Archivi categoria: guerra

Sesto anniversario di guerra in Siria, a che punto siamo?

Il 15 marzo ricorreva l’anniversario dell’inizio della guerra civile siriana.  A che punto siamo oggi?

Premesse ed avvisaglie.

La crisi siriana, come tutte le guerra, ha origini complesse.   Fattori storici, etnici, religiosi, economici e politici si intrecciano con i fattori demografici, ambientali, geologici e climatici. Del resto, rivolte contro il regime degli Assad erano già scoppiate varie volte.   Ad esempio nel 1982 a Hama, da parte dei Fratelli Mussulmani, e nel 2004 a Kamichlié, da parte dei Curdi.   Ogni volta la repressione era stata rapida e violenta; con bilanci variabili fra le decine a qualche migliaio di morti l’ordine pubblico era sempre stato ripristinato.

Alle prime manifestazioni del 2011, sulla scia delle maledette “primavere arabe”, il regime rispose promettendo riforme, ma al crescere della protesta si ritornò alla repressione vecchio stile.  Solo che stavolta la protesta non si spense, bensì si diffuse e montò in tutto il paese.   Finché anche dai ranghi dell’esercito non cominciarono le diserzioni e la crisi divenne una vera guerra.   E le guerre, si sa, sono come il miele sia per le potenze internazionali, sia per parecchi dei paesi vicini che, ognuno con uno scopo diverso, si sono immischiate nel conflitto.
A partire dal 2014, con l’emergere di Daesh come contendente principale, la guerra è debordata nel già martoriato Iraq, saldando i due paesi in un unico conflitto.

Secondo stime ONU, ad oggi la guerra civile siriana ha fatto circa 400.000 morti, quasi 6 milioni di profughi e circa 13 milioni di sfollati interni; circa metà della popolazione.   La traballante economia nazionale è andata, l’infrastruttura urbana e industriale è stata largamente ed irreversibilmente demolita.   Il bilancio per l’Iraq è più difficile a tracciarsi, dal momento che, per questo paese, questa è solo una fase di una ben più lunga guerra iniziata con l’invasione americana del 2003.

Un dettaglio: coloro che erano scesi in piazza nel 2011 volevano riforme e giustizia.   Niente di più e niente di meno.   Ricordiamoci sempre che non possiamo prevedere il futuro.

guerra in Siria

A che punto siamo?

C’è un po’ di casino, vediamo, brevemente, uno per uno i contendenti principali.

Governativi irakeni.
Nel 2014 le avanguardie dell’ISIL scorrazzavano nelle periferie di Baghdad.   Oggi i miliziani neri vendono cara la pelle a Mossul.  Merito soprattutto dell’aviazione USA e delle fanterie iraniane che hanno rimesso insieme lo sbandato esercito governativo ed inquadrato diverse milizie locali.   L’incognita è cosa succederà quando sarà finito l’ISIL.   Ci sarà un’altra guerra fra governo e curdi?  Oppure Baghdad accetterà la partizione di fatto del paese?   Teniamo conto che gli americani patrocinano entrambe le parti (per ora).  Inoltre i curdi irakeni hanno l’appoggio anche militare della Turchia, mentre il governo ha quello dell’Iran.

Governativi siriani.
Sembravano spacciati, ma il massiccio soccorso russo e iraniano ha rovesciato le sorti della guerra.  Oggi Assad controlla nuovamente quasi del tutto le città principali ed il grosso della Siria occidentale.  Ma le decisioni d’ora in avanti non le prenderà lui, bensì i russi ed gli iraniani senza i quali le sue sorti tornerebbero quanto mai fosche.   E pare proprio che a Vladimiro non interessi dare ad Assad molto più di quello che gli ha già dato (v. seguito).   La situazione che si delinea è di una ripartizione in quattro parti: l’est del Paese ad Assad, sotto tutela russa ed iraniana.  Il nord ai curdi, sotto l’egida americana.  L’ovest formalmente al governo, di fatto abbandonato a se stesso.   Una zona cuscinetto ai turchi, lungo il loro confine meridionale.  Per ora, poi si vedrà.

ISIL
Il “Califfato” pare sia allo sbando.   Sta perdendo su tutti i fronti, i suoi canali commerciali sono prosciugati e si moltiplicano diserzioni ed ammutinamenti.   Dovrebbe essere solo questione di tempo, ma se anche finirà l’ISIL, non finiranno l’integralismo islamico ed il sogno di restaurare il califfato.  E’ solo questione di tempo, qualcun’altro ci riproverà, magari altrove, dove e quando meno ce lo si aspetta.

Altri ribelli siriani
Eterogenea accozzaglia di bande armate e milizie locali (oltre 1.500 gruppi combattenti indipendenti censiti nel 2015, oggi molti meno) spesso nemiche fra loro.   I gruppi principali superstiti fanno capo soprattutto alla Turchia, dopo che gli USA hanno deciso di scommettere sui curdi.   Fra i gruppi principali ci sono diverse milizie tribali, ma anche gruppi integralisti, come Al Nousra, molto vicini ad Al Quaida.   Nel 2016 hanno perso molte posizioni, ma tengono ancora dei quartieri in varie città (anche nella periferia di Damasco) ed estesi territori, sia nel nord che nel sud del paese.   Almeno alcuni di questi gruppi hanno beneficiato della protezione dei russi che hanno trasferito i miliziani che si sono arresi, con le famiglie, nella zona di Idlib.   Sorge la quasi certezza che ci sia un accordo con la Turchia per lasciare questa zona a loro.

Turchi
Qui la faccenda si complica notevolmente.   Contro il volere del governo di Baghdad, la Turchia ha inviato truppe in Iraq a sostegno dei Curdi, i quali sono però alleati coi curdi siriani, arcinemici dei turchi.   La Turchia ha poi occupato con reparti propri un ampio saliente in Siria, combattendo sia contro l’ISIL che contro i curdi siriani (patrocinati dagli USA), per impedire a questi di controllare tutto il nord del paese.   Inoltre, la Turchia coltiva rapporti sempre più tesi con gli europei e con gli americani, mentre cerca buone relazioni con la Russia, pur restando nella NATO e senza ritirare la domanda di adesione alla UE.   Probabilmente la guerra serve ad Erdogan soprattutto per spingere il suo  tentativo di ripristinare prima il sultanato e poi, chissà?  Magari anche il califfato.   Il problema è che in questa impresa la guerra è tracimata Turchia dove attualmente operano almeno tre formazioni combattenti indipendenti: curdi, ISIL e comunisti.
Secondo l’ONU, nell’ultimo anno, nel sud del paese, fra attentati, combattimenti e rappresaglie ci sono state un paio di migliaia di morti ed interi quartieri urbani sono stati fatti a pezzi.  Se anche questa non è una guerra civile, ci somiglia molto.   Specialmente considerando che, intanto, fra arresti arbitrari ed epurazioni, parecchie migliaia di turchi sono finiti in galera (fra cui un buon numero di parlamentari) e decine di migliaia sono stati licenziati.   Naturalmente, del “miracolo economico turco” non se ne parla più nemmeno per scherzo.
Alle prossime elezioni la riforma ultra-presidenzialista di Erdogan passerà sicuramente, con o senza brogli, ma cosa succederà dopo è impossibile a dirsi.

Curdi
All’inizio della guerra erano poca cosa ed a Kobane se la sono vista molto brutta, ma in quell’occasione Obama decise di scaricare quel che restava dell’Esercito Siriano Libero ed imbarcare i Curdi.   Da allora le cose gli sono andate bene, tanto da mettere in forse il loro sostegno ad Assad.   Da quando le rispettive avanguardie si fronteggiano sul terreno, la tensione fra curdi e governativi è salita e ci sono stati numerosi scontri.  Ma una vera offensiva per ora no, probabilmente perché nessuno dei due è in grado di farlo senza l’ombrello dei rispettivi protettori.
Proprio in questi giorni, i curdi e gli americani stanno compiendo uno sforzo per tentare di prendere Raqqa (con l’anatema di Assad, ma con la benedizione di Putin). I russi hanno preso Aleppo e gli sciiti (iraniani ed iraqueni) stanno prendendo Mosul.   I curdi (e gli americani) hanno bisogno di un trofeo importante da mettere sul tavolo delle trattative post-belliche.

Iran
L’Iran sostiene i governi sia siriano che irakeno; nel primo caso assieme coi russi e nel secondo con gli americani.  Tipico della politica di Rohani, ma a maggio ci saranno le elezioni e potrebbe ritornare Ahmadinejad, cambiando totalmente il quadro.   Altra incognita: attualmente vigono ancora gli accordi fatti con l’amministrazione Obama, ma cosa farà Trump?   Li manterrà o cambierà le carte in tavola?
Intanto la crisi economica stringe la morsa anche in questo paese.  Chi contava sull’allentamento dell’embargo per cavarsi la ruggine dai denti è rimasto deluso.  Col petrolio a 50$ c’è poco da stare allegri in un paese che campa esportando greggio ed importando benzina e gasolio.
Comunque, sullo sfondo di tutto questo, è evidente lo scontro fra Iran e Arabia Saudita per l’egemonia sulla regione.   Uno scontro che per adesso sta vincendo l’Iran.

Arabia Saudita
Le truppe saudite sono impegnate contro movimenti e milizie sciite in Yemen ed in Bahrein, ma non in Sira ed in Iraq.  Eppure la “petrocrazia” per antonomasia è uno dei principali protagonisti della vicenda.  Con ogni probabilità sono stati infatti i sauditi (ed il Qatar) a far decollare l’ISIL, nel tentativo di impadronirsi dei due stati vicini, ma è gli andata molto male.  Del resto, in Yemen, dopo 2 anni di guerra, sono riusciti a ricacciare indietro gli Houthi, ma non a sconfiggerli.  Mentre stanno distruggendo un paese che era già allo stremo per ragioni demografiche ed ambientali.   Il risultato sono milioni di disperati allo sbando che nessuno vuole, men che meno i sauditi.  Non solo, la guerra yemenita sta tracimando in Arabia ed i sauditi, malgrado abbiamo il 4° bilancio bellico a livello mondiale, sono stati costretti a chiedere l’aiuto del Pakistan per controllare le proprie frontiere.   Una mossa a sorpresa, dopo che l’Egitto, finora alleato di ferro e principale cliente (in senso latino) dei sauditi, si era sfilato.  Magari il petrolio a 50$ e la bancarotta incombente sul regno saudita ci hanno qualcosa a che fare.
Intanto, gli americani cominciano a stufarsi di loro.  Formalmente l’antica alleanza tiene ancora, ma il rapporti sono altrettanto tesi di quelli con la Turchia.   Forse Obama stava pensando di scaricare l’Arabia per imbarcare l’Iran di Rohani, ma bisognerà vedere che succederà ora.

