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Geologo, Ingegnere ambientale, ho introdotto per primo in italia il concetto di retrofit elettrico dei veicoli esistenti. Parlo troppo, troppo veloce di troppe cose. Non-mi-si-regge. Il mondo è complicato, connesso, fuso, pieno di sentieri e strade che si incontrano, si intrecciano. Mi piace esplorare quelle piu' strambe.

Niente basta a chi non basta quanto è sufficiente/6

Ippocastano, Glamis Castle, Scozia

Torniamo ora ad un altro aspetto essenziale: la mobilità.

Che il futuro della mobilità, pubblica e privata, sia dei veicoli elettrici, non se lo nasconde nessuno. 

La situazione dell’inquinamento nelle nostre città, di cui eravamo consapevoli sia per esperienza personale, sia per banche dati nazionali di ottimo livello, come quella di ISPRA, è diventata evidente quando, all’improvviso, in un giorno di Marzo, ci siamo fermati. Tutti.

Per due mesi, nei nostri cieli sono tornate le stelle. per due mesi ci siamo ricordati del colore che dovrebbe avere il cielo, in condizioni normali.

Veicoli elettrici quindi.

Naturalmente, ci sono cose da considerare.

Risolti o in via di risoluzione i problemi di capacità delle batterie, velocità di ricarica, tecnologia, costi di realizzazione, i veicoli elettrici, intrinsecamente più affidabili, duraturi, semplici ed economici da realizzare, hanno comunque anch’essi un impatto ambientale, per la loro realizzazione e per il trattamento dei materiali a fine vita.

Un altro aspetto, frequentemente trattato, relativo alle modalità di produzione dell’energia elettrica necessaria per ricaricarli trova sempre meno motivo di essere, via via che la produzione di energia avviene da fonti sempre meno inquinanti e, in prospettiva, interamente da fonti rinnovabili.

Anche il recupero delle batterie a fine vita ( non già lo smaltimento come troppo spesso si legge) è un processo già messo a punto da vari consorzi, anche in Italia e costituisce non tanto un problema quanto una opportunità di lavoro e di ritorni economici, tanto più in un paese che, attualmente acquista la quasi totalità delle batterie al litio all’estero.

Ma il passaggio ai veicoli elettrici senza un cambio, importante, nella mentalità delle persone non basta.

I nostri veicoli attuali ed anche gli attuali veicoli elettrici soffrono di bulimia. Non è concepibile spostare due tonnellate di veicolo per trasferire 80 kg di essere umano.

Le tecnologie attuali ci permetterebbero di realizzare veicoli sicuri e leggeri. Se non lo facciamo è perché ci siamo abituati a decine di servomeccanismi ed altre ipercomodità che pesano kg e, nel complesso quintali.

Quintali risparmiabili che pesano sul pianeta. Una soluzione esiste ed alcuni paesi l’hanno già adottata: una imposta al KG per i veicoli privati non commerciali ( i veicoli commerciali continuano ad essere piuttosto spartani). Questa imposta proporzionale al peso andrebbe possibilmente modulata per i veicoli meno inquinanti, ma comunque essere presente. Anche i veicoli elettrici, infatti soffrono di obesità e pesano come corazzate, complice il peso delle batterie.

L’incentivo a scegliere versioni più leggere con motori più piccoli, meno cianfrusaglie, tra l’altro prone alla rottura e quasi sempre di obbligatoria sostituzione, non essendo generalmente fatti per la riparazione, deve essere deciso, importante. 

Va dato un segnale chiaro che leggero è bello, leggero è giusto. 

A parte lo sviluppo crescente, del carsharing e car pooling, con lo sviluppo dei sistemi di guida autonoma si dovrebbe riprendere in considerazione i modulor, veicoli con moduli di trasporto personali autoassemblabili ed a guida autonoma, in grado di condurre ogni persona a destinazione, ma uniti insieme per le tratte a comune, per ridurre la congestione del traffico, a formare un unico veicolo da cui, all’occorrenza, si staccano. Avevo scritto per Legambiente, oltre dieci anni fa, un articolo sulla Terra nel 2108, che introduceva questo concetto.

Peraltro gli sviluppi rapidissimi della guida autonoma lo rendono già attuabile senza aspettare ancora 78 anni.

Ovviamente va convertito e riqualificato il trasporto pubblico. 

Anche perché un autobus non recente spesso inquina come cento auto, di fatto vanificando il teorico vantaggio ambientale del trasporto pubblico. 

La soluzione attualmente prediletta da molte amministrazioni è quella di nuove linee tramviarie moderne. Queste, se hanno grandi vantaggi in termini di persone trasportate all’ora, hanno l’inconveniente di essere tremendamente costose ed assorbono la quasi totalità delle risorse delle municipalizzate, non consentendo con le risorse disponibili di immaginare una conversione completa del parco veicoli circolante in termini ragionevoli. Esiste una soluzione intermedia all’acquisto di assai costosi bus elettrici ed è il cosiddetto retrofit elettrico. 

Il sottoscritto , insieme ad alcuni amici, ha fondato nell’ormai remoto 2007, una associazione che si proponeva sia di promuovere la riconversione elettrica dei veicoli esistenti, sia l’abbattimento degli ostacoli legali a queste conversioni. Grazie a due successivi decreti, scaturiti dalla nostra iniziativa ed altre simili nel tempo sviluppatesi, attualmente esiste un quadro normativo che consente queste conversioni. 

In breve: molti autobus che non possono più circolare a causa dei limiti stringenti attuali, potrebbero avere ancora una lunga vita utile, una volta convertiti in veicoli elettrici.

Un veicolo elettrico così convertito costa meno della metà di un veicolo elettrico nuovo e spesso perfino meno di un veicolo tradizionale con motore endotermico, consentendo, di fatto, con i risparmi conseguiti nell’operatività, circa 40.000-60.000 euro/anno complessivi,di convertire intere flotte senza extracosti rispetto alla situazione esistente, ben riassunta da questo documento, tra i tanti. 

Manca ancora la consapevolezza di questa possibilità da parte delle amministrazioni, senza contare che vi sarebbero fondi per una prima implementazione sperimentale di autobus urbani convertiti. In un paese dove non si producono autobus urbani elettrici sembra una opportunità da esplorare, senza contare, naturalmente, i consueti risvolti positivi in termini ambientali della mancata rottamazione di un veicolo che può ancora circolare.

Naturalmente, anzi: NATURALMENTE piste ciclabili, relativa segnaletica, incentivi all’uso della bicicletta, etc devono essere implementati in modo determinante e determinato. Facciamo troppo poco moto, tutti quanti.  La bicicletta ci fa risparmiare tempo, fa bene all’ambiente e fa bene anche a noi.

Pur tuttavia resta la questione del traffico privato. Per quanto ridotto, per quanto sostituito, per quanto contingentato, è una questione principale, che coinvolge praticamente ogni famiglia italiana. L’attuale politica di rottamazione forzata è totalmente sbagliata per diversi motivi. Il primo, ovvio è che non tutti possono permettersi un’auto nuova. Con il risultato che si puniscono proprio le fasce meno abbienti della popolazione, che sono spesso anche quelle che hanno più bisogno di spostarsi su percorsi non ben serviti per recarsi al lavoro. 

La seconda è che attualmente la quasi totalità dei veicoli nuovi sono veicoli endotermici, a benzina o Diesel.

Poiché i diesel hanno avuto e stanno avendo ( cfr il cosiddetto scandalo Dieselgate ed altri simili) discrete difficoltà a rispettare le normative Euro 6 e poiché i blocchi del traffico comportano fermi sempre più frequenti anche per veicoli ancora efficienti e funzionanti, come gli euro 3 e 4, pare opportuno rivalutare la conversione a Gpl e metano dei veicoli esistenti come decisamente conveniente per il sistema paese e per l’ambiente. Rispetto all’acquisto di veicoli nuovi, si ottengono quattro importanti vantaggi:

  1. riduzione delle emissioni inquinanti
  2. riduzione dei costi per l’utente
  3. mancata demolizione di veicoli efficienti e conseguenti vantaggi per l’ambiente, visto che un’auto nuova è ancora oggi fatta quasi interamente da materie prime “vergini” non di recupero e, solo per l’aspetto energetico, la sua produzione comporta un consumo di energia all’incirca pari a quella che il veicolo consumerà in 100.000 km)
  4. Creazione di posti di lavoro e know how nel nostro paese , in un momento dove i due terzi dei veicoli nuovi sono di produzione estera ed anche il costruttore unico nazionale ha sede fiscale all’estero).

