I tre quarti degli edifici realizzati negli ultimi anni sono abusivi? 3/3

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A puro titolo esemplificativo: un centro commerciale appena inaugurato, nel 2021. Sul tetto un impianto fotovoltaico di circa 1.5-2 MWp. Come può bastare al 50% del fabbisogno di questo immenso edificio?

Intanto tra i primi due post e questo, sono uscito con un altro articolo su Italia che cambia, che descrive la cosa in modo ” terzo” qui il link.

Una volta buttato il sasso, analizziamo la cosa, come promesso.

Cominciamo dal Decreto Legislativo 28/2011.

Ma è DAVVERO vigente, con la sua carica ” rivoluzionaria”?

Intanto, ecco qui una sentenza, recentissima, della Corte Costituzionale che ne ribadisce non solo la vigenza ma la subordinazione delle leggi regionali a quanto in esso stabilito.

Nella sentenza, proprio sulla base della vigenza del decreto legislativo 28/2011 vengono annullati una serie di articoli di una legge regionale, che ponevano vincoli rigidi alla realizzazione di impianti eolici su crinali della Regione, un tema delicato.

Ma vi sono ovviamente numerosi riferimenti in rete.

QUESTO è ottimo:

Sintesi: per quanto mi risulta ( peraltro sono in ottima compagnia, come ho esemplificato)

E’ VIGENTE !!!!!

Ecco qui a quali edifici, ancora oggi, si applica il decreto:

  • edifici di nuova costruzione, intesi come nuova realizzazione di immobili dotati di impianto di riscaldamento ma anche come ampliamento di edifici la cui nuova porzione climatizzata avrà un volume superiore del 15% della porzione preesistente;
  • edifici sottoposti a ristrutturazione rilevante, intesi come immobili esistenti aventi superficie utile superiore a 1000 metri quadrati, soggetti a ristrutturazione integrale degli elementi edilizi costituenti l’involucro oppure edifici esistenti soggetti a demolizione e ricostruzione anche in manutenzione straordinaria.

Come si vede: la cosa RIGUARDA PRATICAMENTE TUTTI GLI EDIFICI CON SUPERFICIE SUPERIORE A 1000 METRI QUADRI.

Ovvero praticamente tutti i condomini che abbiano più di una quindicina di appartamenti, che stanno usufruendo, hanno usufruito o vorrebbero usufruire dell’ecobonus.

In pratica, escluse le case singole, le casette a schiera e i piccoli condomini, probabilmente oltre i due terzi degli interventi, come importi dei lavori!!

A parte questo, ricordo che il dlgs NON fa differenza tra edifici residenziali ed altri edifici:

Art. 11. Obbligo di integrazione delle fonti rinnovabili negli edifici di nuova costruzione e negli edifici esistenti sottoposti a ristrutturazioni rilevanti I progetti di edifici di nuova costruzione ed i progetti di ristrutturazioni rilevanti degli edifici esistenti prevedono l’utilizzo di fonti rinnovabili per la copertura dei consumi di calore, di elettricità e per il raffrescamento….

Visto? EDIFICI, non edifici residenziali. TUTTI gli edifici, compresi centri commerciali, uffici, industrie…

Ma quanto è grande il problema? Rispondere richiederebbe una analisi complessa che esorbita dalle forze di un blogger, sia pure volenteroso, ma almeno un ordine di grandezza potremmo riuscire ad ottenerlo:

Qui i dati relativi all’edificato in Italia:http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCSC_PERM_RAP1

Limitiamoci al 2019.

12 milioni 566 metri quadri di nuovi edifici non residenziali e

4 milioni 860 metri quadri di edifici residenziali nuovi.

Nel 2019 quanto può valere coprire i fabbisogni energetici indicati dal dlgs 28/2011? Poniamo una classificazione energetica di tipo C, che è CERTAMENTE ottimistica, considerando centri commerciali, capannoni etc etc ed abbiamo i seguenti valori:

Classe energetica c: tra 51 e 70 kWh/Mq/anno.

Prendiamo il valor medio, 60kWh/Mq/anno.

Un impianto fotovoltaico medio, per coprire il 50% di questo fabbisogno ha bisogno di circa 25 Wp, 0,025 kWh installati.

Quindi ci attendiamo, per coprire il 50% dei fabbisogni energetici, che per il residenziale siano stati installati, ALMENO

0,025*4860000= 121,5 MWp.

Per gli altri edifici, per i quali, l’assunzione della classe C è ottimistica, abbiamo 314 MWp.

Il totale che avrebbe dovuto essere obbligatoriamente installato è di 435,5 MWp.

Questi sono quelli che riguardano solo gli edifici NUOVI. Come abbiamo visto, dovremmo includere le ricostruzioni e le ristrutturazioni rilevanti, per cui il valore che ci si dovrebbe attendere è almeno il doppio, se non il triplo, di questo.

Circa un GWp, ad essere ottimisti. MOLTO ottimisti.

Il Dlgs 28/2011, nell’allegato 3 indica come calcolare la potenza da installare per rispettare quanto stabilito nell’articolo 11: va installata una potenza in kWp pari ad 1/50esimo della superficie al piano terreno dell’immobile. Se abbiamo una ristrtturazione rilevante su un edificio di 1000 metri quadri, potenza minima da installare è di 20 kWp. Secondo i miei calcoli, classe C era di 25 kWp, non siamo lontani!!.

In pratica il decreto ha di fatto immaginato che le nuove costruzioni e le ristrutturazioni rilevanti siano ALMENO in classe B.

Ma torniamo a noi.

Andiamo a vedere il consuntivo degli impianti fotovoltaici installati nel 2019 visibile qui:

Fotovoltaico  installato nel 2019: numero impianti, potenza e produzione
Fotovoltaico installato nel 2019: numero impianti, potenza e produzione

impianti da 0 a 3kWp: 44 MWp

da 3 a 20 kWp: 230 MWp

Da 20 a 200 KWp: 159 Mwp

da 200 a 1000 kWp: 91 MWp

da 1000 a 5000 kWp: 19 MWp

sopra i 5000KWp: 216 MWp

Il totale degli impianti installati in Italia nel 2019 è di 857 MWp.

SE tutte le ristrutturazioni e SE tutti gli edifici nuovi ricadono, mediamente, nella classe energetica C ( piuttosto opinabile, anzi: impossibile, considerando i capannoni industriali), come visto, dovremmo aspettarci OTTIMISTICAMENTE circa 1 GWp, 1000 MWp.

OVVIAMENTE non tutti gli impianti sono stati installati su tetti,e/o asserviti ad edifici, ovviamente NON tutti gli impianti sono stati installati su edifici superiori a 1000 Mq che realizzavano un cappotto o su tutti gli edifici di nuova costruzione e/o ricostruzione. Difficile senza una analisi puntuale ed approfondita, poter valutare quale sia la percentuale di impianti riferibili all’applicazione del Dlgs 28/2011, ma diciamo che mi stupirei se fosse superiore al 40% del totale installato.

Ovvero circa 360 MWp, un terzo di quelli attesi.

Se ci restringiamo agli edifici residenziali, per il quale si applica il cosidetto Ecobonus e quindi la questione, specie nelle zone dove esistono vincoli e limitazioni nei regolamenti comunali, è scottante, dobbiamo prendere in considerazione solo gli impianti più piccoli, quelli da 0 a 3 kWp e da 3 a 20 kWp. Questo perchè un impianto da 20 kWp occupa già circa 150 metri quadrati quindi è piuttosto vicino al limite tipicamente installabile sopra un condominio o negli spazi limitrofi.

La somma di questi impianti è di 274 MWp, quindi ragionevolmente superiore alle necessità DEL NUOVO. Se invece consideriamo le ristrutturazioni rilevanti, i cappotti condominiali, le ricostruzioni etc etc, dobbiamo più che raddoppiare il valore calcolato e il nuovo fabbisogno diventa 300 MWp.

OVVIAMENTE; molti impianti sono stati installati in situazioni che NON rientrano nelle fattispecie previste dal dlgs 28/2011, praticamente tutti quelli installati su edifici esistenti di superficie inferiore a 1000 metri quadri, oltre a molti altri installati senza la contemporanea realizzazione di un cappotto, sugli edifici più grandi.

E’ quindi probabile che il valore di 274 MW vada decurtato severamente,

per esempio, ottimisticamente, dimezzandolo.

Ecco che abbiamo un installato che ricade nell’ambito di applicazione del dlgs 28/2011 probabilmente non superiore a 130 MWp.

Rispetto ad esigenze, valutate in modo ottimistico, di almeno 300 MWp, nuovamente quasi il triplo di quanto effettivamente installato.

Complessivamente, se la stima è corretta, probabilmente è errata per difetto, mancano all’appello ALMENO 500 MWp di fotovoltaico, solo, nel 2019.

Secondo i MIEI conti, che cercano di rispettare la sostanza del Dlgs. Rispettando invece quanto indicato nell’allegato 3, considerando quanti sono gli edifci multipiano, probabilmente l’ammanco viene (legalmente ma scorrettamente!!!) decurtato. Forse dimezzato.

Tutti i valori sopra indicati sono ovviamente grossolani, opinabili, provvisori, servono solo ad individuare la dimensione della questione: centinaia di MWp non installati che invece avrebbero dovuto essere installati di legge, solo nel 2019.

Vi sono pochi dubbi che la cosa si sia ripetuta, anno dopo anno, dall’inizio.

Per ogni anno trascorso dal 2011 al 2021.

Si tratta, di GWp non installati, che dovevano ed ancora dovrebbero essere installati, per evitare la diretta conseguenza del mancato rispetto del DLGS 28/2011:

“L’inosservanza dell’obbligo di cui al comma 1 comporta il diniego del rilascio del titolo edilizio.

Ovvero: tutti i titoli rilasciati ad edifici che non ottemperano a quanto previsto dal decreto, SONO NULLI.

Dal 2011 sono state realizzate oltre mezzo milione di nuove abitazioni.

Limitandoci a queste: quante decine o centinaia di migliaia sono, di fatto, abusive?

Quanti edifici di uffici?

Quanti centri commerciali?

Quanti edifici industriali?

E’ una questione enorme, che richiede di essere, dopo opportune verifiche, affrontata immediatamente.

Perchè il super ecobonus, che pure ha svariati commi in contrasto con il dlgs 28/2011 e quindi andrebbe rivisto in accordo, indica chiaramente la necessità di una totale conformità alle normi vigenti degli edifici a cui si intende applicare l’ecobonus o il sismabonus .

Laddove quindi, prevalentemente nel caso di condomini, si superino i 1000 metri quadrati di superficie utile lorda, SE si vuole realizzare gli interventi previsti dal superecobonus, è OBBLIGATORIO raggiungere ALMENO il 50% dei fabbisogni energetici del condominio ed i regolamenti comunali o le leggi regionali nulla possono ai fini del raggiungimento di questo obbiettivo. OVVERO, se vi è contrasto con i regolamenti comunali, questi possono ed anzi DEVONO essere disapplicati.

In pratica, questa è una nuova norma TRAINANTE e come tale DEVE essere indicata nella nuova versione del supercobonus.

E per il pregresso? per le centinaia di migliaia di edifici che di fatto hanno gravi problemi di conformità urbanistica, quando va bene, a causa del mancato rispetto del decreto?

E’ evidente che non ha senso criminalizzare milioni di cittadini e professionisti ed amministratori, spesso inconsapevoli. Sembra più sensato consentire interventi in deroga, con qualche limite nel caso di manifesta impossibilità materiale ( industrie energivore, condomini senza superfici sufficienti etc etc). Anche in questi casi comunque si deve indicare l’obbligo di raggiungere il massimo dell’energia e dell’installato concretamente ottenibile.

Piuttosto che realizzare un nuovo strumento normativo, conviene integrare queste casistiche all’interno del prossimo decreto di revisione del superecobonus, che già prevede eccezioni all’applicazione della regola di attività trainanti e trainate ( per le zone terremotate, ad esempio)

Vogliamo cambiare il mondo? Dimostriamo di voler fare sul serio.

Di fatto, DA SOLA, la necessità di ottemperare al dlgs 28/2011, potrebbe quasi raddoppiare l’installato previsto da qui al 2025 nel PNRR.

Scusate se è poco.

I tre quarti degli edifici realizzati negli ultimi dieci anni sono abusivi? 2/3

una delle vincitrici del concorso cubo d’oro, per le migliori casaclima del 2018. Quante delle nuove realizzazioni del 2019 sono così?

Nella precedente puntata avevamo visto che esiste un negletto articolo di un quasi negletto Decreto legislativo, il dlgs 28/2011, che imporrebbe di ricavare almeno il 50% del fabbisogno energetico di un edifcio di nuova costruzione o soggetto a risttrurazione rilevante da fonti rinnovabili.

Nel 99% dei casi, pannelli fotovoltaici. Di fatto miriadi di norme locali, comunali e regionali confliggono regolarmente con questo articolo rendendolo inoperante.

Per quanto possa sembrare strano che una disposizione di legge cosi importante per il futuro delle rinnovabili sia stata bellamente ignorata o quasi, ho potuto verificare che invece è ancora vigente: l’articolo 11 del dlgs 28/2011 è ancora vivo, operativo, tassativo, come vedremo in seguito, nella terza puntata, dedicata alle verifiche.
Il punto dolente o cogente non sono tanto o solo gli edifici tutelati o in zone vincolate dalle norme di tutela del patrimonio artistico e paesaggistico,  ma la molto piu’ ampia famiglia degli edifici in zone dove i regolamenti urbanistici ed edilizi vietano, di fatto, i pannelli fotovoltaici sul tetto o sul terreno, o pongono norme così stringenti da non renderli concretamente, installabili. Nel caso di Firenze per esempio, questo si verifica in un’ampia zona grossomodo corrispondente alla citta’ antica, ottocentesca e della prima metà’ del novecento, oltre un terzo del territorio edificato comunale, con residui vincoli pesanti anche nella altre zone.

Eco qui cosa si prescrive nel regolamento urbanistico, per tutto il territorio comunale:

Come vedete, è quasi impossibile adempiere a queste norme e contemporaneamente a quanto richiesto dall’Articolo 11 del Dlgs 28/2011

Nelle zone di collina, vigono ulteriori vincoli di tipo paesaggistico, che vietano l’installazione anche su edificato recente. Quindi la responsabilita’ non e’ tanto o solo, della Soprintentendenza, che si occupa dei vincoli, ma dei singoli comuni che avendo 180 giorni nel 2011, dieci anni fa, per adeguarsi non l’hanno fatto o, in non pochi casi, si sono adeguati a…gambero, cioè creando vincoli, prima non esistenti, per l’installazione. Come ho scritto, la battaglia, che sembrerebbe importante ma puramente normativa, diventa mostruosamente vitale, perché’ di fatto il non aver adempiuto al “famigerato” articolo 11 rende all’improvviso illeciti probabilmente decine di migliaia di permessi a costruire in tutto il paese ed il fenomeno potrebbe essere ancora piu’ grave di cosi’ e poi peggiorare ulteriormente, via via che le nuove costruzioni, le ricostruzioni e le ristrutturazioni rilevanti realizzate utilizzando il super ecobonus aumentano.

Infatti il superercobonus prevede una serie di rigorosi adempimenti, asseverazioni, ex ante ed ex post ed ovviamente il credito di imposta viene riconosciuto a condizione di una prefetta conformità dell’immobile interessato. Prima e dopo l’intervento. Ma, abbiamo visto in non pochi casi non è consentito dai regolamenti comunali o dai vincoli paesaggistici o da quelli dei beni culturali, installar epannelli fotovoltaici sul tetto.

In questo caso la conformità ex post non è possibile e quindi i crediti di imposta non sono richiedibili.

Si creano premesse per migliaia di dolorosi contenziosi, e la richiesta, magari dipo anni di restituire i crediti di imposta illecitamente ottenuti, non affrontando questa situazione!

Insomma: si rischia una catastrofe.

Ma, come diceva, il Merovingio in Matrix, dove gli altri vedono rischi, io vedo opportunità o, al massimo, costi.

Intravedo infatti un’opportunità’ importante, proprio con l’ecobonus. 

ECCO LA MIA PROPOSTA
in occasione delle varie norme di revisione e semplificatorie del Superercobonus, ricordata la necessità, per tutti gli attori, del rispetto del dlgs 28, alla lettera, si potrebbe prevedere un particolare capitolo IN SANATORIA. 

In esso, in deroga al concetto di intervento trainante o trainato, si prevede che il fotovoltaico e gli altri interventi necessari a rendere conforme alla norma imposta dal Dlgs 28 2011 un dato edificio, ristrutturato in forma rilevante o costruito o ricostruito successivamente al 2011 e relativi interventi necessari, siano effettuabili anche senza altri interventi trainanti. 

Insomma: il fotovoltaico , SOLO IN QUESTI CASI rigorosamente definiti, sarebbe un “intervento trainante”….per se stesso (gli altri interventi trainati come noto, sono tali perchè devono attendere un intervento trainante ordinario per essere sbloccabili)
I fondi stanziabili ci sono, si tratta “solo” di aggiungere un capitolo di spesa ad un settore che ha gia’ finanziamenti pesanti previsti, confermati e confermandi fino almeno al dicembre 2023.
Esistono gia’ canali privilegiati ed eccezioni previsti dall’attuale  super sismabonus, previsti nelle zone terremotate: Si tratterebbe di inserire, verificata la correttezza di quanto da me qui riportato, anche questa nuova fattisipecie, limitataemnte agli edifici che rientrano nella categoria e, per ora, limitataemtne agli edifici residenziali.

Che, ricordo sono solo una piccola parte di quelli a cui l’articolo 11 si applica, ovvero TUTTI gli edifici dinuova costruzione o rilvante ristrtturazione.

SE avessi ragione, risolveremo un problema potenzialmente ENORME, una bomba in attesa di esplodere, per le amministrazioni e per i cittadini.Il decreto legislativo non lascia in apparenza spazio ad equivoci:

L’inosservanza dell’obbligo di cui al comma 1 comporta il diniego del rilascio del titolo edilizio.

Ne consegue che il rilascio di tali titoli, in inosservanza dell’ obbligo di installazione di impianti fotovoltaici in misura sufficiente, ha valore NULLO ed e’ per lo meno un illecito amministrativo se non qualcosa di piu’ grave.

Ne il cittadino, malcapitato, può scaricare la responsabilità’ sull’amministrazione autorizzante, perché l’obbligo del rispetto di legge cade sulle spalle di ambedue gli attori, in egual misura: ignorantia legis non excusat.

Senza contare naturalmente il progettista dell’opera, che avrebbe la sua quota di responsabilità’…

Insomma, SE solleviamo il can can, e DOBBIAMO farlo, se vogliamo davvero dare un futuro rinnovabile e sotenibile al nostro paese, dobbiamo anche immediatamente sedarlo, dando un termine per la messa in regola ed i finanziamenti per farlo, oltre una diffida urbi et orbi ad adempiere fedelmente, salvo rari e sporadici casi, da dimostrare uno per uno, per le opere future.

Nella prossima ed ultima parte, cercherò di dare una risposta ad un paio di questioni fondamentali, già ricorse tra le righe, in queste due prime parti:

  1. il DLGS 28/2011 e il suo articolo 11, SONO VIGENTI e vincolanti?
  2. Quale è la dimensione del problema?

I tre quarti degli edifici realizzati negli ultimi dieci anni potrebbero abusivi. E questa e’ una buona notizia. 1/3

Il rendering del nostro villino. Ed i pannelli?

Ok: la prendo un poco lunga, ve lo dico subito.

In occasione della presentazione di un progetto di integrale ricostruzione di un villino anni ’70 lesionato, utilizzando sia il cosidetto Supersismabonus che il sempre cosidetto superecobonus, mi sono fatto una certa cultura in merito alle normative locali e nazionali che riguardavano la questione.

Dopo un lavoro di studio e preparazione non breve, siamo riusciti a tirare fuori un progettino che pare rispettare tutte le norme edilizie urbanistiche etc etc etc ed essere anche gradevole nel processo. De gustibus…. ma lo vedete come immagine di questo post.

OVVIAMENTE il nuovo villino verrà realizzato in classe energetica A4: Basterà l’equivalente di un litro e mezzo di petrolio al metro quadro, all’anno, come energia, per le esigenze energetiche della casa. Considerando il seminterrato e la soffitta nel conteggio dei metri quadri, arriviamo a circa 1000kWh come fabbisogno energetico per le esigenze di raffrescamento/riscaldamento/acqua termica sanitaria.

A questi si aggiungono circa altrettanti kWh pecome consumi elettrici per le utenze casalinghe e la cucina ( fuochi ad induzione, ovviamente).

Ovviamente, coibentazione di primo livello, impianti di ultima generazione. OVVIAMENTE fotovoltaico.

Ovviamente?

Forse.

Perchè siamo in zona sottoposta al vincolo paesaggistico.

Perchè il Comune ha stabilito che, comunque, i pannelli dell’impianto fotovoltaico devono essere ad un metro dal colmo, ad un metro dalla linea di gronda, ad un metro dai limiti laterali della falda… Ma noi abbiamo falde di poco più di due metri e quindi i pannelli nello spazio consentito non c’entrano!

In sostanza, a leggere il combinato disposto dei vincoli, delle norme dei regolamenti comunali e confrontarle con le dimensioni dell’edificio, sembrerebbe che non sia possibile installare pannelli fotovoltaici.

Fino a qui sembrerebbe una normale questione di quelle che capitano a tutti. Ma la circostanza di dover giustificare ex lege che avevamo non solo il diritto ma il dovere di installare i suddetti pannelli ( e di metterli praticamente su tutta la falda di sud est, quella che si vede a sinistra nella foto) mi ha portato a riesumare un noto quanto negletto decreto legislativo di dieci anni fa il Decreto legislativo 28/2011 Articolo 11.

Quel che ho letto mi ha fatto scoperchiare un calderone che ho riassunto, come prima parte, in un articolo che trovate pubblicato su ecquologia

Qui sotto lo riporto, rimandando alla seconda puntata per un approfondimento sulla dimensione della cosa.

