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Grugniti in libertà di un cacciatore raccoglitore del XXI secolo

La rivolta dei Ciompi.

Di Jacopo Simonetta

La rivolta dei Gilet Gialli è animata da un insieme di rivendicazioni, alcune molto stupide ed altre molto giuste. Vi convergono soggetti eterogenei come pensionati poveri e giovani disoccupati, ma anche militanti fascisti e comunisti, casseur di professione e molto altro.   Un’eterogeneità che prosegue una tradizione antica come le società complesse: La rivolta del popolino esasperato.

Ogni rivolta ha una panoplia di cause e di effetti specifici.  La rivolta dei Ciompi era molto diversa da quella di Masaniello e le “Jaqueries” avevano ben poco in comune con la Rivoluzione Francese.   Eppure, mi pare che si possano individuare degli elementi in comune che riassumerei così:

  • Assenza di un’ideologia di riferimento.  Semmai l’ideologizzazione avviene in seguito, progressivamente, secondo lo sviluppo degli eventi e dei gruppi organizzati che riescono ad imporsi alla massa.  Quando emerge un’ideologia, la struttura del movimento cambia, così come buona parte dei suoi aderenti.
  • Assenza di una leadership.  Anche i capi emergono gradualmente dalla massa e si impongono come rappresentanti e capitani, ma solo in corso d’opera e se la rivolta dura abbastanza a lungo.
  • Tentativo più o meno riuscito di strumentalizzazione da parte di organizzazioni politiche e/o personaggi di spicco pre-esistenti.
  • Una serie di cause inconsce, tutte derivanti dagli stress sociali ed economici connessi con quel fenomeno complesso e dinamico che possiamo chiamare “sovrappopolazione”.
  • Una serie di cause molto coscienti, economiche e sociali, esacerbate dall’incapacità della classe dirigente ad affrontarle e gestirle.
  • Un elemento scatenante futile, che fa da detonatore di tensioni profonde, accumulate nel tempo.
  • Un fiasco finale.  Di solito questo genere di rivolte spontanee si esaurisce per stanchezza; oppure viene repressa.   In qualche caso storico, rivolte spontanee hanno portato a riforme politiche drastiche, quanto effimere.   Qualche volta hanno invece scatenato dei terremoti politici di portata storica, ma senza migliorare le condizioni economiche e sociali dei ribelli.  Semmai il contrario.

Dunque le rivolte sono inutili?  No, perché nel bene e nel male rappresentano delle valvole di sfogo di tensioni divenute insostenibili.   La classe dirigente che non ha sputo prevenirle o gestirle può uscirne vittoriosa o sconfitta.  In questo caso, si verifica una sua sostituzione più o meno completa, ma le cause che hanno portato alla rivolta alla fine rimangono uguali, o peggiorano.   Tranne, in qualche caso, la pressione demografica che può risultare alleggerita da un netto aumento della mortalità e/o dell’emigrazione, ma è difficile ritenerlo un successo.

Se si può azzardare una regola storica su questo genere di rivolte (non di tutte le rivolte) direi che è questa: “La ribellione inizia per esasperazione e termina per rassegnazione”.   Talvolta per disperazione.

Anche a questo proposito, basta dare un’occhiata alla letteratura di 50 anni fa in materia di economia, ambiente e popolazione, per vedere che quello che sta succedendo è esattamente quello che, all’epoca, ci si aspettava che sarebbe successo.  Le società complesse funzionano infatti bene finché usufruiscono di un flusso di bassa entropia crescente e si trovano immerse in un ambiente stabile.  Quando queste condizioni vengono meno, le società entrano in crisi e cominciano a disgregarsi: un processo che continua finché non viene ritrovato un nuovo, temporaneo, equilibrio del sistema umano in rapporto al sistema naturale di cui fa parte.

Un processo frequente nella storia, ma che oggi, per la prima volta, riguarda l’intera umanità contemporaneamente.

La rivolta dei GG sarà utile se aiuterà qualcuno a capire che occorre attrezzarsi per rallentare e gestire la decrescita facendosi il meno male possibile, anziché continuare a vagheggiare un impossibile ritorno della crescita economica..

Gli utili idioti e la CO2

La Panda. L'auto più venduta in Italia nel 2017.
La Panda. L’auto più venduta in Italia nel 2017.
Il livello medio del mare( in rosso) e le acque alte a Venezia
Il livello medio del mare( in rosso) e le acque alte a Venezia

Ha fatto notizia la proposta di introdurre un bonus/malus fiscale sull’acquisto di veicoli nuovi proprio mentre era in corso la conferenza COP24, che riunisce i principali paesi dell’ONU nel tentativo di elaborare una politica comune per la riduzione dei gas serra. In questa conferenza, per la prima volta in modo così chiaro, è stato affermato che la nostra è l’ultima generazione che può evitare una catastrofe planetaria, contenendo l’aumento della temperatura media rispetto al periodo di riferimento entro 2 gradi. E che per farlo dobbiamo dimezzare le emissioni entro i prossimi 15 anni.

Dal momento che questo è un compito colossale, è evidente che è arrivato il momento di porre un limite serio alla libertà di inquinare. Anche perché, non devo certo ricordalo ai lettori di Crisis, vi sono molti costi palesi ed occulti, legati all’utilizzo di veicoli pesanti, massicci, poco economi. Ovvero buona parte delle auto sul mercato.

Ha fatto notizia dicevo. NATURALMENTE, grazie agli idioti di cui sopra, davvero ben distribuiti tra i media, in senso negativo.

In buona sostanza, dopo attenta e dolente analisi, gli oligoneuronati hanno fieramente affermato che l’orrido provvedimento:

  1. è una imposta sui poveri, perché i poveri non possono permettersi le auto elettriche.
  2. I poveri, in generale, non possono permettersi le auto meno inquinanti ed in particolare un poveraccio con una euro tre non si merita di essere tartassato  “Sono assolutamente contrario a ogni ipotesi di nuova tassa su un bene in Italia già iper tassato come l’auto. Benissimo a bonus per chi vuole cambiare ma non credo che ci sia qualcuno che ha un euro3 diesel per il gusto di avere una macchina vecchia. Ce l’ha perché non ha soldi per comprarsi una macchina nuova”.  Ha affermato Salvini, dimostrando di non aver non solo capito ma  nemmeno letto il decreto.Una auto piccola ed economica come la Panda, potrà trovarsi a pagare anche 1000 euro di Malus.
  3. Il provvedimento manderà in crisi le case automobilistiche nostrane, in cassa integrazione decine di migliaia di lavoratori, la FCA chiuderà stabilimenti etc etc etc.
  4. etc…

Una serie di boiate incommensurabili, in parte emesse da parti in causa danneggiate dai provvedimenti, ma in parte ancora più grande “elaborate” dai nostri egregi organi di stampa e media.

Utili idioti, nel migliore dei casi. Giornalisti che hanno rinunciato alla loro missione, inforMare, tentando, per motivi tanto vari quanto indicibili, con un semplice cambio di consonanti di intorTare, chi li ascolta o legge.

Uno per tutti ( absit iniuria verbis): Rai News. Più scocciante di altri, perché lo paghiamo noi.

OVVIAMENTE ha ripreso la storia del malus di 1000 euro sulla Panda.

Una Panda

Come stanno le cose?

La “famigerata” Panda ha emissioni che vanno da 106 a 133 grammi di CO2 per km. QUINDI pagherà un malus da….ZERO a 400 euro ( le versioni più inquinanti) certo non mille. Ma a cosa corrispondono 133 grammi di CO2/km? A poco meno di 18 km/litro DICHIARATI. Sapete benissimo, per esperienza diretta e personale, come i valori dichiarati, con prove di omologazione quanto mai discusse, siano lontani dal reale. Ecco un link dove si citano sopravalutazioni delle percorrenze, mediamente vicine al 40%. Diciamo, per rimanere sul sicuro, almeno un 30% MINORI DI UN UTILIZZO TIPICO. Realisticamente quella versione della famosa Panda, starà intorno ai 14 km con un litro. Resta il fatto che nel 2018 una utilitaria che non riesce a percorrere, nemmeno in una prova, nemmeno in teoria, 18 km con un litro, DEVE essere tassata, perché si può e si deve fare meglio.

Come? Tralasciando per un momento le ovvietà ovvero smettendo di fare veicoli con motore endotermico, elenco, in ordine sparso: smettendola di far somigliare le auto a bussolotti, e tornando a forme aerodinamiche, smettendo di infarcirle di servomeccanismi, tra l’altro, in auto economiche, proni alle rotture, che aumentano il peso di quintali, così imponendo un aumento del peso del telaio etc etc etc. Utilizzando motori ibridi. Infine, BANALMENTE, passando semplicissimamente, al metano o, più economicamente e semplicemente, al GPL. Eh già perché le emissioni, a parità di consumi, per un’auto a GPL sono MOLTO più basse.  Ecco una tabella chiarificatrice

Emissioni di CO2

2.380 g per litro di benzina consumato

1.610 g per litro di Gpl consumato

2.750 g per kg di metano consumato

2.650 g per litro di gasolio consumato

Come vedete, non è ovvio che le auto a Metano o Gasolio, che consumano meno di una a benzina, emettano meno CO2 per km.  ( benché possano emettere quantità minori di altri inquinanti). Al contrario anche con tutte le tare, dovute al minore potere calorifico del GPL etc etc, una auto a GPL ha emissioni di circa il 10% inferiori alla stessa auto alimentata a benzina.

QUINDI basterà che la famosa Panda 1.2  venga proposta a GPL per ridurre il Malus a 150 euro. Circa l’1,5% sul prezzo d’acquisto.

La verità è che le auto più tartassate NON saranno le piccole utilitarie, che hanno ormai tutte consumi ridotti e che hanno versioni economiche  Ed a bassi consumi. Ma le auto medie e grandi che sono quelle sulle quali le case automobilistiche fanno gli affari maggiori. NORMALE, NORMALISSIMO che nel paese in cui l’unica grande casa automobilistica ha da tempo rinunciato ai modelli elettrici o ibridi, si vedano queste norme come pericolose.

MOLTO meno normale che, nel momento in cui gli scienziati ed i politici di tutto il mondo ci ricordano che abbiamo pochi anni per salvare il pianeta o almeno per mantenerlo decentemente abitabile per noi e le prossime generazioni si facciano tante storie per qualche centinaio di euro.

