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Breve storia immaginaria di un paese inventato

C’era una volta, tanto tempo fa, un piccolo paese chiamato Svoglia. La vita in Svoglia scorreva mediamente felice se non fosse che gli abitanti, detti Svogliati, preferissero sistematicamente delegare, a chiunque si desse sufficiente pena di volerlo fare, la gestione del paese. Gli Svogliati, in sostanza, avevano come indole nazionale la convinzione che la comprensione del mondo fosse troppo faticosa, inessenziale e da evitare accuratamente.

Il paese, poco meno di un secolo prima, era uscito sconfitto da una brutta guerra (pur continuando a raccontarsi di averla vinta). Subito dopo la guerra aveva accettato denaro (ed una pesantissima ingerenza politica, militare e culturale) dal paese emerso vincitore del conflitto. L’opinione degli Svogliati era che la cosa più saggia da fare fosse seguire le orme dei vincitori, mutuare i loro usi e costumi e bollare come vecchia ed ammuffita tutta la propria tradizione popolare.

Seguirono anni molto felici segnati da una massiccia industrializzazione, dalla realizzazione di abitazioni più vivibili, dall’aumento del tenore di vita e da un forte incremento demografico. Tutto quello che appariva come “nuovo” veniva acriticamente esaltato, senza alcuna reale riflessione sulle conseguenze nel lungo periodo. Il propellente primo di tutto questo fervore erano le fonti energetiche fossili (petrolio), il cui sfruttamento, a tassi sempre crescenti, garantiva la possibilità di trasformare materie prime in manufatti da rivendere sui mercati interni ed esteri. Uno dei prodotti trainanti dell’industria manifatturiera di Svoglia furono le automobili, che gli Svogliati apprezzavano molto in tutte le loro funzioni: l’esibizione di aggressività e di status economico, l’eliminazione della fatica fisica e la possibilità di utilizzarle occasionalmente come alcove (che, in una cultura fortemente controllata dal clero, offriva una importante valvola di sfogo).

L’entusiasmo per il nuovo “oggetto dei desideri” entrò in sinergia con l’atavica abitudine degli Svogliati di non ragionare sulle conseguenze a lungo termine delle proprie scelte. Il risultato fu che la crescita dell’intero paese si modellò sul nuovo mezzo di trasporto. La rete stradale fu potenziata in modo da garantire a tutti la possibilità di muovere le proprie autovetture avanti e indietro. Interi quartieri e piccole città furono realizzati come strutture alveari prive di servizi essenziali, accessibili unicamente per mezzo di automobili. Il commercio si focalizzò in poche enormi strutture lontane dagli abitati dette “centri commerciali”. Il trasporto pubblico, soprattutto su ferro, fu abbandonato ad un lento declino.

L’adesione acritica nei confronti della nuova modalità di trasporto fu tale da produrre la convinzione diffusa che l’automobile fosse ormai “indispensabile”, ignorando l’evidenza che per millenni se ne era fatto benissimo a meno. Gli Svogliati subirono passivamente (quando non vi aderirono attivamente) la propaganda del comparto industriale legato alla produzione di automobili, alla raffinazione dei carburanti, ai servizi ad essa collegati, diventando succubi di un nuovo modello di auto-sfruttamento.

Ciò che gli Svogliati si rifiutavano attivamente di vedere era quanta parte del loro lavoro e delle loro fatiche contribuiva unicamente ad alimentare un meccanismo per cui alcuni quintali di ferraglia venivano quotidianamente spostati avanti e indietro solo per movimentare passeggeri del peso di poche decine di chilogrammi, in questo producendo malattie da sedentarietà, da inquinamento, da stress, congestione dei centri urbani, declino della vivibilità e distruzione su larga scala di risorse non rinnovabili.

Mentre altri paesi iniziavano la conversione a modelli di trasporto più sostenibili, gli Svogliati si incaponirono nell’errore. In parte ciò fu dovuto alla protervia con la quale le generazioni più anziane restarono abbarbicate alle proprie convinzioni e, parallelamente, alle leve del potere. A distanza di decenni, la gran parte delle cariche politiche, economiche e burocratiche del paese restava in mano a persone cresciute negli anni del “grande sviluppo” che, nei decenni successivi, avevano fattivamente ostacolato, ‘con ogni mezzo necessario’, il ricambio generazionale (o al limite promuovendo giovani portatori dei loro stessi valori). Il mantenimento delle leve del potere nelle mani di persone fisicamente debilitate dall’età contribuì alla fossilizzazione del modello di trasporto basato sull’auto privata, laddove in altri paesi erano state proprio le nuove generazioni, fisicamente ancora prestanti, a spostare la barra del timone in direzione di forme di mobilità attiva.

Gli Svogliati operavano, collettivamente, la sistematica negazione di ogni possibile alternativa alla propria condizione (un meccanismo ben noto alla psicoanalisi), proprio per alleviare la sofferenza derivante dal vivere in città soffocanti e disfunzionali. Come si può immaginare non andò a finir bene: man mano che le risorse energetiche non rinnovabili progredivano ad esaurirsi, l’intero modello economico su esse basato affrontò una inevitabile crisi. L’aumentare dei costi di estrazione e del declino dell’energia netta disponibile[1] provocò un picco dei prezzi del carburante, che non potè essere assorbito dalla capacità di spesa della popolazione.

Per un breve lasso di tempo diventò evidente quanto la diffusione dell’uso dell’auto privata dipendesse strettamente dai costi ad essa connessi, e quanto tale modello fosse incompatibile con un ulteriore aumento di tali costi. Una parte del comparto petrolifero scelse allora una strategia di abbattimento del prezzo al barile, per evitare di mandare in crisi l’intera organizzazione trasportistica mondiale (al prezzo non proprio trascurabile del collasso economico di alcuni paesi produttori, i cui costi di estrazione finirono con l’essere superiori ai prezzi di mercato). Ma il palliativo fu solo temporaneo, l’economia mondiale entrò in un lungo periodo di stasi. Dopo pochi anni il problema, inevitabilmente, si ripresentò.

Per gli abitanti di Svoglia questo rappresentò un brutto risveglio. I loro stili di vita, le loro abitudini, le loro intere città risultarono dipendenti da una modalità di trasporto dai costi non più affrontabili, sia in termini di carburanti, sia di costi di fabbricazione. Improvvisamente diventò evidente come l’intero sistema industriale dipendesse a doppio filo dalla trasformazione di grandi quantità di energia, disponibile fino a quel momento in forme quasi gratuite, in materie prime e manufatti. Venuta a diminuire la disponibilità energetica tutto iniziò a declinare.

Soprattutto iniziò a declinare la produzione di cibo, per decenni supportata da forme esasperate di sfruttamento dei terreni e dall’uso di fertilizzanti e pesticidi di origine industriale. Dovendo scegliere tra il morire di fame e l’abbandono della mobilità motorizzata, fu ben presto evidente l’inessenzialità della seconda. Con l’abbandono delle automobili anche la manutenzione di una rete stradale di fatto ipertrofica perse velocemente la propria utilità. Le città si ricompattarono, e molti dei quartieri extraurbani finirono abbandonati e demoliti, con grande rimpianto per i terreni fertili ormai irrimediabilmente perduti.

La nostra storia immaginaria di un paese inventato ha quindi un finale brutale, che racconta di un brusco risveglio. Gli Svogliati potranno ancora cavarsela, ma la loro attitudine collettiva ad ignorare le conseguenze delle proprie scelte ci fa temere per il peggio. Resta, a noi lettori, la consolazione di vivere in una realtà molto diversa. O forse no.

[1] In sostanza la sostenibilità di un modello di trasporto pesantemente energivoro come l’attuale dipende in senso stretto non tanto dalla disponibilità di risorse, quanto dalla quantità di energia netta disponibile. L’energia netta (EROEI) è data dal rapporto tra energia consumata nella produzione ed energia ricavata. Se questo rapporto è elevato (100:1 per il petrolio agli albori), il modello economico/sociale si organizza su consumi elevati e grande produzione di manufatti. Più il tempo passa, più le riserve maggiormente redditizie vengono sfruttate, lasciando solo quelle ad EROEI più basso. Ciò non comporta un immediato declino dello slancio produttivo, poiché il calo dell’energia netta è compensato in parte dall’infrastrutturazione precedentemente realizzata, in parte dall’innovazione tecnologica, in parte dalla messa a sistema di quantità crescenti di giacimenti a media resa. Ma sul lungo periodo il declino generalizzato dell’energia netta disponibile comporta inevitabilmente l’abbandono delle forme d’uso più esageratamente energivore in favore di quelle meno esose e più immediatamente utili, come la produzione di cibo.

 

Qualunquismo, Populismo e Fascismo.

di Jacopo Simonetta

Qualunquismo, Populismo e fascismo sono tre parole spesso confuse ed indifferentemente usate come insulti.  Non essendo un politologo, propongo qui una mia riflessione personale che non pretende certo di essere né completa, né esatta.   Anzi, se qualcuno avrà da precisare, correggere e discutere, meglio!  Lo scopo di questo blog è proprio quello di stimolare la discussione.

Populismo.

Ne ho parlato in un mio vecchio post cui rimando.  Qui vorrei solo ricordare che i movimenti ed i partiti populisti nacquero agli albori della rivoluzione industriale e si svilupparono fino a i primi del XX secolo, quando furono definitivamente sconfitti dai liberisti in alcuni paesi e dai comunisti in altri.
Talvolta spacciati per rivoluzionari, i populisti erano piuttosto dei conservatori che si opponevano in tutti i modi sia al capitalismo moderno, sia al comunismo.  Furono invece strenui difensori del lavoro artigianale ed agricolo, rifiutando sia la salarizzazione del lavoro, sia la  collettivizzazione dei mezzi di produzione.
Per loro, la società avrebbe dovuto essere radicalmente ristrutturata sulla base delle autentiche ed antiche tradizioni popolari.  Insomma, un estremo tentativo di rivalutare “Il costume antico” e la “common decency” che erano state fondamento della società civile nei secoli precedenti.
Tipici frutti di questi movimenti furono le società di mutuo soccorso, le fratellanze ed anche varie società segrete, talvolta intersecate con la Massoneria che, però, nel suo insieme fu invece un’organizzazione di impostazione liberale e progressista.

Fascismo.

Esistono biblioteche su questo argomento.  Qui vorrei solo precisare che uso questo termine in senso generico di “movimenti e partiti di tipo fascista” e non solo del partito di Mussolini che ha una sua storia precisa e particolare.
In estrema sintesi, direi che rappresentano la perversione del populismo in quanto basano anch’essi la loro retorica sul richiamo ad antiche tradizioni.   Ma mentre le tradizioni cui si riferivano i populisti di 50 o 100 anni prima erano ancora almeno in parte vive, le “tradizioni” cui si riferivano e si riferiscono i fascisti (sensu lato) sono in gran parte di fantasia.  Penso, ad esempio agli Ariani ed ai Turanici che non sono mai esistiti, ma anche la “romanità” mussoliniana aveva ben poco a che fare con la romanità storica.
Una lettura delle opere di Julius Evola è, credo, emblematica in questo senso.   Dall’inizio alla fine sono un peana ad un’atavica tradizione ben chiara nella sua mente, ma di cui non si trova traccia nei documenti antichi e nei resti archeologici.
All’atto pratico, i governi di tipo fascista si sono sempre contraddistinti per la creazione di regimi totalitari, per la capacità di trovare dei comodi compromessi con il grande capitale e per l’attitudine a precipitare i rispettivi paesi in guerre devastanti e puntualmente perse.  Con l’eccezione di Franco che, da militare avveduto qual’era, preferì litigare con Hitler (nel 1940), piuttosto che imbarcarsi in una guerra che sapeva sarebbe stata perduta.

Qualunquismo.

Anche il termine “qualunquista” è stato ed è ampiamente usato come insulto, ma ha un origine diversa .   L’ “Uomo Qualunque” nacque infatti nel 1944 come giornale; il logo raffigurava un tizio strizzato dai poteri forti in un torchio per estrarne dei soldi.  Il motto era: «Questo è il giornale dell’uomo qualunque, stufo di tutti, il cui solo, ardente desiderio è che nessuno gli rompa le scatole».

