedura di crittazione a doppia chiave, ad un minidispositivo connesso alla bici ( può essere portato anche in tasca) che, dotato di piattaforma inerziale di derivazione dalle schede dei cellulari attuali, dia dati di posizione velocità e caratteristiche di movimento congruenti con quelli risultanti dal cellulare stesso.

In poche e più semplici parole, se il sw di mining non vede un movimento che è assimilabile al pedalare ed analogamente il dispositivo “di bordo” ( può essere un gadget che fornisce una buona luce frontale e contiene l’accellerometro ed il dispositivo di connessione bluetooth) non vede lo stesso movimento, con una tolleranza la più stretta possibile, il mining NON si attiva.

I PEDAL COINS VENGONO GENERATI, TASSATIVAMENTE, SE E SOLO SE SI PEDALA, SU UN PERCORSO DEFINITO E MISURABILE TRAMITE GPS. Ecco perché una modalità tipo la proof of burn, che prevede di “bruciare” una certa quantità, in percentuale, dei token generati, in cambio di tokens premiali potrebbe permettere di collegare questi ai km percorsi, grazie alla variabile tempo, a sua volta connessa alle transazioni eseguite ed alla disponibilità di rinunciare ad un dato numero di token. Una cosa comunque da approfondire e non banale, come appare ovvio.

Proof of work e pedal coin analisi alternative

Un modo compatto e necessariamente semplicistico di definire la complessa serie di calcoli numerici sottostante alla validazione dei blocchi, nota come proof of work, è che la proof of work  consente alla rete di non essere aggredibile da un hacker o un truffatore che voglia creare transazioni fittizie finalizzate o al collasso del sistema per sovraccarico ( DOS attack) o alla generazione di profitto per lui, tramite incameramento illegittimo dei tokens ( delle monete virtuali) circolanti. In pratica, poiché i nodi della rete sono tutti ugualmente qualificati a riconoscere e validare una certa transazione, un attacco che crei una motitudine di noi che validino una operazione truffaldina potrebbe creare un forking, cioè un ramo della rete che, pur fittizio, essendo basato su una operazione scorretta, riceverebbe la maggior parte degli assensi e quindi verrebbe riconosciuto valido. Proprio la potenza di calcolo necessaria a validare un blocco di transazioni, legata alle modalità di formazione e validazione dei blocchi attività che viene remunerata dalla generazione di nuova moneta,  permette di bloccare queste intrusioni malevole, per insufficiente capacità di calcolo. Se quindi il concetto alla base della proof of work, evitare intrusioni malevole volte a far collassare il distributed ledger o modificare a proprio vantaggio lo stesso, ottenendo un reddito illecito, è questo, ecco che il pedalcoin come concepito, appare in grado di ottenere lo stesso risultato sostituendo alla proof of work la proof of pedal. 

Infatti un nodo malevolo, per far validare una transazione scorretta, o tentare un attacco DOS, dovrebbe prima di tutto fornire una proof of pedal ovvero mostrare che sta pedalando e che i suoi dati sono congruenti con quelli del device. Ma, ovviamente, non è possibile generare istanze multiple perché si avrebbe bisogno di device multiple che siano a loro volta congruenti con nodi multipli ed attivi ( stiano pedalando) congruenti con essi.

Proprio perché è basata fisicamente, su una azione difficilmente duplicabile o falsificabile, la proof of pedal non appare forzabile se non con il consenso della maggioranza dei nodi, cosa che non appare possibile ne probabile ( le device hanno chiavi private che le rendono non modificabili o crackabili). Il pedal coin viene generato, quindi, a fronte di una attività, una proof of work, che dipende dai km percorsi secondo un algoritmo da verificare. Ogni nodo attivo, ovvero che sta pedalando contribuisce alla validazione DIRETTA ( senza calcolazioni complesse ulteriori, dato che la rete non è forzabile) dei blocchi e viene direttamente premiato in modo costante, in dipendenza dei km fatti. L’aggancio alla rete avviene dopo assenso da parte del device e si mantiene se e solo se i dati ricavati dal device sono congruenti con quelli dello smartphone o smartwatch del candidato nodo. Esiste un limite superiore di 50 km/gg ( possibile grazie al timestamping)  che potrebbe essere imposto sia per evitare forzature nelle attività sia perché vi sono prove che percorrenze elevate non siamo significativamente positive per la salute dell’atleta e quindi, in ultima analisi, per la collettività.

Poiché è essenziale che si mantenga una democraticità tra i nodi ( ogni partecipante alla rete riceve tokens in proporzione ai km fatti) si propone che i tokens generati dalla chiusura di un dato blocco siano generati in proporzione dei km totali percorsi nel tempo generato dalla creazione del penultimo blocco da tutti i nodi partecipanti alla validazione e siano distribuiti in uno di due possibili modi:

  1. in maniera equa fra tutti. Benché in questo modo chi percorre più km viene premiato meno di chi ne percorre di meno nello stesso tempo, si ritiene che il tempo intercorso sia sufficientemente breve da non creare pesanti distorsioni e comunque potrebbe essere stabilito un limite minimo e massimo alle velocità di validazione di un nodo ( ad esempio 10 e 35 km/h) dato che quel che si vuole incentivare, ricordiamocelo sempre è LO SPOSTAMENTO in bicicletta tra due punti e non l’attività fisica in quanto tale e si ritiene quindi che velocità troppo alte o troppo basse siano indizi di attività diverse da quelle che intendiamo promuovere.
  2. In maniera proporzionale ai km percorsi dal singolo nodo nel tempo intercorso. In questo modo si mantiene un incentivo maggiore per chi, in un dato tempo si muove più velocemente, cosa di per se non obbligatoriamente sempre e comunque positiva. Rimane però il vantaggio sia di una maggiore equità che di un legame stretto con il contributo dato dal singolo al benessere collettivo.

I sensori necessari sono già presenti dentro ogni cellulare ( l’accelerometro dei cellulari è già in grado di riconoscere, grazie a molti sw liberamente scaricabili, il tipo di attività fisica svolta, il nr. di passi o di pedalate etc etc) e sono anche facilmente reperibili in forma estremamente miniaturizzata, ed economica, basterà qui ricordare gli orologi ed i bracciali utilizzati per le attività fisiche da milioni di atleti e semplici praticanti amatori, nel mondo. Si presuppone probabile una implementazione della piattaforma HW di conferma, cd “device” a partire da arduino e sensoristica connessa, per un costo stimabile, a sensore, di circa 5-15 euro e di circa 30-50 euro del device ( verifica necessaria). Da notare che il device ha anche l’utilissima caratteristica di poter costituire un ottimo allarme in caso di furto e che potrebbe essere realizzato in un bundle con altre utilità, ad esempio una luce e diffusore sonoro, una radio fm.. etc etc

La presenza di un doppio sensore, il proprio cellulare e il device di bordo” con collegamento a doppia chiave, rende difficili le truffe.

Si ritiene comunque che il valore tendenzialmente basso e comunque pari al massimo ad una ventina di centesimi, di un km percorso, nella sua interfaccia con il mondo reale tramite i riconoscimento di sgravi fiscali ( il 50% o meno dei benefici collettivi attesi per l’attività) renda scarsamente interessante l’implementazione di sistemi in grado di ingannare sia il sw sia il sensore “di bordo” che andrebbe, in qualche modo, pensato come certificato o certificabile e dotato di una sua univoca identità, per quanto anonima.

Da notare che il device può essere venduto con un riconoscimento parziale di un tot di pedal coin, che in qualche modo costituirebbe sia un modo di finanziare lo sviluppo dell’idea sia un modo per restituire utilità sotto forma di tokens a chi partecipa alla offerta iniziale di pedal coins. Si propone un intercambio credibile, ma comunque non troppo elevato, dato che i pedal coin saranno connessi ai km percorsi con valori in termini di ondo reali, bassi. ( 10 O 20 CENTESIMI A PEDAL COIN). Si vuole inoltre incentivare la creazione di valore mediante attività e non i rentier, che comprano device e non li usano.

Ad esempio 100 pedal coin, per un device da 50 euro.

O 200 per un device da 100 euro.

resta da chiarire:

  • Licenza per difendere l’idea. Propongo creative commons: chi vende sensori certificati e ci guadagna deve pagare le royalties previsti dalla legge. Chi li realizza senza fini di lucro ( ad esempio, un istituzione pubblica) e li distribuisce liberamente, no.
  • Il protocollo proof of work che sia leggero e compatibile con la potenza di calcolo disponibile e, nel contempo sia fisicamente agganciato ( tot al km, in qualche modo e non tot al minuto, per evitare che qualcuno vada in bici a passo di lumaca e faccia mining come un atleta in allenamento)è corretta la visone che vede la proof of pedal sufficiente?
  • Costi e modi di realizzare e certificare il sensore “on board”.
  • Lancio dell’idea, media coverage, endorsment politico e sistemico etc etc.

Bibliografia/riferimenti

I certificati verdi ed il loro fallimento https://www.theguardian.com/environment/2009/mar/10/lovelock-meacher-slam-carbon-trading

Stabilità ed affidabilità del Nakamoto consensus: https://eprint.iacr.org/2019/943.pdf

The Social Cost of Automobility, Cycling and Walking in the European Union

StefanGösslingabcAndyChoidKaelyDekkereDanielMetzlerf

https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0921800918308097?via%3Dihub

The True Costs of Automobility: External Costs of Cars Overview on existing estimates in EU-27

TU Dresden Chair of Transport Ecology Prof. Dr. Ing. Udo J. Becker Thilo Becker Julia Gerlach

https://stopclimatechange.net/fileadmin/content/documents/move-green/The_true_costs_of_cars_EN.pdf

3 https://www.binance.vision/it/blockchain/what-is-mimblewimble

Mimblewimble cambia il modello tradizionale delle transazioni blockchain. In una blockchain MW, non ci sono indirizzi identificabili o riutilizzabili, quindi tutte le transazioni appaiono ad un estraneo come dati casuali. I dati della transazione sono visibili soltanto ai rispettivi partecipanti. Quindi, un blocco Mimblewimble appare come una grande transazione invece di una combinazione di tante. Questo significa che i blocchi possono essere verificati e confermati, ma non forniscono alcuna informazione in merito a ciascuna transazione. Non è possibile collegare gli input individuali ai rispettivi output. Mimblewimble utilizza una funzione chiamata cut-through, in grado di ridurre i dati all’interno dei blocchi rimuovendo le informazioni sulle transazioni superflue. Quindi, invece di registrare ogni input e output (dai genitori di Alice a lei, e da Alice a Bob), il blocco registrerà solo una coppia input-output (dai genitori di Alice a Bob). In breve: Permette a una blockchain di avere una cronologia più compatta, più facile e veloce da scaricare, sincronizzare e verificare.

