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Effetto “McBeth”

di Jacopo Simonetta

Preludio

Può la crescita economica rendere più poveri anziché più ricchi? La risposta è “SI”.
Il modello di base è quello della “crescita antieconomica” di H. Daly che spiega tanta parte del nostro presente e del nostro futuro. Rimandando al link per i dettagli, possiamo dire che per la fatidica dinamica dei ritorni decrescenti, superato un limite non chiaramente prevedibile, il cumulo dei costi indiretti supera fatalmente quello dei vantaggi diretti. Da questo punto in poi, la crescita economica può anche continuare, ma rende la gente sempre più povera, anziché sempre più ricca. Ma perché mai uno dovrebbe continuare ad investire ed a lavorare per stare peggio?

Ci possono essere diverse ragioni. Per esempio, può non essere chiaro se il fatale limite sia stato oltrepassato o meno; oppure ci possono essere poche persone che guadagnano molto e tante che collettivamente perdono di più, ma individualmente perdono poco. Ovviamente, quelli che guadagnano si organizzano per difendere i loro privilegi, mentre coloro che ci rimettono di solito neanche capiscono in che modo gli spariscono i soldi. Esiste però anche un altro meccanismo molto più insidioso: una vera trappola da cui è spesso impossibile sfuggire, anche quando ci si rende conto di cosa stia succedendo.

La trappola

Oramai sono così sprofondato nel sangue che fermarmi e tornare indietro sarebbe altrettanto faticoso che andare avanti”.   Questa celebre battuta della tragedia shakespeariana esemplifica bene una trappola in cui tipicamente si cade quando si investe nello sfruttamento di un sistema senza tenere sufficientemente conto del suo funzionamento e della sua resilienza.   Cerchiamo di capirci con qualche esempio pratico.

Un caso da manuale è quello dell’estinzione dei banchi di pesce e, conseguentemente, delle imprese di pesca con le relative filiere fino, eventualmente, alle banche creditrici. La trappola scatta quando, a fronte di una riduzione del pescato, le imprese rispondono investendo in mezzi più potenti che depauperano ulteriormente la risorsa e così via in una tipica retroazione positiva (rinforzante). In assenza di fattori limitanti esterni efficaci (limiti di legge, limiti del credito, ecc.), il sistema giungerà necessariamente ad un punto in cui pescare diventerà anti-economico. Ma se saranno stati fatti investimenti troppo grandi non ancora ammortizzati e/o debiti non ancora ripagati, i pescatori saranno costretti a continuare a pescare sempre di più, anche in perdita, anche se si rendono conto che stanno distruggendo la loro risorsa.  Così come le banche saranno costrette a rinnovare loro i crediti per guadagnare tempo, sperando in un miracolo.

Un meccanismo analogo sta alla base del consumo di insostituibile suolo per continuare a costruire case, malgrado le imprese costruttrici siano sovraccariche di appartamenti e villette invendute.   Se non vendono, perché continuano a costruire?  Perché se smettessero le banche non rinnoverebbero loro dei crediti che non possono pagare.  Così ognuno continua, sperando che altri schiattino prima di lui, liberando spazi di mercato che potrebbero salvarlo.  Anche le banche creditrici continuano a sostenerli, sapendo che dalla liquidazione di quelle imprese non recupererebbero mai quanto loro dovuto.

Saliamo di scala.

Oramai da anni, per molti campi petroliferi il costo di estrazione e raffinazione supera il prezzo a cui il petrolio può essere venduto; un meccanismo che sta mettendo più o meno in crisi imprese e petrocrazie .   Eppure tutti questi soggetti, anziché accordarsi per tagliare la produzione e sostenere i prezzi, si affannano a pompare a più non posso.   Follia collettiva?   Penso di no.  Nel periodo dei prezzi alti ed in previsione di ulteriori aumenti, le imprese hanno fatto degli investimenti miliardari ed avviato progetti di estrazione in condizioni estreme. Tutti costi che non sono ancora stati ammortizzati; ciò significa che se ora abbandonassero i progetti dovrebbero mettere a bilancio perdite enormi, perdere il credito e probabilmente fare bancarotta.  Inoltre, progetti particolarmente impegnativi sul piano tecnico e finanziario, se abbandonati, difficilmente potranno essere ripresi.   Spesso si lavora quindi in perdita, sperando in una ripresa dell’economia globale, oppure nel fallimento dei concorrenti.
Per quanto riguarda le petrocrazie il quadro è analogo, con l’aggravante che, più o meno tutti questi paesi, hanno approfittato del periodo di prezzi molto alti per avviare programmi di spesa che non possono più sostenere, ma che è pericoloso interrompere. Il Venezuela e l‘Arabia Saudita sono casi emblematici.