Russia
La Russia voleva mettere in sicurezza la sua base di Tartus e lo ha fatto, potenziandola per l’occasione.   Ha anche colto l’occasione per rilanciare il suo ruolo nel gioco politico mondiale.  Ora però non sembra interessata a continuare la guerra, forse perché gli costerebbe troppo (circa 1 miliardo l’anno).   Così sta trattando con americani e turchi sulla spartizione di quel che resta della Siria.  Di sicuro, fin dall’inizio c’era un accordo con gli altri contendenti, tanto è vero che per 2 anni le aviazioni di una decina di nazionalità hanno operato con solo due incidenti gravi.  Il primo fu l’abbattimento del jet russo da parte dei turchi.  Il secondo fu il bombardamento da parte dei siriani di posizioni curde dove c’erano anche degli americani, fortunatamente illesi.  Non ci hanno più provato.   Ora si sta definendo un accordo più generale, con due grosse incognite: cosa faranno il nuovo governo USA ed Erdogan?   Entrambi totalmente inaffidabili.

USA
Grazie al veto russo e cinese, hanno evitato l’errore di mettere troppo presto i piedi nel ginepraio siriano.  La prima scelta, di appoggiare l’ESL, e’ stata un completo fallimento, mentre l’opzione curda ha dato eccellenti risultati.  Ora si trovano con un influenza ridotta il Iraq (dove primeggiano gli iraniani) e con una rinnovata presenza russa in mediterraneo.   In compenso, controllano tutto il nord della Siria e difficilmente i curdi volteranno la gabbana.  Non gli conviene e devono troppo allo Zio Sam.  Ma sono comunisti ed è Trump che potrebbe piantarli in asso, così come potrebbe fare qualunque altra idiozia.  Tuttavia, per ora, sembra che prevalga il buon senso, specie considerando che della Turchia non si fida più nessuno e l’Iran non si sa ancora cosa deciderà di fare.

Tirando le somme

In estrema sintesi, direi che chi ha sicuramente perso sono i ribelli laici della prim’ora ed i sauditi.  Chi invece ha sicuramente vinto sono gli iraniani ed i curdi. I governi siriano e irakeno hanno vinto pure, ma fino ad un certo punto.  Hanno infatti recuperato parte del territorio, ma sono oramai entrambi sotto tutela iraniana.
I russi hanno vinto, ma hanno bisogno di uscire dal gioco ora che possono farlo “a coda alta”.   Gli americani hanno perso in Iraq, dove hanno però evitato il peggio.  Invece hanno guadagnato qualcosa in Siria.
La Turchia ha perso su tutta la linea.   La sua economia arranca ed un quasi-stato ostile si è formato alle sue frontiere, per di più alleato del loro stesso alleato.  La violenza dilaga in gran parte del paese, mentre Erdogan fantastica di politica “neo-ottomana” quando non riesce più neppure a far funzionare la madrepatria.

Ma la partita è appena cominciata.  Avremo delle sorprese.

Chiosa

A chiosa, propongo questo schemino che, pur essendo estremamente semplificato, ben rappresenta i levantini intrecci della politica medio-orientale.  Chi ama pensare in termini di “buoni contro cattivi” è pregato di non guardarlo.  Anzi, è meglio se non guarda proprio nulla che riguardi la politica.

matrice amici-nemici

Guerra fredda, calda, tiepida? – Seconda puntata

Nella precedente puntata ho tentato di fare una sintesi estrema dei principali presupposti ad un’ipotetica futura guerra di vasta portata.   Ma nel frattempo l’attacco a Mossul è cominciato, senza fretta.   la grossa incognita è: cosa succederà quando i curdi e gli sciiti si incontreranno in centro?

Intanto vediamo molto sommariamente alcuni elementi importanti che la stampa trascura completamente quando tratta di questi argomenti.

 

Cosa si dimentica

crisi USA - CinaDunque Aleppo (e dal  17-10-2016 anche Mossul) non sono che minimi tasselli di un mosaico globale in cui si fronteggiano due potenze vicine al loro zenith, USA e Cina.   Una terza, decaduta ma tuttora importante, cerca di recuperare terreno verso la prima, ma per farlo ne perde con la seconda.   La guerra fredda (o peggio) che si sta addensando non è quindi un revival di schemi cari ai nostalgici dell’Unione Sovietica, bensì un quadro completamente nuovo in cui Cina (ascendente) ed USA (calante) si contendono la carcassa del mondo.   Tutti gli altri sono pedine di questo gioco.

Ancor più importante, a mio avviso, è il fatto che il movente principale dell’ostilità  non è più imporre un dato sistema politico-economico al mondo, bensì puntellare le proprie società in disintegrazione.  Il che rende la situazione molto più pericolosa, anche se non nell’immediato.

Ma perché mai le società di quasi tutti i paesi del mondo, comprese le super-potenze,  sono in così grave crisi da dover rischiare una guerra, pur di tenerle insieme?    Ovviamente la concause sono molte.   Alcune sono specifiche dei vari paesi, altre riguardano invece tutti, sia pure in modi diversi.

limiti-dello-sviluppoIl principale punto volentieri dimenticato è che la crisi globale attuale è l’avvisaglia dell’impatto della civiltà industriale contro i limiti invalicabili delle leggi fisiche.  E il “bello” deve ancora arrivare.   Dietro il tuonare dei cannoni e lo sferragliare dei cingoli si cela lo stringersi ineluttabile della triplice morsa costituita dal decadimento delle risorse, una complessità non più sostenibile e l’aumento dell’entropia planetaria.
In queste condizioni, le guerre non sono altro che un modo per accelerare la decandenza.   Lo abbiamo già visto con le piccole guerre  in corso o recenti: anche chi vince non ha poi i mezzi per controllare il territorio conquistato.   Tantomeno per ricostruire ciò che la guerra ha distrutto.   In pratica, anche i vincitori perdono.

Ma una nuova “grande guerra” non penso sia dietro l’angolo, neppure fredda.    La globalizzazione ha fatto enormi danni nel mondo, ma ha un indubbio vantaggio.    50 anni fa i sistemi economici dei due blocchi erano largamente indipendenti, mentre oggi sono inestricabilmente interdipendenti.   Né USA, né EU, Russia, Cina e nessun’altro attore grande o piccolo di questa tragica farsa può sopravvivere senza i propri nemici.   Nessuno può ormai tirarsi fuori dall’economia globalizzata senza collassare all’istante ed il collasso di uno qualunque dei grossi provocherebbe (provocherà) il collasso di tutti gli altri.   Lo sanno molto bene i pezzi grossi, ma lo ignorano le basi nazionaliste od integraliste che li sostengono.   Una situazione che diverrà sempre più pericolosa, man mano che le condizioni economiche e sociali peggioreranno per tutti i paesi (ma non per tutte le classi sociali), inducendo i governi ad agitare sempre di più le spade.

Una win-win situation?

E’ d’uopo terminare gli articoli con una parola di speranza.    In questo caso è uno poco perversa, ma c’è.
E’ infatti molto possibile che i governi principali riescano a mantenere il controllo della situazione e non prendano misure eccessivamente dannose per le proprie poplazioni.   Guerre regionali anche più grosse di quelle in corso ci saranno di sicuro.   Ad esempio, penso sia molto elevato il rischio di una guerra regionale che coinvolga direttamente Arabia Saudita, Turchia ed Iran (con quali protettori internazionali sarebbe probabilmente una sorpresa per molti).    Tuttavia, il generalizzato macello che qualcuno paventa potrebbe benissimo non avvenire.   In questo caso, il declino della civiltà industriale proseguirà a sdrucciolare lungo la china termodinamica attuale.
Se, viceversa, si giungerà alla formazione di due blocchi isolati, il danno economico sarà terribile per tutti.   La miseria dilagherà molto rapidamente, portando ad una drastica riduzione di consumi ed emissioni.   A ruota seguirà l’indispensabile calo della popolazione mondiale.   Insomma, una nuova guerra fredda accelererebbe i tempi per il collasso dell’economia industriale in gran parte del mondo, a vantaggio di quel che resta della Biosfera.    Uno scenario molto peggiore per noi, ma probabilmente migliore per i nostri discendenti.
Infine, che accadrebbe se i pesi massimi si scontrassero sul serio?     L’immenso volume di fuoco che potrebbero mettere in campo sarebbe concentrato sulle grandi città, le infrastrutture di trasporto ed i centri industriali.   Certamente ci sarebbero impatti disastrosi anche dal punto di vista ambientale, ma la civiltà industriale troverebbe la sua fine nel giro di anni (forse di mesi) anziché di decenni.
Ad oggi pare una possibilità molto remota, ma se dovesse succedere sarebbe probabilmente la migliore notizia possibile per la Biosfera.

Cosa vogliamo sperare che accada?   Ognuno di noi può scegliere cosa sperare, ricordandosi però che è contemporaneamente parte integrante del sistema economico globale, di uno dei blocchi politici contrapposti e della Biosfera.    La nostra vita dipende contemporaneamente da questi tre sistemi incompatibili.    Possiamo scegliere per chi fare il tifo.

tanks-taken-over-by-nature-37__880-600x381

Guerra fredda, calda o tiepida? – prima puntata.

Prima di tutto vorrei ricordare che il sottoscritto, come tutti voi, dispone esclusivamente di notizie di stampa quanto meno partigiane.   Non penso dunque di sapere come effettivamente stiano le cose, ma semplicemente di suggerire una serie di riflessioni che cercano di trascendere l’animosità e la partigianeria insiti nel nostro modo di rapportarci alla politica.