Poiché tutto il cancan è stato alzato in nome dei “meno abbienti”, ricordiamo una cosa che dovrebbe essere autoevidente: potendo, un “meno abbiente” sceglierà sempre il veicolo più economo, non solo come costi iniziali, ma anche come consumi, assicurazione, bollo, sempre che, ovviamente, non sia  fuorviato da mirabolanti sconti&rottamazioni varie. Nel farlo, sceglierà anche il meno inquinante.

Infine una considerazione puramente e duramente liberista: Se un’auto emette ( nel caso migliore) 133 grammi di CO2 al km, questo corrisponde, come visto, a circa 18 km/litro. Ovvero, almeno 10.000 litri durante la sua vita operativa. Benché siano litri di carburante e non di petrolio, parliamo comunque di qualcosa che ai prezzi attuali costa al sistema paese svariate migliaia di euro, sotto forma di bolletta petrolifera. E’ un PESSIMO AFFARE.  Che negli anni a venire è destinato a diventare ancora peggiore. Senza contare i morti per particolato etc etc etc.

Senza contare la cosa più importante: non produciamo che una minuscola parte del petrolio che consumiamo e sarà sempre così, anche se la più sfrenata deregulation si abbattesse sugli abitanti della Val’Agri. Analogamente, non produciamo che solo una parte del metano che consumiamo. Ecco perché, anche solo in termini geopolitici, faremmo MOLTO bene al liberarci il prima possibile dalla dipendenza da fonti fossili. Ripeto: è un interesse STRATEGICO del nostro paese.

Chiaramente anche le auto elettriche sono associabili ad emissioni di CO2, visto che l’energia elettrica viene ancora in buona parte prodotta da fonti non rinnovabili. Ma, a parte che questo è destinato a cambiare, rapidamente, nei prossimi anni, tenuto conto di tutto, restano comunque migliaia di euro di differenza, dovuti sia al differente mix energetico sia all’enorme differenza di efficienza operativa tra i due veicoli. Si trovano centinaia di articoli in merito, su internet, la cosa è ormai un fatto accertato. Se a qualcuno servisse un riferimento, eccone uno tra i tanti, oltretutto adattato ad un sistema energetico, quello USA, decisamente più inquinante del nostro. Conclusione: Pur non essendo ATTUALMENTE zero, la bolletta energetica per il sistema paese associabile ad un veicolo elettrico, è sicuramente già molto più bassa di quella di un veicolo endotermico, con ottime prospettive di scendere ancora.

Le auto elettriche tra l’altro, circolano già da molti anni e se ne trovano facilmente anche a costi ragionevoli, usate , ovviamente con percorrenze minori di quelle nuove. Ma le cose cambieranno rapidamente, via via che nuovi veicoli vengono messi sul mercato.

Si dice che questo provvedimento NON ridurrà le emissioni, perché continueranno ad avere un mercato le auto vecchie, che non verranno rottamate. La cosa è piuttosto falsa, dato che già oggi si circola con difficoltà con le auto più inquinanti. Chi non compra una auto nuova non lo farà certo perché su di essa insiste un malus di poche centinaia di euro. Piuttosto, un attento conteggio dei pro e dei contro, potrebbe portare le persone a fare scelte più ponderate.

Propongo quindi, sperando che la proposta venga ripresa, l’introduzione di un indice di prestazione per i veicoli, qualcosa che somigli alla classificazione degli elettrodomestici, in modo che, in modo semplice, ogni cittadino possa farsi una idea concreta, dei costi reali, economici, energetici ed ambientali, di un veicolo rispetto ad un altro, nel suo ciclo di vita.

Vogliamo salvare il mondo o vogliamo continuare ad andare in SUV? Credo che sia arrivato, in realtà il momento di provvedimenti MOLTO più pesanti. Vi sono pochi motivi, nessuno particolarmente nobile, per consentire, senza una pesante tassazione, l’acquisto di veicoli che pesano due tonnellate e portano cinque persone. Benché, l’ho scritto MOLTI anni fa, questi veicoli siano relativamente pochi e quindi influiscano solo marginalmente sulle emissioni, orientano però anche il comportamento di chi acquista veicoli più economici, con il risultato che il mercato è tutta una rincorsa ad inutili scatoloni, sempre più grandi.

La rivoluzione non è per i pavidi. Sempre che si voglia DAVVERO farla, ovviamente.

Il Picco del petrolio torna di moda. Questa volta non è una esercitazione

il k2, un picco meraviglioso

Uh, guarda, avevamo ragione. Il picco del petrolio “convenzionale”, come da noi di Aspo Italia a suo tempo previsto una quindicina di anni fa, è avvenuto nel 2008.

No so nemmeno io quante volte ne ho scritto. Qui i post usciti su Crisis.

Non lo dice una cassandra qualunque. Lo dice L’IEA ( International Energy Agency), ovvero una dei due più titolati osservatori internazionali del settore. A pagina 45 del suo rapporto annuale, uscito tre giorni fa.

“La produzione di petrolio greggio convenzionale ha raggiunto il suo picco nel 2008, a 69,5 Mb / g, e da allora è diminuita di circa 2,5 Mb / g.”

Avevamo ragione, CHIARO?!!!

E’ una svolta epocale. L’IEA , insieme alla sua “cugina “EIA ha sempre negato anche solo il concetto di picco del petrolio, figuriamoci la possibilità che si verificasse, anche in un futuro più o meno lontano. L’anno scorso aveva fatto timide assunzioni che potevano far intravedere qualche problema. Quest’anno è come se fosse caduto un velo.

Come previsto da uno dei più famosi membri dell’associazione, il picco del petrolio è stato riconosciuto, ex post, dopo quasi dieci anni, guardando “nello specchietto retrovisore.  Se la produzione mondiale è ancora aumentata, si deve, sostanzialmente, al recupero di produttività dell’Iraq e dell’ex URSS ed all’esplosione del fenomeno dello shale gas & fracking, che , sostanzialmente, è stato sostenuto solo da enormi afflussi di dollari, costituendo ad oggi, una minaccia per l’economia mondiale maggiore di quella dei famigerati mutui subprime che innescarono la recessione dieci anni fa.

Non solo: l’aumento della domanda per i prossimi anni dovrà essere coperto da pochissimi paesi, che hanno in realtà poche speranze di aumentare la propria produzione. L’esplosione dei prezzi, l’arrivo del picco non solo del petrolio ma dei combustibili fossili potranno essere evitati solo da una triplicazione della produzione degli Usa da shale gas&oil. Una cosa, sostanzialmente, impossibile per motivi temporali, geologici, finanziari, sistemici. Questo scenario di una specie di “rinascimento petrolifero”, con un poderoso sforzo per aumentare la produzione è stato chiamato “new policies “.

Ecco a chi è affidato il compito di coprire l’aumento previsto della domanda mondiale:

La produzione combinata di gas e petrolio per i pochi paesi che secondo la IEA possono aumentare la produzione ( fonte: http://crashoil.blogspot.com/2018/11/world-energy-outlook-2018-alguien-grito.html)

Ecco il dettaglio della produzione americana auspicata dall’IEA:

Da notare:

1)la rapidità con cui decresce la produzione dei pozzi già trivellati

2) l’esplosione della produzione americana, prevista entro due anni, NON AVREBBE PRECEDENTI nella storia dell’estrazione di petrolio.

Visti gli investimenti necessari, misurabili in centinaia di miliardi di dollari e visto che gli investimenti delle compagnie petrolifere in questo come altri settori, sono drammaticamente calati e non stanno riprendendo, non è nemmeno sicuro che si possa mantenere la produzione attuale, data la velocità con cui si esauriscono i pozzi del fracking ( tempi di dimezzamenti della produzione di pozzi nuovi nell’ordine di un anno e mezzo).

Ma ecco il grafico chiave:

Declino della produzione mondiale in confronto alla domanda fonte: www.oilcrash

Il rosso: l’andamento della produzione attuale, in assenza di investimenti: un calo dell’ 8% annuo, ( senza considerare eventuali eventi imprevisti, che potrebbero peggiorare le cose).

Il rosa: la produzione se le azienda continueranno ad investire per mantenere correttamente le aree produttive, con investimenti in linea a quelli degli ultimi anni.

Si tratta di migliaia di miliardi di dollari all’anno. In effetti gli investimenti nel settore hanno superato, negli anni “migliori”, perfino quelli militari.

Dicevo che si tratta di una svolta epocale per l’IEA. Basterà a dimostrarlo questo grafico, tratto dal rapporto del 2016

 

Un semplice confronto darà la misura di quanto errate fossero le previsioni di solo due anni fa.

Per raggiungere la produzione che la situazione richiederebbe, si dovrebbero raddoppiare, forse triplicare gli investimenti, gli sforzi e le trivellazioni.

Si può quindi comprendere come questo scenario sia totalmente irrealistico.

Non lo dico io: lo dice la stessa IEA, ad esempio, in questo grafico:

spesa globale per l’energia scenario BAU e scenario con forti investimenti in energie rinnovabili

Vedete? L’ IEA prevede che i prezzi supereranno presto i livelli raggiunti in passato ( 150 DOLLARI PER BARILE, quasi il triplo dei prezzi attuali!!). Forse entro un anno a partire da oggi.  Poi CONTINUERANNO A CRESCERE.

Nel migliore dei casi (investimenti massicci in energie rinnovabili) i prezzi saliranno a livelli mai visti e poi RESTERANNO A TALI LIVELLI, per poi cominciare a calare lentamente, tra una decina di anni. Tutte le altre forme di energia continueranno ad assorbire quote crescenti del PIL mondiale, a velocità ancora maggiori che nello scenario “ordinario”.

In poche parole: i tempi dell’energia a buon mercato sono finiti.

In altre parole, i tempi della crescita mondiale sono finiti.

In altre parole ancora: il paradigma economico dell’ultimo secolo è finito.

Dovremmo esserne lieti.

Perché sta distruggendo il pianeta ed il futuro dei nostri figli.

Allo stato attuale, invece, dobbiamo essere MOLTO preoccupati.

Se, a causa dei ritorni decrescenti e della difficoltà di accedere alle risorse finanziarie ed infrastrutturali necessarie, vi sarà un collasso delle compagnie petrolifere e, conseguentemente, degli investimenti in ricerca e sviluppo, saranno guai seri.