Con un prezzo medio intorno ai 50 $, gran parte della produzione mondiale è anti-economica.

 Politica

Qualcosa di funzionalmente analogo avviene anche in politica.  Perfino le dittature, a maggior ragione le democrazie, per durare a lungo hanno bisogno di mostrare qualche successo all’opinione pubblica.   Finquando le cose vanno abbastanza bene non ci sono quindi grossi problemi, ma quando le difficoltà quotidiane cominciano a stringere la cintura di troppi cittadini troppo a lungo, occorre ridirezionare il malcontento. Per esempio su di un nemico esterno, oppure su di una minoranza interna od altro, secondo il contesto.   Ma quando leader e partiti cominciano a cercare il sostegno delle frange più oltranziste dell’opinione pubblica (integralisti religiosi, nazionalisti, ecc.), rischiano fortemente di trovarsi poi intrappolati in situazioni in cui o fanno qualcosa che sanno essere sbagliato, o perdono il potere e, magari, la vita.

La recente vicenda della “ brexit” è emblematica in questo senso. Nato nella testa di David Cameron non per essere fatto, ma solo come trovata propagandistica, il referendum ha finito per essere votato ed approvato.  Questo ha proiettato l’intera classe dirigente inglese nel panico perché non era quello che contavano accadesse; al punto che ad oggi, oltre un anno più tardi, il governo ed il parlamento non sono ancora riusciti a mettere insieme una strategia.   Anzi, neppure un elenco completo delle cose da fare.  Certo, avrebbero potuto rimangiarsi la “papera” e le occasioni non sono mancate, ma per coglierle avrebbero dovuto ammettere di aver deliberatamente mentito agli elettori.   Un fatto che li avrebbe cancellati dalla scena politica e che, perciò, nessuno ha avuto il coraggio di fare.
In questo periodo sono molti i leader che si stanno cacciando in tipiche “trappole McBeth”: da Netanyau a Kim Jong Un, a Putin  passando per Trump, ma forse l’esempio più di attualità ce lo fornisce il duo Rajoy-Puidgemont.   Inseguendo l’elettorato nazionalista spagnolo e catalano rispettivamente, entrambi hanno fatto di tutto per infilarsi in una situazione in cui non hanno più margini di manovra. Il risultato è che, comunque vada, i catalani possono solo perdere una parte non sappiamo quanto consistente del loro tenore di vita.  Ma anche gli altri spagnoli e tutti gli europei ne avranno un danno.

 In cima alla scala.

Forse la più stretta analogia con la celebre tragedia si trova però alla massima scala: quella globale.   Negli anni ’70 un certo numero di streghe e di stregoni esperti in dinamica dei sistemi, ecologia e termodinamica avevano ampiamente avvertito del fatto che l’umanità si trovava ad un bivio: o accettare dei limiti, o distruggere la civiltà e buona parte del Pianeta con essa.  Altri stregoni, più pratici di psicologia che di scienza, ci hanno però detto che il nostro regno sarebbe durato per sempre e, collettivamente, abbiamo scelto di credergli.   Ora che dagli spalti di Dunsidane si vedono le prime frasche della foresta di Birnam in marcia, qualcuno comincia a rendersi conto dell’errore commesso. Ma per tornare indietro sarebbe oramai indispensabile prendere provvedimenti talmente drastici da provocare un disastro subito.   Per esempio, 70 anni fa per mantenere la popolazione umana entro limiti sostenibili, sarebbe stato sufficiente ridurre la natalità; oggi sarebbe necessario anche ridurre l’aspettativa di vita dei vecchi. Chi potrebbe ragionevolmente proporre una cosa simile?
Parimenti, buona parte delle più devastanti retroazioni climatiche pronosticate si stanno manifestando con netto anticipo: dall’esalazione di metano dal permafrost e dai fondali marini, alla riduzione dell’albedo artica, alla ridotta attività fotosintetica, eccetera.  Ciò significa che, se davvero volessimo contenere l’aumento di temperatura media entro i 2 C° (che sono già molto dannosi), dovremmo tagliare brutalmente la produzione agricola ed industriale e farlo subito. Cioè condannare miliardi di persone ad una miseria senza precedenti.

In sintesi.

