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Niente basta, a colui a cui non basta quel che è sufficiente/9

Reti ad Albero

Un futuro connesso. Reti elettriche intercontinentali

Dopo aver parlato di una delle poche possibilità che abbiamo di stoccare TWh di energia per usarla durante l’inverno a partire da fonti rinnovabili, è assolutamente necessario fare un altro passo e chiedersi se, dopo tutto, sarebbe possibile fare arrivare questa energia elettrica da lontano, magari da altri continenti. Il sole splende sempre da qualche parte della Terra. Il problema è far arrivare la corrente elettrica prodotta, per dire, in Messico, durante l’inverno Boreale, per integrare la produzione elettrica dell’emisfero Nord, che, durante l’inverno, nonostante una certa complementarità tra idroelettrico, eolico e fotovoltaico, sarebbe altrimenti insufficiente.

Le attuali linee ad alta tensione sono in corrente alternata, come le linee di casa. Queste linee, a causa dei campi elettromagnetici generati dall’alternanza di corrente ed altri effetti, hanno una certa dissipazione energetica durante il trasporto, che sulle distanze italiche di svariate centinaia di km tra produzione e consumo, possono anche superare il 10%. 

E’ energia persa, dissipata, in ultima analisi come calore.

Sembrerebbe quindi chiaro che una trasmissione di energia elettrica a migliaia di km di distanza, attraverso, per dire, l’Atlantico, sia impossibile.

Esiste però un’alternativa: trasmettere energia in corrente continua. Gli effetti dissipativi di cui sopra sono estremamente ridotti e si può oltretutto salire moltissimo di tensione. 

A parità di diametro del cavo si può trasportare dieci volte più energia. GW, al posto di decine o centinaia di MW. In questa configurazione il grosso delle perdite sono concentrate nelle centrali di conversione all’inizio ed alla fine della linea in corrente continua, mentre nelle migliaia di km intermedi sono assai basse. La tecnologia per realizzare questi convertitori giganti esiste,ne sono già stati realizzati, sulla scala dei 4 GW  e le perdite sono note, circa un 1%. Qui un doc in merito. Qui un altro, fra i tantissimi.

Complessivamente si può calcolare perdite analoghe a quelle delle linee in alta tensione a corrente alternata, con un massimo di circa il 10% quando utilizzate a massima potenza, ma su distanze almeno dieci volte maggiori.

Esistono già delle navi posacavi di dimensioni imponenti che solitamente posano i cavi per telecomunicazioni, le cosiddette dorsali, che garantiscono le connessioni tra i due lati dell’atlantico. esistono addirittura navi posatubi, che sono usate per posare gli oleodotti sul fondo del mare, che riescono a posare centinaia di km di tubi di diametro anche superiore al metro, su profondità anche di migliaia di km.

Il bello di immaginare e studiare la fattibilità di connessioni intercontinentali est ovest o Nord sud è che queste connessioni sarebbero già remunerative, semplicemente sfruttando il differenziale di costo dell’energia sui due lati dell’atlantico. Motivi ovvi, quando da noi è notte fonda, negli USA è tardo pomeriggio e si ha il picco di domanda. e viceversa quando da noi è mattina e l’Europa si risveglia, negli USA è notte fonda e l’energia viene prodotta a costi bassissimi. Le cose cambierebbero, in meglio, con la transizione alle energie rinnovabili. 

I vantaggi resterebbero e sarebbero giganteschi. Esiste uno studio recente ed approfondito che riassume bene sia i progetti in corso ( prevalentemente nel mediterraneo) sia le prospettive future.

Un solo cavo da 4 GW di capacità, grande, grandissimo ma fattibile, genererebbe oltre 200 milioni di euro di vantaggi economici DA AMBEDUE I LATI DELL’ATLANTICO.

L’Europa ha previsto di aumentare notevolmente l’interscambio di energia dall’attuale 8% ad almeno un 20% nel 2030. Come accennato sono in fase di realizzazione i primi progetti pilota su scala comparabile, ad esempio una connessione tra Islanda e Nord Inghilterra, tra Grecia Cipro ed Israele, 2 GW, 1200 km, in corso di realizzazione, qui sotto una foto. Tra l’altro, nota molto interessante, è in alluminio, non in Rame. Il rame è una risorsa scarsa, questo è importante.

E’ ovvio che questo non basta. Il futuro sarà quello di una interconnessione est ovest e nord sud. Il progetto desertec, purtroppo naufragato per aver scelto una tecnologia complessa, costosa e in ultima analisi inaffidabile ed antieconomica, aveva però il merito di proporre un futuro in cui i paesi del Nord Affrica avrebbero fornito energia all’Europa e così migliorato la loro condizione economica. Questo futuro è ancora possibile, naturalmente, ed anzi ancora più vicino con i costi prevedibili del fotovoltaico in rapido calo.

Ma come è fatta la curva di domanda e di produzione dell’energia elettrica europea? Come sarà in futuro, ad esempio tra dieci anni?

Ecco un’immagine tratta dal documento citato.

Siamo nel 2030, nello scenario proposto dai piani strategici europei.

Come vedete le centrali nucleari forniscono ancora la potenza di base, in rosso. Le grandi centrali a gas modulano la loro potenza lentamente, adeguandosi alla produzione oscillante di fotovoltaico ed eolico ed alla oscillazione, piuttosto prevedibile, della domanda. Le piccole centrali a biomassa, le turbogas, l’idroelettrico si occupano di chiudere il bilancio.

Ovviamente negli Usa lo scenario prevedibile è del tutto diverso, complice il disastro che sta combinando Trump, in questi anni:

Risulta abbastanza chiaro come i picchi di produzione europei potrebbero essere agevolmente assorbiti vendendo l’eccesso in Nord America. Se poi gli USA, non evolveranno verso le energie rinnovabili, avranno qualche problema a vendere la loro energia non rinnovabile, perché potrebbero essere non così competitivi con le alternative esistenti ( abbiamo visto un paio di soluzioni, certo non le uniche). Sarà un ulteriore incentivo ad una rapida conversione anche per loro, motivata da fattori economici e non ambientalisti. Quando si crea un mercato, esiste poi chi cerca di vendere e chi cerca di comprare.

Un mondo interconnesso permetterebbe a molti paesi, intrinsecamente poveri, citerò i paesi della fascia del Sahel, o in prospettiva, come molti paesi produttori di gas e petrolio, citerò, per restare a quelli a noi vicini, Tunisia, Algeria, Libia, di dare una opportunità di lavoro a molti suoi cittadini, sostenibile, a lungo termine.

Un mondo interconnesso avrebbe MOLTI interessi condivisi e molto interesse ad evitare conflitti, anche locali, laddove questi potrebbero minacciare la rete.

Sarebbe l’internet dell’energia. E consentirebbe, in prospettiva, a chiunque di vendere la sua energia, anche al di dell’oceano. Creata una rete mondiale, lo sappiamo, non vi sono confini che tengano.

L’Italia, in questo settore è stata ed p ancora all’avanguardia. Le interconnessioni con la Sardegna sono state un banco di prova importante e siamo coinvolti in molti importanti progetti del settore.

E’ evidente l’importanza di mantenerci sulla breccia. 

Una parte dei 20 miliardi, di risorse trasferite dalle energie non rinnovabili a quelle rinnovabili dovrebbe andare allo sviluppo di esperienze in questo campo, nazionali ed internazionali ed alla preparazione di una piattaforma mondiale delle energie rinnovabili, interconnessa, paritetica, permissionless, trustless, peer to peer, basata su distributed ledger, etc etc. 

Su questa rete i pagamenti potrebbero circolare, naturalmente, direi, sfruttando il concetto del distributed ledger, della proof of work, basata però su un “work” che non comporti il consumo di quantità di energia, ma piuttosto la loro produzione virtuosa, da fonti rinnovabili. 

Esistono varie proposte di questo genere ma qui ne introdurremo una, che viene sommariamente presentata nel prossimo paragrafo:

Il Pedal Coin.

Una idea originale dello scrivente e di Lorenzo, compagno di merende elettrociclistiche. Lo sviluppo del concetto, che sarebbe stata rilasciato sotto licenza creative commons ( o similiari) già concettualmente a buon punto è stato bloccato, capita, da un brevetto assolutamente analogo depositato un paio di mesi fa da Mircosoft.

Capita.

(continua)

Niente basta, a colui a cui non basta quel che è sufficiente/8

Vallombrosa, l’albero più alto d’Italia, un Abete di Douglas, 65 metri, 110 anni.

Sarebbe possibile produrre metano a partire dall’energia fotovoltaica che costi uguale a quello in arrivo dalla Russia?

La risposta migliore è: dipende.

Se guardiamo la cosa dal punto di vista di uno di noi, che paghiamo il metano circa 70-80 centesimi al metro cubo, compreso imposte iva e balzelli vari, 700-800 euro per mille metri cubi, ovviamente si. 

Il kWh fotovoltaico costa, abbiamo visto, per impianti di media  dimensione, anche in italia, intorno a 5 centesimi a kWh prodotto e continua a calare.

In un metro cubo di metano ci sono 10 KWh di energia ( circa).

Tenendo conto dell’efficienza di produzione con la reazione Sabatier, il costo dell’energia per la produzione di un metro cubo di metano a partire da acqua e CO2 sarebbe di circa 75 centesimi. 

Il costo dell’energia elettrica prodotta da questo metano sarebbe di circa 18 centesimi al kWh.

10 centesimi al kWh di più delle fonti fossili.

Questo articolo, che invece del metano cita un impianto pilota che produce combustibili liquidi a partire da elettricità, parla di circa 1 dollaro al litro, come costo complessivo del costo energetico ed impiantistico.

Tenendo conto del maggiore contenuto energetico di un metro cubo di metano rispetto ad un litro di carburante, il calcolo sembra confermato.

Basterebbe non caricare le accise sul metano prodotto a partire da fonti rinnovabili, sull’energia prodotta a partire da metano prodotto da fonti rinnovabili innovative, arrivare ad un incentivazione complessiva di circa 25 centesimi a kWh, se si produce metano a partire da fonti elettriche rinnovabili,  e la cosa potrebbe stare in piedi.

Un buon esempio può essere un confronto con la situazione attuale del fotovoltaico e relativi incentivi: il decreto fer 1, come riporta questo articolo premia fino a 105 euro/MWh alcune tipologie di fotovoltaico, con caratteristiche di particolare utilità ( sostituzione coperture di amianto, supporto alla ricarica di veicoli elettrici etc).

L’introito totale, tenendo conto della vendita dell’energia elettrica prodotta, è mediamente di circa 150 euro/MWh. 

Come abbiamo visto questa cifra rende ampiamente remunerativo un impianto fotovoltaico, dati i costi di realizzazione attuali.

Sempre come abbiamo visto, per fare un metro cubo di metano a partire da Acqua e CO2 ci vogliono circa 16 kWh. che un impianto fotovoltaico venderebbe a circa 70-80 centesimi, oltre ad incassare dal GSE i corrispondenti incentivi, per circa 1.68 euro.

Si deve rendere conveniente questa scelta, tenuto conto delle varie complessità, rispetto all’alternativa di vendere sul mercato l’energia prodotta, quindi il metro cubo di metano prodotto da fonti rinnovabili deve essere incentivato. E si deve incentivare chi lo sceglie al posto di quello da fonti fossili. 

Poiché si deve considerare la complessità del sistema di produzione, si dovrebbe pensare ad un incentivo sostanziale per quanto riguarda la produzione, ad esempio 25 centesimi al kWh ( simile agli incentivi del quarto conto energia e molto simile agli incentivi dei prosumer che sostituiscono le coperture in amianto e consumano almeno il 40% dell’energia prodotta) se questi sono utilizzati per produrre metano o idrogeno. In questo modo l’alternativa, considerando i 16 kWh elettrici prodotti da fotovoltaico, sarebbe tra 1.68+0.80=2.48 euro se si immette direttamente l’energia in rete e 4.0 euro se si produce 1 metro cubo di metano. 

Questo potrebbe essere venduto a prezzi di mercato ai grandi distributori o consumatori, intorno ai 15/20 centesimi al metro cubo, oppure, ancora meglio stoccato ed utilizzato  in situ per produrre energia durante le ore di punta serali. quando il costo al kWh può salire verso i 15 o più centesimi kWh. Le centrali di piccole dimensioni, rapide ad intervenire, hanno ulteriori complicate premialità che potrebbero permettere una notevole redditività di sistema di stoccaggio e produzione sul posto.

