Darwin, i ciclisti e la pressione selettiva

Perché i ciclisti non rispettano il codice della strada? Perché si spostano in gruppo sulle arterie extraurbane intralciando i veicoli più veloci? Chi glielo fa fare di andare in bicicletta in città in mezzo alla puzza degli scappamenti e a rischio di essere investiti? Queste domande vengono spesso formulate da chi non va in bicicletta, ma altrettanto spesso i ciclisti non sanno rispondere propriamente. Ognuno elabora per la propria esperienza diretta, facendo riferimento al sapere accumulato negli anni, eppure difficilmente si esce dalla prospettiva individuale, dal “faccio così perché mi sembra meglio”, spesso accompagnata da “provaci tu, se sei tanto convinto”.

In realtà esistono ottime argomentazioni per ogni singolo punto, ma per comprendere meglio il quadro generale bisogna armarsi degli strumenti interpretativi dell’evoluzionismo darwiniano e ragionare i ciclisti come una specie in competizione per la sopravvivenza all’interno di un ecosistema in rapida trasformazione.

Evolve
Cominciamo dallo stabilire quando la varietà “ciclista” si distacca dal tronco principale della specie ‘homo’. questo avviene grossomodo nella seconda metà del 19° secolo, quando la bicicletta raggiunge un livello di efficienza tale da diventare competitiva con le altre modalità di spostamento dell’epoca. Più veloce degli omnibus, meno costosa delle carrozze, meno energivora di un cavallo, la bicicletta si ritaglia uno spazio via via crescente sia nella mobilità cittadina, sia extraurbana. Asseconda la nascente moda del turismo (dall’inglese ‘tour’) consentendo di effettuare viaggi anche lunghi, come ben documenta il volume umoristico Tre uomini a zonzo di Jerome Klapka Jerome pubblicato nel 1900.

Questa neonata popolazione arriva a diffondersi su un areale assai vasto ed a subire una prima diversificazione tra ciclisti quotidiani (quelli che utilizzano la bici per raggiungere il posto di lavoro o per piccole commesse) e ciclisti sportivi (che la utilizzano nel tempo libero con finalità ginnico/agonistiche), prima che l’avvento di una specie molto più recente ed aggressiva (gli automobilisti) non entri in competizione per gli spazi e le risorse viarie. L’avvento dell’era dell’automobile non era facilmente prevedibile, dati gli alti costi dei primi modelli (sostanzialmente un’evoluzione delle carrozze a cavalli consentita dal motore a scoppio), tuttavia lo sfruttamento dei primi campi petroliferi sembrò promettere una ricchezza sconfinata, in grado di mettere in moto un’industria di massa.

Il rovesciamento del paradigma economico operato nel ventesimo secolo finisce col penalizzare i mezzi economici a tutto vantaggio di quelli più dispendiosi ed energivori. La ricchezza sepolta del petrolio fossile diventa in breve tempo ricchezza diffusa, e per facilitare i consumi si operano politiche premianti nei confronti dei veicoli più famelici di risorse. Saltando la parentesi delle due guerre mondiali, l’attività principale del ventesimo secolo consiste nel convincere le popolazioni a possedere ed utilizzare automobili, marginalizzando tutte le altre modalità di spostamento sia attraverso l’industria culturale che (grazie a massicce azioni di lobbying) in chiave legislativa.

Gli stessi Codici della Strada, adottati nelle diverse nazioni per gestire l’improvvisa crescita del traffico veicolare (col relativo portato di morti e feriti), riflettono quest’impostazione autocentrica, non tenendo conto delle esigenze dei ciclisti con disposizioni adeguate a preservarne l’incolumità. Un esempio tra tutti di questo accanimento è l’assenza, nella legislazione italiana, di una distanza minima di sorpasso, cosa che di fatto autorizza gli automobilisti a ‘sfiorare’ chi va in bicicletta con manovre oggettivamente pericolose.

L’avvento delle automobili sulle strade può essere descritto come la presa di possesso di un ecosistema da parte di un predatore inarrestabile. In tutta la seconda metà del ventesimo secolo il numero delle automobili cresce in maniera esponenziale fino a portare alla totale saturazione degli spazi urbani. Le strade diventano, più che arterie dedicate allo scorrimento, spazio pubblico sacrificato ai desiderata dell’industria dell’auto e dei suoi clienti. Le auto in sosta occupano ogni luogo loro concesso fino a strabordare.