Insomma, l’”effetto McBeth” è una trappola che si chiude gradualmente, man mano che qualcuno (individuo, azienda, classe sociale, nazione, umanità) mantiene una strategia che in passato ha dato buoni risultati anche quando questa comincia a non funzionare più.  Ad ogni passo innanzi il prezzo da pagare per procedere aumenta, ma aumenta anche il prezzo da pagare per tornare indietro.

C’è una speranza? Secondo me si.  Per quanto le nostre conoscenze scientifiche siano senza precedenti, sappiamo infatti che i sistemi reali sono comunque più complessi di ogni possibile modello.  Esiste quindi la concreta possibilità che in futuro avvenga qualcosa di imprevisto che cambi le carte in tavola.  Ancor più importante è il fatto che, anche a fronte di un collasso globale, non tutte le regioni della Terra avranno lo stesso, identico destino. Man mano che il meta-sistema globale andrà in pezzi, i sub-sistemi che ne nasceranno seguiranno infatti traiettorie diverse.  Talvolta molto simili, talaltra divergenti e non c’è modo oggi di prevedere quali saranno i fattori chiave che faranno la differenza. Perciò sono convinto che l’unica cosa sensata che ci resta da fare sia cercare ti tenere la nostra barca europea pari il più a lungo possibile e, intanto, cercare di procurarsi un qualche tipo di cintura di salvataggio.  Il Titanic sta affondando, ma non tutte la cabine andranno sotto contemporaneamente e non tutti affogheremo.   Su questo possiamo contare, cerchiamo quindi di non buttarci in mare da soli.

CONFINI – 3. De-globalizzazione: il ritorno dei confini

deglobalizzazioneNei precedenti due post (qui e qui) abbiamo visto che i sistemi tendono ad integrarsi in unità funzionali più grandi ed efficienti. Principalmente, questo consente di dissipare più energia e, perciò, di prevalere su altri sistemi.   Una tipica retroazione positiva: “più cresci, più diventi forte per crescere”.   Sappiamo però che niente cresce indefinitamente, ma anzi che, prima o poi, i sistemi grandi e complessi si disintegrano a vantaggio di altri più piccoli e semplici.  Semplificando al massimo, gli organismi muoiono e nutrono colonie batteriche; gli imperi e gli stati centralizzati si disgregano in stati più piccoli, oppure in sistemi feudali o tribali, ecc.   Naturalmente, ogni caso ha la sua storia di crescita, picco e declino, ma tutti seguono questo schema.   Ci devono quindi essere dei buoni motivi.

Limiti della crescita e limiti dei sistemi

Se esista o meno una sorta di legge universale dell’invecchiamento e morte dei sistemi è un argomento molto dibattuto.   Chi fosse interessato, troverà qualcosa a questo link.

Qui tralasceremo la questione, limitandoci a considerare un solo aspetto del problema.  Abbiamo visto che sistemi più grandi e complessi sono più efficienti, ma necessitano di maggiori risorse e di un “fuori” in cui scaricare l’aumento di entropia corrispondente all’aumento di informazione che avviene “dentro”, man mano che in sistema cresce.

Con riferimento alla società industriale, entrambi questi temi sono stati ampiamente dibattuti.  In estrema sintesi, la linea di pensiero dominante è che il progresso tecnologico può compensare il decadimento quali/quantitativo delle risorse e l’inquinamento, aumentando indefinitamente la propria efficienza.   Un punto di vista contestato da coloro che pensano che le leggi naturali facciano aggio sulle teorie filosofiche.   Ma qui stiamo trattando solo dei limiti di un sistema, un aspetto poco considerato, malgrado sia molto interessante.