Il totale degli introiti starebbe tra 4.15 e 4.70 euro, per 16 kWh. Ovvero dal 60% al 90% in più di quanto ricavabile da un impianto fotovoltaico in sostituzione di un tetto in amianto.

Gli incentivi dedicati ai prosumer, dato l’interesse di utilizzare in loco il metano prodotto, così riducendo le dispersioni in atmosfera durante il tragitto fino al consumatore, dovrebbero essere mantenute. In caso quindi di un impianto completo, fotovoltaico, impianto di idrolisi, ciclo di sabatier, microturbina a gas o cella combustibile,il produttore a fronte di una notevole complessità impiantistica, si vedrebbe incentivato ancora di più con ulteriori 10 centesimi a kWh, questa volta sulla produzione finale immessa in rete. Quindi circa altri 40 centesimi, considerando il solito metro cubo di metano.

Il nuovo conteggio sarebbe quindi il seguente: 4+0.60 ( ricavi da energia serale immessa in rete)+0.40= 5 euro. Quasi il doppio di un semplice fotovoltaico in sostituzione di un tetto in amianto. Tale enorme incentivazione servirebbe, ovviamente, solo per i primissimi impianti pilota e poi dovrebbe andare a calare. 

Eguagliando l’incentivazione al kWh a quella della sostituzione dei tetti, i ricavi, in caso di ciclo “chiuso” sole-energia elettrica-metano-energia elettrica ore giorni o mesi dopo, resterebbero comunque notevolmente alti, semplicemente tenendo conto delle leggi di mercato e degli incentivi per l’auto consumo: 2,68 euro contro 2.48 per i tetti fotovoltaici incentivati attuali.

In alternativa, se fossero abolite accise, iva ed altre imposte sul metano da CO2, il costo al consumatore finale diventerebbe competitivo ( attualmente il costo all’utente finale complessivo di imposte ed altri aggravi oscilla intorno ai 70 centesimi MC consumato) e quindi il distributore che distribuisce QUESTO metano, certificatamente, potrebbe avere margini importanti di redditività con analoghi vantaggi commerciali lato produttore.

Prima che qualcuno cominci a storcere il naso sui costi che traspariscono vorrei ricordare una cosa.

Ancora una volta: concediamo MILIARDI a molte nostre imprese per ricercare il metano in zone remote, per costose e rischiose joint venture per la realizzazione di metanodotti che, attraversano zone come minimo irrequiete, disperdendo, nelle migliaia di km di condotte, valvole, pompe etc, metano, un gas serra potente, in atmosfera. Tutto questo ad un costo per il sistema paese immenso.

 Paghiamo una bolletta energetica di decine di miliardi ogni anno.

E’ tempo di cominciare ad orientare queste aziende verso pratiche più rispettose, dell’ambiente, del paese, del futuro. Questa è una delle proposte possibili di cui, per lo meno, sarebbero da approfondire problematiche e costi e benefici ( quasi certamente di gran lunga maggiori).

Ci vanno studi, progetti, ricerche, tutte cose che fanno muovere le imprese e le teste, senza contare le competenze, oltretutto anche e soprattutto quelle del petrolchimico, che rischierebbero di restare disoccupate, in un futuro verde. Approfonditi temi e prospettive, costi e problematiche, tutti aspetti superabili ed, anzi, NECESSARIAMENTE, superabili,i primi impianti pilota potrebbero sorgere rapidamente.

Uno, come riportato anche nei link qui sotto, esiste già in località Troia, vicino a Foggia e sta dando i primi risultati, interessantissimi.

Qui un link ai numerosi risultati conseguiti.

Nel giro dei 20-30 anni previsti, il nostro paese potrebbe completare davvero la transizione verso le rinnovabili e, in un momento in cui probabilmente, la bolletta energetica sarebbe esplosa ovunque, senza contare i disastri ambientali, sarebbe, per la prima volta autonomo ed energeticamente indipendente.

Naturalmente il metano rilasciato non combusto in atmosfera, di qualunque origine sia, è un gas serra molto più potente ( da 25 ad 80 volte a seconda delle stime) della CO2. QUINDI le emissioni di metano possono e devono essere ridotte e questo è possibile, immediatamente.  Cifrare questo documento.

Di seguito i riferimenti per approfondire quanto qui riportato in estrema sintesi:

Uno studio sul passaggio elettricità- metano-elettricità

https://learn.openenergymonitor.org/sustainable-energy/energy/sabatier-process

Un esempio italiano recentissimo

https://www.storeandgo.info/demonstration-sites/italy

Uno studio recente per la produzione di metano a partire da energia elettrica, con idrolisi e reazione  Sabatier:

http://www.sgc.se/ckfinder/userfiles/files/SGC284_eng.pdf

Gli stoccaggi sotterranei italiani della Stogit

https://it.m.wikipedia.org/wiki/STOGIT

celle a combustibile a metano

https://www.sciencedaily.com/releases/2018/10/181029130939.htm

https://pubs.rsc.org/en/content/articlelanding/2017/ra/c7ra05245f#!divAbstract

(continua)

Niente basta a chi non basta quanto è sufficiente/6

Ippocastano, Glamis Castle, Scozia

Torniamo ora ad un altro aspetto essenziale: la mobilità.

Che il futuro della mobilità, pubblica e privata, sia dei veicoli elettrici, non se lo nasconde nessuno. 

La situazione dell’inquinamento nelle nostre città, di cui eravamo consapevoli sia per esperienza personale, sia per banche dati nazionali di ottimo livello, come quella di ISPRA, è diventata evidente quando, all’improvviso, in un giorno di Marzo, ci siamo fermati. Tutti.

Per due mesi, nei nostri cieli sono tornate le stelle. per due mesi ci siamo ricordati del colore che dovrebbe avere il cielo, in condizioni normali.

Veicoli elettrici quindi.

Naturalmente, ci sono cose da considerare.

Risolti o in via di risoluzione i problemi di capacità delle batterie, velocità di ricarica, tecnologia, costi di realizzazione, i veicoli elettrici, intrinsecamente più affidabili, duraturi, semplici ed economici da realizzare, hanno comunque anch’essi un impatto ambientale, per la loro realizzazione e per il trattamento dei materiali a fine vita.

Un altro aspetto, frequentemente trattato, relativo alle modalità di produzione dell’energia elettrica necessaria per ricaricarli trova sempre meno motivo di essere, via via che la produzione di energia avviene da fonti sempre meno inquinanti e, in prospettiva, interamente da fonti rinnovabili.

Anche il recupero delle batterie a fine vita ( non già lo smaltimento come troppo spesso si legge) è un processo già messo a punto da vari consorzi, anche in Italia e costituisce non tanto un problema quanto una opportunità di lavoro e di ritorni economici, tanto più in un paese che, attualmente acquista la quasi totalità delle batterie al litio all’estero.

Ma il passaggio ai veicoli elettrici senza un cambio, importante, nella mentalità delle persone non basta.

I nostri veicoli attuali ed anche gli attuali veicoli elettrici soffrono di bulimia. Non è concepibile spostare due tonnellate di veicolo per trasferire 80 kg di essere umano.

Le tecnologie attuali ci permetterebbero di realizzare veicoli sicuri e leggeri. Se non lo facciamo è perché ci siamo abituati a decine di servomeccanismi ed altre ipercomodità che pesano kg e, nel complesso quintali.

Quintali risparmiabili che pesano sul pianeta. Una soluzione esiste ed alcuni paesi l’hanno già adottata: una imposta al KG per i veicoli privati non commerciali ( i veicoli commerciali continuano ad essere piuttosto spartani). Questa imposta proporzionale al peso andrebbe possibilmente modulata per i veicoli meno inquinanti, ma comunque essere presente. Anche i veicoli elettrici, infatti soffrono di obesità e pesano come corazzate, complice il peso delle batterie.

L’incentivo a scegliere versioni più leggere con motori più piccoli, meno cianfrusaglie, tra l’altro prone alla rottura e quasi sempre di obbligatoria sostituzione, non essendo generalmente fatti per la riparazione, deve essere deciso, importante. 

Va dato un segnale chiaro che leggero è bello, leggero è giusto. 

A parte lo sviluppo crescente, del carsharing e car pooling, con lo sviluppo dei sistemi di guida autonoma si dovrebbe riprendere in considerazione i modulor, veicoli con moduli di trasporto personali autoassemblabili ed a guida autonoma, in grado di condurre ogni persona a destinazione, ma uniti insieme per le tratte a comune, per ridurre la congestione del traffico, a formare un unico veicolo da cui, all’occorrenza, si staccano. Avevo scritto per Legambiente, oltre dieci anni fa, un articolo sulla Terra nel 2108, che introduceva questo concetto.

Peraltro gli sviluppi rapidissimi della guida autonoma lo rendono già attuabile senza aspettare ancora 78 anni.

Ovviamente va convertito e riqualificato il trasporto pubblico. 

Anche perché un autobus non recente spesso inquina come cento auto, di fatto vanificando il teorico vantaggio ambientale del trasporto pubblico. 

La soluzione attualmente prediletta da molte amministrazioni è quella di nuove linee tramviarie moderne. Queste, se hanno grandi vantaggi in termini di persone trasportate all’ora, hanno l’inconveniente di essere tremendamente costose ed assorbono la quasi totalità delle risorse delle municipalizzate, non consentendo con le risorse disponibili di immaginare una conversione completa del parco veicoli circolante in termini ragionevoli. Esiste una soluzione intermedia all’acquisto di assai costosi bus elettrici ed è il cosiddetto retrofit elettrico. 

Il sottoscritto , insieme ad alcuni amici, ha fondato nell’ormai remoto 2007, una associazione che si proponeva sia di promuovere la riconversione elettrica dei veicoli esistenti, sia l’abbattimento degli ostacoli legali a queste conversioni. Grazie a due successivi decreti, scaturiti dalla nostra iniziativa ed altre simili nel tempo sviluppatesi, attualmente esiste un quadro normativo che consente queste conversioni. 

In breve: molti autobus che non possono più circolare a causa dei limiti stringenti attuali, potrebbero avere ancora una lunga vita utile, una volta convertiti in veicoli elettrici.

Un veicolo elettrico così convertito costa meno della metà di un veicolo elettrico nuovo e spesso perfino meno di un veicolo tradizionale con motore endotermico, consentendo, di fatto, con i risparmi conseguiti nell’operatività, circa 40.000-60.000 euro/anno complessivi,di convertire intere flotte senza extracosti rispetto alla situazione esistente, ben riassunta da questo documento, tra i tanti. 

Manca ancora la consapevolezza di questa possibilità da parte delle amministrazioni, senza contare che vi sarebbero fondi per una prima implementazione sperimentale di autobus urbani convertiti. In un paese dove non si producono autobus urbani elettrici sembra una opportunità da esplorare, senza contare, naturalmente, i consueti risvolti positivi in termini ambientali della mancata rottamazione di un veicolo che può ancora circolare.

Naturalmente, anzi: NATURALMENTE piste ciclabili, relativa segnaletica, incentivi all’uso della bicicletta, etc devono essere implementati in modo determinante e determinato. Facciamo troppo poco moto, tutti quanti.  La bicicletta ci fa risparmiare tempo, fa bene all’ambiente e fa bene anche a noi.

Pur tuttavia resta la questione del traffico privato. Per quanto ridotto, per quanto sostituito, per quanto contingentato, è una questione principale, che coinvolge praticamente ogni famiglia italiana. L’attuale politica di rottamazione forzata è totalmente sbagliata per diversi motivi. Il primo, ovvio è che non tutti possono permettersi un’auto nuova. Con il risultato che si puniscono proprio le fasce meno abbienti della popolazione, che sono spesso anche quelle che hanno più bisogno di spostarsi su percorsi non ben serviti per recarsi al lavoro. 

La seconda è che attualmente la quasi totalità dei veicoli nuovi sono veicoli endotermici, a benzina o Diesel.