Dlgs 28 2011, regolamenti comunali e fotovoltaico: assoluta necessità di una conferma

Un importante limite all’effettivo dispiegamento di tutto il potenziale del Superbonus è costituito dai regolamenti Comunali. Parlo per esperienza diretta della citta in cui vivo, Firenze, ma credo che il problema sia MOLTO diffuso. Vi sono intere aree urbane, spesso ben al di là del centro storico, dove di fatto non è consentito il fotovoltaico sui tetti. Questo, ovviamente, comporta e comporterà’ un forte rallentamento nell’installazione.

Molti Comuni, il mio tra i tanti, sono stati ondivaghi negli anni: quando il mio ex Sindaco era giovane e desideroso di raccogliere consensi “alla moda” attuò modifiche che permettevano, di principio, di installare praticamente ovunque, anche sui tetti di edifici a torre medioevali. Cosa successa, sia pure in un limitato numero di casi. “Crescendo” politicamente, diventò ovviamente più attento sia agli interesse delle varie lobbies contrapposte sia, banalmente al disinteresse dell’opinione pubblica, quando non ostilità’, ben fomentata, come sappiamo, da una campagna mediatica ai tempi martellante (2015 e successivi). Molti regolamenti sono figli di quegli anni ed ancora non sono stati adeguati a quello che potremmo chiamare, un rinascimento delle energie rinnovabili, se non fosse parola tragicamente svalorizzata da usi inopportuni, come quello fatto di recente, dal mio sempre troppo citato ex sindaco.

Eppure, almeno per gli edifici di nuova costruzione e per le integrali ricostruzioni, il Decreto Legislativo 28/2011 – Fonti rinnovabili e certificazione energetica parla chiaro e non lascia spazio ad equivoci o successivi decreti attuativi, per la sua implementazione: su questi edifici, nuova costruzione ed integrale ricostruzione, è OBBLIGATORIO, senza eccezioni, raggiungere una quota di almeno il 50 per cento di energia da fonti rinnovabili. I regolamenti comunali qualora non adeguati (nel termine di 180 giorni!) e in conflitto con questa norma sono superati.

Ecco il testo, VIGENTE, articolo 11 del suddetto decreto legislativo 28 2011

I progetti di edifici di nuova costruzione ed i progetti di ristrutturazioni rilevanti degli edifici esistenti prevedono l’utilizzo di fonti rinnovabili per la copertura dei consumi di calore, di elettricità e per il raffrescamento secondo i principi minimi di integrazione e le decorrenze di cui all’allegato 3. Nelle zone A del decreto del Ministero dei lavori pubblici 2 aprile 1968, n. 1444, le soglie percentuali di cui all’Allegato 3 sono ridotte del 50 per cento. Le leggi regionali possono stabilire incrementi dei valori di cui all’allegato 3. Le disposizioni di cui al comma 1 non si applicano agli edifici di cui alla Parte seconda e all’articolo 136, comma 1, lettere b) e c), del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, e successive modificazioni, e a quelli specificamente individuati come tali negli strumenti urbanistici, qualora il progettista evidenzi che il rispetto delle prescrizioni implica un’alterazione incompatibile con il loro carattere o aspetto, con particolare riferimento ai caratteri storici e artistici. L’inosservanza dell’obbligo di cui al comma 1 comporta il diniego del rilascio del titolo edilizio.

Art. 11. Obbligo di integrazione delle fonti rinnovabili negli edifici di nuova costruzione e negli edifici esistenti sottoposti a ristrutturazioni rilevanti

Come si vede nel sottolineato in neretto, perfino nel caso di ristrutturazioni rilevanti su edifici STORICI e notificati, l’obbligo persiste, l’onere della prova di non realizzabilità ricadendo sul progettista. Non solo, l’ultima riga evidenzia una cosa CLAMOROSA: “L’inosservanza dell’obbligo di cui all’articolo 1 COMPORTA IL DINIEGO DEL RILASCIO DEL TITOLO EDILIZIO”

Sappiamo bene che decine di migliaia di edifici sono stati edificati in questi anni, MOLTE decine di migliaia sono stati integralmente ristrutturati. Ma sappiamo che di questi, per i regolamenti comunali citati, solo una percentuale non particolarmente rilevante ha adempiuto all’obbligo. PURE i titoli edilizi sono stati rilasciati. Titoli, a tutti gli effetti, senza possibilità’ di equivoco, NULLI. Rilasciati ma non rilasciabili.

Questo assume ancora più rilevanza, veniamo al quotidiano, OGGI, in periodo di Superbonus. Infatti molti interventi, eventualmente unenti sismabonus ed ecobonus, ricadenti nelle aree dove non è consentito il fotovoltaico, oppure è consentito con vincoli tali da renderlo non realizzabile (ad esempio distanze dal colmo del tetto , dalla linea di gronda, dai limiti dell’edificio superiori a quelli disponibili per il montaggio dei pannelli) rientrano nella categoria delle “ristrutturazioni rilevanti”.

La tentazione, all’analisi dei regolamenti, di progettista e proprietario sarà come è finora stata, quella di non intentare una guerra solitaria con le normative comunali ma di accettare di adempiere, non installando. Il risultato, come enunciato, è che tutti gli edifici così realizzati o ristrutturati NON sono conformi alla legge ed i titoli rilasciati hanno valore nullo. Questo, di per sé grave, è addirittura esiziale nel caso degli interventi realizzati secondo le regole del superecobonus o sismabonus. In caso di controllo infatti, non essendovi le conformità’ richieste dalla legge al momento della richiesta ed eventuale cessione del credito, il credito viene cancellato, salvo maggiori e più gravi conseguenze legali e penali.

INSOMMA: tra le norme di adeguamento in studio dovrebbe essere inserito un paragrafo che ricorda la rigorosa applicabilità dell’articolo 11 del dlgs 28 2011, a prescindere ed al di sopra delle norme locali, sia per consentire una più rapida ed agevole installazione di impianti fotovoltaici, sia per evitare letali moli di contenzioso ex post, tra un paio di anni quando, ragionevolmente scatteranno i controlli di conformità.

Sembra strano che in un decreto ministeriale o legislativo si debba ricordare l’applicabilità di una legge vigente. Nei fatti, non solo è necessario, ma vitale.

Mi scuso per la lungaggine e, eventualmente, per gli addetti ai lavori, per aver evidenziato qualcosa di ovvio.

Pietro Cambi

Pane di Pasta madre, a modo nostro

In un precedente post vi avevo raccontato di come si puo’ fare il pane in casa, a partire da farina e lievito di birra. La ricetta, ho scoperto poi, ha un nome preciso: il cosidetto pane comodo. Chiamato cosi’ perche’ la lievitazione lenta, in frigo, lascia margine per imprecisioni, errori e ritardi.

Ora voglio raccontarvi di un passo successivo, fare a meno dei prodotti industriali, fare lievitare il pane a partire dai coabitanti di casa, senza altro che farina, possibilmente farina nostrana, magari macinata a pietra, magari comprata direttamente dal produttore, magari non troppo raffinata, ad esempio tipo 1 o tipo 2.

Cosa significa? QUI una spiegazione, in fondo molto semplice.

Ma veniamo ai coabitanti, che ci daranno una mano a far lievitare l’impasto. La prima domanda e’ sempre la stessa: ma a casa mia ci saranno? in linea di massima, si. Le spore del lievito sono ubique e in cucina, nella vostra dispensa, dove tenete di solito il pane, facilmente ci saranno i lieviti giusti. Come al solito si deve fare qualche tentativo, per realizzare un piccolo ecosistema funzionante.

L’idea e’ quella di aiutarvi a farne pochi e di successo.

ecco qui: Lievito di pasta madre di Giok

Licoli, ovvero lievito francese

A partire dalla farina oo ( grana piccola da una mano ai lieviti, sara’ l’unica che userete) 100 grammi di acqua e 100 grammi di farina.

Amalgamarli per bene, metterli in un barattolo coperto da una pezzola uno straccio o un pezzo di carta forno, chiuso con un elastico. Mettterli in un luogo “tranquillo” lontano dalla luce.

Lo scopo, ripeto, e’ partire dai lieviti naturalmente presenti nell’aria di casa vostra e non da qualche intruglio preordinato. Aiuta se avete una dispensa, con farine o altre granaglie,  meglio se rustiche, integrali, bio, naturalmente, vicino al quale metterete il vostro barattolo. Al calduccio, non deve essere una cantina.

Dopo 24 ore si prende metà dell’impasto, rimuovendo comunque ed escludendo l’eventuale patina che si è formata in superficie e si mescola con altri 100 grammi di farina e 100 grammi di acqua. 

Ogni 24 ore si ripete il procedimento.

Spostiamoci in avanti di quattro giorni.

Dopo i primi giorni in cui a malapena si intravedono delle bollicine, la popolazione dei lieviti comincia a crescere, ogni volta di più.

Purtroppo ogni giorno si butta via una certa quantità di farina, la parte secca o muffita dell’impasto. Comunque sia, insistete, rispettando le proporzioni indicate.

Giorno dopo giorno il lievito e’ più reattivo, sempre più bolle. Quando una bella mattina vedrete un impasto vischioso o addirittura schiumoso ( la farina zero zero ha un rapporto tra superficie utile e volume altissimo, la popolazione dei lievito aumenta esponenzialmente in modo rapido) potete fare la prova fatidica: fare una pallina di impasto, senza premere, e provate a farla galleggiare. Se galleggia il lievito e’ pronto.

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Come vedremo circa metà del lievito viene usato per fare il pane. L’altra metà va messa in frigorifero dove può mantenersi una settimana senza grandi problemi. Il giorno prima di quello in cui volete fare il pane, dovrete rinfrescarla, dopo aver eliminato la parte secca o ossidata superiore con i soliti 100 grammi di farina e 100 grammi di acqua e la lascerete una notte o comunque almeno cinque ore a risvegliarsi. Il giorno dopo avrete il lievito pronto e ne sarete sicuri al solito modo: bolloso, schiumoso, galleggiante.

Ma tutto questo baloccarsi da piccolo bio chimico ha un senso se serve al suo scopo: fare il pane!

Ecco qui quindi UNA delle nostre ricette, con qualche consiglio utile per fare gonfiare bene il pane fatto in casa a partire da pasta madre sempre casalinga.

Pane ad alta idratazione quindi con una percentuale più alta di acqua rispetto alla farina.

I dosaggi sono:360 ml di acqua tiepida circa 25 gradi, 110 grammi di lievito liquido (licoli o lievito francese)

Si aggiunge all’acqua il lievito che deve galleggiare, quando è pronto ( significa che i lieviti stanno facendo il loro metabolico mestiere)

Si mescola facendo sciogliere il lievito nell’acqua

Si aggiungono pian piano, girando per evitare grumi, 500 grammi di farina.

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Non si deve arrivare alla stessa massa elastica a cui si arriva solitamente, quando si prepara l’impasto. Questo perché si deve stimolare l’idrolisi, ovvero la ripartenza del lievito, che è favorita da una maggiore superficie di scambio con l’aria ovvero appunto da una certa rugosità dell’impasto.

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Si copre con una pellicola e si lascia riposare. A temperatura ambiente, in casa se d’inverno, o nel posto più fresco della casa, d’estate. Minimo mezz’ora, meglio un’ora. Qualcuno si spinge fino a due ore. Da questa fase e da quella successiva, le pieghe, dipende il successo della lievitazione ed il segreto di un pane ben bucherellato, fragrante, saporito.

Di nuovo: prima dello sterminio finale in forno, i lieviti per qualche generazione, devono vivere una vita serena, felice e nell’abbondanza.

La loro felicità si tradurrà nella nostra quando affetteremo il pane.

Dopo mezz’ora si fanno le pieghe. Usando una paletta o le mani si formano delle onde che si ripiegano sull’impasto, girando la ciotola di una novantina di gradi ogni volta. In questa fase, per i non toscani, si aggiunge il sale.

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Si fanno due o tre giri. Poi si ricopre.Nell’oretta e mezza successiva si ripete l’operazione due o tre volte.Dopodiché si mette in frigo a maturare 24 ore.

Il giorno dopo si toglie dal frigorifero, Si mette l’impasto sulla spianatoia o su un piano su cui avrete sparso un poco di farina per non fare attaccare tutto e si fanno le pieghe di rinforzo o, come si dice, si forma il pane: l’impasto va steso e poi piegato come se fosse un asciugamano, con due pieghe da un lato e due da quell’altro, dopo aver steso di nuovo un poco. Chiarimenti? Qui un video.

Si copre con un panno e si lascia sulla spianatoia, su una carta forno a riprendersi.Per un’ora, un’ora e mezzo.

Trascorso questo tempo dovreste essere pronto per informare.

Lo saprete se superate la prova del dito: una leggera ditata all’impasto deve creare un craterino che rimbalza lentamente all’insù.

L’impasto deve essere elastico. In caso contrario: avete esagerato con la lievitazione dopo le pieghe di rinforzo. Se torna su troppo velocemente, rimbalza all’istante, deve ancora lievitare. Se supera la prova, siamo pronti!Accendete il forno e portate a 250 gradi, facendo scaldare nel forno la teglia che userete per cuocere il pane. Si fanno i tagli che serviranno da guida per la lievitazione in forno, si prende la carta forno con tutto l’impasto e si mette sulla teglia, che avrete per un attimo tolto dal forno.Il forno deve essere impostato senza ventola, statico, con le sue griglie superiore ed inferiore accese. Dopo 7/8 minuti abbassate a 220 gradi e cuocete per altri 40 minuti circa.

Sfornate, togliete il pane dalla teglia, altrimenti si secca e lasciatelo raffreddare almeno un’ora, appoggiato su una griglia o comunque un poco sollevato, per evitare che si accumuli condensa sulla parte di appoggio.

Pronti, coltello, via! GNAM.

Il Piano Ciao. 200 miliardi, 13 righe di proposte

CIAO! – Scrivo come se vi parlassi

il 1968 anno di lotte e speranze ed anno di nascita del Ciao

Che Matteo renzi sia quello delle slide e’ talmente risaputo che non fa (quasi) neanche tanto piu’ ridere.

In realta’ non fa per niente ridere, nel momento in cui sembra che possa essere aperta una crisi di governo. Basata su 13 righe di proposte e 32 pagine e mezzo di critiche. Critiche, che a ben vedere, dovrebbero essere prima di tutto una autocritica, non fosse altro che per il fatto che Italia Viva( metto il maiuscolo solo per rispetto al nome del nostro paese), il foruncolo politico generato dall’esimio concittadino, ha suoi esponenti in ministeri chiave. Siccome di questo potreste aver sentito o letto, voglio fare qualcosa di piu’: Vi invito a vedere con i vostri occhi in cosa consiste TUTTA la intera proposta di Italia Viva in merito al recovery fund.

Non troverete altro e lo potete verificare direttamente sul sito istituzionale del nanopartito.

eccola qui.

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la parte propositiva del piano CIAO.

La nostra proposta, molto semplice.

Ti proponiamo di superare il complicato meccanismo 4 pilastri – 6 missioni e individuare 4 progetti centrali.
La nostra proposta è insistere su Cultura – Infrastrutture – Ambiente – Opportunità Il progetto così impostato si chiamerebbe CIAO2030

Cultura: aprire il piano con l’Italia come capitale mondiale della cultura permanente. Teatri, musei, spettacolo dal vivo. Ma anche scuola, educazione, università. E nel nostro modello di wellness aggiungere qui sport e salute.

Infrastrutture: Un piano dettagliato di infrastrutture tradizionali, dalle strade alle ferrovie, dai porti agli aeroporti. Ma anche e soprattutto infrastrutture innovative a cominciare dalle possibilità aperte dal digitale e dall’impalcatura strutturale del Paese composta da pubblica amministrazione e giustizia

Ambiente: L’energia, la decarbonizzazione, l’agricoltura. Ma anche il dissesto idrogeologico, l’idrogeno, il nostro rapporto con l’Africa.

Opportunità: Un paese di valori. Economia sociale, terzo settore, volontariato. Ma anche occupazione

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RIPETO: non c’e’ altro.

Lo ripeto piu’ in grande: NON C’E’ ALTRO!!!

Tutto qui. Ovviamente chi ha una visione tanto profonda e nitida di quel che vuol fare, tanto dettagliata, puntigliosa, organica, puntuale, ha titolo, a buon diritto di criticare le raffazzonata proposte altrui. proposte troooopo distese in ben 133 pagine, oltretutto mal confezionate. ecchediamine.

13 righe contro 133 pagine.

Queste: perfette ed auto salvifiche.

Quelle: raffazzonate, approssimative, insufficienti, inadeguate, non coerenti, ripetive…oltretutto senza slides, riassunti per esecutivi dalla lettura pesante e l’attenzione fallace, insomma niente che possa stare in quattro slide quattro ed un tweet da 160 caratteri. Ben oltre un miliardo per carattere, se ci pensate.

Pensate che esageri? Mi piacerebbe.

Disgraziatamente, quanto appena scritto lo potrete verificare di nuovo, da soli. Ecco qui sotto il testo integrale della proposta Ciao, racchiusa all’interno di una lettera al Ministro dell Economia.

Niente di piu’ niente di meno. Su questo, ci raccontano, si basa una crisi di governo che sta per arrivare nel momento storicamente peggiore degli ultimi cento anni. Vi prego, vi scongiuro, ricordatevene quando andrete a votare, fosse dopodomani, tra due mesi, tra due anni, ricordatevene!

Siamo tanto orgogliosi di aver dato i Natali a tanti nostri illustrissimi concittadini. Ecco: se penso a quei cittadini del passato, anche recente, se penso a Giovanni La Pira, collega sindaco del nostro esimio, mi vien da piangere, chiudere gli occhi, stingere i pugni e pensare all’esatto contrario della poesia di Leopardi, l’Infinito.

Titolo: il limitato. Limitassimo. Ed imitatissimo, aime’, ainoi, ai tutti.

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Il testo integrale della lettera al ministro dell’economia

Caro Roberto,
in vista dell’incontro odierno su PNRR, Italia Viva propone una serie di considerazioni di metodo e di merito. La nostra è una posizione politica, pulita, trasparente. Abbiamo già inviato al Premier una lettera firmata da Matteo Renzi con allegati che trasmettiamo anche a Te. Dal 22 luglio Italia Viva chiede di dedicare una sessione parlamentare ad hoc per predisporre e discutere i progetti relativi al PNRR: non servono progetti nascosti nei cassetti e tirati fuori all’ultimo minuto. Occorre trasparenza. Questo è il documento più importante della legislatura: è in gioco il futuro dei nostri figli. Queste risorse sono risorse eccezionali: sprecare una così rilevante occasione sarebbe drammatico non solo per noi ma anche per i nostri figli e i nostri nipoti. Non possiamo accettare un documento senza una visione, non possiamo essere complici del più grande spreco di denaro pubblico: ecco perché individuiamo una serie di critiche puntuali ma allo stesso tempo rilanciamo sul progetto CIAO2030 in uno spirito costruttivo.

a)    Criticità.
Abbiamo pensato di scorrere le 133 pagine del testo che ci hai consegnato e segnalarti alcuni spunti di riflessione sui quali vorremmo discutere nel merito. La nostra delegazione, ovviamente, è pronta a fare un lavoro di drafting insieme al Tuo team e al Presidente del Consiglio. Ma prima di emendare parti del testo, occorre fare probabilmente una riflessione sullo stile, i contenuti, la fattibilità del documento.

b)    Proposte
Non basta criticare, serve la sfiducia costruttiva. Ecco perché nella seconda parte del documento individuiamo alcune proposte. Si tratta di innovazioni: Sul percorso metodologico, con pieno coinvolgimento del Parlamento e della società civile Sull’impianto del progetto, con l’individuazione di quattro punti chiari come pilastri e senza il doppione delle sei missioni: progetto CIAO2030. Cultura, infrastrutture, ambiente, opportunità.

Critiche e considerazioni.

Stile del documento. Il documento è chiaramente un collage di testi diversi: per noi serve una penna sola per tutto il testo, non una collazione di diversi brani. Lo si denota anche dalle ripetizioni, sia di argomenti che di riferimenti. Progetti di questo tipo solitamente hanno un Executive Summary e poi un’analisi dettagliata. Così ad esempio – ma non solo – France Relance: un executive summary di 7 pagine (sette, non 133) da cui si capiscono al volo tutte le priorità. Venti slide molto chiare per la stampa. 22 slide per i parlamentari di maggioranza. Un documento sul turismo di venti pagine considerando il turismo come priorità. Un lungo documento di quasi 300 pagine per tecnici, finanziari, addetti ai lavori con numeri e dati. Proponiamo di fare la stessa cosa: ci vuole chiarezza nella scrittura di un progetto del genere.

La stanca retorica del modello italiano. In più di una circostanza il premier Conte richiama l’Italia come modello nella gestione del Coronavirus. Accade sin dall’introduzione come ad esempio alle pagine 4 e 5: secondo noi è un errore. Non siamo un modello, anzi! Nella gestione dell’emergenza il nostro personale sanitario è stato eroico ma abbiamo numeri peggiori degli altri, siamo tra i peggiori al mondo per numero di morti nonostante un lockdown più duro degli altri con conseguenze economiche devastanti, la Germania ha nei primi due giorni vaccinato un numero di persone superiore di cinque volte ai nostri vaccinati: cosa ci fa pensare che possiamo ergerci a modelli per gli altri?  Questa insistenza sul fatto che quello italiano è un modello seguito da tutti denota un approccio provinciale e funziona per sondaggi e talkshow ma purtroppo non corrisponde al vero.

Il giudizio sul passato. In molti passaggi del documento si criticano le politiche del passato. Questo modo di procedere serve a garantire il consenso interno ma getta una pessima luce sulla capacità di fare squadra del nostro Paese. Un documento del genere, infatti, non può tutte le volte ripartire da zero e ignorare tutto ciò che è stato fatto prima o addirittura deriderlo. Sostenere che negli ultimi vent’anni non si sia fatto niente per il rilancio economico del Paese è falso prima che ingiusto. La riforma delle pensioni targata Monti-Fornero è stata una pietra miliare della credibilità italiana in Europa. E anzi il vero pericolo per la credibilità del Paese è venuto da Quota 100, non dalle riforme del passato.