Un sistema economico consiste in un insieme di processi termodinamici (estrazione, trasporto, trasformazione, riciclo, ecc.) e serve a produrre un accumulo di vari tipi di capitale all’interno del sistema stesso (popolazione, oggetti, infrastrutture, conoscenze, ecc.).  In altre parole, aumenta la quantità di informazione che il sistema contiene, riducendo quella di altri, da cui preleva risorse ed in cui scarica la propria entropia sotto forma di rifiuti, guerre, sovrappopolazione, ecc.  I sistemi che riescono a crescere più degli altri hanno un vantaggio, ma che succede se tutti i sistemi di un determinato tipo vengono integrati in un unico super-sistema?
La globalizzazione è stato un gigantesco esperimento che ci ha effettivamente portati molto vicini ad un sistema economico unico.  Cioè privo di un “fuori” da sfruttare a vantaggio del “dentro”.   Necessariamente, l’entropia prodotta dal sistema si deve quindi scaricare all’interno del sistema stesso, sotto forma di un peggioramento delle condizioni di vita di una parte della popolazione a vantaggio di altri.   Ad esempio mediante la pauperizzazione della classe media occidentale e la schiavizzazione della mano d’opera di  molti paesi “in via di sviluppo”.  Lo spalancarsi dell’abisso fra il leggendario 1% e tutti gli altri non che un effetto di questa dinamica.   Ma ancor più dei perdenti umani, ne ha fatto le spese la Biosfera che rappresenta la discarica finale (sink) di qualunque processo economico.   Ed è proprio questo aspetto, sempre più trascurato a livello politico, che sta già creando i presupposti per l’implosione del sistema.  Ancor più di altri aspetti, assai più di moda sui social e sulla stampa.
La disgregazione sociale è infatti un fenomeno classicamente associato alle fasi critiche dei sistemi umani e gioca un ruolo fondamentale nel destabilizzare i sistemi statali e sovra-statali nei tempi brevi (anni e decenni).  La perdita di biodiversità determinerà invece se fra qualche secolo sulla Terra ci saranno foreste, campi e civiltà, oppure colonie di batteri estremofili.   O qualunque scenario intermedio vorrete immaginare.

La trappola globale

Come già accennato, non era necessario globalizzare il sistema per immaginare che sarebbe finita male.  Processi simili si erano già visti tante volte nella storia, anche se su scala molto più piccola, e sempre con risultati analoghi: l’integrazione è vantaggiosa finché il sistema in crescita mantiene la capacità di scaricare fuori di sé i danni che la crescita comporta.
Nei millenni in cui gli imperi si sono alternati nel dominio di grosse parti del pianeta, ognuno di essi è entrato in crisi quando è rimasto a corto di risorse per mantenere la propria complessità e per proteggere i propri confini.   Oppure quando ha perso la capacità di scaricare sui vicini i propri problemi, ad esempio mediante guerre od emigrazione.
Era prevedibile che man mano che il sistema economico mondiale veniva integrato, la capacità produttiva aumentasse, ma a costo di “parane il fio” in tre forme: la crescita esponenziale delle disparità sociali,  l’erosione accelerata delle risorse e l’aumento di entropia interna del sistema stesso sotto forma di inquinamento, perdita di biodiversità,  tumulti, ecc.

MalthusIl meccanismo della “crisi malthusiana” è probabilmente intrinseco alla dinamica della nostra specie fin dal suo apparire.   Tuttavia, oggi è la prima volta che qualcosa del genere avviene in modo quasi contemporaneo in tutto il mondo, minando la capacità del Pianeta di mantenere condizioni ambientali compatibili con la civiltà.   Forse perfino con la vita umana.

La globalizzazione è stata quindi la trappola in cui il capitalismo si è cacciato. Dopo aver annientato ogni resistenza tradizionale ed ogni reazione moderna, pare proprio che si stia suicidando.  Perlomeno  nella sua forma attuale.

La decrescita in teoria

Uno degli errori che più spesso si commettono, è quello di credere che facendo il contrario di quanto fatto in passato, il sistema possa tornare in una condizione uguale o simile a quella di partenza.   Per fare un esempio classico, mettendo un uovo sodo in congelatore a -100 C° per tre minuti non avremo un uovo crudo.   Un esempio forse più stringente, è che non entrare a far parte di una struttura sovranazionale qualunque (alleanza, federazione, moneta unica o altro) porta a risultati completamente diversi dall’uscirne.  Ilya Prigogine Confini dei sistemi Ilya Prigogine ha vinto un Nobel dimostrando che, almeno per le strutture dissipative complesse, il tempo esiste, è direzionale (si chiama la “freccia del tempo”) ed è irreversibile.   Significa che non si torna MAI in uno stato precedente e se ci sembra di si, dobbiamo solo guardare cosa è successo intorno al nostro esperimento.