Il foglio ottenne un notevole successo, usando una satira spesso grezza ed insultante; fra l’altro storpiando i nomi dei politici in maniera ridicola.  Ad esempio, Calamandrei (capogruppo del Partito d’Azione) divenne “Caccamandrei”, Salvatorelli (giornalista) divenne  “Servitorelli”, Vinciguerra (deputato socialista) divenne “Perdiguerra” e così via.
Nel 1946 il movimento divenne un partito: il Fronte dell’Uomo Qualunque, mantenendo però l’impianto e lo stile del  suo giornale.  Subito odiato da tutti gli altri partiti, fu spesso tacciato di essere una riedizione del disciolto Partito Nazionale Fascista.  Ma anche se un certo numero di fascisti vi confluirono, la forza del Fronte fu proprio quella di saper raccogliere e dar voce agli scontenti e ai delusi di tutte le tendenze: dai monarchici ai liberali, dai fascisti ai socialisti.  La sua impostazione generale era liberale e libertaria, basata su pochi punti chiave:

  • Lotta a tutte le ideologie politiche, a partire dal fascismo ed dal comunismo.
  • Lotta alla “partitocrazia” (termine che comparve proprio in quell’epoca).
  • Lotta al grande capitale, in particolare alla grande industria, ed alla sua ingerenza in politica.
  • Sostegno alla piccola impresa, agli artigiani, commercianti, impiegati, contadini e, in generale, all’ “uomo della strada”, visto come  abituale vittima delle strutture di potere.
  • Riduzione delle imposte.
  • Lotta all’ingerenza del potere pubblico nella vita privata dei cittadini. Lo stato doveva essere un semplice amministratore che  fornisce i servizi essenziali con il minimo indispensabile di prelievo fiscale.

Non sono certo il primo a cogliere delle analogie con un’altro partito che oggi va per la maggiore.  Se altri sono dello stesso avviso, saranno forse interessati a sapere come andò a finire. Presto detto:  male.
Alle amministrative del 1969 l’Uomo Qualunque ottenne il 4% circa su base nazionale, ma in Italia meridionale fece il 15-20% a seconda delle circoscrizioni, fino ad oltre il 30% a Messina.   Alle successive elezioni per l’Assemblea Costituente andò ancora meglio ed ottenne ben 30 deputati.   Dunque una buona partenza per un partito che aveva tutti contro e che, per la sua propaganda, disponeva solo di un giornale autofinanziato.   Ma già un anno dopo, l’avvicinamento del fondatore e capo del partito (Guglielmo Giannini) al governo de Gasperi gli giocò buona parte della popolarità e le successive evoluzioni politiche fecero peggio, finché il partito fu sciolto nel 1953.

Tirando le somme.

Come ho più volte sostenuto, la definizione di “populista” in uso oggi è profondamente scorretta.  Casomai, il M5S ed altre formazioni simili in Europa potrebbero essere assai meglio definite come “qualunquiste”, nel senso originale del termine.   Anche per distinguerle dai movimenti e dai partiti autenticamente neo-fascisti o neo-nazisti che pure proliferano e che pure vengono impropriamente definiti “populisti”.
Certo, una parziale commistione c’è (come ci fu per con l’UQ), ma il fatto che dei fascisti votino M5S non significa che il partito sia fascista.
Non per ora, ma se davvero i 5S andranno al governo si aprirà una grossa crisi al suo interno.   Già le prime manovre post-elettorali e l’elezione della Castellati alla presidenza del Senato hanno allarmato parte dei suoi sostenitori e non potrebbe essere che così.
Il “Partito degli scontenti” funziona bene finché si è all’opposizione, ma quando si va al governo il rischio di scontentare gli scontenti è estremamente alto. Soprattutto in un contesto come quello attuale in cui i margini di possibile miglioramento sono oggettivamente esigui, mentre quelli di possibile peggioramento sono assai vasti.
Un forte indizio in questo senso è che fra le poche città importanti in cui i “grillini” hanno perso ci sono Roma, Livorno ed altre in cui avevano vinto a mani basse le amministrative precedenti.

Secondo me, la forza dei 5S oggi, come dell’UQ ieri, è quella di essere stato capace di raccogliere consensi da ogni parte, ma mantenere un equilibrio simile stando al governo sarà molto più difficile.
Vedremo.

Siria: guerra 4.1

di Jacopo Simonetta

In Siria è cominciata una nuova fase di una guerra che sembra voler durare ancora parecchi anni.  In Iraq stanno ancora decidendo con chi ammazzarsi al prossimo giro.   Secondo le migliori tradizioni locali, la situazione è caotica e continuamente cangiante.  Le tabelle qui riportate sono quindi necessariamente molto  approssimative.

Riassunto molto schematico delle puntate precedenti.

Iraq

Qui ci occuperemo della Siria, ma un cenno all’Iraq è necessario.
La guerra in Iraq cominciò nell’ormai remoto 2003 con l’invasione americana e, fra alterne vicende, è ancora lontana dall’essere conclusa.  Qui ci interessa che, nel 2014, la guerra civile irachena e quella siriana si saldarono in una guerra unica per il dilagare dell’ISIL in entrambi i paesi.  Anche in Iraq il “califfo” riuscì a far coalizzare tutti contro di lui, ma con giochi di alleanza diverse dal teatro siriano.  Ad esempio, la Turchia nemica dei curdi in Siria, ne è alleata (in parte) in Iraq; mentre l’Iran è arcinemico degli USA su tutti i fronti, meno in Iraq dove finora sono stati alleati.
Altra peculiarità irachena è che ci sono due partiti e due milizie curde che fanno capo ai due clan principali: i Barzani ed i Talabani (che non c’entrano niente con i talebani afghani).   I Barzani hanno commesso l’errore fatale di dichiarare l’indipendenza del Kurdistan iracheno, ottenendo il risultato di inimicarsi prontamente tutte, ma proprio tutte le altri parti in causa.
I Talabani, hanno reagito consegnando senza combattere la città ed i campi pozzi di Kirkuk ai governativi, pare in cambio di un accordo secondo cui il territorio curdo rimane formalmente sotto il controllo di Baghdad, ma è di fatto indipendente.  Come del resto è stato dal 2003 ad oggi.
Un successivo attacco dei governativi verso Ebril è stato respinto e, per ora, non è successo altro di importante, ma è chiaro che la guerra non è finita.  Semplicemente i vari contendenti devono riprendere fiato e decidere contro chi combattere.

Il verde indica buoni rapporti, il giallo sostanziale indifferenza ed il rosso ostilità, ma entrambe le tabelle sono molto approssimative perché per ogni incrocio sarebbe necessario un lungo discorso.  Ad esempio, non sono confrontabili l’ostilità della Turchia nei confronti di Israele o dell’Iran, che si imita alla freddezza nei rapporti diplomatici, a quella verso i curdi siriani, sotto attacco militare.

Siria

Prodromi.  La Sira ha sempre sofferto di violente divisioni interne che hanno portato più volte a rivolte  contro la minoranza alawita  al potere.  Tutte rapidamente sedate con alcune migliaia di morti.  Su questo retroterra storico, negli anni 2000 si sono innestati due fatti nuovi: una siccità senza precedenti e il calo della produzione petrolifera al di sotto dei consumi interni.  Questi due fattori hanno fatto precipitare la situazione in tutto il paese.

La fase 1 cominciò nel 2011, con una serie di manifestazioni scatenate da un’ondata di rincari dei generi di prima necessità.  La repressione del regime fu pronta e feroce, ma le proteste si diffusero a gran parte del paese in un crescendo di violenza che divenne guerra civile.  Gli USA cercarono di cogliere l’occasione di intervenire per sostituire Assad con un governo loro tributario, ma non poterono per il veto di Russia e Cina.  Così ripiegarono sul sostegno a diverse milizie ribelli, perlopiù raccolte sotto l’etichetta di ESIL (alias FSA) che, in realtà, riuniva centinaia di milizie perlopiù autonome.  I combattimenti si diffusero a gran parte del paese, mentre gradualmente emergeva come forza ribelle principale Al Nousra: una costola di Al Qaida che conquistò parecchio territorio sia a spese dei governativi, sia a spese di altre formazioni ribelli.

La fase 2 cominciò nel 2014, con la repentina apparizione dell’ISIL (alias ISIS, alias DAESH). Molto rapidamente gli “uomini neri” divennero la forza principale in campo, sconfiggendo ripetutamente sia i governativi che gli altri gruppi ribelli.  Fra l’altro, in questa fase di rapida espansione, l’ISIL conquistò molte posizioni all’ESIL, impossessandosi degli arsenali forniti dagli USA e dagli altri paesi occidentali.
La rapidità e la violenza con cui l’ISIL si impose non è spiegabile altrimenti che con un fortissimo sostegno da parte di una potenza straniera  ed il candidato più probabile è l’Arabia Saudita, magari con il sostegno delle altre petrocrazie sunnite.  Il ruolo attivo della Turchia è più dubbio, ma di sicuro questa non ha mai attaccato seriamente DAESH, se non quando questo era già stato sconfitto e solo per contrastare l’avanzata dei curdi.
Questa fase culminò con la nascita del Califfato.   Un errore strategico mortale che costò la sconfitta e (probabilmente) la vita ad al Baghdadi.  Proclamarsi califfo significa infatti rivendicare un potere diretto su tutti i governanti islamici del mondo. Una cosa dura da digerire anche per i suoi occulti sostenitori che, infatti, cominciarono a sostenerlo sempre di meno.

La fase 3 cominciò fra il 2015 ed il 2016.  Prima con il progressivo rafforzamento dell’intervento occidentale e poi con quello, indipendente ma coordinato, della Russia e dell’Iran.   Gli attentati a Parigi e a Tartus (base russa in Siria), oltre alle atrocità gratuite (commesse anche dagli altri contendenti, ma in maniera meno sistematica e spettacolare) portarono ad una serie di accordi fra la coalizione USA, la Russia, la Turchia e l’Iran.  La guerra di “tutti contro tutti” delle fasi precedenti diventò così una guerra di tutti contro l’ISIL che ne uscì sconfitto, ma non ancora annientato.
Da questa fase i principali vincitori locali sono stati i governativi di Assad ed i curdi. Ma se Assad ha recuperato i due terzi circa del territorio, ha però perso buona parte del suo potere a favore dell’Iran che, tramite Hezbollah, controlla parti strategiche del paese e dal cui sostegno dipende in buona misura la tenuta del governo.
I principali vincitori internazionali sono stati l’Iran (che oramai controlla di fatto parte del territorio siriano), la Russia (che ha rafforzato le sue basi e recuperato un ruolo politico di primo piano nel settore) e gli USA (tramite l’alleanza con i curdi che controllano circa 1/3 della Siria).

La fase 4 è appena cominciata con una sorpresa. Molti si aspettavano una “resa dei conti” fra i governativi sostenuti dall’Iran ed i curdi sostenuti dagli USA, ma la Turchia è intervenuta a sparigliare le carte, attaccando direttamente il territorio curdo.
Nel frattempo, continuano i cobattimenti ed i bombardamenti dei governativi conto le sacche di resistenza in varie parti del paese, così come gli attentati terroristici.

Sviluppi?

In Iraq l’incognita principale riguarda il Kurdistan.  L’unica cosa che trova d’accordo i governi di Turchia, Iran ed Iraq è infatti evitare la nascita di uno stato curdo.  Proprio per questo, gli americani hanno interesse a sostenerlo, ma si trovano in una fase di debolezza politica senza precedenti da cento anni a questa parte.  ”America first”, nell’arena politica globale, è di fatto “America Last” ed i curdi potrebbero pagarne il prezzo.   Inoltre, rimane da vedere se i Barzani ed i Talabani troveranno un accordo  o se combatteranno fra loro; entrambe le ipotesi sono possibili.
Infine, non si parla più della robusta minoranza sunnita che per decenni ha governato il paese (per inciso, anche i curdi sono sunniti, anche se il loro governo è comunista).  E’ già stata sconfitta due volte, ma non è detto che, fra qualche tempo, non ritenti una rivincita.