Inquadramento generale sui DL, blockchains e proof of work https://www.blockchain4innovation.it/esperti/blockchain-perche-e-cosi-importante/

Niente basta, a colui a cui non basta quel che è sufficiente/7

AAA
albero fotovoltaico

Torniamo ai progetti in grande: Abbiamo parlato della necessità di stoccaggio di energia elettrica, come supplemento e supporto alla produzione rinnovabile solare ed eolica. La soluzione proposta è solo una fra le tante possibili, sia a piccola che a grande scala. Naturalmente sarebbe e sarà assolutamente necessario incentivare l’accumulo presso gli utenti finali, anche per ridurre i carichi in rete e garantire una maggiore solidità e stabilità della stessa. Gli stoccaggi basati su grandi batterie, di capacità anche superiori al MWh, stanno rapidamente diventando concorrenziali, anche grazie a tecnologie non nuove ma che solo ora stanno arrivando a maturità come le batterie redox.

Esistono varie iniziative legislative per prevedere sgravi fiscali al 50%, la più recente ed approfondita da parte del Presidente di Commissione Industria al Senato, Sen. Girotto, ma per i sistemi di accumulo casalinghi ( prevalentemente batterie, quindi, ma purtroppo la proposta si è arenata, Cfr. questo recente articolo ed anche la relativa petizione su Change.org non ha ottenuto moltissime adesioni. 

Una grande miopia ed una scarsa consapevolezza. Due cose che in futuro cambieranno, sotto la spinta delle opportunità e della necessità.

 Tutte questo soluzioni però hanno affrontato il problema di garantire l’energia su una scala circadiana ( cioè giornaliera) o, al massimo di qualche giorno, per coprire insomma le oscillazioni giornaliere ed i momenti di scarsa produttività. Ma vi sono oscillazioni stagionali, ovviamente, che impongono uno stoccaggio di energia in grande, che permetta, durante i mesi invernali, di non dover ricorrere di nuovo a fonti fossili o al nucleare. Le soluzioni che vengono tipicamente proposte  prevedono di immagazzinare energia producendo idrogeno a partire da celle catalitiche, ovvero utilizzando l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili per poi consumare idrogeno nelle celle a combustibile che consentono di produrre elettricità direttamente, senza passare dalla combustione. 

Questa soluzione sarebbe la più efficiente ( molto meno delle batterie, ma comunque circa un 60-70 % complessivamente) ma ha notevoli problemi pratici ancora non del tutto risolti su questa scala:

  1. stoccaggio dell’idrogeno a lungo termine e sulle taglie necessarie ( miliardi di metri cubi). Lo stoccaggio a lungo termine dell’idrogeno non è semplice, va fatto ad alta pressione e l’idrogeno ad alta pressione ha alcuni peculiarità tra cui quelle di indebolire, nel tempo, il reticolo cristallino dei metalli del serbatoio. Si stanno studiando grandi depositi sotterranei, analoghi a quelli di metano, cfr. questo interessante articolo, ma molte problematiche permangono.
  2. distribuzione. Benché si possono usare almeno una parte della rete attuale del metano restano problemi inerenti la pressione nella rete ed altre problematiche che nel complesso lo rendono complicato. Di solito si pensa che la rete di distribuzione andrebbe interamente rifatta, il che comporta un enorme costo.

Esiste una soluzione alternativa, meno efficiente ma con una sua ragionevolezza, una volta che, come sta succedendo, l’energia prodotta dal fotovoltaico e dall’eolico diventi così economica da poter accettare una perdita di efficienza nei vari passaggi.

E’ una soluzioni con le sue complessità e meno efficiente dell idrogeno. ma ha l’enorme, gigantesco, pregio di poter utilizzare infrastrutture esistenti, centrali esistenti e, in pratica tutta la filiera, immensa già realizzata per l’uso del metano.

Si tratta proprio di questo. Metano prodotto a partire da corrente elettrica. Il cosiddetto Power to gas.

E’ una soluzione poco nota ma già perfettamente realizzabile. Qui ne parliamo perchè, come abbiamo detto, non dobbiamo rinunciare a tratteggiare anche scenari originali o oco battuti, mediaticamente. Tanto più se sono scenari che garantirebbero uno spazio agli attori attuali delle non rinnovabili. uno spazio per la LORO riconversione.

Nelle pagine seguenti presentiamo, in breve questa possibilità, resa tale dal crollo presente ed ancora di più futuro, del costo del MWh solare ed eolico.

La reazione Sabatier.

Consente di produrre Metano a partire da CO2 ed idrogeno:

CO2 + 4H2 → CH4 + 2H2O

La CO2 ce l’abbiamo in atmosfera, in abbondanza. L’idrogeno va prodotto per idrolisi dell’acqua.

La reazione Sabatier è debolmente esotermica ( rilascia energia) mentre l’idrolisi dell’acqua è endotermica, ASSORBE energia. Il bilancio delle due reazioni insieme resta endotermico. Del resto è intuitivo: se serve ad immagazzinare energia, sotto forma di metano, è evidente che DEVE assorbire energia.

 Il metano andrebbe poi consumato in celle a combustibili a metano, attualmente in fase sperimentale.

OVVIAMENTE il metano si può anche utilizzare, in attesa di passare dalla fase sperimentale a quella operativa, nelle centrali a ciclo combinato e nelle turbogas, con la solita, nota efficienza, che oscilla intorno ad un massimo del 50-60% 

Considerando le varie perdite nei vari passaggi, l’efficienza finale può oscillare intorno al 30-35%.

Su 100 unità di energia fotovoltaica ( ad esempio) prodotta, ne potremo stoccare circa 60 sotto forma di metano, per quanto ci riguarda nei grandi depositi sotterranei gestiti dalla Stogit, che sono abbastanza grandi per garantire la produzione di energia elettrica nei mesi invernali, in totale autosufficienza.

Quando questo metano verrà consumato in una centrale a gas a ciclo combinato, otterremo energia elettrica on demand, ovviamente solo per una parte dell’energia del metano stesso. Nel complesso circa il 30-35%. L’immenso vantaggio, naturalmente, è che questo metano può essere prodotto e stoccato per mesi o anni, prima di essere consumato, all’interno di strutture che già esistono, senza la necessità di crearne di nuove e costose. Distribuito con i metanodotti che già esistono, utilizzato come già utilizziamo quello di origine fossile. In poche parole, ci permette di utilizzare le enormi infrastrutture che esistono, dandoci il tempo di passare ad altro. Un tempo che, anche negli scenari più rosei, anche con un paese interamente dedicato alla conversione sostenibile ( vi sembra che stia succedendo?) non potrà essere breve e si misurerà in decenni.

Ricordiamoci che questo metano è carbon neutral: ovvero NON aumenta le emissioni di CO2 in atmosfera, dato che è prodotto a partire dalla CO2 di origine atmosferica. O, in fase sperimentale, per eliminare i costi della distillazione frazionata dell’aria, necessaria ad estrarre la CO2 dalla stessa, dalla CO2 emessa da impianti convenzionali attualmente esistenti, comunque contribuendo, alla fine del ciclo, ad abbattere le emissioni per MWh prodotto di questi impianti. Niente vieta di immaginare un ciclo chiuso per questi impianti, se fossero situati dove sia facile stoccare CO2, (così consentendo una loro gestione economica.

Il pregio di questa soluzione è evidente: abbiamo già tutta l’infrastruttura pronta, e potremmo pensare ad un passaggio graduale dove, via via, ci rendiamo autosufficienti ed indipendenti dagli approvvigionamenti di gas di provenienza estera ( la quasi totalità di quello che consumiamo). 

Non è possibile infatti concepire una transizione troppo rapida, date le penali imponenti spesso presenti come clausole negli attuali contratti di fornitura ( abbiamo ben visto con autostrade) ed è importante considerare l’enorme risparmio conseguente all’utilizzo delle infrastrutture, esistenti, che ci consentirebbe, insieme al biometano di disegnare un percorso credibile al 100% rinnovabile per il nostro paese.

Bisogna anche tenere conto che si stanno sviluppando, come scrivevo, anche celle a combustibile a metano, che potrebbero garantire efficienze molto più alte delle turbogas ed analoghe elasticità di funzionamento.

Ma tutto questo è possibile ? Si, a patto, naturalmente, che il costo del kWh prodotto dal sole sia sufficientemente basso da renderlo remunerativo, una volta tenuto conto del costo al metro cubo del metano.

Quanto costa un metro cubo di metano, all’origine?
Presto detto. In questo articolo recente, si vede che la Gazprom uno dei nostri principali fornitori, vende il gas a circa 16 euro al MWh termico, ovvero 160 euro per 1000 metri cubi. ovvero, tenendo conto dell’efficienza delle centrali, il costo della materia prima gas ai grandi compratori, come l’ENI è di circa 16 centesimi al Metro cubo, 25-35 euro al MWh elettrico, 2.5/3.5 centesimi al kWh di elettricità prodotta. E’ chiaro che questo costo in futuro aumenterà anche sensibilmente. 