Dunque, se un aumento dei flussi attiva una retroazione positiva di crescita, un riduzione quali/quantitativa dei medesimi necessariamente attiva una retroazione parimenti positiva, ma stavolta di de-crescita.   Si ponga attenzione al fatto che la riduzione dei flussi può avvenire sia dalla parte delle risorse, quanto da quella degli scarti.   Cioè, sia che il sistema trovi difficoltà ad ”alimentarsi” (in senso latissimo), sia che le trovi nello scaricare i proprio “cataboliti” (sempre in senso latissimo), il risultato non cambia.   Ne siamo un esempio noi stessi.  La società industriale globale sta trovando il proprio limite nell’accumulo di inquinamento prima ancora che nella ridotta disponibilità di risorse.   Per fare un solo esempio, più di metà del petrolio scoperto è ancora sottoterra, ma se continueremo a pomparlo, ridurremo il nostro pianeta ad un deserto.

Il punto chiave qui è proprio il fatto che i sistemi in crescita esponenziale sono particolarmente instabili e vulnerabili.  E’ infatti molto difficile che possano passare da una fase di crescita convulsa ad una di equilibrio dinamico.   Sistemi che evolvono lentamente e che contengono anelli di retroazione negativa sono tendenzialmente più stabili.   Il che significa che crescono molto meno quando le condizioni sono favorevoli, ma incassano meglio quando le condizioni peggiorano.   E, soprattutto, contribuiscono assai meno al peggioramento del loro “fuori”,  proprio perché assorbono meno bassa entropia ed espellono meno alta entropia.

Una condizione certa per il disastro è poi quando un sistema riesce a crescere oltre la capacità del meta-sistema di cui fa parte di provvedere la bassa entropia ed assorbire l’alta.   L’esempio dei manuali è quello di un gregge sul pascolo.   Finché le pecore sono poche, l’erba abbonda e si possono moltiplicare.   Se ci sono fattori esterni che limitano la crescita del gregge, ad esempio il contadino che mangia una parte degli agnelli,  il sistema può tirare avanti indefinitamente.   Se invece le pecore aumentano continuamente di numero, prima o poi cominciano a danneggiare il suolo; la fertilità diminuisce e l’unico modo per salvare il gregge è eliminare abbastanza pecore da ristabilire l’equilibrio con un pascolo impoverito ed eroso.

La decrescita in pratica

Il decadimento quali/quantitativo dell’input energetico e gli effetti nocivi connessi con la crescente entropia mondiale renderanno le strutture economiche e sociali particolarmente complesse sempre meno sostenibili.    Ciò significa che la de-globalizzazione che sta ora prendendo le mosse, accelererà e diverrà una tendenza inarrestabile nei prossimi decenni.   Prima di festeggiare, consideriamo però che, se con la globalizzazione ci siamo fatti parecchio male, con la de-globalizzazione ci faremo peggio.

crescita globaleLa progressiva integrazione dei sistemi socio economici locali in sistemi nazionali, poi transnazionali ed infine in un unico sistema globale è stata infatti la strategia che ha permesso all’umanità di aumentare la propria capacità di dissipare energia e crescere.   Se in un grafico riportassimo la curva del livello di integrazione dei sistemi economici del mondo, vedremmo che è strettamente correlata con le curve che descrivono l’incremento demografico e la dissipazione di energia.    Senza la globalizzazione, non saremmo diventati i quasi 8 miliardi che siamo oggi ed i nostri consumi non sarebbero cresciuti, semmai diminuiti.   Perché?

Facciamo un esempio: la quantità di energia fossile disponibile è tuttora fantastica, ma i giacimenti sono sempre più difficili e costosi da raggiungere e sfruttare.   Solo organizzazioni estremamente vaste ed integrate possono avere i mezzi per farlo e solo se possono poi accedere ad un mercato globale in cui vendere la propria merce.
Per farne un altro, l’epidemia di Ebola del 2014 è stata messa sotto controllo a fatica e solo grazie all’afflusso di personale specializzato, materiali costosissimi ed aiuti di vario genere dal mondo intero.   Tutte cose che solo organizzazioni della potenza dell’OMS, l’UE, gli USA e la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale potevano fare.  Senza strutture di tale vastità e complessità, i morti sarebbero stati probabilmente dei milioni in gran parte dell’Africa.

Piccolo è meno dissipativo, ma più scomodo

Orto-bioQuando si parla di de-globalizzazione, volentieri si pensa al proprio orto e di come sarebbero belle delle comunità agricole in cui ognuno contribuisce come può al benessere collettivo.   A parte il fatto che tra il mercato globale ed il mio giardino ci sono parecchi livelli organizzativi intermedi, è vero che piccole comunità rurali rappresentano un modello socioeconomico molto più adatto a tempi di scarsezza.   Penso quindi che sia sicuramente una buona idea quella di prepararsi a cavarsela in economie locali, scarsamente connesse col resto del mondo.  Ma non bisogna illudersi che queste possano far vivere 8 miliardi di persone, men che meno fino ad 80 anni e passa.
In sintesi, un’economia locale può provvedere cibo, acqua, abiti ed alloggio, ma non potrà mai consentire una connessione internet, cure ospedaliere moderne, viaggi lontani, tecnologie avanzate e tutti gli altri vantaggi che ci ha dato la progressiva integrazione delle economie mondiali.