In Siria, l’attacco turco non solo rimette in discussione tutto il già complicato sistema di alleanza ed inimicizie tra fazioni siriane, ma rimette gravemente in discussione anche i rapporti di alleanza (già molto tesi) fra NATO e Turchia.  Oltre che aprire scenari di una possibile guerra civile in Turchia.

Anche i questo caso, la debolezza americana gioca contro i comunisti curdi che si trovano sostanzialmente soli, ma la politica mediorienatale ci ha abituati alle sorprese.  Per esempio, non è da escludere un accordo fra curdi e governativi per uno status di indipendenza sostanziale, ma non formale.  E se, nel frattempo, la NATO decidesse che della Turchia non c’è più da fidarsi, la posizione di Erdoghan diventerebbe molto spinosa.  Vedremo. Personalmente credo che molto dipenderà da quanto l’offensiva turca miri davvero ad occupare tutto o gran parte del Kurdistan siriano.  Probabilmente, alla NATO stanno discutendo quanti chilometri di Siria concedere all’alleato (ex alleato?).  Non è da escludere che si tratti in gran parte almeno di un bluff in vista delle prossime elezioni che si presentano particolarmente difficili per il “sultano”.

Di tutti gli scenari possibili, il peggiore è infatti quello di un dilagare della guerra in Turchia. In cerca del sostegno dei nazionalisti, Erdogan ha infatti fatto di tutto per rilanciare la guerriglia interna del PKK, ma i curdi turchi sono 18 milioni.   Inoltre, anche se l’epurazione contri i kemalisti ed i goulemisti è stata pressoché totale, ad Istambul e nelle città occidentali la popolarità di Erdogan è ai minimi storici, mentre il suo primato è insidiato anche da destra da Meral Akşener (leader di un nuovo partito nazionalista laico, assolutamente contrario all’islamizzazione voluta dal “sultano”).   Erdogan potrebbe perdere le elezioni, ma potrebbe anche vincerle, con o senza brogli evidenti.  In tutti i casi, la possibilità di una parziale implosione della Turchia non può essere esclusa.
Le conseguenze sarebbero devastanti anche per l’Europa, non solo per la definitiva perdita del bastione medio-orientale, ma anche perché una parte consistente degli 80 milioni di turchi (più 3,5 milioni di rifugiati siriani) cercherebbero riparo da noi.  Abbiamo già deciso cosa fare e come in un caso simile?   Se no, sarà il caso di pensarci.

 

 

Pillole demografiche – Italia e Nigeria.

di Jacopo Simonetta

Concludiamo la nostra carrellata con due paesi molto diversi.  Per le pillole precedenti si veda (qui, quiquiqui e qui).

Italia.

Per prima l’Italia, che a prima vista si presenta come un caso paradigmatico di “transizione demografica”; ma ad un più attento esame forse non del tutto.

fig.1. Demografia italiana. Purtroppo la qualità della figura è pessima, ma rimane leggibile sapendo che il grafico va dal 1860 al 2016; la linea rossa rappresenta i morti e quella azzurra i nati.

Semplificando al massimo, nei primi 40-50 di unità nazionale, sono andate aumentando sia la natalità che la mortalità, con un saldo attivo piuttosto ridotto.  Poi c’è stata una lunga fase di lieve calo della natalità, ma ancora maggiore della mortalità.  Dunque un saldo attivo molto maggiore, ma in gran parte assorbito dall’emigrazione, il che spiega anche il rapido calo della mortalità. (v. fig. 2).
Poi ci fu il duplice disastro della “grande guerra” e, subito dopo, della “spagnola”.   Da notare che in questo, come in moltissimi altri casi, durante la fase acuta della moria anche la natalità è crollata, per rimbalzare subito dopo ad un livello leggermente superiore a quello precedente la crisi.  Interessante è anche osservare che, malgrado le politiche fortemente demografiche di Mussolini, durante il “ventennio” la natalità diminuì più rapidamente della mortalità, pur restando il saldo in campo ampiamente positivo. Quindi ci fu un doppio picco positivo di natalità a cavallo del picco negativo corrispondente alla 2a Guerra Mondiale (che fece molte più distruzioni, ma meno morti della prima, malgrado i bombardamenti l’olocausto, le rappresaglie, ecc.).
Poi, e questo è molto interessante, una netta depressione durante la ricostruzione degli anni ’50 e quindi un ripido picco positivo, in corrispondenza di quei mitici e ultra-ottimisti anni ’60 che ancora ci ossessionano.  Coi primi anni ’70 (maggiori diritti alle donne e diffusione del femminismo, ma anche primo sensibile intoppo sulla via della crescita), iniziò il graduale calo della curva fino a quota di mantenimento alla metà degli anni ’90 (al netto dell’immigrazione che ha mantenuto un saldo attivo della crescita demografica complessiva).  Tutto considerato, il picco storico di natalità è stato ai primi del ‘900, seguito da un altalenante declino.
Viceversa, considerando anche il saldo migratorio, il massimo storico di incremento demografico è invece quello che stiamo vivendo da 15 anni a questa parte.

Fig. 2. Demografia italiana saldo naturale (linea grigia) e saldo migratorio (linea nera).

L’ultima notazione rilevante è questa: la crisi mai finita del 2008 si è finora accompagnata sia un lieve aumento della mortalità, sia una lieve diminuzione della natalità. Non è detto che entrambi i parametri siano direttamente correlati ai dati economici.  Anzi, sicuramente, diversi fattori concorrono a questo risultato, ma è interessante che ciò sia esattamente il contrario di ciò che prevede la “Teoria della Transizione demografica”.
Comunque, bisogna tener ben presente che si tratta di una fluttuazione ancora troppo lieve e troppo recente per poter dire se si tratta di “rumore” o di una tendenza strutturale.

Se ora diamo un’occhiata alla struttura della popolazione italiana, vediamo che innegabilmente abbiamo un problema di “bubbone senile” in rapido arrivo.  E’infatti  innegabile che una società con più vecchi che giovani abbia dei problemi drammatici.  Dunque (escludendo, spero, l’ipotesi di una mattanza degli “over-50”), vediamo le strategie possibili.

1 – Rilancio della natalità.  La più sbagliata di tutte perché fino a 20 anni (minimo) i giovani italiani sono improduttivi, non foss’altro perché vanno alla scuola dell’obbligo.  Ipotizzando quindi di lasciare fermi gli altri fattori (che in realtà cambiano sempre e comunque), aumentare la natalità significherebbe essere rapidamente stritolati nella morsa di un duplice “bubbone”: troppi vecchi e troppi bambini contemporaneamente sulle spalle di troppo pochi adulti (quelli che oggi sono ragazzi).  Inoltre, ciò non farebbe che accrescere il dramma della sovrappopolazione locale e globale.

2- Favorire l’immigrazione.  E’ la scelta che è stata fatta.  E’ già meno stupida della precedente perché non aggiunge bocche al desco globale; ma le aggiunge comunque a quello nazionale che è già in affanno, specie fra i bassi ranghi dei commensali.   Inoltre, la pratica dovrebbe aver ormai dimostrato che le difficoltà di integrazione aumentano in misura più che proporzionale coi flussi.  In parole povere, se effettivamente un modesto flusso di immigrati può rappresentare un vantaggio, flussi imponenti come quelli verificatisi negli ultimi 15 anni sono ampiamente in grado di costituire la proverbiale “goccia che fa traboccare il vaso” in società già ampiamente fragilizzate da altri fattori.

3 – Ristrutturare la società adattandosi al fatto che, mediamente, saremo sempre più poveri.  Ciò rappresenterebbe un compito immane che dovrebbe investire ogni aspetto, a cominciare dal taglio dei redditi eccessivi al fine di rendere accettabile il loro stato ai poveri.  Poi bisognerebbe organizzare un sistema di “welfare” minimale, sostenibile con fondi decrescenti e quindi puntando sulla ricostituzione delle reti sociali autonome.  Ma occorrerebbe anche piantarla di raccontare balle razziste e/o buoniste per, finalmente, spiegare cosa sta accadendo e perché.  I passaggi dolorosi ed indispensabili sarebbero moltissimi e la crisi sarebbe grave, ma temporanea (pochi decenni).

Nigeria.

La Nigeria è il paese che più di tutti si presta ad illustrare l’esplosione repentina delle “bomba demografica”.  In appena 50 anni la sua popolazione è triplicata e continua a crescere ad un vertiginoso tasso vicino al 3% annuo.Le conseguenze sono state complesse.  Anche se molti acclamano il vertiginoso aumento del PIL del paese, la devastazione pressoché totale degli ecosistemi ha provocato la disintegrazione degli equilibri sociali e delle società tradizionali, con un tasso di inurbamento fantastico sia per dimensione che per velocità. Guerre locali, terrorismo, corruzione ad ogni livello, disoccupazione alle stelle e molto altro completano un quadro che sta già contribuendo a destabilizzare una bella fetta di mondo. Come se non bastasse, una situazione politico-sociale molto instabile all’interno di un paese ricco di risorse minerarie non può che essere un potente attrattore per speculatori privi di scrupoli da tutto il mondo.
La metà della popolazione ha meno di 17 anni e i due terzi vive in completa miseria, ma ciò nondimeno diverse ricerche internazionali hanno classificato il Nigeria come uno dei paesi più ottimisti del mondo.  Nel senso che la stragrande maggioranza delle persone, ad onta di ogni difficoltà e disgrazia, ha grandi progetti per un futuro che immaginano molto migliore del presente.
Questa è probabilmente una delle due principali ragioni per un calo così lento della natalità, in un ambiente così ostile per la grande maggioranza dei cittadini.  L’altro è che la larghissima maggioranza dei nigeriani sono cattolici o mussulmani, molto convinti e credenti in entrambi i casi.

Fig. 3 previsioni demografiche ufficiali per i 7 paesi più popolosi del mondo; la linea rossa rappresenta la Nigeria.

Come andrà nei prossimi decenni?  Impossibile a dirsi, ma di sicuro la proiezione demografica ufficiale è la meno probabile di tutte.  Anche tenendo conto che l’impronta ecologica è un parametro parziale, non c’è dubbio che la popolazione attuale abbia già ampiamente superato la capacità di carico del Paese da decenni.
Che la popolazione ed i consumi possano crescere ancora per molti anni non si può escludere a priori (il mondo reale è sempre ricco di sorprese), ma diciamo che è perlomeno molto improbabile.
Finora l’emigrazione di una molto modesta percentuale della popolazione complessiva (ma consistente della classe media) è stata sufficiente ad evitare il collasso del paese, ma situazione peggiorerà molto rapidamente e qualunque evento capace di fermare un simile impulso sarebbe (sarà?) qualcosa di “biblico” che coinvolgerà il mondo intero.
Faremmo bene a pensarci e ad prepararci, nei limiti del possibile..

Hitler ed il picco delle informazioni

da Repubblica.it

Ieri una delle notizie più riportate da tutti i Media e ripresa dalla maggior parte delle Agenzie di Stampa è che in un file desecretato della CIA ( la maggior parte delle Agenzie ha riportato questo come uno dei files desecretati pochi giorni fa da Trump riguardanti l’omicidio Kennedy) si riportava la notizia che Hitler nel 1955 era vivo e rifugiato in Sudamerica.

Lo scoop è stato ripreso senza particolari distinguo o approfondimenti, cosi come era, da quasi tutti i giornali italiani.

A parte Attivissimo, nessuno ha analizzato la notizia per capire, al di la della credibilità della cosa, almeno l’origine dell’informativa.

Addirittura ANSA, la principale agenzia italiana ha riportato il nome di copertura del sedicente Hitler in modo erroneo:

Adolf Schrittelmayor, anziché quello leggibile sul retro della foto, pur citata come fonte. NESSUNO che sia andato a vedere l’informativa originale, disponibile QUI.