A questi vantaggi “pratici” ne va aggiunto uno più sottile, di tipo psicologico: rendere “normale” il recupero, il riuso, il ripristino, rispetto alla compulsiva sostituzione del “vecchio”, anche se ancora valido, per un nuovo le cui qualità ed i cui vantaggi, rispetto al vecchio, sono spesso più di apparenza che di sostanza ( ultimamente le pubblicità delle auto vertono più sulle loro caratteristiche di connettività, una cosa che costa poche decine di euro, se la si vuole implementare in un veicolo più datato,  che su quelle di consumo, emissioni etc).

La conversione dei veicoli a benzina è ben nota ed attuata, purtroppo su scala minoritaria, da decenni, con le aziende italiane che sono leader mondiali del settore. 

Molto meno conosciuta è la possibilità delle conversione dei diesel, anche se qui avremmo il maggiore beneficio, visto i milioni di veicoli diesel euro 3 e 4 prossimi alla rottamazione.

Non da moltissimi anni il nostro codice della strada ammette le auto con alimentazione dual fuel, ovvero che utilizzano CONTEMPORANEAMENTE due diversi carburanti.

Grazie a queste nuove norme esiste la possibilità di convertire un’auto diesel in auto ad alimentazione mista, gasolio/metano o gasolio/gpl. Nell’uso normale i due carburanti vengono utilizzati insieme. Grazie alla minore quantità di gasolio ed alla combustione più pulita del metano e del gpl, gli inquinanti emessi, pm10, CO2, CO, NOx, specie per i veicoli dotati di common rail e centraline evolute, precipitano drasticamente, di fatto trasformando, in termini di emissioni, un euro 3 in un euro5. Anche il consumo complessivo diminuisce leggermente. Il risparmio in termini monetari è di circa il 25%, così consentendo il recupero dei costi di installazione in circa 40-50.000 km, senza incentivi.L’installazione costa leggermente di più di quella tradizionale perché si devono aggiungere sensori che sulle auto diesel non sono presenti. Il motore, grazie alla differente combustione , dura di più ed è soggetto a minori inconvenienti ( qualcuno ha mai sentito parlare del debimetro, è un sensore che è soggetto a frequenti e costosi malfunzionamenti sui veicoli diesel) E’ evidente che incentivi anche consistenti, ad esempio tramite sgravi fiscali del 50 o 65% piuttosto che cifre fisse verrebbero immediatamente recuperati dallo Stato, dato che l’acquisto di veicoli nuovi prodotti all’estero è, per ogni veicolo, un danno misurabile di gran lunga superiore. 

Tutto questo, naturalmente, senza contare i posti di lavoro creati, diffusi sul territorio, la possibilità di vendere sistemi all’estero, la filiera che si crea etc etc.

Il futuro della mobilità è elettrico.

Il presente, lo vediamo bene, no. 

Siamo ancora lontani dal raggiungere il 5% di veicoli elettrici sul totale delle immatricolazioni del nuovo. Anche se i numeri stanno crescendo, ci vorranno ancora almeno dieci quindici anni, prima che i veicoli elettrici siano la maggioranza degli acquisti di veicoli nuovi. 

Noi vogliamo migliorare il presente e preparare il futuro, senza fare più danni del necessario. In questo senso è una buona idea risparmiare la produzione di milioni di inutili auto nuove non elettriche.

Ovviamente anzi: OVVIAMENTE resta la possibilità di conversione elettrica anche dei veicoli privati. una cosa, però, che può avere una convenienza economica solo in particolari casi di nicchia.

Ad esempio il mitico cinquino…..

Altrettanto ovviamente esistono altre categorie di mezzi minori, Scooters, ciclomotori, quadricicli leggeri e pesanti etc etc che possono essere convertiti, qualche volta andando a coprire esigenze altrimenti non facilmente soddisfabili.

Dovrebbe preso uscire un decreto attuativo che lo renderà possibile, al quale abbiamo collaborato direttamente.

La democrazia diretta esiste. Basta volerlo!

(continua)

Niente basta, a chi non basta quel che e’sufficiente/5

Ciliegio secolare, Spignana, San Marcello Pistoiese

Dopo qualcosa che riguarda la vita dei singoli, passiamo al Sistema, in grande.

Si parla tanto, alle volte troppo, di energie rinnovabili. 

Troppo spesso e mai come i questi ultimi tempi diventano un alibi per continuare come prima, con l’illusione che in un futuro, più o meno remoto, quando finiranno i carburanti fossili, potremo continuare la nostra vita come prima, solo  traendo l’energia di cui abbiamo bisogno da fonti rinnovabili. 

Non è  così semplice.

Se è facile capire la funzionalità e l’utilità di un pannello fotovoltaico che è esposto al sole, ci si dimentica troppo spesso di affrontare come raggiungere davvero il 100% di energia da fonti rinnovabili e, in pratica, affrancarsi per sempre dalla dipendenza dall’estero per gli approvvigionamenti energetici.

Non si tratta solo di una questione ambientale per il nostro paese. 

Si tratta di avere importanti vincoli permanenti alla nostra politica estera, dovuti all’impossibilità di scontentare chi ci fornisce, ogni giorno, petrolio, gas, carbone.

Il nostro paese si trova avvantaggiato rispetto ai nostri vicini europei, su questo piano.

Perché ha sia la facoltà di pensare ad uno stoccaggio di energia, prodotta in modo economico e rinnovabile ( gli impianti eolici e fotovoltaici hanno raggiunto la parità economica rispetto a quelli convenzionali ed ora il modo più economico di produrre un MWh di energia è utilizzando un impianto fotovoltaico) sia l’opportunità di farlo in modo altrettanto economico, addirittura anche per superare le oscillazioni stagionali estate/inverno, un tema mai veramente affrontato.

Questo infatti è attualmente il limite più grande all’espansione dell’energia rinnovabile: trovare un modo per garantire una fornitura stabile prevedibile, disponibile sempre ed ovunque “on demand” a partire da sorgenti inerentemente variabili come sono il solare e l’eolico.

Se infatti è possibile sopperire alle oscillazioni a breve e brevissimo termine grazie agli impianti idroelettrici a doppio bacino, già affrontare  i cicli circadiani, ovvero l’alternanza notte/giorno, diventa un problema non indifferente. Si tratta di trovare il modo di stoccare centinaia di GWh, in modo sicuro, economico, economicamente sostenibile. 

Questa è una conditio sine qua non per ogni scenario di una Italia 100% rinnovabile.

Un modo esiste ed avrebbe numerosi altri vantaggi.

Si tratta di incentivare la realizzazione di microbacini per triplice uso: idroelettrico, irriguo, modulazione delle piene. Di nuovo: non grandi opere ma un grande progetto, fatto di migliaia di piccole opere, diffuse su tutto il territorio nazionale.

L’Italia, dopo i tragici fatti del Vajont, si è dotata di un quadro normativo all’avanguardia nel settore dei bacini idrici e relative dighe. Benché non vi siano molte possibilità per ulteriori bacini idroelettrici ad acqua fluente, vi è invece una ampia possibilità di realizzare tanti piccoli bacini, che abbiano opere di sbarramento relativamente piccole, al massimo 15 metri, che godono di una normativa relativamente agile e collaudata.

Questi bacini attualmente servono prevalentemente a scopi irrigui o ricreativi o per itticoltura.

la proposta sarebbe quella, laddove possibile, di realizzare una numerosa serie di DOPPI bacini, cioè di due piccoli bacini post ad una certa distanza e con un certo dislivello tra l’uno e l’altro che, nel complesso possono fungere, secondo richiesta, da accumulo e restituzione di energia. 

Non è quindi necessario che esista un corso d’acqua permanente perché è sempre la stessa acqua che viene di volta in volta “turbinata” all’ingiù o pompata all’insù. 

Questa acqua, quindi, resta disponibile per altri usi: irrigui, ad esempio. 

Non si pensi che questa sia una novità. Attualmente abbiamo già decine di opere di questo tipo, ma basate su grandi bacini, prevalentemente nelle Alpi, che danno un importante contributo, per Gigawatt di potenza, alla gestione della domanda di energia giornaliera durante il giorno, “ricaricandosi”, come grande batterie, durante la notte. 

Poiché queste turbine particolari, con doppia funzione, sono un poco meno efficienti di quelle nate solo per produrre energia, si perde un poco di energia, nel processo, tipicamente un 10-20% complessivo. Si ricaricano durante la notte, sfruttando l’energia a basso costo che ci viene venduta dalla vicina Francia che la produce in surplus, non potendo rallentare a sufficienza la produzione notturna delle centrali nucleari.