Ma il solare può produrre energia a questi costi?

Si, può farlo e lo sta già facendo.

Alcuni grandi impianti nel deserto sono stati recentemente cantierati sulla base di contratti di fornitura che prevedono costi inferiori a 15 euro/MWh, 1.5 centesimi al kWh.

Il costo medio del kWh prodotto, cosiddetto LCOE ( Levelized COst Of Energy) dagli impianti solari di media grande dimensione ( intorno al MWp) è’ sceso, in molti paesi, di circa un 10% all’anno e continua a scendere. Attualmente siamo scesi sotto i 5 centesimi al KWh prodotto

Ma, come abbiamo visto, non basta produrre tanta energia. Bisogna accumularla per usarla quando serve. Anche mesi dopo.

Sarebbe possibile produrre metano a partire dall’energia fotovoltaica a costi uguali o inferiori rispetto a quello in arrivo dalla Russia?

( continua)

Niente basta, a chi non basta quel che e’sufficiente/5

Ciliegio secolare, Spignana, San Marcello Pistoiese

Dopo qualcosa che riguarda la vita dei singoli, passiamo al Sistema, in grande.

Si parla tanto, alle volte troppo, di energie rinnovabili. 

Troppo spesso e mai come i questi ultimi tempi diventano un alibi per continuare come prima, con l’illusione che in un futuro, più o meno remoto, quando finiranno i carburanti fossili, potremo continuare la nostra vita come prima, solo  traendo l’energia di cui abbiamo bisogno da fonti rinnovabili. 

Non è  così semplice.

Se è facile capire la funzionalità e l’utilità di un pannello fotovoltaico che è esposto al sole, ci si dimentica troppo spesso di affrontare come raggiungere davvero il 100% di energia da fonti rinnovabili e, in pratica, affrancarsi per sempre dalla dipendenza dall’estero per gli approvvigionamenti energetici.

Non si tratta solo di una questione ambientale per il nostro paese. 

Si tratta di avere importanti vincoli permanenti alla nostra politica estera, dovuti all’impossibilità di scontentare chi ci fornisce, ogni giorno, petrolio, gas, carbone.

Il nostro paese si trova avvantaggiato rispetto ai nostri vicini europei, su questo piano.

Perché ha sia la facoltà di pensare ad uno stoccaggio di energia, prodotta in modo economico e rinnovabile ( gli impianti eolici e fotovoltaici hanno raggiunto la parità economica rispetto a quelli convenzionali ed ora il modo più economico di produrre un MWh di energia è utilizzando un impianto fotovoltaico) sia l’opportunità di farlo in modo altrettanto economico, addirittura anche per superare le oscillazioni stagionali estate/inverno, un tema mai veramente affrontato.

Questo infatti è attualmente il limite più grande all’espansione dell’energia rinnovabile: trovare un modo per garantire una fornitura stabile prevedibile, disponibile sempre ed ovunque “on demand” a partire da sorgenti inerentemente variabili come sono il solare e l’eolico.

Se infatti è possibile sopperire alle oscillazioni a breve e brevissimo termine grazie agli impianti idroelettrici a doppio bacino, già affrontare  i cicli circadiani, ovvero l’alternanza notte/giorno, diventa un problema non indifferente. Si tratta di trovare il modo di stoccare centinaia di GWh, in modo sicuro, economico, economicamente sostenibile. 

Questa è una conditio sine qua non per ogni scenario di una Italia 100% rinnovabile.

Un modo esiste ed avrebbe numerosi altri vantaggi.

Si tratta di incentivare la realizzazione di microbacini per triplice uso: idroelettrico, irriguo, modulazione delle piene. Di nuovo: non grandi opere ma un grande progetto, fatto di migliaia di piccole opere, diffuse su tutto il territorio nazionale.

L’Italia, dopo i tragici fatti del Vajont, si è dotata di un quadro normativo all’avanguardia nel settore dei bacini idrici e relative dighe. Benché non vi siano molte possibilità per ulteriori bacini idroelettrici ad acqua fluente, vi è invece una ampia possibilità di realizzare tanti piccoli bacini, che abbiano opere di sbarramento relativamente piccole, al massimo 15 metri, che godono di una normativa relativamente agile e collaudata.

Questi bacini attualmente servono prevalentemente a scopi irrigui o ricreativi o per itticoltura.

la proposta sarebbe quella, laddove possibile, di realizzare una numerosa serie di DOPPI bacini, cioè di due piccoli bacini post ad una certa distanza e con un certo dislivello tra l’uno e l’altro che, nel complesso possono fungere, secondo richiesta, da accumulo e restituzione di energia. 

Non è quindi necessario che esista un corso d’acqua permanente perché è sempre la stessa acqua che viene di volta in volta “turbinata” all’ingiù o pompata all’insù. 

Questa acqua, quindi, resta disponibile per altri usi: irrigui, ad esempio. 

Non si pensi che questa sia una novità. Attualmente abbiamo già decine di opere di questo tipo, ma basate su grandi bacini, prevalentemente nelle Alpi, che danno un importante contributo, per Gigawatt di potenza, alla gestione della domanda di energia giornaliera durante il giorno, “ricaricandosi”, come grande batterie, durante la notte. 

Poiché queste turbine particolari, con doppia funzione, sono un poco meno efficienti di quelle nate solo per produrre energia, si perde un poco di energia, nel processo, tipicamente un 10-20% complessivo. Si ricaricano durante la notte, sfruttando l’energia a basso costo che ci viene venduta dalla vicina Francia che la produce in surplus, non potendo rallentare a sufficienza la produzione notturna delle centrali nucleari.

La novità consiste nella scala piccola e piccolissima dei doppi bacini realizzati, nella loro ubicazione il più possibile diffusa sul territorio e nella loro tripla utilità. Infatti gli scenari futuri, di un mondo sempre più vittima del riscaldamento globale, prevedono per il nostro paese, crescenti e sempre più gravi alternanze di siccità ed eventi meteo estremi; questi eventi possono essere mitigati da migliaia di piccoli bacini in grado di fornire acqua per l’irrigazione e trattenere parte delle piogge più violente, rallentando e modulando le piene nei corsi d’acqua a valle.

Per la realizzazione di questi piccoli bacini esiste già una normativa collaudata ed affidabile, ma dobbiamo considerare che in moltissimi casi si tratterebbe di realizzare un secondo bacino a valle o a monte di uno già esistente, tra i tantissimi che già esistono, almeno diecimila, prevalentemente per uso irriguo. Qui un quadro dettagliato.

Volete un numero? un ordine di grandezza indicativo? Ventimila mini bacini idroelettrici, di 1-5 ettari di superficie, profondi 15 metri, oltre la metà almeno già esistenti, sarebbero in grado di fornire oltre 20 GW di potenza elettrica per almeno dieci ore. Dalla metà ai due terzi delle necessità notturne italiane.

Quanto costerebbero? forse una decina di miliardi forse meno.

 Alla fine della loro realizzazione, indicativamente su un orizzonte temporale di dieci anni, l’Italia, che ha già buone eccellenze in questo settore,  avrebbe, probabilmente la leadership mondiale per l’impiantistica correlata e quindi avremmo non solo risolto o attenuato tre gravi problemi con una sola azione ma avremmo creato migliaia di posti di lavoro ed una intera filiera industriale per realizzazione, manutenzione, verifica della rete. Inoltre sarebbe l’occasione ed una ottima motivazione per la manutenzione  straordinaria delle centinaia di grandi bacini e migliaia di piccoli bacini artificiali, spesso vetusti e bisognosi di cure, del nostro paese. QUI un quadro della situazione attuale.

Ai tre problemi affrontati e parzialmente risolti andrebbe quindi aggiunto un quarto: evitare di far avvenire un disastro come quello della Val di Stava, causato, appunto dallo stato di abbandono di un piccolo bacino artificiale.

Incentivazione: sarebbe sufficiente, per la profittabilità ( in attesa di migliori approfondimenti, nda)

  1. sgravi fiscali al 65% per la realizzazione di impianti e bacini ( riduzione del rischio idrogeologico)
  2. identica intensità di incentivazione delle altre fonti che attualmente forniscono potenza elettrica on demand, con preavviso di secondi, minuti o ore. Queste ultime, tipicamente, sono centrali elettriche turbogas, che dovrebbero ricevere incentivi decrescenti con il tempo.
  3. eventuali ulteriori incentivi, da parametrare a quello già presente per l’idroelettrico NON minidro, a doppio bacino.

(continua)

Niente basta, a chi non basta quel che e’sufficiente /4

Il cipresso del pratone, cascine, Firenze

La prima grande domanda

Dove trovare allora i fondi per consentire una rapida ( possibilmente) transizione ad un’economia ed una Società che siano più sostenibili, eque, ambientalmente presentabili, con un paese che sta raschiando il fondo per consentire la sopravvivenza stessa dei suoi cittadini e delle sue imprese, grandi e piccole?

In sintesi: dai sussidi alle “fossili”. Oltre 19 miliardi di euro che sostengono decine di diversi settori che hanno in comune l’insostenibilità ambientale ed energetica, danni ambientali permanenti al territorio ed al pianeta, elevati costi fissi per la bilancia commerciale (la cosiddetta bolletta energetica, ricchezza prodotta dal paese trasferita ogni anno all’estero, per lo più a paesi non esattamente nostri amici né i primi della lista, quanto a rispetto dei diritti umani e sviluppo sociale).

Ma da dove cominciare, una volta reperiti i fondi, magari in forma graduale, per consentire i necessari adeguamenti del sistema paese?.

La lista è lunga ed allungabile a piacere. Dda qualche parte, però bisogna cominciare, possibilmente da settori un poco meno ovvi e quindi spesso trascurati dimenticati o sottovalutati, come impatto positivo e rapporto costi/benefici.

Cominciamo, quindi!

