PILLOLE DEMOGRAFICHE 3 – India

Dopo lunga pausa, riprendiamo le nostre pillole; per le precedenti puntate si veda qui e qui).

In un commento alla seconda pillola, un lettore attento ha fatto giustamente rilevare che i dati  trattati sono del tutto insufficienti per capire i fenomeni.  Per esempio, cita il fatto che la forma della piramide demografica può determinare un forte incremento demografico anche con una bassa natalità e che la ripartizioni in classi di età è critica dal punto di vista economico.  Tutto vero ed è perciò che questa serie di post è composta da “pillole”: vale a dire frammenti scollegati di un quadro ben più ampio e complesso.  Lo scopo è solo quello di stimolare la discussione e  prego perciò chiunque abbia da aggiungere osservazioni e informazioni di contribuire mediante altri commenti.

In questa terza puntata parleremo del secondo paese più popoloso del mondo: l’India

A partire dall’indipendenza (1947), il tasso di crescita demografica dell’India è andato crescendo, con un lungo e poco pronunciato picco durato praticamente 15 anni, fra il 1970 e la metà degli anni ’80.   Poi ha cominciato a declinare molto lentamente ed è ancora superiore a 1% che significherebbe, se durasse, raddoppio in meno di 60 anni.   Può sembrare poco, ma invece è moltissimo.   Nel frattempo, la crescita economica è proseguita con sostanziale costanza, ma il periodo migliore (dai dati ufficiali) è stato fra il 2000 ed il 2010.   Attualmente pare si sia impantanata, ma molti dicono che la crisi sia passeggera.

Una lettura classicista ci dice che, come da manuale, la crescita dell’economia è alla base del lento, ma apparentemente inesorabile calo della natalità indiana.   La natalità ha infatti cominciato a ridursi sensibilmente dopo il ’90; cioè  dopo un decennio in cui il PIL nazionale era più che triplicato e quello pro-capite raddoppiato.
In parte sarà certamente così, ma un altro ruolo importante lo giocano anche altri fattori, fra cui l’inurbamento e la disoccupazione.   Il modo rurale indiano è infatti caratterizzato da un’estrema miseria, in gran parte dovuta proprio alla crescita demografica che porta sempre più bocche su sempre meno terra.   Tuttavia, tradizioni culturali e sociali fortemente nataliste sono profondamente radicate, mentre la disoccupazione praticamente non esiste.   Su di un podere si può infatti rimanere senza mangiare, ma non senza lavoro.
Proprio per sfuggire alla miseria, un’aliquota crescente di giovani si trasferisce in città dove trova un mondo completamente diverso.  Da un lato i servizi, anche sanitari, sono molto migliori e dunque la mortalità è minore; dall’altro la disoccupazione è molto alta (10% circa della forza lavoro, secondo dati ufficiali molto ottimisti e malgrado una vivace emigrazione).   Aggiungendo le difficoltà di alloggio, la disintegrazione delle tradizioni culturali (nel bene e nel male) e tutto il quadro del disagio urbano, non c’è niente di strano che un numero crescente di giovani rimandi o rinunci a “mettere su famiglia”.

By by Cindia

Fig. 2 – Potere d’acquisto pro-capite, in % rispetto a quello americano

Qualcuno si ricorda di quando si parlava di “Cindia”?   In parecchi vagheggiavano un’alleanza strutturale fra questi due giganti che, uniti, avrebbero dominato il mondo.   Partiti praticamente insieme nel 1980, i due paesi più popolosi del mondo hanno invece seguito strade assai diverse e, ad oggi, la Cina ha vinto la corsa.   Certamente il fattore demografico non è stato l’unico in gioco, ma è stato importante.

L’India fu il primo paese del mondo ad adottare misure per la diffusione della contraccezione fin dal 1951, ma con scarsi risultati per l’estrema resistenza culturale e religiosa della popolazione.  Negli anni ‘70, mentre Mao lanciava politiche nataliste, in India il governo varava politiche decisamente contrarie, culminate con le famose sterilizzazioni forzate.   Ciò malgrado, mentre  fra il 1965 ed il 1975 il tasso di natalità cinese diminuì spontaneamente e precipitosamente,  in India continuò a crescere fino alla metà degli anni ’80, per poi calare molto lentamente.   Ciò ha permesso ai cinesi un sensibile aumento del reddito pro-capite fin dai primi anni ’80  e, quando nel 2001 la Cina entrò nel WTO, la sua popolazione era già quasi stabilizzata, seppure complessivamente giovane.   Una condizione ottimale per approfittare della situazione, con il più fantastico tasso di crescita economica mai visto nella storia umana.
Viceversa, la crescita demografica indiana ha continuato a assorbire parte della crescita economica fino ai nostri giorni, con un aumento del potere d’acquisto del cittadino medio che è meno della metà di quello dei cinesi.

Certamente in Cina non va tutto bene: tassi iperbolici di inquinamento di ogni genere, desertificazione, corruzione, abisso incolmabile fra i vincenti ed i perdenti della rivoluzione liberista (non liberale), eccetera.   Ma situazioni dello stesso genere, o perfino più gravi, flagellano un India che tenta di consolarsi raccontando a sé stessa che nel 2030 la marea montante della sua massa umana gli permetterà di surclassare definitivamente una Cina oramai invecchiata e declinante.
Molto poco probabile.   Intanto il Pakistan, che ha sempre mantenuto tassi di incremento demografico ancora più alti, si trova oggi in una situazione pressoché disperata.

 

Non chiamatela indipendenza

Un Panda Indipendentista dello zoo di Edinburgo è più libero?
Un Panda Indipendentista è più libero?

La Catalogna. Il referendum in Lombardia e Veneto. L’Inghilterra.

La Scozia. I fiamminghi. La Corsica. La Sardegna. La Toscana. … Tutti vogliono essere indipendenti. Da tutto. Da uno Stato fiscalmente oppressivo. da una Europa cinica bara ed ancora più fiscalmente oppressiva, dominata da una opaca burocrazia asservita a poteri ancora più opachi…Tutti sono convinti che, non appena diventeranno indipendenti, tutto andrà bene ed un nuovo e radioso avvenire splenderà nei loro cieli, finalmente liberi dal bieco oppressore. Straniero o meno che sia.

Balle.

Ad esempio, La Catalogna e La Scozia NON sarebbero affatto libere di esercitare la politica fiscale preferita, visto che entrambe vorrebbero rimanere dentro l’Europa. Peraltro, a parte le dichiarazioni recenti e apodittiche di Junckers, non è detto che ci riescano, perché in Europa non c’e’ Stato che non abbia le sue minoranze in attesa di una loro indipendenza e non si vuole aprire il vaso di Pandora più di quanto non si sia già aperto.

Il punto è che si sbagliano e di brutto, gli indipendentisti. Perché non avverrà alcuna grande rivoluzione fiscale, anche restando fuori dall’Europa e dall’Euro.

Ovviamente le nuove monete coniate sarebbero debolissime ed ovviamente, nel processo, i capitali scapperebbero, impoverendo le due regioni. Ovviamente, DOVREBBERO chiedere con il cappello in mano, di ottenere le stesse condizioni e gli stessi accordi commerciali in vigore attualmente in Europa e non è detto che le otterrebbero. Nel processo, l’economia non potrebbe che andare a rotoli, con buona pace della speranza di PAGARE MENO TASSE.

Perché, in tutte queste indipendenze, a parte qualche riverniciatura culturale, emerge sempre, chiaro e nitido un fatto: che il vero e fondante motivo di queste istanze di libertà dall’oppressivo…etc etc etc bla bla bla…. è che si vuole pagare meno tasse, supposte malimpiegate da governi centrali parassitari.

Illusione. Perché le tasse sono sempre meno pagate per dare allo Stato la forza di mantenere servizi( in calo, costante, in ogni paese europeo) ma sempre più per pagare i debito contratti con il sistema finanziario, che a sua volta si approvvigiona presso la banca centrale per avere i fondi necessari a rifinanziare lo Stato. Il meccanismo ha bisogno dei cittadini come passaggio  intermedio e si muove a velocità sempre crescente, anche perché sempre più spesso è lo Stato che interviene a salvare le banche con crediti in sofferenza ( prevalentemente NON nei confronti dei cittadini, nota bene).

Così è questo Moloch che schiaccia l’economia, il peso crescente dei debiti pubblici e privati che già ci porta ad impegnare il futuro dei nostri figli per pagare oggi le pensioni e per salvare oggi i conti correnti dei cittadini. Questo Moloch NON E’ MESSO IN DISCUSSIONE  da nessuna istanza indipendentista. Si vuole girare meno soldi allo Stato centrale e lasciare più soldi per la gestione dello Stato autonomo appena nato e/o del governo federalista. Tuttavia pensare che sarebbero impegnati per servizi e/o che comunque la finanza non finirebbe per rosicchiarne parti crescenti ( essendo tanto più fragile tanto più è industrializzato il territorio, causa sofferenze bancarie) E’ una illusione non in un remoto futuro ma già ora. Non è un caso che le banche recentemente fallite siano quelle di distretti industriali tra i più sviluppati delle rispettive Regioni.

Per l’ennesima volta: l’UNICO modo per uscire da questa soluzione è chiedere l’indipendenza, si, ma da questa economia puramente monetaria che sta distruggendo a passi esponenzialmente più rapidi quella reale. Non c’e’ Stato che tenga. Questo sistema fagocita tutti gli Stati, e trascende dalle frontiere.