Aver approvato il JobsAct è stata la dimostrazione della serietà italiana agli occhi dei mercati e dei partner europei e casomai è stato il decreto Dignità a creare perplessità. Aver creato l’ANAC è diventato patrimonio condiviso in tutte le riunioni del G20 a cominciare da quello del 2014. E gli investimenti per le aziende, da Impresa4.0 al taglio dell’IRAP, hanno permesso al Paese di crescere per un triennio (2015-2017) come non era mai accaduto dai tempi dell’entrata in vigore dell’Euro. Capiamo l’imbarazzo di Conte nel citare scelte come Quota 100 o i decreti Sicurezza. Ma non si possono raccontare sempre le storie a proprio piacimento. Ad esempio è inaccettabile sostenere che diseguaglianze di genere derivino dalle politiche passate. Rispetto a cinque anni fa – per fare l’esempio più banale – oggi ci sono meno ministre donne che in passato e meno dirigenti apicali donna in larghi settori della pubblica amministrazione: perché allora questa frase messa così?

L’utilizzo delle risorse: “L’Italia intende utilizzare totalmente le risorse” (pagina 9). Noi condividiamo questa affermazione ma purtroppo è una frase che non corrisponde alla realtà, come Tu sai bene, caro Ministro. L’Italia infatti intende utilizzare, secondo il documento che ci hai consegnato, il 70% dei prestiti del Recovery and Resilience Facility (pari al 45% delle risorse complessive) non per nuovi progetti ma per finanziare a condizioni migliori spese già previste in bilancio. Al netto che questa scelta spalanca una insanabile contraddizione sulla mancata attivazione della linea pandemica del Mes (sulla quale torneremo in seguito), ma ci chiediamo sulla base di quali considerazione sia stata presa questa scelta, e sulla base di quale visione complessiva siano state scelte quelle percentuali.

Citando Mario Draghi, in questa fase la scelta di fare nuovo debito deve trovare una sua pressoché esclusiva motivazione nel finanziamento di progetti con rendimento sociale elevato, in grado di riattivare la crescita in modo sostenuto e sostenibile. Stiamo quindi forse dicendo che abbiamo a disposizione progetti del genere solo per poco più della metà delle risorse? Mentre per il resto non abbiamo migliore utilizzo che il finanziamento di spese “vecchie”, al solo scopo di risparmiare spesa per interessi (una finalità nobile ma che tuttavia si nega per il Mes sanitario)? Abbiamo a cuore la sostenibilità delle finanze pubbliche, ma abbiamo anche appreso – assieme a buona parte del consesso internazionale – che il modo migliore per garantirla è innescare crescita. Pertanto, ti chiediamo di poter ridiscutere questa scelta a partire dall’esame dei progetti che si ritengono necessari per riattivare la crescita del reddito in Italia.

Crescita e debito. Dove si dice che la crescita tra il 2014 e il 2019 è stata bassa giova ricordare che bisogna distinguere. Dal 2014 fino al 2017 ci sono stati numeri molto positivi, come da scheda tecnica del professor Fortis già allegata. La curva si è abbassata dopo le scelte del 2018-2019 del governo gialloverde, che è stato il vero freno della ripresa italiana. La crescita ha permesso di stabilizzare il debito pubblico che dal 2014 al 2019 è rimasto poco sopra il 130% (andrà al 160% quest’anno)
Una vera consultazione. Pagina 14 fa riferimento a un’ampia consultazione di stakeholder. Ci sembra una presa in giro. Infatti è vero che si è fatta la commissione Colao ma definire questa una consultazione non ha senso: quali pagine di quel lavoro hanno ispirato questo testo? E come definire ampia consultazione una iniziativa che si è cercato di far passare attraverso un emendamento notturno che avrebbe tolto poteri ai ministeri? Forse vale la pena aprirsi per due settimane a un dibattito vero con il Paese, con le associazioni di categoria, con il mondo produttivo, con il terzo settore anziché definire ampia consultazione di stakeholder ciò che è accaduto in questi mesi, a cominciare dagli Stati Generali.

La svolta nella Pubblica Amministrazione. È un tema citato spesso ma senza alcuna declinazione concreta. L’unica cosa è un costante richiamo a nuove assunzioni nella Pubblica Amministrazione, scelta che ci pare alquanto discutibile senza un concreto progetto di riforma del sistema. Proponiamo una verifica di ciò che ha funzionato e cosa non ha funzionato con la riforma Madia. Qual è il soggetto che il Governo intende incaricare di questa verifica? I nostri partner europei leggono da anni riforme della PA. Hanno creduto alla riforma Madia. Cosa ha funzionato? Cosa no? Non si può ripartire sempre da capo. Pensiamo che il Governo debba far tesoro delle considerazioni del professor Cassese, specie quelle contenute nel suo ultimo libro “Il Buongoverno. L’età dei doveri”, non solo nei suoi articoli. Le misure di lotta all’evasione fiscale hanno prodotto risultati soprattutto nel periodo 2014-2018. L’Agenzia delle Entrate e l’ottimo Ruffini possono mostrarti tutti i grafici. Questa è la prima riforma fiscale da fare. E si fa con la digitalizzazione e con l’incrocio delle banche dati, non con gli slogan e le lotterie. Che cosa ha funzionato e cosa no? Chi ha deciso di prevedere che il beneficio dovrà essere circoscritto alle fasce di reddito tra 40 e 60 mila euro di reddito lordo annuo?  Dove si è discusso il merito della riforma fiscale? Chi sta scrivendo le bozze sostanzialmente all’oscuro delle forze della maggioranza o almeno di parte di essa?

Legge di Bilancio e Family Act. Come sai, Ministro, abbiamo lavorato pancia a terra su una legge di bilancio che ancora una volta ha violato i principi del bicameralismo paritario. E al netto delle polemiche sui microinterventi ti chiediamo che cosa stiamo facendo perché il RFF aiuti a darci gli strumenti per combattere la vera emergenza del nostro Paese, che è l’emergenza demografica cominciando con il finanziare in modo completo il Family Act su cui in Legge di Bilancio abbiamo cominciato a investire attraverso l’assegno universale

La struttura del PNRR. Che senso ha il rapporto dei quattro pilastri e delle sei missioni?  Perché mettere solo 2 miliardi sui giovani?  Qual è il rapporto tra pilastri e missioni? Pare che le sei missioni siano ritagliate solo allo scopo di “giustificare” i sei manager. Vedi pagina 27. La pagina 29 come è stata definita? Quale analisi è stata fatta? Dovrebbe essere una struttura lineare, a noi pare un labirinto.

Un giudizio sulla riforma Orlando. Non c’è nessun dato sulla riforma Orlando. Ha prodotto risultati o no? Come fai a scrivere un documento senza citare quello che è stato fatto? Qui non si tratta di difendere il lavoro del passato qui si tratta di essere credibili in Europa perché da anni diciamo che stiamo facendo quello che qui si dice venga fatto per la prima volta. Proprio in ragione dell’importanza attribuita dagli investitori stranieri al sistema giudiziario (specie in ambito civile e giuslavoristico) quale parametro di valutazione per la allocazione degli investimenti, assume un rilievo tutt’altro che trascurabile ricordare i risultati positivi raggiunti dai governi precedenti (nello specifico i governi Renzi e Gentiloni) in tema, per esempio, di smaltimento del contenzioso arretrato, di estensione del processo telematico, di riforme procedurali e di investimenti in risorse umane che ci hanno consentito di scalare molte posizioni nelle classifiche europee. Ribadire tali risultati non è un modo per esaltare il lavoro di altri governi, ma una dimostrazione di serietà e credibilità per chi sarà chiamato a giudicare il nostro piano di riforme oggi.

La Giustizia nel merito. Abbiamo colto nel nostro ultimo incontro come non vi sia sufficiente consapevolezza delle tante misure che il Next Generation Italia dedica alla giustizia. Scusa se saremo dunque pedanti nell’analisi ma, come noto, la giustizia è uno dei temi su cui si registra la maggior distanza dentro la maggioranza, in modo particolare del nostro partito rispetto alle altre forze. Rimarchiamo l’importanza di riaffermare senza tentennamenti una cultura giuridica e politica garantista in linea con la nostra Costituzione, troppo spesso messa in discussione con le parole e coi fatti dal Governo oltre che da alcune forze politiche. In particolare, per quanto indicato nel piano in materia di processo civile (p. 34 e ss.) non ci convince la riduzione dei casi in cui il giudice decide in composizione collegiale e nemmeno il contingente aggiuntivo di giudici onorari in Corte di Cassazione. Infine, vediamo criticità nel riconoscimento della amministrazione della giustizia quale soggetto danneggiato in caso di condanna per responsabilità aggravata per lite temeraria del cittadino soccombente.

Le distanze sono ancora più marcate sulla riforma del processo penale che come sai non abbiamo condiviso neppure in cdm. Sicuramente non condividiamo le considerazioni in materia di prescrizione (p. 36) che ci sembra banalizzino quella che a nostro avviso resta una garanzia costituzionale. Del resto, il nodo della riforma della prescrizione è tutt’altro che risolto, visto che è oggetto della riforma del processo penale ed è attualmente in fase di stallo. Non avendo condiviso il compromesso individuato, per noi resta un problema prioritario da affrontare.

Per quanto attiene ai contenuti più puntali indicati, ti segnaliamo che le audizioni che si sono svolte alla Camera sulla proposta di riforma del processo penale sono state molto critiche e hanno suggerito profonde modifiche al testo del governo. In merito agli altri punti elencati (p. 36 e s.), non ci convince l’aumento dei giudici ausiliari in appello, la composizione monocratica in appello e il limite alla appellabilità delle sentenze. In sintesi, non riteniamo accettabile la compressione degli spazi di difesa. Avevamo un premier che si definiva avvocato del popolo, oggi non possiamo accettare il populismo contro gli avvocati. Si fa riferimento a schemi di dl già nella disponibilità di palazzo Chigi (p. 38) su cui solo di recente siamo stati coinvolti (successivamente alla presentazione in Cdm del Pnrr) e su cui abbiamo avanzato forti contrarietà.

Sulla riforma del CSM avremo modo in Parlamento di discutere e modificare una riforma che non sarà in grado di eliminare la degenerazione correntizia e nemmeno di consentire una vera valorizzazione del merito.

Del resto, manca nel piano di riforma sulla giustizia una prospettiva più ambiziosa che non si limiti a “aggiungere” ulteriori magistrati onorari a tempo determinato, mortificando la loro carriera e quella dei magistrati togati, ma che si preoccupi di aggiornare la formazione dei magistrati.

Perché non aprire un confronto serio e di merito sulla separazione delle carriere dei magistrati? Italia Viva condivide la separazione delle carriere. Da quanto si legge anche alcuni autorevoli esponenti del PD, si pensi all’intergruppo parlamentare su questo tema o anche all’intervento di Goffredo Bettini che ti alleghiamo.

Pensiamo che sarebbe utile un tavolo di confronto dove poter discutere di questi temi e valutare se ci sono i numeri in maggioranza per affrontare questa riforma, potendone almeno discutere senza che sia un tabù. Del resto, nel momento in cui la riforma del processo penale introduce criteri di priorità delle fattispecie da perseguire da parte dei PM, si è già messo in discussione di fatto l’esercizio obbligatorio dell’azione penale.

Contrariamente a quanto sostenuto (p. 41), non è la prima volta che le riforme nell’ambito della giustizia sono accompagnate da misure che riguardano anche l’organizzazione. E stupisce che lo facciamo notare solo noi e non anche il partito che quelle riforme pensò, approvo e difese: il PD. Ciò detto, non ci pare abbia senso istituire singole unità di missione (p. 40) ma soprattutto si fa riferimento a molte assunzioni anche di professionalità diverse (architetti, geometri eccetera) ma non c’è una strategia sul miglioramento del livello manageriale nella amministrazione della giustizia. Non si capisce in che modo formare le professionalità interne e in che modo possono essere valutate le performances dei magistrati in termini organizzativi, ad esempio.

Rafforzare il personale (sia magistrati che personale amministrativo) in modo strutturale è sicuramente positivo, così come migliorare la dotazione informatica. Infine, segnaliamo che manca del tutto un riferimento alla riforma dell’ordinamento penitenziario su cui chiediamo di intervenire prontamente superando l’equazione più carcere più sicurezza che ha caratterizzato il Conte I. Occorre investire in una seria e strutturata riforma delle carceri, sia sotto il profilo delle attività da svolgere per la riabilitazione dei detenuti ma anche per investire nella dignità di luoghi troppo spesso dimenticati. Non possiamo ignorare la condizione nella quale versa la polizia penitenziaria, l’elevato tasso di suicidi tra il personale che vi lavora e la criticità sanitaria di quei luoghi, cosa che la pandemia ha evidenziato in modo impietoso.

Digitale. Pagina 42. È condivisibile la necessità di dare un ulteriore impulso alla digitalizzazione del Paese. Tuttavia, pur consapevoli degli investimenti ancora necessari, ci sembra poco generoso non citare i risultati raggiunti a fine 2020, grazie al grande investimenti dei governi precedenti (segnatamente il governo Renzi) nella BUL e l’ideazione del progetto Open Fiber (se ne fa rapido cenno solo a p. 52). L’FTTH Council ha certificato che l’Italia è al terzo posto in Europa (UK compreso) nel ranking di copertura FTTH/B e per l’80% questo risultato è ascrivibile a Open Fiber con 12milioni di unità immobiliari cablate entro fine anno). Il piano industriale di Open Fiber prevede di connettere entro il 2023 20 milioni di unità immobiliari (2/3 del Paese) con un investimento complessivo di 7 miliardi, di cui 1,6 di fondi pubblici del Piano BUL. Pensiamo che possa avere un senso estendere la copertura in fibra ottica a tutte le aree oggi non soggette a obblighi di copertura. La parte sulla digitalizzazione della PA ripropone piattaforme introdotte dai governi Renzi Gentiloni che ora andrebbero ulteriormente implementati (fascicolo sanitario elettronico, identità digitale, la stessa app IO, nata da una intuizione del Governo nel 2015).

Una visione d’insieme. Alleghiamo a questa nostra lettera – come già fatto nel piano consegnato al Presidente Conte – il documento che è stato affidato al ministro Patuanelli e ad altri membri del Governo e firmato dal professor Cingolani, fondatore dell’IIT, che offre una visione unitaria di tutte le questioni legate all’innovazione e alla digitalizzazione. Secondo noi serve questo, non un insieme di micromisure spezzettate 5G. Nel piano non si ha il coraggio di affrontare in modo netto un tema probabilmente divisivo nella maggioranza, ma vitale per la crescita del Paese: lo sviluppo del 5G. Investire davvero nel 5G non richiede solo stanziamenti, ma soprattutto semplificazioni per la realizzazione (proseguendo il percorso iniziato nel dl semplificazioni), una revisione dei limiti alle emissioni elettromagnetiche e in generale una spinta dal governo nazionale anche rispetto a resistenze locali.Oggi rinunciare al 5G è un po’ come se avessimo rinunciato alla ferrovia nel 1800. Qui nel piano si fa solo un riferimento a “promozione dei servizi 5G e safety del 5G (p. 53). Altre riforme citate sono già state varate dal Parlamento e richiedono ora la fase attuativa (v. piattaforma notifiche digitali, ad esempio, a p. 47).

Le opportunità che andrebbero sviluppate meglio. Quello che manca però è una visione più strategica sullo sviluppo digitale connesso allo sviluppo economico sostenibile del nostro Paese. Ad esempio, andrebbe dedicato un investimento non solo in termini di risorse ma anche di visione sulla Applicazioni dell’Artificial Intelligence a manifattura, sicurezza, nuovi prodotti tecnologici (droni, smart city, nuova urban mobility). Andrebbe valorizzato Cloud Computing e supercalcolo, previsti investimenti in nuovi sistemi di propulsione e trasporto aereo, introduzione di tecnologie per la sostenibilità e di tecnologie quantistiche (non solo quantum computing, molti di piu: sensori quantistici,  sistemi di crittografia quantistica etc..). Alla luce anche delle eccellenze italiane in campo industriale, andrebbero valorizzate le tecnologie per l’Aerospazio (satelliti, esplorazioni spaziali) che non possono limitarsi alla semplice enunciazione della partecipazione dell’Italia al lancio di una costellazione satellitare per il monitoraggio della Terra (p. 53). Nel nostro piano elenchiamo queste possibilità nel capitolo finale, quello delle opportunità. sicuramente, andrebbero favoriti gli investimenti italiani e stranieri in materia di start up e PMI innovative per avvicinarci alla media europea.

Cyber security. Condividiamo la necessità richiamata nel piano di investire sulla  Cyber security. Tuttavia, non ci convince l’ipotesi di istituire un centro di sviluppo e ricerca sulla cyber security che opererà con partenariati pubblici e privati dal momento che non ne sono stati discussi i confini e i contenuti. Peraltro, occorrerebbe capire in che modo opererà questo centro alla luce della annunciata (e allo stato attuale non condivisa) costituzione di una fondazione per la cyber security che dovrebbe rispondere unicamente al governo. La preoccupazione è acuita anche dalla ribadita intenzione che ha espresso il Presidente del Consiglio di non attribuire la delega ai servizi, la cui gestione è accentrata nelle sue mani ormai da 2 anni e mezzo. Su questa scelta Italia Viva esprime un radicale dissenso.

Ripetizione Giustizia. A pagina 49 si reintroducono nuove misure sulla giustizia. Che senso ha rimetterle qui quando già si è parlato dello stesso argomento nel capitolo precedente? Diamo l’impressione di un piano fatto per compartimenti e senza unità.

Pagamenti digitali: qual è la strategia? Apprezziamo il protagonismo di CDP-SIA e di Poste su questo. Ma qual è la strategia per la transizione? Che facciamo di cento miliardi di contante? Non è vero che il limite al contante migliora la lotta all’evasione. I paesi europei a più alta fedeltà fiscale (Austria, Germania, Irlanda, Svezia) non hanno limiti all’utilizzo del contante. In Italia l’abbassamento del limite del contante non ha segnato la svolta nella lotta all’evasione. Nel 2013 il limite al contante era di mille euro e il gettito annuo recuperato è stato di tredici miliardi. Nel 2016 e nel 2017 il limite al contante era stato alzato a tremila euro e il gettito annuo recuperato è oscillato tra diciannove e venti miliardi. Non vi è alcuna correlazione tra limite al contante e aumento del gettito recuperato.

impresa 4.0, bottega 4.0. Si dice poco o nulla su come si vuole gestire. Per noi è apprezzabile che il Governo recuperi questa scelta dell’esecutivo Renzi e dei ministri Guidi e Calenda. Ma il quadro di utilizzo ci pare ancora fumoso a dispetto della significativa quantità di denari stanziati. Bene Industria 4.0, ma come? La ripresa industriale è fondamentale ma occorre anche sostenere le PMI e le imprese artigianali. In questi giorni la stima sulle imprese che non ce la faranno a superare la crisi si fa più nera. Circa 390 mila potrebbero essere le attività che chiuderanno per sempre, più del 60% esclusivamente a causa dell’emergenza Covid. Si tratta del 7,5% del nostro tessuto produttivo, numero che supera il 10% nei settori commercio e servizi. Non possiamo ignorare il fatto che queste chiusure travolgeranno senza scampo le micro e piccole imprese che sono il cuore del nostro Made in Italy. Il 95% delle imprese italiane ha meno di 10 addetti. Queste imprese occupano il 45% dei lavoratori. Per anni la dimensione di queste imprese è stata dipinta come una debolezza ma è in queste micro imprese che si fa il Made in Italy. Queste vanno accompagnate in un consolidamento patrimoniale ed in un percorso di miglioramento della produttività, anche e soprattutto attraverso la formazione e digitalizzazione. Non confondiamo però la dimensione con la solidità. Anche in questo Piano si usano i termini impresa e lavoro genericamente, senza distinzione.  Già da anni in Europa invece è stato coniato il paradigma think small first che, più che in ogni altro luogo, in Italia calza a pennello.

Le misure economiche devono essere disegnate sul tessuto produttivo a cui si rivolgono, pensando anche ad una diversa configurazione per micro, medie e grandi aziende. Il Piano dovrebbe inaugurare una nuova stagione di politiche diversificate e mirate alla realtà delle nostre imprese. Il modello “Industria 4.0”, poi “Impresa 4.0” dovrebbe avere un nuovo filone “Bottega 4.0” per cogliere fino in fondo le potenzialità del nostro “saper fare” italiano. Occupandoci di micro imprese ci occuperemo di coloro che tramandano competenze e mestieri ma anche che con coraggio ricercano innovazioni e sperimentazioni, ci occuperemo di famiglie che vivono e crescono dentro le loro aziende, ci occuperemo dei talenti italiani. Anche perché molte delle innovazioni nei processi industriali avvengono grazie ad un componente o un macchinario ideato e costruito in una micro impresa.

Agricoltura. Questo settore è e sarà centrale nei prossimi anni anche alla luce del legame tra Green Deal, strategia Farm to Fork e visione che la Ministra Bellanova ha ispirato in questi mesi. Va sottolineato il legame inscindibile tra le politiche di sostenibilità e il ruolo dell’agricoltura, con particolare attenzione alle condizioni della filiera alimentare, al piano per la logistica e l’innovazione del settore alimentare, al parco Agrisolare, agli investimenti sulla tutela del territorio e della risorsa idrica. Particolare importanza assumono gli interventi per le Innovazioni nella meccanizzazione e negli impianti di molitura. La riduzione delle emissioni e degli input più impattanti nel settore agricolo è, infatti, realizzabile solo accelerando l’introduzione delle innovazioni tecnologiche e dei sistemi di agricoltura di precisione. Peraltro ciò avrebbe rilevanza nelle azioni che verrebbero realizzate, per la presenza di almeno due meccanismi di attuazione già rodati (Sabatini, INAIL) e delle ricadute sul PIL nazionale, tenuto conto che almeno l’85% della spesa andrà a beneficio dell’industria meccanica italiana.