Poiché i diesel hanno avuto e stanno avendo ( cfr il cosiddetto scandalo Dieselgate ed altri simili) discrete difficoltà a rispettare le normative Euro 6 e poiché i blocchi del traffico comportano fermi sempre più frequenti anche per veicoli ancora efficienti e funzionanti, come gli euro 3 e 4, pare opportuno rivalutare la conversione a Gpl e metano dei veicoli esistenti come decisamente conveniente per il sistema paese e per l’ambiente. Rispetto all’acquisto di veicoli nuovi, si ottengono quattro importanti vantaggi:

  1. riduzione delle emissioni inquinanti
  2. riduzione dei costi per l’utente
  3. mancata demolizione di veicoli efficienti e conseguenti vantaggi per l’ambiente, visto che un’auto nuova è ancora oggi fatta quasi interamente da materie prime “vergini” non di recupero e, solo per l’aspetto energetico, la sua produzione comporta un consumo di energia all’incirca pari a quella che il veicolo consumerà in 100.000 km)
  4. Creazione di posti di lavoro e know how nel nostro paese , in un momento dove i due terzi dei veicoli nuovi sono di produzione estera ed anche il costruttore unico nazionale ha sede fiscale all’estero).

A questi vantaggi “pratici” ne va aggiunto uno più sottile, di tipo psicologico: rendere “normale” il recupero, il riuso, il ripristino, rispetto alla compulsiva sostituzione del “vecchio”, anche se ancora valido, per un nuovo le cui qualità ed i cui vantaggi, rispetto al vecchio, sono spesso più di apparenza che di sostanza ( ultimamente le pubblicità delle auto vertono più sulle loro caratteristiche di connettività, una cosa che costa poche decine di euro, se la si vuole implementare in un veicolo più datato,  che su quelle di consumo, emissioni etc).

La conversione dei veicoli a benzina è ben nota ed attuata, purtroppo su scala minoritaria, da decenni, con le aziende italiane che sono leader mondiali del settore. 

Molto meno conosciuta è la possibilità delle conversione dei diesel, anche se qui avremmo il maggiore beneficio, visto i milioni di veicoli diesel euro 3 e 4 prossimi alla rottamazione.

Non da moltissimi anni il nostro codice della strada ammette le auto con alimentazione dual fuel, ovvero che utilizzano CONTEMPORANEAMENTE due diversi carburanti.

Grazie a queste nuove norme esiste la possibilità di convertire un’auto diesel in auto ad alimentazione mista, gasolio/metano o gasolio/gpl. Nell’uso normale i due carburanti vengono utilizzati insieme. Grazie alla minore quantità di gasolio ed alla combustione più pulita del metano e del gpl, gli inquinanti emessi, pm10, CO2, CO, NOx, specie per i veicoli dotati di common rail e centraline evolute, precipitano drasticamente, di fatto trasformando, in termini di emissioni, un euro 3 in un euro5. Anche il consumo complessivo diminuisce leggermente. Il risparmio in termini monetari è di circa il 25%, così consentendo il recupero dei costi di installazione in circa 40-50.000 km, senza incentivi.L’installazione costa leggermente di più di quella tradizionale perché si devono aggiungere sensori che sulle auto diesel non sono presenti. Il motore, grazie alla differente combustione , dura di più ed è soggetto a minori inconvenienti ( qualcuno ha mai sentito parlare del debimetro, è un sensore che è soggetto a frequenti e costosi malfunzionamenti sui veicoli diesel) E’ evidente che incentivi anche consistenti, ad esempio tramite sgravi fiscali del 50 o 65% piuttosto che cifre fisse verrebbero immediatamente recuperati dallo Stato, dato che l’acquisto di veicoli nuovi prodotti all’estero è, per ogni veicolo, un danno misurabile di gran lunga superiore. 

Tutto questo, naturalmente, senza contare i posti di lavoro creati, diffusi sul territorio, la possibilità di vendere sistemi all’estero, la filiera che si crea etc etc.

Il futuro della mobilità è elettrico.

Il presente, lo vediamo bene, no. 

Siamo ancora lontani dal raggiungere il 5% di veicoli elettrici sul totale delle immatricolazioni del nuovo. Anche se i numeri stanno crescendo, ci vorranno ancora almeno dieci quindici anni, prima che i veicoli elettrici siano la maggioranza degli acquisti di veicoli nuovi. 

Noi vogliamo migliorare il presente e preparare il futuro, senza fare più danni del necessario. In questo senso è una buona idea risparmiare la produzione di milioni di inutili auto nuove non elettriche.

Ovviamente anzi: OVVIAMENTE resta la possibilità di conversione elettrica anche dei veicoli privati. una cosa, però, che può avere una convenienza economica solo in particolari casi di nicchia.

Ad esempio il mitico cinquino…..

Altrettanto ovviamente esistono altre categorie di mezzi minori, Scooters, ciclomotori, quadricicli leggeri e pesanti etc etc che possono essere convertiti, qualche volta andando a coprire esigenze altrimenti non facilmente soddisfabili.

Dovrebbe preso uscire un decreto attuativo che lo renderà possibile, al quale abbiamo collaborato direttamente.

La democrazia diretta esiste. Basta volerlo!

(continua)

Il pane, in casa, a modo nostro

il pane descritto nel post

Non è certo una novità. Non è certo qualcosa di eccezionale. Però il pane, fatto in casa, a partire da farina acqua e lievito, quando riesce bene è una grande soddisfazione. psicologica, tattile, olfattiva, gustativa, visiva e pure uditiva ( gli scrocchi del pane fresco,  la crosta croccante…sapete di cosa parlo).

In tempo di lockdown, potreste avere voglia di cimentarvi anche voi. MOLTO meglio di una lunga coda dal panettiere. Più sicuro. Più divertente. Perfino più economico, a ben considerare. Sicuramente più resiliente, In tempi di crisi il pane fresco non è una certezza. In quel caso si deve imparare a fare e conservare la pasta madre..ma di questo parleremo un’altra volta.

Vi sono un milione di ricette per fare il pane. Un milione di pani possibili. Un milione di farine. Un milione di levitazioni…

Ma questa è la ricetta per il NOSTRO PANE.

A noi garba così.

A noi piacciono le farine “rustiche”, il nostro pane è fatto con quelle. In queste settimane comincia a scarseggiare la farina migliore e ci si deve accontentare di una farina zero, in mix con una farina tipo Verna macinata grado 2 ( una semintegrale macinata grossina). tenete conto che viene anche con tutta farina zero. anzi: lieviterà ancora di più . Ma vi perderete qualcosa, in termini di esperienza.

Ecco, di seguito la ricetta. La chiave di volta: lievitazione LENTA. La chiave nr. 2: Le pieghe. Hanno lo stesso scopo: simpatici buchetti e mollica areata, morbida fragrante…una buona levitazione finale!

ingredienti PER QUEL PANE: farina: 500 grami divisi così:  tipo 2 Verna: 300 grammi. farina zero: 200. Si può fare tutto con farina 2 o integrale, l’abbiamo fatto così perché stiamo finendo la tipo 2. lievito di birra fresco 6 grammi ( avevo sbagliato) max 10. sale, se si vuole.

Noi siamo toscani. Non assolutisti, un poco ne mettiamo. Acqua: 420 grammi circa. E’ un impasto piuttosto liquido.

Un terzo di cucchiaino di zucchero, se si vuole, per velocizzare ed avviare la lievitazione.

Al contrario del solito, si mette l’acqua con il lievito di birra sbriciolato e disciolto e si aggiunge la farina pian piano rigirando.

Si copre con una pellicola e si lascia 15 minuti fuori dal frigo. poi con un mestolo si rigira e si lascia li, ricoprendo,;si ripete per tre volte. Poi si mette in frigo sempre coperto dalla pellicola e se ne riparla la mattina dopo sul tardi, se siamo partiti nel pomeriggio.

La mattina dopo l’impasto deve avere almeno raddoppiato o triplicato il volume, con tante bolle.

Si stende sulla spianatoia dopo averci messo un poco di farina, si forma un rettangolo CON LE MANI, senza stressare troppo la pasta e si fanno le pieghe di rinforzo: cioè piegare in tre su un lato, come se fosse un asciugamano direzione nord sud. girarlo a pancia in su e piegarlo sempre in tre, direzione est ovest. Rigirare di nuovo a pancia sotto. Ripetere da capo le pieghe.

E’ un poco oscuro, riconosco: ecco cosa intendo:

 

Tenete conto che è la fase più importante per fare lievitare come dio comanda il tutto. Poi su un asciugamano con tanta farina per non fare attaccare ( è un impasto piuttosto umido, ripeto). lasciare lievitare fuori dal forno un’ora e mezzo.

Trovare una teglia, a sponde alte. meglio se con coperchio e metterla a scaldare in forno a 230 gradi. Quando forno e teglia sono caldi, infornare. 30 minuti a 230 gradi. 30 minuti a 220.  Ventilato.

PRONTO!

Il pane, BUONO, ha qualcosa di atavico. Si basa su poche cose, che devono essere BUONE. Buona farina, buon lievito, acqua non troppo dura. manipolare l’impasto in un certo modo. Ricordiamoci che, fino a che no nentra in forno, abbiamo a che vedere con qualcosa di vivente, uno strano e peculiare ecosistema. La perfezione non esiste. Ma arrivare a qualcosa di soddisfacente è possibile. Provateci!

E raccontateci, se avrete voglia, come è andata.

il pane, tagliato

 

 

Nei secoli fedele ( reloaded)

 

nei secoli fedele

Più di dieci anni fa scrissi un post che esprimeva un concetto su cui avevo riflettuto, a quei tempi in sparuta quanto qualificata compagnia:

Era tecnicamente ed economicamente possibile ed anzi sarebbe stato doveroso, prolungare via via la garanzia europea sui prodotti, portandola, in prospettiva, a durare a vita, ovvero, quanto il prodotto stesso.

Ovviamente, dovendo garantire un prodotto per tanto tempo, i produttori avrebbero dovuto rinunciare al concetto di obsolescenza programmata e puntare semplicemente alla massima affidabilità possibile.

In questo modo si sarebbe fatto un gran bene all’ambiente, ovviamente, ma si sarebbe data anche una bella mano alla competitività dei prodotti europei contro quelli di bassa qualità in arrivo dall’estremo oriente. Alla peggio, si sarebbe dato una mano all’occupazione creando una filiera della riparazione. In pratica si sarebbero resi meno competitivi i prodotti fatti a buon mercato dall’altra parte dell’oceano , perché questi prodotti avrebbero dovuti o essere fatti meglio, MOLTO meglio di quelli nostrani, a causa dei problemi logistici di approvvigionamento dei pezzi di ricambi. In ogni caso, sarebbe stato un passo importante verso il raggiungimento di una economia circolare, un passo ineludibile verso la sostenibilità.

Sono passati dieci anni e ci sono state diverse iniziative legislative.

Ad esempio sono stati depositati diversi disegni di legge durante la scorsa legislatura ( ed anche qualcuna di quelle precedenti). OVVIAMENTE giacciono, più o meno, dimenticati.

In Francia, addirittura, si è arrivati ad istituire una nuova fattispecie di reato penale

La verità è che questo genere di iniziative può avvenire solo in sede CEE perché solo li è possibile coordinare i vari paesi e rendere, in pratica fattibile un percorso verso l’allungamento della durata della vita dei prodotti.

Sono stato felice che Dario, un parlamentare europeo e caro amico, abbia portato e con successo , questo tema sui tavoli dove si decide il futuro dei cittadini dell’Unione.

Se riuscirà nella sua battaglia, sarà un bene per tutti ed a quelli come il sottoscritto, resterà la soddisfazione di aver acceso la miccia, di aver lanciato il sasso, insomma, di aver ispirato l’inizio di un cambiamento benefico della nostra società ( oltre che del nostro modo di pensare).

Benché non sia stata la prima volta che ne scrivevo, avendo espresso e teorizzato la cosa per diversi anni su vari forum negli anni precedenti, ecco il mio post su Crisis, di dieci anni fa. Non ha perso niente della sua attualità, mi pare, anche se forse qualche link non funzionerà più, dopo tanto tempo.

Potrete comunque verificare da soli, con una ricerca su internet,  che già QUI ED ORA ( come del resto già dieci anni fa) esistono centinaia di prodotti garantiti a vita.

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18 Febbraio 2008

Nei secoli fedele

Debora, un paio di giorni fa, ha stigmatizzato una pubblicità che considerava deleteria una durata media di 13 anni per una lavatrice e spingeva a comprarne una nuova ( la loro, ovviamente) perchè…sexy.

Ha assolutamente ragione.

Una delle prime cose che DOBBIAMO cambiare è questa perniciosa forma di consumismo che ci spinge a cambiare cose che vanno ancora benissimo.