Non sarete liberi, cittadini di Catalogna o di Brembate, perché l’economia è costruita sul debito e questo debito è sempre più impagabile, non potendo l’economia crescere alla stessa velocità del debito. In realtà per raggiungimento rapido dei limiti fisici, la crescita presto finirà in tutto il mondo e questa volta in modo stabile. L’apparato finanziario mondiale si mangia, secondo diverse stime, circa il 25% della ricchezza reale prodotta nel pianeta e circa il 20% delle risorse fisiche. Senza produrre, ormai altro che un incubo planetario, che agita le notti dei ragionieri delle imprese, dei padri di famiglia precari con il mutuo sulle spalle dei genitori in pensione e dei Capi di Stato mondiali, alla ricerca di una scusa esterna per il collasso dell’economia prossimo venturo e/o la stretta alle libertà personali. Al netto dell’ovvio egoismo che pervade la vostra posizione, potevate scegliere tra il coraggio e l’illusione.

Avete scelto o state scegliendo l’illusione.

Avrete bisogno di molto più coraggio, per vivere nei tempi prossimi.

La prima indipendenza è quella dai luoghi comuni. La prima libertà non è quella che vi fanno sognare ma quella che vi costruite con le vostre mani.

Uscite dalla scatola, convincete voi stessi e poi i vostri concittadini e non avrete più bisogno di uccidere o odiare vostri simili per una chimera che molti possono raccontarvi ma nessuno portarvi a toccare in carne ed ossa. Non dovete distruggere il vostro Stato, dovete rivoluzionarlo. Non dovete distruggere l’Europa, dovete rivoluzionarne le istituzioni. Rimettete la finanza sul sedile posteriore. Fate tornare i soldi a fare il loro mestiere di mezzi e non di fine. Obbligate ad investirli in cose costruttive.

Fatelo in un modo semplice. Scegliendo, tra la stabilità della morte per soffocamento, schiacciati da un debito sempre crescente in termini reali che si mangia pezzi sempre più grossi della vostra vita, l’instabilità di una rapida svalutazione del denaro.

I vostri stipendi perderanno valore ma il denaro fermo in sempre più illusori investimenti finanziari ancora di più. Cancellate il debito. Avverrà comunque.

Potete ancora scegliere il modo.

Non dovete lasciare che distruggano la vostra vita e perfino le vostre illusioni. Abbiate illusioni raggiungibili.

E cesseranno di essere illusioni…

Il diabolico Piano Kalergi

di Jacopo Simonetta

“Possa tu vivere in tempi interessanti” pare fosse un’antica maledizione. Non so se sia vero, ma di sicuro questi sono tempi molto interessanti, soprattutto sul piano culturale dove lo smarrimento dei punti di riferimento consolidati, le possibilità tecniche offerte dal web ed il precipitare di una crisi che si intuisce profonda ed irreversibile genera fenomeni singolari. Gli esempi possibili sono infiniti, qui vorrei occuparmi di un caso mediatico particolare: il “Piano Kalergi” che mirerebbe (nientedimeno) al genocidio dei popoli europei per sostituirli con una massa amorfa di meticci al servizio di una plutocrazia masso-giudaica.

La Paneuropa

Il sogno di un’unità europea nasce con la disintegrazione dell’Impero Romano d’Occidente. Nel tempo, ha ispirato personalità distanti quanto Carlo magno, Federico II di Svevia, Carlo V d’Asburgo e papa Pio II; per arrivare a Victor Hugo e Mazzini, passando per Napoleone. Il conte Richard Nikolaus Coudenhove-Kalergi non fece dunque che rilanciare un’idea vecchia di millenni, confezionandola in termini che erano moderni negli anni ’20 e ’30 del XX secolo.
Persona colta, raffinata e cosmopolita come potevano essere gli aristocratici dell’epoca, fu scioccato dal bagno di sangue fratricida della I Guerra Mondiale e dalla fine, anche formale, del “Sacro Romano Impero”. Influenzato soprattutto dagli scritti di Oswald Spengler, Friedrich Nietzsche, Giuseppe Mazzini e Rudolf Kjellén, Kalerghi capì benissimo due cose:
1 – Bisognava evitare a qualunque costo una nuova “guerra civile europea” (come egli definì la guerra ’14-’18).
2 – In quella guerra le potenze europee avevano bruciato definitivamente la loro supremazia mondiale. Le potenze montanti erano gli Stati Uniti e la Russia e, se non volevano essere schiacciati da questi due colossi, i paesi europei dovevano necessariamente consorziarsi.

  • Inizialmente ebbe una certa influenza, riuscendo a ottenere l’appoggio di personalità del calibro di Winston Churchill, Paul Valery, Thomas Mann, Francesco Saverio Nitti, Sigmund Freud, Albert Einstein e John Maynard Keynes.
    Ma l’ascesa del nazismo fece precipitare la crisi che si voleva evitare. Kalergi dovette quindi fuggire temporaneamente in America, da dove mantenne però stretti contatti con gli anti-nazisti e gli antifascisti (in un primo tempo aveva preso sul serio Mussolini, ma si ricredette alla svelta). Finita la guerra ebbe un certo ruolo indiretto, soprattutto tramite l’opera diplomatica di Otto d’Asburgo e l’amicizia con personaggi come Jean Monnet, Konrad Adenauer e Maurice Schumann.
    In estrema sintesi, il suo diabolico piano si basava sui seguenti punti:
    1 – Formazione di una confederazione europea basata su di una garanzia reciproca di delega della sovranità. Cioè la cessione di sovranità dai governi nazionali e quello federale avrebbe dovuto essere esattamente simmetrica per tutti.
    2 – Istituzione di una Corte Federale per gestire i conflitti tra gli stati membri (che non pensava assolutamente di abolire).
    3 – Un esercito unico europeo, così da garantire nel contempo la pace interna e la difesa esterna.
    4 – Una progressiva unione doganale.
    5 – Un’unificazione delle colonie che si sarebbero dovute sfruttare a livello europeo.
    6 – Moneta unica.
    7 – Rispetto della diversità delle culture europee e delle molteplici civilizzazioni nazionali.
    8 – Aumento delle autonomie regionali e tutela delle minoranze nazionali.
    9 – Una buona ed efficace collaborazione nel quadro della Società delle nazioni.

Nell’idea di Kalergi la Turchia avrebbe dovuto entrare nella federazione, mentre cambiò varie volte idea a proposito del Regno Unito che, all’epoca, era ancora abbastanza potente da poter diventare egemone. Escludeva invece la Russia sovietica, non già perché non amasse la cultura russa, ma perché la Russia era troppo grande e potente rispetto agli altri (e perché aveva capito benissimo come ragionava Stalin).

E la storia del genocidio?

Si fonda su ben tre “solide basi”:
1 – Kalergi era cristiano, ma aveva sposato un’ebrea ed aveva grande stima della cultura ebraica (che pensava avrebbe potuto rinvigorire la languente aristocrazia europea). Aveva anche amici fra i banchieri ebrei, in primis il barone Rothschild e si sa che gli ebrei sono dietro ad ogni nequizia e complotto.
2 – Fu per qualche anno affiliato ad una loggia massonica viennese (Humanitas), ma se ne andò quando capì che questo era di ostacolo e non di aiuto al suo progetto.
3 – Una frase tratta da una pubblicazione secondaria (Praktischer Idealismus -1925): “L’uomo del futuro remoto sarà meticcio. Le razze e le caste di oggi saranno le vittime del superamento di spazio, tempo e pregiudizio. La razza eurasiatica-negroide del futuro, simile nell’aspetto alla razza degli antichi Egizi, sostituirà la pluralità dei popoli con una molteplicità di personalità». Alle nostre orecchie odierne suona effettivamente inquietante, ma se ci si prende la briga di leggere i libri per intero e di abituarsi al gergo dell’epoca, si scopre qualcosa. Per cominciare, che Kalergi non parlava dell’Europa, bensì del mondo intero, in un remoto futuro. Per continuare, che non pianificava invasioni, bensì sognava un’era in cui lo sviluppo dei rapporti internazionali e la fine dei pregiudizi razziali avrebbero portato ad un utopico “meltig pot” di scala planetaria.
Kalergi aveva molti difetti, ma era un convinto pacifista, innamorato di tutto ciò che era definibile come “europeo”, sia pure con molta fantasia.

Dunque il piano per sommergere l’Europa di “neri” non è mai esistito.  Esiste invece, ma non se ne parla, un disperato problema di sovrappopolazione che, quasi inevitabilmente, sfocerà in un olocausto per molti, se non tutti, i popoli della Terra. Ed esistono anche un sacco di soggetti, chi in buona e chi in cattiva fede, che soffiano in vario modo sul fuoco.
Negare che abbiamo un problema di immigrazione serve solo ad aggravarlo, così come sfruttare la situazione per riesumare dai cassetti della storia scheletri che stanno bene solo al museo degli orrori.

Ma forse un po’ di complotto forse c’è davvero

 

Perché disturbare il fantasma di un distinto signore che, cento anni fa, caldeggiava una confederazione fra i paesi europei per evitare nuove guerre e colonizzare più efficacemente il mondo? (Ebbene si, kalerghi non propugnava l’invasione dell’Europa da parte degli africani, semmai il contrario).

Da quello che ho potuto ricostruire, la leggenda del kalerghiano “genocidio” si deve ad un certo Gerd Honsik che, nel 2005, pubblicò a Barcellona un libro intitolato “Adiòs, Europa – El Plan Kalergi” (ed. Editorial Bright-Rainbow).
Honsik è uno scrittore austriaco noto per pubblicazioni in cui nega l’olocausto, rilancia la vecchia propaganda anti-semita e tenta di rivalutare la figura storica del Furer. Tutto ciò gli ha procurato delle condanne penali, ma in compenso gli ha assicurato un solido mercato fra i neo-nazisti europei. Potrebbe quindi trattarsi di una semplice bufala commerciale, ma se mi si consente un po’ di complottismo, forse c’è sotto qualcosa di più.