Man mano che i sistemi socioeconomici maggiori si disarticoleranno in sotto-sistemi via via più piccoli, diminuiranno la massa e l’impatto globale dell’umanità.   Ma diminuirà anche la nostra capacità di sfruttare le residue risorse del pianeta.  In pratica, la stessa retroazione che ha prodotto il fenomeno che chiamiamo “progresso”, se lo rimangerà.   Se del tutto od in parte, lo vedremo, dipende da molti fattori.   In ogni caso, la popolazione diminuirà, forse anche rapidamente.
Un fatto questo che si tende a tacere, anche se è l’unica speranza che ci rimane.   Solo un’abbastanza rapida riduzione del carico antropico potrebbe infatti salvare la Biorfera e, dunque, anche la nostra discendenza.

Per essere chiari: era prevedibile che la globalizzazione ci sarebbe costata cara, ma era difficile evitarla.  E’ altrettanto prevedibile che la de-globalizzazione ci costerà ancora di più, ma proprio questo è fonte di speranza.

Ne riparleremo nella prossima ed ultima puntata.

 

 

Trappole 2: L’ innovazione

innovazione

Uno dei mantra con cui si cerca di esorcizzare la crisi è quello dell’ innovazione.   Se un paese, un’impresa, un singolo lavoratore vuole essere competitivo deve innovare.   Più fai innovazione e più fulgido è il tuo futuro.  Chi rimane indietro verrà fatto fuori dalla concorrenza a tutto vantaggio della collettività perché questo è il meccanismo che rilancia costantemente il progresso, la crescita ed il benessere.   Ma siamo sicuri?

Effettivamente, fra due imprese in concorrenza è probabile che venda di più quella che ha i prodotti più alla moda e che sviluppa i processi più efficienti.   Ma se per innovare ha fatto dei debiti ed il mercato non tira abbastanza, non è detto che vada a finire bene.   Personalmente, ho conosciuto più di un caso in cui, nell’ambito di un settore in crisi, sono sopravvissute proprio le aziende più “all’antica” perché usano impianti già ammortizzati ed hanno processi produttivi più elastici.

Salendo di scala, buona parte della storia è fatta di come popoli più innovativi sul piano organizzativo, tecnico e militare abbiano fatto fuori gli altri.   Ma anche in questo caso, se l’ innovazione sicuramente conferisce un maggiore potere, genera anche ulteriori necessità.   Ad esempio, la precoce e spinta petrolizzazione dell’economia USA è stata uno dei fattori che ne hanno fatto la giga-potenza mondiale.   Ma ha anche condotto gli americani ad impantanarsi nel caos medio – orientale (fra l’altro).   Contemporaneamente, ha dato un contributo fondamentale all’inquinamento globale, che adesso sta erodendo le basi dell’economia.

Salendo ancora di scala, quale può essere l’effetto dell’ innovazione sul capitalismo globale?

Semplificando al massimo, il fondamento del sistema è l’accumulazione di capitale, non solo sotto forma di denaro, ma anche e soprattutto in forma di impianti, macchine, infrastrutture, maestranze, conoscenze, eccetera che costituiscono l’autentica ricchezza di una società.

Sappiamo che il capitale si accresce mediante investimenti e si erode mediante consunzione ed obsolescenza.   Cioè, il capitale cresce perché una parte del suo prodotto viene reinvestito per produrre nuovo capitale.   E man mano che il capitale cresce, cresce la quantità di risorse che possono essere investite e così via.   E’ la “crescita” tanto amata da tutti.
Ma per mantenere in efficienza il capitale è necessario investire una parte della produttività del medesimo.    Le macchine hanno bisogno di manutenzione, le maestranze mangiano, le strade vanno periodicamente asfaltate eccetera.   Perfino per conservare un simbolo come il denaro ci vogliono banche, polizia e molto altro.
Dunque più cresce il capitale, più cresce il suo prodotto, ma anche i suoi costi energetici di manutenzione, finché questi diventano tali da mettere in crisi il sistema.    E’ uno degli infiniti esempi di come i Ritorni Decrescenti rallentano ed infine bloccano la crescita dei sistemi.