E cominciamo da quanto abbiamo imparato, ancora in questi mesi.

Di Smart Working, telelavoro, coworking, si scrive e si parla, spesso a sproposito, da anni, addirittura decenni. Alcuni paesi eEuropei hanno anche legiferato in merito. Il parlamento europeo ha emanato una direttiva volta a conciliare la vita lavorativa e quella familiare, in pratica dedicata alle varie forme di lavoro agile.

Anche l’Italia ha recepito la novità, dapprima con il jobs act e poi con il decreto Madia che prevede la sperimentazione tra i dipendendenti pubblici, con un obiettivo di un 10% di lavoratori in sperimentazione.

Non c’è bisogno di dire che la pandemia ha imposto di rendere operativo il lavoro agile con una velocità ed una intensità assolutamente imprevedibile.

Nonostante problemi di connessione, mancata programmazione e talvolta, inesperienza, in qualche modo, mentre scrivo, si è attuatao una sperimentazione a larghissima scala del tutto impensabile con risultati operativi in qualche modo accettabili.

Sembra una cosa minore, ma potenzialmente il lavoro agile potrebbe essere una vera rivoluzione e permettere di liberare decine di miliardi, altrimenti da investire altrimenti in nuove infrastrutture per il trasporto pubblico e privato, e riorientandorli sulla conversione elettrica del medesimo e sulla ristrutturazione e manutenzione straordinaria delle linee esistenti.

Infatti, con una riduzione anche relativamente modesta, degli spostamenti casa lavoro attuali, sai renderebbero probabilmente sufficienti, salvo rare eccezioni, le infrastrutture già presenti. In questo modo, non dovendo disperdere risorse nella realizzazione di nuove opere, si risolverebbero i problemi, ben noti a tutti noi, di cronica mancanza di manutenzione di ponti, viadotti, gallerie, manti stradali, linee aeree, flotte veicolari, che affliggono il nostro sistema di trasporti. 

migliori risultati. Di meglio con meno risorse, insomma.!

Chiaramente, ora siamo in emergenza. Ma le emergenze finiscono, e, se viene sfruttata l’esperienza, possono dare preziosi suggerimenti su come sfruttare le lezioni apprese.

Una prima proposta, quindi consiste nell’incentivare il lavoro agile riconoscendo incentivi, da suddividere equamente tra lavoratori ed aziende, rappresentando  ( questa è una prima ed importante novità, rispetto alle varie proposte di volta in volta discusse).

Gli incentivi vengono calcolati sulla base dei benefici sociali attesi, valutabili anche in termini prettamente economici,come costi risparmiati per il sistema paese.

Poiché i costi diretti e indiretti che un paese affronta per ogni km/abitante/anno percorso in auto, sono noti e risultano da numerosissimi studi  tra i quali citeremo questo, solo a titolo di esempio, questi costi derivanti dallo status quo sono calcolabili ed analogamente valutabili sono i risparmi derivanti dalla riduzione dei  km/lavoratore/anno evitati.

Ancora oggi almeno due terzi degli spostamenti casa/lavoro sono effettuati con mezzi di trasporto privati, per vari motivi, da quelli “culturali”, probabilmente prevalenti, a quelli logistici (mancanza di servizi pubblici sufficientemente rapidi frequenti e funzionali nelle ore desiderate). 

Poiché i costi per realizzare una rete pubblica che sostituisca questi trasporti in modo accettabile sono al di là del gestibile nel futuro prevedibile e richiedono comunque decenni per un sufficiente adeguamento, si deve pensare ad integrare e migliorare i sistemi di trasporto pubblico esistenti e nel contempo ridurre gli spostamenti individuali tramite l’incentivazione del lavoro agile.

Tale incentivazione, oltre ad essere equamente suddivisa tra datore di lavoro e dipendente sarà effettuata tramite il calcolo dei km complessivi di spostamento individuale risparmiati in un anno dal dipendente, facilmente calcolabili una volta noti i giorni di lavoro agile effettuati in rapporto al totale dei giorni lavorati nell’anno, la sede di lavoro,  il domicilio del lavoratore. 

Riconoscendo anche solo una percentuale dei benefici attesi per il sistema paese, ad esempio il 50%, si ottiene una cifra per dipendente non indifferente, nell’ordine di alcune centinaia di euro / anno, mediamente, considerando una distanza casa lavoro media di 10 km ed una presenza sul posto di lavoro ridotta dell’80%.

Le modalità di questa incentivazione costituiscono un secondo e non indifferente elemento di novità adeguato ai tempi ed alle disponibilità informative attuali, che rendono facile il calcolo e la relativa verifica, anche in automatico.

A riguardo della distanza mediamente percorsa sopra indicata, esistono numerosissimi studi, a verifica.

Qui un quadro recente degli spostamenti casa lavoro in italia. Qui un interessante studio delle poste italiane.

Tali incentivi, sotto forma di sgravi fiscali, uniti ai fondi europei disponibili, potrebbero essere sufficienti per dare il via ad un processo che comunque, con tempi probabilmente troppo lunghi, si svilupperebbe egualmente.

Il compito dello Stato deve essere quello di garantire standard di lavoro da casa non alienanti ed incentivare ulteriori forme di lavoro che consentano la socializzazione come il coworking, etc etc.

Mes, Eurobond ed il dilemma di Leonida

Contrariamente a quanto si crede gli Spartani alle termopili, non avevano gli scudi con la lettera Lambda, come si vede nei film. Ognuno si decorava lo scudo a modo suo.
Contrariamente a quanto si crede gli Spartani alle termopili, non avevano gli scudi con la lettera Lambda, come si vede nei film. Ognuno si decorava lo scudo a modo suo.

Il MES e gli eurobond.

E’ il tema di questi giorni, ogni volta che si allunga lo sguardo oltre la pila di cadaveri lasciati dalla pandemia.

Ogni volta che si prova a pensare, in qualche modo, al dopo.

Si tratta, questo lo capiscono tutti, di rimediare qualche centinaia di miliardi di euro e spenderli il prima possibile, per fare ripartire l’economia. Prima che milioni di persone finiscano senza lavoro, non per qualche mese, ma per il futuro prevedibile.

In Europa, Germania e paesi satelliti vorrebbero adottare il MES, famigerato strumento finanziario utilizzato per “aiutare” Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda. Conte è miracolosamente riuscito a creare una specie di coalizione di paesi favorevoli invece ai cosiddetti Coronabonds o Eurobonds che dir si voglia.

Ma di cosa si tratta?

Differenza spiegata presto e, spero, bene:

Il MES e’finanziato anche dall’Italia, che deve fare debito pubblico per finanziarlo, pro quota. 17 miliardi versati finora, fino ad 125 miliardi, potenzialmente.
Se l’Italia riceve un prestito usufruendo MES, proporzionale alla sua partecipazione, cosa probabile, riceve i soldi che ci ha messo dentro, raccolti prendendoli in prestito ad un tasso di interesse più alto.
In più viene messa sotto schiaffo, dalla troika.
Ottiene, in sostanza, lo stesso risultato di quello ottenuto emettendo nuovi buoni del tesoro, legandosi mani e piedi ai desiderata di forze oggettivamente ostili ai suoi cittadini.

Di fatto, il MES e’per noi perfettamente inutile.
Serve per “aiutare” (ehm!!!) pochi paesi con i soldi di tutti.
Ma qui la situazione è chiara quanto diversa: aiuterebbe tutti e quindi tutti proporzionalmente.
Riprenderemmo i soldi che abbiamo versato.
Di fatto ci troveremmo, in un certo senso, indebitati DUE volte. Per la stessa cifra ( solo in apparenza, perché ovviamente l’Italia sarebbe indebitata con se stessa, nel caso del Mes, essendo uno dei paesi che lo finanzia)
Mica male, no?
Non è finita: aumentare il nostro indebitamento comporta un giudizio negativo da parte delle agenzie di rating. Siamo già al limite. Ancora un downgrading ed I nostri titoli così declassati non possono, in forza del regolamento fondativo, essere comprati dalla BCE sul mercato secondario per calmierare i tassi di interessi e relativo spread.

Il famoso whatever it takes di Draghi, che ci ha “salvato” in questi ultimi anni. I nostri tassi, liberi di fluttuare, esploderebbero verso l’alto ed andremmo a raggiungere la Grecia.

Gli eurobond dovrebbero essere emessi direttamente dalla bce, che ne garantirebbe la restituzione. Essendo una banca centrale non potrebbe, per definizione, andare in crisi di liquidità. I tassi degli eurobond quindi, rispecchierebbero solo il rischio cambio ed il rischio inflazione. Nello scenario attuale praticamente nulli.

I tassi degli eurobond sarebbero quindi bassissimi, prevedibilmente e sicuramente vantaggiosi, rispetto ai costi dei bond nazionali.

I soldi raccolti sul mercato verrebbero girati proquota ai vari paesi. Quindi nessuno si avvantaggerebbe sugli altri. E nessuno pagherebbe i debiti altrui.

Ora arriva la parte interessante.

I buoni possono essere onorati dalla bce in due modi: o chiedendo ai paesi che hanno ricevuto i fondi la restituzione degli stessi ad interesse 0 ed in 30 anni ( ma così aumenta il debito pubblico) o creando dal niente il denaro necessario. La prima ipotesi è quella più probabile, sarebbe un vantaggio importante rispetto al MES ed abbiamo visto perchè. Ma non sarebbe niente di rivoluzionario.

La seconda sarebbe decisamente più innovativa.

In pratica la BCE emetterebbe centinaia di miliardi di nuova liquidità, tramite la restituzione degli eurobond, via via che andassero a scadenza. Nessuna richiesta di restituzione agli Stati.

In condizioni normali questo aumenterebbe l’inflazione; ma in queste condizioni, di chiara recessione, abbiamo fatto un test probante nel 2008, l’inflazione, nonostante mille mila miliardi creati dal nulla, non ripartirebbe, perché l’economia e’depressa.