Nel corso di questo processo la popolazione ciclistica subisce una drammatica decimazione: i ciclisti quotidiani praticamente scompaiono dalle strade, soverchiati da un traffico veicolare crescente, pericoloso ed aggressivo, man mano che gli spazi viari urbani vanno riducendosi. Pesa, in questo senso, anche l’espansione delle città, la nascita di periferie dormitorio lontane dai luoghi di lavoro e tutta una serie di fattori concorrenti. I ciclisti sportivi subiscono la pressione competitiva del traffico stradale, iniziano a mettere in atto strategie sociali (spostarsi in gruppi sempre più numerosi) e muovono alla conquista di territori prima preclusi.

L’affermazione della mountain bike, sul finire del ventesimo secolo, rientra pienamente in questo processo: i ciclisti superstiti, scacciati dalle strade dalla pressione di predatori voraci e letali, tornano ad occupare spazi marginali e semi-abbandonati: sentieri, sterrate, carrarecce. Questo produce un’evoluzione della specie, che a pochi anni di distanza può tornare a popolare il territorio cittadino sfruttando spazi prima preclusi grazie alle innovazioni tecnologiche che equipaggiano le nuove biciclette: i marciapiedi diventano un terreno di competizione con la popolazione dei pedoni, i parchi urbani garantiscono corridoi veloci e protetti su un limitato ventaglio di direttrici.

Parallelamente a ciò, l’eccessivo successo delle automobili nella conquista delle città produce una crisi di rigetto nelle nuove generazioni, desiderose di autoaffermazione e meno plagiate dalla propaganda dell’industria. L’automobile viene percepita come un parassita (di fenomenale successo) degli spazi urbani, veicolatrice di inquinamento, rumore e sedentarietà, generando pulsioni antagoniste sia sotto il profilo dei comportamenti individuali, sia sul piano culturale. La bicicletta diventa, in questo processo, arma di conflitto intergenerazionale.

Riletta in chiave antropologica la rinascita dell’utilizzo urbano della bicicletta ha lo stesso significato delle esibizioni di forza ed agilità che un tempo le tribù umane utilizzavano ai fini dell’affermazione individuale ed in chiave di attrazione sessuale. La sfida dell’individuo disarmato ad una realtà meccanizzata ed opprimente diventa l’equivalente di una battuta di caccia a prede pericolose, o uno scontro bellico contro una tribù rivale. L’uso di biciclette ridotte all’essenziale, prive di marce e spesso del meccanismo della ruota libera (fixe) alimenta questa mitologia dell’eroe in bici che si muove impavido attraverso la città, contrapposto agli automobilisti inscatolati e disumanizzati per propria scelta.

In quest’ottica di conflitto permanente ogni comportamento ‘anomalo’ o in contravvenzione ai codici è interpretabile in chiave di necessità più che di sfida. Attraversare col rosso semaforico tende a massimizzare il vantaggio di percorrere un tratto di strada temporaneamente libero dalle automobili, percorrere i marciapiedi riduce il rischio di investimento, imboccare contromano i sensi unici accorcia le percorrenze e spesso consente di evitare tratte ad alto rischio. Perfino occupare il centro carreggiata ha unicamente lo scopo di impedire sorpassi quando le condizioni del fondo stradale, o gli spazi, non consentirebbero di farlo in sicurezza (checché ne pensi il conducente dell’automobile che segue, molto meno riluttante a rischiare l’incolumità altrui di quanto farebbe con la propria).

La popolazione dei ciclisti nelle aree urbane (Roma, nella mia esperienza diretta), è minoritaria ma estremamente combattiva. Si nutre del vigore fisico prodotto dall’esercizio sui pedali e produce continuamente nuove idee grazie alla miglior ossigenazione dei cervelli. Diffonde ‘il verbo’ grazie al contatto diretto ed all’uso sapiente dei media digitali. Lentamente cresce, nell’attesa del momento del riscatto.

Narra la profezia che un bel giorno gli ‘autosauri’ si estingueranno, i giacimenti di petrolio esauriti, i serbatoi vuoti, le materie prime ormai rare e costose. Quel giorno i mammiferi erediteranno la Terra.

Charles Darwin resting against pillar covered with vines.

Un pensiero su “Darwin, i ciclisti e la pressione selettiva”

  1. Segnalo come utile lettura complementare a questo post il libro “Roads Were Not Built for Cars” di Carlton Reid. Ricostruisce la storia della mobilità urbana e interurbana dall’invenzione della bicicletta fino al trionfo (temporaneo, si spera) dell’automobile.

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