Ecco lo scenario previsto:

La perdita del 50% della produzione mondiale avverrebbe nel giro di 5 anni. Se non vi è chiaro cosa significa ve lo dirò in breve: collasso della produzione industriale mondiale, la mamma di tutte le crisi economiche, defaults generalizzati, miliardi di morti per fame, guerre, medioevo in salsa cyberpunk. Non lo sto dicendo io,ma una paludatissima e, fino ad ora, quanto mai ottimistica, agenzia.

Il nostro paese ha modeste capacità produttive residue, lo sappiamo bene. In compenso spendiamo decine di miliardi di euro l’anno per approvvigionarci di petrolio e gas. Questa bolletta energetica, che è arrivata ad una quarantina di miliardi di euro, ed ora vale circa 25 miliardi, farà presto a triplicare. Sono decine di miliardi di euro che escono dal nostro paese, andando ad arricchire poche grandi compagnie e pochissimi paesi produttori. Se proprio dobbiamo investire per garantire un futuro all’Italia, è evidente che dovremmo andare nella direzione di accelerare a tutta la forza la transizione energetica, oltre alla produzione diffusa, lo stoccaggio diffuso, lo scambio diretto tra produttori e consumatori. E dovremmo farlo ad una velocità circa dieci volte quella attuale. NON è difficile calcolare che un investimento del genere starebbe intorno ai quaranta miliardi di euro l’anno (pari alla “bolletta energetica”). Quella cifra, che potrebbe essere pubblica in minima parte, ci permetterebbe di installare ad esempio, circa 40 GWp di fotovoltaico o eolico, che produrrebbero circa  50 TWh all’anno di energia elettrica, dal valore di circa 3 miliardi ( a 6 centesimi/kWh). Sarebbero ALMENO altrettanti miliardi di bolletta energetica risparmiata, senza contare ovviamente, l’indotto creato dalla manutenzione installazione etc etc. E’ OVVIO che non possiamo installare decine o centinaia di GWp di fotovoltaico, eolico, geotermico etc etc, senza pensare allo stoccaggio diffuso, alle smart grid, alla cogenerazione, al geotermico a basso impatto etc etc etc. Senza pensare al risparmio energetico. Senza pensare a cambiare il paradigma attuale. E quindi ovvio che la cifra andrebbe attentamente suddivisa tra le varie voci, sulla base di considerazioni in termini di costi/benefici,  ed in termini ambientali, sociali, sistemici.

E’ anche altrettanto evidente però che le grande opere che ci servono sono queste e non inutili buchi di 60 km per far girare treni “veloci” ( la cosidetta tav in val di Susa, non è mai stata tale, in realtà) quanto vuoti, a causa dei prezzi inavvicinabili dei biglietti. Quando il costo dell’energia sarà diventato proibitivo, la differenza tra benessere e povertà la faranno le scelte energetiche produttive e strategiche che ha fatto il paese. Noi quali faremo?

E se Alitalia diventasse una cooperativa?

 

tratto da: https://www.bastardidentro.it/immagini-e-vignette-divertenti/bando-alitalia-35026Notizia di ieri: il piccolo scandalo nato dall’uso forse improprio, forse solo improvvido di un terminal dell’Aeroporto e di un aereo da parte di due noti VIPS nostrani con contorno di polemiche politiche.

Qui su Crisis, ci interessa altro, ovviamente.

Più di dieci anni fa, uno dei primi articoli che scrissi per Crisis parlava di Alitalia. Dopo aver fatto un rapido riassunto della situazione snocciolai due o tre numeri che mi avevano colpito ( con i riferimenti necessari a verificarli, ovviamente). Due cose a quei tempi mi parvero clamorose:

  1. che NESSUNO avesse fatto caso al trascurabile errore commesso dall’AD in carica, che si era dimenticato di liquidare l’ultima rata del leasing di tre aerei da oltre 100 milioni di euro l’uno, così cedendoli, di fatto, alla compagnia di Leasing stessa.
  2.  che l’Alitalia avesse, ai tempi, oltre 180 aerei. Ad un valore ( sul mercato dell’usato che ai tempi stimai in circa 9-10 miliardi), il vero patrimonio dell’azienda era negli aerei. Poi si aggiungeva un aeroporto e centinaia di piloti addestrati. Diciamo almeno una quindicina di miliardi complessivi, che Airfrance intendeva comprarsi ad un decimo del valore, con la scusa che la compagnia perdeva oltre un milione al giorno. Poi attivarono i famosi patrioti, usi a salvare aziende italiane, ovviamente con i soldi delle aziende salvate. Per l’elevato rischio di querela, non ne parlerò. Anche perché, ai tempi, molti scrissero che era un accordo PEGGIORATIVO rispetto a quanto offerto da Air France  e che propro tanto tanto patrioti non erano.

Comunque sia, vendendosi un aereo ogni tanto, c’era da campare e tirare avanti, anche perdendo 1 milione al giorno, per anni.

Infatti, al netto di tutta la fumisteria, così è andata. Liquidando i pezzi migliori, cedendo piloti, Hubs, immobili, rotte etc etc. OVVIAMENTE; al di la delle chiacchiere, senza nessun miglioramento nei conti, ne in percentuale ne in termini assoluti ( del resto con una flotta che diminuiva era difficile fare fatturati maggiori).

Oggi dopo dieci anni di gestione privatistica, Alitalia ha quasi CENTO (100) aerei meno.

Una flotta dimezzata.

Ed hai conti ugualmente in rosso.

Ad onor del vero sono quasi peggiorati. Ha infatti circa 200 milioni di perdite/anno ( oltretutto in miglioramento rispetto agli precedenti) rispetto ai circa 500 milioni/anno del 2008, annus horribilis.

Con una flotta doppia però, molti rami secchi da tagliare, un numero di dipendenti ridondante, una grossa zavorra debitoria, etc etc . Mi pare evidente che non andremo da nessuna parte. Così continuando, la cmpagnia, sempre perdendo soldi, continuerà ad evaporare, fino a vendere anche gli ultimi aerei. Poi andrà in liquidazione, magari anche questa volta dimenticandosi di pagare le ultime rate del leasing degli ultimi nuovissimi aerei, chissà. COn tanti auguri e saluti ai dimpendenti, competenze, personale qualificato etc etc.

Quel che proposi allora, era di tentare qualcosa di diverso, inusitato e mai tentato prima. Ovviamente SE teorizzato sarebbe stato subito bollato di irrealizzabile da parte di chi si guadagna il pane con ponderose analisi che sono costantemente a favore di figuri che, in ultima analisi e con costanza degna di miglior causa,  sostituiscono pessime gestioni privatistiche a pessime gestioni pubblicistiche.

Quindi, PROPRIO PER QUESTO, da tentare. Cedere la compagnia di bandiera ad una cooperativa dei dipendenti che si impegnasse a non cederla a terzi per almeno cinque anni, facendola restare italiana, continua a sembrarmi, con i dovuti approfondimenti, l’opzione migliore. Ovviamente ad un simbolico euro, con lo Stato azionista con il 49 ma con la golden share. Ovvero il diritto di veto.

QUANDO LA CURA E’ PEGGIORE DEL MALE, BISOGNA RIPENSARE ALLA CURA

Di seguito il post di dieci anni fa. Per i links, andatevi a leggervi l’originale.

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QUANDO LA CURA E’ PEGGIORE DEL MALE, BISOGNA RIPENSARE ALLA CURA

DI PIETRO CAMBI

Crisis

QUANDO LA CURA E’ PEGGIORE DEL MALE, BISOGNA RIPENSARE ALLA CURA

Innanzitutto: Noi, noi tutti italiani, siamo i proprietari di Alitalia, ricordiamocelo.

Qualcuno, da noi delegato, dopo aver sfasciato tutto per benino, in ordinata alternanza con qualcun altro, ora la vuole svendere.

In questi giorni vi hanno spiegato per benino quanto è messa male questa povera compagnia, quanto è stato amministrata in modo disgraziato, quanto i suoi dipendenti, pur avendo non poco contribuito allo sconquasso con le loro richieste sindacali sempre sistematicamente correlate con le feste e le vacanze, siano inguaiati etc etc.

Ma veniamo ai fatti.

Stiamo, tanto per cambiare a numeri semplici, comprensibili. Insomma ai classici conticini della lavandaia (da oggi di Via dell’Oche e non più di Borgunto).

La compagnia ha circa 1.26 miliardi di debiti e 300 milioni di disponibilità (dati di fine gennaio 2008).

Era a quota 1,08 miliardi circa un anno fa (con circa 630 milioni di euro ancora disponibili per l’ordinaria amministrazione).

Quindi, senza stare a sfrucugliare troppo, in un anno scarso sono stati bruciati quasi 500 milioni di euro.

Si capisce che non vi sia la fila per acquisire un otre bucato come questo.

Ma l’offerta di Air France, è un dato di fatto, è addirittura imbarazzante: 138 milioni di euro e poi circa 700-800 milioni di euro da ottenere con un aumento di capitale e poi altrettanti garantiti dallo Stato (cioè sarà lo Stato italiano, ovvero noi, che risponderà in caso di problemi nella restituzione) e per finire alcune migliaia di esuberi (tra i quali alcune centinaia di piloti, che costano, sono costati (a noi “azionisti” di Alitalia) milioni di euro per la formazione e che finiranno sul mercato).

Ma quanto vale l’Alitalia?

Un centosessantesimo della Airfrance?

Quante sono le proprietà della compagnia, quanto valgono?

Vorrei trascurare, per il momento, il pur enorme valore di Malpensa e relativi enormi immobili e terreni (realizzati con i NOSTRI SOLDI ricordiamocelo).

Vorrei tralasciare le rotte aeree e gli altri diritti di traffico (roba da esperti).

Rimaniamo al patrimonio base. L’Alitalia ha, anzi direi aveva, 185 aerei .

Dico aveva perché, nel marasma di questi ultimi giorni, non sono stati buoni a pagare la quota di riscatto alla fine del leasing per tre aerei.

Tre boeing 767 , pagati interamente, CON I NOSTRI SOLDI, e regalati alle compagnie di leasing. Persi. Regalati, ripeto, in quanto pagati fino all’ultima rata.