La novità consiste nella scala piccola e piccolissima dei doppi bacini realizzati, nella loro ubicazione il più possibile diffusa sul territorio e nella loro tripla utilità. Infatti gli scenari futuri, di un mondo sempre più vittima del riscaldamento globale, prevedono per il nostro paese, crescenti e sempre più gravi alternanze di siccità ed eventi meteo estremi; questi eventi possono essere mitigati da migliaia di piccoli bacini in grado di fornire acqua per l’irrigazione e trattenere parte delle piogge più violente, rallentando e modulando le piene nei corsi d’acqua a valle.

Per la realizzazione di questi piccoli bacini esiste già una normativa collaudata ed affidabile, ma dobbiamo considerare che in moltissimi casi si tratterebbe di realizzare un secondo bacino a valle o a monte di uno già esistente, tra i tantissimi che già esistono, almeno diecimila, prevalentemente per uso irriguo. Qui un quadro dettagliato.

Volete un numero? un ordine di grandezza indicativo? Ventimila mini bacini idroelettrici, di 1-5 ettari di superficie, profondi 15 metri, oltre la metà almeno già esistenti, sarebbero in grado di fornire oltre 20 GW di potenza elettrica per almeno dieci ore. Dalla metà ai due terzi delle necessità notturne italiane.

Quanto costerebbero? forse una decina di miliardi forse meno.

 Alla fine della loro realizzazione, indicativamente su un orizzonte temporale di dieci anni, l’Italia, che ha già buone eccellenze in questo settore,  avrebbe, probabilmente la leadership mondiale per l’impiantistica correlata e quindi avremmo non solo risolto o attenuato tre gravi problemi con una sola azione ma avremmo creato migliaia di posti di lavoro ed una intera filiera industriale per realizzazione, manutenzione, verifica della rete. Inoltre sarebbe l’occasione ed una ottima motivazione per la manutenzione  straordinaria delle centinaia di grandi bacini e migliaia di piccoli bacini artificiali, spesso vetusti e bisognosi di cure, del nostro paese. QUI un quadro della situazione attuale.

Ai tre problemi affrontati e parzialmente risolti andrebbe quindi aggiunto un quarto: evitare di far avvenire un disastro come quello della Val di Stava, causato, appunto dallo stato di abbandono di un piccolo bacino artificiale.

Incentivazione: sarebbe sufficiente, per la profittabilità ( in attesa di migliori approfondimenti, nda)

  1. sgravi fiscali al 65% per la realizzazione di impianti e bacini ( riduzione del rischio idrogeologico)
  2. identica intensità di incentivazione delle altre fonti che attualmente forniscono potenza elettrica on demand, con preavviso di secondi, minuti o ore. Queste ultime, tipicamente, sono centrali elettriche turbogas, che dovrebbero ricevere incentivi decrescenti con il tempo.
  3. eventuali ulteriori incentivi, da parametrare a quello già presente per l’idroelettrico NON minidro, a doppio bacino.

(continua)

Niente basta, a chi non basta quel che e’sufficiente /4

Il cipresso del pratone, cascine, Firenze

La prima grande domanda

Dove trovare allora i fondi per consentire una rapida ( possibilmente) transizione ad un’economia ed una Società che siano più sostenibili, eque, ambientalmente presentabili, con un paese che sta raschiando il fondo per consentire la sopravvivenza stessa dei suoi cittadini e delle sue imprese, grandi e piccole?

In sintesi: dai sussidi alle “fossili”. Oltre 19 miliardi di euro che sostengono decine di diversi settori che hanno in comune l’insostenibilità ambientale ed energetica, danni ambientali permanenti al territorio ed al pianeta, elevati costi fissi per la bilancia commerciale (la cosiddetta bolletta energetica, ricchezza prodotta dal paese trasferita ogni anno all’estero, per lo più a paesi non esattamente nostri amici né i primi della lista, quanto a rispetto dei diritti umani e sviluppo sociale).

Ma da dove cominciare, una volta reperiti i fondi, magari in forma graduale, per consentire i necessari adeguamenti del sistema paese?.

La lista è lunga ed allungabile a piacere. Dda qualche parte, però bisogna cominciare, possibilmente da settori un poco meno ovvi e quindi spesso trascurati dimenticati o sottovalutati, come impatto positivo e rapporto costi/benefici.

Cominciamo, quindi!

E cominciamo da quanto abbiamo imparato, ancora in questi mesi.

Di Smart Working, telelavoro, coworking, si scrive e si parla, spesso a sproposito, da anni, addirittura decenni. Alcuni paesi eEuropei hanno anche legiferato in merito. Il parlamento europeo ha emanato una direttiva volta a conciliare la vita lavorativa e quella familiare, in pratica dedicata alle varie forme di lavoro agile.

Anche l’Italia ha recepito la novità, dapprima con il jobs act e poi con il decreto Madia che prevede la sperimentazione tra i dipendendenti pubblici, con un obiettivo di un 10% di lavoratori in sperimentazione.

Non c’è bisogno di dire che la pandemia ha imposto di rendere operativo il lavoro agile con una velocità ed una intensità assolutamente imprevedibile.

Nonostante problemi di connessione, mancata programmazione e talvolta, inesperienza, in qualche modo, mentre scrivo, si è attuatao una sperimentazione a larghissima scala del tutto impensabile con risultati operativi in qualche modo accettabili.

Sembra una cosa minore, ma potenzialmente il lavoro agile potrebbe essere una vera rivoluzione e permettere di liberare decine di miliardi, altrimenti da investire altrimenti in nuove infrastrutture per il trasporto pubblico e privato, e riorientandorli sulla conversione elettrica del medesimo e sulla ristrutturazione e manutenzione straordinaria delle linee esistenti.

Infatti, con una riduzione anche relativamente modesta, degli spostamenti casa lavoro attuali, sai renderebbero probabilmente sufficienti, salvo rare eccezioni, le infrastrutture già presenti. In questo modo, non dovendo disperdere risorse nella realizzazione di nuove opere, si risolverebbero i problemi, ben noti a tutti noi, di cronica mancanza di manutenzione di ponti, viadotti, gallerie, manti stradali, linee aeree, flotte veicolari, che affliggono il nostro sistema di trasporti. 

migliori risultati. Di meglio con meno risorse, insomma.!

Chiaramente, ora siamo in emergenza. Ma le emergenze finiscono, e, se viene sfruttata l’esperienza, possono dare preziosi suggerimenti su come sfruttare le lezioni apprese.

Una prima proposta, quindi consiste nell’incentivare il lavoro agile riconoscendo incentivi, da suddividere equamente tra lavoratori ed aziende, rappresentando  ( questa è una prima ed importante novità, rispetto alle varie proposte di volta in volta discusse).

Gli incentivi vengono calcolati sulla base dei benefici sociali attesi, valutabili anche in termini prettamente economici,come costi risparmiati per il sistema paese.

Poiché i costi diretti e indiretti che un paese affronta per ogni km/abitante/anno percorso in auto, sono noti e risultano da numerosissimi studi  tra i quali citeremo questo, solo a titolo di esempio, questi costi derivanti dallo status quo sono calcolabili ed analogamente valutabili sono i risparmi derivanti dalla riduzione dei  km/lavoratore/anno evitati.

Ancora oggi almeno due terzi degli spostamenti casa/lavoro sono effettuati con mezzi di trasporto privati, per vari motivi, da quelli “culturali”, probabilmente prevalenti, a quelli logistici (mancanza di servizi pubblici sufficientemente rapidi frequenti e funzionali nelle ore desiderate). 

Poiché i costi per realizzare una rete pubblica che sostituisca questi trasporti in modo accettabile sono al di là del gestibile nel futuro prevedibile e richiedono comunque decenni per un sufficiente adeguamento, si deve pensare ad integrare e migliorare i sistemi di trasporto pubblico esistenti e nel contempo ridurre gli spostamenti individuali tramite l’incentivazione del lavoro agile.

Tale incentivazione, oltre ad essere equamente suddivisa tra datore di lavoro e dipendente sarà effettuata tramite il calcolo dei km complessivi di spostamento individuale risparmiati in un anno dal dipendente, facilmente calcolabili una volta noti i giorni di lavoro agile effettuati in rapporto al totale dei giorni lavorati nell’anno, la sede di lavoro,  il domicilio del lavoratore. 