Dove si vede chiaramente il retro dell’ immagine. Il nome è invece Adolf Schuttelmayer. La U ha due puntini, l’ “umlaute” il che forse spiega, perché un anglofono funzionario della CIA  abbia tradotto con Scrittelmayor.

L’errore del resto, viene notato anche da qualche altro funzionario come riportato in questo file immediatamente successivo, dove il nome è corretto. Nei files successivi, qui e qui, è riportato l’epilogo della cosa: dopo aver chiesto chiarimenti alla stazione locale di Bogotà, viene ritenuta una storia alquanto fantasiosa e si suggerisce di lasciar cadere ogni indagine. Nel caso contrario, si invita a correggere l’errore nel nome del soggetto da ricercare. Del resto già nei commenti alle firme dei vari funzionari che hanno gestito l’informativa è riportato un bel: “Have fun”, riferito ai funzionari 11-12 seguito da un “may not be so funny” del funzionario successivo, il nr 13, che quindi chiede un supplemento di indagine da cui scaturiranno i files successivi citati.

Attivissimo, come scrivevo, ha spiegato bene perché questa notizia è da ritenersi una bufala e nemmeno particolarmente saporita.

Il punto è che questo file è stato desecretato anni fa!!

MOLTI anni fa.

Quanti?

Per avere un indizio, si può provare a cercare il primo file della lista, quello il cui link comincia per 001.

Detto fatto.

Il primo file, tra l’altro è davvero interessante, perché è una analisi segreta di Hitler e delle sue caratteristiche, come persona, fisiche e psicologiche, usi ed abitudini etc et e data al 1942, a guerra già iniziata ( dal punto di vista degli USA) da qualche mese.

COMUNQUE, come vedete, a pagina 3, è riportato un bel timbro “declassified” del 18 Maggio 2000.

Che ragionevolmente si deve applicare anche ai files immediatamente successivi, per ovvi motivi  di classificazione. COMUNQUE, se siete curiosi, QUI trovate l’elenco completo dei documenti CIA con la voce “Hitler”, tra i quali, ai primi posti , trovate proprio quelli di cui qui parliamo.

Poteva sfuggire, ai cacciatori di Nazisti e/o ai nostalgici e/o ai giornalisti in cerca di scoop questa cosa?
No. Infatti; oltre a qualche indizio assai più antico,  ecco qui la prova che almeno tre anni fa era già nota.

Un libro del giornalista argentino Abel Basti che citava proprio questi documenti per costruire la sua storia.

Ed ecco la conferma COMUNQUE VECCHIA DI SEI MESI, dello stesso Abel.

QUINDI? Quindi tutti media italiani hanno riportato una notizia tanto clamorosa quanto improbabile, senza approfondire un attimo ne verificare, un minimo, fonte e dati a disposizione. Senza chiedersi nemmeno se fosse tale, una notizia, o fosse una storia già ampiamente passata. Senza chiedersi se i files della CIA fossero stati desecretati di recente . Senza andarsi a vedere i files originali, a partire da una semplice ricerca come ho fatto io..

Senza tener conto che, ovviamente, con cacciatori di nazisti che avevano fatto di questo la loro ragione di vita, pensare che potesse scappare proprio il pezzo più grosso, oltretutto ancora preciso identico alla sua iconografia ufficiale, fino all’ultimo dei suoi baffetti, era come minimo improbabile.

In sostanza: ancora una volta fake news e di cattiva qualità.

Cosa c’entra questo con  la mamma di tutte le Crisi ed il Picco?

C’entra, eccome, perché l’informazione, lo dice la fisica, è strettamente connessa all’entropia.

Per creare, raccogliere, distribuire informazione ci vuole energia.

Se i Computer e la rete ci permettono di accedere ad una mole di informazioni inimmaginabile, è anche vero che la nostra energia fisica, è rimasta quella. La nostra capacità di elaborare informazioni, pur agevolata dai supporti elettronici l, non può moltiplicarsi all’infinito.

Probabilmente, al netto di un sistema che richiede sempre meno informazioni e sempre più notizie, premiando le ultime un tanto al kg, piuttosto che per qualità, stiamo raggiungendo i limiti di elaborazione del nostro cervello. Un’altra dimostrazione che la crescita infinita non esiste e che, una buona volta, bisogna sostituirla con l’evoluzione. Questa si, senza fine.

 

Effetto “McBeth”

di Jacopo Simonetta

Preludio

Può la crescita economica rendere più poveri anziché più ricchi? La risposta è “SI”.
Il modello di base è quello della “crescita antieconomica” di H. Daly che spiega tanta parte del nostro presente e del nostro futuro. Rimandando al link per i dettagli, possiamo dire che per la fatidica dinamica dei ritorni decrescenti, superato un limite non chiaramente prevedibile, il cumulo dei costi indiretti supera fatalmente quello dei vantaggi diretti. Da questo punto in poi, la crescita economica può anche continuare, ma rende la gente sempre più povera, anziché sempre più ricca. Ma perché mai uno dovrebbe continuare ad investire ed a lavorare per stare peggio?

Ci possono essere diverse ragioni. Per esempio, può non essere chiaro se il fatale limite sia stato oltrepassato o meno; oppure ci possono essere poche persone che guadagnano molto e tante che collettivamente perdono di più, ma individualmente perdono poco. Ovviamente, quelli che guadagnano si organizzano per difendere i loro privilegi, mentre coloro che ci rimettono di solito neanche capiscono in che modo gli spariscono i soldi. Esiste però anche un altro meccanismo molto più insidioso: una vera trappola da cui è spesso impossibile sfuggire, anche quando ci si rende conto di cosa stia succedendo.

La trappola

Oramai sono così sprofondato nel sangue che fermarmi e tornare indietro sarebbe altrettanto faticoso che andare avanti”.   Questa celebre battuta della tragedia shakespeariana esemplifica bene una trappola in cui tipicamente si cade quando si investe nello sfruttamento di un sistema senza tenere sufficientemente conto del suo funzionamento e della sua resilienza.   Cerchiamo di capirci con qualche esempio pratico.

Un caso da manuale è quello dell’estinzione dei banchi di pesce e, conseguentemente, delle imprese di pesca con le relative filiere fino, eventualmente, alle banche creditrici. La trappola scatta quando, a fronte di una riduzione del pescato, le imprese rispondono investendo in mezzi più potenti che depauperano ulteriormente la risorsa e così via in una tipica retroazione positiva (rinforzante). In assenza di fattori limitanti esterni efficaci (limiti di legge, limiti del credito, ecc.), il sistema giungerà necessariamente ad un punto in cui pescare diventerà anti-economico. Ma se saranno stati fatti investimenti troppo grandi non ancora ammortizzati e/o debiti non ancora ripagati, i pescatori saranno costretti a continuare a pescare sempre di più, anche in perdita, anche se si rendono conto che stanno distruggendo la loro risorsa.  Così come le banche saranno costrette a rinnovare loro i crediti per guadagnare tempo, sperando in un miracolo.

Un meccanismo analogo sta alla base del consumo di insostituibile suolo per continuare a costruire case, malgrado le imprese costruttrici siano sovraccariche di appartamenti e villette invendute.   Se non vendono, perché continuano a costruire?  Perché se smettessero le banche non rinnoverebbero loro dei crediti che non possono pagare.  Così ognuno continua, sperando che altri schiattino prima di lui, liberando spazi di mercato che potrebbero salvarlo.  Anche le banche creditrici continuano a sostenerli, sapendo che dalla liquidazione di quelle imprese non recupererebbero mai quanto loro dovuto.

Saliamo di scala.

Oramai da anni, per molti campi petroliferi il costo di estrazione e raffinazione supera il prezzo a cui il petrolio può essere venduto; un meccanismo che sta mettendo più o meno in crisi imprese e petrocrazie .   Eppure tutti questi soggetti, anziché accordarsi per tagliare la produzione e sostenere i prezzi, si affannano a pompare a più non posso.   Follia collettiva?   Penso di no.  Nel periodo dei prezzi alti ed in previsione di ulteriori aumenti, le imprese hanno fatto degli investimenti miliardari ed avviato progetti di estrazione in condizioni estreme. Tutti costi che non sono ancora stati ammortizzati; ciò significa che se ora abbandonassero i progetti dovrebbero mettere a bilancio perdite enormi, perdere il credito e probabilmente fare bancarotta.  Inoltre, progetti particolarmente impegnativi sul piano tecnico e finanziario, se abbandonati, difficilmente potranno essere ripresi.   Spesso si lavora quindi in perdita, sperando in una ripresa dell’economia globale, oppure nel fallimento dei concorrenti.
Per quanto riguarda le petrocrazie il quadro è analogo, con l’aggravante che, più o meno tutti questi paesi, hanno approfittato del periodo di prezzi molto alti per avviare programmi di spesa che non possono più sostenere, ma che è pericoloso interrompere. Il Venezuela e l‘Arabia Saudita sono casi emblematici.

Con un prezzo medio intorno ai 50 $, gran parte della produzione mondiale è anti-economica.

 Politica

Qualcosa di funzionalmente analogo avviene anche in politica.  Perfino le dittature, a maggior ragione le democrazie, per durare a lungo hanno bisogno di mostrare qualche successo all’opinione pubblica.   Finquando le cose vanno abbastanza bene non ci sono quindi grossi problemi, ma quando le difficoltà quotidiane cominciano a stringere la cintura di troppi cittadini troppo a lungo, occorre ridirezionare il malcontento. Per esempio su di un nemico esterno, oppure su di una minoranza interna od altro, secondo il contesto.   Ma quando leader e partiti cominciano a cercare il sostegno delle frange più oltranziste dell’opinione pubblica (integralisti religiosi, nazionalisti, ecc.), rischiano fortemente di trovarsi poi intrappolati in situazioni in cui o fanno qualcosa che sanno essere sbagliato, o perdono il potere e, magari, la vita.

La recente vicenda della “ brexit” è emblematica in questo senso. Nato nella testa di David Cameron non per essere fatto, ma solo come trovata propagandistica, il referendum ha finito per essere votato ed approvato.  Questo ha proiettato l’intera classe dirigente inglese nel panico perché non era quello che contavano accadesse; al punto che ad oggi, oltre un anno più tardi, il governo ed il parlamento non sono ancora riusciti a mettere insieme una strategia.   Anzi, neppure un elenco completo delle cose da fare.  Certo, avrebbero potuto rimangiarsi la “papera” e le occasioni non sono mancate, ma per coglierle avrebbero dovuto ammettere di aver deliberatamente mentito agli elettori.   Un fatto che li avrebbe cancellati dalla scena politica e che, perciò, nessuno ha avuto il coraggio di fare.
In questo periodo sono molti i leader che si stanno cacciando in tipiche “trappole McBeth”: da Netanyau a Kim Jong Un, a Putin  passando per Trump, ma forse l’esempio più di attualità ce lo fornisce il duo Rajoy-Puidgemont.   Inseguendo l’elettorato nazionalista spagnolo e catalano rispettivamente, entrambi hanno fatto di tutto per infilarsi in una situazione in cui non hanno più margini di manovra. Il risultato è che, comunque vada, i catalani possono solo perdere una parte non sappiamo quanto consistente del loro tenore di vita.  Ma anche gli altri spagnoli e tutti gli europei ne avranno un danno.

 In cima alla scala.