Tanto per cominciare, Kalerghi fu un personaggio di spicco dell’anti-nazismo; che ce l’abbiano ancora con lui si può quindi capire, ma forse la bufala nasconde anche un virus. Uno dei pochi punti condivisi dal caleidoscopio di movimenti e partiti d’estrema destra attuali è l’odio per le istituzioni europee, viste come un ostacolo per la loro ascesa al potere. Occorre quindi non solo evidenziarne ed esagerarne i pur reali e considerevoli difetti; è necessario anche diffondere rabbia e paura: un complotto antieuropeo di fantasia potrebbe quindi ben servire ad una politica antieuropea molto reale.  E l’abilità del suo inventore è dimostrata dal fatto che lo ha confezionato in modo da essere creduto e rilanciato anche da persone assolutamente aliene al neo-nazismo. Talvolta perfino da persone assolutamente contrarie ad esso.

Quanto pesa oggi Kalergi?

Niente. Il suo movimento “Paneuropa” ebbe un certo ruolo negli anni ’50, soprattutto per l’amicizia personale che legava il vecchio conte con personalità del calibro di Adenauer, Shuman, Otto d’Asburgo e De Gasperi.
Dunque si, parecchi dei suoi punti programmatici sono stati in una qualche misura attuati dai trattati, ma secondo parametri molto diversi da quelli dell’utopia paneuropea.   Kalergi detestava il capitalismo, mentre vagheggiava un’Europa unita da uno slancio spirituale ed ideale, governata da un’aristocrazia cosmopolita e benevolente. Qualcosa di molto irrealistico e anche di molto diverso dalla società liberal-plutocratica e dalla logorroica macchina burocratica che abbiamo costruito.
Oggi Paneuropa esiste ancora, ma il suo peso politico pari a zero ed il suo fondatore viene talvolta ricordato nelle cerimonie ufficiali solo per essere stato uno degli anticipatori di quella “Unione Europea” che, con tutti i suoi forse mortali difetti, rappresenta il più originale e pacifico esperimento geo-politico della storia. Ad oggi, rimane infatti l’unico tentativo di superare definitivamente la logica della guerra e di formare uno stato sulla base di una comunanza di intenti fra nazioni anziché sulla conquista militare.
Probabilmente non ci riusciremo, ma perlomeno ci abbiamo provato e già questo non è poco.

L’Unione Europea? Una cosa fantastica, se esistesse.
Gianis Varoufakis

Effetto “McBeth”

di Jacopo Simonetta

Preludio

Può la crescita economica rendere più poveri anziché più ricchi? La risposta è “SI”.
Il modello di base è quello della “crescita antieconomica” di H. Daly che spiega tanta parte del nostro presente e del nostro futuro. Rimandando al link per i dettagli, possiamo dire che per la fatidica dinamica dei ritorni decrescenti, superato un limite non chiaramente prevedibile, il cumulo dei costi indiretti supera fatalmente quello dei vantaggi diretti. Da questo punto in poi, la crescita economica può anche continuare, ma rende la gente sempre più povera, anziché sempre più ricca. Ma perché mai uno dovrebbe continuare ad investire ed a lavorare per stare peggio?

Ci possono essere diverse ragioni. Per esempio, può non essere chiaro se il fatale limite sia stato oltrepassato o meno; oppure ci possono essere poche persone che guadagnano molto e tante che collettivamente perdono di più, ma individualmente perdono poco. Ovviamente, quelli che guadagnano si organizzano per difendere i loro privilegi, mentre coloro che ci rimettono di solito neanche capiscono in che modo gli spariscono i soldi. Esiste però anche un altro meccanismo molto più insidioso: una vera trappola da cui è spesso impossibile sfuggire, anche quando ci si rende conto di cosa stia succedendo.

La trappola

Oramai sono così sprofondato nel sangue che fermarmi e tornare indietro sarebbe altrettanto faticoso che andare avanti”.   Questa celebre battuta della tragedia shakespeariana esemplifica bene una trappola in cui tipicamente si cade quando si investe nello sfruttamento di un sistema senza tenere sufficientemente conto del suo funzionamento e della sua resilienza.   Cerchiamo di capirci con qualche esempio pratico.

Un caso da manuale è quello dell’estinzione dei banchi di pesce e, conseguentemente, delle imprese di pesca con le relative filiere fino, eventualmente, alle banche creditrici. La trappola scatta quando, a fronte di una riduzione del pescato, le imprese rispondono investendo in mezzi più potenti che depauperano ulteriormente la risorsa e così via in una tipica retroazione positiva (rinforzante). In assenza di fattori limitanti esterni efficaci (limiti di legge, limiti del credito, ecc.), il sistema giungerà necessariamente ad un punto in cui pescare diventerà anti-economico. Ma se saranno stati fatti investimenti troppo grandi non ancora ammortizzati e/o debiti non ancora ripagati, i pescatori saranno costretti a continuare a pescare sempre di più, anche in perdita, anche se si rendono conto che stanno distruggendo la loro risorsa.  Così come le banche saranno costrette a rinnovare loro i crediti per guadagnare tempo, sperando in un miracolo.

Un meccanismo analogo sta alla base del consumo di insostituibile suolo per continuare a costruire case, malgrado le imprese costruttrici siano sovraccariche di appartamenti e villette invendute.   Se non vendono, perché continuano a costruire?  Perché se smettessero le banche non rinnoverebbero loro dei crediti che non possono pagare.  Così ognuno continua, sperando che altri schiattino prima di lui, liberando spazi di mercato che potrebbero salvarlo.  Anche le banche creditrici continuano a sostenerli, sapendo che dalla liquidazione di quelle imprese non recupererebbero mai quanto loro dovuto.

Saliamo di scala.

Oramai da anni, per molti campi petroliferi il costo di estrazione e raffinazione supera il prezzo a cui il petrolio può essere venduto; un meccanismo che sta mettendo più o meno in crisi imprese e petrocrazie .   Eppure tutti questi soggetti, anziché accordarsi per tagliare la produzione e sostenere i prezzi, si affannano a pompare a più non posso.   Follia collettiva?   Penso di no.  Nel periodo dei prezzi alti ed in previsione di ulteriori aumenti, le imprese hanno fatto degli investimenti miliardari ed avviato progetti di estrazione in condizioni estreme. Tutti costi che non sono ancora stati ammortizzati; ciò significa che se ora abbandonassero i progetti dovrebbero mettere a bilancio perdite enormi, perdere il credito e probabilmente fare bancarotta.  Inoltre, progetti particolarmente impegnativi sul piano tecnico e finanziario, se abbandonati, difficilmente potranno essere ripresi.   Spesso si lavora quindi in perdita, sperando in una ripresa dell’economia globale, oppure nel fallimento dei concorrenti.
Per quanto riguarda le petrocrazie il quadro è analogo, con l’aggravante che, più o meno tutti questi paesi, hanno approfittato del periodo di prezzi molto alti per avviare programmi di spesa che non possono più sostenere, ma che è pericoloso interrompere. Il Venezuela e l‘Arabia Saudita sono casi emblematici.

Con un prezzo medio intorno ai 50 $, gran parte della produzione mondiale è anti-economica.

 Politica

Qualcosa di funzionalmente analogo avviene anche in politica.  Perfino le dittature, a maggior ragione le democrazie, per durare a lungo hanno bisogno di mostrare qualche successo all’opinione pubblica.   Finquando le cose vanno abbastanza bene non ci sono quindi grossi problemi, ma quando le difficoltà quotidiane cominciano a stringere la cintura di troppi cittadini troppo a lungo, occorre ridirezionare il malcontento. Per esempio su di un nemico esterno, oppure su di una minoranza interna od altro, secondo il contesto.   Ma quando leader e partiti cominciano a cercare il sostegno delle frange più oltranziste dell’opinione pubblica (integralisti religiosi, nazionalisti, ecc.), rischiano fortemente di trovarsi poi intrappolati in situazioni in cui o fanno qualcosa che sanno essere sbagliato, o perdono il potere e, magari, la vita.

La recente vicenda della “ brexit” è emblematica in questo senso. Nato nella testa di David Cameron non per essere fatto, ma solo come trovata propagandistica, il referendum ha finito per essere votato ed approvato.  Questo ha proiettato l’intera classe dirigente inglese nel panico perché non era quello che contavano accadesse; al punto che ad oggi, oltre un anno più tardi, il governo ed il parlamento non sono ancora riusciti a mettere insieme una strategia.   Anzi, neppure un elenco completo delle cose da fare.  Certo, avrebbero potuto rimangiarsi la “papera” e le occasioni non sono mancate, ma per coglierle avrebbero dovuto ammettere di aver deliberatamente mentito agli elettori.   Un fatto che li avrebbe cancellati dalla scena politica e che, perciò, nessuno ha avuto il coraggio di fare.
In questo periodo sono molti i leader che si stanno cacciando in tipiche “trappole McBeth”: da Netanyau a Kim Jong Un, a Putin  passando per Trump, ma forse l’esempio più di attualità ce lo fornisce il duo Rajoy-Puidgemont.   Inseguendo l’elettorato nazionalista spagnolo e catalano rispettivamente, entrambi hanno fatto di tutto per infilarsi in una situazione in cui non hanno più margini di manovra. Il risultato è che, comunque vada, i catalani possono solo perdere una parte non sappiamo quanto consistente del loro tenore di vita.  Ma anche gli altri spagnoli e tutti gli europei ne avranno un danno.

 In cima alla scala.