Riconoscendo anche solo una percentuale dei benefici attesi per il sistema paese, ad esempio il 50%, si ottiene una cifra per dipendente non indifferente, nell’ordine di alcune centinaia di euro / anno, mediamente, considerando una distanza casa lavoro media di 10 km ed una presenza sul posto di lavoro ridotta dell’80%.

Le modalità di questa incentivazione costituiscono un secondo e non indifferente elemento di novità adeguato ai tempi ed alle disponibilità informative attuali, che rendono facile il calcolo e la relativa verifica, anche in automatico.

A riguardo della distanza mediamente percorsa sopra indicata, esistono numerosissimi studi, a verifica.

Qui un quadro recente degli spostamenti casa lavoro in italia. Qui un interessante studio delle poste italiane.

Tali incentivi, sotto forma di sgravi fiscali, uniti ai fondi europei disponibili, potrebbero essere sufficienti per dare il via ad un processo che comunque, con tempi probabilmente troppo lunghi, si svilupperebbe egualmente.

Il compito dello Stato deve essere quello di garantire standard di lavoro da casa non alienanti ed incentivare ulteriori forme di lavoro che consentano la socializzazione come il coworking, etc etc.

Niente basta , a chi non basta quel che e’sufficiente/3

…In poche parole, ci siamo resi conto che la tana del bianconiglio che ci siamo scavati su misura di quanto teorizzava un certo Paul Ricardo, oltre 100 anni fa (ogni paese deve specializzarsi nel produrre e vendere quel che sa fare meglio e comprare dagli altri quello che non sa fare o sa fare peggio) è davvero profonda. 

Che la produzione ottimale non è detto che corrisponda ad una situazione ottima, per i cittadini di un paese. 

Stiamo, insomma, rendendoci conto che mantenere un presidio di capacità produttive nei vari settori merceologici è nell’interesse strategico di un paese.

In Italia, non devo dirvelo, abbiamo ampiamente rinunciato, al contrario dei nostri vicini, a combattere per mantenere queste capacità affidando ai singoli più ostinati e fantasiosi il compito di lottare e sopravvivere sul mercato globale.

A parte malversazioni, lenocini e sudditanze psicologiche varie, non siamo stati disposti a pagare il prezzo di questa semplice constatazione ( tanto più vera in un paese che, oltretutto è anche povero di materie prime). Abbiamo privatizzato, svenduto, rottamato interi settori economici.

E’ evidente che, se vogliamo garantire un poco di resilienza al paese, dobbiamo recuperare, per quanto è possibile, una parte delle capacità perdute. Questo implica investimenti e, visti i capitani di industria residui che abbiamo ed il loro comportamento, la parziale nazionalizzazione delle aziende così recuperate o salvate, a tutela dell’interesse pubblico e sociale. 

Europa o non Europa.

Il tutto in un quadro strategico più ampio che ci ricorda che il paradigma della crescita infinita è impossibile e che, dato questo, anche il paradigma dell’indebitamento pubblico e privato deve essere portato alle sue estreme conseguenze, usato per permettere una transizione decente ad un nuovo patto sociale, un new deal, giustappunto, che prenda atto della incontrovertibile realtà del raggiungimento dei limiti fisici del pianeta e della necessità di abbandonare la tenace illusione della crescita infinita.

Già difficile a dirsi nei paesi avanzati, ma inaccettabile nei paesi in via di sviluppo che lottano per garantire un minimo standard ai miliardi di loro cittadini.

E’ vero: solitamente ad un aumento del reddito pro capite corrisponde, fino ad un certo punto, un aumento del danno ambientale e poi, almeno localmente, una decrescita.

E’ la cosiddetta curva di Kuznets ambientale

Peccato che questa curva esprima l’inquinamento LOCALE. Spesso e volentieri (volentieri, si…salvo che per chi ne subisce le conseguenze) questa curva si traduce in trasferire in paesi meno fortunati le produzioni più inquinanti ed impattanti. ed un poco di pennellate verdi qua e la.

Dobbiamo fare di meglio.

E’ evidente quindi che dalla crescita sostenibile, che non esiste (vedasi sopra) dobbiamo passare allo sviluppo, all’evoluzione.

Unica possibilità di mantenere una qualche forma di collante sociale mondiale. La transizione verso un sistema sostenibile non può avvenire in poco tempo, anche muovendosi alla massima velocità possibile ed ammesso che ci si decida a perseguirla. Va cambiato, semplicemente, il modo di produrre, le motivazioni per produrre, la struttura economica, sociale, paradigmatica della società. Il modo di vivere. Di tutti.

E va fatto convintamente, con il minimo di coercizione possibile. Vasto programma!

Pure dobbiamo muoverci, evolverci, o collassare.

Ai grandi pensatori, ai migliori politici, ai leader del futuro, l’onere di costruire un sistema economico e sociale che funzioni. A noi agevolare il cambio di mentalità e modalità produttive, economiche e sociali che possano agevolare e rendere meno traumatica la transizione.

Se, quindi, la sfida è la più grande che sia mai stata affrontata dall’umanità e sicuramente la più complessa, a noi cittadini comuni va il compito di dare il nostro piccolo contributo.

Non possiamo salvare il mondo, non tutto.

Ma possiamo salvarne un pezzettino, contribuire un poco, aiutare, spingere, suggerire, influenzare, dare l’esempio di attività iniziative che vadano nella direzione giusta.

(continua)

Niente basta, a chi non basta quel che e’ sufficiente/2

Il grande faggio, Forca di Presta

Il nostro piccolo grande paese, mai così piccolo e mai così grande come in questi giorni, è stato, più di una volta nella Storia, di esempio e di guida ed ispirazione agli altri. Anche in questa occasione ci siamo confermati, pregi e difetti. Via via che la situazione esce dall’eccezionalita’, se lasciamo fare, prevarrano i nostri difetti.

Invece sarebbe tempo di mettere la nostra genialità al servizio della Storia, e l’economia, sul sedile posteriore, dove è giusto che stia. Non me lo auspico in solitario isolamento. 

Non ci inventiamo nulla. Lo scrisse ed enunciò Keynes, nel momento in cui l’economia sembrava proprio tutto, nel profondo della crisi del ‘29 e lo ripeté molte volte negli anni seguenti in forme diverse.L’economia non è tutto. Il denaro non è tutto. 

E’ una cosa che credo in molti sentano dal profondo. La benzina nel serbatoio è importante. ma ancora di più un’auto economica, efficiente, poco inquinante, che ci porti dove vogliamo andare. 

“La più grande difficoltà nasce non tanto dal persuadere la gente ad accettare le nuove idee, ma dal persuaderli ad abbandonare le vecchie.”

Proprio per quello è importante che ci si chieda, una buona volta, dove dobbiamo andare. Ed anche per parafrasare Toto e Peppino: “dove dobbiamo andare per andare dove vogliamo andare?”

Semplice: nel futuro, se non per noi, per i nostri figli. Se vogliamo un futuro, siamo obbligati a pensarlo e dovrà essere molto ma molto diverso da quel che si ottiene semplicemente estrapolando quello che stiamo facendo oggi per i prossimi decenni. Perché quel che stiamo facendo oggi al pianeta somiglia molto a quello che il coronavirus ha fatto a noi e certi favori prima o poi vengono restituiti, con gli interessi. Se l’ha capito una ragazzina svedese con le treccine e milioni di suoi coetanei, è tempo che lo capiamo anche noi, che abbiamo l’onere e l’onore di decidere, più delle generazioni che ci hanno preceduto, del loro destino.

Teniamo anche conto che la ragazzina ha ragione a farci fretta: non abbiamo più molto tempo per gestire la transizione, per prepararla e, se possibile orientarla verso direzioni costruttive e non distruttive.

Dopo questa lunga premessa, cominciamo da quello che ci ha insegnato e ci sta insegnando, mentre scrivo, questo elegante guscio proteico contenente un pezzetto di RNA peculiare, chiamato Covid 19.

La prima, ovvia cosa che possiamo dire di aver ben compreso, è quanto fragile illusoria e controvertibile sia la struttura produttiva mondiale determinatasi in questi anni. La strettissima interconnessione tra centri di produzione lontani migliaia di km consente di realizzare beni e componenti a prezzi e in quantità inimmaginabili solo dieci o venti anni fa. Nel contempo rende estremamente problematico, per un paese, anche grande come L’Italia o addirittura un gigante economico come gli USA, realizzare beni in apparenza relativamente semplici come mascherine o respiratori ( il genio Italico è riuscito a realizzarne, nell’emergenza, a partire dalle maschere da sub di una nota multinazionale).