Aleppo

guerra aleppoMentre prosegue la “varsavizzazione” dei quartieri ribelli di Aleppo, i rapporti fra USA e Russia si sono ulteriormente deteriorati.   Tanto che da molte parti, anche autorevoli, si parla ormai apertamente di un ritorno alla guerra fredda.   O peggio.

Apparentemente, la causa di tanto disastro sarebbe lo scontro fra le truppe di Assad (sostenute da Mosca) e varie milizie ribelli, fra cui l’Esercito Siriano Libero ed i curdi dell’YPG (entrambi sostenuti dagli Stati Uniti, ma nemici fra loro; l’ESIL è appoggiato anche dalla Turchia che è invece contro l’YPG).    Certo non è una sorpresa per nessuno che l’accordo ufficioso anti-ISIL fra USA e Russia sia saltato appena il “califfato” ha cessato di essere pericoloso per i rispettivi interessi (l’ISIL ad Aleppo non c’è più dal gennaio 2014).   E neppure è sorprendente che sia saltata l’alleanza fra YPG e Assad, nonappena i due si sono incontrati sul terreno.   E non sappiamo neppure quanto sia effettivo il controllo dei “pezzi grossi” sui rispettivi “clienti”.

Ma, mi domando, è mai possibile che due dei paesi più importanti del mondo arrivino ai ferri corti per una fetta in più o in meno di quello che era uno stato fallito già prima che 5 anni di guerra lo riducessero in pezzi?   Vista così, sembra davvero poco credibile.    Tanto più che sia gli americani che i russi dovrebbero aver imparato la differenza che c’è fra conquistare un territorio e controllare il medesimo.
Proviamo allora ad allargare lo sguardo.

Il Medio Oriente

Accanto alla Siria c’è l’Iraq, dove l’ultima città importante in mano all’ISIL è Mossul, da mesi sotto un lasco assedio.   Da sud premono i governativi, sostenuti da fanterie iraniane ed aviazione USA; a nord ci sono i curdi sostenuti dai turchi.   Se Turchia e USA continuano (per ora) ad essere alleati, i loro protetti (rispettivamente curdi  e governativi iraqueni) sono invece nemici da sempre.

Allarghiamo ancora un poco l’orizzonte e troviamo Turchia, Iran, Arabia Saudita ed Egitto; tutti in piena ebollizione.

La Turchia è stata per 70 anni l’alleato di ferro dell’Occidente, ma dai tempi dell’invasione USA dell’Iraq, nel 2003, l’alleanza si è incrinata ed oggi appare fatiscente.   La progressiva islamizzazione del regime ormai quasi dittatoriale di Erdogan e la repressione seguita al fallito colpo di stato del 15 luglio scorso, hanno precipitato la situazione.
Intanto l’esercito turco ha occupato fette di Siria per impedire che fossero occupate dall’YPG e dagli americani.

L’Iran, dopo essere stato l’inventore dell’integralismo islamico post-moderno e l’arcinemico dell’occidente per decenni, sta rapidamente riallacciando rapporti di collaborazione anche militare con USA ed EU.   Ma l’Iran mantiene anche buoni rapporti con la Russia e sostiene Assad, sia pure in modo sempre più tiepido, man mano che i dittatore riacquista potere.

L’Arabia Saudita sembra sul’orlo di un’implosione, sia sul piano interno che su quello internazionale.  Dopo aver demolito mezzo Yemen senza riuscire a vincere la guerra, si è vista tagliare gli aiuti militari proprio dagli USA che la hanno sempre sostenuta ad oltranza.   E mentre il governo saudita espelle o incarcera buona parte degli esponenti yemeniti che fino a ieri erano suoi alleati, qualcuno spara contro le navi USA che incrociano a largo dello Yemen (padellando).

L’egitto, ex campione dell’Unione Sovietica ai tempi di Nasser e poi fedelissimo degli USA, è sicuramente sull’orlo di un’implosione.   Probabilmente il regime militare rimane in sella solo grazie alla terroristica repressione di ogni forma di dissenso.   D’altronde, l’alternativa sarebbe un altrettanto feroce regime islamista.   Al Sisi lo sa e, pur restando alleato degli USA, lancia strizzatine d’occhio a Mosca in cerca di conforto.   Nel frattempo la popolazione egiziana cresce al ritomo di quasi due milioni di persone all’anno.   Le conseguenze sono inevitabili e ci saranno 100 milioni di persone disperate ai nostri confini.   Sarebbe bene cominciare a pensarci.

Dunque il quadro medio-orientale appare in una fase caotica (in senso sistemico).   Vale a dire una fase in cui tutti gli elementi principali fluttuano senza una regola identificabile e possono quindi essere attratti in una delle molte direzioni possibili anche da spostamenti minimi di fattori interni od esterni.

Le grandi potenze

USA - RussiaAllargando ancora il campo, troviamo che lo scontro fra Russia e NATO non è limitato al Medio Oriente.   Indipendentemente dalla complessa genesi della crisi ucraina, non c’è dubbio che la linea di demarcazione fra la parte di questo paese che gravita verso est e quella che gravita verso ovest è tutt’altro che pacificata.  Sparatorie e scambi di cannonate sono quotidiani e, se la situazione rimane praticamente immutata, è solo perché nessuno dei contendenti ha il fiato di tentare un’offensiva.   Per Putin, l’intervento in Siria ha probabilmente anche la funzione di attirare l’attenzione dei nazionalisti russi su di un fronte più remoto, ma la questione del Donbass rimane una ferita aperta che può suppurare in qualunque momento.   Anche in considerazione dello scarso controllo che igoverni esercitano su parte delle milizie impiegate in entrambi i campi.

E veniamo dunque a dare un’occhiata ai due contendenti principali (o apparentemente tali): USA e Russia.

I primi sono stati paragonati ad un “guscio di acciaio vuoto dentro”.    In effetti, se la potenza militare statunitense attuale non teme confronti, la società che questa forza protegge si sta disintegrando e credo che il livello della campagna presidenziale in corso sia un buon indicatore in questo senso    Di qui la necessità per il governo di compattare il paese mantenendo uno stato di allerta crescente, anche a rischio di aumentare il pericolo reale.   Specialmente a ridosso di elezioni in cui entrambi i candidati hanno deciso di giocare il ruolo dei “duri”.

Se Atene piange Sparta non ride (o viceversa) si diceva un tempo.   La Russia post sovietica ha rimesso insieme una variante di economia capitalista basata essenzialmente sull’esportazione di materie prime in Europa.   Ma dal 2008 la situazione ha ricominciato a peggiorare e dal 2014 è precipitata.   Non tanto per le sanzioni occidentali, quanto per la crisi economica dei loro principali clienti (noi) e del mondo intero, che si è portata dietro il crollo del prezzo del petrolio.   Non dimentichiamoci inoltre che, malgrado la Russia sia oggi il principale esportatore mondiale di energia, la maggior parte dei suoi giacimenti di petrolio sono post-picco.   Questo significa costi crescenti ed EROEI calanti.
I giacimenti di gas sono invece irreversibilmente collegati all’UE.   Mosca sta cercando di sviluppare i giacimenti di gas siberiani collegandoli alla Cina, ma la nuova rete di metanodotti dovrebbe essere costruita in tempi di migragna e di ritorni rapidamente decrescenti, oltre che su terreni in parte resi instabili dal riscaldamento climatico.   Non sarà una cosa semplice, né veloce.
Anche in questo caso, solleticare il proverbiale patriottismo russo è un modo semplice e sicuro di compattare il paese, specie se alla guida c’è un personaggio particolarmente popolare come Vladimir Putin.   Ma se Putin è molto popolare, il suo partito non lo è affatto e questo pone il capo nella delicata posizione di dover costantemente rinfrescare la sua vernice di uomo duro e vincente.   Un gioco che diventa sempre più pericoloso, man  mano che i margini di manovra si assottigliano.

Guerra, contenimento CinaMentre tutti gli occhi guardano la Russia europea, cosa succede dalla parte opposta del pianteta?   Succede che la Cina si trova anch’essa nelle peste di una crisi economica che si va cronicizzando.   Anche se formalmente il PIL continua a crescere, la gente si va rendendo conto che la festa è finita e diventa nervosa.   Pronta anche qui un’altra iniezione di nazionalismo e di paura, con una serie di azioni per rivendicare alcuni scogli.   Ma dietro queste sceneggiate, Pechino sta mettendo in atto una serie di operazioni molto più consistenti.   Nel Mar Cinese e nell’Oceano Indiano sta infatti stabilendo una serie di basi logistiche e militari che (giustamente) spaventano i suoi vicini.
Se ne è accorto Obama che, da qualche anno, ha avviato una complessa politica di contenimento, saldando un’alleanza fra molti degli stati più o meno direttamente minacciati.   Da Giappone, Korea del Sud e Taiwan, fino al Vietnam ed alle Filippine (con una minaccia di Duterte di cambiare campo se non gli lasciano ammazzare i 3 milioni di filippini che vuole eliminare).   Ma ultimamente anche Indonesia ed India sembrano aver deciso che la Cina è più pericolosa degli USA.
Dunque, mentre l’espansione cinese verso il mare sta incontrando resistenza, verso il continente le porte le si spalancano.   Le difficoltà in cui annaspa la Russia favoriscono infatti la Cina che si sta letteralmente comprando d’occasione le risorse siberiane, tanto quelle russe che quelle dei suoi satelliti asiatici.   Per ora fa eccezione il Kazakistan che tiene fuori i cinesi, ma non i russi.
Dunque, abbiamo una potenza in declino, erede una notevole forza militare, ma senza più un sistema industriale in grado di sostenerla.   Questa, per difendere i suoi confini occidentali (o comunque quelli che considera tali), sta svendendo i suoi confini orientali dove una potenza prossima al suo picco sta cercando disperatamente spazio.

Il seguito alla prossima puntata.