Per realizzare realmente una svolta nella direzione del green e dell’economia circolare occorre sostenere le aziende che vogliono investire con contratti di filiera, portare il made in Italy nei mercati mondiali superando quota 50 miliardi di export (si parla poco di export nel documento, eppure è decisivo), piantare 60 milioni di alberi in Italia anche con foreste urbane e una maggiore cura dei nostri boschi, investire sulle aree interne permettendo la saldatura tra agricoltura e recupero del paesaggio, investire sulle infrastrutture irrigue. Molto si sta facendo in questo settore, la programmazione del PNRR deve essere strategicamente complementare alla visione rilanciata dal Ministero in questi mesi.

Cultura e turismo. Dobbiamo triplicare i denari previsti originariamente nel piano.  La nostra controproposta parte dalla C di cultura perché nel mondo dell’intelligenza artificiale e della robotica pensiamo che la cultura non sarà soltanto un pezzo rilevante della nostra capacità di creare posti di lavoro, ma sarà soprattutto un pezzo strategico della nostra identità. Dunque non soltanto con la cultura si mangia – a differenza di una celebre espressione negativa di qualche anno fa – ma con la cultura si nutre l’anima. E si caratterizza il Paese. I punti indicati nel piano sono sicuramente interessanti ma serve uno sforzo in più: fare della cultura il perno di Italia 2030. In questo senso proponiamo di spostare ulteriori nove miliardi originariamente previsti per la Sanità su cultura e turismo. Sei di questi dovrebbero assegnati a progetti dei sindaci per investimenti su luoghi identitari sul proprio territorio: una libreria, un centro culturale, un teatro, un edificio storico, un luogo identitario, uno dei numerosi ‘Luoghi del Cuore’ che il FAI ogni anno censisce come bisognosi di interventi.

I sindaci dovrebbero spendere questi denari con il modello del piano periferie. peraltro, sarebbe utile continuare a incentivare e ampliare investimenti privati per consentire a settori in grave difficoltà (da industria cinematografica ad audiovisivo, da danza a concerti dal vivo) di poter uscire dalla crisi. Gli altri tre miliardi dovrebbero andare sul turismo di cui si parla poco e su cui si citano nel documento dati vecchi (relativi al primo trimestre 2020). La sofferenza del settore turistico è specie nelle città d’arte senza paragoni: destinare almeno tre miliardi di euro al recupero del patrimonio alberghiero e ricettizio è un primo passo nella direzione di sostenere in modo strategico il settore.

Clima e Mediterraneo. Manca una parte significativa geopolitica sulla perdita di influenza dell’Italia nel Mediterraneo. Pensiamo che almeno debba essere collegata alla sfida sulla sostenibilità ambientale, anche alla luce della copresidenza del COP26 e all’appuntamento di Glasgow. L’Europa meridionale e l’area mediterranea nei prossimi decenni dovranno fronteggiare gli impatti più significativi dei cambiamenti climatici e saranno fra le aree più vulnerabili del pianeta. Studi, analisi e modellistica proiettano l’aumento di frequenza e intensità degli impatti sull’area del Mediterraneo, e l’Italia dovrà fronteggiare problemi inediti per le nostre generazioni come l’innalzamento del livello del mare, le siccità prolungate, piogge a carattere esplosivo con alluvioni e veri cicloni extra-tropicali, ondate di calore, cuneo salino con riduzione di fonti di acqua dolce lungo le coste, erosione costiera, aree in desertificazione. Si tratta di impatti rilevanti su risorse naturali, ecosistemi, salute e condizioni socio-economiche. Sarà pertanto necessario investire in modo strutturale su un piano di adattamento ai cambiamenti climatici e sulla prevenzione.

Per questo motivo è necessario pertanto guidare la transizione dal modello lineare ad un modello circolare, includendo tutte le fasi – dalla progettazione, alla produzione, al consumo, fino alla destinazione a fine vita – limitando l’apporto di materia ed energia in ingresso, e minimizzando scarti e perdite con cicli più efficienti, ponendo attenzione alla prevenzione delle esternalità ambientali negative e alla realizzazione di nuovo valore sociale e territoriale. Il modello circolare, puntando sull’allungamento del ciclo di vita dei prodotti e del loro valore, è un modello basato sui servizi, sulla manutenzione, sulla tecnologia, e sulla conoscenza, determinando quindi esternalità positive sul fronte occupazionale. Sarà determinante in chiave di crescita e sviluppo, puntare su alcuni settori strategici accelerando gli investimenti e la loro propensione all’innovazione sostenibile indirizzando e coordinando gli investimenti pubblici e favorendo la cooperazione tra imprese, enti di ricerca ed università.

Green Jobs. L’Italia ha un potenziale di crescita enorme sui lavori legati alla sostenibilità sia nel campo delle tradizionali aziende (per motivi diversi Eni, Enel, Snam e Saipem sono leader nei rispettivi settori e come tali possono fare la differenza nella transizione ecologica trasformando in posti di lavoro tante idee e progetti che già sono al centro del dibattito tecnico sulla sostenibilità innovativa). Dobbiamo smettere di raccontarci come non siamo:  siamo tra i leader mondiali nella creazione di posti di lavoro “verdi”, abbiamo tutte le caratteristiche per guidare il percorso di valorizzazione dell’economia circolare (serve più chiarezza e meno ideologia sulla definizione e sul trattamento del rifiuto e degli impianti collegati), possiamo far crescere le public utilities che lavorano nel settore anche promuovendo la crescita dimensionale e internazionale delle ex-municipalizzate, abbiamo l’occasione dell’idrogeno dove l’Italia può essere leader assoluto. E possiamo / dobbiamo ancora crescere sull’elettrico. Basta piangersi addosso, basta ideologia.

La vera sfida sull’ambiente: le regole. Molti investimenti privati nel campo dell’energia, della decarbonizzazione, della connettività e della transizione digitale potranno essere certamente attivati grazie ad opportuni schemi agevolativi finanziati tramite il NEXTGenEU. Le stesse indicazioni europee prevedono che Il 57% delle risorse dei Piani nazionali di ripresa e resilienza dovranno essere impiegate su interventi per favorire la doppia transizione, ecologica e digitale. Tuttavia, gli effetti più positivi in termini di capacità di spesa effettiva, di ingaggio di risorse private e di risultati tangibili si potranno conseguire solo se il nostro Paese si doterà di un quadro regolatorio adeguato, eliminando i molti colli di bottiglia che troppo speso impediscono l’attivazione degli investimenti. Senza significativi interventi di riforma e/o revisione del quadro regolatorio e normativo i denari che l’Italia potrà utilizzare a valere sulle risorse della RFF rischiano di non trovare concrete opportunità di impiego. La necessità di una forte connessione fra riforme e investimenti, su cui la Commissione giustamente insiste, ci pare particolarmente cogente se si vuole effettivamente accompagnare la duplice transizione digitale ed ecologica.

Il capitolo 2.2 del PNRR su “Rivoluzione verde e transizione ecologica” appare particolarmente deludente sotto questo profilo. Vi si elenca una lunga serie di interventi di spesa ed investimento: dalle energie rinnovabili agli impianti eolici offshore come a quelli di produzione di idrogeno e di biogas, dal rafforzamento delle infrastrutture di rete alle colonnine elettriche, dagli investimenti nel rinnovo del parco autobus, treni e navi afferenti al trasporto pubblico locale fino agli interventi su ciclovie e piste ciclabili. Tutto questo senza quasi mai esplicitare con un minimo di dettaglio quali riforme siano necessarie per attivare tali spese ed eliminare i molti colli di bottiglia che ad oggi impediscono maggiori investimenti in questi ambiti.

Si pensi all’economia circolare. Stupisce che nulla venga detto sulla disciplina in materia di rifiuti che ad oggi costituisce il principale impedimento allo sviluppo di modelli compiuti di economia circolare: nulla su classificazione a rifiuto e sua valorizzazione, nulla su emanazione di criteri end of waste per abilitare nel concreto i modelli di simbiosi industriale, nulla sul ciclo della plastica (raccolta, riuso e valorizzazione), su come potenziare e ammodernare la filiera industriale dei rifiuti o su come immaginare di sbloccare gli investimenti nelle infrastrutture necessarie ad una migliore gestione, al “potenziamento degli impianti di riciclo e di produzione di materie prime seconde” e silenzio totale sul come sugli impianti di termovalorizzazione. Rimane un assoluto mistero sulle modalità con cui il governo voglia intervenire per eliminare i molteplici veti, i blocchi amministrativi, gli interventi della magistratura, le proteste di qualunque piccolo comitato di quartiere nimby cha ad oggi rendono pressoché impossibile progredire a favore di una filiera dei rifiuti più moderna e meno inquinante.

Passiamo alla seconda componente. In materia di transizione energetica il PNRR, è esplicitamente teso al conseguimento degli obiettivi che l’Italia ha definito nel Piano Nazionale Energia e Clima (PNIEC), un piano peraltro che ancor prima di vedere qualche progresso nell’attuazione già necessiterebbe di un urgente aggiornamento alla luce del quadro di policy dello European Green Deal, fattosi ancor più sfidante. Trattenuto per un momento lo stupore nel leggere nel documento l’intenzione di continuare a dare “supporto finanziario agli impianti in grid parity”, ovvero quegli impianti che, avendo raggiunto un piena maturità tecnologica, non dovrebbero aver bisogno di alcun sussidio per essere competitivi con le fonti più tradizionali ed inquinanti di energia, il PNRR si sofferma sull’obiettivo di “promuovere la crescita della produzione e della distribuzione di energia rinnovabile e dell’uso di idrogeno …tramite il sostegno alla creazione di una pipeline di nuovi progetti greenfield rinnovabili con iter autorizzativi in tempi certi”. Bene l’intenzione. Nulla tuttavia è detto su come si intenda concretizzare una semplificazione del quadro regolatorio che ad oggi rende questi iter autorizzativi particolarmente lenti e incerti.  Prendiamo gli incentivi alla produzione di energia da fonti rinnovabili (FER) recentemente ripristinati dal DM del 4 luglio 2019. Sui 936 MW di potenza installabile su solare, eolico e idroelettrico in progetti di potenza superiore a 1MW andati ad asta nell’ultimo (terzo) bando con graduatoria aggiudicata, potranno essere assegnati incentivi ad appena una ventina di progetti per 337 MW di potenza installata: poco più di un terzo di quella potenzialmente incentivabile. Questo deludente risultato dipende unicamente proprio dal numero insufficiente di progetti autorizzati (senza autorizzazione non si può accedere agli incentivi).

Mobilità sostenibile. Nel capitolo infrastrutture dedichiamo molto spazio a questo tema. Segnaliamo qui soltanto la necessità di un vero Piano Nazionale Piste Ciclabili. L’attuale modalità di trasporto obbliga, in media, ogni cittadino a perdere 23 giorni nel traffico ogni anno. Infatti il 76% dei viaggi è inferiore ai 10km e la bici dimostra una velocità doppia rispetto all’auto in città. La costruzione delle piste ciclabili incontra difficoltà a livello legislativo, tecnico e finanziario. È pertanto necessario un piano unico per un rapido sviluppo delle piste ciclabili in tutta Italia con regole, risorse e modalità uniche. Realizzazione di una normativa uniforme a livello nazionale: L’intervento legislativo statale organico orientato alla creazione di piste ciclabili nel territorio italiano risulta fondamentale per indirizzare la legislazione regionale e comunale e i piani strategici d’azione locali. In coerenza con la normativa di riferimento (legge 2/2018) e le recenti modifiche normative al codice della strada (art. 49 dl semplificazioni) si può definire un quadro nazionale per lo sviluppo della mobilità ciclistica e la tutela di pedoni e ciclisti. Integrare le infrastrutture esistenti: è fondamentale integrare le infrastrutture presenti nel tessuto urbano al fine di agire a completamento di queste. Per fare ciò è necessario definire un piano unico nazionale.

Il problema della mobilità urbana deve essere affrontato con urgenza: si valuta che gli ingorghi cittadini in Europa producano costi esterni pari allo 0,7% del Prodotto Interno Lordo (Fonte: Unione Europea). Il governo, e in particolare il MIT, dovrebbero prevedere un piano unico nazionale per le piste ciclabili sul modello del Piano per la banda larga. Ovvero un piano che preveda di investire 1 mld di euro complessivo, a valere su fondi di varia natura, prevedendo un coordinamento nazionale in capo al MIT, capace di coinvolgere la PA locale.  Il piano ipotizza 3 tipologie di infrastrutture realizzabili (dalla più economica che dedica una porzione della strada già realizzata alla ciclabile, alla soluzione più innovativa e sofisticata dotata di illuminazione e sensoristica). Tale piano dovrà essere approvato dalla commissione europea affinché sia pronto per essere allegato ai bandi di gara delle PA. Il piano potrà infatti essere realizzato per moduli separati e quindi non deve essere sincronizzato, ma la PA compente è libera di realizzarla nei tempi che meglio si adattano con l’intero processo di costruzione e manutenzione delle strade e delle altre utilities minimizzando i costi e l’impatto ambientale.

È dunque un dovere elaborare un progetto dettagliato corredato di un piano di fattibilità per ogni intervento straordinario. Un «Piano Unico» e ambizioso che porti l’Italia a sviluppare una rete integrata di piste ciclabili per oltre 10mila km. Il piano si basa su un costo medio per km di pista ciclabile costruito pari a 93k euro. E’ evidente che la mobilità sostenibile passa anche attraverso una svolta nel settore automotive. Su questo fronte è necessario agire con lungimiranza, innovazione, coraggio e pragmatismo scegliendo le strade da percorrere insieme al sistema produttivo italiano, scommettendo in una transizione ecologica e innovativa che collochi in maniera strategica le nostre imprese e i nostri ingegneri nello scenario internazionale.Ci sono scelte da fare oggi con chiarezza e determinazione per condurre il paese verso nuovi orizzonti, senza accelerazioni ideologiche ma con visione e strategia. Gli obiettivi europei sul clima vanno perseguiti e raggiunti accompagnando la filiera (200 mila imprese) in una sfida sulla competitività, investendo in infrastrutture moderne e di ricarica, sostenendo il rinnovo del parco circolante.

Efficienza energetica. I 18 miliardi su edifici pubblici sono pochi pensando che poi vanno divisi tra scuola, ospedali, carceri, case popolari (qui a pagina 67 torna la vicenda degli immobili degli uffici giudiziari, ancora giustizia). Vanno aumentati e allo stesso tempo possono essere introdotte misure specifiche come ad esempio potrebbe essere utile lavorare ad una norma che obblighi i Comuni, nell’ambito della prima gara da effettuare per la gestione calore delle proprie strutture, di inserire l’obbligo per i partecipanti di presentare progetti per la riqualificazione energetica di parte del patrimonio edilizio comunale attraverso il meccanismo della ESCO. Il costo dei progetti potrebbe essere coperto con il corrispondente allungamento della durata del contratto, mentre la copertura dei costi di intervento, attraverso la ESCO, sarebbe garantita con il prolungato pagamento delle bollette sulla base del vecchio consumo. Il beneficio sulla spesa corrente si sposterebbe in là nel tempo, ma l’investimento verrebbe eseguito a costo zero per la PA e senza impegnare ulteriori risorse del PNRR. La stessa operazione si potrebbe fare su tutto il sistema di illuminazione pubblica del Paese, passando ai led in breve tempo, con un enorme risparmio di energia (e beneficio per l’inquinamento luminoso) e una progressiva diminuzione della bolletta energetica in capo alle diverse PA Sull’edilizia scolastica noi chiediamo semplicemente che si rifaccia l’unità di missione come pure – vedi sotto – chiediamo che si torni all’unità di missione sul dissesto idrogeologico.

Superbonus110%. A nostro giudizio la quantità di denari per il superbonus 110% è eccessiva e immotivata. Spendere per il superbonus più di quanto si spenda per ospedali, carceri, case popolari, scuole è moralmente ingiusto e politicamente sbagliato. Peraltro, non si comprende il motivo per cui si sceglie di finanziare con le risorse di NGEU l’intero ammontare della misura, comprensivo quindi anche di quanto già previsto nei tendenziali di finanza pubblica. Manca, ad oggi, anche una seria analisi di quanto questa misura stia davvero tirando e possa tirare. Ma in ogni caso noi pensiamo che la cifra di NGEU destinata vada profondamente rivista e ridotta. Anche il Commissario europeo Gentiloni ci ha richiamato a lavorare più sugli investimenti che su misure come questa

Dissesto idrogeologico. Su questo punto bisogna ritirare fuori l’unità di missione. Ci sono meno di quattro miliardi previsti. L’unità di missione – sciaguratamente chiusa da Costa – aveva predisposto progetti che cubano otto miliardi. Va raddoppiata la posta, dunque, e data la responsabilità all’unità di missione. Le opere del Next Generation Italia hanno almeno due caratteristiche: sono una miriade di interventi di ogni tipologia e settore da realizzare in tutto il territorio nazionale, e la loro realizzazione potrebbe avere in parte tempi non compatibili per lo standard italiano: in 3 anni vanno concluse progettazioni e gare e in 6 anni va conclusa l’opera, pena la perdita dei fondi dell’opera.  L’apri-cantiere con una tempistica europea è però possibile con concrete soluzioni assolutamente alla portata, e senza perdere più tempo.  In questo settore occorre secondo noi accelerare il processo di esecuzione con una Unità di Missione a Palazzo Chigi come accaduto in passato: l’esperienza ha dimostrato che solo dalla Presidenza del Consiglio può partire, ed essere gestita, un’impresa complessa e articolata e inedita, con una pluralità di fasi (programmazione, finanziamento, progettazione, valutazione fra cui può esserci anche il “dibattito pubblico”, gara, esproprio, esecuzione dei lavori e collaudo), di soggetti competenti o interessati (ministeri, il soggetto responsabile e poi il soggetto attuatore, ministeri, regioni e enti locali, Agenzie dello Stato, società pubbliche e private, associazioni e cittadini…). Richiede competenze vere, sacrifici e passione civile. Non tecnocrati e uomini soli al comando né strutture improvvisate e prive di credibilità e anche di conoscenza della PA.

Serve poi una norma (come quella per il Bisagno, articolo 7 decreto “Sblocca Italia” 2014) per dichiarare i cantieri NGUE no stop. Dopo l’aggiudicazione della gara, devono poter partire i lavori e non possono essere fermati dai ricorsi dei perdenti. I ricorsi troveranno sentenze ed eventuali compensazioni nel percorso giudiziario parallelo, ma l’opera deve poter partire e continuare fino al collaudo. Sono lavori indifferibili e urgenti, e vanno evitate le sospensive tenendo conto del costo sociale ed economico dei ritardi. Va previsto anche che in caso di ricorso senza fondata motivazione, il giudice possa sanzionare il ricorrente per procurato danno alla collettività, chiarendo e rafforzando le norme contro il «ricorso temerario». Sembra un’assurdità dopo quanto detto su eventi calamitosi ma quest’anno è stato ricordato tra i più caldi degli ultimi anni con temperature superiori a quelle del 2016 e 2013 , con gravosi episodi di siccità che hanno colpito il nostro paese. Allora bisogna dare centralità al bene acqua come risorsa da valorizzare.

In primo luogo il nostro paese consuma e spreca in gran parte l’acqua piovana. Occorre investire nella realizzazione di depositi di accumulo per far fronte ai periodi di siccità, insieme all’incentivazioni di produzioni agricole idroponiche. Bisogna investire sugli acquedotti, spesso ridotti a colabrodo, con percentuali di perdita di acqua notevole, e su impianti di depurazione e smaltimento fanghi. Inoltre il nostro paese è arretrato sul tema del risparmio idrico negli edifici. Si usa acqua potabile per i nostri sanitari, non vi è riuso delle acque grigie se non in sporadici progetti di alcuni comuni virtuosi.

Case popolari. La grande questione abitativa sembra restare ai margini del progetto del Governo mentre la Casa è bisogno primario e luogo fondamentale per la piena realizzazione di una esistenza dignitosa. I numeri ci dicono che ci sono 15.000 alloggi ERP ancora non assegnabili perché da ristrutturare senza copertura. Servono circa 300 milioni, dunque, atteso che la media per la ristrutturazione è di circa 20.000€ ad alloggio. In sostanza si tratta di rilanciare la legge del 2014 che aveva dato finalmente un impulso al sistema. Serve poi una grande stagione di realizzazione di nuovi alloggi: individuiamo in 200.000 il numero di nuove case popolari necessarie nel prossimo decennio ma ovviamente siamo disponibili ad un confronto su quanto investire in questo settore sapendo che essendo l’ERP patrimonio indisponibile di fatto le aziende del settore non sono bancabili e dunque occorre un fondo di garanzia. Senza scomodare Fanfani e il piano casa, riteniamo fondamentale ribadire l’assoluta urgenza di un consistente e strutturato intervento in questo settore

Sulla scheda economica: dove vanno 4.5 miliardi sulla gestione dei rifiuti? Sul dissesto idrogeologico bisogna spendere il doppio. Sulla forestazione si può fare anche un ragionamento più ampio sugli alberi seguendo i principi del Professor Mancuso. Come coinvolgere le città?