Le centinaia di componenti di questi ultimi sono infatti realizzati in tanti centri sparpagliati nell’intero paese o continente quando non sull’intero orbe terracqueo.

Il primo insegnamento è quindi che il mondo è interconnesso molto di più di quanto vogliano far sembrare i leader mondiali. Una guerra mondiale, con due o tre coalizioni avversarie sarebbe quasi impossibile, perché, inesorabilmente, buona parte delle tecnologie di ognuno di questi paesi andrebbero in crisi, con i produttori degli apparati più tecnologici che sarebbero rapidamente in difficoltà nel reperire componenti o materiali necessari per fare funzionare la macchina produttiva e la vita stessa.

Questa, tutto considerato è una cosa positiva.

Il guaio è che potrebbe capitare ed infatti è capitato, che la guerra si debba combattere contro qualcosa di “altro”. Che siano alieni, virus, tempeste solari, un pianeta che si ribella alla nostra tirannia, poco cambia: basta un uragano che distrugga una fabbrica in malesia, un incendio in una fabbrica in sicilia, una rivolta vicino ad un deposito Taiwanese o una manifattura ad HongKong ed ecco che in tutto il mondo si creano problemi enormi.

(continua)

Niente basta, a chi non basta quanto e’ sufficiente

Pratolino, la grande quercia

prima parte

“Niente basta a chi non basta quanto è sufficiente.”

Epicuro

“Non è lontano il giorno in cui il problema economico prenderà il posto che gli compete, ovvero il sedile posteriore e l’arena del cuore e la testa saranno occupate o ri-occupate dai nostri reali problemi, i problemi della vita e delle relazioni umane, della creazione e del comportamento e della religione…”

John Maynard Keynes

Il Covid-19 resterà nella storia.

Di questo  paese ed anche nella nostra, personale.

Come la crisi più importante dai tempi della seconda guerra mondiale. Una grande tragedia, ovviamente, ma anche come una opportunità, se la sapremo cogliere, di ripensare ai valori che ci legano, alle cose che ci uniscono ed a quelle da cambiare. Perchè lo sappiamo, che dobbiamo cambiare. Perchè lo sappiamo che il paradigma sociale ed economico che ha plasmato la realtà che ci circonda non tiene più, è diventato un dinosauro, un gigante dai piedi di argilla, che in preda al panico può distruggere tutto intorno a lui, prima di cadere, vittima della sua fragilità e della sua incapacità di cambiare. Lo stiamo vedendo bene, in questi giorni, ed ancora non sappiamo ancora quanto grave sarà il danno provocato all’enorme schema Ponzi [1] che è diventato il mondo finanziario attuale[2].

Opportunità dicevamo.

Del resto sia i greci che i cinesi sapevano bene che la parola crisi (krísis è “scelta, decisione”) racchiude in sé una duplicità. I cinesi infatti così esprimono il termine:

Rischio ed opportunità, scelta, cambiamento. La seconda parola da sola è fortemente polisemica ( ha molti significati diversi). I vari significati, in ogni caso, vanno di pari passo. 

Enormi rischi, ad esempio quelli associati alla rivoluzione, alle guerre, alle carestie, alle epidemie (ahinoi) costituiscono anche enormi opportunità, che non sempre si sanno o vogliono cogliere. Cosa che la Storia, solitamente, rinfaccia a chi non le coglie, da sempre.

Certo: in un mondo dominato da un unico dio minore, il denaro, o meglio il debito [3], le opportunità vengono automaticamente convertite in opportunità di guadagno. 

E spesso nelle normali crisi finanziarie è così, per chi sa ed ha gli strumenti per coglierle.

Ma questa NON è una crisi normale. Non è infatti una crisi endogena al sistema. Non è una crisi di produzione, non è una crisi di liquidità, non è una crisi di domanda. Non è una crisi di fiducia: è tutto questo insieme ed altro ancora. Le centinaia di miliardi paracadutate dagli istituti centrali sui mercati, per cercare di salvare il salvabile, potrebbero non bastare. Un poco come avere il serbatoio pieno non serve a molto, se si ha il motore rotto.

In un mondo in cui, all’improvviso, il denaro non serve o non basta a far ripartire l’economia, la Società, è evidente che si debba pensare ad altro, ripensare ai fondamenti stessi della Società: lo sappiamo, l’abbiamo sempre saputo, in realtà, che ambire ad una crescita infinita in un pianeta finito non poteva avere senso. Se il prestigiatore, ovvero la scienza, ha tirato fuori dal cappello un numero strabiliante di conigli, la Storia ci ha sempre avvisato, nell’indifferenza generale, che anche il migliore illusionista non dispone di infiniti trucchi.

Ancora oggi buona parte degli economisti, pur riconoscendo che c’è seriamente qualcosa che non funziona, nell’attuale sistema, non ha voluto o saputo metterne in discussione i fondamenti [4]. Non tanto e non solo il principio astratto – e quanto mai falso – di libero mercato, una astrazione potentemente combattuta nella realtà, dominata infatti, sempre di più, da giganteschi conglomerati economici (che fatturano più di interi stati) ma anche, più sottilmente, il principio economico su cui l’enorme crescita economica di questi anni si è fondata e di cui ormai il sistema è diventato schiavo. Come un tossico all’ultimo stadio alla ricerca disperata di sempre maggiori dosi per ottenere lo stesso effetto. È tempo di comprendere che il debito e QUINDI LA CRESCITA non possono aumentare all’infinito, e che un nuovo paradigma, di conseguenza, è necessario. 

Non abbiamo la pretesa, ovviamente, di tratteggiare una nuova teoria economica, ma solo, in questo breve viaggio a tappe, proporre alcune piccole iniziative che, incidendo sulla vita di tutti i giorni di ciascuno di noi, ci facciano comprendere come è possibile cambiare concretamente ed in modo rapido l’impatto che abbiamo sull’ambiente, così permettendo, per intanto, di fare cambiare prospettiva a più persone possibile, a mostrare che un altro mondo è possibile, non in un remoto futuro ma qui, ora, domani. Nell’insieme vogliamo ottenere un di più di qualità della vita, consumando meno risorse. Di più con meno.

Dematerializzare la cosiddetta crescita (la crescita economica è apparente perché in realtà, in tutto il mondo aumenta più lentamente del debito necessario a sostenerla), che attualmente garantisce un minimo di prospettiva futura. 

In attesa di sostituirla con un vocabolo molto più interessante: lo sviluppo o in alternativa l’evoluzione. 

Non sempre infatti la crescita è sinonimo di evoluzione o miglioramento. I dinosauri, come è noto, crescevano moltissimo. Ma non sono sopravvissuti al meteorite, al contrario dei piccoli, adattabili, apparentemente fragili e furtivi mammiferi.

Alla prossima!

(continua)

[1] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Schema_Ponzi

[2] https://www.crisiswhatcrisis.it/2020/01/20/yo-yo-36-miliardi-ed-una-bottiglia-di-rhum/

[3] https://www.crisiswhatcrisis.it/2016/07/28/il-picco-del-tempo-e-del-denaro/

[4] https://www.milanofinanza.it/news/perche-il-sistema-capitalistico-e-praticamente-morto-202005051341469082

Giuseppi e il paracadute money: una modesta proposta.

Celebrate Easter in lockdown with crafts, egg hunts and virtual ...

Quale sorpresa ci sarà nell’uovo Pasquale? Come ci guarniranno la colomba in Europa?

Il MES, ma attenti ai cacs. Lo SURE, ma attenti alle garanzie di stato. La BEI, ma e’cara. I corona Bonds, al patto di chiamarli obolo di Giuda ( protettore dei cassieri) oppure questo oppure quello……

oppure:

La BCE compra i buoni del tesoro in scadenza dei vari paesi, sul mercato secondario , creando la liquidità che gli serve per farlo e LI ANNULLA, ad esempio dichiarando che rinuncia all’incasso per cinque anni.

Dopo cinque anni, da noi ma non solo, i diritti dei detentori dei nostri titoli di stato sono prescritti. EVAPORATI.

A quel punto l’Italia, ad esempio, che avrebbe 300 miliardi di buoni in scadenza nel 2020, può emettere nuovo debito per tale cifra senza indebitarsi di più di quanto non sia.

Se rinuncia ad una quota di questa cifra, ad esempio il 50%, e quindi si finanzia per 180 miliardi, i suoi conti MIGLIORANO rispetto al previsto.

Mi sbaglierò ma….i buoni in scadenza sono già emessi e quindi sono sul mercato. La BCE PUÒ comprarli, senza cambiare il regolamento, sul mercato secondario. ( whatever it takes, anybody?)