Ma niente paura!   L’innovazione ci permette di rendere sempre più produttivo il nostro capitale, così come di ridurre le risorse necessarie alla manutenzione.    Vero, ma anche qui si pone un problema di Ritorni Decrescenti.   “Accelerare l’ innovazione” è esattamente sinonimo di “accelerare l’obsolescenza”.   Più rapidamente si innova, più rapidamente si dovranno sostituire pezzi di capitale, anche trascurando la truffa dell’obsolescenza programmata.   Lo vediamo in maniera esagerata con i computer, ma lo stesso fenomeno riguarda qualunque parte del capitale materiale che sostiene una società: strade, impianti industriali, immobili, macchine, eccetera.   Ma succede anche col capitale immateriale: più rapidamente vengono superate le conoscenze tecniche e scientifiche, più bisogna investire in aggiornamento e/o sostituzione del personale, adeguamento dei programmi scolastici e via di seguito.

E’ pur vero che in molti campi (anche se non tutti) le nuove tecnologie hanno bisogno di una minore manutenzione o (soprattutto) di meno personale addetto.   Ma anche quando effettivamente si riducono i costi di manutenzione, accelerando il ricambio si aumentano quelli di ammortamento.   Anche in questo caso, arriva quindi un punto in cui lo scapito è maggiore del guadagno ed ogni ulteriore progresso tecnologico aumenta e non riduce i costi aggregati.

Infine, è necessario fare almeno un cenno al fatto che con il termine “innovazione dei processi produttivi” di solito si intende dire “licenziamo un po’ di gente”.    Anche in questo caso, finché vi sono i presupposti per una rapida crescita economica poco male, perché la gente che perde un impiego di solito ne trova un altro.   Ma quando i presupposti sono per una stagnazione, o peggio, dell’economia, chi perde il lavoro diventa suo malgrado un peso per la società.

Questa è la trappola:
L’innovazione è ciò che ha consentito alla nostra specie prima ed alla nostra civiltà poi di dominare il Pianeta.
A livello di singoli soggetti, può anche continuare ad essere una strategia vincente.   Ma da quando siamo entrati in una fase di stagnazione (o più probabilmente di recessione) di lungo periodo, l’innovazione rischia di giocare un ruolo fortemente negativo a livello generale.

In pratica, quello che favorisce i singoli soggetti danneggia il sistema di cui questi stessi fanno parte.

Trappola 1: buoni e cattivi.

Di Jacopo Simonetta.