PS. Aggiornamento dell’ultim’ora: pare sia iniziato l’attacco dei governativi iraqueni a Mossul.   Il rischio che vada come ad Aleppo è molto alto.    Così come è molto alto il rischio di uno scontro diretto fra Turchia e Iraq per il controllo di parti della città.

 

TURCHIA: Ataturk è morto, evviva Ataturk!

 

Pillole.

Turchia AtaturkLa Turchia uscì a pezzi dalla I guerra mondiale.  Kemal Pasha (detto Ataturk – Padre dei Turchi) prese il potere con un colpo di stato ed instaurò una dittatura militare che si pose lo scopo di portare quel che restava del defunto Impero Ottomano a far parte integrante dell’Europa occidentale.    Primo passo: laicizzare lo stato, con lo buone o (molto più spesso) con le cattive.   Per essere chiari: Kemal non era un buonista, né un apostolo della democrazia.   Era un uomo molto intelligente ed un eccellente generale che si era posto il problema di come evitare che i resti del suo Paese finissero colonia di una potenza straniera.
Da allora il programma politico delle forze armate turche non è mai cambiato.   Tutte le volte che il governo ha preso una direzione diversa da quella indicata da Ataturk, l’esercito ha riportato la barra al centro (4 colpi di stato, tutti riusciti, fra il 1960 ed il 1997; ogni volta seguiti dopo pochi anni da nuove elezioni e nuovo governo civile).
Fino al 1999, quando la Turchia, all’epoca saldamente kemalista, militarizzata e filoccidentale, fece richiesta di adesione alla Comunità Europea.   Problema: il partito filo europeo era minoritario fra la popolazione, ma dominante nelle istituzioni proprio grazie all’ingerenza dei militari nella politica.   La maggioranza della popolazione turca era e rimane islamista, con varie sfumature.
La prima cosa che l’Europa chiese ai militari turchi per coronare il programma del “Padre dei Turchi” fu di rinunciare alle loro prerogative politiche ed in parte a quelle economiche.   Lo fecero e nel 2003 andò al governo il sindaco di Istambul: un certo Recep Tayyip Erdoğan.
All’inizio si presentò ed agì da perfetto democristiano in salsa islamica: molte chiacchiere sulla religione e le tradizioni, ma la barra saldamente al centro.

Entusiasmo nella UE e nella NATO:  Avevamo in tasca un grande stato mussulmano, economicamente in crescita esponenziale; politicamente amico di Israele e totalmente filo –occidentale.   Ma anche cultore di buoni rapporti con tutti i vicini indipendentemente dal loro orientamento politico, perfino con la Siria e gli stati islamici del “ventre molle” della ex-URSS.   Cosa di meglio?

Non sapremo mai se Erdogan abbia agito fin dall’inizio con un ingegnosissimo piano a lunga scadenza o se si sia montato la testa man man che gli andava bene, ma di fatto nel corso degli ultimi 3-4 anni la sua politica è cambiata in modo sempre più palese ed aggressivo.   Fino a giungere a cacumini di megalomania e ad una spregiudicata manipolazione della forza a sostegno del suo programma oramai apertamente “neo-ottomano”.
Ma l’appoggio mal celato a Daesh (almeno nelle fasi iniziali), l’epurazione progressiva dei kemalisti, le riforme e le dichiarazioni sempre più islamiste, il sostegno a Morsi, la sistematica repressione del dissenso, la censura eccetera non gli avevano ancora dato il potere assoluto.   Neppure aver rilanciato la guerriglia kurda mediante una serie di sapienti provocazioni era stato sufficiente.   Per completare il lavoro bisognava eradicare definitivamente Ataturk “dalla mente e dal cuore” dei turchi, ma senza che se ne accorgessero.

Il tentato “golpe”

golpe turchia
Fonte: www.maurobiani.it ; Autore: Mauro Biani.

C’è stato davvero?   Alcuni sostengono che si sia trattato di una montatura destinata a fornire il pretesto necessario all’epurazione finale dei dissidenti.   Possibile, ma personalmente ritengo che si sia trattato dell’ammutinamento di un manipolo di militari che speravano di provocare una sollevazione generale delle forze armate grazie ad una serie di azioni spettacolari.
Comunque, indipendentemente dalla genesi dell’ammutinamento, esattamente quello di cui Erdogan aveva bisogno per completare il lavoro:   nel giro di pochi giorni sono finite in carcere migliaia di persone, mentre oltre 50.000 sono state licenziate ed è solo l’inizio.   E’ di ieri la notizia della sospensione dei passaporti, di oggi quella della sospensione della convenzione sui diritti umani.   Di fatto, chi è in odore di opposizione od appartiene ad una famiglia sbagliata non può espatriare e si può stare certi che la “caccia alle streghe”proseguirà meticolosamente.
Intendiamoci, non sappiamo quali fossero i veri scopi dell’ammutinamento e se avessero vinto loro avremo ugualmente visto arresti di massa, epurazioni, eccetera.   Tuttavia, nessuno dei 4 colpi di stato realizzati dall’esercito turco dal 1960 ad oggi ha condotto ad una dittatura come quella che sta nascendo dal fallimento di questo “golpe”.
Ufficialmente il “cattivo” è Fethullah Gülen, un altro leader islamista, oppositore di Erdogan ed esule in USA.   Ma guarda caso le istituzioni su cui si è abbattuta la scure dell’epurazione per prima e con più violenza sono quelle tradizionalmente kemaliste: le forze armate, la polizia, la magistratura, la burocrazia ministeriale, la scuola.

Prospettive

La vicenda si inserisce in un quadro già molto difficile per la Turchia.   I tradizionali buoni rapporti con tutti sono un ricordo; attualmente i rapporti vanno dal freddo al pessimo con tutti i vicini.   Il miracolo economico è morto e sepolto, mentre la guerra in Siria, comunque vada, sarà persa dai turchi e dai loro sodali locali.   La guerriglia ed il terrorismo hanno finora fatto il gioco dell’aspirante “sultano”, ma resta da vedere se e come riuscirà a riportarle sotto controllo, dopo averle scatenate.

Gli USA e la NATO continuano ad essere alleati, ma non hanno apprezzato il doppio gioco e si stanno forse preparando a scaricare la Turchia.   L’accordo sottobanco con Russia ed Iran sulla gestione della guerra in Siria e la protezione assicurata finora a Gulen sono solo due dei fattori che dovrebbero preoccupare il governo turco che rischia fortemente di restare fra due sedie, insieme ai Saud che non se la passano niente bene neppure loro.
I rapporti con l’Europa poi sono quanto di più grottesco si possa pensare.   Erdogan ha infatti insistito per continuare ad ampliare trattative; siamo oramai a ben  16 capitoli aperti, senza peraltro averne mai chiuso definitivamente neanche uno.   E questo proprio mentre fra dichiarazioni pubbliche ed azioni, di fatto, la Turchia prende rapidamente le distanze dal nostro continente.
Perché?   Da parte del governo turco, probabilmente, per fingere con la propria popolazione di essere fedele al programma di Ataturk.  Da parte europea, si cerca invece di usare questo strumento per rallentare il processo di costruzione di una dittatura islamista, ma con risultati davvero scarsi!
Insomma, se nessuno ha fretta di scaricare un alleato di questa taglia, nessuno neanche più se ne fida e fervono i preparativi.   In particolare tramite una normalizzazione dei rapporti con l’Iran che da arci-nemico è già passato ad alleato di fatto, almeno nei teatri critici di Iraq e Siria.

Poi c’è la mega-questione dell’immigrazione che Erdogan sta usando per ricattare gli occidentali, incapaci di gestire la questione.   Gli accordi finora non hanno funzionato e, probabilmente, proprio in questo momento la preoccupazione principale delle cancellerie europee è come continuare a fingere che la Turchia sia un “paese sicuro” per servirsene come deposito e filtro di profughi ed emigranti.

Come procederà?   Di sicuro la riforma costituzionale voluta da Erdogan passerà a pieni voti ed egli coronerà il suo sogno di potere.   Chi non è d’accordo farà bene a tenere un profilo bassissimo.
Un altro punto abbastanza certo è che la situazione economica peggiorerà in Turchia più rapidamente che altrove (peggiorerà ovunque) ed il governo si troverà quindi a dover gestire grandi masse di gente impoverita e/o disoccupata, mentre i canali tradizionali dell’emigrazione si andranno stringendo.   In casi di questo genere, accelerare la deriva teocratica è di solito una mossa efficace.   Ma solo sul breve periodo ed è quindi probabille che, prima o poi,  il “sultano” pensi di usare la sua notevole forza militare per uscire dall’angolo in cui si è cacciato.   Non credo che sarà mai tanto pazzo da usarla contro di noi e forse non uscirà nemmeno dalla NATO, ma la prospettiva di una grande guerra fra Turchia e Arabia Saudita da un lato, Iran dall’altro diviene sempre più concreta.

Turchia colpo di stato
“Il golpe è stato un dono di Dio”

La Turchia moderna è nata da un colpo di stato militare riuscito ed è morta con un colpo di stato fallito.   Adesso comincia un’altra storia, completamente diversa.

Golpe? Quale golpe?

ANSA/cp
ANSA/cp

Benché Crisis lavori a bassa intensità in questi giorni, con la redazione in altre e varie attività affaccendata, due righe sul tentato golpe in Turchia ci stanno tutte. Poiché gli analisti si sprecano, qui solleviamo solo alcune domande. Intanto la prima è ovvia: Cui prodest? Che Erdogan abbia scombussolato la posizione internazionale della Turchia, sconvolgendo equilibri che sembravano consolidati, è un fatto. Come? Ad esempio: rompendo la storica vicinanza con Israele, riallacciando stretti rapporti con i vari stati e dinastie sunnite, riprendendo una vera e propria campagna di sterminio nei confronti degli indipendentisti curdi (pkk in primis) con tanto di immunità concessa ai militari, comprese le temute e sanguinarie milizie locali per gli atti compiuti durante la loro missione.  Infine, l’ovvia condiscendenza nei confronti dell’Isis, di cui ha permesso l’ascesa, mantenendo aperti i corridoi verso il confine con la Siria (con contorno di malversazioni di famiglia sull’import/export di armi&petrolio) tenendo invece chiuse quelle verso il Kurdistan  siriano, proprio mentre l’Isis cercava di fare tabula rasa di ogni singolo villaggio o città e dei suoi abitanti. In generale è evidente la deriva islamista, nazionalista e populista. A parte i militari, da sempre garanti dello Stato laico di Ataturk bla bla bla (comunque tre golpe in sessanta anni non sono uno scherzo), l’intera faccenda ha dato parecchi grattacapi al resto della NATO. Senza contare che, visti i risultati sul campo e la situazione di fatto creatasi, uno stato cuscinetto curdo, comunque declinato, appare come l’unico possibile elemento di stabilizzazione nell’intricatissimo marasma tra Siria, Turchia ed Irak che si preannuncia nel dopo Isis. Con Erdogan al potere questo era chiaramente impossibile. Con la Turchia attraversata da un conflitto interno… Beh, almeno avrebbero smesso di bombardare i villaggi curdi d’oltreconfine.