Forse la più stretta analogia con la celebre tragedia si trova però alla massima scala: quella globale.   Negli anni ’70 un certo numero di streghe e di stregoni esperti in dinamica dei sistemi, ecologia e termodinamica avevano ampiamente avvertito del fatto che l’umanità si trovava ad un bivio: o accettare dei limiti, o distruggere la civiltà e buona parte del Pianeta con essa.  Altri stregoni, più pratici di psicologia che di scienza, ci hanno però detto che il nostro regno sarebbe durato per sempre e, collettivamente, abbiamo scelto di credergli.   Ora che dagli spalti di Dunsidane si vedono le prime frasche della foresta di Birnam in marcia, qualcuno comincia a rendersi conto dell’errore commesso. Ma per tornare indietro sarebbe oramai indispensabile prendere provvedimenti talmente drastici da provocare un disastro subito.   Per esempio, 70 anni fa per mantenere la popolazione umana entro limiti sostenibili, sarebbe stato sufficiente ridurre la natalità; oggi sarebbe necessario anche ridurre l’aspettativa di vita dei vecchi. Chi potrebbe ragionevolmente proporre una cosa simile?
Parimenti, buona parte delle più devastanti retroazioni climatiche pronosticate si stanno manifestando con netto anticipo: dall’esalazione di metano dal permafrost e dai fondali marini, alla riduzione dell’albedo artica, alla ridotta attività fotosintetica, eccetera.  Ciò significa che, se davvero volessimo contenere l’aumento di temperatura media entro i 2 C° (che sono già molto dannosi), dovremmo tagliare brutalmente la produzione agricola ed industriale e farlo subito. Cioè condannare miliardi di persone ad una miseria senza precedenti.

In sintesi.

Insomma, l’”effetto McBeth” è una trappola che si chiude gradualmente, man mano che qualcuno (individuo, azienda, classe sociale, nazione, umanità) mantiene una strategia che in passato ha dato buoni risultati anche quando questa comincia a non funzionare più.  Ad ogni passo innanzi il prezzo da pagare per procedere aumenta, ma aumenta anche il prezzo da pagare per tornare indietro.

C’è una speranza? Secondo me si.  Per quanto le nostre conoscenze scientifiche siano senza precedenti, sappiamo infatti che i sistemi reali sono comunque più complessi di ogni possibile modello.  Esiste quindi la concreta possibilità che in futuro avvenga qualcosa di imprevisto che cambi le carte in tavola.  Ancor più importante è il fatto che, anche a fronte di un collasso globale, non tutte le regioni della Terra avranno lo stesso, identico destino. Man mano che il meta-sistema globale andrà in pezzi, i sub-sistemi che ne nasceranno seguiranno infatti traiettorie diverse.  Talvolta molto simili, talaltra divergenti e non c’è modo oggi di prevedere quali saranno i fattori chiave che faranno la differenza. Perciò sono convinto che l’unica cosa sensata che ci resta da fare sia cercare ti tenere la nostra barca europea pari il più a lungo possibile e, intanto, cercare di procurarsi un qualche tipo di cintura di salvataggio.  Il Titanic sta affondando, ma non tutte la cabine andranno sotto contemporaneamente e non tutti affogheremo.   Su questo possiamo contare, cerchiamo quindi di non buttarci in mare da soli.

La mattanza delle alberature

di Jacopo Simonetta

Nell’agosto del 2017, nel bel mezzo dell’estate più torrida e secca mai registrata, il sindaco di Firenze, Dario Nardella, ha ordinato di abbattere parecchie centinaia di grandi alberi.   Senza entrare qui nei dettagli della polemica che ne è seguita, vorrei far osservare che si è trattato solo di uno fra gli infiniti esempi del genere.   Dopo un paio di secoli trascorsi a piantare alberi lungo strade e viali, in mezzo alle piazze e nei giardini, da almeno un paio di decenni si è diffusa e radicata la moda esattamente contraria.  Le amministrazioni pubbliche di ogni ordine e grado, oltre che la netta maggioranza dei proprietari di parchi e giardini, si dedicano ad eliminare gli alberi con uno zelo proporzionale alle dimensioni delle piante: più sono grandi, più volentieri si abbattono.  Perfino il codice stradale prevede l’eliminazione delle alberature che, fino a qualche decennio fa, costituivano il vanto di molte strade.
Il risultato è che il patrimonio arboreo urbano è tracollato e continua ad essere falcidiato giorno per giorno con uno zelo difficile da capire.  Vediamo quindi brevemente i principali motivi addotti per giustificare tutto ciò.

1 – Gli alberi sono pericolosi perché provocano incidenti.   Questa è semplicemente demenziale, non si è infatti mai visto un albero pararsi davanti ad un’auto in corsa, mentre spesso sono gli automobilisti che vanno a sbattere contro gli alberi, soprattutto dopo aver bevuto assai.

2- Gli alberi sono pericolosi perché cadono.  Questo è vero, ma qualunque cosa sia posta in alto può cadere: pali della luce e del telefono, tetti e cornicioni, persiane e molto altro ancora; eliminiamo tutto ciò? A questo proposito, un punto importante è che ciò che conferisce stabilità ad un albero è prima di tutto la buona salute che è difficile da diagnosticare con certezza, mentre è molto facile da danneggiare.  In questo campo amministrazioni pubbliche e privati cittadini sono maestri.  Il metodo più diffuso ed efficace per minare irreversibilmente la salute di una grande pianta è capitozzarne i rami principali.   Anche lo scavo di trincee attraverso gli apparati radicali è un metodo in voga e molto efficace, mentre asfaltare e/o cementare a ridosso della pianta porta a risultati più incerti e differiti nel tempo.   Per buona misura comunque, spesso si usano tutti e tre i sistemi ed i risultati infatti non mancano.   Spesso ciò deriva da grossolana ignoranza, ma talvolta viene fatto scientemente perché quando una pianta è gravemente malata è davvero pericolosa e nessuno può ragionevolmente opporsi al suo abbattimento.
In estrema sintesi: non esiste un modo per essere certi che un albero non cada mai, ma esistono molti modi per accertarsi che cada e tutti fanno parte delle ordinarie “cure colturali” cui sono sottoposte le alberature urbane,

3 – Gli alberi occupano spazio.  Vero, infatti spesso si eliminano per ampliare carreggiate e parcheggi.   Oggi lo spazio fisico è spesso una risorsa limitata, specie in città, e nella competizione fra alberi e automobili vincono le seconde a mani basse.   Alla fine, è solo una questione di priorità.

4 – Gli alberi sporcano.   Con il termine “sporco” di solito ci si riferisce alle foglie secche, ma anche agli esudati che talvolta stillano durante l’estate e perfino al guano degli uccelli.   Parlando di parchi e giardini, le foglie sono semplicemente quella cosa che è necessaria per mantenere la fertilità del terreno e, dunque, la buona salute del giardino stesso.   Certo è necessario toglierle da certe zone ed ammucchiarle in altre, ricordandosi che un parco od un giardino non sono la stessa cosa di un salotto e che il suolo è un sistema dinamico assai più complesso di un pavimento.  E noi, membri della società più complessa mai esistita, amiamo prima di tutto le cose lisce e prive di vita: il lastrone di cemento corrisponde al meglio al nostro concetto di “pulito”.    Anche se magari è coperto di polveri cancerogene.
Parlando invece di strade e piazze, la faccenda effettivamente si complica perché è necessario spazzare le foglie prima che intasino le fognature.   Un fatto che ci rimanda al punto seguente.

5 – Gli alberi costano.    A seconda di dove e come sono, può effettivamente essere necessario potarli e, comunque, è necessario raccogliere le foglie cadute.   Dunque che costano è vero, ma se si scelgono le piante giuste per i posti giusti, sono assai poco dispendiosi, mentre danno un contributo insostituibile per rendere vivibili anche i quartieri più degradati. Sono molti gli studi che hanno cercato di quantificare i vantaggi delle alberature urbane ed i risultati sono tanto impressionanti quanto inutili.  Infatti, per quanto i vantaggi possano essere numerosi, sui bilanci pubblici e privati figurano in modo molto indiretto e complicato, mentre le spese per spazzare le strade, pulire gli scoli eccetera sono dirette e ben evidenti. Come nel caso delle esternalità negative, che pure stanno falcidiando intere economie, anche le esternalità positive non riescono a penetrare le meningi di amministratori ed amministrati.

6 – Gli alberi danneggiano le strade ed i marciapiedi. Questo a volte accade per difetto di chi ha costruito strade e marciapiedi troppo a ridosso delle piante, ma talaltra deriva da una scelta sbagliata degli alberi da usare.  Per esempio, si sa benissimo che il pino domestico solleva l’asfalto anche a parecchi metri di distanza dal tronco.   Ci sono casi in cui può quindi essere necessario sostituire le piante.  Cosa che effettivamente talvolta viene fatta, solitamente piantando qualcosa che resterà certamente piccolo e poco frondoso.  E se poi non sopravvive al trapianto, tanto di guadagnato (v. punti precedenti).

E dunque? Come per molti altri aspetti connessi con l’insostenibilità e con la corsa collettiva verso il futuro peggiore possibile, l’unica cosa che è possibile fare è proteggere gli alberi propri, anche se questo significa assai spesso avere grane coi vicini.  E se le grane approdano in sede legale, sappiate da subito che sempre e comunque l’albero perde.

Per quanto riguarda le alberature pubbliche, le poche e spuntate armi a disposizione sono i consueti comitati di piantagrane e la ricerca spasmodica di un cavillo legale cui appigliarsi.  Niente di risolutivo, s’intende, ma serve a guadagnare tempo, sperando che nel frattempo qualcosa cambi. Talvolta succede e quindi vale la pena provarci.