Ma quanto costa un Boeing 767 usato …ma tenuto bene? (L’Alitalia fa tutta la manutenzione che deve quando deve e come deve, anzi spende anche troppo).

Se ve lo eravate mai chiesto ecco qui: almeno 44 milioni di euro per un 767 quasi decrepito di 15 anni di età.

Gli aerei, ben piu’ giovani, dell Alitalia valevano almeno qualcosa di piu’.

Mettiamo un 1% in più, tanto per dire.

Farebbero 48 milioni ad aereo.

Ovvero 144 milioni di euro, buttati via cosi, per distrazione, incapacità di trovare un filo di cash.

Ovvero qualcosa di più di quanto mette sul piatto Airfrance.

E gli altri 182 aerei? Valgono nulla?

Anche i nuovissimi 10 B 777  (non hanno due anni) del costo unitario di oltre 240 milioni di euro?

Per quanto mi riguarda mi par semplice.

CHIUNQUE DI NOI può comprare l’Alitalia: gli basta vendere un po’ di aerei appena comprata la compagnia, chiedere un finanziamento, GARANTITO DALLO STATO (se io non pago pagate voialtri popolo bue)e vedere di ramazzare qualche altro milione  via aumento di capitale. I piloti possono essere messi fuori anche, semplicemente, passandoli “in leasing” ad altre compagnie (la loro formazione, come detto, costa milioni di euro e richiede anche decenni, per i piloti di Jumbo et similia)

A spannometro, anche solo vendendo a prezzi di mercato gli aerei più decrepiti della flotta e mettendo via via in congedo i piloti e il personale per raggiunti limiti di età, anche senza migliorare i disastrati conti della società, si potrebbero coprire i buchi per i prossimi venti anni.

Forse finirà prima il petrolio.

Più o meno quello che ho accennato è quello che farebbe il liquidatore in caso di fallimento: venderebbe per fare liquidità e ripianare i conti. A me pare una soluzione migliore e di gran lunga di quanto è stato finora messo sul piatto. Provocherebbe sconquassi minori, non comporterebbe licenziamenti immediati, non metterebbe, per l’ennesima volta, la mano in tasca a noi proprietari.

Potrebbe anche succedere, chissà, magari, che il personale si metta una mano in tasca, 12.000 euro a testa basterebbero, E SI COMPRI LA PROPRIA COMPAGNIA DIVENTANDO IL DATORE DI LAVORO DI SE STESSO.

Scommettiamo che i conti comincerebbero a tornare di nuovo?

Qualcuno che lo dicesse, oltre a noialtri grulli?

 

 

 

Pietro Cambi

https://comedonchisciotte.org/i-conti-della-lavandaia-e-lalitalia/

Link originale:

http://crisis.blogosfere.it/2008/03/i-conti-della-lavandaia-e-lalitalia-w-il-liquidatore.html

1.04.08

Un pianeta di mirtilli

Esiste il premio Nobel ed esiste il premio IG-nobel, ovvero quello che ogni anno viene attribuito alla PEGGIOR ricerca, materia per materia. Nel tempo, anche grazie all’humour, che ancora fortunatamente resiste nella comunità dei ricercatori si fa a gara per presentare ricerche che possano ambire a questo secondo ed ormai popolare premio. Vi sono regole da rispettare: la ricerca DEVE essere pubblicata, e DEVE essere eseguita e presentata secondo i protocolli scientifici più diffusi. Deve essere, insomma, una ricerca VERA. Mi sono imbattuto, per caso in un serissimo ( ehm) candidato  al premio per il 2018 e, senza ulteriore indugio vi presento lo studio.

Una Terra di mirtilli

Cosa succederebbe se, tutto ad un tratto, l’intera Terra fosse trasformata in una una sfera formata da mirtilli? Per un attimo mentre cercate di mantenere l’equilibrio in uno strano paesaggio composto da miliardi di piccoli sferoidi succosi che si spappolano sotto i vostri piedi, sentireste la gravità scomparire, solo un ottavo di quella precedente, come sulla Luna. I mirtilli, come è noto sono fatti prevalentemente da acqua e la densità MEDIA del pianeta è un bel poco superiore a quella dell’acqua.
Poi i mirtilli, a partire da qualche metro sottoterra, comincerebbero a collassare sotto il loro peso, trasformandosi in una purea, mentre l’aria intrappolata tra l’uno e l’altro ( resta parecchio spazio vuoto, tra mirtillo e mirtillo) cerca di liberarsi verso l’alto, prima in bolle e gorgoglii e poi, via via che arriva dal profondo, in geyser di potenza crescente, fino a far impallidire quelli di Encelado, Io ed Europa. Getti alti centinaia di km, sparerebbero, a velocità ipersonica, tonnellate di mirtilli in orbita. Il pianeta si restringerebbe rapidamente fino ad eliminare gli spazi vuoti tra mirtillo e mirtillo. Un rapido calcolo porta la stima di questa riduzione del raggio a circa 1000 km. Più o meno come nell’immagine di questo post.
L’energia potenziale liberata dal collasso e dalla caduta verso il centro, si libererebbe sotto forma di calore.
Presto tutto diventerebbe una enorme sfera di marmellata bollente gorgogliante ed eruttante. Prima, nei brevi momenti prima di finire bolliti, avremmo dovuto sopportare i peggiori terremoti mai visti, mentre le montagne, trasformate in mirtilli, franano e si spappolano, esplodendo sotto il loro stesso peso. Si formerebbe una densa atmosfera di vapore acqueo e sostanze antioossidanti varie, purtroppo ad alta temperatura, che creerebbe un effetto serra poderoso. Nel giro di qualche ora l’oceano di marmellata bollente e gorgogliante ed eruttante che ricopre il pianeta comincerebbe ad evaporare creando un effetto a serra a cascata, di tipo venusiano. Si raggiungerebbero le condizioni per un fluido ipercritico ed il confine tra atmosfera ed oceano di marmellata in rapida scomposizione termica scomparirebbero. Nel frattempo in profondità, la pressione , nonostante la temperatura, porterebbe alla formazione di un nucleo solido di ghiaccio VII. Il campo magnetico sarebbe scomparso e i raggi solari disintegrerebbero rapidamente la marmellata , ed il fruttosio residuo ( quello non decomposto termicamente) Alla fine resterebbe un mondo fatto di vapore, acqua, e residui minerali ( frazioni dell’1%) e CO2 ( un bel poco di CO2, i mirtilli son ricchi di zuccheri).
Il colore, anche a causa delle piccole tracce di antociani etc etc, sarebbe blu violaceo, con nuvole bianche. La luna, non più trattenuta da una gravità ridotta ad un ottavo di quella precedente, se ne sarebbe andata, probabilmente in cerca di un altro pianeta. Considerando l’energia disponibile e le varie possibilità, nei tempi dovuti, finirebbe su Venere o su Mercurio o sul sole ( molto più probabile).
Se finisse su Venere, vaporizzerebbe tutta la crosta del pianeta e tutta l’atmosfera. Quando le cose si raffreddassero, Venere avrebbe un oceano di Magma, un anello, come Saturno, una atmosfera quasi senza CO2 e povera, molto più povera, di quella attuale. Raffreddatosi l’oceano di magma, sarebbe calda ma molto meno dell’inferno blu violaceo, attraversato da folgori titaniche, una volta chiamata Terra.
No, non sarebbe bello, un mondo di mirtilli.
Non è una fake news.
Questa ricerca è stata fatta. Per davvero!!! https://arxiv.org/pdf/1807.10553.pdf

Dei migranti, delle sar e delle balle

 

La Lifeline. Immaginatevi 200 persone a bordo.

Quello dei migranti in arrivo sulle nostre coste , tra l’altro calati del 50% è un problema stagionale, o elettorale o, come in questi giorni, tutt’e due le cose. Ovvaimente NON è così, è un problema epocale che andrebbe affrontato con pari intensità per non farlo diventare anche esiziale, ma così lo riducono le cronache.

Come Lavandaie e gattini attaccati ai mammasantissimi di chiunque stia sulla tolda di comando, oggi ci occupiamo di una storia di attualità.

La nave Life Line, di proprietà della analoga ONG, battente bandiera olandese, ha recuperato un carico di migranti, è sovraccarica, vorrebbe portarli in Italia ma l’Italia, per bocca del suo ministro degli interni, la dirotta su Malta perché, a suo dire, i migranti sono stati raccolti nella zona SAR ( Search and rescue area) assegnata a Malta.

Malta dice che l’operazione di soccorso è stata effettuata FUORI dalla sua zona SAR, nella zona SAR della LIbia, normalmente sotto il coordinamento italiano e che quindi tocca all’Italia ed alla Libia decidere cosa fare.

Nell’indecisione, la nave, stracarica, rimane nel limbo Fortunatamente con mare non troppo agitato.

Intanto la cosa più importante: il porto vicino più sicuro sarebbe La Valletta, la gente a bordo della piccola e sovraccarica nave ha bisogno di aiuto, le leggi del mare impongono l’attracco al porto più vicino.

Chi rifiuta questo attracco sulla base di considerazioni amministrative commette un reato internazionale e come tale andrebbe perseguito. Ovviamente,  gli accordi amministrativi/operativi sono sempre di un grado inferiore, come influenza, delle normative internazionali per il rispetto dei diritti fondamentali delle persone, tra le quali rientra, evidentemente ( per ora?) la vita.

Come stanno e come sono andate le cose?

Intanto vediamo, visto che nessun telegiornale è buono a farcele vedere, queste SAR, queste aree di ricerca e soccorso, come sono organizzate.

Qui vedete, intanto,la SAR Maltese. Come vedete si estende anche ad acque che NON sarebbero logicamente sotto il controllo di Malta, addirittura al di la di Lampedusa, fino a quasi alle coste tunisine. Ai tempi  fu così stabilito su pressante richiesta di Malta stessa che ne faceva una questione di orgoglio e prestigio internazionale, senza contare, ovviamente, la possibilità di avanzare future richieste su arre di interesse e sfruttamento economico ancora contese con l’Italia( come si vede dalla mappa). Rendendosi conto di cosa questo comportava ( lo vediamo in questi giorni) e con l’occasione determinata dalle varie missioni internazionali, Malta rinunciò ad una parte della sua SAR che fu assegnata all’Italia. Qui vedete la situazione aggiornata.