Non è sempre andata cosi: Il cassettone del nonno, la madia, la vecchia bicicletta del babbo, sono tutte cose che duravano alle volte piu del loro proprietario e venivano tramandate a figli e nipoti.

Una cosa su cui non si riflette abbastanza è che si possono realizzare elettrodomestici, telefonini, mobili e complementi di arredo che durino (quasi) per sempre e che siano garantiti a vita.

Si potrebbero fare, costerebbero probabilmente il doppio o forse il triplo degli analoghi prodotti usa e getta da cui siamo sommersi e ci permetterebbero di risparmiare una quantità incredibile di energia e materie prime.

Inutile dire il cambiamento EPOCALE negli usi e costumi, che libererebbe finalmente le persone dall’acquisto compulsivo e frenetico, che ci passano come una necessità assolutaper mantenere il benessere della nostra società.

In realtà non è vero che il famigerato prodotto interno lordo sarebbe danneggiato da prodotti che abbiano una garanzia “a vita” dato che la maggiore durata sarebbe compensata dal maggior costo.

Ovviamente questo permetterebbe di mantenere una quota di produzione di beni di consumo anche qui in Italia, dando una bella bottarella al globalismo e salvaguardando l’occupazione.

Il bello è che esistono già prodotti garantiti QUASI a vita.

Intanto i pannelli fotovoltaici garantiti di solito per 25 anni.

e poi altri prodotti di elettronica come dvd, schede audio o video, memorie allo stato solido etc.

Ma vi sono esempi piu’ curiosi ed interessanti:

Ad esempio stand espositivi,  mute da sub,  pentolevernici per autocapi di abbigliamento ed attrezzatura per alpinismopneumaticimarmitteantifurti , insegne luminosepavimenti in laminato e per finire, incredibile a dirlo, i nuovi modelli della Chrysler.

Intendiamoci una garanzia a vita non significa automaticamente una durata pluridecennale del prodotto garantito ma piuttosto una disponibilità di chi vende a farsi carico dei problemi di obsolescenza futuri.

In ogni caso, rispetto ai miseri due anni garantiti per legge, è certo un bel passo avanti, segno che qualcosa nella mentalità dei “consumatori” comincia a cambiare.

Per quanto possa valere, sono sicuro che molte persone sono stufe di cambiare lavatrice o frigorifero per uno piu’ SEXY e vorrebbero invece tenersi il piu’ a lungo possibile quelli che hanno, se funzionassero ancora bene ed economicamente.

C’e’ posto, ne sono sicuro, per una lavatrice, un frigorifero, una cucina, con garanzia cinquantennale e ho qualche ragionevole certezza che sarebbe possibile realizzarla.

Anche da qui passa la strada per la sostenibilità.

Nel frattempo se vogliamo una VERA garanzia a vita..beh esiste già e fortunatamente non si tratta di un elettrodomestico. Arf. Arf.

 

E se Alitalia diventasse una cooperativa?

 

tratto da: https://www.bastardidentro.it/immagini-e-vignette-divertenti/bando-alitalia-35026Notizia di ieri: il piccolo scandalo nato dall’uso forse improprio, forse solo improvvido di un terminal dell’Aeroporto e di un aereo da parte di due noti VIPS nostrani con contorno di polemiche politiche.

Qui su Crisis, ci interessa altro, ovviamente.

Più di dieci anni fa, uno dei primi articoli che scrissi per Crisis parlava di Alitalia. Dopo aver fatto un rapido riassunto della situazione snocciolai due o tre numeri che mi avevano colpito ( con i riferimenti necessari a verificarli, ovviamente). Due cose a quei tempi mi parvero clamorose:

  1. che NESSUNO avesse fatto caso al trascurabile errore commesso dall’AD in carica, che si era dimenticato di liquidare l’ultima rata del leasing di tre aerei da oltre 100 milioni di euro l’uno, così cedendoli, di fatto, alla compagnia di Leasing stessa.
  2.  che l’Alitalia avesse, ai tempi, oltre 180 aerei. Ad un valore ( sul mercato dell’usato che ai tempi stimai in circa 9-10 miliardi), il vero patrimonio dell’azienda era negli aerei. Poi si aggiungeva un aeroporto e centinaia di piloti addestrati. Diciamo almeno una quindicina di miliardi complessivi, che Airfrance intendeva comprarsi ad un decimo del valore, con la scusa che la compagnia perdeva oltre un milione al giorno. Poi attivarono i famosi patrioti, usi a salvare aziende italiane, ovviamente con i soldi delle aziende salvate. Per l’elevato rischio di querela, non ne parlerò. Anche perché, ai tempi, molti scrissero che era un accordo PEGGIORATIVO rispetto a quanto offerto da Air France  e che propro tanto tanto patrioti non erano.

Comunque sia, vendendosi un aereo ogni tanto, c’era da campare e tirare avanti, anche perdendo 1 milione al giorno, per anni.

Infatti, al netto di tutta la fumisteria, così è andata. Liquidando i pezzi migliori, cedendo piloti, Hubs, immobili, rotte etc etc. OVVIAMENTE; al di la delle chiacchiere, senza nessun miglioramento nei conti, ne in percentuale ne in termini assoluti ( del resto con una flotta che diminuiva era difficile fare fatturati maggiori).

Oggi dopo dieci anni di gestione privatistica, Alitalia ha quasi CENTO (100) aerei meno.

Una flotta dimezzata.

Ed hai conti ugualmente in rosso.

Ad onor del vero sono quasi peggiorati. Ha infatti circa 200 milioni di perdite/anno ( oltretutto in miglioramento rispetto agli precedenti) rispetto ai circa 500 milioni/anno del 2008, annus horribilis.

Con una flotta doppia però, molti rami secchi da tagliare, un numero di dipendenti ridondante, una grossa zavorra debitoria, etc etc . Mi pare evidente che non andremo da nessuna parte. Così continuando, la cmpagnia, sempre perdendo soldi, continuerà ad evaporare, fino a vendere anche gli ultimi aerei. Poi andrà in liquidazione, magari anche questa volta dimenticandosi di pagare le ultime rate del leasing degli ultimi nuovissimi aerei, chissà. COn tanti auguri e saluti ai dimpendenti, competenze, personale qualificato etc etc.

Quel che proposi allora, era di tentare qualcosa di diverso, inusitato e mai tentato prima. Ovviamente SE teorizzato sarebbe stato subito bollato di irrealizzabile da parte di chi si guadagna il pane con ponderose analisi che sono costantemente a favore di figuri che, in ultima analisi e con costanza degna di miglior causa,  sostituiscono pessime gestioni privatistiche a pessime gestioni pubblicistiche.

Quindi, PROPRIO PER QUESTO, da tentare. Cedere la compagnia di bandiera ad una cooperativa dei dipendenti che si impegnasse a non cederla a terzi per almeno cinque anni, facendola restare italiana, continua a sembrarmi, con i dovuti approfondimenti, l’opzione migliore. Ovviamente ad un simbolico euro, con lo Stato azionista con il 49 ma con la golden share. Ovvero il diritto di veto.

QUANDO LA CURA E’ PEGGIORE DEL MALE, BISOGNA RIPENSARE ALLA CURA

Di seguito il post di dieci anni fa. Per i links, andatevi a leggervi l’originale.

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QUANDO LA CURA E’ PEGGIORE DEL MALE, BISOGNA RIPENSARE ALLA CURA

DI PIETRO CAMBI

Crisis

QUANDO LA CURA E’ PEGGIORE DEL MALE, BISOGNA RIPENSARE ALLA CURA

Innanzitutto: Noi, noi tutti italiani, siamo i proprietari di Alitalia, ricordiamocelo.

Qualcuno, da noi delegato, dopo aver sfasciato tutto per benino, in ordinata alternanza con qualcun altro, ora la vuole svendere.

In questi giorni vi hanno spiegato per benino quanto è messa male questa povera compagnia, quanto è stato amministrata in modo disgraziato, quanto i suoi dipendenti, pur avendo non poco contribuito allo sconquasso con le loro richieste sindacali sempre sistematicamente correlate con le feste e le vacanze, siano inguaiati etc etc.

Ma veniamo ai fatti.

Stiamo, tanto per cambiare a numeri semplici, comprensibili. Insomma ai classici conticini della lavandaia (da oggi di Via dell’Oche e non più di Borgunto).

La compagnia ha circa 1.26 miliardi di debiti e 300 milioni di disponibilità (dati di fine gennaio 2008).

Era a quota 1,08 miliardi circa un anno fa (con circa 630 milioni di euro ancora disponibili per l’ordinaria amministrazione).

Quindi, senza stare a sfrucugliare troppo, in un anno scarso sono stati bruciati quasi 500 milioni di euro.

Si capisce che non vi sia la fila per acquisire un otre bucato come questo.

Ma l’offerta di Air France, è un dato di fatto, è addirittura imbarazzante: 138 milioni di euro e poi circa 700-800 milioni di euro da ottenere con un aumento di capitale e poi altrettanti garantiti dallo Stato (cioè sarà lo Stato italiano, ovvero noi, che risponderà in caso di problemi nella restituzione) e per finire alcune migliaia di esuberi (tra i quali alcune centinaia di piloti, che costano, sono costati (a noi “azionisti” di Alitalia) milioni di euro per la formazione e che finiranno sul mercato).

Ma quanto vale l’Alitalia?

Un centosessantesimo della Airfrance?

Quante sono le proprietà della compagnia, quanto valgono?

Vorrei trascurare, per il momento, il pur enorme valore di Malpensa e relativi enormi immobili e terreni (realizzati con i NOSTRI SOLDI ricordiamocelo).

Vorrei tralasciare le rotte aeree e gli altri diritti di traffico (roba da esperti).

Rimaniamo al patrimonio base. L’Alitalia ha, anzi direi aveva, 185 aerei .

Dico aveva perché, nel marasma di questi ultimi giorni, non sono stati buoni a pagare la quota di riscatto alla fine del leasing per tre aerei.

Tre boeing 767 , pagati interamente, CON I NOSTRI SOLDI, e regalati alle compagnie di leasing. Persi. Regalati, ripeto, in quanto pagati fino all’ultima rata.

Ma quanto costa un Boeing 767 usato …ma tenuto bene? (L’Alitalia fa tutta la manutenzione che deve quando deve e come deve, anzi spende anche troppo).

Se ve lo eravate mai chiesto ecco qui: almeno 44 milioni di euro per un 767 quasi decrepito di 15 anni di età.

Gli aerei, ben piu’ giovani, dell Alitalia valevano almeno qualcosa di piu’.

Mettiamo un 1% in più, tanto per dire.

Farebbero 48 milioni ad aereo.

Ovvero 144 milioni di euro, buttati via cosi, per distrazione, incapacità di trovare un filo di cash.

Ovvero qualcosa di più di quanto mette sul piatto Airfrance.

E gli altri 182 aerei? Valgono nulla?

Anche i nuovissimi 10 B 777  (non hanno due anni) del costo unitario di oltre 240 milioni di euro?

Per quanto mi riguarda mi par semplice.

CHIUNQUE DI NOI può comprare l’Alitalia: gli basta vendere un po’ di aerei appena comprata la compagnia, chiedere un finanziamento, GARANTITO DALLO STATO (se io non pago pagate voialtri popolo bue)e vedere di ramazzare qualche altro milione  via aumento di capitale. I piloti possono essere messi fuori anche, semplicemente, passandoli “in leasing” ad altre compagnie (la loro formazione, come detto, costa milioni di euro e richiede anche decenni, per i piloti di Jumbo et similia)

A spannometro, anche solo vendendo a prezzi di mercato gli aerei più decrepiti della flotta e mettendo via via in congedo i piloti e il personale per raggiunti limiti di età, anche senza migliorare i disastrati conti della società, si potrebbero coprire i buchi per i prossimi venti anni.

Forse finirà prima il petrolio.

Più o meno quello che ho accennato è quello che farebbe il liquidatore in caso di fallimento: venderebbe per fare liquidità e ripianare i conti. A me pare una soluzione migliore e di gran lunga di quanto è stato finora messo sul piatto. Provocherebbe sconquassi minori, non comporterebbe licenziamenti immediati, non metterebbe, per l’ennesima volta, la mano in tasca a noi proprietari.

Potrebbe anche succedere, chissà, magari, che il personale si metta una mano in tasca, 12.000 euro a testa basterebbero, E SI COMPRI LA PROPRIA COMPAGNIA DIVENTANDO IL DATORE DI LAVORO DI SE STESSO.