Infrastrutture Alta Velocità. A pagina 70 si cita tutta l’alta velocità escludendo il ponte sullo stretto di Messina (viene scritto che si arriva a Reggio Calabria e si riparte a Messina). Sappiamo che il Ponte in quanto tale non è opera finanziabile con il Recovery ma sappiamo anche che i soldi che arriveranno sulle infrastrutture rendono il ponte irrinunciabile logicamente e più facile da realizzarsi. I dati del Ponte indicano in 11.000 le nuove assunzioni dirette e in 107.000 le assunzioni dell’indotto con un impatto diretto, indiretto e di indotto stimato in 2.5 miliardi di euro. In ogni caso noi crediamo che l’infrastruttura Alta Velocità sia il nuovo simbolo dell’unità in Italia. E pensiamo che debba unire il Paese da Torino a Palermo, da Trieste a Lecce. Ma questo significa che dobbiamo continuare a investirci evitando le polemiche ideologiche assurde come quelle di questi giorni del Movimento Cinque Stelle nelle competenti commissioni. Chi ha messo a rischio la credibilità del Governo in Europa e in Italia, in questi giorni, è stato chi ha votato contro l’Alta Velocità, non chi ha chiesto di discutere nel merito del Next Generation UE

Infrastrutture. Per noi occorrono almeno altri venta miliardi solo per sbloccare ciò che sarebbe già pronto a partire se ci fosse un’autorizzazione come accade in molti altri Paesi. Abbiamo un elenco di progetti su cui non capiamo i veti e i rinvii. Poche risorse alle infrastrutture e gestite senza prevedere il carattere straordinario della misura e quindi un serio execution plan Il PNRR dedica alle infrastrutture per la mobilità sostenibile 27,8 mld di euro ovvero complessivamente il 14,1% delle risorse totali del PNRR. Decisamente risorse insufficienti per poter colmare il grave gap infrastrutturale italiano. Sarebbe invece urgente dedicare almeno 38 mld di euro per il completamento di nuove infrastrutture e 3,5 mld di euro per la manutenzione ordinaria e straordinaria.

L’intervento sulle infrastrutture per la mobilità previsto nel PNRR – che dovrà essere completato entro il 2026 – si pone obiettivi trasversali, partendo dalla connettività, alla sicurezza, decarbonizzazione, digitalizzazione sino alla sostenibilità dei trasporti. Obiettivi sempre troppo generici che non valutano la condizione di stallo in cui si trova il Paese e, in particolare le principali opere infrastrutturali bloccate da una burocrazia lenta e incerta, ma che sarebbero già cantierabili dal 2021 se gestite con una governance flessibile e capace di affrontare eventuali ritardi o disallineamenti al piano originale.  La situazione emergenziale infatti richiede a tutta la PA competente di utilizzare procedure speciali che prevedano l’appalto integrato con nomina di un Commissario Straordinario per affidamento in contraente generale responsabile della progettazione ed esecuzione dell’opera (art 2. Legge 120/2020) altrimenti tutte le opere citate dal PNRR non saranno mai completate entro il 2026. Questa è una proposta che Italia Viva ha lanciato fin dal mese di novembre 2019 presentando il piano shock a Torino.

Il modo per farlo, in via del tutto straordinaria, nell’ambito delle infrastrutture è attraverso la nomina diretta di una struttura commissariale con poteri straordinari che preveda l’affidamento dell’appalto attraverso procedura più snelle e rapide capaci di lavorare in stretto raccordo con gli uffici competenti.  Il piano non considera la fattibilità delle opere elencate e l’effetto che queste possono avere in termini di incremento di pil, occupazione e rilancio. Pag 70 scrive infatti che – agevolati dalla riforma attuata con il “D.L. Semplificazioni” che ha recepito anche le pertinenti disposizioni in materia di sicurezza delle infrastrutture stradali e autostradali – si potenzieranno: le tratte ferroviarie Milano-Venezia, Verona-Brennero, e Liguria-Alpi, migliorando i collegamenti con i porti di Genova e Trieste; Nel Centro del paese si rafforzeranno due assi Est-Ovest (Roma-Pescara e Orte-Falconara) riducendo significativamente i tempi di percorrenza ed aumentando le capacità; infine, si estenderà l’Alta Velocità al Sud lungo le direttrici Napoli-Bari e Salerno-Reggio-Calabria, velocizzando anche il collegamento diagonale da Salerno a Taranto e la linea Palermo Catania-Messina. Se rimanessimo a questo livello di genericità, non avremo mai il via libera a spendere risorse del RF da parte della Commissione europea.

Data la strategicità delle infrastrutture in questione è necessario utilizzare il PNRR per finanziare tutte quelle opere infrastrutturali bloccate per mancate risorse pari a 38mld di euro che il RF potrebbe erogare, sbloccando opere che hanno un controvalore di circa 52 miliardi di euro e un impatto sul PIL di 187 mld di euro. Tali opere sono spesso bloccate per ritardi nella fase di progettazione, nelle gare di appalto o per contenziosi che quindi dovranno essere gestite in modo straordinario per garantirne il completamento entro il 2026.

Infrastrutture Ter. Considerato che il 2020 è ormai andato e che si perderà anche buona parte del 2021, i tempi sono davvero stretti: meno di tre anni per impegnare le risorse dal 2021 avanzato al 2023), meno di sei anni per spenderle (dal 2021 avanzato al 2026). Per le opere ferroviarie, pienamente compatibili con il Recovery Plan, si propone di spostare alcune opere previste nei vari piani d’investimento sulle risorse del Recovery, liberando in questo modo i nostri bilanci per ulteriori investimenti. Da una ricognizione puntuale si propone di inserire: Terzo Valico dei Giovi, AV/AC Verona-Vicenza, Napoli-Bari, Palermo-Catania-Messina. Si tratta di opere già finanziate che potrebbero quindi liberare molte risorse nazionali.

Da finanziare ex novo si propone di inserire il secondo lotto del quadruplicamento della Fortezza-Verona e alcuni lotti della Roma-Pescara. Inoltre la tratta Tortona-Milano che consentirebbe di completare l’intero collegamento tra Genova e Milano. E ancora il completamento della tratta mancante del collegamento tra Milano e Venezia che è parte integrante di un altro corridoio strategico, il numero 5, che collega Lisbona a Kiev. Sempre nel settore ferroviario, si propone di sostenere il “Progetto Resilienza nella rete”. Si tratta di una serie di iniziative tese a rendere meno vulnerabile e quindi più efficiente l’infrastruttura, utilizzando le tecnologie più avanzate anche sulla base dell’intelligenza artificiale.

Tra i progetti di sicurezza della rete si propone l’inserimento del sistema tecnologico europeo di sicurezza marcia treno (ERTMS). Gran parte delle infrastrutture strategiche stanno subendo i pesanti effetti del cambiamento climatico: innalzamento del mare, incremento di fenomeni violenti comprese trombe d’aria che mettono a serio rischio porti, porticcioli, spiagge e stabilimenti industriali situati lungo la linea di costa ma anche tratte ferroviarie e stradali che corrono lungo la costa. C’è il rischio reale e progressivo che l’erosione delle coste e l’innalzamento del livello del mare rendano inutilizzabili molte infrastrutture in pochi anni.

Contrariamente a quanto avviato in alcune nazioni come i Paesi Bassi ma anche in alcuni stati americani come la California e New York, il nostro Paese non si è ancora dotato di un piano di resilienza che proponiamo divenga una priorità strategica del Recovery Plan. Un piano che preveda monitoraggio e riprogettazione delle nostre infrastrutture, la realizzazione di dighe, l’incremento dei sistemi di protezione di strade e ferrovie. I trasporti di merci e di persone contribuiscono in modo significativo alle emissioni nocive ed anche in questo campo l’idrogeno può dare una risposta importante. L’esempio di A2A e Ferrovie Nord Milano, che hanno sviluppato una alleanza per alimentare i convogli a Idrogeno, può essere un modello da sviluppare e da seguire in tutto il settore del trasporto ferroviario. Dobbiamo concentrare, a partire dalla costruzione di locomotori, le risorse europee al fine di spingere la ricerca prima e la produzione dopo ad imboccare con forza questa strada. La stessa scelta può essere compiuta per i mezzi del TPL su Roma. E ovviamente discorso analogo si può impostare anche per i mezzi pesanti che operano nel settore del trasporto merci.

È indispensabile partecipare alla attività di ricerca e di realizzazione delle navi a emissione zero, scelta fondamentale per l’Italia paese leader mondiale nella costruzione delle grandi navi da crociera e anche delle imbarcazioni da diporto. Infine per ridurre le emissioni inquinanti nei nostri porti, in attesa di avere tutte le flotte a emissione zero, che sarà comunque un processo pluridecennale, è indispensabile che una quota di queste risorse europee sia utilizzata per attrezzare tutte le banchine dei porti italiani per ospitare le navi, offrendo loro energia, senza bisogno di tenere i motori accesi con un danno rilevante per le comunità che vivono a fil di costa, accanto ai porti.

Sui porti si citano solo Genova e Trieste. Perché non Gioia Tauro o Taranto o Cagliari? Il mezzogiorno non può essere solo decontribuzione (sacrosanta, misura impostata dal JobsAct, noi siamo favorevoli) e reddito di cittadinanza ma deve essere infrastrutture e sviluppo sulla base del modello Masterplan voluto dal sottosegretario De Vincenti.

Semplificazioni. Vengono giustamente ipotizzate misure di semplificazione. In alcuni casi si ipotizza di rendere permanente qualche modifica temporanea che il recente DL Semplificazioni ha introdotto. Bene. Semplificazioni che cosa ha semplificato? Vorremmo che fossero ascoltate anche le critiche avanzate dal Pd su questo (anche dal segretario Zingaretti durante la riunione del patto politico del 5 novembre). Analisi critica dettagliata di cosa non ha funzionato.

Autostrade. A pagina 73 c’è un riferimento alla rete autostradale. Dopo due anni e mezzo di battage mediatico possiamo dire che l’annunciata revoca è servita più a ottenere il consenso sui social che a cambiare le cose? Uno stile di governo serio e non populista richiede che si realizzi ciò che si dice. E si dica ciò che si può fare.

Istruzione e ricerca sono inserite con un ordine confuso, senza priorità. Siamo a pagina 77. C’è tutto e il contrario di tutto. Nel frattempo buttiamo centinaia di milioni nei banchi a rotelle senza alcuna visione strategica. Proviamo a offrire qualche spunto di riflessione.

Scuola. La scuola determina il futuro del Paese, preparando i più giovani alla vita nella società e al lavoro e funzionando da grande strumento di creazione di comunità nazionale e di coesione sociale. È la più grande sfida del Paese e per noi sta al primo posto del progetto Ciao, con la Cultura. I problemi principali da risolvere sono:
Professione docente non valorizzata: docenti italiani sono poco pagati sia in ingresso (come in altri Paesi, tra cui la Francia) sia (e in questo l’Italia è una eccezione negativa) nel prosieguo della carriera.

“Tempo scuola” non sufficientemente esteso: in Italia solo 1/3 delle scuole primarie ha il tempo pieno, con enormi divari territoriali (per esempio, in Lombardia Milano 92%, Bergamo 16%; Puglia 16%, Sicilia 9%). Il tempo pieno non è applicato a tutti gli studenti della medesima scuola, di fatto creando un divario fra gli studenti che rimangono a scuola e quelli che rientrano a casa. Ciò ha conseguenze negative sugli apprendimenti, ma anche sui redditi delle famiglie e sulla partecipazione femminile al lavoro;

Lo stesso problema riguarda gli asili nido: l’Italia è ancora molto lontana dal target europeo di garantire ad almeno il 33% dei bambini tra 0 e 3 anni l’accesso al nido o ai servizi integrativi. Nel nostro Paese, infatti, solo 1 bambino su 4 ha accesso al nido o a servizi integrativi per l’infanzia e di questi solo la metà frequenta un asilo pubblico. La copertura garantita dal servizio pubblico è assente in regioni come Calabria (2,6%) e Campania (3,6%), seguite da Puglia e Sicilia con il 5,9%, a fronte delle più virtuose Valle d’Aosta (28%), Trento (26,7%), Emilia Romagna (26,6%) e Toscana (19,6%);

Assenza di rapporti con il mondo esterno: skills mismatch, incapacità di cogliere innovazione didattica che viene da fuori, autoreferenzialità, incapacità di attrarre risorse, assenza di autonomia scolastica, mancanza di supporti tecnologici; Sta finalmente venendo meno la polemica sull’alternanza scuola lavoro ma questo è uno dei settori su cui lavorare per sconfiggere l’ideologismo degli ultimi decenni il mancato aggiornamento professionale per molti insegnanti in Italia si accompagna ad un’età anagrafica elevata. Il 60% degli insegnanti delle scuole superiori in Italia ha più di 50 anni (in Francia solo il 31%);

Un forte legame tra risultati in matematica e disuguaglianze territoriali, socioeconomici e di genere. Le regioni del Nord ottengono risultati vicini ai migliori Paesi europei, mentre le regioni del Sud sono ultime in classifica. I ragazzi provenienti da famiglie svantaggiate sono praticamente esclusi dalla matematica e le differenze tra ragazzi e ragazze sono crescenti all’avanzare del percorso scolastico;
–     Asili nido, raggiungere in 3 anni la garanzia dell’accesso a asili nido ad almeno il 50% dei bambini tra 0 e 3 anni
–     Carriera degli insegnanti:
o   Costruire una carriera docente, creando i “quadri della scuola” così da dare l’opportunità ai docenti più dinamici e capaci di assumere responsabilità all’interno della scuola la possibilità di crescere in ruolo e retribuzione. Costruire competenze didattiche e gestionali nei percorsi di formazione di tali quadri
o   I quadri della scuola saranno selezionati con concorso (per scuola, regionale o nazionale) e rappresenteranno a regime il 20% del totale dei docenti.  Avranno funzioni di coordinamento, progettazione o formazione dei loro colleghi e per le loro mansioni aggiuntive e per la qualifica raggiunta avranno una retribuzione mensile significativamente maggiore
o   Introduzione di programmi, sulla falsariga di “Teach First” and “Now Teach (Teach Last)” in UK, per assicurare che i migliori talenti del Paese dedichino alcuni anni a inizio o fine carriera all’insegnamento in scuole svantaggiate. Riconoscimento a livello di carriera per i giovani che dedicano i primi tre anni post-laurea a “Teach First”;

–       Creazione di un fondo per la riduzione dei gap dell’istruzione per:

Facilitare la diffusione del tempo pieno su tutto il territorio nazionale
Incoraggiare la mobilità dei docenti (e la loro permanenza) presso aree svantaggiate o scuole con particolari criticità socio economiche;
Premiare il miglioramento delle scuole rispetto ai parametri più critici (inclusi gli apprendimenti certificati da test INVALSI). Il meccanismo premiale potrà riguardare anche la retribuzione di risultato del dirigente scolastico e del corpo docente;
Riconoscere con più forza il valore responsabilizzante dell’autonomia scolastica che è la soluzione migliore per dare una mano ai singoli ragazzi fidandosi di loro, dei docenti, dei dirigenti. Bisogna dare gambe all’intuizione dell’autonomia di ven’anni fa
Occorre dare maggiore riconoscimento unito a un più serrato controllo per le scuole non statali: sono parte integrante e qualitativamente rilevante dell’offerta pubblica scolastica.

Creare 50 “Fraunhofer dell’istruzione”: il successo del sistema produttivo tedesco risiede anche nell’istituto del Fraunhofer, una rete di 72 istituti di ricerca applicata sparsi in tutto il territorio tedesco, con un finanziamento pubblico-privato (30 pubblico 70 privato) volto a assicurare la piena osmosi tra ricerca e sua applicazione industriale. Sono questi i luoghi che permettono di arrestare o recuperare il fenomeno della dispersione scolastica, così accentuato in Italia. Un “Fraunhofer dell’istruzione” può essere una soluzione per i quattro obiettivi sopra citati: ridare opportunità tramite l’istruzione, innovarla, contaminarla e recuperare la dispersione.

Del Fraunhofer andranno mutuati alcuni aspetti:
●      la partnership pubblico-privata (a prevalenza privata): ovviamente non potrà essere di egual misura (in alcuni casi il ruolo pubblico su education può essere più grande del 30%) e di egual natura (non solo imprese, ma anche charity, impact investing…);
●      la dimensione ibrida di incontro tra mondi. Questo vale per impresa e ricerca, ma dovrebbe valere ancora di più per mondo dell’education e società.

È importante che la creazione dei “Fraunhofer dell’istruzione” parta con l’attivo coinvolgimento dei circa trenta poli pubblico-privati già operanti da tempo in Italia con un forte collegamento alle università, e già inseriti nel programma di Digital Innovation Hub previsti dall’Unione Europea;

Potenziamento degli Istituti Tecnici Superiori (ITS), incrementandone il numero, dando loro una veste più qualificante e attrattiva con l’obiettivo di decuplicarne in 5 anni gli studenti e creando una maggiore osmosi fra ITS e percorsi universitari. Si possono aprire percorsi di formazione terziaria professionalizzante per i drop out universitari e consentendo il riconoscimento di un certo numero di crediti universitari ai diplomati degli ITS.

Università e ricerca. Occorre decidere quale sia il livello della nostra ambizione su questo punto. Vogliamo togliere l’Università dal diritto amministrativo? Vogliamo far scegliere il rettore al CdA e non farlo eleggere (il sapere non è democratico, ma meritocratico)? vogliamo cambiare governance – reclutamento – valutazione? Vogliamo abolire il valore legale del titolo di studio? Vogliamo limitarci a modificare le classi di laurea? Vogliamo un contratto nazionale del ricercatore che dia certezza di finanziamento a chi fa ricerca in Italia? Dove vogliamo il numero chiuso? Noi chiediamo una discussione pubblica, serrata, seria su questi temi. Perché questo è il settore su cui ci giochiamo il futuro: il capitale umano. Le pagine che abbiamo letto sono tutte pagine che non creano divisioni o dissensi: ma serve una svolta, non un generico atto di indirizzo, se vogliamo davvero rilanciare l’università italiana

Rilancio anti Brexit. Dobbiamo rendere attrattivi da tutti i punti di vista gli studi in Italia, candidandoci a essere la nuova UK dopo il blocco dell’Erasmus. Anche per questo, e per attrarre immigrazione di alto livello scolastico, proponiamo di dare la cittadinanza a chi si laurea in Italia dopo aver fatto l’università nel nostro Paese? Un’altra forma di Ius Culturae che è particolarmente importante specie in questo periodo

Vorremmo più chiarezza su questo 1.3 miliardi di € per le PMI che troviamo in questa voce. A cosa servono precisamente?

Parita di genere. Per noi è argomento di valore assoluto e priorità massima come da indicazioni e suggerimenti della Ministra. Tuttavia pensiamo di combattere per la parità di genere con il bonus ipad o il bonus connessione veloce a internet? Ci sembra un’idea sbagliata prima ancora che offensiva. Per noi è argomento di valore assoluto e priorità massima. Va però chiarito che lo strumento deve essere l’empowerment delle donne. Bene quindi agire sul fronte lavoro (come l’imprenditoria femminile) ma va rinforzato come da richiesta della ministra con strumenti attivi previsti dal family act: decontribuzione del lavoro femminile e delle sostituzioni di maternità, agevolazioni fiscali per le aziende che promuovono politiche inclusive della diversità e volte alla parità di genere (anche per sanare divari salariali). Allo stesso modo è importante agire sulla formazione alle nuove competenze: STEM (su cui va posto accento sul tema di genere) e digitale (sul quale invece va osato un progetto ben più ambizioso di bonus, serve una strategia formativa diffusa, soprattutto per la popolazione a bassa scolarizzazione e nelle aree interne). I servizi sono essenziali: bene il finanziamento da piano shock per la costruzione di asili nido per arrivare a coprire il 50% della richiesta, ma va aggiunta la decontribuzione delle spese per i servizi di cura, lavoro domestico e baby sitter

Il grande assente, l’occupazione giovanile. In questo piano il grande assente è l’occupazione giovanile. Si chiama next generation Ue ma questo piano prende ai giovani i soldi con il debito e non restituisce quando dovrebbe. Ci sono svariate proposte anche all’attenzione del Parlamento: ci dichiariamo fin da ora disponibili a una sessione di lavoro ad hoc sul punto. Nel frattempo evidenziamo due modelli. Il primo è quello inglese che sta ottenendo un discreto successo. Il Kickstart Scheme nel Regno Unito è un programma di emergenza da 2 miliardi di sterline che finanzia un periodo di formazione e lavoro per giovani inattivi (NEET, 16-29) presso le aziende. Le aziende selezionano direttamente i giovani e fanno domanda, il costo del lavoro è interamente a carico dello stato. Sarebbe opportuno avviare in Italia un programma simile per offrire ai giovani inattivi periodi di 6 mesi a 600 euro al mese, affidando l’erogazione dell’indennità all’Agenzia delle Entrate e i controlli all’Anpal e alle Regioni, in modo da garantire una rapida implementazione. In Italia ci serve un programma di questo genere perché Garanzia Giovani oggi copre al massimo il 60% del costo del lavoro e le procedure sono lunghe e complesse (troppi soggetti coinvolti, centri impiego ecc..). Inutile dire che nessuna operazione in Italia sarà credibile senza aver risolto il nodo del buon funzionamento di ANPAL e INPS. L’altro modello è quello di France Relance che ha introdotto numerosi progetti specifici sui giovani, a differenza di Next Generation Italia.

Dare una spinta al sistema duale e all’apprendistato (mai citato nel documento!) per rimettere al lavoro i più vulnerabili attraverso il contratto di apprendistato formativo. Tre i focus (sulla base di una proposta di FORMA, associazione a cui aderiscono i principali enti di formazione professionale): Giovani disoccupati senza titolo secondario superiore (258mila tra i 18 e i 24 anni), giovani Neet (714mila) con diploma di istruzione secondaria, adulti privi di titolo (847mila, segmento vulnerabile della popolazione che necessita di interventi volti sia al conseguimento del titolo stesso sia di avvicinamento al mercato del lavoro). La copertura economica dei contratti può essere condivisa tra pubblico e privato, assicurando un contestuale calo del contributo pubblico e una crescita di quello aziendale a copertura dei costi del lavoro in parallelo con la ripresa economica (es: primo anno 90-10, secondo anno 70-30, terzo anno 50-50 ecc).