In pratica L’Italia e le varie missioni internazionali si assegnarono varie zone di competenza, all’interno della sar maltese mentre veniva istituita, storia dell’anno scorso, anche una SAR libica, sotto controllo misto italiano e libico, nella quale operavano ( ed operano) sia missioni internazionali che ONG. SOTTO COORDINAMENTO ITALIANO.

Ok. QUINDI?

Dove sono stati raccolti i migranti della Lifetime?

E’ difficile dare una risposta a questa domanda, senza i dati che vengono forniti dalle autorità marittime, perche l’AIS della nave, il sistema obbligatorio di monitoraggio della posizione, è stato riacceso solo poche decine di minuti fa, verso le ore 10 UTC

posizione Lilfeline 09 utc 23 06 2018

Come si vede la nave procede lentamente, è al limite tra SAR italiane e SAR di Malta, come ridefinite a partire dal 2016, ma sta nella SAR Maltese.

Ma DOVE sono stati raccolti i migranti? Questo è il punto chiave ed è anche quello che fa la differenza tra un arbitrio ( o una balla, tout court) del nostro ministro degli interni ( no, il minuscolo non è un refuso) e una giusta rivendicazione di competenza.

Siccome l’AIS della Lifeline era spento, come facciamo a sapere dove era al momento del recupero?

CI aiutano Twitter e…un’altra nave.

Infatti la Lifeline ha raccolto i migranti da due gommoni,  in una prima fase presso la costa libica e poiINTERVENENDO IN AIUTO AD UN’ALTRA NAVE, una gigantesca portacontainer danese, la Alexander Marsk, che già si era fermata a prestare soccorso. Basterà quindi verificare dove fosse la Alexander Maersk.

Purtroppo per avere uno storico lungo più di due giorni dei movimenti di una nave bisogna..PAGARE. I dati disponibili gratuitamente sono invece limitati alle ultime 48 ore.

Ecco quindi la prima posizione disponibile della portacontainer: le 9 UTC  ( ora di Greenwich) del 22 Luglio 2018.

posizione alexander maersk ore 9 del 22 06 2018

Quando è avvenuto il salvataggio?

Alle 20.23 del 21, ora UTC ovvero alle 22.30 locali, Lifetime è sul posto ad aiutare la Alexander.

Lo dimostra un Twitter.

Non è comunicata la posizione ma sappiamo che circa dieci ore dopo la Portacontainer è in navigazione a sud di Malta.

Considerando la velocità di 13 nodi una partenza intorno a mezzanotte, terminato il recupero, considerando che la portacontainer proveniva dal porto di Misurata, non è difficile capire che il tutto si è svolto fuori dalla SAR Maltese e dentro la SAR Libica, fino a qui sempre controllata e coordinata dall’Italia.

Il giorno prima, il 20, l’ONG aveva recuperato altri migranti alla deriva. Alle 23 e 50, ovvero alle 01.50 del 21 Giugno, stava ancora recuperandone.

La mattina del 20 aveva effettuato un altro salvataggio.

Ma dove era in quei giorni la lifeline? L’AIS era spento!

Ci aiuta sempre twitter:

Lifeline posizione il 17 Giugno.

Life Line posizione il 17 giugno da: https://twitter.com/MV_LIFELINE

Lifeline posizione il 20 Giugno 2.53 del pomeriggio:

ricostruita  sulla base di questo Tweet

Come vedete, ci sono pochi dubbi: era in acque internazionali, vicino alle coste libiche e le operazioni SAR che la riguardano si sono svolte in quelle acque.

QuNDI:

  1. MALTA HA RAGIONE, la competenza delle operazioni di recupero , in questo caso, NON è Maltese.
  2. L’Italia ( o meglio: chi ci rappresenta) ha torto, perchè la SAR competente era quella libica, gestita FINO AD IERI dall’Italia che si prendeva, qualche volta, la responsabilità morale di rimandare i migranti nei campi da cui erano appena usciti, quindi sta all’Italia coordinarsi ed organizzare le operazioni.  L’aver ceduto il controllo ai libici significa che per i migranti si apriva la certezza di un ritorno sulle coste libiche. Così stando le cose e con la responsabilità delle persone a bordo, quelli della Lifeline hanno fatto rotta su Malta e non su un porto libico come richiesto dalla Libia e, indirettamente dall’Italia, per un motivo elementare: nei campi di raccolta ( ovvero di concentramento) libici. SI MUORE, si viene stuprati si viene venduti come schiavi. Un porto libico IN QUESTA SITUAZIONE non costituisce un porto sicuro. Ergo, con l’Italia intenzionata a tirare per le lunghe per motivi propagandistici, si sono diretti verso Malta. Nel momento in cui anche Malta si è irrigidita, si sono fermati, per poi, mentre scrivo, riprendere lentamente il percorso.

3) Malta ha torto, MARCIO, quando non fa entrare nel suo porto la nave. Perché ormai questa è vicino alle acque territoriali Maltesi ed ha bisogno di aiuto. Che DEVE essere accordato, come recitano le norme internazionali ed anche elementari principi di umanità.

4) HANNO TORTO TUTTI E SONO DEI DANNATI IPOCRITI

Se uno legge i tweet dell’organizzazione si vedrà che sono stati affiancati da una motovedetta libica che, dopo un controllo, si è allontanata, senza particolari contestazioni.

Poche ore dopo sono cominciate le segnalazioni di imbarcazioni abbandonate.

Non si dica che è un caso. La Libia lucra su queste cose e noi gli permettiamo di farlo, anzi la incentiviamo a farlo, visto che ora il coordinamento italiano ha cessato di esistere. Ovvero abbiamo appena rinunciato ad esercitare un minimo di controllo sui traffici in corso, che sono TUTTI i mano libica, come sappiamo bene.

NE ABBIAMO LA PIENA E TOTALE RESPONSABILITA’

D’ora in poi, GRAZIE ALL’IDEONA DI LASCIARGLI CAMPO LIBERO, i libici faranno i loro giochetti in libertà, ed in questo modo magari riusciranno davvero a scegliere chi fare passare in Italia e chi invece andare a riprendersi. Avevate paura degli islamici radicali? Degli spacciatori? Dei furfanti matricolati?Grazie alle decisioni di abdicare al controllo di quel pezzo di mare, l’Italia consentirà alla Libia di fare il bello e cattivo tempo, sopratutto cattivo, sulla pelle dei migranti.  Ed a ben vedere, sulla nostra.

Naturalmente, NON si parla della Libia, in questi giorni, Libia che pure gestisce, a questo punto al 100%, tutto il traffico di migranti. Si parla delle ONG con le loro carrette dei mani, appese a qualche migliaio di euro raccolti su internet, che si limitano ad evitare morti in mare.

E’ più colpevole chi salva persone in mare o chi le mette ( o le lascia mettere) sui gommoni e poi, con le potenti motovedette pagate da noi, o le lascia affogare o le riporta nei lager costruiti CON I NOSTRI SOLDI?

Si discute della moralità e degli interessi nascosti dietro ai finanziatori di queste carrette delle ONG. Si potrebbe per un attimo discutere dei finanziamenti, probabilmente centinaia di volte più grandi, che sono andati ai nostri dirimpettai libici, con il risultato di abbattere del 50% il nr di migranti in mare, ma anche di aver aumentato in egual misura il numero dei migranti internati in campi da cui si esce solo per ritornare in mare ( pagando una mazzetta) o per finire o schiavi o sottoterra?

Dal fondo di quale letamaio osiamo sollevarci per reclamare purezza di intenti e trasparenza nei fondi per le ONG che operano nei nostri mari?

Smetteranno presto di operare, tranquilli.

Ci sarà qualche migliaio di morti in più, in mare ed a terra e, alla fine, qualche campo di concentramento in più. Di cui porteremo i peso morale ed economico. I migranti continueranno ad aumentare ma noi non li vedremo. Qualcuno li seppellirà a pagamento per noi e noi seppelliremo questo come un male necessario.

L’outsourcing del gulag, l’ho chiamato tanti anni fa, questo obbrobrio. Credo proprio che continueremo. Perché ALLA FINE, è un buon affare, tra motovedette, porti sistemazioni etc etc tutti realizzati con i NOSTRI soldi, molto ma molto ma molto più grosso di quello che dovrebbero fare le ONG,, TUTTE le ONG, a prescindere, nella ottenebrata mente di chi le vede come loschi trafficanti.

UPDATE:

Mentre si discetta raffinatamente sulle aree di competenza SAR, nel frattempo, la Alexander Maersk è arrivata con il SUO carico di migranti, circa 150 persone, alla fonda davanti a Pozzallo, in Sicilia.

A quanto pare il porto più sicuro raggiungibile più celermente.

Quale era, esattamente la differenza tra i migranti raccolti da una nave mercantile e quelli raccolti da una ONG?

Forse lo scandalo, in un mondo che si dichiara sempre più liberista e diventa invece sempre più spietatamente feudale è proprio che ancora esistano ONG, a prescindere.

Formiche e cicale

La Germania è una formica. L’Italia una Cicala.

Vero?

Falso.

Perchè ormai l’avanzo primario ( al netto del pagamento degli interessi) dello Stato Italiano è tra i più alti del mondo .ll che vuol dire che la gran parte dei cittadini riceve dallo Stato meno di quel che da mentre sono la parte più abbiente e gli Istituti finanziari italici ed esteri, chi detiene i buoni del tesoro nostrani, coloro ricevono più di quel che danno.

Si vede piuttosto bene nel grafico di testa di questo post. In realtà l’Italia è più formica degli altri paesi europei e il deficit è dovuto solo al servizio del debito. Basterebbe abbassare i tassi di questo servizio, magari portarli sotto zero e non avremmo nessun bisogno di manovre.

Ma non è solo questo. Il debito di un paese è l’insieme di quello dello stato e di quello dei cittadini.

Di nuovo, per quanto riguarda il debito delle famiglie, gli Italiani sono tra le formichine e non tra le cicale.

Non è che tutto vada bene, sora la marchesa. Non è che non ci siano sprechi e malversazioni. Non è che non si possa allocare meglio le risorse, umane e finanziarie dello Stato.

E’ che dobbiamo smetterla di vederci come cicale, mentre ci affanniamo a riempire i granai altrui, che, per contraccambio ci infamano… Il debito è un problema?