Scommettiamo che i conti comincerebbero a tornare di nuovo?

Qualcuno che lo dicesse, oltre a noialtri grulli?

 

 

 

Pietro Cambi

https://comedonchisciotte.org/i-conti-della-lavandaia-e-lalitalia/

Link originale:

http://crisis.blogosfere.it/2008/03/i-conti-della-lavandaia-e-lalitalia-w-il-liquidatore.html

1.04.08

La Cittadinanza, a reddito.

Come avrete visto, ho evitato, con cura e come la peste, di infilarmi nel BLABLABLA precedente e successivo alle elezioni di quasi due settimane fa. L’ho fatto a ragion veduta, perché nei bailamme sarebbe stato impossibile dire qualcosa di appena un poco sensato. Abbassato il polverone, in attesa di capire SE nascerà un pateracchio con il Pd, uno con la Lega o si deciderà per il seppoku alla scala di paese, ovvero per tornare alle elezioni, Una cosa che avvantaggia i partiti tradizionali e forse il M5S, e sfavorisce la Lega.

Nell’ambito dei punti del programma M5S sui quali, all’improvviso, sono tutti molto o parecchio d’accordo, si parla, non poco, del reddito di cittadinanza.

Se ne parla in termini di costo ( ci costa troppo/ci costa poco/recupereremo i soldi qui&li, la lotta all’evasione etc etc etc) e se ne parla in termini di giustizia sociale. Se ne parla per confronto, se ne parla per metodo, se ne parla per approccio ideologico…bla&bla.

Non se ne parla, secondo me, nel modo più importante. Ovvero come recupero di senso di cittadinanza, di comunità, come rinnovato patto sociale, come necessario primo passo nella direzione, praticamente obbligata, di uno scollegamento tra reddito (di base, almeno) e produttività. Ripeto, per i duri di comprendonio/distratti: scollegamento tra reddito e produttività.

Una cosa ovviamente aborrita dagli economisti anzi: da TUTTE le scuole di economia non Socialiste , perché implica il collasso di alcuni fondamentali postulati tra i quali il prevalente è che il lavoro è una merce, con un suo valore di mercato, come le altre e che alterare il valore di questa merce crea disastri.  esemplifiachiamo le due posizioni tipiche: dare un reddito permanente alza l’asticella per i redditi da lavoro, perché ovviamente è più comodo accontentarsi che cercare lavoro. Stracciamento delle vesti da parte dei confindustriali.

Eh, no: il reddito fisso spinge a cercare ed accettare anche lavori sottopagati, perché il reddito fisso sussidia le paghe da fame, vedasi minijob tedeschi. Stracciamento delle vesti degli economisti di sinistra. ( è tutto un coNplotto della ca$$ta).

Benché queste idee siano state fortemente opinabili da sempre ( il buon Keynes a cui devono proprio fischiare tanto le orecchie in questi giorni lo sosteneva già oltre ottanta anni fa) lo sono certamente oggi, al raggiungimento dei limiti naturali del pianeta ed all’approssimarsi della crisi del debito, sovrano e sistemico.

Il lavoro è una merce abbondante e lo è sempre di più ed in tutto il mondo, perché l’aumento della produttività copre l’aumento della domanda ( quando c’e’, visto che in Europa e negli Stati Uniti, questo aumento è completamente finanziato dal debito, pubblico e privato).

D’altronde ogni singolo giorno circa altri 200.000 esseri umani si preparano ad entrare nel mondo del lavoro, QUINDI, benché la crescita esplosiva del PIL cinese indiano e delle altre “tigri” asiatiche abbia permesso anche una crescita dei salari, in sostanza il lavoro è sempre più sottopagato, precarizzato, marginalizzato etc etc.

Aver tolto i limiti alle ore lavorate, agli orari, agli stipendi minimi non ha, in effetti reso il nostro paese più competitivo, per il banal fatto, sempre qui sostenuto, che si è reso conveniente non investire in produttività , essendo appunto il lavoro una merce abbondante ed a buon mercato. Il risultato è che le aziende italiane sono poco produttive, poco competitive ( siamo tra i paesi che investono meno in innovazione) poco innovative e sono state svendute o smembrate, riducendo ancora la loro forza. Di fronte a scenari in cui la competitività delle aziende di famiglia era sempre minore e non perché il lavoro fosse una zavorra così impossibile ma perché l’innovazione e l’investimento in quella direzione si erano o fermati i fortemente rallentati, ha fatto tirare i remi in barca agli imprenditori.

Del resto era più remunerativo investire nel settore finanziario e/o immobiliare che in quello produttivo.In pratica si è smantellato sia lo stato sociale che il sistema industriale, senza particolari benefici, se non per una ristrettissima percentuale della popolazione che ha preferito mettere a reddito finanziario i capitali così raccolti, piuttosto che reinvestire.

E’ anche vero che, in alcuni paesi, il reddito di cittadinanza ha creato ulteriori mostri, noti come “minijobs” che hanno generato ancora più precariato, ancora più svalutazione del lavoro, purtuttavia gli errori fatti da altri possono essere utili per evitare di ripeterli.

Qui preme ricordare un paio di cose, spiegate dal summenzinato Keynes oltre 80 anni fa:

  1. Chi è indigente, tende, come è noto, a non avere risparmi. Spende tutto o quasi il denaro che guadagna o che gli viene elargito.
  2.  questo denaro viene quindi immediatamente messo in circolo, non prima di una cospicua sfoltita fiscale ( il 22% di iva e il 27% di irpef di chi vende le merci acquistate). A sua volta questo denaro serve per pagare stipendi e spese correnti, mentre una parte non grande viene messo a reddito sotto forma di investimenti finanziari immobiliari o strutturali. Il gioco quindi ricomincia, perchè anche i soldi guadagnati da dipendneti, datori di lavori etc etc verranno spesi e si recupereà l’IVA e le imposte e, alla fine, lo Stato riceve sostanzialmente un aumento netto delle imposte, grazie al PIL che cresce. Con questo coprirà i costi del reddito di cittadinanza.  E’ il famoso moltiplicatore del reddito che non è solo una fissazione Keynesiana ma che è stato recentemente funzionare, anche e sopratutto in modo inverso: tassando a sangue un paese si ha un CROLLO e non una crescita degli introiti fiscali, per esattamente gli stessi motivi. Quindi:
  3. La domanda. chi paga? E’mal posta, perché si paga da solo, con le maggiori entrate derivanti da una economia nazionale a cui finiscono buona parte dei contributi così stanziati. Ovviamente sarebbe opportuno che l(ex) indigente di cui sopra NON vada a fare la spesa presso la grande distribuzione, che , avendo sedi fiscali in altri paesi, NON ridistribuisce il reddito o ne distribuisce solo una parte, sostanzialmente l’IVA. Questo non può essere impedito per legge ma si potrebbe, ad esempio, svolgere una campagna serrata a favore della filiera corta, della distribuzione porta a porta, dei gruppi di acquisto, insomma di tutte quelle pratiche che permettano di lasciare sul territorio la maggior parte possibile di quei contributi.
  4. Se la vedete così quindi, quel che viene fatto non è garantire un reddito di cittadinanza. E’ mettere a REDDITO cittadini che attualmente sono solo un costo, per il sistema. Si deprimono, si ammalano, pesano sul sistema sanitario. Pesano sulla rete familiare, riducendo il tenore di vita anche dei loro cari, che consumano meno ( le attese per il futuro sono una componente fondamentale di ogni decisione economica) etc etc etc. Questi cittadini, liberati dall’obbligo del lavoro sono contemporaneamente a disposizione per coprire esigenze di breve termine ma impellenti per gli enti locali che, tipicamente, non hanno disponibilità di cassa ne tempi ne modo di assumere personale. Tra parentesi una volta raggiunto il successo grazie a questo primo step, il redditto di cittadinanza andrebbe esteso a TUTTE le categorie di cittadini, salvo quelle chiaramente non indigenti. Per evitare, giustappunto, il sudetto fenomeno dei minijobs.
  5. Direte voi: creeremo parassiti che non lavoreranno bla bla bla. Può essere ma proprio l’esperienza degli altri, ci dimostra che in realtà non è così. SI crea un plafond per gli stipendi, perché sotto una certa soglia non c’e’ incentivo a lavorare e QUINDI si stimola ad aumentare la produttività delle imprese.     E’ anche bene chiarire che in realtà quello del costo del lavoro è un argomento gonfiato ad arte da un sistema , quello delle imprese che vuole scaricare su altri le proprie responsabilità per la scarsa competitività. Il costo del lavoro è attualmente una componete infima del costo di un QUALUNQUE prodotto industriale si va, in breve dal 5 al 15% del prezzo di mercato del prodotto finito. Capite bene che quindi anche avere degli schiavi, pagati solo con vitto ed alloggio, non restituirebbe che un attimo di respiro alle aziende nazionali.
  6. Proprio in questo senso, un reddito di base metterebbe un freno alla cd “fuga dei cervelli” ovvero ai tantissimi brillanti laureati italiani, cittadini in cui la Comunità nazionale ha investito tempo e risorse preziosi che sono obbligati ad emigrare per trovare un minimo di reddito dopo laurea e specializzazione. Se a questo reddito si sommasse, infatti le modeste borse post doc che ancora vengono erogate, sarebbe possibile garantire una alternativa dignitosa alla fuga all’estero.
  7. Ecco quindi spiegato il titolo del post: Il reddito di cittadinanza mette a reddito la cittadinanza, crea utilità per il sistema paese laddove ci sarebbe solo dispersione di risorse (materiali ed umane. Gli essere umani, quando si parla di lavoro sono chiamati così: risorse, ed in fondo è giusto, costituiscono davvero una risorsa per il sistema produttivo)

Ma questo è il meno. A me pare importante che, per la prima volta, grazie al reddito di cittadinanza, che disaccoppia lavoro e retribuzione, si possa parlare di una transizione necessaria dove l’attuale sistema economico sarà soltanto un ricordo. Dove il successo o l’insuccesso personale e di sistema non verrà misurato solo con la quantità di denaro accumulata. Dove, quindi il reddito non dipenderà dal lavoro.

Una utopia, certo.  ma una utopia necessaria, perché il Pil mondiale, per raggiungimento dei limiti planetari, non può più crescere infinitamente, i redditi attuali mondiali non sono in grado di pagare il crescente peso del debito e quindi, va disaccoppiata l’economia dal denaro, per evitare che l’inevitabile collasso finanziario si trascini dietro anche il resto dell’economia reale.

Se ci pensate bene la vera utopia, purtroppo nefasta, è quella prevalente, che crede che si possa continuare con questo sistema e questi paradigmi, indefinitamente, limitandoci ad una aggiustatina ai metodi di produzione dell’energia….

C’era vita su Marte e non solo il Sabato sera…

mars gullies mistery resolved
mars gullies mistery resolved

È strano, ma questa storia, mentre scrivo, NON è ancora uscita, pur essendo indubbiamente una storia interessante,anzi, rivoluzionaria.

Non è stata ancora indetta nessuna conferenza stampa dalla Nasa, non è stato ancora pubblicato nessun articolo da un prestigioso e credibile centro di ricerca di rilevanza mondiale.

Eppure, è una storia plausibile. Anzi, se avrete la pazienza di seguirmi in quello che si annuncia un post MOLTO lungo, è forse la storia PIÙ plausibile che si possa attualmente scrivere sul pianeta rosso.

Per mia fortuna, un blogger non ha gli stessi obblighi di un serio ricercatore di un  centro di ricerca internazionale. Il che non lo esime, naturalmente, dallo scrivere storie plausibili, fondate su fatti assodati o almeno su evidenze solide. Prendetela, quindi, come una storia curiosa, che voglio condividere con voi, una storia curiosa quanto affascinante, che resisterà o meno alla prova dei fatti ( ulteriori) che emergeranno nelle settimane,mesi, anni, prossimi.

Cominciamo, come si dice, dall’inizio.

Quando Mariner 9, nel 1971, entrò in orbita intorno a Marte e fotografò oltre l’85% della superficie, fu chiaro che Marte, in un’epoca remota ( lo dimostravano i numerosi crateri sovrapposti) aveva attraversato una o più fasi in cui l’acqua liquida era stata presente. Letti di fiumi disseccati, delta fossili, crateri parzialmente riempiti di sedimenti: le prove erano numerose ed inconfutabili.

una foto di mariner 9

Le missioni dei 40 anni successivi hanno ampiamente dimostrato che non solo l’acqua era stata presente sul pianeta nel passato ma lo era stato per periodi lunghi, centinaia di migliaia di anni per volta, o addirittura milioni.