La cosa non piace allo stato tedesco per un motivo preciso: le sue banche sopravvivono lucrando sul differenziale dei tassi con i paesi vicini. E con loro se ne avvantaggia anche lo stato tedesco.

Le suddette banche sono infatti le uniche che accettano di comprare buoni del tesoro con tassi negativi… i famosi bunds, sui quali misuriamo lo spread. da qualche parte si devono rifare.

Ovviamente ai cittadini tedeschi la cosa viene venduta in modo diverso. “Gli italiani e le altre cicale che hanno vissuto e vivono al di sopra dei loro mezzi, vogliono continuare a farlo con i soldi di noi tedeschi”. Il bello è che la cosa viene ripresa, praticamente senza confutazione, dai nostri Media nazionali.

Non è vero, ovviamente, per mille e vari motivi di cui alcuni ricordati qui.

Ed alcuni nel post precedente.

Quindi, riassunto della situazione:

  • Fare nuovo debito non funziona.
  • Affidarsi al Mes non funziona.
  • Conte non ha alternative.
    O eurobond o morte.
    E noi con lui.
    Avete presente le Termopili? Ecco…
    Molon labe’.
    Per davvero…
    Chi dice il contrario, chi sminuisce la cosa, e’ un vero traditore.
    Reale, concreto. Nitido.
    Ne abbiamo già qualcuno. Sappiate che non è possibile equivocare.
    Qui non c’entrano ne Meloni ne Salvini né Bagnai ne borghi.
    C’entra la Storia. Si dice che le circostanze creano e forgiano l’uomo.
    Speriamo sia vero.
    Perché di forgiati ne vedo pochi.
    Di spremuti parecchi.

 

I Bonds al tempo del Virus: tempo di rivoluzioni?

 

Un altro genere di Bond, con licenza di uccidere, colto in un momento di divertimento, con Ursula Andress
Un altro genere di Bond, con licenza di uccidere, colto in un momento di divertimento, con Ursula Andress

Viviamo tempi interessanti, se mai ve ne furono, nel senso della maledizione cinese. O meglio: della leggenda relativa.

Come è tradizione di Crisis, dopo aver gridato al lupo al lupo per mesi, quando ormai tutti sono convinti che il lupo c’è ed è piuttosto affamato, dobbiamo passare all’altro aspetto della Crisi.

Per rimanere ai cinesi, infatti, il concetto è tradotto con DUE ideogrammi, che simboleggiano, più o meno, anche qui, rischio ed opportunità.

Per quanto ci riguarda si traduce con l’ opportunità di fare cose nuove, a volte impensabili, rispetto al periodo precedente.

Qualcosa di impensabile è già successo: il nostro paese dopo decenni, è di nuovo al centro del cuore pensante e propositivo dell Europa.

Un combinato disposto di una Angela Merkel arrivata a fine carriera, di leader europei alla ricerca disperata di consensi, di una Francia che comincia a chiedersi se dopo l’Italia la prossima della lista non possa essere lei, di un Presidente del consiglio italiano sottovalutato da tutti ma non legato a nessun carro, con una rara visione storica ovvero non di piccolo cabotaggio, rimette in gioco ogni ipotesi e spariglia carte e fisches.

Cominciamo dalla più assurda, improbabile.

Perché di tutto il resto, praticamente, compreso il denaro paracadutato direttamente nei conti correnti di ogni cittadino, il prezzo negativo per il petrolio etc etc, si stanno già occupando tutti gli altri media.

Immaginiamo, per un attimo che si decida, per rilanciare l’Europa, di cancellare il debito pubblico. Di tutti i paesi.

Come? La BCE se ne fa carico e, gradatamente, nei sette/otto anni media di durata dei vari titoli, lo ripaga. Parliamo di circa 15.000 miliardi di euro totali. Un poco tanti.

Ma non devono essere tirati fuori tutti insieme. Piuttosto, in circa 10 anni, la durata media dei buoni del tesoro dei vari paesi. In Germania siamo a valori medi assai più lunghi. In Italia, Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, leggermente più brevi.
Ecco che i buoni del tesoro che dovrebbero essere comprati ogni anno diventerebbero circa 1500 miliardi. Una cifra imponente ma paragonabile a quella che si comincia a prevedere, come stimolo complessivo alle economie disastrate dal Coronavirus.
In pratica: per un anno, per cominciare, gli Stati non dovrebbero emettere nuovi buoni del tesoro, a copertura di quelli in scadenza, automaticamente comprati e cancellati dalla BCE.
Ma questo non si tradurrebbe immediatamente in inflazione? Possibile, ma non in questo momento. L’inflazione esplode se vi è spazio per l’espansione dei consumi, se aumenta la circolazione di moneta, se la merce moneta è sovrabbondante rispetto alla quantità di merci… non c’è una risposta univoca, per quanto vi possa sembrare strano, su questo punto. Le varie scuole di pensiero ancora si scontrano. Lo Scrive pure la Treccani.
Siccome la Lavandaia di Via dell’Oche non è pagata per fare l’economista ed elaborare i complessi modelli econometrici necessari per una simulazione credibile, stiamo ai fatti: Lo stimolo monetario che tutta l’Europa è d’accordo di dare ( si accapigliano notevolmente su COME darlo) è DELLO STESSO ORDINE DI GRANDEZZA.
Non pare che l’inflazione, in questo momento, sia più un bau bau.
Non sembra parlarne nessuno.
Il rasoio di Occam porta a ritenere che questa, quindi, non è proprio vista come un problema, almeno rispetto al molto più probabile problema della recessione e relativa deflazione.
Torniamo al nostro immaginario maxicondono.
Così si avvantaggiano i paesi con debito più alto, direte voi.
In realtà si avvantaggiano, si, ma alcuni, come l’Italia, se lo meritano. Perché attualmente l’Italia, al netto degli interessi sul debito che deve pagare è, lo saprete, credo, IN ATTIVO DI BILANCIO DA 28 ANNI.
Non è finita. SE si annullasse il debito pubblico, si scoprirebbe che per la Germania ( una a caso) il deficit pubblico, tutto restando uguale, AUMENTEREBBE.
Possibile? MA come? Beh, in modo molto semplice: la Germania lucra sul differenziale fra i suoi tassi e quelli dei paesi vicini. Ci investe, tramite le sue grandi banche di capitale pubblico, molte centinaia di miliardi. Le sue banche, grazie al fatto che lo spread, con qualche aiuto ben mirato da parte della politica, viene mantenuto alto, trasferiscono parte di questa ricchezza allo Stato tedesco che così migliora senza manovre, il suo bilancio ed il suo deficit. Come? Beh, emettendo buoni del tesoro con tassi SOTTOZERO. Attualmente i tassi del tesoro tedeschi arrivano anche al -0,75%. ERGO; cancellando il debito tedesco, che ufficialmente sta intorno al 60% del loro PIL, senza altre manovre, il loro disavanzo AUMENTEREBBE di circa lo 0,5% del loro PIL.
Perché lo Stato tedesco perderebbe quel vantaggio di circa uno 0.5% del pil, OGNI ANNO.
Non sarà il valore esatto. Resta il fatto che, in qualche misura, questa è una realtà.
Ed il nostro? Beh, noi abbiamo un avanzo primario, dal 1992, cioè dal 1992 il nostro paese, al netto degli interessi, spende meno di quello che incassa, siamo tra i più virtuosi nel mondo, appena sotto la Germania.
Noi siamo intorno all’1% di ATTIVO primario ( siamo arrivati  vicini al 2% in alcuni degli anni passati) e lei intorno all’1% e qualcosa..
Annullati i debiti, dimenticandoci, per un attimo degli effetti della pandemia, il nostro bilancio si troverebbe quindi ad un roccioso +1% e quello tedesco teoricamente ancora più su.
Teoricamente. Perché per loro, come visto, l’annullamento dei debiti significherebbe la fine dei giochi. Le loro banche continuerebbero a godere degli stessi vantaggi di prima, in termini di bond ESTERI che hanno in pancia, grazie alla BCE, ma lo Stato tedesco perderebbe quello 0,75 percento che estraeva dai suoi bond, unico stato che a fare debito, in apparenza, ci guadagna.
Eppure anche per loro sarebbe un sollievo, tutto considerato. Eh già, perché le banche tedesche che, uniche al mondo, acquistano buoni del tesoro rimettendoci, devono cercare il loro utile con operazioni spericolate ed avventate, che le stanno portando sull’orlo del fallimento ( si veda la famosa Deutsche bank). Tutto considerato, a parte dover sopportare una perdita durante la restituzione da parte della BCE ( rendimenti negativi implicano una perdita per chi compra i bund) sarebbero finalmente libere di cercare forme di investimento affidabili, senza l’incubo di dover bloccare buona parte della loro liquidità in quei maledetti bund parassiti e rincorrere con il rimanente le più nefaste e rischiose speculazioni. Investirebbero, c’è da scommetterci, sulle obbligazioni delle aziende tedesche. così aiutandole a ripartire.
Avrebbero a ben vedere, da guadagnarci anche loro.
E noi Italiani? Beh, abbiamo visto: Se per quest’anno non dovessimo riemettere buoni del tesoro nuovi per pagare quelli in scadenza, ci troveremmo all’improvviso in attivo, escluso l’effetto del corona virus. Anche le nostre banche tirerebbero un discreto sospiro di sollievo, ma non quanto quelle tedesche, visto che i rendimenti dei nostri bond sono ovviamente più alti e non disprezzabili. Lo Stato però si troverebbe, improvvisamente nella condizione di far calare il rapporto deficit/PIL anche al di la di quanto permesso dalla BCE, perché potrebbe investire circa un 3% del suo pil come aiuti straordinari alle imprese, sono quasi 60 miliardi, quindi più di quanto già deliberato, ed avere un disavanzo inferiore all’1% di pil.
Con queste manovre, NON si andrebbe in deflazione e quindi il deficit farebbe aumentare il debito in valore assoluto ma non in termini reali. Di fatto il rapporto debito/PIL reale diminuirebbe.
Gli altri Stati europei si ritroverebbero più o meno in mezzo a questi estremi e quindi per farla breve, ne avrebbero un vantaggio tutti quanti.
Basterebbe continuare nello stesso modo e in sostanza, senza bisogno di altre grandi manovre, l’Europa uscirebbe dall’empasse. tutta insieme solidalmente, senza che nessuno debba rimetterci niente o pagare per qualcun’altro.
Ho parlato, all’inizio, di una BCE che si fa carico di TUTTO Il debito pubblico Europeo.
Ma non ce n’è bisogno, in realtà. Basterebbe che si facesse carico di tutto il debito in una percentuale rapporto debito/PIL del debito del paese con il debito più basso. Oppure, se la Germania accettasse, fino al comporto del debito medio europeo ( che è intorno all’85% del pil europeo attualmente). Oppure, ancora, fino al famoso 60% del pil che è la percentuale di riferimento prevista dal fiscal compact. In questo modo i paesi più virtuosi si troverebbero con zero debito e quelli meno ( come noi) con una percentuale modesta del medesimo.
Chi ha speso di più non verrebbe quindi avvantaggiato rispetto a chi negli stessi decenni, ha speso di meno. Inoltre, poichè per noi la% di debito pubblico  che dobbiamo ripagare ogni anno è una % più alta del nostro pil ( se la durata media dei nostri titoli è di dieci anni, il debito/pil è il 135%, ogni anno scadono titoli per il 13.5% del debito). Avremmo una intensità di aiuti maggiore, che però finirebbe prima.
Alla fine, tra dieci anni ( immaginando di continuare questa politica fino a compimento) rimarremmo con un debito/PIL del 55%, quindi sotto il fatidico 60% mentre la Germania starebbe ancora calando, con i suoi titoli mediamente duraturi…verso lo 0%. Avrebbe quindi più spazio per politiche a lungo termine rispetto a noi.
Come si vede la cosa no darebbe vantaggi o regali a nessuno ma aiuterebbe chi è più in difficoltà a risollevarsi con le sue forze, grazie a vantaggi immediati proporzionalmente maggiori.
Starebbe a noi sfruttare l’opportunità, perché la ghigliottina inf fondo ai dieci anni sarebbe pesante. Ma, non c’e’ bisogno di dirlo, qualunque sia il metodo che sceglierà l’Europa, il discorso varrà ancora a maggior ragione. Il vantaggio di questo scenario è che ci da dieci anni di tempo per provare a fare sul serio e mantiene una coesione europea. Lo svantaggio è che la BCE, allo stato NON può acquistare direttamente i titoli pubblici all’emissione.
Qui arriva il bello: Qui si propone di acquistare i titoli in scadenza direttamente dai detentori, al prezzo di facciata. Il che costituisce un GRANDE vantaggio per chi le detiene. Perché i titoli in scadenza, quando si intravede la possibilità di tassi in rialzo, scottano. Perché dovrei tenermi un decennale ad un tot quando si stanno emettendo buoni a 3 mesi con lo stesso tasso? sarò pronto a rivenderlo ad un prezzo leggermente più basso, pur di trovarmi con un titolo meno rischioso e più rapidamente liquidabile in caso di necessità. L’impressione infatti è che si farà di tutto per tenere su l’economia, anche al prezzo di rialzare l’inflazione e quindi i tassi.
Insomma: finora la BCE ha comprato sul mercato secondario i buoni del tesoro emessi dai singoli stati ( non può acquistarli direttamente all’emissione perché glie lo vieta il regolamento di fondazione). L’ha fatto per evitare che i tassi di aggiudicazione salissero troppo, per mancanza di compratori. Ora, dovrebbe concentrarsi sul comprare i buoni in scadenza, senza chiedere agli stati di onorarli.
Abbiamo visto che praticamente ogni Stato ha una banca ha almeno una grande banca a capitale pubblico che potrebbe acquistare da tutti i creditori i buoni in scadenza nell’anno solare e poi metterli vendita sul mercato secondario, dove li potrebbe comprare la BCE…
Ma qui andiamo al di la delle capacità del cittadino medio.
Ovvero della Lavandaia di Via dell’Oche.
Andiamo al quid e conclusione:
Per la BCE non si tratterebbe di fare qualcosa che NON può fare.
Ma di NON fare qualcosa che potrebbe fare.
Ovvero: NON richiedere ai singoli Stati di onorare i buoni del tesoro nelle sue mani, via via che scadono.
E continuare a fare quel che già fa: acquistare quelli in scadenza/scaduti, dai singoli detentori, purché essi NON siano Stati.
Non solo questo lo può fare: lo fa da anni (il famoso whatever it takes di Draghi)”
Potrebbe darsi che questo sia possibile.
Se lo fosse, beh, sarebbe bello se qualcuno più bravo della lavandaia tracciasse uno scenario plausibile.