Quindi: cui prodest? Beh, magari alla NATO. Certo Erdogan la pensa così, visto che ha accusato Gulen un ex amico rifugiato negli USA, di essere dietro il golpe (il che è il massimo che può fare senza accusare direttamente gli USA).

Che almeno un pensierino la NATO l’avesse fatto, lo dimostrerebbe il rifiuto plurimo ad atterrare, che avrebbe fatto vagare Erdogan per un paio di ore per i cieli d’Europa, appeso al suo smartphone, proprio nei primi e cruciali momenti del golpe.

Mentre scrivo, pare che Erdogan, dopotutto, stia riprendendo il controllo. Seguiranno purghe, epurazioni ed ulteriore riduzione delle già scarse libertà in Turchia. In pratica un’ulteriore scivolata verso una Turchia re-islamizzata e simpatizzante dei vari movimenti “estremisti” nel mondo.

A quanto pare prodest anche a lui.

Che dire? Non ci sono più i golpisti di una volta…

La fine del “califfato” è vicina?

A Raqqah! A Raqqah!

La fine del "califfato" è vicina?
Territorio controllato da Daesh (giugno 2016)

Le poche notizie che circolano sulla guerra in Siria ed Iraq sono fornite dai comandi delle fazioni principali, dai loro rispettivi “tutor” internazionali o da organizzazioni locali, comunque politicamente schierate pro o contro questo o quel belligerante.   Di conseguenza, prima di dare qualcosa per certo occorre aspettare e vedere se e come le varie fondi convergono su una versione dei fatti credibile.

Ciò nondimeno, per il “califfo” sembra proprio che si stia mettendo male.   Tutte le principali città che gli rimangono sono minacciate.

A Mossul, le milizie curde, sostenute dai turchi (sissignori, proprio i turchi), tengono le colline a nord della città.   Mentre le truppe irakene e le milizie sciite, col sostegno dell’aviazione USA e di fanterie iraniane, premono da est.   Non sapendo che fare, il capo locale ha fatto pubblicamente bruciare vive 19 ragazze curde che si erano ribellate alla schiavitù.

A Falluja, con la copertura aerea statunitense, lentamente e prudentemente, avanzano le truppe governative, sostenute da varie milizie locali (alcune delle quali ufficiosamente inquadrate da militari iraniani).

Perfino Raqqah, la capitale dello “stato islamico” è quasi circondata, presa fra due fuochi.   Da sud avanzano i governativi di Assad, appoggiati da truppe iraniane e milizie locali.   La Russia offre l’ombrello aereo e non solo.    Da nord preme un non meno eterogeneo cartello di milizie tribali fra cui spiccano i curdi (ma questi sono nemici dei turchi), sostenuti dall’aviazione e da “istruttori” americani e NATO.

Nel frattempo, diversi pezzi grossi del regime sono stati “vaporizzati” dai droni USA.   Non solo questo non ha fatto bene all’organizzazione, ma ha anche scatenato una sorta di “caccia alla spia” all’interno stesso delle milizie jihadiste.   Pare che decine di combattenti siano stati pubblicamente torturati ed uccisi perché sospettati di essere spie.   L’ideale per galvanizzare una truppa demoralizzata da una serie di rovesci sul campo.

Anche nelle altre zone in cui operano gruppi affiliati non va niente bene.   In Nigeria Boko Haram esiste ancora e fa paura, ma ha perso molto terreno e molti uomini.   Perfino nel caos libico, Sirte è stata in buona parte conquistata da milizie “governative” (qualsiasi cosa ciò significhi oggi il Libia).

Un paio di anni fa Daesh controllava una grossa fetta di Medio Oriente, dove aveva organizzato una sorta di proto-stato relativamente efficiente, le sue avanguardie sparavano alla periferia di Baghdad e da tutti il mondo migliaia di “foreign fighters”accorrevano al suo servizio.  Per lo stipendio, certo, ma anche per la gloria e la vittoria.   Perfino un certo numero di ragazze europee ci sono andate, pensando che fosse una buona idea far figli per il “Califfo”.
Il Nord della Nigeria era in gran parte controllato dai miliziani di Boko Haram che cominciavano a colpire anche nei paesi confinanti.   In Libia i Jihadisti si erano alleati con i superstiti del regime di Gheddafi, prendendo il controllo di diverse zone e minacciando la Tunisia.

Cosa è cambiato per rovesciare così le fortune del califfo?

La fine del “califfato” ?

Iraq-Syria-ISIS-ISIL-Map-June-12-2014
Territorio controllato da Daesh due anni fa.

Diciamo che ha fatto parecchi errori e tutti gravi.   Credo che i principali siano stati due.

Probabilmente, il peggiore è stato proprio quello di auto-proclamarsi califfo.   Dal nostro punto di vista, una semplice trovata pubblicitaria, se non una pittoresca baggianata.
Invece dal punto di vista dei mussulmani credenti una cosa gravissima.   Proclamarsi Califfo significa infatti rivendicare il supremo potere spirituale e politico sull’intero mondo islamico.   Una cosa come papa e imperatore contemporaneamente nel nostro medio-evo.
Dunque un fatto entusiasmante per i suoi seguaci, ma un sacrilegio per gli altri mussulmani.    Ancora peggio, un modo sicuro per alienarsi i favori di tutti i governi islamici; compresi quelli che, probabilmente, avevano aiutato Daesh a nascere ed espandersi: Turchia, Arabia Saudita e Qatar.

Il secondo gravissimo errore è stato ammazzare 130 persone a Parigi.   Gli attentati in Europa facevano parte di una strategia di marketing del “califfato” che aveva avuto molto successo.   Specialmente negli ambienti dei rampolli senza identità e senza futuro delle classe media mussulmana europea.   Perlopiù figli o nipoti di immigrati che si erano sistemati, talvolta male, spesso bene.    Ma il secondo attacco a Parigi ha in qualche modo fatto traboccare un vaso.   NATO e Russia, malgrado fossero ai ferri corti per la grana del Donbass, hanno infatti trovato un’intesa di fatto sulla Siria, passando alto sulla testa dei turchi che hanno tentato invano di boicottarla.   Niente di ufficiale, naturalmente, ma di fatto le aviazioni delle due potenze (e dei relativi satelliti) da quel momento hanno cominciato a collaborare.   Non solo, hanno cominciato ad attaccare l’infrastruttura economica del Califfato che, misteriosamente, fino ad allora era rimasta quasi intatta.

Ma sull’augusto turbante del “califfo” sono piovute anche altre tegole.   Ad esempio, certamente non gli ha giovato che gli storici rapporti fra USA ed Arabia Saudita siano oggi al minimo storico; mentre le “sultanerie” di Erdogan hanno profondamente minato i rapporti della Turchia con i suoi alleati di sempre.   Perfino con la Germania, suo sponsor da sempre.   E questo proprio mentre procedeva una parziale normalizzazione dei rapporti con l’Iran.   Di più: oramai sia in Sira che in Iraq l’aviazione a stelle e strisce collabora apertamente con formazioni iraniane o filo-iraniane.   Complice anche l’altro artefice di immensi errori in questo periodo: Benjamin Netanyahu, che ha danneggiato Israele più di quanto non fossero riusciti a fare tutti i governi arabi insieme negli ultimi 30 anni.

Nel frattempo, l’assurda ferocia di Boko Haram ha portato tutti i paesi coinvolti a cooperare, col risultato che sappiamo.   Ed anche il Libia, la maggior parte dei capi fazione ha trovato che non era una buona idea far fuori un dittatore per poi sottomettersi ad un altro ancora più pazzoide del primo.   Così, pur non andando d’accordo su niente, sono riusciti a coalizzarsi contro il nemico comune.

Cosa succederà poi?

Dunque la storia del “califfato” è agli sgoccioli?   Probabilmente, ma non si può dire per certo.   Non tanto perché al-Baghdadi abbia chissà quali carte da giocare, ma perché non bisogna mai sottovalutare la capacità di sbagliare che hanno i suoi nemici.   In altre parole, penso che il califfo possa solo vendere cara la pelle, ma qualcuno degli altri, nel frattempo, potrebbe fare qualche sciocchezza tale da dargli una nuova opportunità.

Poi bisognerà vedere cosa succede quando le varie fazioni in lotta contro l’ISIL si incontreranno in piazza.   Si daranno la mano o continueranno la guerra fra di loro?   Presumibilmente, anche l’accordo di sottobanco fra Russia e NATO verrà a cessare con la caduta delle principali roccaforti del califfato.   E dopo?    Si sono già messi d’accordo su cosa fare o si azzufferanno per l’interposta persona delle varie milizie clienti?   Per citare solo un esempio, il Pyd (principale partito curdo siriano) finora è stato alleato di Assad, ma anche degli USA che vorrebbero far fuori il dittatore siriano.   Ed ha formalmente annunciato che dichiarerà l’indipendenza dalla Siria: l’unica azione capace di mettere d’accordo Assad ed Erdoghan.