Restava da capire come era stato possibile che su un piccolo pianeta, molto più lontano dal sole della Terra, in un remoto passato in cui il Sole era più debole di oggi del 20-30%, si fossero verificate le condizioni ambientali perché  vi fosse acqua allo stato liquido per lunghi periodi. La prima e più semplice risposta, per molto tempo, è stata quella di un poderoso effetto serra.

Vediamo la situazione attuale: La pressione media su Marte è circa un cento sessantesimo di quella terrestre ed è alquanto variabile con la stagione ed anche su cicli molto più lunghi ( Marte, non avendo una grande Luna come la Terra, ha moti di precessione sostanzialmente caotici e molto più ampi di quelli terrestri). L’atmosfera di Marte è composta quasi interamente di CO2, con minime percentuali di gas nobili ed azoto.

Da circa dieci anni si è potuto riscontrare anche una presenza saltuaria quanto minima di Metano, in concentrazioni di qualche parte per miliardo. Ancora non siamo in grado di dire se questa presenza attuale sia di origine geologica ( alterazione di rocce basaltiche) o biologica. Solo una analisi isotopica ( la vita predilige gli isotopi “leggeri” per motivi di maggiore efficienza nelle reazioni) ci darà una risposta certa e definitiva.

Anche se sembra poca cosa, in realtà su Marte vi è molta più CO2 che sulla Terra: la pressione parziale di CO2, su Marte, è circa 15 volte quella terrestre e, una volta considerate le diverse dimensioni dei pianeti e la diversa gravità, si può valutare che vi sia circa dieci volte più CO2 che nella nostra atmosfera.

Anche se si tiene conto dell’influenza della CO2 nell’effetto serra terrestre, dal 30 al 60% del totale, a seconda che vi siano o meno nuvole (il vapor acqueo contribuisce all’effetto serra in maniera sensibile), in realtà su Marte è presente comunque un effetto serra più sensibile che sulla Terra.

Tutto questo premesso, la temperatura media attuale su Marte è stimata intorno a 45 gradi sotto zero, con una T massima registrata al suolo di +35 gradi e minime di oltre 170 gradi sotto zero . Anche qualora si raggiungano temperature sopra zero, l’acqua liquida non può esistere, se non per brevissimi periodi, perché, data la bassa pressione, tenderebbe a bollire ed evaporare rapidamente.

Le uniche fasi stabili dell’acqua su Marte, sono quindi quella gassosa e quella solida, il ghiaccio, che è presente sia ai poli, per spessori di alcuni km, che in molte altre aree del pianeta, spesso coperto da uno strato di polvere e sedimenti. Come detto, infatti, l’asse di rotazione di Marte, a causa delle perturbazioni di Giove ( assai più vicino rispetto alla Terra) subisce nel tempo oscillazioni imponenti, decine di volte maggiori di quelle terrestri e quindi i poli hanno occupato, nel tempo, anche aree attualmente poste alle medie latitudini.

E le tracce, certe, di acqua liquida, per periodi non brevi, allora?

Evidentemente, deve essere stato presente un effetto serra imponente, sufficiente a portare la temperatura media, per lunghi periodi, sopra quella di congelamento dell’acqua.

Per decenni questo effetto serra è stato attribuito ad una atmosfera di CO2 molto più spessa di quella attuale.

In tempi recenti, anche a causa della scoperta, come abbiamo visto, di metano, sia pure in tracce infinitesime, questa convinzione ha cominciato a scontrarsi prima con verifiche e simulazioni realizzate con modelli numerici e, in ultimo, con i dati sperimentali delle sonde che orbitano il pianeta e, più recentemente, dei robot sulla superficie.

In primo luogo, numerosi studi e simulazioni, fra i quali citerò questo, hanno dimostrato che, qualora si cerchi di raggiungere condizioni climatiche sufficienti al mantenimento di acqua liquida al suolo, anche pressioni elevatissime di CO2, fino a 5-10 bar ( corrispondenti ad una atmosfera circa trenta volte più densa di quella terrestre attuale) non sarebbero in grado di aumentare a sufficienza la temperatura, perché la CO2 condenserebbe come ghiaccio secco prima che il pianeta si riscaldi abbastanza.

Del resto, non si capisce dove sia finita tutta questa CO2.

La CO2 presente attualmente su Marte, sotto forma di ghiaccio secco, anche se potesse essere fatta tutta sublimare, come viene proposto negli scenari di “terraforming”porterebbe la pressione a 0.4-0.6 Bar, insufficiente per garantire la presenza dell’acqua allo stato liquido, data l’insolazione attuale.

Le cose, miliardi di anni fa, andavano ancora peggio.

Il giovane Sole di 4 miliardi di anni fa, era circa il 30% più debole, tanto che anche la Terra, nonostante una atmosfera MOLTO più ricca di CO2 di quella attuale, ha attraversato diverse fasi glaciali estreme forse fino ad essere ricoperta interamente da ghiacci.

La Terra a palla di neve

Date le prove CERTE della presenza di acqua liquida sulla Terra in quel periodo, si è dovuto, anche per il nostro pianeta, postulare una atmosfera assai diversa da quella attuale, in modo da superare il cd. “paradosso del sole debole”.

A queste osservazioni si è cercato di rispondere, postulando la presenza di carbonati di calcio come “trappole geologiche” per la CO2 mancante, in analogia con quanto successo sulla Terra ( se l’anidride carbonica emessa dai vulcani terrestri non fosse stata “sequestrata” sotto forma di carbonati, poi sepolti, ora avremmo una atmosfera decine di volte più densa dell’attuale, più spessa di quella di Venere e un effetto serra sufficiente a far rimpiangere le brezze primaverili del pianeta gemello).

Il problema è che, grazie alle capacità dell’ultima generazione di sonde, è possibile riconoscere, con affidabilità e risoluzione ottime, la natura delle rocce presenti sulla superficie di Marte, tanto che i siti per l'”ammartaggio” dei robot Opportunity e Spirit sono stati scelti anche per le caratteristiche geologiche dei siti, come risultavano dall’orbita.

Dettaglio di una mappa geologica di marte, USGS

Nonostante queste capacità, di carbonati, sulla superficie di Marte, non ne sono stati rilevati, se non in piccole percentuali e in zone limitate della superficie. Storia simile, analizzando i meteoriti marziani conosciuti.

Dove è finita, allora, tutta la CO2 che avrebbe dovuto essere presente, una volta, per garantire il mantenimento di acqua liquida su Marte? I carbonati che avrebbero dovuto formarsi, per la contemporanea presenza di acqua liquida ed elevate quantità di CO2, dove sono finiti? Sono stati forse sepolti dalle fasi climatiche e geologiche successive, venendo sottratti ad una facile individuazione dall’alto?

Il robot Curiosity, su Marte dal 2012, è stato inviato in un sito molto particolare, il cratere Gale, proprio per cercare di dare una risposta, una volta per tutte a queste ed altre domande pressanti sul passato ed il presente di Marte.

il cratere Gale e la zona di ammartaggio del rover opportunity
il cratere Gale e la zona di ammartaggio del rover curiosity

Il cratere Gale è caratterizzato dal Monte Sharp, una montagna che si eleva di oltre 5,5 km dal suo fondo, una altezza paragonabile a quella delle maggiori montagne terrestri del nostro pianeta ( la più grande montagna singola della Terra è il Mauna Loa, Hawaii, che si eleva di quasi dieci km dai fondali circostanti), ivi compreso il Mt Everest, che, come montagna singola si eleva di circa 4.8 km sulle zone circostanti.

Questa montagna, già dai rilievi fatti dall’orbita, risultava essere formata interamente da sedimenti, che una volta coprivano interamente il cratere e che in seguito alla loro deposizione, in miliardi di anni, sono stati pian piano erosi dal vento fino alla situazione attuale.

Un lato del cratere mostrava chiare tracce di un delta fluviale fossile, così rivelando l’origine probabile dei sedimenti stessi. 5 km e mezzo di sedimenti rappresentavano un periodo assai lungo di deposizione, certo non legato a singoli eventi catastrofici di riscaldamento ma piuttosto ad un periodo o più periodi di sedimentazione di una durata minima di milioni di anni.

Un tragitto di studio che partisse dalla parte più bassa del cratere e risalisse, via via le pendici del monte Sharp, sarebbe stato un tragitto a partire dalle prime fasi di vita del pianeta via via verso tempi più recenti.

Dopo quattro anni, 17 km e Terabye di dati raccolti, Curiosity ha confermato lo scenario, mostrando che, almeno fino alla parte del cratere e del Monte Sharp fin qui esplorati, lo scenario era quello di deposizione in acque tranquille, presumibilmente a cielo libero.

PIA17595-16 marte

Formazione di Yellowknife. Questo, una volta era il fondo di un lago, su Marte

Mancavano infatti le tracce e prove di una sempre possibile deposizione sotto una coltre glaciale ( che avrebbe permesso la permanenza di acqua libera anche in presenza di condizioni ambientali sfavorevoli).

il cratere Gale oltre 3,5 miliardi di anni fa
il cratere Gale oltre 3,5 miliardi di anni fa

I minerali rilevati comprendevano argille, sintomo di una deposizione lenta e tranquilla, derivanti dall’alterazione in ambiente ricco d’acqua di rocce primarie. La natura mineralogica delle argille ritrovate ha mostrato che l’ambiente di deposizione era neutro o ALCALINO. Ovvero, l’acqua in cui si sono formate e deposte queste argille poteva mantenere in soluzione solo concentrazioni molto basse di ioni carbonati ( altrimenti avrebbero dovuto essere acide o fortemente acide). D’altronde i carbonati, che avrebbero dovuto depositarsi nei sedimenti, ovvia conseguenza della impossibilità di mantenere in soluzione la suddetta CO2, in un ambiente che ne avrebbe dovuto essere ricchissimo, erano assenti o presenti in piccole quantità. In realtà una atmosfera con le concentrazioni di CO2 richieste sarebbe stata in equilibrio solo con acque acide o molto acide, deposizione o non deposizione e quindi il solo fatto che le acque di deposizione fossero costantemente neutre o alcaline smentiva questa ipotesi.

In sostanza: quando si sono formati i sedimenti, centinaia e centinaia di metri di fanghi accumulatisi lentamente sul fondo di un tranquillo lago, per un tempo MINIMO di milioni di anni, carbonati in soluzione praticamente non c’erano, ne potevano esserci e di conseguenza l’effetto serra che permetteva il mantenimento dell’acqua allo stato liquido, PER MILIONI DI ANNI, non poteva essere stato causato dalla CO2, in accordo con quanto già risultava dai modelli e da quanto appreso dall’orbita.

Se non era causato esclusivamente dalla CO2 ( cosa, come abbiamo visto già quasi impossibile per definizione) l’effetto serra era CERTAMENTE causato da qualche altro gas o mix di gas.

Non pensiate che queste conclusioni, nonostante il tempo all’imperfetto di questo racconto, siano antiche: l’articolo che ha attirato la mia attenzione e che mi ha spinto ad approfondire l’argomento, è di solo un mese e mezzo fa. Qui la pubblicazione originaria.

Qui un articolo precedente che, analizzando le meteoriti marziane, arrivava alle stesse conclusioni: poca CO2, <1 bar, e pochi carbonati.

In realtà, la mancanza di evidenze scientifiche di una densa atmosfera di anidride carbonica nel passato del giovane Marte, è un dato di fatto ormai acquisito in modo diffuso e solido, anche se recente.

Ok. Quali potevano quindi essere questi gas e quanti dovevano essere per ottenere l’effetto serra necessario?

Risposta rapida: escludendo i gas nobili, il freon, l’ammoniaca ed altri esotici, anche perché su Marte le birre restavano e restano fresche da sole ed i Marziani non avevano bisogno di frigoriferi, ci restano il Metano e l’idrogeno.

birre sempre fresche su marte!
birre sempre fresche su Marte!