Coronavirus: Italiani, brava gente. E gli altri?

La coda davanti al'Antico vinaio, Via de Neri firenze, oggi. Niente crisi, coronavirus o meno
La coda davanti al’Antico vinaio, Via de Neri firenze, oggi. Niente crisi, coronavirus o meno

Noi Italiani siamo sempre di rincorsa. Sempre con l’incubo di essere in ritardo arretrati, inadeguati. Così può capitare che l’Italia diventi forse l’unico paese che ha affrontato test e risultati in maniera “trasparente” ( in termini relativi, si veda le centinaia di famiglie cinese in “quarantena volontaria” nei dintorni di Firenze, ufficialmente senza casi di positività segnalati).

Questo perché, con tutta evidenza c’è qualcosa di anomalo nei risultati dei testi effettuati in Italia in rapporto con gli altri paesi: abbiamo il tasso di positività dei test tampone più alto in assoluto nel mondo, al di fuori della Cina.

Ecco i risultati, purtroppo limitati ad alcuni paesi, ad oggi riportati da questo sito:

 

  • UK: 7,132 concluded tests, of which 13 positive (0.2% positivity rate). [source]
  • Italy: 9,462 tests, of which 470 positive (5.0% positivity rate), awaiting results: unknown. [source]
  • France: 762 tests, of which 17 positive (2.2% positivity rate), 179 awaiting results. [source]
  • Austria: 321 tests, of which 2 positive (0.6% positivity rate), awaiting results: unknown. [source]
  • United States: 445 concluded tests, of which 14 positive (3.1% positivity rate). [source]

Intanto è evidente che in Francia, Austria, USA, i test non li fanno e quindi è abbastanza normale che i casi trovati siano pochi.

In Inghilterra a quanto pare hanno un protocollo fallimentare perché la stragrande maggioranza dei test sono fatti a vuoto. naturalmente dobbiamo credere che i dati che ci forniscono siano credibili, veritieri. Che i governi dei vari paesi siano in buona fede e facciano quel che c’è da fare.

Ecco: qui c’è un problema.

Il problema balza agli occhi se uno nota le differenti presenze di cittadini cinesi nei diversi Stati:

 Thailand 9,349,900[5]
 Malaysia 6,642,000[6]
 United States 5,025,817[7]
 Indonesia 2,832,510[8]
 Singapore 2,571,000[9]
 Canada 1,769,195[10]
 Myanmar 1,637,540[11][12]
 Philippines 1,350,000[13]
 Australia 1,213,903[14]
 South Korea 1,070,566[15]
 Japan 922,000[16][17]
 Vietnam 823,071[18]
 France 700,000[19]
 Ghana 700,000[20]
 United Kingdom 466,000[21]
 Venezuela 420,000[22]
 South Africa 400,000[23]
 Peru 382,979[24]
 South Africa 300,000–400,000[25]
 Russia 200,000–400,000[26][27]
 Italy 320,794[28]
 Kazakhstan 300,000
 Brazil 250,000-350,000
 New Zealand 231,387[29]
 Spain 215,970[30]
 Germany 212,000
 Argentina 200,000[28]
 Laos 190,000[31]
 India 189,000[32]
 United Arab Emirates 180,000[33]
 Panama 135,000[34]
 Cuba 114,242
 Madagascar 70,000–100,000

E la diversa distribuzione dei casi accertati:

E’ chiaro: non è CERTO che solo i cittadini cinesi potessero essere portatori del virus ma certo, un mese fa, la probabilità di un positivo NON cinese era piccola, piccolissima. Quindi, senza stare a sfrucugliare troppo, la misura dell’esposizione all’epidemia almeno inzialmente era riferibile al numero di cittadini cinesi residenti in un dato paese.

Devo dirvi nulla?

Vedete come è assurdo che i primi Nove paesi per numero di cittadini cinesi, oltre 32 milioni complessivi, abbiano molti meno casi, 250 tutti insieme, rispetto ai 374 riportati dell’Italia che ne ha un centesimo, oltretutto prevalentemente NON provenienti dalla zona di Wuhan?

Addirittura la Malesia, il secondo paese in assoluto della lista, con oltre 6.600.000 cittadini cinesi, oltre venti volte l’Italia, NON HA NESSUN CASO, finora. Diciamo che nei paesi in Via di sviluppo o, più genericamente, orientali, vi siano problemi culturali medico/logistici e di approvvigionamento dei test ( non è molto vero ma diciamolo). Facciamo pure valere questa affermazione per Thailandia, Indonesia, Myanmar, Filippine, Singapore

Come la vedete con gli USA, che hanno un ottavo dei casi italiani con quindici volte la popolazione cinese?

Con il Canada? Un trentunesimo dei casi e cinque volte la popolazione cinese?

Con l’Australia?  Un sedicesimo dei casi e quasi quattro volte la popolazione cinese?