Forse la più stretta analogia con la celebre tragedia si trova però alla massima scala: quella globale.   Negli anni ’70 un certo numero di streghe e di stregoni esperti in dinamica dei sistemi, ecologia e termodinamica avevano ampiamente avvertito del fatto che l’umanità si trovava ad un bivio: o accettare dei limiti, o distruggere la civiltà e buona parte del Pianeta con essa.  Altri stregoni, più pratici di psicologia che di scienza, ci hanno però detto che il nostro regno sarebbe durato per sempre e, collettivamente, abbiamo scelto di credergli.   Ora che dagli spalti di Dunsidane si vedono le prime frasche della foresta di Birnam in marcia, qualcuno comincia a rendersi conto dell’errore commesso. Ma per tornare indietro sarebbe oramai indispensabile prendere provvedimenti talmente drastici da provocare un disastro subito.   Per esempio, 70 anni fa per mantenere la popolazione umana entro limiti sostenibili, sarebbe stato sufficiente ridurre la natalità; oggi sarebbe necessario anche ridurre l’aspettativa di vita dei vecchi. Chi potrebbe ragionevolmente proporre una cosa simile?
Parimenti, buona parte delle più devastanti retroazioni climatiche pronosticate si stanno manifestando con netto anticipo: dall’esalazione di metano dal permafrost e dai fondali marini, alla riduzione dell’albedo artica, alla ridotta attività fotosintetica, eccetera.  Ciò significa che, se davvero volessimo contenere l’aumento di temperatura media entro i 2 C° (che sono già molto dannosi), dovremmo tagliare brutalmente la produzione agricola ed industriale e farlo subito. Cioè condannare miliardi di persone ad una miseria senza precedenti.

In sintesi.

Insomma, l’”effetto McBeth” è una trappola che si chiude gradualmente, man mano che qualcuno (individuo, azienda, classe sociale, nazione, umanità) mantiene una strategia che in passato ha dato buoni risultati anche quando questa comincia a non funzionare più.  Ad ogni passo innanzi il prezzo da pagare per procedere aumenta, ma aumenta anche il prezzo da pagare per tornare indietro.

C’è una speranza? Secondo me si.  Per quanto le nostre conoscenze scientifiche siano senza precedenti, sappiamo infatti che i sistemi reali sono comunque più complessi di ogni possibile modello.  Esiste quindi la concreta possibilità che in futuro avvenga qualcosa di imprevisto che cambi le carte in tavola.  Ancor più importante è il fatto che, anche a fronte di un collasso globale, non tutte le regioni della Terra avranno lo stesso, identico destino. Man mano che il meta-sistema globale andrà in pezzi, i sub-sistemi che ne nasceranno seguiranno infatti traiettorie diverse.  Talvolta molto simili, talaltra divergenti e non c’è modo oggi di prevedere quali saranno i fattori chiave che faranno la differenza. Perciò sono convinto che l’unica cosa sensata che ci resta da fare sia cercare ti tenere la nostra barca europea pari il più a lungo possibile e, intanto, cercare di procurarsi un qualche tipo di cintura di salvataggio.  Il Titanic sta affondando, ma non tutte la cabine andranno sotto contemporaneamente e non tutti affogheremo.   Su questo possiamo contare, cerchiamo quindi di non buttarci in mare da soli.

Immigrazione e chiarezza.

 

Quando si parla di qualcosa, è una buona abitudine di chiarire prima il significato delle parole che si usano.   Specialmente quando ci sono ampi margini di vaghezza.

Le principali rotte d’arrivo. La cartina è del 2013 e la situazione attuale è un poco diversa in quanto la rotta africana passa oggi per la Libia, non più per la Tunisia (Fonte Limes)

Dunque:

1 – Immigrato.   Persona che si trasferisce per un lungo periodo di tempo (anni o decenni) in un luogo diverso da quello dove è nato.   Può significare che proviene da un paese estero, ma anche da un’altra regione del medesimo paese, come i calabresi a Milano.   Quasi sempre, il motivo per emigrare è la ricerca di un lavoro.   Il 1 gennaio 2017, i cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia erano circa 5 milioni (dati ISTAT), di cui circa 1.150.000 romeni e circa 100.000 da altri paesi UE.   I residenti stabili con passaporto non europeo sono quindi circa 3,5 milioni, perlopiù albanesi e marocchini, seguiti da cinesi e ucraini.   L’unico paese africano ad avere una comunità residente consistente è il Senegal con poco meno di 100.000 persone (v. tabella in calce all’articolo).
Norme e condizioni per gli immigrati sono completamente diverse a seconda dei paesi di partenza e di arrivo.   Ad esempio, i cittadini dei “paesi Maastricht” possono stabilirsi dove vogliono, all’interno dell’UE, senza richiedere particolari permessi; di fatto non sono “stranieri”.   Cittadini di altri paesi (ad es. la Georgia e l’Ucraina) possono invece entrare in Italia liberamente, ma per stabilircisi hanno bisogno di un permesso di soggiorno rilasciato dalla prefettura.   Altri ancora hanno infine bisogno anche di un visto d’entrata, solitamente a termine, rilasciato dalla locale ambasciata del paese di destinazione.

2 – Profugo.   Spesso usato come sinonimo di rifugiato, giuridicamente indica invece la persona che è costretta a tornare in patria dal paese dove era emigrata.   Un esempio tipico sono gli europei tornati a seguito dell’indipendenza delle colonie; oppure gli italiani fuggiti dall’Argentina durante la dittatura.   Attualmente, per l’Italia è un fenomeno irrilevante, ma fra un paio di anni potrebbe esserci una grave crisi, a seconda di come andranno le trattative per la “Brexit”.

4 – Richiedente asilo.   Persona che richiede lo status di “Rifugiato” che viene rilasciato dalla prefettura in base alle disposizioni diramate dal Ministero degli Interni (v. seguito).   Quantificare questa aliquota di persone è arduo perché in costante e rapida evoluzione.   Sappiamo però che i “centri di accoglienza” ed il sistema “Sprar”  (compreso il famoso albergo a 30 € giornalieri) accolgono circa 174.000 persone (dati Ministero dell’Interno aggiornati al marzo 2017).   Non tutti sono richiedenti asilo, ma può andare come ordine di grandezza.   Teoricamente, coloro le cui richieste non vengono accolte dovrebbero essere respinti o rimpatriati.   In pratica ciò non avviene e, di solito, le persone si danno alla macchia arrangiandosi poi in qualche modo (v. seguito).

Boat people arrivati in Europa, fra il 2006 ed il 2015 (dati UNHCR).

5 – Rifugiato.   Persona che viene protetta dalle autorità del paese di accoglienza perché in patria è vittima di una specifica persecuzione per motivi politici, etnici o di altro genere.   Di solito si tratta di singole persone come esponenti ed attivisti politici ; per esempio molti intellettuali russi fuggiti in occidente durante l’epoca sovietica.   A seguito di guerre possono però acquisire lo status di rifugiato intere popolazioni, come i palestinesi fuggiti dalle zone occupate da Israele nel ’48 o gli Yazidi siriani fuggiti dalle zone occupate dall’ISIL nel 2015.   Oggi i rifugiati in Italia sono fra i 150.000 ed i 190.000 a seconda degli anni, una delle cifre più basse d’Europa.   E’ anche importante ricordare che lo status di rifugiato garantisce una serie di diritti, ma impone anche obblighi ben precisi.

5 – Extracomunitario.   Persona che non ha un passaporto europeo.  Dunque, fra gli altri,  sono extracomunitari i somali ed i cinesi, ma anche gli americani e, fra un paio di anni, anche gli inglesi.

6 – Immigrato irregolare o Clandestino.   Persona che si trova in territorio italiano senza autorizzazione.  Per definizione, solo gli extracomunitari possono essere clandestini.   Quanti siano ovviamente non si sa, ma sono stimati fra i 400 ed i 500.000 (dati Ministero degli Interni).   Perlopiù è gente a cui è stato rifiutato lo status di rifugiato, ma a cui è stato dato un permesso temporaneo; oppure che semplicemente se la è squagliata da un centro di accoglienza.   Teoricamente dovrebbero essere rimpatriati e le prefetture emanano circa 35.000 decreti di espulsione l’anno.   Ma ne vengono effettuate meno del 10%, per una combinazione di fattori (costo elevato dell’operazione, farraginosità della procedura, ordini ministeriali).   In compenso si conoscono bene le due principali porte di ingresso: gli aeroporti di Malpensa e di Fiumicino.  La maggior parte degli irregolari arriva infatti tranquillamente in aereo, se necessario con un visto turistico o di studio, per poi rimanere campando di espedienti nella speranza di incappare in una sanatoria od altro sistema per regolarizzarsi.
La seconda rotta è quella dei barconi e dei salvataggi in mare che tanto spazio ottiene sui media, malgrado sia quantitativamente secondaria.
Un problema cruciale è che molte di queste persone vanno ad ingrossare le fila dei parassiti sociali, della malavita e/o dei nuovi schiavi, volenti o nolenti.

Dunque quale è il problema?

Tirando le somme, la popolazione extracomunitaria in Italia ammonta probabilmente a qualcosa vicino ai 4,5 milioni di persone (clandestini compresi), pari a circa il 7-8% della popolazione.   E per rispondere a chi teme l’islamizzazione del paese, di questi meno della metà provengono da paesi a maggioranza mussulmana, e la metà di questi (circa 400.000) dall’Albania; non propriamente terra di islamisti scatenati.

Può non sembrare molto, eppure un pericolo che rischia di determinare in buona parte il futuro dell’Italia e dell’Europa, anche se per ragioni solitamente trascurate (o addirittura negate) anche da chi più teme questo fenomeno.

1 – La principalissima ragione è che l’Italia, come tutto il resto d’Europa e del mondo, è tremendamente sovrappopolata.   Gli indicatori sono molteplici, ma qui citerò solamente l’Impronta ecologica che, molto approssimativamente, misura quanto una data popolazione ecceda la capacità di carico del suo territorio.   L’Italia ha un’impronta pari a circa il quadruplo di ciò che sarebbe probabilmente sostenibile.  Ovviamente, non conta solo il numero delle persone, ma anche quanto queste consumano.   Non per niente, al calo del 25%  del nostro PIL pro-capite dal 2008  (dati Banca Mondiale), ha fatto riscontro un quasi equivalente calo della nostra impronta ecologica.   Una tendenza contrastata dall’aumento demografico, ma in misura limitata perché la stragrande maggioranza degli immigrati appartengono alle classi più povere che, loro malgrado, consumano meno della media nazionale.   Dovrebbe perciò essere evidente che continuare a ridurre i consumi sarà necessario (probabilmente anche inevitabile), ma che su tempi nell’ordine dei decenni non può bastare.   La decrescita dei consumi, felice o meno, potrà riportare la bilancia in equilibrio solo se accompagnata da una parallela, graduale riduzione della popolazione.   Cioè esattamente quel  1,2 – 1,5 % l’anno circa che avremmo in assenza di un’immigrazione che, viceversa mantiene la popolazione su tassi di crescita molto alti: circa il 2% annuo, anche se con fortissime fluttuazioni (dati ISTAT).   Ovviamente, 50 o 60 anni di decrescita demografica comporterebbero enormi difficoltà legate allo sbilanciamento verso l’alto della struttura demografica, ma sarebbe una crisi gestibile e prodroma di un migliore futuro.   L’alternativa, continuare a crescere, servirebbe solo a rimandare ed aggravare il problema, visto che i bambini di oggi saranno i vecchi di domani (si spera).   Finché, non sappiamo come e non sappiamo quando, sarà superato un limite oltre il quale la decrescita demografica avverrà comunque, ma in modo precipitoso ed incontrollabile.

Popolazione residente in Italia (esclusi irregolari).

2 – La seconda ragione è che attualmente l’Italia funziona come principale porta di ingresso in Europa per un flusso di persone che cercano poi di raggiungere altri paesi, soprattutto Francia, Germania, Inghilterra e paesi scandinavi.   Vale a dire che l’Italia contribuisce largamente non solo alla crescita della propria popolazione extracomunitaria, ma anche a quella dei nostri vicini.   Cosa che sta rendendo problematici i nostri rapporti con gli altri paesi europei.  Temporanee e parziali chiusure delle nostre frontiere sono già avvenute.  Se dovessero diventare definitive, il rischio di diventare un “cul di sacco” per una massa non valutabile di persone sarebbe molto elevato.