 

 

Irma la dolce

Il riferimento è ad un simpatico film di oltre 50 anni fa, con Shirley Mc Laine e Jack Lemon.

Cosa c’entra, con un uragano tra i più potenti e devastanti, forse il più devastante in assoluto, di tutti i tempi?

C’entra, perché l’uragano, in effetti è dolce, dolcissimo rispetto a quel che abbiamo combinato e stiamo combinando NOI al pianeta.

Catastrofismo?

Si, certo. Questo è un post breve e catastrofistico, un rapido riassunto di quello che stiamo facendo.

A parte la probabile circostanza che la crescente frequenza ed intensità di eventi estremi come questo siano dovuti al riscaldamento globale di origine antropica, il punto è che, probabilmente, per le aree interessate e per tutto il pianeta, questo evento rappresenterà in retrospettiva un segnale DOLCE e delicato di quel che accadrà quando le conseguenze del nostro modo di vivere si riverbereranno completamente prima sul pianeta e poi sui 7.5 miliardi di esseri umani.

Come l’esperienza passata ci insegna, non vi è catastrofe naturale che abbia causato più morti di quelle scatenate dall’uomo, morti generalmente in condizioni e modi più atroci di quelli naturali.

La desertificazione e la sovrappopolazione stanno già causando più morti, con ogni probabilità di Irma. In realtà la semplice tragedia dei migranti, nelle nostre acque, uccide migliaia di persone l’anno, in mare e ne ucciderà sempre di più, magari a terra, lontano dai nostri sensibili occhi, in qualche forma di “outsourcing dei gulag”, una invenzione di noi italiani, con l’aiuto dei capetti libici. Più morti, e in condizioni più atroci di quelli che ( finora) ha fatto Irma.

Ma questo è solo l’inizio di una lenta apocalisse che coinvolgerà miliardi di persone e che non avverrà tra venti o trenta anni ma ha già cominciato ad avvenire.

Stiamo esaurendo l’acqua che irriga metà dei campi coltivabili del mondo. Stiamo esaurendo il suolo sotto oltre il 90% dei campi coltivati del mondo. Stiamo avvelenando l’acqua che resta e l’aria che respiriamo. Stiamo esaurendo le risorse minerarie del pianeta, nel mentre ne stiamo sconvolgendo e questa è la cosa più evidente ma, ripeto NON la più grave, il clima.

Stiamo anche dimostrando che POTREMMO fare qualcosa per evitare la situazione ed in effetti qualcosa stiamo facendo. Solo che, l’evidenza è li per dircelo, non abbastanza e non abbastanza in fretta per evitare l’impatto con la realtà di una ingordigia infinita su un pianeta finito.

Ovviamente le persone che tendono a morire di fame, che non vedono speranze nel proprio futuro, tendono  a fare qualcosa di disperato. E tendenzialmente questo qualcosa viene prima tentato camminando e poi, non bastando, sparando.

Il destino che ci siamo tracciati, che ci stiamo tracciando, è fatto di disastri come Irma, comunque declinati, che faranno da sottofondo a quelli, molto ma molto più gravi, direttamente causati dagli umani. Alle guerre, carestie, migrazioni, collassi. Per i nostri figli, ma anche per noi, un poco più vecchi, stiamo disegnando un mondo di distruzione morte disperazione. Dal quale FORSE emergeranno un decimo delle specie viventi esistenti sul pianeta. Da non confondere, come percentuale, con il numero di ESEMPLARI, di ogni specie. Eh, si, perché per salvare una qualunque specie basta poco, bastano poche migliaia, anche poche centinaia di individui.

Ce la faranno gli uomini a sopravvivere? Certo. Siamo MILIARDI,  Non ci estingueremo. COME vivranno i nostri posteri e, se per quello, come vivremo NOI, cosa resterà delle nostre cosiddette civiltà e culture, è una questione da dibattere, ma, via via che esauriamo il tempo rimasto, le incertezze sugli scenari possibili, ci stiamo disegnando una traiettoria di uscita che prevede una qualche forma di annientamento per buona parte di quello e di quelli che conosciamo. Irma la dolce, si, rispetto a quello che stiamo bollendo in pentola.

Cronache del dopo bomba

Guarda figliolo! Un giorno il mondo sarà nostro!

Ok, forse dopotutto, non e’stata una grande idea.

Alcune migliaia di anni di storia umana o, più semplicemente, qualche decennio di personale esperienza sulle liti tra condomini, ci avrebbero dovuto consigliare maggiore prudenza. Come sapete tutti, all’inizio nessuno aveva preso molto sul serio il regime di Pyongyang. Un regime vetero comunista ed ipermilitarizzato, con un dittatore dalla zazzera improbabile e dalla ferocia paranoica, affamatore del proprio popolo. Sostanzialmente isolato dal resto del mondo, compresa la grande alleata di sempre, la Cina, che da almeno un paio di decenni preferiva di gran lunga fare affari ed intessere relazioni economiche ed industriali con la Corea del sud, piuttosto che risvegliare i fantasmi di una feroce lontana ed inutile guerra, materializzati dalla linea di armistizio lungo il 38esimo parallelo.

Paradossalmente, e’ stato proprio il crescente isolamento, insieme alla sindrome di accerchiamento, a spingere il regime a ricercare l’atomica, non preso sul serio, almeno all’inizio, da nessuno.
Gli sbeffeggiamenti sono continuati per qualche anno, tra test falliti, esplosioni mancate o quasi, missili che si spetasciavano appena partiti, etc, etc.

Poi, ad un certo punto, un test e’riuscito. Una bomba atomica, per quanto piccola ed inefficiente, e’ esplosa, la prima al mondo, da decenni a questa parte.  All’improvviso il ridicolo e sanguinario dittatore, che fucilava a cannonate i dirigenti che si addormentavano ai suoi discorsi o dava in pasto ai cani suo zio, si e’imposto sulla scena del mondo. In verità quel che voleva il regime era riaprire una trattativa con l’altra meta del paese, quella ricca e moderna, senza il cappello in mano, su basi paritarie. Oltre, naturalmente rinforzare la posizione interna, titillando, come ogni regime che si rispetti, il desiderio e la speranza di una futura grandezza internazionale, in un presente di fame più che letterale.

In ogni caso, una bomba atomica, da che mondo e’ mondo, non e’mai stata un’arma di offesa ma di difesa, specialmente quando i nemici hanno la bomba atomica anche loro. Sapendo di non avere speranza in un eventuale confronto, si cercava di rendere poco appetibile un attacco, nel contempo candidandosi o sperando di candidarsi ad un ruolo di potenziale potenza regionale. Insomma: la speranza era quella di potersi sedere ai tavoli diplomatici internazionali e sperare che le proprie istanze fossero ascoltate.
Di certo, nemmeno un Pazzoide, come il “brillante compagno” Kim Jong-Un, ha mai pensato seriamente di attaccare la Corea del sud o il Giappone o gli Stati Uniti. Anche solo il confronto tra le forze già schierate lungo il 38 esimo parallelo essendo sufficiente a comprendere che un attacco, improvviso o meno, motivato o meno, non avrebbe avuto la benché minima probabilità di successo.

In effetti una pantomima molto simile si era svolta, solo pochi anni prima, in medio oriente, con il programma nucleare iraniano.

Anche qui un misto di orgoglio nazionalistico, la necessita di focalizzare il malcontento interno verso i nemici esterni e la volontà di mantenere una leadership regionale storica ed ultra secolare, uniti al fatto che l’arcinemico Israele era a sua volta dotato di bomba atomica, avevano portato ad un convinto programma nucleare, sia pur debolmente velato da supposti sviluppi civili. In verità per le centrali nucleari civili non c’e’alcun bisogno di creare impianti di trattamento ed arricchimento su grande scala, potendosi rivolgere al mercato internazionale o comunque potendo fermare l’arricchimento ( il processo che innalza la % di uranio 235, radioattivo, rispetto all’Uranio 238, non radioattivo )al 5% e non al 90% necessario per le bombe. Comunque sia, dopo minacce, sanzioni, feroci proclami vicendevoli, era bastato un Presidente USA dotato di buon senso per comprendere che l’Iran non aveva alcuna intenzione di scatenare una suicida guerra santa contro Israele ma semplicemente vedere riconosciuto il proprio ruolo e prestigio locale. Senza contare, ovviamente, le sempre aperte questioni sulle aree di sfruttamento del petrolio e del gas naturale nel Golfo.
Poi è arrivato il Nuovo Presidente USA, diversamente biondo, una caricatura ambulante da reality, un Briatore meno di successo ( e’ praticamente fallito tre o quattro volte) ed infinitamente meno sveglio e globalizzato. Inutilmente tenuto a freno dall’establishment ed anzi sempre più circondatosi di yes-man, si e’convinto che una bella botta di machismo bellicistico in politica estera era quello che ci voleva.

Non certo in Siria, dove non si capiva chi fossero i “buoni” da “aiutare” ed i cattivi da sterminare, quanto in Corea, dove invece il cattivo c’era e non sembrava nemmeno tanto pericoloso, visto l’esercito con le scarpe sfondate ed i carri armati vecchi di 50 anni e senza benzina. Era sembrata una cosa facile, un modo per compattare il paese al grido di “America first!”   in un momento in cui perfino i suoi elettori sembravano aver capito l’enorme cappellata fatta votando lo zazzeruto palazzinaro.
Qualche minaccia, due o tre giri di sanzioni, un paio di ultimatum e poi una scarica di missili cruise, seguita da un paio settimane di bombardamenti mirati e, se proprio proprio necessario, una rapida e decisiva campagna militare. Il tutto avrebbe portato alla riunificazione delle due Coree, dato un chiaro segnale alla potenza locale dominante ( la Cina) ed aperto nuovi mercati ai prodotti americani: potete contare sui nostri ragazzi e sulle nostre portaerei ( almeno quelle che funzionano)  ma in cambio, dovete abolire dazi, barriere o normative che impediscano la libera circolazione dei nostri prodotti e, sopratutto, dei nostri capitali.