Certo: è IL problema.

Ma quello Mondiale, quello globale. Perchè la crescita mondiale è attualmente finanziata a debito, un debito che aumenta più rapidamente della suddetta crescita e quindi si mangia quote sempre crescenti della ricchezza reale dei paesi. E’ una crescita finta, in sostanza.

Il nostro è solo una piccola parte del totale, che cresce molto ma molto più rapidamente di quanto sia possibile controllare. La soluzione passa attraverso la ristrutturazione e/o l’inflazione. La terza via, l’abbiamo già vista all’opera e non funziona. Perché porta comunque al defaut, alla ristrutturazione all’inflazione. O a tutte e tre insieme.

In pratica, all’esplosione dello schema Ponzi planetario.

Qualunquismo, Populismo e Fascismo.

di Jacopo Simonetta

Qualunquismo, Populismo e fascismo sono tre parole spesso confuse ed indifferentemente usate come insulti.  Non essendo un politologo, propongo qui una mia riflessione personale che non pretende certo di essere né completa, né esatta.   Anzi, se qualcuno avrà da precisare, correggere e discutere, meglio!  Lo scopo di questo blog è proprio quello di stimolare la discussione.

Populismo.

Ne ho parlato in un mio vecchio post cui rimando.  Qui vorrei solo ricordare che i movimenti ed i partiti populisti nacquero agli albori della rivoluzione industriale e si svilupparono fino a i primi del XX secolo, quando furono definitivamente sconfitti dai liberisti in alcuni paesi e dai comunisti in altri.
Talvolta spacciati per rivoluzionari, i populisti erano piuttosto dei conservatori che si opponevano in tutti i modi sia al capitalismo moderno, sia al comunismo.  Furono invece strenui difensori del lavoro artigianale ed agricolo, rifiutando sia la salarizzazione del lavoro, sia la  collettivizzazione dei mezzi di produzione.
Per loro, la società avrebbe dovuto essere radicalmente ristrutturata sulla base delle autentiche ed antiche tradizioni popolari.  Insomma, un estremo tentativo di rivalutare “Il costume antico” e la “common decency” che erano state fondamento della società civile nei secoli precedenti.
Tipici frutti di questi movimenti furono le società di mutuo soccorso, le fratellanze ed anche varie società segrete, talvolta intersecate con la Massoneria che, però, nel suo insieme fu invece un’organizzazione di impostazione liberale e progressista.

Fascismo.

Esistono biblioteche su questo argomento.  Qui vorrei solo precisare che uso questo termine in senso generico di “movimenti e partiti di tipo fascista” e non solo del partito di Mussolini che ha una sua storia precisa e particolare.
In estrema sintesi, direi che rappresentano la perversione del populismo in quanto basano anch’essi la loro retorica sul richiamo ad antiche tradizioni.   Ma mentre le tradizioni cui si riferivano i populisti di 50 o 100 anni prima erano ancora almeno in parte vive, le “tradizioni” cui si riferivano e si riferiscono i fascisti (sensu lato) sono in gran parte di fantasia.  Penso, ad esempio agli Ariani ed ai Turanici che non sono mai esistiti, ma anche la “romanità” mussoliniana aveva ben poco a che fare con la romanità storica.
Una lettura delle opere di Julius Evola è, credo, emblematica in questo senso.   Dall’inizio alla fine sono un peana ad un’atavica tradizione ben chiara nella sua mente, ma di cui non si trova traccia nei documenti antichi e nei resti archeologici.
All’atto pratico, i governi di tipo fascista si sono sempre contraddistinti per la creazione di regimi totalitari, per la capacità di trovare dei comodi compromessi con il grande capitale e per l’attitudine a precipitare i rispettivi paesi in guerre devastanti e puntualmente perse.  Con l’eccezione di Franco che, da militare avveduto qual’era, preferì litigare con Hitler (nel 1940), piuttosto che imbarcarsi in una guerra che sapeva sarebbe stata perduta.

Qualunquismo.

Anche il termine “qualunquista” è stato ed è ampiamente usato come insulto, ma ha un origine diversa .   L’ “Uomo Qualunque” nacque infatti nel 1944 come giornale; il logo raffigurava un tizio strizzato dai poteri forti in un torchio per estrarne dei soldi.  Il motto era: «Questo è il giornale dell’uomo qualunque, stufo di tutti, il cui solo, ardente desiderio è che nessuno gli rompa le scatole».

Il foglio ottenne un notevole successo, usando una satira spesso grezza ed insultante; fra l’altro storpiando i nomi dei politici in maniera ridicola.  Ad esempio, Calamandrei (capogruppo del Partito d’Azione) divenne “Caccamandrei”, Salvatorelli (giornalista) divenne  “Servitorelli”, Vinciguerra (deputato socialista) divenne “Perdiguerra” e così via.
Nel 1946 il movimento divenne un partito: il Fronte dell’Uomo Qualunque, mantenendo però l’impianto e lo stile del  suo giornale.  Subito odiato da tutti gli altri partiti, fu spesso tacciato di essere una riedizione del disciolto Partito Nazionale Fascista.  Ma anche se un certo numero di fascisti vi confluirono, la forza del Fronte fu proprio quella di saper raccogliere e dar voce agli scontenti e ai delusi di tutte le tendenze: dai monarchici ai liberali, dai fascisti ai socialisti.  La sua impostazione generale era liberale e libertaria, basata su pochi punti chiave:

  • Lotta a tutte le ideologie politiche, a partire dal fascismo ed dal comunismo.
  • Lotta alla “partitocrazia” (termine che comparve proprio in quell’epoca).
  • Lotta al grande capitale, in particolare alla grande industria, ed alla sua ingerenza in politica.
  • Sostegno alla piccola impresa, agli artigiani, commercianti, impiegati, contadini e, in generale, all’ “uomo della strada”, visto come  abituale vittima delle strutture di potere.
  • Riduzione delle imposte.
  • Lotta all’ingerenza del potere pubblico nella vita privata dei cittadini. Lo stato doveva essere un semplice amministratore che  fornisce i servizi essenziali con il minimo indispensabile di prelievo fiscale.

Non sono certo il primo a cogliere delle analogie con un’altro partito che oggi va per la maggiore.  Se altri sono dello stesso avviso, saranno forse interessati a sapere come andò a finire. Presto detto:  male.
Alle amministrative del 1969 l’Uomo Qualunque ottenne il 4% circa su base nazionale, ma in Italia meridionale fece il 15-20% a seconda delle circoscrizioni, fino ad oltre il 30% a Messina.   Alle successive elezioni per l’Assemblea Costituente andò ancora meglio ed ottenne ben 30 deputati.   Dunque una buona partenza per un partito che aveva tutti contro e che, per la sua propaganda, disponeva solo di un giornale autofinanziato.   Ma già un anno dopo, l’avvicinamento del fondatore e capo del partito (Guglielmo Giannini) al governo de Gasperi gli giocò buona parte della popolarità e le successive evoluzioni politiche fecero peggio, finché il partito fu sciolto nel 1953.

Tirando le somme.

Come ho più volte sostenuto, la definizione di “populista” in uso oggi è profondamente scorretta.  Casomai, il M5S ed altre formazioni simili in Europa potrebbero essere assai meglio definite come “qualunquiste”, nel senso originale del termine.   Anche per distinguerle dai movimenti e dai partiti autenticamente neo-fascisti o neo-nazisti che pure proliferano e che pure vengono impropriamente definiti “populisti”.
Certo, una parziale commistione c’è (come ci fu per con l’UQ), ma il fatto che dei fascisti votino M5S non significa che il partito sia fascista.
Non per ora, ma se davvero i 5S andranno al governo si aprirà una grossa crisi al suo interno.   Già le prime manovre post-elettorali e l’elezione della Castellati alla presidenza del Senato hanno allarmato parte dei suoi sostenitori e non potrebbe essere che così.
Il “Partito degli scontenti” funziona bene finché si è all’opposizione, ma quando si va al governo il rischio di scontentare gli scontenti è estremamente alto. Soprattutto in un contesto come quello attuale in cui i margini di possibile miglioramento sono oggettivamente esigui, mentre quelli di possibile peggioramento sono assai vasti.
Un forte indizio in questo senso è che fra le poche città importanti in cui i “grillini” hanno perso ci sono Roma, Livorno ed altre in cui avevano vinto a mani basse le amministrative precedenti.

Secondo me, la forza dei 5S oggi, come dell’UQ ieri, è quella di essere stato capace di raccogliere consensi da ogni parte, ma mantenere un equilibrio simile stando al governo sarà molto più difficile.
Vedremo.

Ponzi Planet

Immagine tratta da http://planetponzi.com

disclaimer: questo non è un post catastrofista. E’ il babbo di tutti i post catastrofisti. Non parla di collasso dei clatrati, o di picco del petrolio o di bolle speculative. In effetti, in rapporto a quanto tratteggiato, il picco del petrolio o l’instabilizzazione dei clatrati dei fondali artici, pur fenomeni di per se esiziali dell’attuale paradigma economico, potrebbero essere considerati fenomeni desiderabili, in quanto relativamente remoti nel tempo.

Qui parliamo di una miccia già accesa che non è più lunga di cinque anni.

Esagerato?

Forse si, forse no. In ogni caso, allacciate le cinture.

Carlo Ponzi, per chi non lo sapesse, è l’eponimo del cd “schema ponzi”, da lui utilizzato con un certo successo negli anni ‘20 e da tanti altri ripetuto sotto ogni cielo, fino ai giorni nostri. Lo schema è presto spiegato: si trova una opportunità economica vantaggiosa , si raccoglie un primo gruzzoletto grazie ad un manipolo di investitori, si ridistribuisce generosamente il ricavato, si ripete il gioco, via via che nuovi investitori si assiepano. Molto rapidamente, l’attivita’ economica di partenza diventa un pretesto e prevale la distribuzione dei capitali affluiti dai nuovi investitori come dividendi a quelli precedenti, finché, ad un certo punto, il denaro in uscita supera quello in ingresso, aumentano i problemi, gli investitori chiedono il rientro di tutto il capitale investito e non solo i dividendi ed il castello crolla su se stesso, lasciando migliaia, a volte milioni, di persone più povere. Dalle nostre parti, questo schema truffaldino è spesso meglio conosciuto come l’aeroplano, da una sua versione con questo nome che ebbe un notevole successo circa 30 anni fa.