3 – Gli attuali livelli di pressione migratoria sono solo un blando assaggio di ciò che avverrà nei decenni venturi.   Con l’intera Africa e l’intero mondo islamico, dal Pakistan al Marocco, sull’orlo del collasso e forse di una grande guerra pan-islamica le prospettive sono nerissime.   Ciò che sta accadendo è solo l’inizio della deflagrazione della Bomba Demografica globale, qualcosa che non è mai accaduto prima nella storia dell’umanità e dalle conseguenze molto più tragiche di quanto non ci piaccia immaginare.   In altre parole, una vera invasione non è ancora in corso, ma è fra le prospettive possibili già nel giro di pochi anni.

4 – Il pericolo maggiore connesso con il proseguimento dell’attuale politica sull’immigrazione  è una crescita del livello di stress sociale che, prima o poi, finirà col portare partiti nazionalisti al governo di molti paesi UE.   Certo, non possiamo essere certi di cosa farebbero una volta al comando; la differenza fra ciò che si dichiara quando si è all’opposizione e ciò che si fa quando si è al governo è solitamente notevole.   Tuttavia è un’eventualità che potrebbe provocare la disintegrazione almeno parziale della delicata struttura comunitaria, lasciando parecchi paesi privi dei mezzi necessari per fronteggiare e gestire le crisi davvero gravi che sicuramente ci aspettano.    Per esempio, non penso proprio che l’Italia odierna avrebbe né la forza politica, né quella militare per trattare accordi convenienti con gli altri paesi.   Men che meno per controllare una frontiera come la nostra.

Proposte?

E’ molto rilassante essere un “signor Nessuno”, garantisce dal rischio che i propri eventuali errori vengano pagati da altri.   Forte di ciò, vorrei azzardare qualche suggerimento.

Il primo punto da mettere in conto ritengo sia recuperare un ragionevole controllo sulle frontiere interne ed esterne.  Che non significa sigillarle (non sarebbe nemmeno fattibile), bensì poter controllare l’ordine di grandezza dei flussi.   Una cosa vitale per qualunque paese che intenda continuare ad esistere, ma molto più facile da dire che da fare e, comunque, molto costosa.   Per questo, ritengo che solo un’effettiva collaborazione a livello europeo sarebbe una condizione necessaria , ancorché non sufficiente per riuscirci.   Ciò presuppone che tutti i paesi concordino e rispettino un ragionevole compromesso fra le loro diverse posizioni; una cosa che finora nessuno ha voluto fare.

Il secondo punto  è che non sono e non saranno un problema i rifugiati.   Sono troppo pochi, sono i più motivati ad integrarsi e sono anche la categoria che pone i maggiori obblighi etici, visto che respingerli significa esporli a rischi elevati, non di rado mortali.

Il terzo è che l’accoglienza dei migranti in cerca di lavoro dovrebbe essere commisurata alla possibilità di un loro inserimento lavorativo. Certamente ci sono ancora dei margini, ma esigui ed in contrazione, vista la generale contrazione del nostro sistema economico che tende ad espellere e non ad assorbire forza lavoro.

Potrebbero sembrare banalità, ed invece sono alcuni degli scogli su cui si stanno infrangendo molte delle nostre speranze per una transizione non troppo dolorosa verso il mondo che sarà.

 

Cittadini stranieri regolarmente residenti al 1º gennaio
Paese di cittadinanza 2005 Variazione
2005-2010
(%)
2010 Variazione
2010-2016
(%)
2016
 Romania 248 849 257 887 763 30 1 151 395
 Albania 316 659 47 466 684 0 467 687
 Marocco 294 945 46 431 529 1 437 485
 Cina 111 712 69 188 352 44 271 330
 Ucraina 93 441 86 174 129 33 230 728
 Filippine 82 625 50 123 584 34 165 900
 India 37 971 178 105 863 42 150 456
 Moldavia 54 288 95 105 600 35 142 266
 Bangladesh 35 785 107 73 965 61 118 790
 Egitto 52 865 55 82 064 34 109 871
 Perù 53 378 64 87 747 18 103 714
 Sri Lanka 45 572 65 75 343 36 102 316
 Pakistan 35 509 83 64 859 57 101 784
 Senegal 53 941 35 72 618 35 98 176
 Polonia 50 794 108 105 608 -7 97 986
 Tunisia 78 230 33 103 678 -8 95 645
 Ecuador 53 220 61 85 940 2 87 427
 Nigeria 31 647 54 48 674 59 77 264
 Macedonia 58 460 59 92 847 -21 73 512
 Bulgaria 15 374 199 46 026 26 58 001
Nota: le comunità sovraelencate sono quelle che superano i 50.000 residenti nel 2016 e complessivamente costituiscono oltre l’82% degli stranieri in Italia.

 

Stagnazione all’italiana.

Nei giorni scorsi è apparso un ennesimo articolo sulla crisi economica italiana.   Ho scelto questo come spunto per una riflessione perché è stato pubblicato su “Econopoly”, una rubrica del Sole 24ore. Dunque su di un giornale che certamente non condivide i miei presupposti ecologici e fisici, ma che indubbiamente è molto competente sugli argomenti economici e finanziari.  Insomma, un giornale da cui mi separa un baratro a livello per-analitico, ma da cui c’è sempre da imparare.

In sintesi, l’autore dell’articolo, Alessandro Magnoli Bocchi, prospetta tre scenari possibili per il prossimo decennio:

“Scenario 1 (probabilità: 75 %) – Status quo e accettazione di fatto della leadership tedesca. In pratica, continuare sull’andazzo degli ultimi 10 anni.

Scenario 2 (15 %) – Riforma dell’Unione Europea e attuazione di riforme incisive in Italia.  Un mix di investimenti pubblici, semplificazioni burocratiche, riforme politiche, liberalizzazione economiche che dovrebbero “rilanciare la crescita”.

Scenario 3 (10 %) – Uscita dall’euro. Bancarotta, ristrutturazione del debito e poi chissà?

Purtroppo, mi trovo sostanzialmente d’accordo sul fatto che questi sono i tre scenari possibili, ma aggiungerei che i primi due condurrebbero con ogni probabilità al terzo.   Dunque, in tempi magari un poco più lunghi, la bancarotta sembrerebbe una specie di fato ineluttabile.   La causa principale di si foschi presagi sarebbe, secondo l’autore, il ritardo e l’inerzia nel portare avanti sostanziali riforme liberali al sistema.

Senza nulla voler togliere all’effettivamente asfissiante inefficienza di tanta parte del nostro sistema, siamo sicuri che non ci sia dell’altro?
Volendo dare una risposta che non sarà letta, vorrei far notare a dr. Magnoli Bocchi che la crisi economica, sia pure in modo molto diverso da caso a caso, sta gradualmente interessando tutti i paesi del mondo.   Perfino la Cina che, sotto molti aspetti, svolge oggi il ruolo di “faro ideale” per la nostra classe dirigente. Un po’ come in passato lo furono l’URSS per i comunisti e gli USA per i liberali.   A mio avviso ciò significa che, al di la delle situazioni contingenti ad ogni realtà nazionale e locale, sono all’opera fattori globali afferenti, purtroppo, alla tragica realtà dei “Limiti allo Sviluppo” nei suoi vari aspetti.

Ciònondimeno, è vero che l’economia tedesca si sta dimostrando più dinamica e resiliente di quelle degli altri paesi UE e, soprattutto di quella italiana.   Un dato di fatto che meriterebbe un approfondimento.   Fra i numerosi aspetti della questione, vorrei qui attirare l’attenzione su di un argomento mai preso in considerazione quando si parla di “competitività” internazionale e, viceversa, critico; oltre che irreparabile.

La sindrome del posacenere.

Un mio vecchio amico una volta mi disse: “Vedi l’urbanistica è come un posacenere.   Se tutte le cicche sono dentro un piattino di vetro, la stanza è pulita e funzionale.  Se le stesse cicche le spargo dappertutto, l’avrò resa uno schifo impraticabile.”

Chi si voglia prendere la briga di osservare su Google le foto satellitari delle periferie urbane, scoprirà una cosa sorprendente.   In alcuni paesi, ad esempio la Germania, le città sono state complessivamente costruite con un certo ordine e criterio.   Ad esempio separando la campagna, le aree industriali, quelle commerciali e quelle residenziali.   A titolo d’esempio, qui vediamo Friburgo (220.000 abitanti).

Friburgo (Germania) e dintorni
Friburgo (Germania) e dintorni

Esattamente l’opposto di quello che abbiamo fatto in Italia e, in misura ancora maggiore, in tanta parte della Spagna e della Grecia.   Per essere furbi, abbiamo fatto praticamente tutto dappertutto, creando suburbi vasti come intere provincie, dove si mescolano e si accavallano villette e capannoni, piazzali e condomini, magazzini e centri commerciali.   Mentre sul “retro della città” agonizzano i frammenti di quella che avrebbe potuto essere campagna; gradualmente invasi da baracche, depositi più o meno abusivi, piazzali e tutto l’armamentario del degrado sub-urbano.   Sempre a titolo di esempio, qui vediamo Prato (190.000 abitanti che consumano forse il quadruplo della superficie rispetto a Friburgo).

Prato e dintorni.
Prato e dintorni.

Certo, costruire in questo modo ha permesso ai privati di abbattere i costi di costruzione e di urbanizzazione, tanto delle casette, quanto dei capannoni e dei piazzali industriali.   Ma ora, esaurito questo effimero vantaggio, ci troviamo con una situazione ingestibile ed irreparabile.   Molto semplicemente, avere costruito così le nostre città ha delle conseguenze che si possono riassumere così:

  • Maggiori costi e minore efficienza di tutti i servizi di rete (elettricità, acqua, gas, fognature, trasporti pubblici, ecc.) al punto che spesso non sono neppure realizzabili (tipicamente le fognature e la depurazione).
  • Maggiori costi di gestione della rete idrica e maggiore rischio idrogeologico.
  • Maggiori costi e tempi di trasporto.  Sulle medesime strade si incolonnano tir, automobili, apette e ciclisti, assieme ad autobus e pedoni.   Il pericolo è costante, l’efficienza minima.
  • Maggiori costi di intervento per qualunque opera di manutenzione, integrazione o ammodernamento, sia delle reti, che di impianti, case, ecc.   Al punto che spesso si rinuncia a farli (tipicamente: aree verdi urbane, piste ciclabili, parcheggi scambiatori, ecc.).
  • Necessità di uso dell’auto privata e del camion, con le conseguenze del caso.
  • A parità di altri fattori, maggiori tassi di tutti i tipi di inquinamento e conseguenti costi diretti ed indiretti.
  • Elevato disturbo ed intralcio reciproco fra le diverse attività che si accatastano a casaccio nello stesso posto.
  • Degrado paesaggistico ed impraticabilità turistica di zone che, magari, contengono oggetti di del pregio storico od artistico delle ville lucchesi o di quelle venete.
  • Massima distruzione di suolo, soprattutto agricolo e perlopiù di eccellente qualità.   In questo modo infatti, non solo le aree artificializzate vengono rese irreversibilmente sterili, ma anche ben più vaste superfici che diventano inutilizzabili a causa della frammentazione e della difficoltà di accesso.
  • Isolamento delle residue aree agricole e naturali che perdono così buona parte della loro biodiversità e resilienza.

Nel complesso, non sarei in grado di quantificare il danno, ma in un contesto in cui i margini di guadagno sono sempre più sottili e la competizione sempre più esacerbata, credo che questo genere di costi, moltiplicati per un intero paese, abbiamo un peso rilevante.  Perché dunque nessuno ne parla?

Credo sia per due ragioni principali: La prima è che oramai non c’è più niente da fare.  Non possiamo immaginare di demolire e rifare i due terzi dell’edificato nazionale.

La seconda è che la responsabilità ricade sull’intera popolazione.  Dal privato cittadino che ha voluto farsi la villetta dove aveva ereditato un pezzetto di terra; all’industriale che per i suoi capannoni ha comprato terreno agricolo per poi farsi cambiare la destinazione d’uso.   Fino al tizio che trova comodo accumulare i suoi rifiuti in un cantuccio dietro la città, invece di conferirli secondo norma.   Passando per il palazzinaro che spara le sue villette a schiera dove il terreno costa meno, ciò dove è più lontano dai servizi essenziali.