Mi pare evidente: Alcuni paesi hanno fatto test ad una popolazione poco selezionata, non facendola a casi sintomatici, che avrebbero dovuto essere almeno quanti quelli italiani, aumentati in proporzione  alle rispettive popolazioni cinesi. Benché conti moltissimo la regione di provenienza, sappiamo che in italia relativamente pochi vengono dalla zona “rossa”, come abbiamo visto proprio in occasione della chiusura degli aeroporti, ormai quasi un mese fa. Ergo il nostro NON è un caso peggiore, anzi.

Tra questi rientra certamente l’Inghilterra: solo lo 0.2% di test positivi contro il 5% nostro, ovvero 25 volte meno dell’Italia. Pur con una popolazione di origine cinese una volta e mezzo quella italiana, il risultato è di soli 12 casi positivi riscontrati. Un trentesimo di quelli Italiani. Perfino se il tasso di positività fosse stato uguale al nostro, quindi, i casi Inglesi sarebbero stati statisticamente meno di quelli attesi. Anche perché il numero di test effettuati è significativamente inferiore a quello italiano.

In Francia, con una popolazione di origine cinese doppia della nostra hanno fatto un decimo dei test che abbiamo fatto noi.

Il tasso di positività è la metà del nostro.

Il risultato è, ovviamente, che i casi accertati sono meno di un ventesimo.

Gli USA hanno fatto un numero di test RIDICOLO, un ventesimo scarso di quelli fatti in Italia. Specialmente tenendo conto che hanno  una popolazione di origine cinese quindici volte quella italiana.

Non di meno i risultati positivi sono ancora meno di quelli che ci saremmo attesi. Perché, anche in questo caso, i risultati positivi sono poco più della metà di quelli italiani, in percentuale.

Conclusione: L’Italia è un paese anomalo: con una popolazione di origine cinese relativamente piccola e quindi un proporzionale rischio di epidemia relativamente ridotto è in testa sia per quanto riguarda la percentuale di casi positivi rispetto ai teste effettuati sia riguardo al numero assoluto di casi riscontrati.

La differenza con i paesi vicini e lontani è abissale non può essere dovuta ad un accidente statistico. E nemmeno al blocco dei voli diretti, che avrebbe impedito lo screening dei passeggeri in arrivo, come si legge in alcuni deliranti articoli.

Per un motivo semplice: i controlli e gli screening sono stati fatti nei paesi di arrivo, dovunque fossero in Europa e con gli stessi scarsi risultati, ormai ben noti.

Infatti il virus, lo sappiamo, si trasmette anche durante la fase asintomatica, sia pure con minore virulenza. Inoltre, pare ovvio, i viaggiatori infettati ma asintomatici che fossero passati dagli altri paesi, avrebbero passato i controlli e comunque infettato qualche persona lungo il viaggio, esattamente come, sempre in forma asintomatica, hanno fatto in italia.

Quindi, al più, bloccare i voli non ha costituito uno sbarramento, del resto lo vediamo bene, ma non può aver PEGGIORATO la situazione perché, come vediamo, i casi che sono transitati indirettamente in Italia non sono stati riscontrati ne “filtrati” prima di arrivarci, mentre passavano dai paesi a noi confinanti. Avessimo consentito i voli diretti non saremmo riusciti comunque a fermare le persone positive, esattamente come non ci sono riusciti i paesi a noi vicini dove sono atterrate.

Il punto è che PROPRIO PER QUESTE CONSIDERAZIONI, sarebbe legittimo attendersi un numero di casi uguale o superiore a quelli del nostro paese, negli Stati vicini.

Come abbiamo visto una parte della spiegazione del nostro triste primato è dovuta al numero di test, puro e semplice che, italiani brava gente, abbiamo fatto. Ma questo non può spiegare il fatto che negli altri paesi, sistematicamente i numero di esiti negativi sia sistematicamente dalla metà ad un ventesimo di quelli italiani.

Quindi? Quindi nel mondo si minimizza, parecchio.

Si guarda da un’altra parte, più o meno quella sbagliata, per non vedere.

Si sta ad occhi chiusi il più possibile, stesso scopo.

E’ una politica dalle gambe corte, cortissime, sappiamo quale è il periodo di incubazione, poche settimane e i guai non potranno essere più nascosti. Sempre che, naturalmente, gli altri paesi Europei abbiano voglia di raggiungere almeno il nostro livello di trasparenza, ricerca e prevenzione.

La vogliamo dire chiara? E’ in atto un coverup mondiale, con stili e modalità diversi, probabilmente non molto coordinato, ovviamente di cortissimo respiro visto quanto sappiamo sulla infettività della bestia.

Nel frattempo, tanto per distrarsi un attimo, si mette in guardia i cittadini dal viaggiare nel bel paese, che dai tempi della P38 sul piatto di spaghetti è sempre un bel vendere, tra gli inconfessati invidiosi del nostro bel vivere ( tapini noi che non lo capiamo).

Questo nel migliore dei casi. Nel peggiore dei casi…beh che ve lo dico a fare?

Complotto! konplotto! con plotto!  La ca$$$ta vuole sperimentare la coercizione in un paese europeo… il dimezzamento della popolazione, l’arma batteriologica…Se volete, potete scatenare il bimbominkia che è in voi. Qualche motivo, mi pare evidente, c’è.

 

La rivolta dei Ciompi.

Di Jacopo Simonetta

La rivolta dei Gilet Gialli è animata da un insieme di rivendicazioni, alcune molto stupide ed altre molto giuste. Vi convergono soggetti eterogenei come pensionati poveri e giovani disoccupati, ma anche militanti fascisti e comunisti, casseur di professione e molto altro.   Un’eterogeneità che prosegue una tradizione antica come le società complesse: La rivolta del popolino esasperato.

Ogni rivolta ha una panoplia di cause e di effetti specifici.  La rivolta dei Ciompi era molto diversa da quella di Masaniello e le “Jaqueries” avevano ben poco in comune con la Rivoluzione Francese.   Eppure, mi pare che si possano individuare degli elementi in comune che riassumerei così:

  • Assenza di un’ideologia di riferimento.  Semmai l’ideologizzazione avviene in seguito, progressivamente, secondo lo sviluppo degli eventi e dei gruppi organizzati che riescono ad imporsi alla massa.  Quando emerge un’ideologia, la struttura del movimento cambia, così come buona parte dei suoi aderenti.
  • Assenza di una leadership.  Anche i capi emergono gradualmente dalla massa e si impongono come rappresentanti e capitani, ma solo in corso d’opera e se la rivolta dura abbastanza a lungo.
  • Tentativo più o meno riuscito di strumentalizzazione da parte di organizzazioni politiche e/o personaggi di spicco pre-esistenti.
  • Una serie di cause inconsce, tutte derivanti dagli stress sociali ed economici connessi con quel fenomeno complesso e dinamico che possiamo chiamare “sovrappopolazione”.
  • Una serie di cause molto coscienti, economiche e sociali, esacerbate dall’incapacità della classe dirigente ad affrontarle e gestirle.
  • Un elemento scatenante futile, che fa da detonatore di tensioni profonde, accumulate nel tempo.
  • Un fiasco finale.  Di solito questo genere di rivolte spontanee si esaurisce per stanchezza; oppure viene repressa.   In qualche caso storico, rivolte spontanee hanno portato a riforme politiche drastiche, quanto effimere.   Qualche volta hanno invece scatenato dei terremoti politici di portata storica, ma senza migliorare le condizioni economiche e sociali dei ribelli.  Semmai il contrario.

Dunque le rivolte sono inutili?  No, perché nel bene e nel male rappresentano delle valvole di sfogo di tensioni divenute insostenibili.   La classe dirigente che non ha sputo prevenirle o gestirle può uscirne vittoriosa o sconfitta.  In questo caso, si verifica una sua sostituzione più o meno completa, ma le cause che hanno portato alla rivolta alla fine rimangono uguali, o peggiorano.   Tranne, in qualche caso, la pressione demografica che può risultare alleggerita da un netto aumento della mortalità e/o dell’emigrazione, ma è difficile ritenerlo un successo.

Se si può azzardare una regola storica su questo genere di rivolte (non di tutte le rivolte) direi che è questa: “La ribellione inizia per esasperazione e termina per rassegnazione”.   Talvolta per disperazione.

Anche a questo proposito, basta dare un’occhiata alla letteratura di 50 anni fa in materia di economia, ambiente e popolazione, per vedere che quello che sta succedendo è esattamente quello che, all’epoca, ci si aspettava che sarebbe successo.  Le società complesse funzionano infatti bene finché usufruiscono di un flusso di bassa entropia crescente e si trovano immerse in un ambiente stabile.  Quando queste condizioni vengono meno, le società entrano in crisi e cominciano a disgregarsi: un processo che continua finché non viene ritrovato un nuovo, temporaneo, equilibrio del sistema umano in rapporto al sistema naturale di cui fa parte.

Un processo frequente nella storia, ma che oggi, per la prima volta, riguarda l’intera umanità contemporaneamente.

La rivolta dei GG sarà utile se aiuterà qualcuno a capire che occorre attrezzarsi per rallentare e gestire la decrescita facendosi il meno male possibile, anziché continuare a vagheggiare un impossibile ritorno della crescita economica..

Gli utili idioti e la CO2

La Panda. L'auto più venduta in Italia nel 2017.
La Panda. L’auto più venduta in Italia nel 2017.

Il livello medio del mare( in rosso) e le acque alte a Venezia
Il livello medio del mare( in rosso) e le acque alte a Venezia

Ha fatto notizia la proposta di introdurre un bonus/malus fiscale sull’acquisto di veicoli nuovi proprio mentre era in corso la conferenza COP24, che riunisce i principali paesi dell’ONU nel tentativo di elaborare una politica comune per la riduzione dei gas serra. In questa conferenza, per la prima volta in modo così chiaro, è stato affermato che la nostra è l’ultima generazione che può evitare una catastrofe planetaria, contenendo l’aumento della temperatura media rispetto al periodo di riferimento entro 2 gradi. E che per farlo dobbiamo dimezzare le emissioni entro i prossimi 15 anni.