In realtà, Ponzi, Madoff e gli altri cattivoni del genere sono solo una espressione della eterna pulsione umana a trovare scorciatoie verso il benessere. Dalla bolla dei tulipani a quella delle criptovalute, i soggetti come lui sono solo la naturale espressione della necessità evoluzionistica di occupare una ben precisa nicchia ecologica. Insomma: il sonno della ragione (economica) genera i Ponzi.  Lo schema è stato ripetuto più e più volte, con successo crescente, grazie alla velocità delle transazioni elettroniche, con scossoni sempre più grandi, l’ultimo più famoso, quello provocato da Madoff, che,  complice il pessimo tempismo, il collasso, per oltre 60 miliardi di dollari della sua società è coinciso con il momento più nero della crisi dei mutui subprime, si è beccato una condanna all’ ergastolo.

Ovviamente OGNI-SANTA-VOLTA che questi castelli finanziari sono collassati, ogni singola istituzione nazionale ed internazionale si è premurato di ricoprire di infamie il reprobo traditore della fiducia degli investitori, giurando e spergiurando che, nonostante certe pecore nere, il mercato è sano, in mano ad istituzioni finanziarie sicure, che le regole sono chiare, certe, infallibili, che la guardia contro questo genere di abusi sarebbe stata ancora alzata etc etc.

La pena esemplare a Madoff ha dimostrato che questo genere di cose spaventano DAVVERO l’establishment, per un motivo molto semplice, a mio avviso. Perché sono un pericolosissimo canarino nella miniera, sono un campanello di allarme che può alzare l’attenzione sul resto del mercato e sulla realtà più grande, evidente e ignorata (negarla, infatti, è impossibile). Viviamo in un ciclopico schema Ponzi globale. Anzi: in schemi Ponzi multipli, ciascuno dei quali dovrebbe, in teoria, fungere da sostegno in caso di implosione di uno degli altri. In ordine sparso, abbiamo uno schema Ponzi immobiliare, uno schema Ponzi finanziario, uno schema Ponzi estrattivo ( il fracking) e, ovviamente, uno schema Ponzi  finanziario, il tutto annaffiato da future ed altri titoli tossici per un multiplo spaventoso, nessuno sa veramente quanto grande, delle intere ricchezze del mondo.

E qui arriviamo alla parte che credo più immediata e facilmente comprensibile del Pianeta Ponzi, che abbiamo costruito e stiamo costruendo, ai danni di quello reale.

La crescita mondiale si regge, da sempre, sul credito, ovvero, per essere esatti, sul debito.

Per molto tempo, la corsa tra debiti crescenti e fatturati (mondiali) crescenti, si è chiusa in vantaggio per i fatturati. Ma da 20 anni e sempre più velocemente negli ultimi tempi, i debiti sono aumentati più rapidamente del prodotto interno lordo mondiale. Negli ultimi dieci anni il debito totale, pubblico e privato mondiale è aumentato di oltre il 7% di pil all’anno, superando ampiamente la presunta crescita, avvenuta dopo il crollo del 2008.

La situazione attuale è la seguente: il totale ( per difetto, perché una parte dei debiti tra privati non compare nelle statistiche e non tutti i debiti pubblici sono contabilizzati come tali) dei debiti mondiali in venti anni è più triplicato, in dieci è più che raddoppiato.

Come dicevo, la crescita non gli è stata dietro.

Infatti,  il debito è passato dal 217% al 318% del PIL mondiale, che è di circa 77 Trilioni di dollari. Nel 2017, è aumentato di 16 trilioni di dollari, oltre il 20% del PIL mondiale!!!

La cosa interessante, nel senso della cd “maledizione cinese“, è che il totale della ricchezza mondiale, la somma del valore di tutti i beni, pubblici e privati, di tutta la liquidità detenuta, di tutti i brevetti, di tutte le aziende, di tutti i terreni etc etc è stimato in circa 260 miliardi di dollari. Negli ultimi dieci anni è aumentata, sopratutto grazie all’andamento delle borse, di circa 60 trilioni di euro e si stima che continui a crescere, se le cose vanno bene, di circa un 3.8% all’anno, nei prossimi 5 anni, toccando quindi i 340 triliardi di dollari nel 2022. Nel frattempo, se anche il debito continua a crescere come nell’ultimo anno, ovvero ad una velocità multipla rispetto alla ricchezza, saremo arrivati ad una cifra simile, 313 triliardi di euro. Negli anni immediatamente successivi avverrà il sorpasso.

In pura, quanto grossolana, teoria, NESSUNO AL MONDO POSSIEDERA’ PIU’ NULLA.

Infatti il debito procapite supererà la ricchezza procapite.

Il possesso di qualcosa, di qualunque cosa, sarà del tutto provvisorio, appeso alla possibilità di ripagare questo debito.

A quel punto quindi, i nuovi debiti NON potranno essere basati su beni reali, o, per meglio dire, l’intera ricchezza esistente al mondo non basterà a ripagare, ovvero garantire, i debiti contratti, mentre la NUOVA ricchezza creata non sarà in grado di coprire i nuovi debiti. Lo stato di insolvenza sarà certo ed assoluto, l’intero Schema collasserà, al primo stormire di foglia.

E’ bene chiarire che questo è uno scenario ottimistico; positivo. POSITIVO. ripeto. Perchè si basa su ipotesi di crescita tutte da dimostrare e sull’assenza di sconquassi non previsti. Le cose, infatti, potrebbero andare a rotoli più velocemente di così.

La tempistica esatta, ovviamente non ci è nota, come non è mai nota, per le infinite variabili, per ogni schema Ponzi che si rispetta. SE fosse prevedibile, ovviamente, per il fatto stesso di esserlo, sarebbe già avvenuta. Basta infatti che anche solo una piccola percentuale degli aderenti senta puzzo di bruciato e si comporti di conseguenza per far collassare il sistema.

Per analogia, questa volta basterà il collasso di un sufficiente numero di istituti di credito, generato da una crisi qualunque, che porterà all’impossibilità di esigere, per i più vari e comprensibili motivi, una quota consistente dei propri prestiti, per fare da innesco, da miccia, alla deflagrazione. Se quindi la tempistica non è certa, è però certa la caratteristica sostanzialmente truffaldina della sedicente crescita mondiale che ci millantano da tanti anni.

Di solito l’obbiezione regina a queste considerazioni sul debito è grossolana quanto, sostanzialmente, falsa:

“il debito di uno è il credito di un altro”. Quindi, secondo questa affermazione, non esiste problema: le due partite si chiudono, per necessità, in pareggio. Peccato che la parte che concede un prestito e quella che lo riceve NON sono simmetriche. Non si tratta di due cittadini che si scambiano vicendevolmente promesse ma di due diverse e non intercambiabili parti della Società.

L’una infatti, ha l’incarico di RIPAGARE i prestiti, con la propria attività CREATRICE di ricchezza, l’ altra di valutare i beni posti a garanzia del prestito, basato sui risparmi di cittadini ed imprese consimili al richiedente e, di conseguenza non dovrebbe fare prestiti senza le suddette e senza che le suddette, come noi comuni mortali sappiamo benissimo, siano almeno un ragionevole multiplo del prestito stesso.

Questo, lo dicono con assoluta evidenza le cifre anzidette, non è successo, non succede e non succederà, macroscopicamente, su scala mondiale. Vengono fatti decisamente MOLTI più prestiti di quanto sia possibile e di conseguenza i risparmi , ovvero la ricchezza accumulata dal sistema viene sistematicamente distrutta, in quanto, come abbiamo visto, i beni creati non sono in grado di tenere il passo con i debiti generati.  Di conseguenza, il collasso dell’una quindi, NON si traduce nella ricchezza dell’altra. La somma zero esiste solo nella bacata testa degli economisti che la propugnano e degli analisti che ci ricamano sopra scenari con la consistenza delle armate di Hitler, nei giorni del bunker della cancelleria.  ( una redutio ad Hitlerum ci sta sempre bene).

In ogni caso, alla fine, SE si arriverà davvero alla fine, diventerà TUTTO degli istituti di credito. Infatti una economia al collasso porterà alla fine all’escussione di tutti i i beni posti a garanzia, alla svalutazione di quelli non posti a garanzia, al blocco e scomparsa dei conti correnti, alla ipersvalutazione dovuta alla necessità di mantenere flussi finanziari vitali da parte degli stati centrali…

Gli istituti sopravvissuti o, più probabilmente, lo stato che gli sarà subentrato per “salvare i salvabile”, diventeranno proprietari di milioni di beni immobili, aziende macchinari brevetti… e non sapranno che farsene, per mancanza di strutture gestionali, di cultura “imprenditoriale”, e, sostanzialmente, di un mercato residuo che valorizzi i beni stessi, permettendo un recupero di liquidità che possa essere rimessa in circolo. Le partite si annulleranno, è vero, ma il risultato finale sarà quello di cancellare i risparmi di intere generazioni, insieme a chi li ha cosi mal gestiti.  Niente risparmi, Tutto statalizzato o in mano ad enti nazionali o addirittura sovranazionali, economia di sussistenza….

Sarà uno strano socialismo senza socialismo, sarà una situazione non voluta, non prevista non teorizzata e non preventivata.

Oppure sarà peggio, sarà un collasso generale. NON c’e’ bisogno che vi dica che, come ci urlano alcune migliaia di anni di storia, questo è lo scenario di gran lunga più probabile, con contorno di “guerre di alleggerimento e distrazione”.

Tutto considerato, alla fine il picco del petrolio non arriverà per la fine del petrolio. Avverrà per la fine dei soldi.

Niente più crediti, niente più debiti e niente più soldi, creati dal niente per alimentare la folle macchina in corsa verso il baratro.

Se il denaro è sostanzialmente creato a debito e se stiamo raggiungendo il limite FISICO dei debiti realisticamente sottoscrivibili, stiamo forse raggiungendo il picco del denaro.

Forse, fra i tanti picchi di cui noi catastrofisti ci siamo finora occupati, questo dovrebbe essere quello che dovremmo seriamente affrontare, visto che impedirà una gestione decente ed ordinata di tutti gli altri ( necessario eufemismo finale).