lavagna-buoni-e-cattiviAi bambini si insegna che ci sono buoni e cattivi, sarebbe difficile fare diversamente. Ma il problema è che molti mantengono questo modo di pensare anche da grandi e questo è un problema serio, fra i tanti altri.    Il fatto che se “A” è cattivo, “B” nemico di “A” deve essere buono traspare spessissimo nell’atteggiamento di persone anche di ragguardevole cultura.   Quel che è peggio, in quello di persone di ragguardevole potere.
Forse l’esempio più macroscopico e drammatico è stato il parziale collasso dell’impero sovietico.   Dopo 50 anni di Guerra Fredda, il fallimento del comunismo è stato letto dai più come la dimostrazione della validità del capitalismo.   Che potessero essere sbagliati entrambi ha sfiorato ben poche e del tutto marginali meningi.   Oggi si cominciano a pagare le conseguenze di questo catastrofico errore.
Un esempio meno drammatico, ma istruttivo, ci viene dal discorso tenuto da Sergei Lavrov alla 31 sessione del Consiglio sui Diritti dell’Uomo tenutosi a Ginevra il 29 febbraio 2016.  Un discorso che è stato accolto con rabbia od entusiasmo dalle opposte fazioni.   A mio avviso un discorso interessante proprio per verificare come si può agevolmente mentire dicendo il vero.
Vediamo, in sintesi che ha detto:
1 – Le “primavere arabe” hanno portato disastri umanitari, anziché libertà e benessere. Vero (con la parziale eccezione della Tunisia e solo per il momento), ma lo si sapeva da subito.   Le rivolte sono nate per l’esasperazione di situazioni maturate nei decenni ed afferenti perlopiù alla sovrappopolazione.   Rovesciare  regimi corrotti e più meno feroci non poteva certo risolvere la situazione.
I francesi e gli inglesi (con il supporto USA) hanno sostenuto la rivolta in Libia ed i russi hanno sostenuto il governo in Siria.   Non mi sembra che i risultati siano esaltanti in nessuno dei due casi.
2 – I Diritti dell’uomo vengono regolarmente strumentalizzati per fini politici. Vero anche questo. Gli occidentali non hanno infatti lesinato aiuti a personaggi del calibro di Saddam Hussein e Gheddafi, quando gli facevano comodo, per poi farli fuori quando lo hanno ritenuto opportuno. Quando la Russia ha semi-distrutto la Cecenia abbiamo lasciato fare perché ci faceva comodo, mentre ci siamo precipitati in Kosovo, sempre perché ci serviva.  Del resto, non penso proprio che Putin e Lavrov abbiano grande stima di Assad, ma per ora gli è utile. Lo stesso hanno sempre fatto e fanno i governi “imperialisti” in senso molto lato.
Ci sono alternative?   Non lo so, ma non è rinfacciandoci l’un l’altro di fare le stesse cose che troveremo una soluzione. E, d’altronde, in Kosovo come in Cecenia e altrove, è vero che una potenza imperialista si è imposta con la violenza, ma le truppe sconfitte non erano certamente delle dame di carità.
3 – In Europa orientale ed in particolare in Ucraina e Polonia stanno risorgendo partiti neonazisti fanaticamente anti-russi che le autorità europee tollerano. Vero anche questo, come è vero che la Russia intrattiene rapporti di stretta collaborazione con Forza Nuova, Fronte Nazionale, Jobbik ed altri partiti apertamente filo-russi.  Svoboda ha mandato miliziani anti-russi nel Donbass, mentre Forza Nuova ne ha mandati a sostegno dei filo-russi.    Chi sostiene l’estrema destra fascistoide in Europa?
4 – La Turchia arma i miliziani dell’ISIS. Di questo sono personalmente convinto, ma non può darsi per certo.   Diciamo che è probabile, perlomeno fino ad un certo punto.   E certamente la Turchia sta giocando su molti tavoli contemporaneamente con il duplice scopo di far fuori sia i curdi che Assad. Ma l’aereo russo abbattuto dai turchi non stava bombardando posizioni dell’ISIL, bensì i ribelli turcomanni. Una delle tante milizie etniche afferenti al cosiddetto “Esercito Siriano Libero”. Definiti in occidente “ribelli moderati”, ma sulla cui moderazione mi permetto di avere dei dubbi. Certo, dai dati disponibili risulta che circa l’80% dei civili li ha ammazzati il governo, ma forse solo perché è l’unico a disporre di aviazione ed artiglieria.
Alla fin fine, la “moderazione” dipende prevalentemente da due fattori. Uno militare: quale è il volume di fuoco di cui disponi? Il secondo è politico: a chi e quanto fai comodo?
Basti pensare che fino poco tempo fa ci sentivamo dire che l’Arabia Saudita è un paese moderato! Mentre da qualche mese comincia a diventare moderato l’Iran.   Staranno cambiando le alleanze, oppure i governi in questione?
5 – Gli occidentali sono degli ipocriti che dicono di voler accogliere i profughi per poi maltrattarli in modo che smettano di venire. Verissimo anche questo, ma come mai il flusso di profughi aumenta con l’avanzare delle truppe di Assad?   E come mai i profughi siriani che arrivano in Russia poi cercano di arrivare in Scandinavia?  Certo bombardamenti e combattimenti non sono l’unico fattore in gioco. Molto del flusso è infatti prodotto dai turchi per fare pressione sull’UE.   Ma è anche vero che molti siriani temono il ritorno dell’ordine quanto e più del disordine. Non dimentichiamoci che tutti i fattori scatenanti la rivolta del 2011 sono uguali o molto peggiori di allora e che l’unico modo realistico per imporre l’ordine pubblico in una simile situazione è il terrorismo.
Con ciò i russi sono cattivi e noi buoni?   Oppure viceversa?   Magari nessuno dei due.   Allora, siccome sono tutti cattivi sono tutti uguali? Neppure.
Intanto se i buoni scarseggiano alquanto, esistono comunque i cattivi ed i pessimi, ma soprattutto esistono gli intelligenti ed i fessi. Ancor più, le stesse persone e gli stessi governi fanno a volte cose intelligenti ed altre cose stupide.   Infine, ci sono cose che giovano il mio Paese e cose che lo danneggiano e non sta ai governanti esteri provvedere alle nostre necessità, bensì ai nostri.