Una cosa già fatta talmente tante altre volte (con successo variabile, veramente) da non dover nemmeno essere troppo pianificata. In ogni caso le potentissime lobbies degli armamenti , mal che andasse, sarebbero state, d’ora in poi, dalla sua parte, senza contare la finanza, ovviamente.
Ci voleva un pretesto e, naturalmente, all’ennesimo lancio di un missile, caduto più per sbaglio che per volontà a meno di un chilometro da un’isola con una base USA, il pretesto era arrivato.

Le cose erano andate come previsto e, dopo un paio di settimane, il regime era allo stremo, le forze armate allo sbando, la popolazione affamata ed in preda al panico.  Il regime aveva in effetti provato a lanciare  un paio di dozzine di missili ma erano stati tutti intercettati e comunque, a parte forse uno, caduto in mare, avevano tutti testate convenzionali.  Poi, d’un tratto come troppo spesso succede nelle vicende umane, era successo l’inimmaginabile.

Un piccolo aereo da trasporto, con a bordo alcuni alti dignitari del regime, si era fatto intercettare e dirottare in un aeroporto militare, vicino a Seul. Sembrava una delegazione venuta per trattare la tregua o la resa, ma era invece una missione suicida, concepita dai più fanatici seguaci di Kim.

A bordo del piccolo aereo c’erano dieci testate nucleari da circa 25 chiloton l’una. Buona parte dell’arsenale nucleare a disposizione del regime. Nell’insieme circa dieci volta la potenza dell’ordigno di Hiroshima. A causa della tecnologia di basso livello, della scarsa purezza dell’Uranio impiegato, della scarsa qualità della realizzazione dei detonatori etc etc, la reazione a catena era stata interrotta precocemente e l’esplosione era stata molto meno potente di quella teoricamente possibile. Anche così buona parte di Seoul era stata devastata, i morti erano stati centinaia di migliaia, i feriti milioni. Si era scoperto, per l’occasione, che i grattacieli con le pareti di vetro sono trappole mortali, anche quando la distanza dall’esplosione e’tale da  mettere teoricamente al sicuro dai suoi effetti. Migliaia di persone erano state uccise dai vetri che cadevano in strada o verso l’interno. Vi erano stati morti anche a 15 km di distanza dall’esplosione.

Nell’olocausto erano morti anche quindicimila soldati americani, intere famiglie,  general contractors,  squali e  squaletti dell’industria bellica etc etc. Oltre, ovviamente, a migliaia di cittadini del resto dell’occidente, cinesi, russi. Il mondo era restato con il fiato sospeso, attonito, come un bambino che si accorge che aprire la gabbia del leone allo zoo e’una cosa seria e non poi tanto divertente.

Dopo un ennesimo ultimatum, era arrivata, inevitabile, la risposta americana. Preceduta da avvisi alla popolazione, inutili visto la mancanza di mezzi di comunicazione non in mano al regime, ma utile per salvarsi la faccia, dieci atomiche tattiche, seguite da altre 15, avevano cancellato le principali basi militari del regime, centri di controllo ed assembramenti truppe, aprendo la strada ad una rapida conquista ed al collasso del  figlio del “caro leader”.

Si erano contate circa un paio di milioni di vittime e quattro milioni di feriti, buona parte senza molte speranze di guarigione.

Il problema, a vederlo oggi, non erano i milioni di morti. Sulla testa dei quali, tutte le potenze nucleari riunite avevano giurato solennemente: mai più e mai poi!

Il problema era che si era creato un precedente, in un mondo sempre più in ebollizione.

Due anni dopo c’era stata la storia di Formosa.  Poi il colpo di stato militar/estremistico in Pakistan, con le tre guerre regionali conseguenti…come e’andata lo sapete. Alla fine ogni regime “atomico” soccombente ( nonostante i veti internazionali molti altri regimi si erano affrettati a farsi il proprio arsenale atomico) aveva, piu’ o meno, seguito le orme di Pyongyang. E poi, quando già cominciavano a verificarsi in tutto il mondo  i primi segni di leucemie da radiazione, era successo il patacrac, in un crescendo trilaterale e folle in cui le maggiori potenze nucleari avevano svuotato il loro arsenale sui rispettivi territori ma, più che altro, su buona parte dell’Asia.

Benché l’Africa, l’Oceania, il sud America e, stranamente, buona parte dell’Europa avessero scampato il peggio, non avevano potuto evitare i dieci anni di oscuramento solare ed inverno nucleare seguiti all’olocausto. Senza contare i morti per antrace ed altri agenti biologici, sparsi a piene mani da chi non poteva permettersi la bomba.

Quando il sole era tornato a splendere, si era salvato solo un essere umano su 100, comunque sempre 80 milioni di persone, per lo più ridotto ad una agricoltura di sussistenza ( peraltro su terreni piuttosto radioattivi) ed al saccheggio delle strutture rimaste…come voi quattro lettori sapete benissimo.

Con il senno del poi, avremmo dovuto saperlo. Con migliaia di anni di Storia ad urlarcelo, non avremmo dovuto avere dubbi.


Quando hai un’arma nell’arsenale, prima o poi la userai. Quando l’hai usata la prima volta, troverai sempre ottimi motivi per usarla ancora ed ancora…

Vabbe’ sono cose che ben conoscete. Me ne vado a cavare due patate blu dall’orto, per cena. Non sono male, come sapore, una volta che riesci ad evitare i tentacoli velenosi.

 

 

PILLOLE DEMOGRAFICHE 2 – La Cina.

Nel precedente articolo abbiamo parlato della teoria demografica oggi corrente.  Una teoria che effettivamente spiega bene alcuni fenomeni, ma non tutti e che deve il suo grande successo in buona parte al fatto che è molto “politicamente corretta”.   Oggi parleremo invece di un caso concreto

Uscendo dalla guerra civile, il tasso di natalità era di oltre il 3,5%, nettamente superiore al 1,7, 1,8 % del tasso di mortalità.   La flessione della natalità alla metà degli anni ’50 corrisponde alla prima ondata di collettivizzazione forzata delle campagne che fu presa molto male dai contadini.   Tuttavia, la mortalità continuò a diminuire per il progressivo riorganizzarsi dello stato, la repressione del brigantaggio e delle ultime sacche di resistenza anti-comunista.   Nel 1958 Mao lanciò il “Grande Balzo Avanti” che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto avviare con decisione la Cina sulla via del progresso industriale.  Il risultato fu la maggiore carestia del XX secolo (fra i 14 ed i 78 milioni di morti a seconda delle stime), con il picco nel 1960.

Il fatto interessante è che, contemporaneamente, si ebbe un vero crollo della natalità culminato nel 1961.   Superata la crisi e migliorate le condizioni della gente, si verificò un autentico “baby boom” con il picco oltre il 4% nel 1963.    Fin qui niente di sorprendente, picchi di natalità a seguito di calamità particolarmente impattanti sono un fenomeno frequente.   La parte più interessante viene subito dopo.

Dal 1963 al 1977 il tasso di natalità calò rapidamente e vertiginosamente, malgrado le politiche nataliste volute da Mao, e con un PIL procapite molto basso.   Insomma qualcosa di simile alla “transizione demografica”,  ma prima e non dopo il “miracolo economico”, come invece è avvenuto in Europa e negli USA.   Un ruolo importante fu probabilmente giocato dalla “Rivoluzione Culturale” (1966-1976).   Una faida interna al Partito Comunista Cinese che coinvolse e sconvolse l’intero paese, creando evidentemente un clima negativo dal punto di vista riproduttivo.   Molti fattori vi giocarono contemporaneamente, probabilmente la scolarizzazione massiccia delle bambine e l’inurbamento, ma anche l’incertezza politica e la sistematica demolizione di ogni retaggio culturale, come di ogni struttura sociale tradizionale.

Fu solo dal 1980 (morto Mao e con un Pil procapite di meno di 200 $ annui), che il governo varò la politica del “Figlio Unico”.   Ciò nondimeno, per una decina di anni si verificò una sensibile ripresa della natalità, probabilmente dovuta al clima di maggiore ottimismo, di novità e di relativa libertà, oltre che all’impennarsi del tasso di crescita economica.    Attualmente il tasso di natalità si è stabilizzato sul livello di 1,2 – 1,3%, comunque più alto del tasso di mortalità, cosicché la popolazione cinese risulta tuttora in aumento, mentre l’età media sale progressivamente.

Il punto qui importante è che la fase galoppante della crescita economica cinese, fra il 1990 circa ed il 2007, è avvenuta mentre i tassi di natalità erano già calati a valori prossimi o inferiori a quelli occidentali del tempo.  Nel 2013 la legge sul figlio unico fu modificata, autorizzando le famiglie ad avere due figli, ma per il momento l’incremento di natalità è stato molto modesto.   Interessante perché, secondo le autorità cinesi,  ciò dipende dal fatto che la maggior parte dei giovani sono preoccupati per il futuro, proprio mentre il loro PIL nazionale e pro capite raggiunge il massimo storico (circa (8’000 $ l’anno).   Probabilmente vi giocano diversi fattori fra cui l’evoluzione della cultura e delle strutture sociali, ma penso anche l’effetto deprimente dei livelli pazzeschi di inquinamento e distruzione ambientale raggiunti in Cina ed il brusco rallentamento (forse arresto) della crescita economica dopo il 2008.