Quelli che comunque non vengono intercettati, poniamo un 50%, vengono acquistati dalla cassa depositi e prestiti o similari( ogni paese ne ha almeno una o qualcosa che ci somiglia) dal suo azionista di maggioranza, ovvero dallo stato italiano, ad esempio al 99% del valore di facciata, così ci guadagna. E li gira alla bce, che come visto li può comprare.

La soluzione è equanime perché premia tutti allo stesso modo, non genera inflazione, consente agli Stati una grande libertà di azione ed evita speculazioni, dato che gli Stati devono collocare molti meno buoni del tesoro del solito e, sopratutto, lo possono fare con le tempistiche più opportune e non sotto il vincolo di rimediare la liquidità necessaria al rimborso dei buoni in scadenza.

Nell’insieme in questo modo NON si aumenta il debito degli Stati.

Il denaro in circola aumenta ma, ricordiamocelo, serve anche per coprire le inesorabili voragini che stanno per aprirsi nei bilanci delle banche e, naturalmente di imprese, famiglie, Stati.

Difficile, in questa condizione, che ripartano i prezzi ed i consumi. Ci sono anzi rischi di deflazione.

Nel caso, la qui presente premiata consociata Crisiswhatcrisis& partners, per la consulenza, si accontenta dello 0.00001% dell’importo, che devolve fin d’ora ad un fondo destinato a premiare tesi sociali sull’utilizzo del termine “sticazzi” o meglio di equivalenti ma più delicate allocuzioni, politically correct nelle relazioni internazionali…. eeeh?

Mes, Eurobond ed il dilemma di Leonida

Contrariamente a quanto si crede gli Spartani alle termopili, non avevano gli scudi con la lettera Lambda, come si vede nei film. Ognuno si decorava lo scudo a modo suo.
Contrariamente a quanto si crede gli Spartani alle termopili, non avevano gli scudi con la lettera Lambda, come si vede nei film. Ognuno si decorava lo scudo a modo suo.

Il MES e gli eurobond.

E’ il tema di questi giorni, ogni volta che si allunga lo sguardo oltre la pila di cadaveri lasciati dalla pandemia.

Ogni volta che si prova a pensare, in qualche modo, al dopo.

Si tratta, questo lo capiscono tutti, di rimediare qualche centinaia di miliardi di euro e spenderli il prima possibile, per fare ripartire l’economia. Prima che milioni di persone finiscano senza lavoro, non per qualche mese, ma per il futuro prevedibile.

In Europa, Germania e paesi satelliti vorrebbero adottare il MES, famigerato strumento finanziario utilizzato per “aiutare” Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda. Conte è miracolosamente riuscito a creare una specie di coalizione di paesi favorevoli invece ai cosiddetti Coronabonds o Eurobonds che dir si voglia.

Ma di cosa si tratta?

Differenza spiegata presto e, spero, bene:

Il MES e’finanziato anche dall’Italia, che deve fare debito pubblico per finanziarlo, pro quota. 17 miliardi versati finora, fino ad 125 miliardi, potenzialmente.
Se l’Italia riceve un prestito usufruendo MES, proporzionale alla sua partecipazione, cosa probabile, riceve i soldi che ci ha messo dentro, raccolti prendendoli in prestito ad un tasso di interesse più alto.
In più viene messa sotto schiaffo, dalla troika.
Ottiene, in sostanza, lo stesso risultato di quello ottenuto emettendo nuovi buoni del tesoro, legandosi mani e piedi ai desiderata di forze oggettivamente ostili ai suoi cittadini.

Di fatto, il MES e’per noi perfettamente inutile.
Serve per “aiutare” (ehm!!!) pochi paesi con i soldi di tutti.
Ma qui la situazione è chiara quanto diversa: aiuterebbe tutti e quindi tutti proporzionalmente.
Riprenderemmo i soldi che abbiamo versato.
Di fatto ci troveremmo, in un certo senso, indebitati DUE volte. Per la stessa cifra ( solo in apparenza, perché ovviamente l’Italia sarebbe indebitata con se stessa, nel caso del Mes, essendo uno dei paesi che lo finanzia)
Mica male, no?
Non è finita: aumentare il nostro indebitamento comporta un giudizio negativo da parte delle agenzie di rating. Siamo già al limite. Ancora un downgrading ed I nostri titoli così declassati non possono, in forza del regolamento fondativo, essere comprati dalla BCE sul mercato secondario per calmierare i tassi di interessi e relativo spread.

Il famoso whatever it takes di Draghi, che ci ha “salvato” in questi ultimi anni. I nostri tassi, liberi di fluttuare, esploderebbero verso l’alto ed andremmo a raggiungere la Grecia.

Gli eurobond dovrebbero essere emessi direttamente dalla bce, che ne garantirebbe la restituzione. Essendo una banca centrale non potrebbe, per definizione, andare in crisi di liquidità. I tassi degli eurobond quindi, rispecchierebbero solo il rischio cambio ed il rischio inflazione. Nello scenario attuale praticamente nulli.

I tassi degli eurobond sarebbero quindi bassissimi, prevedibilmente e sicuramente vantaggiosi, rispetto ai costi dei bond nazionali.

I soldi raccolti sul mercato verrebbero girati proquota ai vari paesi. Quindi nessuno si avvantaggerebbe sugli altri. E nessuno pagherebbe i debiti altrui.

Ora arriva la parte interessante.

I buoni possono essere onorati dalla bce in due modi: o chiedendo ai paesi che hanno ricevuto i fondi la restituzione degli stessi ad interesse 0 ed in 30 anni ( ma così aumenta il debito pubblico) o creando dal niente il denaro necessario. La prima ipotesi è quella più probabile, sarebbe un vantaggio importante rispetto al MES ed abbiamo visto perchè. Ma non sarebbe niente di rivoluzionario.

La seconda sarebbe decisamente più innovativa.

In pratica la BCE emetterebbe centinaia di miliardi di nuova liquidità, tramite la restituzione degli eurobond, via via che andassero a scadenza. Nessuna richiesta di restituzione agli Stati.

In condizioni normali questo aumenterebbe l’inflazione; ma in queste condizioni, di chiara recessione, abbiamo fatto un test probante nel 2008, l’inflazione, nonostante mille mila miliardi creati dal nulla, non ripartirebbe, perché l’economia e’depressa.

La cosa non piace allo stato tedesco per un motivo preciso: le sue banche sopravvivono lucrando sul differenziale dei tassi con i paesi vicini. E con loro se ne avvantaggia anche lo stato tedesco.

Le suddette banche sono infatti le uniche che accettano di comprare buoni del tesoro con tassi negativi… i famosi bunds, sui quali misuriamo lo spread. da qualche parte si devono rifare.

Ovviamente ai cittadini tedeschi la cosa viene venduta in modo diverso. “Gli italiani e le altre cicale che hanno vissuto e vivono al di sopra dei loro mezzi, vogliono continuare a farlo con i soldi di noi tedeschi”. Il bello è che la cosa viene ripresa, praticamente senza confutazione, dai nostri Media nazionali.

Non è vero, ovviamente, per mille e vari motivi di cui alcuni ricordati qui.

Ed alcuni nel post precedente.

Quindi, riassunto della situazione:

  • Fare nuovo debito non funziona.
  • Affidarsi al Mes non funziona.
  • Conte non ha alternative.
    O eurobond o morte.
    E noi con lui.
    Avete presente le Termopili? Ecco…
    Molon labe’.
    Per davvero…
    Chi dice il contrario, chi sminuisce la cosa, e’ un vero traditore.
    Reale, concreto. Nitido.
    Ne abbiamo già qualcuno. Sappiate che non è possibile equivocare.
    Qui non c’entrano ne Meloni ne Salvini né Bagnai ne borghi.
    C’entra la Storia. Si dice che le circostanze creano e forgiano l’uomo.
    Speriamo sia vero.
    Perché di forgiati ne vedo pochi.
    Di spremuti parecchi.

 

Il pane, in casa, a modo nostro

il pane descritto nel post

Non è certo una novità. Non è certo qualcosa di eccezionale. Però il pane, fatto in casa, a partire da farina acqua e lievito, quando riesce bene è una grande soddisfazione. psicologica, tattile, olfattiva, gustativa, visiva e pure uditiva ( gli scrocchi del pane fresco,  la crosta croccante…sapete di cosa parlo).