Reddito di cittadinanza. A pagina 74 di dice che ha contribuito a ridurre la povertà assoluta dal 7 al 6.4%. Se questi sono i numeri – considerando l’ampiezza delle risorse stanziate – possiamo ben dire che il reddito ha fallito. Per sostenere che questa misura abbia abolito la povertà, bisogna prima abolire la matematica Vale la pena capire come meglio impiegare quei soldi, a cominciare dai progetti per l’occupazione giovanile, per la lotta alla povertà, per l’abbassamento del costo del lavoro. E come impostare una strategia per passare dal reddito di cittadinanza al lavoro di cittadinanza. La pandemia sta allargando la forbice delle disuguaglianze, e bloccherà ulteriormente l’ascensore sociale a causa di un mercato del lavoro appesantito dalla crisi, nonché dal difforme accesso ad opportunità di istruzione ed educazione. Nei mesi più complessi dell’emergenza, nonostante il grande sforzo messo in atto dal nostro sistema scolastico, universitario e formativo, didattica e lavoro a distanza hanno avuto diversi effetti sulle fasce di popolazione a maggiore rischio di esclusione sociale. La carenza di infrastrutture come la banda larga ed ultralarga ha acuito il divario tra aree geografiche del Paese, mentre lavoro e didattica a distanza sono misure che difficilmente si prestano a molti tipi di formazione, di lavoro, e a tutti i contesti familiari. Le fragilità storiche del Paese si sono quindi amplificate, alle forme di povertà già presenti nel Paese e antecedenti alla pandemia, rischiano di affacciarsi nuove forme di marginalità. Non va sottovalutata la richiesta di protezione sociale, che entra nella vita quotidiana delle persone e rischia di cambiare persino i singoli progetti di vita. Bisogna intervenire sulle nuove forme di povertà prima che il depauperamento diventi patologico, superando il modello assistenzialistico a favore di un sistema proattivo che faccia leva sulla rete capillare presente nella comunità attraverso la virtuosa sinergia tra enti locali, terzo settore e politiche attive del lavoro.

Manca una chiara visione dell’economia sociale. L’economia sociale, rappresentando oltre 360mila organizzazioni e il 5% del nostro prodotto interno lordo, ha mostrato tassi di crescita costanti in questi ultimi anni. Il cosiddetto non profit, con quasi sei milioni di volontari e un milione di occupati, rappresenta un unicum nel panorama europeo per la sua capillarità, innovazione, flessibilità e pluralità di intervento in diversi ambiti di attività di interesse generale e settore produttivo strategico. L’economia sociale, per la sua rilevanza strategica, non può essere considerato come un settore cui destinare risorse in modo residuale e assistenzialistico, bensì un modello economico stabile su cui innestare i pilastri della ripartenza nel solco della sostenibilità, della transizione ecologica e sostenibile, e dell’innovazione. Per sua natura, si tratta di un ambito produttivo finalizzato alla generazione di valore sociale in molti ambiti di interesse generale con la precipua caratteristica dell’assenza di scopo di lucro, dove la cura e la presa in carico si esplicano in attività di assistenza socio sanitaria, educazione e formazione, cultura, sport, ambiente e valorizzazione del territorio e dei beni comuni. Organizzazione del welfare e impostazione del mercato del lavoro, sono da sempre due facce della stessa medaglia indissolubilmente legate. Per questo motivo è necessario cogliere i mutamenti intervenuti nella società e nel contesto economico, declinando sviluppo e benessere con i nuovi bisogni e la richiesta di protezione sociale da parte dei cittadini. È giunto quindi il tempo di considerare l’economia sociale come un capitolo di investimento, e non certo di spesa

Le società benefit. L’Italia si può e si deve candidare ad essere il luogo al mondo che faccia scuola per un modello di economia sociale. L’errore del passato consiste nel considerare il settore profit come separato ed estraneo da obiettivi di tipo sociale, tutti consegnati al terzo settore. Non a caso il terzo settore coinvolge milioni di italiani che mantengono questa sensibilità non ritrovandola più nella vita aziendale. Tuttavia proprio questa separazione ha reso deboli le strutture del terzo settore, difficilmente finanziabili e nemmeno la riforma del terzo settore è riuscita a colmare questa lacuna. Si sono al contrario manifestate zone di bisogno che hanno richiesto la corretta individuazione di strumenti ad hoc quali le imprese sociali nel tentativo di attirare capitali in settori necessari per il corretto sviluppo e la coesione sociale.

L’Italia ha davanti a sè una opportunità maggiore: divenire leader mondiale del nuovo paradigma d’impresa che sappia riprendere l’esperienza di Adriano Olivetti e la cultura profonda dell’economia civile in cui l’azienda non sia solo il luogo in cui fare profitti, ma abbia consapevolezza, anche giuridica, della propria responsabilità sociale riservando la massima attenzione per i lavoratori, i consumatori, gli interessi e i valori delle comunità di riferimento.

Non a caso l’Italia è il primo paese al mondo ad essersi dotato di una legge sulle Società Benefit e da allora ne ha il maggiore tasso di crescita. Pianificando questa centralità del ruolo sociale di tutti gli operatori economici, in un mondo dove il gap tra i ricchi e i poveri aumenta, transitando per primi dal neoliberismo a un liberismo con forti venature sociali, secondo la scuola keynesiana, ci candideremmo a divenire il miglior paradigma della nuova era della sostenibilità, coniugando economia green ed economia sociale in un nuovo modello integrato. Coglieremmo in tal modo pienamente le indicazioni che già si possono leggere nel Green Deal europeo e nel regolamento sulla tassonomia che scaturisce dalla Finanza Etica avendo il privilegio di guidare questo cambiamento ed ottenendo una piena valorizzazione delle nostre imprese, non più viste solo come fragili attraverso i loro valori patrimoniali ed organizzativi, ma come resilienti proprio per la loro tradizionale capacità di legami sociali e territoriali.

Persone con disabilità. Nel documento sul Recovery Plan che abbiamo esaminato si menziona un titolo, “interventi per la disabilità”, che però è totalmente privo di contenuti. Non un solo progetto sembra destinato a iniziative dedicate alle persone con disabilità. Una mancanza incomprensibile e miope. All’inizio di questa esperienza di Governo il Presidente Conte ha deciso di mantenere la delega sulle politiche per le disabilità per occupartene in prima persona, sottolineando come si trattasse di una delega fondamentale. E allora, perché dalle parole non passare ai fatti? Com’è possibile che un tema di cui il premier per primo hai riconosciuto l’importanza trovi solo lo spazio di un titolo vuoto nel Piano che dovrebbe delineare la visione del futuro del nostro Paese? E ciò nonostante le persone con disabilità, che secondo ISTAT sono almeno 3 milioni in Italia, più del 5% della popolazione, in questi mesi abbiano sofferto moltissimo, spesso più degli altri, le conseguenze della pandemia e rischino di pagare un prezzo altissimo alla crisi economica innescata dal Covid-19, anche in termini di ulteriore esclusione dal mondo del lavoro.

Per non parlare dell’impatto terribile del Covid sui percorsi di inclusione scolastica dei bambini e delle bambine con disabilità. I dati pubblicati da ISTAT su questo sono impietosi: tra aprile e giugno 2020, oltre il 23% degli alunni con disabilità (circa 70 mila) non ha preso parte alle lezioni e, come era prevedibile, queste mancanze sconfortanti sono prevalentemente legate alla gravità della patologia, alla difficoltà dei familiari a collaborare e al disagio socio-economico. A testimoniare come siano stati colpiti i più vulnerabili tra i vulnerabili. È pensabile non dedicare a questi nostri concittadini progetti specifici, capaci di sostenere e diffondere le tante buone pratiche presenti nel nostro paese, anche grazie alle capacità innovativa e competenze di molte realtà del Terzo Settore?

Noi abbiamo davanti una grandissima opportunità per promuovere misure di sostegno ai progetti di vita indipendente, in linea con la visione che ispira la Legge sul Dopo di Noi; per investire in strumenti di inserimento lavorativo più efficaci, provando anche a portare a compimento il percorso avviato con il Jobs Act; per dedicare risorse importanti a progetti di inclusione scolastica e di contrasto alla povertà educativa dei bambini e delle bambine con disabilità, per i quali la scuola e l’istruzione sono spesso la vera, grande occasione di costruzione di futuro. Perché, nel documento sul Recovery Plan, si è scelto di non cogliere questa opportunità storica che, tra l’altro, consentirebbe finalmente di passare da un welfare prevalentemente riparativo e assistenziale a un sistema capace di offrire occasioni di riscatto delle persone con disabilità e di promuovere appieno il diritto di sviluppare il loro potenziale e di partecipare effettivamente alla vita politica, economica e sociale del Paese? La rinascita dell’Italia dopo la pandemia passa anche da qui ed è inspiegabile che, proprio rispetto a una materia su cui il Premier deciso di restare investito di una piena responsabilità diretta, il Recovery Plan taccia completamente.

Sport e periferie non è un programma. è ridicolo per come è fatto. Non si parla di nulla grandi eventi come i Mondiali di Sci ma neanche di cose più piccole. Quanto diamo alla scuola come motore di valorizzazione dello sport? Inventare i campionati universitari? I campionati scolastici? In questi ultimi mesi lo sport ha fatto notizia nel dibattito politico solo per lo scontro – assurdo e fuori luogo – con CONI e CIO. Dobbiamo fare pace con le istituzioni olimpiche e contemporaneamente rilanciare sullo sport di base, quello che aiuta i bambini a vivere meglio e più felici A pagina 93 si cita in modo frettoloso il grandissimo tema della povertà educativa: per noi questo è un pilastro della lotta alla povertà. Vorremmo maggiore approfondimento e chiarezza anche alla luce delle precedenti iniziative coordinate tra Chigi e le Fondazioni.

Salute. Al netto delle fonti di finanziamento legate al Mes (meccanismo europeo di sostenibilità, ndr), il punto fondamentale è che il nostro sistema sanitario è sottofinanziato: in Germania sulla sanità ci sono 5.648€ a testa, in Francia 4.501€ a testa, in Italia 2,706€ a testa. Sintomi di questa difficoltà sono la carenza di medici, l’inadeguatezza delle strutture, il livello intollerabile di molte liste d’attesa. La sanità digitale è sicuramente fondamentale, come scrive il Governo nel documento, ma ancora più urgente è capire quante strutture non hanno il Certificato di prevenzione incendi o come migliorare la sanità del territorio per evitare un eccesso di ospedalizzazione. Mettere solo nove miliardi aggiuntivi sulla sanità dopo quello che è successo è assurdo. Quando i nostri Governi hanno aumentato i fondi per la sanità di 7 miliardi in tre anni le allora opposizioni hanno gridato allo scandalo parlando di tagli. Ora che senso ha aggiungere – dopo una pandemia – appena 9 miliardi in 6 anni?

Farmaceutica e innovazione. La pandemia ci consegna un’immagine diversa di chi lavora nel mondo del farmaco. Le grandi aziende chiamate in modo sprezzante Big Pharma sono state decisive nel creare rapidamente un vaccino e sono in prima fila nel farmaco. L’Italia è uno dei Paesi all’avanguardia mondiale in questo settore e ha distretti di eccellenza assoluta. La proposta delle associazioni di settore è investire quattro miliardi per creare posti di lavoro di qualità e ricerca avanzata nel mondo farmaceutico: noi appoggiamo questa richiesta convinti come siamo che se l’Italia si caratterizza per essere leader in questo settore, ciò avrà una ricaduta non solo sulla salute ma anche sull’occupazione. Medicina personalizzata, genomica, bioscienze, allungamento dell’aspettativa di vita, diagnostica, internet of things e big data. C’è un mondo totalmente nuovo che ci aspetta: che cosa stiamo aspettando a investirci quello che serve? Occorrono anche nuove forme di finanziamento e sostenibilità in grado di garantire l’accesso alle nuove possibilità diagnostiche e terapeutiche (ad esempio nuove metodologie di screening, farmaci innovativi e terapie avanzate in settori come quello oncologico o delle malattie rare, solo per citarne due molto rilevanti) al più ampio numero di pazienti potenzialmente elegibili, studiando innovativi modelli di accesso per quelle terapie che hanno un evidente componente di investimento per il servizio sanitario, perché  sono “one shot” e si caratterizzano per curare o trasformare in maniera significativa la storia clinica di un paziente”.

Mes. Dire no ai 36 miliardi del Mes è semplicemente inspiegabile, indifendibile, ingiusto. Noi su questo punto vogliamo chiarezza. Se è vero ciò che abbiamo scritto sulla mancanza di finanziamento in sanità, chi dice NO al Mes si assume una responsabilità storica. Il nostro gruppo ha prodotto un documento che ti alleghiamo per riflettere su come spendere queste risorse e si è costituito un intergruppo parlamentare sull’argomento. E soprattutto, vorremmo una risposta alla seguente domanda: se si è ritenuto legittimo ipotizzare di impiegare ben 88 miliardi di prestiti UE molto condizionati (il Next Generation EU) al solo scopo di risparmiare spesa per interessi, perché non si vuole fare la stessa identica cosa con 36 miliardi di prestiti UE NON-condizionati (la linea pandemica del Mes)? La risposta a questa domanda per noi è cruciale, così come lo è l’attivazione stessa della linea di credito pandemica.

Ma bisogna anche riconoscere che il progetto Humane Techonopole, unico lascito italiano dell’Expo 2015 è stato fortemente ridimensionato. Nel 2015 presentando questo progetto il Governo aveva individuato nell’HT esattamente il centro di eccellenza mondiale che avrebbe governato la sanità del futuro e che avrebbe permesso di essere il punto di riferimento planetario in caso di pandemia. HT sta andando avanti ma senza la visione rivoluzionaria che aveva caratterizzato il progetto presentato da Cingolani e Rasetti a Milano. Un’occasione persa. Come rilanciarla?

Governance: noi non pensiamo che si possa fare a meno di unità di missione e di commissari. La nostra storia dimostra che dall’Expo di Milano all’unità di missione sul dissesto idrogeologico siamo sempre pronti alla massima flessibilità operativa pur di spendere bene i soldi pubblici. Pensiamo che sia stato un clamoroso errore partire dalla Governance senza avere una visione chiara: è burocratismo creare missioni senza aver chiarito prima che cosa si vuol fare. Alla luce della visione complessiva siamo pronti a discutere di chi debba fare cosa, come e quando. Ci pare assurda la pretesa di una unità di missione alla RGS e ci pare assurda la pretesa di varie unità di missione proposte dal ministero della giustizia.

Riforme istituzionali. Spiace vedere una scarsa attenzione alle riforme istituzionali. Che il titolo V non funzioni lo ha dimostrato questa terribile pandemia. Che il bicameralismo paritario non stia in piedi lo ha dimostrato la gestione parlamentare di questo 2020. Che il CNEL non sia utile lo dimostra il fatto che il Governo crea taskforce ma non coinvolge mai quella che in teoria dovrebbe essere allo stesso tempo la taskforce e la casa degli Stati Generali. Finchè non si avrà il coraggio di dire che servono riforme costituzionali vere non si risolveranno i problemi strutturali di questo Paese.

Metodo con Bruxelles. Il legame esplicito tra gli investimenti programmati e le necessarie specifiche riforme di contesto è sostanzialmente assente. Al di là della generale riforma della giustizia, importante ma evidentemente politicamente molto complessa per tempi e risultato finale, manca il dettaglio delle riforme specifiche legate agli investimenti programmati. Le stesse, quando menzionate, sono limitate a dichiarazioni di principio.  In sintesi, Bruxelles si aspetta per ogni investimento programmato una fiche di progetto con dettaglio operativo delle spese e loro giustificazione rispetto al disegno complessivo, tempi di realizzazione e milestones, e soprattutto riforme specifiche di contesto associate. Il Governo italiano ha al momento approntato una lunga lista di spese possibili, insieme a generici impegni di riforma. Bruxelles si aspetta un documento che dica ‘compro x grammi di farina, y di zucchero, z uova, che andrò a comprare a tal ora, che poi assemblerò come segue, e poi cuocerò nel forno per tot tempo e a questa temperatura’. Il Governo italiano si è al momento limitato a scrivere che vuole fare una torta.

Impatto. I dati di impatto sulle misure sono molto interessanti ma ci piacerebbe che venissero rifatti anche alla luce delle modifiche che abbiamo proposto con l’incremento della spesa, che certo impatta sul debito, ma che impatta in modo significativo sulla crescita.

Mezzogiorno. Chiudiamo con un punto ad hoc sul mezzogiorno perché ci sembra scarsamente considerato. La questione meridionale, da Cavour a oggi, costituisce il problema più significativo per l’unità d’Italia. Sul Recovery Fund si gioca una partita decisiva per il rilancio della nostra economia. Sappiamo che la destinazione europea delle risorse si è basata su tre parametri fondamentali: popolazione; tasso di disoccupazione; proporzione inversa in relazione al Pil pro capite. È quindi chiaro che i miliardi, soprattutto nella parte a fondo perduto, sono 209 per la permanenza del gap territoriale più profondo e antico d’Europa: quello tra nord e sud. Bisogna riprogrammare e riprogettare le iniziative volte allo sviluppo e all’occupazione, facendo del Sud una realtà avanzata e motore dello sviluppo (ogni euro di investimento al Sud genera circa 1,3 euro di valore aggiunto per il Paese, e, di questi, circa 30 centesimi ricadono nel Centro-Nord). Questa è l’occasione unica per superare definitivamente il criterio della spesa storica e passare alla realizzazione dei LEP (livelli essenziali di prestazioni) come da dettato costituzionale. Nel Sud rafforzare la sanità, investire su progetti come quello della “Grande Pompei” per il turismo, puntare alla riorganizzazione dei porti per farne la piattaforma logistica principale del Mediterraneo, investire sulla formazione di base e superiore, darebbero effetti moltiplicatori più significativi sia nel breve che nel lungo periodo.

La nostra proposta, molto semplice.

Ti proponiamo di superare il complicato meccanismo 4 pilastri – 6 missioni e individuare 4 progetti centrali.
La nostra proposta è insistere su Cultura – Infrastrutture – Ambiente – Opportunità Il progetto così impostato si chiamerebbe CIAO2030

Cultura: aprire il piano con l’Italia come capitale mondiale della cultura permanente. Teatri, musei, spettacolo dal vivo. Ma anche scuola, educazione, università. E nel nostro modello di wellness aggiungere qui sport e salute.

Infrastrutture: Un piano dettagliato di infrastrutture tradizionali, dalle strade alle ferrovie, dai porti agli aeroporti. Ma anche e soprattutto infrastrutture innovative a cominciare dalle possibilità aperte dal digitale e dall’impalcatura strutturale del Paese composta da pubblica amministrazione e giustizia

Ambiente: L’energia, la decarbonizzazione, l’agricoltura. Ma anche il dissesto idrogeologico, l’idrogeno, il nostro rapporto con l’Africa.

Opportunità: Un paese di valori. Economia sociale, terzo settore, volontariato. Ma anche occupazione

Arriva la variante tedesca del Covid? Non fate l’onda

Variante inglese, variante tedesca… Altan le ha dette tutte. E meglio.

“Questa non e’ la fine. Non e’ nemmeno l’inizio della fine. Ma e’ forse la fine dell’inizio.

Questa frase di Winston Churchill, pronunciata in occasione della vittoria di El Alamein, si attaglia bene ai tempi presenti.

Il tam tam mediatico sui vaccini, che spesso trascura e/o minimizza gli effetti collaterali e l’aspetto ancora sperimentale degli stessi, criminalizzando i pochissimi medici che anche solo osano esprimere preferenze o perplessita’ non ci dovrebbe far dimenticare una cosa fondamentale: dati i tempi previsti di distribuzione, Ci vorranno almeno sei mesi perche’ si possa cominciare a vedere una protezione significativa per la popolazione. Tutti quelli che hanno meno di sessanta anni dovranno aspettare fino all’estate o anche dopo, per vedere arrivare il loro turno. fino a quel momento quindi, la pandemia continuera’ a fare il suo corso no particolarmente frenata dai pochissimi vaccinati.

Quale sara’ questo corso?

In molti paesi, grazie a varie e variabili forme di lock down, duro, morbido, duro ma con il cuore tenero, tenerone, molliccio, trasparente, etereo, si e’ assistito, fino a poche settimane fa ad un calo dei casi attestati, con una ripresa dei casi nelle ultime settimane che e’ stata per lo piu’ inizialmente imputata alla transizione a regimi meno severi, via via che l;emergenza scemava e le necessita’ economiche premevano.

Questo fino a poche settimane fa, appunto.

Poi e’ arrivata la notizia di una variante inglese che pare molto piu’ aggressiva dal punto di vista del contagio, con un raddoppio dei casi inglesi ed un progressivo aumento dei morti giornalieri. Analoga ripresa si e’ visto in altri paesi e, con la consapevolezza dei crescenti strappi alla regola, si e’ cercato di porre un freno con le misure natalizie ( lock down con crosta dura ma cuore tenero”all’amatriciana”). Si parla, ormai apertamente e con una certa preoccupazione di terza ondata. Che, sappiamo bene, ci coglierebbe, quando stiamo gia’ nuotando in un bel mare di ca**a. In questo contesto il grido: non fate l’onda ha una valenza che di ironico non ha quasi nulla.

Ma come stanno le cose, DAVVERO?

Guardiamo insieme: ecco l’Inghilterra:

Come vedete, dato il tipico ritardo di circa due settimane tra casi accertati e relativa mortalita’, il recente aumento dei casi giornalieri, da circa 20.000 a circa 40.000 non si e’ ancora tradotto in un analogo aumento dei morti . Purtroppo, tenuto conto che il dimezzamento dei casi tra inizio e fine novembre si e’ tradotto in un calo solo marginale e non proporzionale dei morti, si puo’essere quasi certi che i morti giornalieri aumenteranno rapidamente superando i numeri di Aprile.

Quindi questa variante inglese in cosa sembra essere diversa?

Ne sappiamo poco e i media si limitano a dirci che sembra che sia piu’ contagiosa ma non piu’ letale di quelle precedenti.

Ma e’ proprio cosi’?

Vediamo.

Che i casi stiano aumentando, e’ un dato di fatto.