Dal momento che questo è un compito colossale, è evidente che è arrivato il momento di porre un limite serio alla libertà di inquinare. Anche perché, non devo certo ricordalo ai lettori di Crisis, vi sono molti costi palesi ed occulti, legati all’utilizzo di veicoli pesanti, massicci, poco economi. Ovvero buona parte delle auto sul mercato.

Ha fatto notizia dicevo. NATURALMENTE, grazie agli idioti di cui sopra, davvero ben distribuiti tra i media, in senso negativo.

In buona sostanza, dopo attenta e dolente analisi, gli oligoneuronati hanno fieramente affermato che l’orrido provvedimento:

  1. è una imposta sui poveri, perché i poveri non possono permettersi le auto elettriche.
  2. I poveri, in generale, non possono permettersi le auto meno inquinanti ed in particolare un poveraccio con una euro tre non si merita di essere tartassato  “Sono assolutamente contrario a ogni ipotesi di nuova tassa su un bene in Italia già iper tassato come l’auto. Benissimo a bonus per chi vuole cambiare ma non credo che ci sia qualcuno che ha un euro3 diesel per il gusto di avere una macchina vecchia. Ce l’ha perché non ha soldi per comprarsi una macchina nuova”.  Ha affermato Salvini, dimostrando di non aver non solo capito ma  nemmeno letto il decreto.Una auto piccola ed economica come la Panda, potrà trovarsi a pagare anche 1000 euro di Malus.
  3. Il provvedimento manderà in crisi le case automobilistiche nostrane, in cassa integrazione decine di migliaia di lavoratori, la FCA chiuderà stabilimenti etc etc etc.
  4. etc…

Una serie di boiate incommensurabili, in parte emesse da parti in causa danneggiate dai provvedimenti, ma in parte ancora più grande “elaborate” dai nostri egregi organi di stampa e media.

Utili idioti, nel migliore dei casi. Giornalisti che hanno rinunciato alla loro missione, inforMare, tentando, per motivi tanto vari quanto indicibili, con un semplice cambio di consonanti di intorTare, chi li ascolta o legge.

Uno per tutti ( absit iniuria verbis): Rai News. Più scocciante di altri, perché lo paghiamo noi.

OVVIAMENTE ha ripreso la storia del malus di 1000 euro sulla Panda.

Una Panda

Come stanno le cose?

La “famigerata” Panda ha emissioni che vanno da 106 a 133 grammi di CO2 per km. QUINDI pagherà un malus da….ZERO a 400 euro ( le versioni più inquinanti) certo non mille. Ma a cosa corrispondono 133 grammi di CO2/km? A poco meno di 18 km/litro DICHIARATI. Sapete benissimo, per esperienza diretta e personale, come i valori dichiarati, con prove di omologazione quanto mai discusse, siano lontani dal reale. Ecco un link dove si citano sopravalutazioni delle percorrenze, mediamente vicine al 40%. Diciamo, per rimanere sul sicuro, almeno un 30% MINORI DI UN UTILIZZO TIPICO. Realisticamente quella versione della famosa Panda, starà intorno ai 14 km con un litro. Resta il fatto che nel 2018 una utilitaria che non riesce a percorrere, nemmeno in una prova, nemmeno in teoria, 18 km con un litro, DEVE essere tassata, perché si può e si deve fare meglio.

Come? Tralasciando per un momento le ovvietà ovvero smettendo di fare veicoli con motore endotermico, elenco, in ordine sparso: smettendola di far somigliare le auto a bussolotti, e tornando a forme aerodinamiche, smettendo di infarcirle di servomeccanismi, tra l’altro, in auto economiche, proni alle rotture, che aumentano il peso di quintali, così imponendo un aumento del peso del telaio etc etc etc. Utilizzando motori ibridi. Infine, BANALMENTE, passando semplicissimamente, al metano o, più economicamente e semplicemente, al GPL. Eh già perché le emissioni, a parità di consumi, per un’auto a GPL sono MOLTO più basse.  Ecco una tabella chiarificatrice

Emissioni di CO2

2.380 g per litro di benzina consumato

1.610 g per litro di Gpl consumato

2.750 g per kg di metano consumato

2.650 g per litro di gasolio consumato

Come vedete, non è ovvio che le auto a Metano o Gasolio, che consumano meno di una a benzina, emettano meno CO2 per km.  ( benché possano emettere quantità minori di altri inquinanti). Al contrario anche con tutte le tare, dovute al minore potere calorifico del GPL etc etc, una auto a GPL ha emissioni di circa il 10% inferiori alla stessa auto alimentata a benzina.

QUINDI basterà che la famosa Panda 1.2  venga proposta a GPL per ridurre il Malus a 150 euro. Circa l’1,5% sul prezzo d’acquisto.

La verità è che le auto più tartassate NON saranno le piccole utilitarie, che hanno ormai tutte consumi ridotti e che hanno versioni economiche  Ed a bassi consumi. Ma le auto medie e grandi che sono quelle sulle quali le case automobilistiche fanno gli affari maggiori. NORMALE, NORMALISSIMO che nel paese in cui l’unica grande casa automobilistica ha da tempo rinunciato ai modelli elettrici o ibridi, si vedano queste norme come pericolose.

MOLTO meno normale che, nel momento in cui gli scienziati ed i politici di tutto il mondo ci ricordano che abbiamo pochi anni per salvare il pianeta o almeno per mantenerlo decentemente abitabile per noi e le prossime generazioni si facciano tante storie per qualche centinaio di euro.

Poiché tutto il cancan è stato alzato in nome dei “meno abbienti”, ricordiamo una cosa che dovrebbe essere autoevidente: potendo, un “meno abbiente” sceglierà sempre il veicolo più economo, non solo come costi iniziali, ma anche come consumi, assicurazione, bollo, sempre che, ovviamente, non sia  fuorviato da mirabolanti sconti&rottamazioni varie. Nel farlo, sceglierà anche il meno inquinante.

Infine una considerazione puramente e duramente liberista: Se un’auto emette ( nel caso migliore) 133 grammi di CO2 al km, questo corrisponde, come visto, a circa 18 km/litro. Ovvero, almeno 10.000 litri durante la sua vita operativa. Benché siano litri di carburante e non di petrolio, parliamo comunque di qualcosa che ai prezzi attuali costa al sistema paese svariate migliaia di euro, sotto forma di bolletta petrolifera. E’ un PESSIMO AFFARE.  Che negli anni a venire è destinato a diventare ancora peggiore. Senza contare i morti per particolato etc etc etc.

Senza contare la cosa più importante: non produciamo che una minuscola parte del petrolio che consumiamo e sarà sempre così, anche se la più sfrenata deregulation si abbattesse sugli abitanti della Val’Agri. Analogamente, non produciamo che solo una parte del metano che consumiamo. Ecco perché, anche solo in termini geopolitici, faremmo MOLTO bene al liberarci il prima possibile dalla dipendenza da fonti fossili. Ripeto: è un interesse STRATEGICO del nostro paese.

Chiaramente anche le auto elettriche sono associabili ad emissioni di CO2, visto che l’energia elettrica viene ancora in buona parte prodotta da fonti non rinnovabili. Ma, a parte che questo è destinato a cambiare, rapidamente, nei prossimi anni, tenuto conto di tutto, restano comunque migliaia di euro di differenza, dovuti sia al differente mix energetico sia all’enorme differenza di efficienza operativa tra i due veicoli. Si trovano centinaia di articoli in merito, su internet, la cosa è ormai un fatto accertato. Se a qualcuno servisse un riferimento, eccone uno tra i tanti, oltretutto adattato ad un sistema energetico, quello USA, decisamente più inquinante del nostro. Conclusione: Pur non essendo ATTUALMENTE zero, la bolletta energetica per il sistema paese associabile ad un veicolo elettrico, è sicuramente già molto più bassa di quella di un veicolo endotermico, con ottime prospettive di scendere ancora.

Le auto elettriche tra l’altro, circolano già da molti anni e se ne trovano facilmente anche a costi ragionevoli, usate , ovviamente con percorrenze minori di quelle nuove. Ma le cose cambieranno rapidamente, via via che nuovi veicoli vengono messi sul mercato.

Si dice che questo provvedimento NON ridurrà le emissioni, perché continueranno ad avere un mercato le auto vecchie, che non verranno rottamate. La cosa è piuttosto falsa, dato che già oggi si circola con difficoltà con le auto più inquinanti. Chi non compra una auto nuova non lo farà certo perché su di essa insiste un malus di poche centinaia di euro. Piuttosto, un attento conteggio dei pro e dei contro, potrebbe portare le persone a fare scelte più ponderate.

Propongo quindi, sperando che la proposta venga ripresa, l’introduzione di un indice di prestazione per i veicoli, qualcosa che somigli alla classificazione degli elettrodomestici, in modo che, in modo semplice, ogni cittadino possa farsi una idea concreta, dei costi reali, economici, energetici ed ambientali, di un veicolo rispetto ad un altro, nel suo ciclo di vita.

Vogliamo salvare il mondo o vogliamo continuare ad andare in SUV? Credo che sia arrivato, in realtà il momento di provvedimenti MOLTO più pesanti. Vi sono pochi motivi, nessuno particolarmente nobile, per consentire, senza una pesante tassazione, l’acquisto di veicoli che pesano due tonnellate e portano cinque persone. Benché, l’ho scritto MOLTI anni fa, questi veicoli siano relativamente pochi e quindi influiscano solo marginalmente sulle emissioni, orientano però anche il comportamento di chi acquista veicoli più economici, con il risultato che il mercato è tutta una rincorsa ad inutili scatoloni, sempre più grandi.

La rivoluzione non è per i pavidi. Sempre che si voglia DAVVERO farla, ovviamente.