Ma pensiamo positivo ed immaginiamo che nessuno faccia apocalittiche stupidaggini ancora per qualche mese, magari un anno.   Con tutta probabilità di qui ad allora Daesh sarà in lista di attesa per entrare nei libri di storia, ma questo non chiuderà assolutamente la partita dell’integralismo islamico.   Men che meno quella del terrorismo in generale.

Sovrappopolazione e “bubbone giovanile”, errori e tradizioni storiche, crisi economiche ed alimentari, picco del petrolio e dell’energia, peggioramento del clima e siccità, distruzione dei suoli e della biodiversità, disintegrazione del “modello occidentale”, classi politiche infami e/o incapaci a seconda dei casi, opinioni pubbliche determinate a non ammettere l’ineluttabilità di alcuni fatti, sono solo alcuni dei fattori che hanno contribuito a creare il fenomeno dell’integralismo islamico (e non solo islamico, beninteso).    Se anche fra qualche mese la testa di al –Baghdadi facesse bella mostra di sé confitta su di una picca, tutti questi fattori, assieme ad altri, sarebbero comunque lì dove erano nel 2000.   Anzi, alcuni parecchio peggiorati rispetto ad allora.

Il Capitano Kirk, lo scientismo e l’idiozia al potere

 

La Zumwalt in tutta la sua futuristica bruttezza
La Zumwalt in tutta la sua futuribile bruttezza

Vi ricordate il mitico slogan “l’immaginazione al potere” derivato dagli scritti di Marcuse, nel 1968?

Beh, chi aveva vent’anni allora è in effetti al potere OGGI. Disgraziatamente, di immaginazione ne ha coltivata ben poca, anche perché con quella difficilmente si risalgono i gradini della scala gerarchica.

Tanto più tra i militari.

Purtuttavia, forse per il “lavoro” che fanno, i militari tendono, come molti di coloro che esercitano il comando, ad avere una fiducia di tipo fideistico nella capacità della scienza di tirare fuori dal cappello nuovi marchingegni e ritrovati che gli permettano di fare al meglio il LORO lavoro. Questa fiducia talmente cieca nel progresso da diventare paradossale e cieca viene talvolta annoverata tra le fedi con il nome (diventato spregiativo) di scientismo.

Metti che questi nuovi gingilli sono anche estremamente costosi da realizzarsi e comportano anni ed anni di studi, sperimentazioni, costosi prototipi, interminabili validazioni, etc etc, cose che COSTANO un sacco e quindi piacciono MOLTO sulla base del noto concetto bellilavoribellisoldi ed ecco che alla fine le innovazioni vengono accettate anche quando sono, con tutta evidenza, idiote.

E’ il caso dello Zumwalt, il primo cacciatorpediniere (è storicamente l’equivalente tecnico, in  italiano, del “Destroyer”, distruttore, dei paesi anglosassoni ma chiaramente non veicola la stessa suggestione) STEALTH.

Stealth significa “furtivo” e, in pratica, si tratta di un insieme di accorgimenti e tecnologie che permettono di rendere poco visibile, sui radar un veicolo. Un Caccia F117 Stealth si dice(probabilmente esagerando) che abbia una impronta radar equivalente a quella di un grande rapace.

La cosa, ovviamente, ha una BELLA rilevanza militare per un oggetto che porti un carico letale e si muova velocemente ( un aereo) ma diventa assai meno interessante per veicoli lenti. In effetti veicoli stealth terrestri ne sono stati concepiti pochetti e nessuno è progredito fino ad essere schierato in prima linea ( qualunque fosse la guerra da combattere).

E in mare? Beh in mare qualche tentativo era stato fatto, finora, per mezzi relativamente piccoli e veloci (catamarani) con l’idea di riuscire ad entrare nel circuito difensivo delle grandi unità nemiche senza farsi vedere e lanciare un micidiale attacco missilistico ravvicinato. Poiché in pratica le uniche flotte potenzialmente nemiche con una minima consistenza, quella russa e quella cinese non sembravano comunque particolarmente pericolose, la cosa ha avuto scarso seguito.

Fino all’arrivo dello Zumwalt, che, oltre ad essere “stealth” è anche il più grande cacciatorpediniere di tutti i tempi, 15.000 tonnellate di stazza, oltre 200 metri di lunghezza.

Nonostante le apparenze da astronave, insieme il canto del cigno delle grandi unità di superficie e l’esemplificazione dell’idiozia al comando.

Per il semplice motivo che, se è vero che la sua impronta radar è ridotta, all’incirca quella di un battello da pesca, è sempre di gran lunga maggiore di quella, per dire, di un periscopio di sommergibile, che oltretutto, anche nei casi più sofisticati costa MOLTO meno di 4 miliardi e mezzo di dollari.

Senza contare che un oggetto lungo 200 metri ed alto come un palazzo di 20 piani è visibile da decine di km di distanza ed ovviamente immediatamente rilevabile dai satelliti.

Per finire, come tutte le navi si muove LENTAMENTE, per arrivare alla sua fantasmagorica distanza di tiro, 63 km, ci mette comunque ALMENO un paio di giorni, ovvero tutto il tempo necessario per togliersi di torno o spedirlo in fondo al mare con una bella concentrazione di  missili superficie superficie o aria superficie (senza contare i cruise).

Insomma: una unità così, è INUTILE anche solo come concetto, disegnato su un foglio di carta.

Per sopravvivere dovrà stare all’INTERNO di una flotta comandata da una portaerei e non ALL’ESTERNO a caccia di potenziali nemici.

Dovrà contare su una copertura aerea continua, anzi, per meglio dire, sul predominio aereo.In pratica anche se sarà meno visibile delle altre, dovrà contare sulla protezione di UN SACCO di altre grandi e piccole navi militari, queste si, ben visibili, ad ogni lunghezza dello spettro d’onda.

In effetti da che mondo è mondo, lo scopo delle grandi flotte militari è prettamente quello DI FARSI VEDERE. Sono una proiezione di potenza non un vero strumento militare, come del resto ha ampiamente dimostrato, durante la seconda guerra mondiale, la ingloriosa fine di molte corazzate, quasi tutte affondate da siluri o bombe di aereo. Se lo scopo è quello di FARSI VEDERE, che senso ha fare una unità stealth, dall’aspetto oltretutto ridicolo, più che minaccioso?

E’ la prova, anche per il costo, che continuare a costruire grandi unità navali di superficie, specialmente con intenti aggressivi, non ha senso. I potenziali avversari di peso si guarderebbero bene da un ingaggio diretto e passerebbero la palla ai sottomarini. Gli altri (tutto il resto del mondo) che al massimo possono tentare qualche colpaccio con barchini esplosivi, possono essere tenuti a bada anche da bagnarole con due cannoni a tiro rapido, basta che ci sia la copertura aerea e radar.

QUINDI l’oggetto è IDIOTA, serve solo a vellicare l’ego di qualche povero ammiraglio ed assecondare la sua infantile volontà di avere anche lui il giochino nuovo, come quei palloni gonfiati dell’aeronautica…

Per finire, dimostra sia il livello di sonno della ragione raggiunto dai vertici militari USA che l’asservimento della politica, che deve staccare l’assegno per l’accrocchio pseudo futuribile.

Non ci credete? vi sembra una lettura esagerata?

Ed allora che ne dite del nome del primo comandante dell’Unità?

Si tratta del comandante.. JAMES KIRK.

Omonimo del molto più famoso comandante della celeberrima Enterprise (talmente celeberrima da dare il proprio nome al primo shuttle)

Non ditemi che, tra decine di potenziali candidati, è stato scelto per caso, perché non ci credo.

Per la cronaca, la più lenta ed inutile, nonché  costosa astronave di tutti tempi (più del Saturno 5) ha cominciato il suo servizio con la marina Americana pochi giorni fa.

P.s.: un esempio nostrano di spese militari difficilmente giustificabili lo trovate in questo articolo pubblicato ad aprile 2016.

Catastrofe egiziana e cazzeggiare europeo

La visita di Hollande in Egitto.

Hollande e al sisiAlcuni giorni fa il presidente francese, François Hollande, si è recato in visita ufficiale in Egitto e, per l’occasione, sono stati firmati una serie di contratti.   La notizia ha sollevato un certo scandalo fasullo in Italia.   “Cattivi francesi che fanno affari profittando che l’Italia ha delle grane con l’Egitto per via di Regeni”.   Pietosa messinscena, dal momento che noi italiani non abbiamo esitato un attimo a consegnare due dei nostri soldati all’India.   Che neanche li processa e quindi li tiene (lo tiene, perché uno poi se l’è potuta svignare) in ostaggio a tempo indeterminato.   E questo per salvare un contratto da 12 elicotteri che poi (giustamente) è saltato lo stesso.

Dunque, sgombriamo il campo dalla nostra ipocrisia e concentriamoci su quella altrui, tanto per imparare qualcosa.

Durante i discorsi ufficiali, Hollande non ha resistito alla tentazione di fare il maestrino, ricordando al dittatore egiziano che “Il rispetto dei diritti umani è un punto di forza e non di debolezza”.    Al Sisi, gli ha risposto per le rime, dicendo che, evidentemente, gli europei non si rendono neanche conto di cosa succederebbe se esplodesse l’Egitto.

Al di là della schermaglia diplomatica, cosa ci insegna questo fatterello?

Hollande ha detto una cosa perfettamente vera.   Tanto più che per accollarsi le spese e gli obblighi di uno stato la gente ha diritto di avere qualcosa in cambio.   E, tanto per cominciare, da sempre questo qualcosa è l’essere difesi, nei limiti del possibile.
Ma Hollande non è quel presidente che tiene il suo paese in stato di emergenza da mesi e a tempo ancora indeterminato?   Che voleva far passare una riforma costituzionale che gli avrebbe attribuito poteri quasi dittatoriali e che sta mettendo in galera molti più ambientalisti e sindacalisti che Jihadisti?   Quando si dice da che pulpito la predica!

D’altro canto è vero che quella di Al Sisi è una dittatura militare a tutti gli effetti e che quel che è accaduto a Regeni è probabilmente abbastanza frequente che accada agli egiziani.   Anzi, più goffi si fanno i depistaggi degli egiziani, più aumenta il legittimo sospetto che dietro questo crimine ci sia implicato qualche personaggio importante del regime.