In tempo di lockdown, potreste avere voglia di cimentarvi anche voi. MOLTO meglio di una lunga coda dal panettiere. Più sicuro. Più divertente. Perfino più economico, a ben considerare. Sicuramente più resiliente, In tempi di crisi il pane fresco non è una certezza. In quel caso si deve imparare a fare e conservare la pasta madre..ma di questo parleremo un’altra volta.

Vi sono un milione di ricette per fare il pane. Un milione di pani possibili. Un milione di farine. Un milione di levitazioni…

Ma questa è la ricetta per il NOSTRO PANE.

A noi garba così.

A noi piacciono le farine “rustiche”, il nostro pane è fatto con quelle. In queste settimane comincia a scarseggiare la farina migliore e ci si deve accontentare di una farina zero, in mix con una farina tipo Verna macinata grado 2 ( una semintegrale macinata grossina). tenete conto che viene anche con tutta farina zero. anzi: lieviterà ancora di più . Ma vi perderete qualcosa, in termini di esperienza.

Ecco, di seguito la ricetta. La chiave di volta: lievitazione LENTA. La chiave nr. 2: Le pieghe. Hanno lo stesso scopo: simpatici buchetti e mollica areata, morbida fragrante…una buona levitazione finale!

ingredienti PER QUEL PANE: farina: 500 grami divisi così:  tipo 2 Verna: 300 grammi. farina zero: 200. Si può fare tutto con farina 2 o integrale, l’abbiamo fatto così perché stiamo finendo la tipo 2. lievito di birra fresco 6 grammi ( avevo sbagliato) max 10. sale, se si vuole.

Noi siamo toscani. Non assolutisti, un poco ne mettiamo. Acqua: 420 grammi circa. E’ un impasto piuttosto liquido.

Un terzo di cucchiaino di zucchero, se si vuole, per velocizzare ed avviare la lievitazione.

Al contrario del solito, si mette l’acqua con il lievito di birra sbriciolato e disciolto e si aggiunge la farina pian piano rigirando.

Si copre con una pellicola e si lascia 15 minuti fuori dal frigo. poi con un mestolo si rigira e si lascia li, ricoprendo,;si ripete per tre volte. Poi si mette in frigo sempre coperto dalla pellicola e se ne riparla la mattina dopo sul tardi, se siamo partiti nel pomeriggio.

La mattina dopo l’impasto deve avere almeno raddoppiato o triplicato il volume, con tante bolle.

Si stende sulla spianatoia dopo averci messo un poco di farina, si forma un rettangolo CON LE MANI, senza stressare troppo la pasta e si fanno le pieghe di rinforzo: cioè piegare in tre su un lato, come se fosse un asciugamano direzione nord sud. girarlo a pancia in su e piegarlo sempre in tre, direzione est ovest. Rigirare di nuovo a pancia sotto. Ripetere da capo le pieghe.

E’ un poco oscuro, riconosco: ecco cosa intendo:

 

Tenete conto che è la fase più importante per fare lievitare come dio comanda il tutto. Poi su un asciugamano con tanta farina per non fare attaccare ( è un impasto piuttosto umido, ripeto). lasciare lievitare fuori dal forno un’ora e mezzo.

Trovare una teglia, a sponde alte. meglio se con coperchio e metterla a scaldare in forno a 230 gradi. Quando forno e teglia sono caldi, infornare. 30 minuti a 230 gradi. 30 minuti a 220.  Ventilato.

PRONTO!

Il pane, BUONO, ha qualcosa di atavico. Si basa su poche cose, che devono essere BUONE. Buona farina, buon lievito, acqua non troppo dura. manipolare l’impasto in un certo modo. Ricordiamoci che, fino a che no nentra in forno, abbiamo a che vedere con qualcosa di vivente, uno strano e peculiare ecosistema. La perfezione non esiste. Ma arrivare a qualcosa di soddisfacente è possibile. Provateci!

E raccontateci, se avrete voglia, come è andata.

il pane, tagliato

 

 

I Bonds al tempo del Virus: tempo di rivoluzioni?

 

Un altro genere di Bond, con licenza di uccidere, colto in un momento di divertimento, con Ursula Andress
Un altro genere di Bond, con licenza di uccidere, colto in un momento di divertimento, con Ursula Andress

Viviamo tempi interessanti, se mai ve ne furono, nel senso della maledizione cinese. O meglio: della leggenda relativa.

Come è tradizione di Crisis, dopo aver gridato al lupo al lupo per mesi, quando ormai tutti sono convinti che il lupo c’è ed è piuttosto affamato, dobbiamo passare all’altro aspetto della Crisi.

Per rimanere ai cinesi, infatti, il concetto è tradotto con DUE ideogrammi, che simboleggiano, più o meno, anche qui, rischio ed opportunità.

Per quanto ci riguarda si traduce con l’ opportunità di fare cose nuove, a volte impensabili, rispetto al periodo precedente.

Qualcosa di impensabile è già successo: il nostro paese dopo decenni, è di nuovo al centro del cuore pensante e propositivo dell Europa.

Un combinato disposto di una Angela Merkel arrivata a fine carriera, di leader europei alla ricerca disperata di consensi, di una Francia che comincia a chiedersi se dopo l’Italia la prossima della lista non possa essere lei, di un Presidente del consiglio italiano sottovalutato da tutti ma non legato a nessun carro, con una rara visione storica ovvero non di piccolo cabotaggio, rimette in gioco ogni ipotesi e spariglia carte e fisches.

Cominciamo dalla più assurda, improbabile.

Perché di tutto il resto, praticamente, compreso il denaro paracadutato direttamente nei conti correnti di ogni cittadino, il prezzo negativo per il petrolio etc etc, si stanno già occupando tutti gli altri media.

Immaginiamo, per un attimo che si decida, per rilanciare l’Europa, di cancellare il debito pubblico. Di tutti i paesi.

Come? La BCE se ne fa carico e, gradatamente, nei sette/otto anni media di durata dei vari titoli, lo ripaga. Parliamo di circa 15.000 miliardi di euro totali. Un poco tanti.