In effetti sempre molto recentemente, c’e’ chi si è preso la briga di fare le dovute simulazioni ed ha calcolato che, con una atmosfera “mix” di CO2, idrogeno e metano, Marte avrebbe potuto avere condizioni sufficienti a mantenere l’acqua allo stato liquido anche per pressioni molto più basse che nel caso di una atmosfera prevalentemente di CO2. Il Metano, infatti, è un gas serra MOLTO più potente della CO2, circa 25 volte di più.

Il problema è che anche queste simulazioni postulano una atmosfera di CO2 TROPPO densa(un paio di Bar), per evitare di dover avere troppa H2, che sarebbe scappata rapidamente nello spazio e metano, che ha il brutto vizio di essere scomposto rapidamente dagli ultravioletti solari.

Nelle condizioni attuali di Marte si calcola che una molecola di metano duri circa 350 anni. Anche sulla Terra, che pure ha la protezione dell’ozono, che assorbe gli ultravioletti, la durata del metano è comunque nell’ordine di alcune centinaia di anni.

Benché nel passato di Marte la radiazione solare fosse, come visto, più debole, è comunque impossibile ipotizzare una atmosfera ricca di metano ed idrogeno senza prevedere una vigorosa sorgente per questi gas, tale da permetterne il ricambio in poche migliaia di anni.

Poiché, come visto, è assolutamente vitale postulare una atmosfera ricca di questi gas, resta da determinare quale  ne fosse l’origine.

L’ipotesi, temeraria magari, ma meno di quelle alternative, come vedremo,che fa il sottoscritto è che non solo l’origine di questi gas sia biogena ma che è IMPOSSIBILE che non sia tale.

Ovvero: che è molto ma molto ma MOLTO MOLTO improbabile che possa essere di origine non biologica.

Ovvero che, ai tempi in cui il cratere Gale ospitava un lago, era presente una vigorosa attività biologica che permetteva ad una densa atmosfera di metano, idrogeno e CO2 di persistere, per molti milioni di anni.

La perdita progressiva di idrogeno verso lo spazio, in un periodo di centinaia di milioni di anni, ha reso sempre più difficile il mantenimento duraturo di quantità sufficienti di metano ed idrogeno, con le condizioni adatte alla vita che si riducevano, lasciando la sola CO2, insufficiente a garantire un effetto serra abbastanza potente, che è rapidamente condensata, come ghiaccio secco, via via che la temperatura calava ai livelli attuali,

Episodici periodi con clima più caldo, dovuti alle oscillazioni dell’asse di rotazione, fasi vulcaniche più intense ed altre variabili solari hanno permesso il ritorno di condizioni più favorevoli, ma per periodi sempre più brevi e distanziati tra di loro. Fino all’instaurarsi con qualche variazione del clima e delle condizioni attuali.

Ok: sto DAVVERO dicendo che è possibile provare che è esistita la vita su Marte?, Mettetemi pure il bicorno da Napoleone, anzi: fatemelo mettere da solo, ma…si.

Detail_from_a_painting_of_Napoleon

Con una prova “ad escludendum, ma intendo dire proprio questo!

Vediamo come funziona, la cosa.

Questa ipotesi mi è venuta naturale, dal momento in cui ho letto con notevole curiosità del meccanismo proposto per la produzione di metano abiogeno, cioè di origine non biologica.

Quella degli idrocarburi abiogeni, qui sul pianeta Terra, è quasi una setta, che si basa su pochi e contestati dati, per teorizzare che TUTTI gli idrocarburi siano di origine abiogena e quindi esistano in quantità praticamente illimitate, nel profondo delle viscere terrestri.

Il meccanismo proposto per la formazione di metano abiogeno su Marte, però è completamente diverso ed ha a che vedere con la mia ( prima) tesi di laurea in geologia e, per quanto possa sembrare strano, con questo:

Il battistero di firenze
Il Battistero di firenze

Che, come saprete, è il Battistero di Firenze. Questo e decine di altre chiese di Firenze e della Toscana, sono decorate da elegantissimi rivestimenti di marmi verdi e bianchi. In realtà il marmo verde, anche noto come marmo di Prato … non è un marmo!

Un dettaglio della Badia Fiorentina

Si tratta di serpentinite, una roccia metamorfica, prevalentemente formata da un minerale, il serpentino, derivante dall’alterazione da parte di fluidi idrotermali, dei principali minerali costituenti rocce ( solitamente intrusive) di composizione basaltica.

Quando ho letto che il meccanismo proposto per spiegare la presenza di metano su Marte era questo: mi è suonato un campanello: non mi ricordavo niente del genere, nei miei studi sulle ofioliti ( che è il nome aulico, perché derivato dal greco, della famiglia di rocce che comprendono le serpentiniti, una storica specialità della facoltà di geologia di Firenze, che vede tra i suoi docenti e dottorati alcuni tra i massimi esperti mondiali del settore, manco a dirlo).

Il primo motivo era semplice: le serpentiniti si formano, mi ricordavo, intorno a 200-500 gradi ed a quella temperature gli idrocarburi, tutti, non sono stabili e degradano in C( grafite) ed acqua; è la ben nota “finestra del petrolio”, la gamma di temperature del sottosuolo entro le quali ci si può aspettare di trovare petrolio, con varie caratteristiche, gas o…grafite, se va bene.

finestra degli idrocarburi

La reazione di serpentinizzazione “classica”, quella che avevo studiato io, invece, avviene a temperature e pressioni anche più basse, in termini geologici, ma comunque troppo elevate per avere produzione di metano, oltretutto la reazione è fortemente esotermica e scalda la roccia circostante. Ecco di cosa parliamo:

Fayalite3 Fe2SiO4 + water2 H2O → magnetite2 Fe3O4 + aqueous silica3 SiO2 + hydrogen2 H2
(Reaction 1a)
Forsterite3 Mg2SiO4 + aqueous silicaSiO2 + 4 H2O → serpentine2 Mg3Si2O5(OH)4
(Reaction 1b)
Forsterite2 Mg2SiO4 + water3 H2O → serpentineMg3Si2O5(OH)4 + bruciteMg(OH)2
(Reaction 1c)

Fayalite e Forsterite sono i due estremi, tutto Fe o tutto Mg, del minerale Olivina che ha formula (Fe,Mg) SO4. Da notare come la reazione che produce H2, avviene con il termine estremo “tutto Fe”, che sulla Terra è caratteristico di rocce vulcaniche che su Marte sono molto rare .

Qui si fermavano le mie conoscenze e quindi, quando ho letto dei processi di serpentinizzazione come possibile fonte di metano su Marte, sono caduto dalle nuvole. In effetti, negli ultimi venti anni si sono scoperti qua e la, nei pressi delle dorsali oceaniche, dei “camini” idrotermali peculiari, al di sotto dei quali accadono reazioni MOLTO particolari.

Tra le quali, questa:

Olivine(Fe,Mg)2SiO4 + watern·H2O + carbon dioxideCO2 → serpentineMg3Si2O5(OH)4 + magnetiteFe3O4 + methaneCH4

Che, in forma bilanciata può essere scritta così:

18 Mg2SiO4 + 6 Fe2SiO4 + 26 H2O + CO2 → 12 Mg3Si2O5(OH)4 + 4 Fe3O4 + CH4 (Reaction 2a’)
Olivine(Fe,Mg)2SiO4 + watern·H2O + carbon dioxideCO2 → serpentineMg3Si2O5(OH)4 + magnetiteFe3O4 + magnesiteMgCO3 + silicaSiO2 (Reaction 2b)

Vedete? C’é una reazione che produce Metano!!!

Questa reazione o altre simili, sono quelle proposte per permettere la produzione di metano abiogeno su Marte. Se può essere una possibilità per le poche centinaia di tonnellate/anno necessarie a spiegare il metano attuale, resta da capire se sia plausibile per i (molti) miliardi di tonnellate/anno necessari a mantenere una densa atmosfera di CO2, metano ed idrogeno su Marte.

Come vedremo, no.

Il primo problema è che questa reazione ( la 2a, nello schema sopra) avviene, preferibilmente, se la Serpentinite è povera di magnesio. Abbiamo visto che questo corrisponde a rocce tendenzialmente più differenziate rispetto alla composizione prevalentemente basaltica delle rocce vulcaniche marziane e, più in generale, della superficie del pianeta. Ma, SOPRATTUTTO, avviene se vi è una scarsa presenza di CO2. Ma come potremmo avere una scarsa presenza di CO2 e contemporaneamente un IMPONENTE rilascio di CH4, Metano, nelle quantità necessarie? da dove arriverebbe il C necessario?

C’è di peggio. La reazione è stata equiparata qui e qui ad un processo noto come Fischer-Tropsch ( o al processo Sabatier, un analogo) ed avviene con difficoltà se non c’è UN CATALIZZATORE metallico. E’ evidente che ipotizzare condizioni naturali che prevedano la presenza di metalli aventi le caratteristiche adatte a funzionare da catalizzatori naturali, pone immediatamente dei vincoli pesanti, in termini di probabilità che questo si verifichi. A tal proposito e, più in generale, per un autorevole sunto della situazione, si veda questo video, di uno dei massimi esperti mondiali di metano abiogeno, un  italiano, interessante anche per quanto riguarda la mancanza di comunicazione tra i diversi settori di ricerca planetologica.

Benché esistano articoli recenti che evidenziano come, in limitati casi, sia possibile una reazione diretta a partire dall’idratazione dei minerali ( senza la mediazione dell’H2 e senza un “catalizzatore”) da una semplice analisi di quanto sappiamo sul nostro pianeta, risulta abbastanza chiaro che il processo è relativamente raro.

sorgenti metanifere note da serpentiniti continentali https://www.youtube.com/watch?v=UwJxDUZ_TEQ&feature=youtu.be
sorgenti metanifere note da serpentiniti continentali https://www.youtube.com/watch?v=UwJxDUZ_TEQ&feature=youtu.be

Ora:

  • Sulla Terra, le rocce basaltiche sono presenti in enormi estensioni sotto la grande maggioranza dei bacini oceanici e, in particolare, ci sono decine di migliaia di km di dorsali oceaniche che costituiscono siti di vulcanismo attivo e di emissioni ed alterazioni idrotermali vigorose, tanto da permettere l’esistenza di interi ecosistemi, completamente scollegati dall’energia solare. Nonostante questo, la scoperta di metano abiogeno è relativamente recente e comunque, ad oggi sono un paio di dozzine i siti identificati in tutto il pianeta.
  • SE così non fosse, avremmo concentrazioni di metano in mare e nell’atmosfera di gran lunga superiori a quelle riscontrate.
  • Il vulcanismo marziano ha caratteristiche diverse da quello terrestre, prevalentemente per la caratteristica di avere centri eruttivi migliaia di volte più longevi ( miliardi di anni contro milioni) con singole eruzioni più vigorose e più distanziate nel tempo ( milioni di anni contro migliaia o meno). In ogni caso, l volumi complessivi messi in posto nel corso della storia del pianeta e le relative emissioni, non sono nemmeno lontanamente confrontabili con quelli terrestri. Per creare e, SOPRATTUTTO, mantenere una atmosfera densa a sufficienza, si sarebbero dovuti produrre, come detto, centinaia di miliardi di tonnellate di metano ed idrogeno ogni anno, con processi che avvengono lentamente e non frequentemente ( di nuovo: se fossero processi comuni, in un pianeta, il nostro, in cui i tre quarti del vulcanismo è subacqueo e il quarto rimanente vede la presenza diffusa di acqua negli ultimi km vicino alla superficie, li avremmo scoperti MOLTO prima). Questo si traduce nella messa in posto di migliaia di km cubi di magma all’anno, volumi enormi che anche sul nostro pianeta, assai più attivo vulcanicamente, hanno pochi riscontri (i trappi indiani, alcune eruzioni particolarmente catastrofiche, l’Islanda, in alcuni momenti particolarmente vivaci) Soprattutto, al contrario di quanto sappiamo del vulcanismo marziano, si sarebbe dovuto trattare di emissioni tanto imponenti quanto relativamente costanti, per mantenere le condizione adatte al mantenimento di acqua liquida, per milioni di anni per volta, causa rapido degrado del metano e fuga dell’idrogeno.

Fino a qui, come vedete, ho fatto considerazioni qualitative, basate su dati generali.

Recentemente, qualcuno ha provato a fare i conti e ha mostrato che la produzione di metano abiogeno con i meccanismi conosciuti e mostrati, avverrebbe, su pianeti di tipo “terrestre” e “marziano”, molto lentamente, non permettendo così di raggiungere le necessarie concentrazioni in atmosfera.