Siria: guerra 4.1

di Jacopo Simonetta

In Siria è cominciata una nuova fase di una guerra che sembra voler durare ancora parecchi anni.  In Iraq stanno ancora decidendo con chi ammazzarsi al prossimo giro.   Secondo le migliori tradizioni locali, la situazione è caotica e continuamente cangiante.  Le tabelle qui riportate sono quindi necessariamente molto  approssimative.

Riassunto molto schematico delle puntate precedenti.

Iraq

Qui ci occuperemo della Siria, ma un cenno all’Iraq è necessario.
La guerra in Iraq cominciò nell’ormai remoto 2003 con l’invasione americana e, fra alterne vicende, è ancora lontana dall’essere conclusa.  Qui ci interessa che, nel 2014, la guerra civile irachena e quella siriana si saldarono in una guerra unica per il dilagare dell’ISIL in entrambi i paesi.  Anche in Iraq il “califfo” riuscì a far coalizzare tutti contro di lui, ma con giochi di alleanza diverse dal teatro siriano.  Ad esempio, la Turchia nemica dei curdi in Siria, ne è alleata (in parte) in Iraq; mentre l’Iran è arcinemico degli USA su tutti i fronti, meno in Iraq dove finora sono stati alleati.
Altra peculiarità irachena è che ci sono due partiti e due milizie curde che fanno capo ai due clan principali: i Barzani ed i Talabani (che non c’entrano niente con i talebani afghani).   I Barzani hanno commesso l’errore fatale di dichiarare l’indipendenza del Kurdistan iracheno, ottenendo il risultato di inimicarsi prontamente tutte, ma proprio tutte le altri parti in causa.
I Talabani, hanno reagito consegnando senza combattere la città ed i campi pozzi di Kirkuk ai governativi, pare in cambio di un accordo secondo cui il territorio curdo rimane formalmente sotto il controllo di Baghdad, ma è di fatto indipendente.  Come del resto è stato dal 2003 ad oggi.
Un successivo attacco dei governativi verso Ebril è stato respinto e, per ora, non è successo altro di importante, ma è chiaro che la guerra non è finita.  Semplicemente i vari contendenti devono riprendere fiato e decidere contro chi combattere.

Il verde indica buoni rapporti, il giallo sostanziale indifferenza ed il rosso ostilità, ma entrambe le tabelle sono molto approssimative perché per ogni incrocio sarebbe necessario un lungo discorso.  Ad esempio, non sono confrontabili l’ostilità della Turchia nei confronti di Israele o dell’Iran, che si imita alla freddezza nei rapporti diplomatici, a quella verso i curdi siriani, sotto attacco militare.

Siria

Prodromi.  La Sira ha sempre sofferto di violente divisioni interne che hanno portato più volte a rivolte  contro la minoranza alawita  al potere.  Tutte rapidamente sedate con alcune migliaia di morti.  Su questo retroterra storico, negli anni 2000 si sono innestati due fatti nuovi: una siccità senza precedenti e il calo della produzione petrolifera al di sotto dei consumi interni.  Questi due fattori hanno fatto precipitare la situazione in tutto il paese.

La fase 1 cominciò nel 2011, con una serie di manifestazioni scatenate da un’ondata di rincari dei generi di prima necessità.  La repressione del regime fu pronta e feroce, ma le proteste si diffusero a gran parte del paese in un crescendo di violenza che divenne guerra civile.  Gli USA cercarono di cogliere l’occasione di intervenire per sostituire Assad con un governo loro tributario, ma non poterono per il veto di Russia e Cina.  Così ripiegarono sul sostegno a diverse milizie ribelli, perlopiù raccolte sotto l’etichetta di ESIL (alias FSA) che, in realtà, riuniva centinaia di milizie perlopiù autonome.  I combattimenti si diffusero a gran parte del paese, mentre gradualmente emergeva come forza ribelle principale Al Nousra: una costola di Al Qaida che conquistò parecchio territorio sia a spese dei governativi, sia a spese di altre formazioni ribelli.

La fase 2 cominciò nel 2014, con la repentina apparizione dell’ISIL (alias ISIS, alias DAESH). Molto rapidamente gli “uomini neri” divennero la forza principale in campo, sconfiggendo ripetutamente sia i governativi che gli altri gruppi ribelli.  Fra l’altro, in questa fase di rapida espansione, l’ISIL conquistò molte posizioni all’ESIL, impossessandosi degli arsenali forniti dagli USA e dagli altri paesi occidentali.
La rapidità e la violenza con cui l’ISIL si impose non è spiegabile altrimenti che con un fortissimo sostegno da parte di una potenza straniera  ed il candidato più probabile è l’Arabia Saudita, magari con il sostegno delle altre petrocrazie sunnite.  Il ruolo attivo della Turchia è più dubbio, ma di sicuro questa non ha mai attaccato seriamente DAESH, se non quando questo era già stato sconfitto e solo per contrastare l’avanzata dei curdi.
Questa fase culminò con la nascita del Califfato.   Un errore strategico mortale che costò la sconfitta e (probabilmente) la vita ad al Baghdadi.  Proclamarsi califfo significa infatti rivendicare un potere diretto su tutti i governanti islamici del mondo. Una cosa dura da digerire anche per i suoi occulti sostenitori che, infatti, cominciarono a sostenerlo sempre di meno.

La fase 3 cominciò fra il 2015 ed il 2016.  Prima con il progressivo rafforzamento dell’intervento occidentale e poi con quello, indipendente ma coordinato, della Russia e dell’Iran.   Gli attentati a Parigi e a Tartus (base russa in Siria), oltre alle atrocità gratuite (commesse anche dagli altri contendenti, ma in maniera meno sistematica e spettacolare) portarono ad una serie di accordi fra la coalizione USA, la Russia, la Turchia e l’Iran.  La guerra di “tutti contro tutti” delle fasi precedenti diventò così una guerra di tutti contro l’ISIL che ne uscì sconfitto, ma non ancora annientato.
Da questa fase i principali vincitori locali sono stati i governativi di Assad ed i curdi. Ma se Assad ha recuperato i due terzi circa del territorio, ha però perso buona parte del suo potere a favore dell’Iran che, tramite Hezbollah, controlla parti strategiche del paese e dal cui sostegno dipende in buona misura la tenuta del governo.
I principali vincitori internazionali sono stati l’Iran (che oramai controlla di fatto parte del territorio siriano), la Russia (che ha rafforzato le sue basi e recuperato un ruolo politico di primo piano nel settore) e gli USA (tramite l’alleanza con i curdi che controllano circa 1/3 della Siria).

La fase 4 è appena cominciata con una sorpresa. Molti si aspettavano una “resa dei conti” fra i governativi sostenuti dall’Iran ed i curdi sostenuti dagli USA, ma la Turchia è intervenuta a sparigliare le carte, attaccando direttamente il territorio curdo.
Nel frattempo, continuano i cobattimenti ed i bombardamenti dei governativi conto le sacche di resistenza in varie parti del paese, così come gli attentati terroristici.

Sviluppi?

In Iraq l’incognita principale riguarda il Kurdistan.  L’unica cosa che trova d’accordo i governi di Turchia, Iran ed Iraq è infatti evitare la nascita di uno stato curdo.  Proprio per questo, gli americani hanno interesse a sostenerlo, ma si trovano in una fase di debolezza politica senza precedenti da cento anni a questa parte.  ”America first”, nell’arena politica globale, è di fatto “America Last” ed i curdi potrebbero pagarne il prezzo.   Inoltre, rimane da vedere se i Barzani ed i Talabani troveranno un accordo  o se combatteranno fra loro; entrambe le ipotesi sono possibili.
Infine, non si parla più della robusta minoranza sunnita che per decenni ha governato il paese (per inciso, anche i curdi sono sunniti, anche se il loro governo è comunista).  E’ già stata sconfitta due volte, ma non è detto che, fra qualche tempo, non ritenti una rivincita.

In Siria, l’attacco turco non solo rimette in discussione tutto il già complicato sistema di alleanza ed inimicizie tra fazioni siriane, ma rimette gravemente in discussione anche i rapporti di alleanza (già molto tesi) fra NATO e Turchia.  Oltre che aprire scenari di una possibile guerra civile in Turchia.

Anche i questo caso, la debolezza americana gioca contro i comunisti curdi che si trovano sostanzialmente soli, ma la politica mediorienatale ci ha abituati alle sorprese.  Per esempio, non è da escludere un accordo fra curdi e governativi per uno status di indipendenza sostanziale, ma non formale.  E se, nel frattempo, la NATO decidesse che della Turchia non c’è più da fidarsi, la posizione di Erdoghan diventerebbe molto spinosa.  Vedremo. Personalmente credo che molto dipenderà da quanto l’offensiva turca miri davvero ad occupare tutto o gran parte del Kurdistan siriano.  Probabilmente, alla NATO stanno discutendo quanti chilometri di Siria concedere all’alleato (ex alleato?).  Non è da escludere che si tratti in gran parte almeno di un bluff in vista delle prossime elezioni che si presentano particolarmente difficili per il “sultano”.

Di tutti gli scenari possibili, il peggiore è infatti quello di un dilagare della guerra in Turchia. In cerca del sostegno dei nazionalisti, Erdogan ha infatti fatto di tutto per rilanciare la guerriglia interna del PKK, ma i curdi turchi sono 18 milioni.   Inoltre, anche se l’epurazione contri i kemalisti ed i goulemisti è stata pressoché totale, ad Istambul e nelle città occidentali la popolarità di Erdogan è ai minimi storici, mentre il suo primato è insidiato anche da destra da Meral Akşener (leader di un nuovo partito nazionalista laico, assolutamente contrario all’islamizzazione voluta dal “sultano”).   Erdogan potrebbe perdere le elezioni, ma potrebbe anche vincerle, con o senza brogli evidenti.  In tutti i casi, la possibilità di una parziale implosione della Turchia non può essere esclusa.
Le conseguenze sarebbero devastanti anche per l’Europa, non solo per la definitiva perdita del bastione medio-orientale, ma anche perché una parte consistente degli 80 milioni di turchi (più 3,5 milioni di rifugiati siriani) cercherebbero riparo da noi.  Abbiamo già deciso cosa fare e come in un caso simile?   Se no, sarà il caso di pensarci.