Espresso in Yuan, il tasso ufficiale di crescita del PIL cinese è sceso dal 12 al 6% annuo. Espresso in dollari è sceso dal 18 all’ 1% (Kroeber 2016 -https://www.brookings.edu/opinions/should-we-worry-about-chinas-economy/)

In altre parole, la legge del figlio unico stabilizzò una tendenza già in atto, ma soprattutto impedì un probabile secondo baby boom a seguito del  decollo economico, contribuendo quindi in modo consistente al fantastico incremento del reddito procapite dei cinesi ed a fare della Cina la potenza coloniale vincente di quest’inizio di XXI secolo.   Ora che anch’essa pare ben avviata sulla via della “Stagnazione economica secolare” (come la chiama eufemisticamente il FMI), al contrario della maggior parte degli economisti, ritengo che l’aver evitato un probabile secondo boom di natalità sia uno dei fattori che più stanno giocando e sempre più giocheranno a favore del “dragone”.   Sempre che riescano a  gestire decentemente i vent’anni in cui i babyboomers saranno vecchi e sempre che altre crisi non peggiorino bruscamente il quadro economico.

La prossima volta parleremo dell’India.

PILLOLE DEMOGRAFICHE – 1: La Transizione Demografica

La demografia è una scienza difficile, con intrinseci limiti strutturali che le impediscono di fare completo affidamento sui sofisticati modelli matematici che tanto si usano oggi.   I fattori in gioco sono infatti troppi, di natura assai diversa fra loro e di peso relativo continuamente cangiante a seconda dei periodi, dei luoghi, delle classi sociali e molto altro ancora.   Qualunque teoria generalizzante è quindi destinata a fallire e così, invece di tentare una “Summa Demografica”, proporrò su queste pagine una serie di considerazioni ed esempi che, beninteso, non sono generalizzabili.

La transizione demografica

Inizieremo questa scorribanda fra nascite, morti e migrazioni dando uno sguardo un tantino più ravvicinato del solito alla teoria demografica oggi in voga.  Tanto in voga da essere spesso scambiata per un dato di fatto, mentre è e rimane un modello.

Il padre della “Transizione Demografica” fu Adolphe Landry, un politico francese della sinistra radicale, più volte deputato e ministro.   Dichiaratamente favorevole a politiche decisamente nataliste e strenuo detrattore dell’opera di Malthus, in realtà Lanrdry ne sposò appieno i presupposti, giungendo però a conclusioni opposte.
In estrema sintesi, Malthus aveva osservato che, nell’Inghilterra del tardo XVIII secolo, i poveri facevano molti più figli dei benestanti ed aveva attribuito questo fenomeno al fatto che coloro che disponevano di un sia pur piccolo patrimonio si preoccupavano di cosa avrebbero lasciato ai figli.   Viceversa, l’abbrutimento e la miseria di chi non aveva nulla li spingeva a riprodursi in modo sconsiderato.   La conclusione del reverendo era che la forte natalità fosse la causa prima della miseria e che bisognasse quindi insegnare ai poveri a meglio controllare la propria libidine.
Il suo amico David Ricardo, rincarò la dose affermando che limitare la propria natalità era l’unica arma efficace che la “classe lavoratrice” avesse a disposizione per difendersi dallo sfruttamento del capitale che, comunque, avrebbe sempre usato la disoccupazione per comprimere i salari al livello di mera sopravvivenza.

Landry fece propria l’osservazione di Malthus, ma ne rovesciò le conclusioni.   In estrema sintesi, la sua idea era che non bisognasse ridurre la natalità poiché una popolazione numerosa e dinamica costituisce la principale ricchezza di una nazione.    Bisognava invece aumentare e diffondere il benessere economico, così da provocare una graduale stabilizzazione della popolazione, ma su livelli molto superiori a quelli di partenza.    In altre parole, rispetto a Malthus, invertì la causa con l’effetto.
Niente di meglio come viatico per chi sostiene che bisogna spingere al massimo la crescita economica, “conditio sine qua non” per la definitiva soluzione dei problemi umani.

Il modello

Troppo ben conosciuto perché valga la pena di descriverlo qui nel dettaglio, il modello prevede che il miglioramento delle condizioni di vita comporti prima una diminuzione della mortalità e successivamente della natalità.   Di conseguenza la popolazione si stabilizza su livelli maggiori.
Sulla solida correlazione fra aumento del benessere e progressiva riduzione della natalità la maggior parte dei dati sono concordi, ma su quel che può succedere dopo assai meno.   Ad esempio, M. Myrskylä, H. Kohler & F. Billari, nel 2009, hanno pubblicato su Nature un lavoro secondo cui a livelli molto alti di benessere corrisponderebbe un nuovo aumento della fertilità.
Se confermata, una simile tendenza sarebbe molto interessante sul piano teorico, ma poco su quello pratico.   Tutto lascia infatti presagire un XXI secolo all’insegna del peggioramento e non del miglioramento delle condizioni di vita della maggior parte delle persone.   Secondo la teoria corrente, ciò dovrebbe provocare sia un aumento della mortalità che della natalità, ma molti dati recenti confermano solo l’aumento di mortalità, non quello di natalità, cambiando completamente le prospettive, perlomeno in alcuni importanti paesi.

Torneremo sull’argomento nei prossimi articoli, intanto torniamo al modello standard.    Il suo pregio principale è di individuare una serie di fattori sociali e culturali che effettivamente danno un contributo importante alla dinamica di una popolazione umana.   Per esempio, il livello di istruzione specialmente femminile, l’accesso alle cure mediche ed ai contraccettivi moderni, l’accesso al mercato del lavoro per le donne, l’innalzamento dell’età matrimoniale sono certamente elementi importanti; cruciali in determinati contesti.

Un grosso difetto è invece quello di pretendere che una stessa dinamica debba necessariamente verificarsi dovunque e comunque.    Ancora peggio, nella versione utilizzata dalle principali istituzioni mondiali, il modello ignora completamente il contesto ambientale in cui le popolazioni umane vivono.   In altre parole, si da per scontato che gli ecosistemi di cui le popolazioni fanno parte siano comunque in grado di fornire loro le risorse necessarie ad una crescita sufficiente a completare la transizione ed a mantenere indefinitamente la popolazione al nuovo livello.   Parimenti, si da per scontato che i medesimi ecosistemi siano in grado di assorbire e riciclare i rifiuti (solidi, liquidi e gas) che l’umanità inevitabilmente produce.   Insomma, si considera che l’uomo sia svincolato dalle leggi fisiche ed ecologiche che limitano lo sviluppo delle altre specie.   Per quale ragione, non è dato sapere.

Un ulteriore fattore che la teoria non considera, ma che in molti casi gioca invece un ruolo importante, è quello dell’ottimismo.   Vale a dire la percezione che le persone hanno del futuro.  Ma su questo torneremo in un altro post.

WORLD3

Per fortuna il mondo è pieno di scienziati molto seri che hanno sì utilizzato questa teoria come elemento per i loro modelli, ma tenendo debito conto anche degli altri fattori in gioco.   Ad oggi, il tentativo più riuscito per modellizzare l’evoluzione globale del sistema socio-economico globale rimane il leggendario WORLD3 che incorpora la teoria della transizione demografica fra i suoi algoritmi, ma associandola ad altre variabili: la disponibilità di risorse, la produzione industriale, la produzione agricola, la produzione di servizi e l’inquinamento.   Ed l risultato è completamente diverso da quello previsto dai demografi dell’ONU.

Secondo il modello del gruppo Meadows, la popolazione continuerà a crescere fino al 2030 circa, poi comincerà a flettere in conseguenza del collasso del sistema economico globale.    Chi ha ragione?   Lo vedremo, ma intanto poniamo attenzione ad un importante difetto che praticamente azzera l’affidabilità della parte calante delle curve anche di WORLD3.   Incorporando la teoria in questione, il modello del MIT prevede infatti che, man mano che il collasso economico procederà, aumenteranno sia la mortalità che la natalità.  Ne deriva una curva della popolazione in calo relativamente graduale.   Nelle prossime puntate osserveremo dei dati reali e vedremo che questo è solo uno dei possibili scenari e, probabilmente, neppure il più probabile.

Dunque la Transizione demografica è oggi molte cose contemporaneamente.   E’ un sofisticato modello matematico, utile in determinati contesti, ma è anche un comodo pretesto politico per continuare a sostenere la necessità di spingere la crescita economica e perfino una pia leggenda che consente a molte persone di negare il dramma della sovrappopolazione.

Nella prossima puntata parleremo della Cina.

LA SICCITÀ NON E’ FINITA

In questa settimana una serie di temporali hanno portato un po’ d’acqua e di temporanea frescura almeno sulle regioni centro-settentrionali.   La siccità è finita?

No.   Se anche avesse piovuto il doppio od il triplo avrebbe magari  causato alluvioni e disastri (qualcuno lo ha comunque provocato), ma non per questo sarebbe finita la siccità che rimane un male insidioso e difficile da capire.   Facciamo un tentativo per cominciare a capirlo, tenendo presente che ogni zona ha la sua storia e la sua situazione particolare.   Le generalizzazioni valgono quindi per capire come nasce e si sviluppa il fenomeno, non per decidere le priorità caso per caso.

In buona sostanza, la siccità è dovuta ad un deficit nel bilancio idrico; vale a dire che da un determinato territorio esce più acqua di quella che vi entra.   Un fenomeno che è facile sottovalutare, soprattutto quando si dispone di tecnologie ed energia con cui controbilanciarne gli effetti a breve termine.   Ancora più grave è il fatto che, quasi sempre, gli interventi messi in opera per compensare i disagi dovuti alla siccità hanno l’effetto di aggravarla e ciò che sta accadendo il Italia ne è un eccellente esempio.