Insomma, fino agli anni ’60 il “laissez faire, laissez passer” ha funzionato.  Abbiamo fatto le stesse cose dei tedeschi e dei francesi, con costi minori.  Si sa che gli italiani sono furbi!   Ma col passare del tempo, abbiamo dovuto cominciare a fare i conti con l’oste e scoprire che chi aveva speso di più per costruire meglio si trovava poi ad avere dei costi di gestione ridotti ed una maggiore produttività.

Oh perbacco! Ma non è che per caso sul Sole 24ore si parla spesso di inefficienza e scarsa produttività?

 

 

 

 

 

 

CONFINI – 2 – Globalizzazione, ovvero la scomparsa dei confini

Abbiamo visto (link) che qualunque sistema, di qualunque taglia e natura, necessita di una delimitazione che serve a controllare gli scambi fra ciò che è “dentro” e ciò che è”fuori”.  La dimensione e il grado di permeabilità di questa barriera devono necessariamente cambiare nel tempo, per adattarsi al divenire dalla situazione sia interna, che esterna al sistema in esame.  Pena la disintegrazione.

Nascita degli stati e degli imperi.

cacciatori di testePassando ad osservare le società umane, vediamo che, fin dall’inizio, ogni clan o piccola tribù ha costituito un sistema (perlopiù formato da sotto-sistemi familiari), facenti parte di sistemi più grandi (popoli ed umanità).  A loro volta parte della Biosfera e così via.
I limiti erano costituiti da barriere genetiche (grado di parentela), ma più spesso da limiti immateriali come quelli culturali (lingua, religione, faide, ecc.).  A questi si associavano spesso (ma non sempre) anche limiti materiali, ad esempio geografici.

Abbiamo però visto che i sistemi più grandi e complessi sono più efficienti nell’estrazione delle risorse e nella dissipazione dell’ energia.  Ad esempio, sempre parlando di società primitive, una tribù più numerosa si può permettere persone specializzate come artigiani, guerrieri e sciamani.  E questo le può consentire di prevalere sui vicini, raziandoli; oppure eliminandoli per estendere il proprio territorio.

Vi è quindi un vantaggio notevole nella collaborazione ed integrazione fra sistemi diversi.  Una progressiva integrazione che, man mano che cresce, rende progressivamente più permeabili i confini dei sotto sistemi, rafforzando di conserva il confine comune che si va formando.
Ricordate la foglia?  Le cellule perdono buona parte della loro individualità, costituendo tessuti ed organi.   In questo modo, ogni cellula perde qualcosa in termini di “sovranità”, ma guadagna parecchio in termini di una maggiore e più regolare disponibilità di energia ed alimenti.   Un’alga monocellulare può sfruttare una frazione di millimetro cubo di acqua.   Un albero può sfruttare migliaia di metri cubi sia sopra che sotto terra.   Può anche usare la porpria ombra per uccidere altre piante concorrenti e, viceversa, favorire organismi che gli sono utili.

Analogamente, un clan familiare di contadini autosufficienti può sfruttare un paio di ettari di terra, usando attrezzi di legno e di pietra.  I grandi imperi della storia hanno costellato il Pianeta di meraviglie.

Vantaggi e svantaggi dell’integrazione

Dunque, il punto qui è che un sistema più ampio permette una maggiore abbondanza e regolarità nei flussi di materia e di energia sia in entrata che in uscita.

Per esempio, nelle economie locali semi-autosufficienti bastano due-tre cattivi raccolti di seguito, oppure una calamità importante, e la gente comincia a morire di fame.   Mentre lo sviluppo dei commerci e dei trasporti su grande scala e distanza, così come la nascita di grandi stati e potenti organizzazioni sovra-nazionali,  rendono possibile far affluire nelle zone di crisi il surplus di altre.

Il rovescio della medaglia è però che, in questo modo, ogni sotto-sistema dipende da altri.   Trattando di società umane, la perdita di sovranità è il prezzo da pagare per aumentare le proprie potenzialità di difesa, di crescita e di contenimento delle crisi.

Sempre parlando di società umane, aumentare la complessità significa anche la nascita e lo sviluppo della specializzazione professionale e, di conseguenza, delle classi sociali.  Man mano che i confini interni si erodono, aumenta infatti la produzione complessiva di beni e servizi, ma questi non sono mai ugualmente distribuiti, in nessuna società complessa.   Ed il livello di ineguaglianza tende a crescere con le dimensioni del sistema ed il suo grado di integrazione.   L’Impero Romano di Traiano, fortemente integrato e centralizzato, era molto meno egalitario dell’Impero Carolingio, basato su una miriade di capi locali legati fra loro da un giuramento. Ovviamente, non è questo l’unico fattore, ma è una tendenza.

In pratica, le sperequazioni presenti fra i sistemi separati che si integrano tendono a sparire, mentre ne sorgono altre, diversamente distribuite.  Per questo, la creazione degli stati nazionali ha richiesto l’eliminazione, spesso violenta, delle società precedenti.  Per fare un esempio, la formazione della Francia, fra Luigi XIII e XIV, ha comportato la sostituzione di gran parte della classe dirigente di tradizione feudale con un’altra formata da burocrati e proto-capitalisti.  Mentre la formazione della Francia moderna è passata attraverso il Terrore e le guerre napoleoniche.

Un esempio di natura diversa, ma analogo, è lo sviluppo del capitalismo industriale che eliminò ogni traccia delle tradizioni che davano identità e resilienza alle classi popolari.  Queste si adattarono, creando un nuovo confine culturale: l’identità della classe operaia.  Il capitalismo finanziario ha eliminato anche questa.   Il primo passaggio era stato ampiamente previsto da Marx ed Engels, il secondo assolutamente no.

In sintesi, l’integrazione di sotto-sistemi in sistemi maggiori comporta un vantaggio complessivo, ma necessariamente questo avviene a danno di alcuni elementi, per il maggior vantaggio di altri.   Un “effetto collaterale” che può essere fortemente mitigato scaricando i danni ad altri soggetti esterni.  Finché questi soggetti sono altre società umane, la cosa è crudele, ma sostenibile.  Quando il “soggetto esterno” è invece la Biosfera (come di norma, almeno in parte) è più problematico.  Infatti, anche se siamo abituati a considerare la Biefera come esterna al nostro sistema socio-economico, è invece il nostro sistema umano ad essere interno all’ecosistema globale.  In altre parole, danneggiando la Biosfera necessariamente danneggiamo noi stessi.

Il pericolo più insidioso è quindi che la maggiore crescita economica e demografica che accompagna la complessità metta sotto crescente stress il sistema maggiore di cui le società umane fanno parte (ecosistema e financo la Biosfera).   Ci torneremo.

Internazionalizzazione

confini - InternazionalizzazioneNel XVIII secolo, i principali stati europei avevano raggiunto un notevole grado di integrazione interna, ma il commercio internazionale era assai limitato.  Lo sviluppo di questo fu indicato da David Ricardo e dagli altri padri dell’economia liberale come una delle chiavi di volta per la crescita economica ed il progresso.   In estrema sintesi, si sostenevano due punti fondamentali.

Il primo è quello già citato della possibilità di sopperire con il surplus di alcuni alle carenze di altri.

Il secondo era che i diversi paesi e le diverse regioni hanno vocazioni produttive diverse.   Per esempio, in Sicilia si fa del vino migliore che nello Shropshire, mentre le pecore inglesi producono una lana migliore di quella siciliana.   Parimenti, i giacimenti di minerali e le fonti energetiche (all’epoca soprattutto il carbone) non sono uniformemente distribuiti.  Rendere i confini statali più permeabili alle merci  poteva quindi consentire ad ogni paese di specializzarsi nelle produzioni per le quali era più vocato, aumentando l’efficienza e quindi la ricchezza complessiva delle popolazioni.  Inoltre,  aumentando il grado di interdipendenza, diminuiva il rischio di conflitto.

Una teoria coerente con quello che oggi sappiamo sulla dinamica dei sistemi e, difatti, ha sostanzialmente funzionato, anche se non sempre così bene come Ricardo sperava.

Europeizzazione

confini paesi_unione_europeaLa formazione di una struttura sovrastatale europea ha seguito una schema analogo, ma con alcune importanti novità.  Tanto per cominciare, l’integrazione è avvenuta in modo volontario, sulla base di trattati approvati dai parlamenti nazionali e non, come di solito avviene, tramite un’invasione militare e/o l’imposizione di una nuova classe dirigente.

Un secondo punto importante è che, fino al 1995, l’integrazione è avvenuta in modo molto graduale.

Il terzo è che non ha riguardato solo accordi commerciali, ma che politici.  Di conseguenza, la permeabilità dei confini è cresciuta non solo nei confronti delle merci, ma anche delle persone e dei capitali.

Come in tutti i processi di trasformazione, anche questo ha avuto i suoi perdenti, ma nel complesso, l’Europa occidentale è diventata la società di gran lunga più prospera e pacifica dell’intera storia dell’umanità.  Un dato di fatto che è di moda dimenticare.

Con l’integrazione dei paesi dell’ex-impero sovietico (nel 2004 e nel 2007) furono invece commessi diversi errori.   I due principali penso che siano stati la scelta sbagliata dei valori fondanti e la fretta.   I valori fondanti di Coudenhove-Kalergi e, successivamente, di Shuman, de Gasperi e gli altri “padri fondatori”  erano soprattutto la fine delle guerre in Europa e lo sviluppo di una società liberale.   Viceversa, negli anni ’90 e 2000, fu in nome del benessere materiale che società ed economie furono sconvolte nel giro di pochi anni.   Ovviamente, il contraccolpo generò una serie di squilibri che siamo lontanissimi dall’aver recuperato.

Globalizzazione

confini - globalizzazioneMa in quegli anni, tutto questo era invisibile per una classe dirigente completamente ebbra di vittoria (in occidente). Oppure completamente sedotta dalla prospettiva di una facile ricchezza (in tutti gli altri paesi).

Sorse così l’idea di estrapolare un processo simile a quello europeo a livello mondiale. Era nata la globalizzazione.   Nei sogni dei suoi promotori, avrebbe dovuto integrare tutti i paesi della Terra in un unico mercato, governato da organismi internazionali indipendenti e sovraordinati agli stati.  Col tempo, si diceva, ciò avrebbe portato anche ad un’unica società, con un’unica lingua, un’unica cultura, un unico governo, eccetera.  L’intera umanità finalmente affratellata in una sorta di villaggio globale grazie al commercio ed alle nuove tecnologie.

Sappiamo che è andata diversamente per una lunga serie di fattori. Limitandoci qui al punto di vista sistemico, si può però dire che è accaduto esattamente quello che ci si poteva aspettare.

Nell’internazionalizzazione, capitali e persone rimangono ancorati al loro luogo d’origine. Ciò significa che chi si arricchisce con il commercio internazionale è costretto a investire nel proprio paese e questo, almeno in linea di principio, crea lavoro per la popolazione locale che è anch’essa vincolata al proprio territorio.  Non solo; i capitalisti si posso arricchire a dismisura, ma non possono lasciare il proprio paese, pena perdere tutto.  Inoltre, se si rendono sufficientemente odiosi, potrebbero anche subire delle conseguenze molto sgradevoli, come molte volte è effettivamente accaduto nella storia.

Jacopo Simonetta - PaneuropaNell’europeizzazione i confini dei singoli stati veniìvano progressivamente erosi, ma contemporaneamente si formava e rafforzava un confine esterno comune.  In pratica, anche se il processo di europeizzazione e quello di globalizzazione vengono spesso confusi, sono intrinsecamente antitetici.

Gli accordi di globalizzazione permettono lo spostamento ovunque sia dei capitali finanziari, sia del capitale culturale (in particolare know-how e tecnologie). Permettono altresì ai capitalisti di spostarsi quasi liberamente da un luogo all’altro in quello che, per loro, è effettivamente un villaggio globale.   E permettono anche lo spostamento di masse di manodopera, creando un mercato globale del lavoro che, in pratica, diventa un sistema di crumiraggio mondiale.