In questo articolo si è calcolato quanto metano ed idrogeno potessero essere prodotti da pianeti di tipo terrestre, con una attività geologica simile a quelle conosciute e  quali concentrazioni si  potessero raggiungere in atmosfera.

In breve: i risultati sono in accordo con la mia tesi: Produzioni basse: 10 alla nona, (ovvero miliardi di) molecole al secondo, ovvero decine di milioni di miliardi di molecole/anno. Per centimetro quadro. Sembra tanto ma si tratta di  infinitesime frazioni di milligrammo all’anno. Una produzione totale massima nell’ordine di un milione di tonnellate/ anno per pianeti di tipo terrestre. Concentrazioni MASSIME di poche parti per milione in atmosfera.

Non ci siamo e non ci siamo per forse quattro o cinque ordini di grandezza!!!!

Facciamo tutta la tara che vogliamo a questo articolo ed altri simili, ma la sostanza non cambia: un processo interessante ma limitato e poco produttivo, che non può in alcun modo produrre le quantità necessarie di gas serra.

La cosa, in qualche modo, deve essere filtrata anche tra i vari gruppi di ricerca che lavorano sui dati in arrivo dai robot e dalle sonde marziane.

Infatti, per risolvere il problema di una produzione troppo modesta e sporadica, è stato proposto un meccanismo di rilascio improvviso di metano “fossile”dovuto alla dissociazione di clatrati, formatisi pian piano, in tempi geologici, riscaldati da eruzioni vulcaniche, emissioni idrotermali o addirittura da impatti meteorici.

Poco, ma poco ma MOLTO poco poco probabile!

Il problema di base è sempre lo stesso: le prove dal terreno sono per una presenza continuata di acqua allo stato liquido sulla superficie di Marte, per periodi lunghi. Un rilascio “cataclismatico” di metano dovuto a qualche imponente eruzione remota avrebbe si prodotto un effetto serra, forse anche un effetto serra a valanga, per il feedback positivo prodotto dal riscaldamento iniziale, ma si sarebbe trattato di un episodio, della durata massima di qualche migliaia di anni.

A parte questo c’e’ il trascurabile problema che i clatrati su Marte, non sono ancora stati trovati, benché siano, di nuovo, postulati, per spiegare la presenza ATTUALE di metano.

Da notare che, se l’articolo citato poc’anzi è corretto, questa è l’unica possibilità per continuare a postulare una origine abiogena per il metano ATTUALE.

Infatti le quantità di metano che sarebbero emesse attualmente ( la distribuzione di metano in atmosfera è molto irregolare e sembra dipendere da emissioni localizzate) nell’ordine di qualche centinaio di tonnellate all’anno, sembrano compatibili con i risultati dell’articolo. Solo che quei risultati sono calcolati a partire da un pianeta di tipo “terrestre”, ovvero con una vigorosa attività’ geologica, una tettonica a zolle con decine di migliaia di km di dorsali e zone di rift attive, etc etc. Su Marte non c’è traccia di niente del genere, in tempi recenti. Quindi, causa ridottissima attività vulcanica attuale ( esiste qualche indizio di attività recenti ma si tratta comunque di episodi sporadici) le emissioni attuali non possono essere di origine abiogena, a meno di postulare, appunto, il rilascio a partire da depositi “fossili” di clatrati, instabilizzati da qualche sorgente idrotermale.

Questa è, da tempo, la spiegazione prevalente.

Come abbiamo visto però, non è la più plausibile, sia per il metano attuale, sia, in misura clamorosamente maggiore, per quello passato.

Ne esistono di alternative, come ad esempio il metano “incistato” nel salgemma, ma, senza stare tanto ad approfondire, si tratta comunque di ipotesi stiracchiate.

Non so se avrete avuto la pazienza di seguirmi in questo escursus, complesso, arizigogolato eppure, giocoforza, ancora limitato. Non so se condividerete con me l’idea che si sia vicini alla prova che la vita, dopotutto non è(stato) un evento limitato al pianeta Terra.

Lasciatemi chiudere con una citazione:

“Once you eliminate the impossible, whatever remains, no matter how improbable, must be the truth.”

Una volta che si elimina l’impossibile, quel che resta, non importa quanto improbabile, deve essere vero.

Arthur Conan Doyle

Per finire una ciliegina: una proposta operativa.

alcuni esperimenti avevano proposto un metodo per riconoscere e discriminare tra metano di origine biogena ed abiogena: il rapporto tra idrogeno e metano vicino alle sorgenti. Rapporti superiori a 40 avrebbero denotato una probabile origine abiogena ( processi di serpentinizzazione e simili).

Rapporti inferiori avrebbero puntato ad una origine biologica.

Uno studio recente ha rimesso tutto in discussione, dimostrando come sia DAVVERO necessario compiere una serie di sperimentazioni per comprendere l’intero range delle temperature e condizioni possibili, in modo da verificare quali possano essere i valori discriminanti.

Non si tratta di discussione accademiche:

Questi rapporti potrebbero essere misurati dall’orbita, a patto di rimuovere il disturbo costituito dal “fondo”, ovvero dalla presenza di idrogeno di altre origini, senza attendere una missione dedicata, che misuri i rapporti isotopici del carbonio del metano marziano ( come abbiamo visto la vita predilige, per motivi termodinamici, che prescindono dall’evoluzione, il carbonio “”leggero”).

Si potrebbe approfondire sperimentalmente QUESTO aspetto e fornire un’ulteriore prova a favore, o meno dell’origine biologica del metano e quindi dell’effetto serra primordiale che ha permesso il mantenimento di acqua liquida su Marte, per milioni di anni.

UPDATE Agosto 2018

E’ uscito un interessante articolo ad opera di ricercatori italiani, già citati in questo post. L’articolo propone, di nuovo, un metodo per discriminare tra Metano abiogeno e biogeno basato sull’abbondanza relativa di metano arricchito in C13.

Interessante? Direi MOLTO interessante! Perché passibile di approfondimenti e verifiche.

Da notare che, anche in caso di metano ( ed idrogeno) di origine organica, se ne sarebbe dovuto produrre tanto.

Insomma: non solo ci sarebbe stata vita su Marte ma, addirittura sarebbe stato BRULICANTE di vita e non solo il Sabato sera.

here only for the beer
Dopotutto, può darsi che su Marte il clima fosse tiepido e le birre non fossero poi un granché…

Metano su marte oggi articolo del 2009

Metano su marte oggi, articolo del 2015

 

 

 

Come cambiare il mondo in tre facili mosse…

cinquino elettrico e auto da matrimoni. Due idee a confronto.
cinquino elettrico e auto da matrimoni. Due idee a confronto.

Ciascuno di noi può cambiare il mondo.

In effetti, ciascuno di noi cambia DAVVERO il mondo, ogni volta che respira, ogni volta che cammina, ogni volta che , semplicemente agisce,vive, pensa. Se siete tipi ambiziosi, potreste sperare di cambiare il mondo PER DAVVERO, in senso migliorativo ( spero), nell’ambito di quel che ritenete essere più salutare per il pianeta o, almeno la nostra scombiccherata specie. Riconosco che può sembrare un poco TROPPO ambizioso per una singola persona ma non vi serve poi cambiarlo MOLTO, per essere soddisfatti e/o incoraggiati. Vi serve, tanto per cominciare, cambiarlo un pochettino, giusto?

Ecco i semplici, banalissimi, passi.

  1. Farsi venire una buona idea. Come si capisce se è buona? Si capisce quando un SACCO di persone che non conosci la appoggiano, la fanno propria, sviluppano su di essa o grazie ad essa nuove iniziative e proposte e, infine, diventa, semplicemente, un elemento del paesaggio “sociale” più o meno condiviso da tutti. Bene chiarire che le idee buone somigliano ai formaggi: hanno una data di scadenza, più o meno ravvicinata ( anche per i formaggi varia da tre giorni a quattro anni) e comunque sono da consumarsi preferibilmente entro e non oltre il….. Non c’e’ bisogno che sia l’idea del secolo. Che sia grande o piccola: Tutte le buone idee, in fondo, si somigliano e tutte prima di diventare grandi disegni o progetti, partono così, semplicemente, da un pensiero casuale ( dietro al quale, ovviamente, c’e’ un irripetibile vissuto personale che porta alla scintilla).
  2. Trovare una chiave divulgativa e narrativa. In poche parole: Una chiave per raccontarla in modo convincente. Meglio ancora se si parte da una realizzazione concreta dell’idea o da esempi esistenti. E’ difficile, in effetti, inventare qualcosa per DAVVERO, pensare qualcosa che non è mai stato pensato prima. Almeno per chi non si chiama Einstein.
  3. Divulgare. Divulgare. Divulgare ed ancora divulgare. In poche parole: Se volete che la vostra idea sia conosciuta, se volete valutare se sia considerata, nell’insieme DAVVERO una buona idea, dovete accettare il rischio di “perderne il possesso”. Volete salvare il mondo, almeno un pochettino, giusto? Quindi non dovreste essere TROPPO gelosi della vostra ideina. Parlatene, scrivetene, raccogliete persone intorno all’idea e lasciate che la sentano propria. Troverete, nel processo molti compagni di strada e, non è escluso nuovi e sinceri amici. Cosi come opportunisti o, semplicemente, persone più veloci di voi a metterla in pratica. Certo: c’e’ il rischio che, alla fine, nessuno si ricordi che era una VOSTRA idea, ma… pace.

L’alternativa, registrare l’idea, o brevettarla (se è registrabile/brevettabile), divulgarla solo per sommi capi e solo parzialmente, cercare di realizzarla senza dirlo troppo in giro, cercare di mantenere il controllo su tutto e su tutti vi porterà nel grande gruppo di quelli che hanno avuto ottime idee… di cui tutti si sono dimenticati e/o sono miseramente fallite. La propagazione dell’idea aumenta e non di poco, le probabilità di successo (potreste essere bravi ad avere idee ma assai meno brave a realizzarle, capita). A voi, spero, basterà sapere che tutto è partito da due pagine scritte qua e là o da una chiacchierata a margine di un incontro…

Ma andiamo ad un caso personale: il retrofit elettrico.

Ovvero la conversione dei veicoli esistenti in veicoli elettrici, con una metodologia analoga a quella con la quale si convertono a gpl e metano le auto a benzina.

L’idea, per dirla in breve, è partita dal sottoscritto, con una lettera inviata, nel remotissimo 2004, ad un costruttore, ai tempi di vetturette elettriche a cui proponevo, nientemeno, la realizzazione di un kit di conversione della vecchia cinquecento, vista come un veicolo elettrico da città quasi ideale (in rapporto alle costosissime e limitatissime vetturette elettriche disponibili a quei tempi).

Ovviamente non mi limitai a scrivere al costruttore ma scrissi… all’universo mondo, finché, piano piano intorno all’idea si radunò un gruppetto di entusiasti, fondammo una associazione per rimuovere le barriere burocratiche che si chiama eurozev, realizzammo la prima conversione di un cinquino in veicolo elettrico (la prima moderna ad essere esatti, con tanto di batterie al litio polimeri, allora un unicum assoluto in Italia ed in Europa). Il cinquino fu la svolta. Un cinquino elettrico era semplicemente TROPPO, per non diventare una notizia.

Alla “battaglia” si unirono parlamentari di quasi tutti i partiti, associazioni, mass media etc etc ed infine, nell’ormai lontano 2012 fu approvata una modifica del codice della strada che permetteva questo genere di conversioni, rimandando all’emissione di un decreto ministeriale attuativo.

Questo decreto, grazie all’impegno di un manipolo di ostinati parlamentari e di molte associazioni in tutta Italia è diventato operativo circa sei mesi fa e, probabilmente permetterà lo svilupparsi di decine e decine di diverse iniziative e proposte, sia per il traffico leggero che pesante, dalle quali sta già nascendo una filiera specifica, con buone prospettive di espansione.

La storia è in parte raccontata sul sito di eurozev. Ma moltissimi altri link sono disponibili in rete, ad una semplice ricerca.

Nel prossimo post vi parlerà di un’altra idea del sottoscritto che si accinge, con un poco di fortuna a diventare legge dello stato. Di nuovo, in modo quasi del tutto indipendente dalla mai volontà.

Le buone idee, ripeto, non ci appartengono. Diventano immediatamente di tutti. Un poco come con i figli: se volete bene alle vostre idee, dovete accettare che cammino con i loro piedi.