D’altronde ricordiamoci che l’alternativa alla dittatura militare è una dittatura islamista non più tenera di quella attuale e, per di più, ben disposta verso forme di “pulizia religiosa” anziché etnica.   Ne abbiamo visto l’assaggio durante la breve presidenza Morsi.

Ma c’è anche la possibilità di una ben peggiore catastrofe egiziana, che è quella a cui ha fatto esplicito riferimento il generale: la disintegrazione dello stato e la guerra civile.   Ed in questo Al Sisi ha detto una sacrosanta verità.
Se accadesse una cosa del genere, l’intero medio oriente salterebbe in aria come un petardo e la massa dei fuggiaschi verso l’Europa non sarebbe più di milioni di persone all’anno (come oggi) bensì di decine di milioni.   Ci troveremmo costretti a decidere molto in fretta se sparare a vista sui barconi e lungo le frontiere, o se essere letteralmente sommersi da una massa di disperati in fuga.

Dunque quello che ha detto Al Sisi è sostanzialmente questo: “Guarda amico che tu hai bisogno di me.   Se io mollo scoppia un casino che né tu, né nessuno dei tuoi amichetti sarebbe neanche lontanamente in grado di fronteggiare.”   Ed ha perfettamente ragione.

Questo ci insegna una prima cosa importante: chi non è capace di gestire i fatti propri li rimette ad altri, ma così affida ad altri la propria sicurezza, finanche la propria esistenza.   Nella fattispecie, si mette nelle mani di personaggi del tipo di Al Sisi e di Erdogan (o Gheddafi, di recente memoria).   Personaggi che non solo sono dei dittatori o degli aspiranti tali, ma che neppure esitano ad alzare il prezzo; non solo in euro, ma anche in sostegno politico e militare.

La catastrofe egiziana.

Quanto potrà durare questa situazione?   Probabilmente non molto.

catastrofe egiziana demografiaLa popolazione egiziana è passata da in 50 anni da 28 a oltre 90 milioni di persone, e continua a crescere ad un tasso superiore al 2%.   Il che significa raddoppio (180 milioni) nel giro di 30 anni.    Nel 2011, quando sono scoppiate le “primavere” erano 82 milioni, nel 2015 (quattro anni dopo) erano già 92!

Il 75% della popolazione ha meno di 25 anni, il che significa che, anche se la natalità crollasse bruscamente, la popolazione continuerebbe a crescere per almeno altri 50 anni (salvo catastrofi).   Inoltre, l’egiziano medio, malgrado sia poverissimo e spesso disoccupato, ha un’impronta ecologica che supera del 200% la disponibilità del paese.   Significa che per vivere come oggi, gli ci vorrebbero 4 paesi invece di uno.   E l’impronta ecologica è un indice notoriamente molto ottimista.

L’estrazione di petrolio ha “piccato” una quindicina di anni fa ed è in calo molto rapido, quindi le importazioni dovranno comunque aumentare molto rapidamente.   Il clima sta peggiorando e la produzione agricola cala, sostituita dalle importazioni, soprattutto dall’Ucraina, paese che qualche problema ce lo ha anche lui.

Il mare si sta mangiando il delta del Nilo, la cui portata sta diminuendo sia per ragioni climatiche, sia per il disboscamento a monte.   Ma soprattutto per le derivazioni d’acqua per irrigazione in Sudan, Sudan del sud ed Etiopia, tanto che già vi sono varie minacce di guerra pendenti.  Una per ogni diga in progetto.

Dunque la catastrofe si sarà con assoluta certezza.   Non possiamo sapere quando, ma sappiamo che fra non molto ci saranno decine di milioni di persone in fuga, con ottime ragioni per farlo.   Cosa pensiamo di fare?
Sostenere il governo, quale che sia e qualunque cosa faccia anche ai nostri cittadini, è un metodo per rimandare il disastro e guadagnare tempo.   Ma la catastrofe egiziana non potrà essere evitata, qualunque cosa facciamo.

Abbiamo una strategia qualunque o pensiamo di continuare a trastullarci fra ignavia ed ipocrisia?

Il blindato più caro del mondo? È’ italiano ed e’ una “sola”

Il Freccia
Il Freccia

Riconosco che può sembrare strano, su Crisis, un post dedicato ad un blindato.

Il punto è che la mamma di tutte le crisi si lega in modo indissolubile con malversazioni, manovre lobbistiche, proiezioni di sterile Potenza, pie illusioni di risoluzione armata dei conflitti sistemici per le risorse, mantenimento dello status quo mondiale e affaristico, etc etc.

Semplicemente, su questo non tanto piccolo, viste le cifre coinvolte, scandalo, mi è caduto l’occhio, leggendo un post sui numerosi conflitti di interesse affrontati e risolti con discreta soddisfazione delle lobbies di volta in volta coinvolte, da parte del governo Renzi, in buona continuità con quelli precedenti.

Manco a dirlo, l’acquisto di qualche miliardo di sistemi d’arma nuovi nuovi rende felici o almeno parecchio soddisfatte un bel po’ di lobbies  assortite. Ma andiamo con ordine.

Con due atti successivi, il governo italiano ha deliberato di acquistare 249 e poi 381 blindati ( erroneamente definiti da molti giornali carri armati) Freccia, per un totale di 630 mezzi. per una coincidenza strepitosa uno per ogni parlamentare.

Quanto ci costano? Presto detto: il primo lotto, nel 2009, ci era costato 1,6 miliardi per 249 mezzi, ma aveva compreso, ovviamente, anche la ricerca e lo sviluppo ( anche se il freccia deriva strettamente, pregi e difetti, dal blindo centauro). 6.43 milioni per  blindato. La nuova fornitura, per altri 2.6 miliardi complessivi, e’ stata approvata a gennaio 2015, dal governo Renzi tanto impermeabile alle lobbies da vedere il Capogruppo PD in commissione difesa tentare invano di bloccare la decisione del governo, presa lo stesso giorno in cui si coronava, tra l’altro, il sogno da oltre 5 miliardi di euro dell’Ammiraglio De Giorgi, proprio perché a suo dire pesantemente inquinata dalle  pressioni delle aziende di armamenti. Ci sarebbe da parlare anche di questi sogni di gloria e deliri proiettivi di potenza di una marina che non riesce a garantire sufficienti mezzi e carburante alla guardia costiera per evitare centinaia di morti in mare all’anno, ma rimaniamo su QUESTO delirio terrestre.

intanto ecco qui la scheda tecnica.

Poi affrontiamo, una buona volta, il costo unitario del veicolo.

2.6 miliardi per 381 mezzi  sono, in apparenza, 6.8 milioni a blindato. Il secondo lotto costerà quindi ancora di più del primo.

Piu’ di un teutonico Leopard II. 5.74 milioni di dollari.

Piu’ di un  celeberrimo americano Abrams m1a2, da 6.2 a 4 milioni di dollari, o meno se comprato come “usato garantito”

Piu di un avanzatissimo israeliano  Merkava IV. 4.5 milioni di dollari

Piu’ di un corazzatissimo inglese Challenger 2.  4.2 milioni di sterline.

Sono i migliori mezzi blindati occidentali in circolazione, i più potenti e sofisticati, con i sistemi di offesa e difesa più costosi e complessi. Possono resistere a qualunque cosa o quasi ( in realtà i razzi a doppia testata cava, che cominciano ad essere in dotazione a molti gruppi, sono in grado di bucare, in certe condizioni, anche le loro corazze).  Hanno cannoni precisissimi. Sistemi avanzatissimi di stabilizzazione del tiro, motori da 1500 cavalli, corazze stratificate e reattive….insomma stanno al freccia come una Jaguar sta ad un pulmino Volkswagen.

i freccia costano perfino di più, ed è tutto dire,, visto gli elevati costi di sviluppo spalmati su un esiguo numero di esemplari, dei carri ariete, che questo documento riporta con un costo unitario di 6.8 miliardi di lire, che potremmo rivalutare spannometricamente come 6.8 milioni di euro.

Lo stesso documento riporta, sulla riga immediatamente successiva, il costo del blindo centauro di cui, ripeto, il freccia e’una derivazione da trasporto truppe, decisamente meno potente e costosa, dal punto di vista dell’armamento.  3.8 miliardi di lire, che possiamo tradurre con 3. 8 milioni di euro, per riportarlo ai nostri giorni. Caro, come si vede dal confronto con veri carri armati, ma pur sempre poco più della metà’ degli irresistibili Freccia.

Vi sembrano conti dubbi? Allora che ne dite dei 10 milioni stanziati nel 2011  per la progettazione lo studio e la realizzazione di due prototipi del centauro II, un veicolo ovviamente più sofisticato e moderno del centauro ed almeno alla pari con il freccia ( senza contare le differenze di armamento) Si tratta di prototipi, quindi la costruzione non è in serie, molti apparati sono integrati per la prima volta etc etc etc. Eppure costano 5 milioni di euro l’uno. Oltre un milione di euro meno degli esemplari di serie del fantasmagorico veicolo “corazzato”.

A questo punto, credo ci aspetteremmo una via di mezzo tra la macchina di Batman e l’astronave di capitan harlock.

Invece no. I veicoli in questione non sono in grado difendere i soldati che trasportano in caso di attacco con bazooka, missili spalleggiati o grossi calibri. Al più possono salvarli da uno ied. ( Improvvised Explosive Device) non troppo potente o dalle raffiche di kalashnikov. Per resistere ad un cannoncino come il loro, da 25 millimetri ( da confrontare con i 105 o 120 dei vecchi e nuovi carri) o da una mitragliata di una camionetta “tecnica” di qualche milizia, devono essere dotati di blindature aggiuntive, che ovviamente fanno lievitare il costo.