Ma non devono essere tirati fuori tutti insieme. Piuttosto, in circa 10 anni, la durata media dei buoni del tesoro dei vari paesi. In Germania siamo a valori medi assai più lunghi. In Italia, Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, leggermente più brevi.
Ecco che i buoni del tesoro che dovrebbero essere comprati ogni anno diventerebbero circa 1500 miliardi. Una cifra imponente ma paragonabile a quella che si comincia a prevedere, come stimolo complessivo alle economie disastrate dal Coronavirus.
In pratica: per un anno, per cominciare, gli Stati non dovrebbero emettere nuovi buoni del tesoro, a copertura di quelli in scadenza, automaticamente comprati e cancellati dalla BCE.
Ma questo non si tradurrebbe immediatamente in inflazione? Possibile, ma non in questo momento. L’inflazione esplode se vi è spazio per l’espansione dei consumi, se aumenta la circolazione di moneta, se la merce moneta è sovrabbondante rispetto alla quantità di merci… non c’è una risposta univoca, per quanto vi possa sembrare strano, su questo punto. Le varie scuole di pensiero ancora si scontrano. Lo Scrive pure la Treccani.
Siccome la Lavandaia di Via dell’Oche non è pagata per fare l’economista ed elaborare i complessi modelli econometrici necessari per una simulazione credibile, stiamo ai fatti: Lo stimolo monetario che tutta l’Europa è d’accordo di dare ( si accapigliano notevolmente su COME darlo) è DELLO STESSO ORDINE DI GRANDEZZA.
Non pare che l’inflazione, in questo momento, sia più un bau bau.
Non sembra parlarne nessuno.
Il rasoio di Occam porta a ritenere che questa, quindi, non è proprio vista come un problema, almeno rispetto al molto più probabile problema della recessione e relativa deflazione.
Torniamo al nostro immaginario maxicondono.
Così si avvantaggiano i paesi con debito più alto, direte voi.
In realtà si avvantaggiano, si, ma alcuni, come l’Italia, se lo meritano. Perché attualmente l’Italia, al netto degli interessi sul debito che deve pagare è, lo saprete, credo, IN ATTIVO DI BILANCIO DA 28 ANNI.
Non è finita. SE si annullasse il debito pubblico, si scoprirebbe che per la Germania ( una a caso) il deficit pubblico, tutto restando uguale, AUMENTEREBBE.
Possibile? MA come? Beh, in modo molto semplice: la Germania lucra sul differenziale fra i suoi tassi e quelli dei paesi vicini. Ci investe, tramite le sue grandi banche di capitale pubblico, molte centinaia di miliardi. Le sue banche, grazie al fatto che lo spread, con qualche aiuto ben mirato da parte della politica, viene mantenuto alto, trasferiscono parte di questa ricchezza allo Stato tedesco che così migliora senza manovre, il suo bilancio ed il suo deficit. Come? Beh, emettendo buoni del tesoro con tassi SOTTOZERO. Attualmente i tassi del tesoro tedeschi arrivano anche al -0,75%. ERGO; cancellando il debito tedesco, che ufficialmente sta intorno al 60% del loro PIL, senza altre manovre, il loro disavanzo AUMENTEREBBE di circa lo 0,5% del loro PIL.
Perché lo Stato tedesco perderebbe quel vantaggio di circa uno 0.5% del pil, OGNI ANNO.
Non sarà il valore esatto. Resta il fatto che, in qualche misura, questa è una realtà.
Ed il nostro? Beh, noi abbiamo un avanzo primario, dal 1992, cioè dal 1992 il nostro paese, al netto degli interessi, spende meno di quello che incassa, siamo tra i più virtuosi nel mondo, appena sotto la Germania.
Noi siamo intorno all’1% di ATTIVO primario ( siamo arrivati  vicini al 2% in alcuni degli anni passati) e lei intorno all’1% e qualcosa..
Annullati i debiti, dimenticandoci, per un attimo degli effetti della pandemia, il nostro bilancio si troverebbe quindi ad un roccioso +1% e quello tedesco teoricamente ancora più su.
Teoricamente. Perché per loro, come visto, l’annullamento dei debiti significherebbe la fine dei giochi. Le loro banche continuerebbero a godere degli stessi vantaggi di prima, in termini di bond ESTERI che hanno in pancia, grazie alla BCE, ma lo Stato tedesco perderebbe quello 0,75 percento che estraeva dai suoi bond, unico stato che a fare debito, in apparenza, ci guadagna.
Eppure anche per loro sarebbe un sollievo, tutto considerato. Eh già, perché le banche tedesche che, uniche al mondo, acquistano buoni del tesoro rimettendoci, devono cercare il loro utile con operazioni spericolate ed avventate, che le stanno portando sull’orlo del fallimento ( si veda la famosa Deutsche bank). Tutto considerato, a parte dover sopportare una perdita durante la restituzione da parte della BCE ( rendimenti negativi implicano una perdita per chi compra i bund) sarebbero finalmente libere di cercare forme di investimento affidabili, senza l’incubo di dover bloccare buona parte della loro liquidità in quei maledetti bund parassiti e rincorrere con il rimanente le più nefaste e rischiose speculazioni. Investirebbero, c’è da scommetterci, sulle obbligazioni delle aziende tedesche. così aiutandole a ripartire.
Avrebbero a ben vedere, da guadagnarci anche loro.
E noi Italiani? Beh, abbiamo visto: Se per quest’anno non dovessimo riemettere buoni del tesoro nuovi per pagare quelli in scadenza, ci troveremmo all’improvviso in attivo, escluso l’effetto del corona virus. Anche le nostre banche tirerebbero un discreto sospiro di sollievo, ma non quanto quelle tedesche, visto che i rendimenti dei nostri bond sono ovviamente più alti e non disprezzabili. Lo Stato però si troverebbe, improvvisamente nella condizione di far calare il rapporto deficit/PIL anche al di la di quanto permesso dalla BCE, perché potrebbe investire circa un 3% del suo pil come aiuti straordinari alle imprese, sono quasi 60 miliardi, quindi più di quanto già deliberato, ed avere un disavanzo inferiore all’1% di pil.
Con queste manovre, NON si andrebbe in deflazione e quindi il deficit farebbe aumentare il debito in valore assoluto ma non in termini reali. Di fatto il rapporto debito/PIL reale diminuirebbe.
Gli altri Stati europei si ritroverebbero più o meno in mezzo a questi estremi e quindi per farla breve, ne avrebbero un vantaggio tutti quanti.
Basterebbe continuare nello stesso modo e in sostanza, senza bisogno di altre grandi manovre, l’Europa uscirebbe dall’empasse. tutta insieme solidalmente, senza che nessuno debba rimetterci niente o pagare per qualcun’altro.
Ho parlato, all’inizio, di una BCE che si fa carico di TUTTO Il debito pubblico Europeo.
Ma non ce n’è bisogno, in realtà. Basterebbe che si facesse carico di tutto il debito in una percentuale rapporto debito/PIL del debito del paese con il debito più basso. Oppure, se la Germania accettasse, fino al comporto del debito medio europeo ( che è intorno all’85% del pil europeo attualmente). Oppure, ancora, fino al famoso 60% del pil che è la percentuale di riferimento prevista dal fiscal compact. In questo modo i paesi più virtuosi si troverebbero con zero debito e quelli meno ( come noi) con una percentuale modesta del medesimo.
Chi ha speso di più non verrebbe quindi avvantaggiato rispetto a chi negli stessi decenni, ha speso di meno. Inoltre, poichè per noi la% di debito pubblico  che dobbiamo ripagare ogni anno è una % più alta del nostro pil ( se la durata media dei nostri titoli è di dieci anni, il debito/pil è il 135%, ogni anno scadono titoli per il 13.5% del debito). Avremmo una intensità di aiuti maggiore, che però finirebbe prima.
Alla fine, tra dieci anni ( immaginando di continuare questa politica fino a compimento) rimarremmo con un debito/PIL del 55%, quindi sotto il fatidico 60% mentre la Germania starebbe ancora calando, con i suoi titoli mediamente duraturi…verso lo 0%. Avrebbe quindi più spazio per politiche a lungo termine rispetto a noi.
Come si vede la cosa no darebbe vantaggi o regali a nessuno ma aiuterebbe chi è più in difficoltà a risollevarsi con le sue forze, grazie a vantaggi immediati proporzionalmente maggiori.
Starebbe a noi sfruttare l’opportunità, perché la ghigliottina inf fondo ai dieci anni sarebbe pesante. Ma, non c’e’ bisogno di dirlo, qualunque sia il metodo che sceglierà l’Europa, il discorso varrà ancora a maggior ragione. Il vantaggio di questo scenario è che ci da dieci anni di tempo per provare a fare sul serio e mantiene una coesione europea. Lo svantaggio è che la BCE, allo stato NON può acquistare direttamente i titoli pubblici all’emissione.
Qui arriva il bello: Qui si propone di acquistare i titoli in scadenza direttamente dai detentori, al prezzo di facciata. Il che costituisce un GRANDE vantaggio per chi le detiene. Perché i titoli in scadenza, quando si intravede la possibilità di tassi in rialzo, scottano. Perché dovrei tenermi un decennale ad un tot quando si stanno emettendo buoni a 3 mesi con lo stesso tasso? sarò pronto a rivenderlo ad un prezzo leggermente più basso, pur di trovarmi con un titolo meno rischioso e più rapidamente liquidabile in caso di necessità. L’impressione infatti è che si farà di tutto per tenere su l’economia, anche al prezzo di rialzare l’inflazione e quindi i tassi.
Insomma: finora la BCE ha comprato sul mercato secondario i buoni del tesoro emessi dai singoli stati ( non può acquistarli direttamente all’emissione perché glie lo vieta il regolamento di fondazione). L’ha fatto per evitare che i tassi di aggiudicazione salissero troppo, per mancanza di compratori. Ora, dovrebbe concentrarsi sul comprare i buoni in scadenza, senza chiedere agli stati di onorarli.
Abbiamo visto che praticamente ogni Stato ha una banca ha almeno una grande banca a capitale pubblico che potrebbe acquistare da tutti i creditori i buoni in scadenza nell’anno solare e poi metterli vendita sul mercato secondario, dove li potrebbe comprare la BCE…
Ma qui andiamo al di la delle capacità del cittadino medio.
Ovvero della Lavandaia di Via dell’Oche.
Andiamo al quid e conclusione:
Per la BCE non si tratterebbe di fare qualcosa che NON può fare.
Ma di NON fare qualcosa che potrebbe fare.
Ovvero: NON richiedere ai singoli Stati di onorare i buoni del tesoro nelle sue mani, via via che scadono.
E continuare a fare quel che già fa: acquistare quelli in scadenza/scaduti, dai singoli detentori, purché essi NON siano Stati.
Non solo questo lo può fare: lo fa da anni (il famoso whatever it takes di Draghi)”
Potrebbe darsi che questo sia possibile.
Se lo fosse, beh, sarebbe bello se qualcuno più bravo della lavandaia tracciasse uno scenario plausibile.