Che questo aumento sia dovuto non a comportamenti mutati ma a maggiore contagiosita’ e’ certamente possibile.

Ma sulla letalita’, purtroppo ci sono indizi che stia aumentando. Bastera’ vedere il citato periodo tra inizio e fine novembre: casi dimezzati, mortalita’ appena diminuita.

Un fenomeno del genere, che sembra indicare che la mortalita’ stia aumentando e’ visibile in forme piu’ o meno sfumate, in altri paesi, compreso il nostro.

Ma vi sono due paesi, la Germania e l’Austria dove questo improvviso disaccoppiamento tra positivi accertati e conseguente mortalita’ e’ autoevidente.

Sara’ un caso ma praticamente nessuno, per ora, ha evidenziato questa anomalia statistica della situazione tedesca.

Nessuno tranne Crisis, naturalmente…

Ecco la Germania:

Vedete?

Per un mese i casi accertati sono rimasti stabili, ad un livello medio basso rispetto ai vicini. Ma i morti sono continuati ad aumentare rapidamente. Intorno all’ 8 di Dicembre i casi hanno ricominciato ad aumentare e a quel punto la Cancelliera, con la voce rotta dal pianto, ha annunciato un lock down deciso e pesante.

Il risultato del lock down gia’ si vede nel numero dei casi, che sta cominciando a calare. Ovviamente, i morti che gia’ aumentavano quando i casi erano stabili, hanno subito un balzo violento superando, ieri, i 1200 morti. Un valore altissimo, inusitato per un paese che della distinzione tra morti DI e CON covid aveva fatto un elemento di distinzione per evitare eccessi ed allarmismi.

1200 morti, sui circa 25000 casi registrati due settimane fa, sono un valore altissimo in assoluto e forse cinque volte quelli registrati in precedenza, fino a un mese e mezzo fa in Germania.

La Germania e’ passata da essere il paese con meno morti in rapporto ai casi positivi (grazie ad una preposizione semplice al posto di un’altra) alla mortalita’ piu’ elevata, in Europa.

L’Austria?

La situazione e’ ancora piu’ evidente: i casi sono calati di oltre tre quarti mentre le morti si sono mantenute quasi costanti.

Un capovolgimento che ha sicuramente piu’ di una possible spiegazione ma che non puo’ non richiedere, fra le varie, piu’ o meno plausibili, di privilegiare quella meno rassicurante: si sta diffondendo una variante seriamente letale di cui ancora si preferisce non parlare, per ovvi motivi.

Il panico a stento trattenuto dalla Cancelliera, i dati qui sopra mostrati, la clamorosa decisione della Germania di bypassare l’accordo europeo che l’aveva vista massimo sponsor di una distribuzione equa e di accordi comuni con le case farmaceutiche, un voltafaccia che per un paese come la Germania non ha precedenti, indicano una cosa sola: che in quei paesi la situazione e’ grave, gravissima e che questa gravita’, per ora, non ha ricevuto una spiegazione ufficiale.

Il che non vuol dire che le istituzioni di quei paesi non sappiano quale e’ l’origine dell’esplosione della mortalita’.

Vuol solo dire che non ritengono sia il caso, per ora, di divulgarla.

A che serve? Beh, non dovrei ricordarvelo qui: siamo animali adattabili. Dato un tempo sufficiente, siano in grado di digerire notizie che emerse all’ improvviso scatenerebbero il panico. Una due settimane possono permettere di accettare l’inaccettabile. Lo sapremo presto, se mi sono sognato tutto. Quanto presto?

Due tre settimane. Nel frattempo, possiamo sperare che le misure prese permettano di non fare l’onda.

Ma potremmo, piu; saggiamente abituarci al’idea che fino ad ora abbiamo visto solo un lunghissimo prologo… Alcune misure, ad esempio il gia’ annunciato posticipo a Febbraio della riapertura degli impianti sciistici, non torvano fondamento nei numeri attuali. Ne hanno e parecchio, se le previsioni per Gennaio scontano gia’ l’arrivo della terza ondata…

Il mercato delle vacche. E dei vaccini

Punster's Lawn Cow Brings Smiles During Stressful Coronavirus Lockdown -  DarynKagan.com

“felice che non sia un COW/rona virus”. Una risata ci salvera’.

Che quello dei vaccini anticovid sia un affare ed un affare enorme e’ autoevidente. Siamo sette miliardi e mezzo, noi umani, su questo pianeta. Per una meta’ abbondante i nostri simili lottano per un minimo sindacale di cibo vestiario e generi di prima necessita’ che noi diamo per scontati, quindi e’ difficile che possano vaccinarsi o essere vaccinati.

Resta comunque un mercato potenziale di miliardi di dosi, a prezzo pieno, probabilmente da ripetere ogni anno o forse anche piu’ frequentemente. I vari vaccini in dirittura di arrivo hanno costi variabili: si va da 10 euro dello Sputnik V ai 60 dollari del vaccino Moderna. Anche a stare bassi e’ un mercato di centinaia di miliardi di dollari, ogni anno.

Il mercato dei vaccini e’ quindi un mercato importante, che impinguera’ le casse delle case farmaceutiche che li stanno producendo. Le ricerche ed i trials sono costati miliardi, e’ giusto che recuperino gli investimenti fatti.

Certo: in buona parte finanziati con soldi pubblici, ma, oibo’, questo rientra in un principio base di ogni grande impresa: pubblicizzare le perdite e privatizzare i profitti.

In effetti, porelle, la situazione e’ complessa: a metter sul mercato un vaccino sperimentato in fretta e furia si rischiano cause miliardarie, infamia mediatica urbi et orbi, desertificazione dei dividendi…in qualche modo bisogna coprire i rischi.

In qualche modo monetariamente consistente, ovviamente.

Naturalmente son partite numerose campagne mediatiche a favore dei poveri, spesso da grandi ex magnati convertiti alla filantropia, come Bill Gates, che sostiene che i paesi ricchi dovrebbero pagare il prezzo pieno, comprendente il costo marginale di produzione, un minimo di utile ed i costi dello sviluppo e sperimentazione,, i paesi non ricchi dovrebbero pagare solo i costi vivi, senza l’utile, i paesi poveri solo il costo marginale di produzione di una dose, che potrebbe essere intorno a 3 dollari. Qui un articolo che riassume i punti sopra esposti

C’e’ un trascurabile problemino.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanita’) ha definito un programma di distribuzione, vaccinazione etc etc ( in attesa di capire come procurarsi i vaccini e come mantenerli) si chiama COVAX.

Con questo programma L’OMS si propone di distribuire almeno due miliardi di dosi nei paesi in via di sviluppo e, in generale ai poveri di tutto il mondo.

Tutto bene, se non fosse che il programma non e’ a tutt’oggi finanziato. Non abbastanza, comunque. Non e’ un problema da poco.

Perche’ non basta procurarsi due miliardi di dosi di un qualunque vaccino o mix di vaccini. Bisogna mantenerli in celle frigorifere, trasportarli mantenendo una rigorosa catena del freddo, distribuirli, somministrarli, in territori mal serviti, spesso senza energia elettrica, con strade impossibili etc etc. Ci vuole una pianificazione immensa e svolta con mesi e mesi di anticipo. Niente soldi, niente organizzazione. Niente vaccini, per mesi e mesi, Anche se le dosi fossero pronte. \per anni, se non si riesce a bloccare con un ordine le dosi necessarie. Anche senza approfondire, il compito di vaccinare due miliardi di persone e’ gigantesco. Quanti soldi ha raccolto, finora l’OMS? Due miliardi di dollari, da un terzo ad un decimo di quel che servira’. Sono quasi interamente soldi europei.

Da USA e Cina non e’ arrivato un’euro.

Ovvero Bill Gates, mentre propone di donare graziosamente i vaccini a prezzo di saldo ai paesi piu’ poveri, non ha ancora contribuito al principale programma mondiale per gli stessi paesi… ci vogliono almeno altri sei miliardi di euro. Forse dieci, probabilmente di piu’, tenuto conto della macchina organizzativa da creare e mantenere per anni.

Il mercato delle vacche?

Beh… i volontari che hanno partecipato ai test di somministrazione, nel nostro paese sono stati mossi prevalentemente dal loro spirito civico, visto il rimborso di 700 euro, che per il rischio ed il disturbo, dieci visite in tre mesi, interviste etc etc e’ una cifra quasi ridicola.

Ma 700 euro e’ piu’ o meno il valore di una bella mucca Chianina. In molti paesi del mondo ci vuole il lavoro di un anno, se va bene, per comprarsi una vacca. In quei paesi 700 euro possono tenere una famiglia lontana dalla fame.

A pensar bene si potrebbe dire che la cifra e’ stata tenuta volutamente bassa, per evidenziare i fini non di lucro delle persone che si sono offerte.

Ma vogliamo davvero pensare cosi’ bene, quando sono coinvolte multinazionali del farmaco che hanno scopi non filantropici ma di profitto?

Siamo sotto Natale, proviamoci.

Peccato che nel documento che vi ho appena linkato, che parlava dei problemi del programma COVAX si dimostri come la vedono le grandi aziende farmaceutiche di cui sopra.

Ne parlero’ in un prossimo post.

Per ora vi basti sapere che, quando parlano di rischi, parlano di rischi finanziari per i loro azionisti, non di rischi sanitari per le persone…

La riforma del Mes: come trasformare un incubo in una farsa.

Il MES meccanismo europeo di stabilità è la notizia di apertura di tutti i telegiornali, in questi giorni.

Il famigerato fondo “salvastati”, prevede prestiti a bassissimi interessi a paesi in cirisi finanziaria che non potrebbero accedere ad altri sistemi di finanziamento. Come la Grecia ci ha mostrato anche troppo bene, quando un paese chiede questi aiuti, rinuncia di fatto alla propria sovranità, esponendosi a ristrutturazioni telecomandate di tutto il sistema previdenziale, sanitario, economico.

Quelli che ne sopportano le peggiori conseguenze sono la parte più debole del paese. I disastri sociali che queste politiche draconiane comportano, le sommosse, i suicidi, i milioni di senza lavoro, non possono, per espresso regolamento istitutivo del mes stesso, essere imputati a chi li ha generati.

Il board di controllo del mes infatti non è imputabile per le conseguenze delle sue decisioni. Questo assurdo vulnus, che mette di fatto interi paesi alla mercé di pochi individui, senza alcun possibile controllo e gli evidenti disastri seguiti alla concreta applicazione del meccanismo in Grecia hanno creato in tutta Europa una potente corrente di opinione che ha imposto una riforma. Questa riforma viene ora votata in tutta Europa ed anche l’Italia, con i mal di pancia di cui avete letto, l’ha appena approvata ( non è esattamente così , ma non dilunghiamoci).

Erano motivati quei maldipancia?

Risposta breve: si, assolutamente e non sindacabilmente.

Il MES che esce dalla riforma è infatti infame quanto il precedente: l’impunita’ assoluta resta ed totalmente anticostituzionale per qualunque stato europeo.

Questo livello di impunità non è garantito a nessun altro cittadino dell’Unione, compresi presidenti della repubblica e sovrani, che devono comunque rispondere nei casi di attentato alla costituzione, alto tradimento etc .

Inoltre, il principale motivo della riforma, eliminare le precondizioni che di fatto trasformano un paese i nuna colonia non è stato raggiunto.

Per poter fare richiesta senza precondizioni, un paese deve rispettare questi punti:

  • non essere in procedura d’infrazione; 
  • vantare un deficit inferiore al 3% da almeno due anni;
  • avere un rapporto debito/PIL sotto il 60% o, almeno, aver sperimentato una riduzione di quest’ultimo di almeno 1/20 negli ultimi due anni, insieme ad un’altra serie di paletti non facilmente giudicabili a livello oggettivo.

Capite bene che un paese che ha problemi finanziari ben difficilmente si troverà queste condizioni.

Di fatto, il nuovo MES si applicherà senza condizioni a semplice domanda, a paesi sostanzialmente solidi e finanziariamente “sani” escludendo quasi tutti i paesi europei, eccettuato Germania, Olanda, Danimarca, Polonia, e gli altri paesi ex patto di Varsavia.

O meglio: si sarebbe applicato. Perché, dopo i fiumi di denaro riversati nell’economia da tutti i paesi, attualmente nessuno dei principali Stati europei rispetta questi punti.

Ma allora a che serve?

“Semplice”: a parte una revisione delle procedure di default ( i cosiddetti cac) che consente di ristrutturare più facilmente i debiti dei paesi in difficoltà, comunque in corso e non particolarmente significativa, il nuovo MES servirà a salvare non paesi ma banche in difficoltà, qualora siano abbastanza grandi da poter generare un rischio sistemico per il paese e/o per l’Unione.

E’ il cosiddetto “backstop” per il Fondo di risoluzione unico, un fondo finanziato dalle banche europee che serve ad aiutare istituti finanziari in difficoltà. Con l’introduzione del “backstop” il MES potrà finanziare il Fondo di risoluzione fino a 55 miliardi;

Le banche più esposte a crisi sistemiche sono le seguenti.

Curioso che buona parte degli istituti che hanno queste caratteristiche abbiano sede in Germania ed in Francia, no?

Curioso che il più grande Istituto bancario tedesco, la Deusche Bank. Sia da anni una mina vagante, una bomba finanziaria in attesa di esplodere, che mezzo mondo cerca di disinnescare, no?

Da notare come questi istituti suppostamente “solidi” abbiano investito un multiplo del loro patrimonio in strumenti puramente speculativi, come i futures.

Il rischio segue al fatto che, in buona sostanza, quando il mercato prende una decisione chiara e rapida, i futures, normalmente bilanciati tra scommesse al rialzo ed al ribasso ( questo sono i futures), si trovano improvvisamente sbilanciati e quelli avversi all’evento che si sta verificando devono essere liquidati con perdite che spesso si avvicinano all’intero capitale investito.

Ricapitoliamo: con la riforma la parte più disgustosa del MEs resta invariata. A questa si aggiunge la possibilità di salvare con i soldi di tutti i cittadini europei, grandi sistmei bancari che, per pareggiare i conti con l’acquisto a tassi negativi dei bond nazionali, si espongono a scommesse rischiosissime, con la consolazione che la politica provvederà a costituire un paracadute , in caso di guai.

A questo Mes non si poteva non votare no, se davvero si aveva a cuore l^?Europa, la solidarietà la sussidiarietà etc etc etc.

Lo so, sono in cattiva compagnia, dal punto di vista politico, in questa mia disanima. Ma, come si dice, anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno…

Niente basta, a colui al quale non basta quel che è sufficiente/11 il trolley truck

trolley trucks ovvero: filocamion

Una idea che abbiamo perseguito per dieci anni, divulgandone la ragionevolezza e gli aspetti più innovativi ed interessanti, insieme a Massimo De Carlo e Corrado Petri. Un documento da noi redatto ormai cinque anni, da cui sono tratte le note che seguono, ha girato anche in Europa, riuscendo infine a ricevere attenzione.

1.         Il concetto

Il concetto è relativamente semplice ed intuitivo:

  • data per scontata la maggior efficienza economicità ed affidabilità dei veicoli elettrici rispetto a quelli tradizionali
  • ed analogamente data per dimostrata la possibilità di tagliare in modo drastico l’emissione di inquinanti,

resta da comprendere il modo più opportuno per arrivare, in tempi rapidi, diciamo nell’arco dei prossimi 10-20 anni, alla sostituzione dell’attuale parco circolante con un parco di veicoli elettrici.

Dati la tecnologia ed i costi degli attuali sistemi di accumulo disponibili, appare attualmente antieconomico sostituire il traffico pesante con veicoli elettrici, se non su percorsi a breve raggio e con mezzi medio piccoli. Questa situazione è destinata a cambiare rapidamente, con l’avvento di tecnologie di accumulo più performanti, con il calo dei costi e con la creazione di reti di ricarica rapida. Benché tutto questo sia auspicabile, è importante creare le premesse perché la transizione sia rapida e avvenga a fronte di vantaggi, anche economici, per la UE, fin dalle prime fasi. Le E-highways e i filocamion (o “Trolley Trucks”, in breve TT) appaiono un modo economico rapido efficiente e conveniente di implementare detta transizione IMMEDIATAMENTE, senza attendere successivi sviluppi tecnologici.

Infatti il costo di una trasformazione di un veicolo ESISTENTE si può stimare intorno a 100-150.000 euro (o meno, su volumi di conversione decenti). Tale investimento può essere rapidissimamente recuperato sotto forma di

·         risparmio nei costi carburante

·         riduzione costi manutenzione causa maggiore affidabilità del mezzo.

·         maggiore durata del mezzo con conseguente riduzione del costo annuo di ammortamento dello stesso

·         sgravi fiscali

·         risparmio costi assicurazione, bollo

etc etc.

2.         Cenni storici: il filocarro della Valtellina

Il filocarro della Valtellina come modello del futuro

Come spesso succede, anche con le idee apparentemente innovative, è sempre possibile trovare dei precedenti.

In questo caso, le prime sperimentazioni di “Trolley trucks” sono state effettuate in Italia, con il “filocarro” della Valtellina. Data la lunghezza della linea (80 chilometri) il numero di veicoli coinvolti, le modalità e la durata dell’utilizzo, ultradecennale, si può, a pieno titolo, parlare di sperimentazione operativa. A tutt’oggi tale esempio in Europa RESTA INSUPERATO.

Il filocarro è stato realizzato e prodotto dalla AEM di Milano, dal 1938 al 1962 proprietaria della diga costruita per la centrale idroelettrica della Valtellina.

Un totale di 20 veicoli pesanti (camion e bus) con il trolley sono stati utilizzati per il trasporto di cemento, sabbia e attrezzature per la costruzione delle dighe San Giacomo e Cancano II in Alta Valtellina, destinate a soddisfare il fabbisogno di energia elettrica della città di Milano.

16 camion erano a tre assi ed uno a quattro assi, due trattori per trainare carichi pesanti e due veri e propri filobus per il trasporto del personale, tutti operavano a 650 volt in corrente continua tratte dalle linee elettriche aeree (bifilari, vedi 3.1).

La lunghezza totale delle linee di questa Filovia dello Stelvio era, come detto, di circa 80 chilometri.

Riferimento web: https://it.wikipedia.org/wiki/Filovia_dello_Stelvio

L’esempio storico della Valtellina dimostra che l’implementazione a scala industriale del filocamion era perfettamente fattibile quasi ottanta anni fa. La combinazione di (1) progressi tecnologici maturati da allora, soprattutto in elettromeccanica, elettronica e cibernetica, (2) costi fortemente incrementati dell’energia, (3) sensibilità ambientale, in particolar modo per quanto riguarda i costi sanitari ed ambientali insiti nell’attuale mix trasportistico, rende evidente che oggi sia possibile applicare questa tecnologia con vantaggi molto maggiori.

A supporto di questa affermazione, attualmente (vedere 4.) ci sono diversi esempi di applicazione in esercizio e/o sperimentazione.

3.         Principali componenti tecnici specifici:

linea bifilare e trolley pole

3.1       Bifilare

Mentre un tram o un treno possono utilizzare anche i binari per chiudere il circuito e quindi necessitano di una sola linea aerea, questa possibilità è ovviamente preclusa ai mezzi su gomma. Pertanto la linea aerea per alimentarli è a due cavi e si chiama, in italiano, bifilare.

Riferimento web: https://it.wikipedia.org/wiki/Bifilare

3.2       “Trolley poles” o aste di captazione

A questa bifilare si agganciano i “trolley poles” o aste di captazione, in italiano.

Dettaglio della cima conduttrice di un “trolley pole”

Riferimenti web: https://en.wikipedia.org/wiki/Trolley_pole

https://it.wikipedia.org/wiki/Asta_di_captazione

3.3       Altri componenti

Questi due sono i principali componenti specifici di un sistema di filocamion. Sono perfettamente noti e sviluppati.

Ugualmente noti e sviluppati sono componenti non specifici quali il sistema di propulsione (elettrico o misto) dei mezzi, il sistema di alimentazione della filovia, e il sistema elettronico di controllo e gestione della medesima.

4.         Esperienze o attività in corso

Presentiamo alcuni esempi odierni di linee bifilari di lunga estensione, in esercizio o in sperimentazione, che dimostrano la fattibilità tecnologica del concetto.

4.1       Filobus in Crimea

la linea di filobus più lunga del mondo, quasi 90 km, in Crimea è un ottimo esempio, che, con la sua semplicità, dimostra l’immediata fattibilità tecnica della cosa.

Riferimento web:

http://mondoelettrico.blogspot.it/2010/04/la-busvia-elettrificata-piu-lunga-del.html

4.2       Il Trolley truck svedese di Scania 

Riferimento web:

http://newsroom.scania.com/en-group/2012/07/04/electric-truck-for-alternative-ore-transportation/

Un’ottima verifica sui costi di elettrificazione: 1.5 miliardi di corone (165 milioni di euro), per realizzare una linea di 100 km: quindi costo medio di 1.65 milioni di euro/Km. Appoggio dunque su questi dati (recenti e a scala significativa) la mia stima per una linea autostradale, comprensiva di sottostazioni di alimentazione ecc., che è di 1.5-2 milioni €/km. Le notizie su questo progetto che ho trovato sono ferme al 2012. Il sistema di propulsione (powertrain) è Siemens, come nell’esempio 4.4 (vedi sotto).

Riferimento web: http://mondoelettrico.blogspot.it/2012/03/il-filocarro-svedese.html

4.3       Trolley trucks in miniera, in Zambia

Questo esempio dimostra che non ci sono limiti di potenza.