In prima, grossolana approssimazione possiamo distinguere due livelli: globale e regionale, che interferiscono fra loro.

Livello Globale.

E’ quello di cui si parla di più su cui si può agire di meno, ne faremo quindi solamente un rapidissimo cenno.   Si tratta ovviamente di tutta la complessa tematica del GW.   Senza dubbio la combustione di carbone, petrolio e gas è stata la forzante principale che ha scatenato il fenomeno, ma attualmente sono attive anche una serie di retroazioni che, complessivamente, tendono ad amplificarlo.   Di sicuro sappiamo che la temperatura media sta salendo, così come il livello del mare e l’acidità degli oceani, mentre il volume di ghiaccio diminuisce e  gli eventi meteorologici diventano più instabili.   Nella maggior parte delle zone fa più caldo e piove di meno, ma non dappertutto; ci sono anche zone in cui fa più fresco e/o piove di più.   L’evoluzione nei tempi lunghi sono poco prevedibili per molte ragioni, far cui l’instabilità intrinseca dell’atmosfera (e secondariamente degli oceani), il ruolo non modellizzabile delle nubi e dell’aerosol, la forza delle retroazioni in corso, l’interferenza con fattori di scala minore.

Livello regionale

Struttura geo-morfologica.   La forma del rilievo e delle rete imbrifera, la natura delle rocce  determinano in gran parte la facilità con cui l’acqua circola sul territorio e nel sotto suolo.  E’ un fattore che varia molto poco nel tempo, salvo casi particolari come le zone di bonifica o dove ci sono ampi bacini estrattivi che possono cambiare le caratteristiche geo-morfologiche di un territorio nel giro di decenni.  Oggi anche di pochi anni.

Aree umide.   Fino a circa un secolo fa paludi, stagni, golene, aree soggette a sommersione stagionale o occasionale eccetera rappresentavano un elemento determinante del paesaggio di quasi tutte le regioni italiane; oggi ne rimane circa l’1%.   Ciò ha modificato radicalmente il ciclo dell’acqua, sia perché sono molto diminuiti i tempi di corrivazione verso il mare, sia perché la minore evapotraspirazione contribuisce a ridurre la piovosità, specialmente sulle aree planiziali interne che sono quelle più densamente popolate e quelle più importanti per l’agricoltura.

Suoli.   La natura del suolo è anch’essa fondamentale nel determinare la quantità di acqua piovana che ruscella in superficie e quella che, viceversa, si infiltra e viene trattenuta.   A sua volta, la natura del suolo dipende da un’insieme di fattori che vanno dal clima e dalla natura delle rocce, fino alla vegetazione ed alla fauna, passando per le tecniche agricole.   Due aspetti molto importanti che riguardano in particolare i terreni agricoli sono il contenuto in sostanza organica e la struttura (come le particelle del suolo si aggregano fra loro).   La maggior parte delle tecniche agricole tendono a ridurre entrambi, riducendo in modo drammatico la quantità di acqua che i suoli sono in grado di trattenere a disposizione delle piante (capacità di campo).   Esistono anche tecniche che hanno l’effetto contrario, ma per ora rimangono molto marginali.

Vegetazione.  La vegetazione ha un impatto determinante sui suoli e sul ciclo dell’acqua, sia perché immagazzina grosse quantità di acqua nei propri tessuti, sia perché ne facilita l’infiltrazione in profondità quando piove per recuperarla e rimetterla in circolazione nel suolo e nell’atmosfera quando non piove.

Fauna.  La fauna ha un effetto più indiretto, ma determinante in quanto modifica, talvolta molto pesantemente, la vegetazione e, di conseguenza, i suoli; finanche il reticolo imbrifero.  Sia per quanto riguarda la fauna che la vegetazione, non conta solo la quantità, ma anche la varietà di forme di vita.   Una riduzione della biodiversità ha sempre effetti negativi sul funzionamento degli ecosistemi.

Urbanizzazione.   La quantità. La distribuzione e le caratteristiche dell’edificato modificano il ciclo locale dell’acqua, talvolta in modo drammatico.   Strade, case e piazze sono infatti impermeabili o quasi e le piogge cadute sull’edificato vengono allontanate il più rapidamente possibile tramite apposite reti fognarie.   Inoltre, ampie superfici di asfalto e cemento si scaldano molto di più del territorio agricolo, per non parlare delle foreste.   Questo altera la circolazione locale dell’aria.   Un effetto molto amplificato dai condizionatori che rinfrescano gli interni, surriscaldando ulteriormente l’esterno.

Consumi antropici.   In paesi come l’Italia, una quota consistente dell’acqua raccolta dai bacini imbriferi passa attraverso il nostro sistema economico; in estate una quota preponderante.   La portata di magra dei fiumi è oramai esclusivamente o prevalentemente formata da reflui dei depuratori (più o meno ben depurata).   In prossimità del mare, l’acqua che si vede nei fiumi è invece salata, tranne talvolta una sottile lente di acqua dolce che scorre in superficie, mentre il mare risale nell’entroterra.
Circa il 85% dell’acqua che usiamo va per irrigare le colture, l’ 8% per l’industria, 7% per i consumi domestici che da soli ammontano a ben 245 litri al giorno a persona!   Nel 1980 erano 47.

In effetti, l’acqua non si “consuma” in senso stretto, ma l’uso che ne facciamo ha due effetti principali.  Il primo è quello di inquinarla, il secondo è quello di accelerarne il deflusso verso il mare, inaridendo gradualmente, ma inesorabilmente il territorio cosa che, abbiamo visto, contribuisce a ridurre le piogge, aggravando il processo.   Il fatto che le falde freatiche si siano abbassate quasi dappertutto e che la portata di quasi tutte le sorgenti sia diminuita dimostra un fatto molto semplice: abbiamo creato un deficit cronico nel nostro bilancio idrico.   Un deficit che i periodi di piogge consistenti e prolungate mitigano per un periodo, ma che non riescono mai a compensare del tutto.

Che fare?

Uno dei fattori che rende la siccità un pericolo molto più grave ed insidioso di nubifragi, “bombe d’acqua” ed uragani è che passa quasi inosservata, sempre sottovalutata.   Questo perché mentre le tempeste hanno impatti drammatici nel giro di poche ore, la siccità mina lentamente, ma inesorabilmente la vivibilità di un territorio.   Ed è un fenomeno che si sviluppa nell’arco di decenni, perlopiù sotto terra, finché i danni si fanno manifesti; ma a quel punto sono anche irreversibili o quasi.   La maggior parte delle zone attualmente desertiche sono state rese tali da una secolare azione antropica; un processo che si è spaventosamente accelerato negli ultimi decenni.   Ma il disastro maggiore è che i provvedimenti presi per contrastarla sono solitamente tali da aggravarla.   Quasi sempre, la risposta ai periodi di crisi acuta sono infatti nuovi pozzi, captazioni e condutture; cioè un maggiore sfruttamento di una risorsa che si sta degradando principalmente a causa di uno sfruttamento già largamente eccessivo.

Sarebbero possibili interventi più efficaci?   Si, ma solo a condizione di cambiare di 180° il nostro modo di pensare.   Vale a dire che bisognerebbe lavorare a tutti i livelli contemporaneamente, dall’educazione permanente alla gestione dei fondi pubblici, passando per una miriade di norme e regolamenti, per riportare in pareggio il bilancio idrico a tutti i livelli.   E comunque gli effetti sarebbero parziali, indiretti e dilazionati nel tempo; cioè esattamente il contrario di quello che la maggior parte della persone vuole.

Sui fattori climatici globali possiamo e dobbiamo fare molto per ridurre i nostri consumi di tutto, questo è infatti l’unico modo per ridurre davvero tanto le nostre emissioni climalteranti, quanto i consumi di acqua.   Gli effetti sarebbero però indiretti e globali, non rilevabili a livello locale.   Viceversa molte cose potrebbero essere fatte a scala nazionale, regionale e comunale.   Un elenco anche parziale di possibili azioni occuperebbe decine di pagine, qui faremo quindi cenno solamente alle due strategie di base: aumentare le entrate e ridurre le uscite, come con qualunque bilancio.

Aumentare le entrate vorrebbe dire cercare, nei limiti del possibile, di aumentare la piovosità media.   Non ci sono ricette sicure, ma ridurre il surriscaldamento delle città (sia in estate che in inverno),  aumentare la biomassa arborea nelle aree planiziali, aumentare la capacità di campo dei terreni agricoli e le aree umide di ogni tipo sono fra le cose sicuramente utili.

Per ridurre le uscite, occorrerebbe innanzitutto ridurre drasticamente lo sfruttamento delle risorse idriche.  Cioè ridurre i consumi di tutti i tipi, anche mediante razionamento, e favorire il ristagno dell’acqua piovana nell’entroterra, anche temporaneo, ogniqualvolta sia possibile.  Ridurre le superfici irrigue e migliorare i suoli agricoli sarebbero le strategie principali in agricoltura, mentre per l’industria sarebbe necessario generalizzare il riuso di acque reflue depurate.  Un campo nel quale già si contano diverse esperienze molto positive, che però stentano a diffondersi perché, comunque, trivellare nuovi pozzi per ora costa meno.

Finirà la siccità?   Prima o poi si, per forza.   Gli ecosistemi ritrovano sempre un loro equilibrio, ma se vogliamo farne parte dobbiamo cominciare a pensare che senza petrolio è difficile che possa esistere una civiltà avanzata, ma con poca acqua non può esistere civiltà di sorta.