I blindo centauro , utilizzati in Somalia e in Afghanistan sono stati in qualche modo ricoperti con piastrelle reattive in grado almeno di difendere gli occupanti da proiettili fino a 30 mm o razzi spalleggiati di modesta potenza. Di fatto, dei 250 mezzi realizzati solo 17 sono stati collaudati sul campo in Afghanistan e questo per il banal motivo che in realtà non sono particolarmente più sicuri di una camionetta blindata come il lince, dato che costituiscono un bersaglio più pagante per i gruppi dotati di razzi, dai quali, come visto, non possono difendersi. Dalla loro, grazie alla relativa leggerezza, hanno una velocità massima di oltre 100 km l’ora che però risulta di scarsa utilità sul terreno urbano e fuoristrada, tipici dell utilizzo di questi mezzi.

Non è ancora chiaro? Il Merkava ha dimostrato di non essere sempre in grado di difendere i soldati trasportati ( sì perché può portare alcuni soldati oltre all’equipaggio, all’interno) pur avendo una resistenza equivalente ad oltre 600 millimetri di acciaio, ottenuta con una corazza complessa, cariche reattive, etc etc etc.

QUINDI l’esercito israeliano ha deciso di realizzare un trasporto truppe ANCORA PIÙ PROTETTO del Merkava, ma da esso derivato. A quanto pare il veicolo corazzato più protetto e sicuro al mondo.

si tratta del Namer.

Namer
Namer

costo: 3 milioni di dollari, meno della metà di un freccia. Con un calcolo approssimativo basato sulla capacità di resistere delle sue corazze, circa dieci volte più sicuro.

Breve sintesi: L’Italia ha quindi deciso di dotarsi del più caro veicolo blindato del mondo e, probabilmente, di tutti i tempi e un ragazzino con un  qualunque residuato bellico e’in grado di bucarlo.

con un lievissimo underststement: 4 miliardi e spiccioli certamente malspesi.

Intanto, a priori, per il motivo ovvio che con 4 miliardi si risolvono i problemi del sistema pensionistico italico almeno nel 2016, o si ricostruisce il centro dell’Aquila, o si chiude la vergogna degli esodati. Secondariamente perché dovremmo deciderci, una buona volta, a comprendere che la secolare battaglia tra corazza e proiettile e’stata vinta. Dal proiettile. E se non bastasse, dall’elettronica.

Il post si potrebbe chiudere qui, ma credo che ci vadano un paio di altre righe: 4 miliardi divisi i circa 30 milioni di contribuenti italici sono 133 euro a testa.

Non so voi ma il sottoscritto vorrebbe che fosse chiarito chi ha così facilmente convinto la nostra commissione difesa ad approvare, senza un fiato, una spesa ovviamente incongrua per un mezzo che, a parte le ovvie considerazioni sull’opportunità di mandare soldati nel mondo, costa ALMENO dal doppio al triplo del dovuto. E non serve allo scopo per cui e’realizzato, salvare la vita ai nostri soldati trasportati. Il fatto che su 250 ne siano stati utilizzati solo 17 in Afghanistan, la dice lunga sulla fiducia riposta nel mezzo. Pare evidente che, proprio in conseguenza dei costi, dei risultati di utilizzo non brillanti e dell’esistenza di alternative più economiche e molto ma molto più sicure, si sarebbe dovuto attendere prima di dare il via al secondo lotto. Con un pessimo affare per noi cittadini e per i soldati italiani.

Per dirla tutta: una “sola”,  almeno in apparenza.

Pressioni? Lobbies? Naaaa, giammai,  maddeche’, vade retro, gufi gufacci e rosiconi immobilizzatori del paese.

La Turchia al salvataggio dell’ISIS ed altri disastri ( seconda parte)

Siria, 12 Marzo 2016
Siria, 12 Marzo 2016

Proviamo a fare un rapidissimo e brutale ( spero non troppo erroneo) riassunto:

la situazione parrebbe la seguente:

La Turchia:

non vuole una enclave curda e non vuole Assad o i suoi successori. A parole ma SOLO a parole non vorrebbe nemmeno l’Isis ma in realtà ci fa affari e continua a farceli. In pratica avendo mantenuto finora le frontiere aperte ai traffici ne ha garantito prima il successo egemone e poi la sopravvivenza, cosi’ diventando moralmente corresponsabile della morte di centinaia di migliaia di persone. Il progetto per la nascita di un protettorato turco sulla Siria è andato decisamente buca ed anzi ha creato le premesse per la nascita di uno stato curdo alle sue frontiere, proprio il contrario di quel che voleva ottenere. Ora, in verità, non sembrano sapere come uscirne. anzi, vedasi il caso dell’aereo russo e degli attentati sospetti ad Ankara, sono proprio alla disperazione.

La Russia:

lo sappiamo, è intervenuta per salvare Assad o meglio, presumibilmente, un governo laico in mano ai suoi successori, qualunque siano. Questo essendo dal suo punto di vista  sia una politica storica, ultradecennale sia un compromesso accettabile. In questo contesto bombarda, senza fare sofismi, tutti quelli che gli si oppongono, moderati, semimoderati, estremisti, neri, blu e verdi che siano. Ivi compresi i contrabbandieri di armi e petrolio attraverso il confine turco, non è improbabile che l’abbattimento del jet russo fosse una ritorsione per la distruzione di centinaia di autobotti ( e, presumo dei loro autisti) al confine turco, pochissimi giorni prima) ed è alleata dei Curdi, sia pure per via di un comune nemico. A loro uno stato curdo non sembra particolarmente indigesto ed anzi, visto che terrebbe sotto stress sia la Turchia che l’Iraq, è visto, immagino, come qualcosa di fondamentalmente utile.

Gli USA: all’inizio, mentre Assad massacrava il suo popolo, era sembrato una buona idea appoggiare la rivolta, anche perché la Siria di Assad, padre e poi figlio era sempre stata una minaccia permanente per Israele per oltre mezzo secolo. In ogni caso si sono “distratti” un attimo e si sono ritrovati l’Isis che, evaporato l’esercito Iracheno costosissimamente addestrato ed armato da loro ( e da noi) era arrivato alle porte di Bagdad. Per oltre un anno limitatisi a tamponare il collasso dell’Iraq, si sono decisi ad intervenire solo per il rischio di genocidio a Kobane, sull’onda dell’opinione pubblica. Visto che questo intervento faceva decisamente POCO piacere alla Turchia ci sono andati relativamente calmini ( anche perché distruggere depositi e linee di rifornimento dell’ISIS significava e significa fare morti turchi in abbondanza, come abbiamo visto).

Il guaio è che pareva un pochino strano riconsegnare il paese in mano a Assad o ad un suo successore. QUINDI, come al SOLITO si sono autoconvinti che vi fossero dei gruppi di ribelli moderati, desiderosi di cacciare Assad e di instaurare la VERA DEMOCRAZIA in Siria e li hanno armati ed istruiti. COME AL SOLITO questi gruppi si sono rilevati tutt’altro che mammolette moderate e nel migliore dei casi hanno rivenduto le armi all’Isis e nel peggiore sono direttamente passati, armi e bagagli nelle sue fila. Ora non sanno come uscirne:  visto che la Russia sta annientando TUTTI i ribelli tranne i curdi è piuttosto evidente che, per arrivare ad un governo stabile bisogna trattare con lei e scaricare la cosiddetta opposizione democratica. I curdi si può far finta di non vederli e si può far finta di non vedere Erdogan che ha cominciato a bombardarli ma alla fine se ne dovrà tener conto ed anche qui , visto che si sta mettendo l’YPG al bando come organizzazione terroristica, pare difficile non dover fare un triplo giro di walzer mediatico sperando di avere a che fare con una opinione pubblica con la memoria di un platelminto e l’intelligenza di un dodicenne. In effetti, visti i precedenti, ci sono buone possibilità che alla fine vada tutto bene. Si troverà un accordo che salvi la faccia ed anche altre parti del corpo al Presidente Turco, che eviti il genocidio curdo e che riporti tutto sotto un governo centrale stabile (democratico quanto è possibile in quella sventurata terra, cioè zero). L’alternativa, attaccare turilla con la Russia per difendere le manie di grandezza di Erdogan pare poco probabile. Alla fine si troverà, come si dice, la quadra; tutti contenti, una breve prece per i morti e gli sfollati, una reprimenda ai greci che non li accolgono a casa loro ma vorrebbero fargli girare un poco l’Europa. ed a casa tutti contenti a votare il prossimo Presidente.

E l’EUROPA?

Beh , di fronte alla strage ed ai macchiavelismi l’Europa…freme di sdegno, si indigna si addolora, si incaxxa,  ma poi, in ultima analisi, chiude il becco e si guarda bene dal criticare qualcuno ( a parte i Russi, ovviamente) SOPRATUTTO chiude le frontiere cercando di obbligare noi e Grecia a tenerci qualche centinaio di migliaio di sventurati, con la scusa degli infiltrati islamici a migliaia anche se quelli identificati  fino ad ora sono stati poche decine.

Tanto vale, a quanto pare, il famoso principio di solidarietà e sussidiarietà tanto sventolato. Tanto valgono i principi fondanti della Comunità.

Cosa resta da dire? Niente se che questi giochini sarebbero ridicoli se non fossero mortalmente tragici.

Ci sarebbero anche due parole in merito alla ipotesi chiave, tutta da dimostrare, ovviamente, da cui è nato questo post: che i recenti e sanguinosi attentati attribuiti a terroristi curdi in Turchia NON siano stati compiuti dal Pkk o dall’YPG. Il motivo di base pare evidente: proprio ora che hanno una enclave indipendente e la concreta opportunità di realizzare il sogno di uno stato curdo o la possibilità dell’autogoverno sembra proprio folle vanificare tutto facendosi mettere sulla lista dei cattivi internazionali. CUI PRODEST? Dicevano i romani. A chi giovano questi attentati? Al governo turco, per poter fermare l’avanzata curda e, ovviamente all’ISIS. Se si volesse cercare un colpevole, al netto di improbabili retate di attivisti curdi, si dovrebbe cercare in quella direzione.

E in termini generali da gufi?

Beh i gufi come noi di Crisis hanno letto, tra le varie, il Cigno nero e “sanno” che, quando si entra nel campo non lineare ( e niente è meno lineare della situazione che si è creata in Siria) le probabilità che succeda qualcosa di totalmente inaspettato ed imprevisto sono MOLTO più alte di quanto si creda.