Paradossale ed istruttivo è il fatto che la UE e gli USA furono fra i principali promotori di questa follia planetaria.   Senza rendersi conto che  i loro stessi confini ed i loro stessi sistemi socio-economici sarebbero stati  fra quelli che avrebbero subito il contraccolpo maggiore.   In un processo di integrazione rapida a tutti i livelli, ci sono infatti necessariamente sotto-sistemi (regioni, gruppi di persone, imprese, o altro) che avranno il più dei vantaggi, se non tutti.  Mentre altri soggetti avranno gli svantaggi corrispondenti.  In altre parole, si crea un mondo di vincenti e perdenti assoluti.  E dovremmo sapere tutti da un pezzo che la civiltà industriale è un “gioco” in cui chi ha le manifatture vince, chi ha le cave, le miniere e le discariche perde.  Esattamente quello che, guarda caso, è accaduto.   Nessuna sorpresa.

Il seguito, al prossimo post.

 

 

Destra versus Sinistra

destra versus sinistra
“L’illusione della libera scelta”. Due ingressi per il medesimo abbattitoio.

Senza pretendere di sviscerare una questione che appassiona fior di politologi, vorrei qui proporre alcune riflessioni molto parziali e personali, derivate dalla mia limitata esperienza di “navigatore internet”.   Le pubblico nella speranza di stimolare dei commenti che aiutino me ed altri a raccapezzarmi in questo guazzabuglio.

Per cominciare

Per cominciare, vorrei ricordare che, anche in passato, Destra e Sinistra sono spesso state abbastanza vicine da scambiarsi idee, metodi e scopi.   Populisti  e socialisti  sono stati spesso nemici giurati, pur volendo entrambi proteggere la gente comune dalla rivoluzione capitalista.   Il Fascismo nacque da una costola del Partito Socialista ed il nome completo del partito di Hitler era “Partito Nazional-Socialista”; un partito che nella DDR è rimasto al potere fino al 1989 senza neppure cambiare nome.   Tanto per citare un paio di esempi scelti non a caso.
Ben più vicino a noi, nei momenti caldi della guerra del Donbass si sono visti volontari internazionali comunisti e fascisti combattere dalla stessa parte, talvolta contro altri miliziani non meno fascisti.   Il governo russo finanzia apertamente partiti come Forza Nuova e Front National, ma questo non impedisce a Putin di essere molto popolare in un’ampia fascia della sinistra euro-occidentale.   In Italia, la Lega ha le sue roccaforti in zone un tempo comuniste e Grillo raccoglie consensi da entrambe le parti.  Tanto per citare solo qualche altro esempio.

Dunque, stando così le cose, la domanda che tanti si pongono è se una differenza esista ancora e, se si, quale sia.

Per cominciare, ho raccolto in una tabella alcuni temi caldi del momento, con la posizione più generalmente adottata da persone che si definiscono di destra o di sinistra.   Preciso che con Sinistra, non mi riferisco al PD o ad altri partiti di lungo corso, ma ai delusi dei medesimi che ora vagano in cerca di una casa politica.    Inoltre, la classificazione in “destra” e “sinistra” è ovviamente riduttiva, ma una trattazione approfondita esula dai limiti di un post.

Ovviamente, in tabella figurano solo alcuni dei temi politici del momento, ma sono quelli che suscitano il massimo di commenti e di animosità.   Quindi, probabilmente quelli che più fortemente influenzeranno le prossime elezioni.

In verde gli argomenti su cui si registra una sostanziale convergenza, in blu quelli su cui la convergenza è parziale, in rosso quelli su cui c’è una differenza sostanziale.

TEMA DESTRA SINISTRA
ISTITUZIONI EUROPEE fortemente contrari fortemente contrari
LIBERISMO ECONOMICO fortemente contrari fortemente contrari
EURO fortemente contrari fortemente contrari
SOVRANITÀ NAZIONALE fortemente favorevoli Favorevoli, ma non sempre
GLOBALIZZAZIONE fortemente contrari fortemente contrari
ATTUALE POLITICA RUSSA fortemente favorevoli fortemente favorevoli
TRUMP più o meno favorevoli posizioni prevalentemente contrarie, ma favorevoli su alcuni punti.
REDDITO DI CITTADINANZA fortemente favolrevoli fortemente favorevoli
POLITICA ECONOMICA ESPANSIVA fortemente favorevoli fortemente favorevoli
ISLAM fortemente contrari favorevoli
EBREI E ISRAELE (DI SOLITO CONFUSI) posizioni diverse, da contro per antisemitismo a pro per anti-islamismo. contrari o molto contrari per via della questione palestinese.
RAZZISMO favorevoli, talvolta molto. fortemente contrari
IMMIGRAZIONE fortemente contrari fortemente favorevoli (con qualche eccezione)
DIRITTI GAY fortemente contrari fortemente favorevoli (con qualche eccezione)
TENDENZE MACHISTE frequenti rare
AMBIENTE scarso interesse o contrari posizioni diverse, interesse da elevato a nullo a seconda.
CRISTIANESIMO molto favorevoli (nella versione Ratzinger) Spesso molto favorevoli (nella  versione Bergoglio).
GIUSTIZIALISMO fortemente favorevoli fortemente favorevoli

Salta all’occhio che, sulla maggior parte delle questioni che tengono banco sui social, molte posizioni sono tendenzialmente convergenti almeno in parte, anche se, spesso, per motivi almeno in parte diversi.

Le posizioni sono invece fortemente distinte in materia di diritti dei gay e delle donne, ma soprattutto in materia di immigrazione, islamica e non.

Prospettive

Partendo dal presupposto che la crescita economica non tornerà mai più (oramai lo dice anche il FMI) e che, anzi, tenderà a peggiorare, quali possono essere gli sviluppi della situazione?

Per quanto riguarda il primo punto (diritti gay e femminismo), più che vere posizioni politiche siamo spesso di fronte ad atteggiamenti mentali.   Attualmente sono inconciliabili, ma si sta assistendo alla rapida erosione delle posizioni “progressiste”.   Man mano che la crisi economica svuota le tasche della gente, la disponibilità a preoccuparsi per il matrimonio tra omosessuali, per dire, scema rapidamente.   Anche le posizioni duramente conquistate dalle femministe della passata generazione vengono rapidamente erose per ragioni analoghe, perfino fra le donne che pure sono il 50% del corpo elettorale.

L’immigrazione e tutta la galassia di argomenti che si muovono intorno ad essa sono invece un punto di scontro fondamentale che, al contrario di altri, tende a radicalizzarsi.   Anzi, la faccenda è tanto sentita che sorpassa oramai in peso politico quasi tutte le altre questioni.   Perfino le questioni economiche vengo spesso discusse in relazione agli effetti dell’immigrazione sul PIL, benefici o nefasti secondo le fonti.    Ben più vitale, il giudizio sull’adesione alla Comunità Europea oramai viene spesso discusso in relazione a come si pensa che la Commissione voglia gestire i flussi migratori.
In questo caso non credo che si possa mai arrivare ad una convergenza, ma penso che le prossime ondate di crisi economica e di crisi migratoria inevitabilmente sposteranno un’ulteriore quota di voti verso la destra.

Non credo infatti che la vertiginosa crescita dei movimenti xenofobi dipenda da un aumento di veri fascisti ed assimilabili, bensì dall’aumento di gente che si sente minacciata e si rivolge a chi, magari per ragioni non condivise, promette provvedimenti drastici (anche se magari irrealizzabili o inefficaci).   Poco importa a questo punto il come ed il perché, importa solo la paura.  Una paura che è alimentata tanto dalla propaganda xenofoba e razzista della destra, quanto dalla propaganda negazionista e buonista della sinistra.   E questo è un punto fondamentale su cui credo che non si sia riflettuto abbastanza.

Propaganda e contro-propaganda

La propaganda di destra è incentrata principalmente sul fatto che gli immigrati sono diversi da noi e che perciò creano problemi.   Si parla anche del fatto che sono tanti e che i governi devolvano ad essi risorse che vengono a mancare agli autoctoni.   Argomenti complessi ma che, comunque, rappresentano aspetti della situazione teoricamente gestibili. Viceversa, non una parola sull’unico aspetto drammaticamente inoppugnabile: l’Europa è un paese già terribilmente sovrappopolato che ha urgente bisogno di ridurre la propria massa umana, pena un rapido e dolorosissimo collasso.   In un passato anche recente molte società hanno infatti trovato il modo di funzionare con popolazioni assai diversificate, ma solo finché queste non hanno superato la capacità di carico dei loro territori.  Una cosa che gli europei hanno fatto un paio di secoli addietro, cavandosela poi solo grazie al fatto di essere stati in grado di far pagare ad altri in conto della loro prolificità.

Al di là delle differenze culturali, religiose, ecc. l’unico vero problema – il vero “elefante nella stanza” – è quindi che l’immigrazione vanifica la salutare decrescita della natalità interna.

Dal canto suo, la sinistra incentra la sua propaganda fondamentalmente su alcuni temi che le sono cari: l’uguaglianza, la solidarietà, il senso di colpa verso le classi ed i popoli più o meno maltrattati dal capitalismo occidentale.   C’è una parte di verità in quel che dice e, certamente, sono nobili i sentimenti cui fa appello.   Ma trascura di dire che la solidarietà e l’accoglienza hanno un prezzo in termini di ampliamento dell’Impronta Ecologica nazionale.   Un’impronta che già eccede di almeno il 50% i più prudenti parametri di sostenibilità.   Il fatto è che hanno perfettamente ragione a dire che gli stranieri sono proprio come noi: hanno gli stessi bisogni ed in gran parte gli stessi desideri.   Un fatto inoppugnabile che
Certo, la maggioranza di noi potrebbe rinunciare ad una fetta del proprio benessere a favore di altri, ma questo punto non è fra quelli posti in risalto.   Né si dice che questo prezzo salirà esponenzialmente man mano che i flussi necessariamente cresceranno, mentre la situazione ambientale e sociale europea non potrà che peggiorare.   Beninteso, peggiorerebbe anche senza immigrazione del tutto, solo un tantino meno rapidamente.   Ma il flusso di gente dall’estero crea una situazione troppo facilmente strumentalizzabile perché non venga sfruttata.

Questo è un punto chiave perché, mano a mano che la situazione sociale ed economica degrada, i problemi direttamente od indirettamente connessi con la sovrappopolazione non possono che aggravarsi.   Ed un numero crescente di persone deluse o spaventate continuerà a passare sul fronte opposto, facilitate proprio dal fatto che, su molti altri punti essenziali, i distinguo sono sempre più fumosi.

In sintesi, la pertinace ostinazione nel negare l’esistenza di un problema di numero di persone, apre la porta chi sostiene che il problema derivi dal colore delle persone.   In pratica, la sinistra dovrebbe capire che la sua propaganda e le politiche che sostiene (anche se spesso assai più dichiarate che praticate) stanno erodendo i margini per un ragionevole compromesso e stanno aprendo la strada a reazioni violente.

Un pronostico

In conclusione, azzardo un pronostico che spero sia sbagliato:  O i partiti di sinistra e di centro si affrettano ad elaborare posizioni e provvedimenti capaci di riportare i flussi, a livello europeo,  nell’ordine delle migliaia di persone l’anno, oppure un’ondata di governi “Trump stile” diverrà praticamente inevitabile.   Un errore che potrebbe risultare irreparabile, come sta ampiamente dimostrando l’amministrazione Trump.   Mentre vara prevedimenti tanto spettacolari quanto inutili o inattuabili sul fronte dell’immigrazione, il “tycoon” scatena tutto l’arsenale possibile per distruggere ciò che resta della capacità di carico del suo paese e del mondo intero.   Che poi è solo un altro modo per aggravare gli effetti della sovrappopolazione che, ricordiamoci, non derivano dal numero assoluto di persone, ma da come l’impatto complessivo di queste (popolazione moltiplicato consumi) incide sull’ambiente.   E dalla capacità degli ecosistemi di tamponare le alterazioni antopogeniche.

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