Un filmato è disponibile qui:

Sarebbe consigliabile sintetizzare qualche dato tecnico

4.4       Progetto E-highway Siemens-Volvo

https://lh4.googleusercontent.com/xlAOOlx1sBX_U7HIq9DpsciFJTugarGIYQv7W0mqSkFPwHbC2QJYyWX_dyMMKGsZdtvDN9kds2ZXkY1wu0AEO8eD-KEMN0WX3hGOlenc2_OBsnjxYvo6gGQ13xp9TEXWTaz0GvW2https://lh4.googleusercontent.com/rpooCfhHuQcYPWeiC5sDFWrGn4RO08hSGvtZa6V9Bg_QIOTvbYwZq7wodMLAjvX1P8srF1lcXN1C83x80M7OIWUIzPgqd9LlE44mbtn_R_FB4wFjKhAvRgmRQtYGOnlW3UGxQZQQhttps://lh6.googleusercontent.com/6QX8n5-EvA9j6tZXXYO-TcVYhGZmj_XnKoGVqqVGflK_hTT_9jdCOxLfKhEeTkPqlFTyc_XiXXRAoEBN_KhYq6ZG1rRvASKLv088hTapMz5pTq0DL9aen-EZvg6ovdtZlJ1pcS8K

in sostanza: un Trolley truck che ha sistemi sofisticati di controllo e consente l’aggancio/sgancio ad ogni velocità. inoltre ha sistemi di accumulo di bordo che permettono i sorpassi e la marcia fuori dalle aree alimentate, per un certo numero di km. Una possibilità semplice, che pure viene studiata, per abbattere i costi del sistema a doppi alimentazione è quella di un veicolo bimodale, ovvero elettrico ma alimentato sia dal bifilare sia, in alternativa, da un generatore di bordo. È attualmente la soluzione ottimale dal punto di vista funzionale ed economico, per l’implementazione in kit su veicoli esistenti. È stata realizzata da alcuni anni una linea di prova di 4 km in Europa.

http://www.mobility.siemens.com/mobility/global/en/interurban-mobility/road-solutions/electric-powered-hgv-traffic-eHighway/the-ehighway-concept/Pages/the-ehighway-concept.aspx

4.5       News disponibili recenti 

4.5.1 Prevista l’installazione di una linea di prova di due km in California nell’ambito del progetto ENUBA

http://www.siemens.com/press/en/pressrelease/2014/infrastructure-cities/mobility-logistics/icmol20140812.htm?content[]=ICMOL&content[]=MO

https://www.auto21.net/2017/11/13/la-tecnologia-per-i-filo-camion-messa-alla-prova-anche-in-california/

4.5.2 FILOCAMION SULL’AUTOSTRADA BREBEMI

L’iniziativa prevede la sperimentazione dei primi 6 chilometri dell’autostrada (3 chilometri su ognuna delle due direzioni di marcia) che entreranno in funzione nel 2021, nel tratto compreso tra Romano Lombardo e Calcio. Alimentati da pannelli fotovoltaici disposti lungo l’autostrada stessa.

https://www.askanews.it/cultura/2019/03/27/autostrada-elettrica-brebemi-a-scuola-tedesca-pn_20190327_00022/

6.         I costi ambientali

Ma l’analisi dei costi finora presentata non ha preso ancora in considerazione un elemento di grande peso e crescente importanza politica e sociale: le esternalità del trasporto pesante su gomma, e soprattutto quelle derivate dall’inquinamento ambientale. È su questo versante che la proposta E-highways & Trolley  trucks può apportare benefici decisivi, specialmente tenendo conto della sua effettiva applicabilità in volumi importanti e tempi brevi, grazie agli immediati benefici economici derivanti agli autotrasportatori da una sua implementazione.

Infatti, considerando le emissioni di un mezzo pesante, i costi marginali di inquinamento sono infatti molto maggiori del costo attuale del trasporto stradale: fino al 200%-300% di tali costi, come analizzati in 5.2.

Lo giustificheremo di seguito.

6.1       Costi marginali di inquinamento (NOX e PM2,5)

Il seguente grafico presenta dati recenti (2010)[1] sui costi marginali di inquinamento corrispondenti a due dei principali contaminanti emessi: gli ossidi di nitrogeno NOX e il particolato PM 2,5.

Nel caso italiano, il costo marginale legato all’inquinamento è :

  • di circa 0.048 €/grammo per il PM2,5 (valore medio su scala europea),
  • di circa 0.018 €/grammo per gli NOX (valore medio-alto su scala europea).

6.2       Emissioni in condizioni di reale utilizzo

Un camion moderno da 40 tonnellate consuma mediamente 1 litro per percorrere 2 km. O meno, in città e in condizioni difficili. Le emissioni sono le seguenti, sempre da dati da ricerche UE[2] che confrontano le emissioni di mezzi pesanti diesel e CNG (compressed natural gas, gas naturale compresso):

6.3       Stima delle esternalità di inquinamento

Combinando i dati presentati in 6.1 e 6.2 sopra possiamo vedere che:

Grammi/ kmCosto per grammoEsternalità: costo per km
(da 6.2)(da 6.1)
NO xmin30,25 € 0,047 €  1,44
max42,45 € 0,047 €   2,02
media36,35 € 0,047 € 1,73
Grammi/ kmCosto per grammoEsternalità: costo per km
PM 2,5min46,25 €  0,018 €   0,83
max54,43 €  0,018 €0,97
media50,34 €  0,018 €       0,90
Esternalità: costo per km
NO x + PM 2,5min € 2,26
max €  2,99
media € 2,63

Vediamo che l’impatto economico soltanto da questi due inquinanti (cioè senza considerare il costo indotto da HC, CO, CO2; quindi in una stima nettamente per difetto) può stimarsi in 2,26-2,99 €/km, con una media di 2,63 €/km.

Si tratta quindi di un costo elevatissimo e superiore al costo chilometrico complessivo del camion.

– 3-4 volte superiori al costo di carburante

– 2 volte superiori al costo del conducente

– 10-12 volte superiori ai costi autostradali.

Questo calcolo di esternalità dimostrano inoltre che il presente modello produttivo e fiscale sta sovvenzionando pesantemente il trasporto merci su gomma con combustibili fossili, a spese di tutta la comunità. Lo sviluppo dell’elettrificazione presenta quindi una possibilità notevole per riequilibrare questa situazione distorta, a beneficio di tutti.


[1]                    http://www.ferpress.it/wp-content/uploads/2013/06/trasportomercieuropa1.pdf

[2]       http://www.ehpt.it/pdf/Giorgio_Martini.pdf

CNG: gas metano è uno studio sui vantaggi della metanizzazione, peraltro da perseguire.

7.         Possibilità di risparmio

Le presentiamo in funzione dell’analisi precedentemente svolta dei costi internalizzati ed esternalizzati;

  • risparmio di carburante
  • risparmi fiscali vincolati alla riduzioni delle esternalità,
  • altri vantaggi.

7.1       Risparmio in carburante

La conversione a modalità bimodali o elettrica con generatore di bordo, permette di ridurre questi costi di almeno il 50% (stima ragionevole tenendo conto delle percorrenze autostradali rispetto a quelle stradali e del costo per km a trazione elettrica, circa 25-30 centesimi, con un costo a kWh ipotizzato di 12-15 centesimi).

7.2       Un possibile modello di stimolo fiscale

Un ulteriore importante risparmio (vedere 6) potrebbe derivare dall'”internalizzazione” dei costi derivanti dall’emissione di CO2. NOX e particolato, trasferiti come imposte di circolazione o con altri metodi ed ovviamente alleggerite, anzi: annullate, per mezzi con caratteristiche bimodali o elettrici con generatore di bordo.

I costi autostradali documentati in 5.2 sopra potrebbero essere ridotti di due terzi, per questi veicoli, ad esempio sulla base di politiche europee concordate.

Considerando una percorrenza media di 150.000 km/anno, con un carico fiscale tipico di circa 20 centesimi /km  ( 21 centesimi nel caso dell’italia) uno sgravio del 50% o 65 % ( intensità analoga agli interventi di ristrutturazione energetica delle abitazioni) si traduce in circa 15.000-20.000 euro/anno di benefici fiscali. chiarire meglio questo punto, il ragionamento non è trasparente

Questi sgravi potrebbero essere concessi SENZA EXTRACOSTI PER GLI STATI MEMBRI, come mostrato in 6.3, a causa dei benefici in termini ambientali e sanitari.

Questa stima, in sostanza, si basa sul girare agli autotrasportatori “virtuosi” una parte del risparmio derivante dall’abbattimento degli inquinanti, si veda il paragrafo relativo.

In realtà, se si torna a considerare il paragrafo 6.3 dei costi delle esternalità, si potrebbe dare un contributo, anche in forma diretta, addirittura tre volte superiore e sempre con un risparmio netto per la Comunità (senza parlare dei benefici per l’ambiente ed i cittadini)!

Un contributo tre volte superiore porterebbe a benefici totali per circa 45-60 k euro/anno, in grado di recuperare in pochissimi anni i costi di conversione del mezzo.

7.3       Altri vantaggi

La vendita dell’energia elettrica sarebbe, d’altro canto, l’occasione per un nuovo cespite di guadagno per le società autostradali ed una concreta opportunità per una loro trasformazione in multiutilities, senza contare la possibilità di produrre energia coprendo la corsia lenta e/o le lunghissime barriere antirumore con strutture che sostengono pannelli fotovoltaici.

infine, modulando la fornitura di energia e monitorando adeguatamente i carichi sulla rete, sarebbe possibile far viaggiare i veicoli in regime semiautomatico o del tutto automatico, a distanza ravvicinata ma con molti meno rischi che nel caso di un controllo umano. Questo permetterebbe dei periodi di relax ai guidatori, attualmente sottoposti a “tours de force” massacranti ( l’orario di lavoro legale i Europa è di 56 ore alla settimana, ricordo!!)

8.        Ritorno dell’investimento e applicabilità

8.1      Ritorno dell’investimento

Riconoscendo, ad esempio, sgravi fiscali esenzioni pedaggi e vantaggi vari pari al 15% di questo costo marginale, 50 centesimi AL KM, tenendo conto della percorrenza media annuale, (cercare riferimenti, io stimo almeno 100-150.000 km/anno, dato che la percorrenza teorica a 80 km/h con 56 ore alla settimana, 52 settimane all’anno è di oltre 230.000 km/anno), tenendo conto degli altri risparmi valutabili in circa altri 50-70 k euro, si permetterebbe l’acquisto di un kit di omologazione (al costo segnalato in 1. intorno a 100-150-000 €)  con un recupero del’investimento in tempi brevissimi, certamente inferiore a tre anni e questo anche considerando il pagamento dell’energia elettrica consumata, che anche venduta a prezzo di mercato consumer, 15 centesimi/kWh, consentirebbe costi di percorrenza dimezzati rispetto al gasolio. E’ bene considerare anche i costi complessivi di manutenzione del mezzo, che risultano di gran lunga diminuiti, grazie alla minore usura di parti meccaniche ( frenata almeno parzialmente sostituita dalla frenata elettrica con recupero di energia) e/o al minor costo dei materiali di consumo, ( filtri, liquidi etc etc) dovuti al dimensionamento frazionale dei nuovi gruppi ICE/ generatori di bordo, al posto del precedente ICE di trazione.

8.2      Applicabilità di un kit di retrofit elettrico alla flotta esistente

La flotta europea per oltre tre quarti è composta da veicoli relativamente nuovi, ( età inferiore ad 8 anni)con una elevata percorrenza residua. Oltre la metà della flotta ha meno di 6 anni.

Quadro di anzianità della flotta:

Figura 12: distribuzione per età dei veicoli commerciali pesanti utilizzati dagli autotrasportatori dell’UE-27 nel 2012 (% rispetto al totale di veicoli-km). Fonte: Eurostat, DG MOVE.

Altri dati sul tema:

http://glossary.eea.europa.eu//terminology/sitesearch?term=heavy+duty+vehicles

Questo rende interessante il retrofit elettrico dei veicoli, data la percorrenza residua attesa, che oltretutto verrà decisamente aumentata dopo la conversione, date le caratteristiche della trazione elettrica, così ulteriormente aumentando il beneficio sia economico sia, soprattutto ambientale, atteso con questo genere di attività..

8.3      Altri benefici non direttamente monetizzabili

Inoltre si avrebbero benefici certi, non monetizzabili direttamente, in termini di recupero industriale, occupazione, ricerca e sviluppo derivanti dall’implementazione, che certamente permetterebbero di ottenere ulteriori benefici.

Citiamo infine, anche se non sono i meno importanti, i benefici ambientali e la riduzione della nostra dipendenza (economica, industriale, strategica) dei combustibili fossili.

Appendice:

QUADRO LEGISLATIVO EUROPEO VEICOLI PESANTI:

http://ec.europa.eu/environment/air/transport/road.htm

ROAD MAP TO 2050

Lo scenario per i trasporti pesanti:

Cfr:

http://ec.europa.eu/clima/policies/transport/vehicles/heavy/index_en.htm

http://ec.europa.eu/clima/policies/transport/vehicles/heavy/documentation_en.htm

Lo standard previsto per l’unione europea:

http://transportpolicy.net/index.php?title=EU:_Heavy-duty:_Emissions

Il quadro legale

http://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:32005L0055

un quadro generale dell’influenza dei trasporti

http://ec.europa.eu/transport/strategies/facts-and-figures/all-themes/index_it.htm

Un documento riassuntivo degli avanzamenti nel settore dei trasporti su gomma pesanti

http://www.iru.org/index/cms-filesystem-action?file=mix-publications/DYK-Truck.E.pdf

un documento quadro sui trasporti su gomma in Italia, in Europa e nel mondo

file:///C:/Users/utente/Downloads/convegno%20anfia%20autopromotec%2031102014%20(1).pdf

Leggendo i documenti citati si può riassumere:

L’impatto dei veicoli pesanti i termini di CO2 è nell’ordine di un quarto del totale legato ai trasporti terrestri,ovvero circa il 6% delle emissioni totali di CO2 in Europa.

Molto più rilevante, tuttavia, è l’incidenza su altri inquinanti: il particolato PM10 ( ed inferiore) e gli ossidi di azoto NOX.

Ancora importante ma in calo, grazie alla stretta sulla composizione dei carburanti, l’incidenza sull’SO2. Tutti questi valori si prevedono in forte calo( fino ad oltre il 90%!!) con la diffusione di mezzi Euro V ed Euro VI.

Resta un notevole influsso sull’inquinamento nelle aree attraversate da vie ad alta intensità di traffico pesante.

Ad esempio, tra i mille e mille cito questo documento:

http://www.comune.brescia.it/servizi/ambienteeverde/tutelaambiente/Documents/RelazioneComuneBrescia_Autostrada.pdf

relativo ad un intorno di 30 km della città di Brescia.

come si vede il trasporto su strada genera quasi un terzo e non un quarto del totale delle emissioni dei vari inquinanti.

Riguardo ai consumi energetici invece, il traffico pesante influisce su circa il 25% del totale ovvero intorno all’8-9% del totale dei consumi energetici europei.

Il settore del trasporto pesante, secondo le diverse stime ricavabili dai documenti citati, da lavoro a circa 6-10 milioni di persone e vale intorno al 4% del PIL europeo. 600 miliardi di euro.

In infrastrutture ( autostrade ponti etc etc) L’Europa investe circa 150 miliardi di euro/anno. Con l’1% di questa cifra, 1.5 miliardi di euro, potrebbero essere elettrificati 1500 km di autostrade All’ANNO. Dato che i km di autostrade in Europa (http://www.lestradedellinformazione.it/site/home/rubriche/articolo6220.html )

 Sono circa 72.000, in 25 anni potrebbero essere elettrificati circa il 50% delle tratte autostradali.

Con una intensità pari al 10%, tra l’altro facilmente ripagabile dalla vendita dell’energia elettrica prodotta, potrebbe essere elettrificata l’intera rete autostradale Europea in soli 5 anni.

[1] https://it.m.wikipedia.org/wiki/Schema_Ponzi

[2] https://www.crisiswhatcrisis.it/2020/01/20/yo-yo-36-miliardi-ed-una-bottiglia-di-rhum/

[3] https://www.crisiswhatcrisis.it/2016/07/28/il-picco-del-tempo-e-del-denaro/

[4] https://www.milanofinanza.it/news/perche-il-sistema-capitalistico-e-praticamente-morto-202005051341469082

( continua)

Argomenti ancora da sviluppare:

un’unica plastica per tutti gli usi domestici comuni

Garanzia obbligatoria di durata crescente. un anno ogni due anni fino ad arrivare ad almeno dieci anni per tutti i prodotti più comuni ( elettrodomestici grigi e neri, veicoli, sistemi elettronici, etc..)

carbon taxing ( diverso da carbon tax)

Referenze e spunti vari, quadro finanza globale eterodosso…

Niente basta, a colui al quale non basta quel che è sufficiente/10 Il pedal coin

Il pedal coin, storia di una idea promettente

Quel che segue è uno zibaldone di lavoro, da cui avevamo sviluppato nel tempo varie ipotesi operative, non riproducibili su un blog. Serve comunque, spero, ad introdurre e mostrare in cosa sarebbe consistito il pedal coin.

Purtroppo se qualcuno l’introdurrà, state pur certi che NON sarà in open source…

Molto semplicemente, dopo un paio di anni di divulgazione nei nostri circoli amicali, magari per convergenze parallele, magari perché vi sono pochi gradi di separazione fra due individui qualunque sul pianeta….è arrivato questo.

Con tanti cari saluti allo spazio per un futuro libero ed indipendente del concetto.

Unica consolazione: le idee, i memi, non ti appartengono davvero. una volta divulgate, vivono nella testa di chi le condivide.

( segue lo zibaldone, per chi ha voglia)

PEDAL COIN: UNA PROPOSTA OPERATIVA

INTRODUZIONE

Dopo la nascita dell’antesignana, Bitcoin, sono state create centinaia di monete virtuali, ciascuna con le proprie specificità ed i propri punti di forza, ciascuna in lotta per la sopravvivenza, alla ricerca di una nicchia di mercato.

Tutte si basano su due concetti fondamentali: il registro distribuito o distributed ledger e la catena di blocchi o blockchain come metodo di archiviazione condiviso.

Esistono due principali protocolli di funzionamento del “distributed ledger” con infinite e continuamente modificate varianti: il cd proof of work e il cd. “proof of stake”.

Questi protocolli, implementati in modo diffuso, costituiscono il segreto del successo di queste monete “virtuali”, perché, sostanzialmente, premiano gli utenti del sistema che forniscono la capacità di calcolo necessaria a svolgere i complessi procedimenti di calcolo che garantiscono transazioni sicure e la loro archiviazione condivisa nella rete ( cd distributed ledger).

Questo processo di calcolo a supporto di una particolare moneta si chiama “mining” e viene attuato secondo un particolare protocollo, che nella maggior parte dei casi e segnatamente nella più nota e diffusa di queste monete, il bitcoin, viene “premiato” con nuova moneta, allo svolgimento di un certo numero ( solitamente esponenzialmente crescente nel tempo) di calcoli connessi alle operazioni di validazione.

A causa della sua crescente complessità, che dipende duplicemente dal tempo, sia per la natura stessa del protocollo utilizzato sia perché il numero di transazioni aumenta all’aumentare della moneta in circolo e della sua diffusione, attualmente il mining è una attività che richiede enormi potenze di calcolo, elevati investimenti in tecnologia dedicata ed energia e costi crescenti anche in termini ambientali, per essere una attività remunerativa.

Proprio per questo, appositi panel costituiti dai fondatori della rete hanno più volte rivisto il protocollo di funzionamento, al fine di renderlo meno energy intensive, mantenendo lo schema di funzionamento, anche al fine di garantire la principale delle caratteristiche di queste monete, ovvero la loro natura di moente a credito ( vengono emesse solo a fronte di una attività e/o un investimento), tendenzialmente deflattive. Infatti il numero di monete totali è predefinito o mediante una unica emissione una volta per tutte o, come nel caso dei bitcoin, dalla crescente difficoltà di ottenere nuova moneta a fronte di un dato lavoro di calcolo eseguito.

Benché non sia lo scopo del presente lavoro fornire una analisi anche solo pallidamente esaustiva del concetto di moneta, si fa solo presente che la “virtualità” di queste monete è sostanzialmente simile a quelle delle monete ordinarie più diffuse, che sono anche esse, strettamente, virtuali

Sono infatti monete cosidette “fiat” ( dal fiat lux, di biblica memoria: sono un atto di imperio di una organizzazione nazionale o sovranazionale ( l’euro) che le fa “esistere”).

Da tempo, quindi, il denaro è un mezzo di scambio non connesso ad una singola e particolare entità fisica, potendo così essere prodotto nella quantità e con le modalità desiderate.

Il suo valore, dipende dal mercato, ovvero dalla utilità percepita dal suo possesso e quindi dall’interscambio con altre entità virtuali ( altre monete fiat) o reali ( beni e servizi, ad esempio il petrolio).

Per la loro natura “speculativa” le monete virtuali sono state prima ignorate e poi fieramente irrise, fino a che, circa tre anni fa si è assistito ad una esplosione del valore , iper esponenziale e speculativa, che ha visto un bitcoin passare da poche decine  a 1200 dollari, crollare a poco più di 100 dollari e rimbalzare poi fino a quasi ventimila dollari di valore, trascinando con se le principali monete.

Attualmente si assiste ad un forte ridimensionamento da quei valori stratosferici ed ad un opportuno ripensamento sia sui protocolli sia sulle potenzialità delle varie monete. Alla fine, come è logico che sia, delle centinaia esistenti, ne resteranno solo poche, ciascuna presumibilmente, andando a coprire una nicchia differente di diffusione e funzionamento.

Il pedal coin è una proposta operativa che intende creare una “” moneta” o, più correttamente un mezzo di scambio che sia basato:

  • Sul distributed edger
  • Su un metodo di funzionamento e consenso affine alla proof of work (POW) o proof of burn ( POB). Nel caso di una proof of Work andrà valutata la possibilità di un protocollo tipo mimble wimble3
  • Su una precisa attività fisica che sia verificabile tramite  una funzione di hash crittografico con HW di bordo
  • firma digitale
  • rete permissionless peer to peer ( p2p)
  • crittografia a chiave pubblica e privata.
  • Che generi benefici diretti ed immediati con la sua stessa esistenza
  • Che possa vedere la sua utilità sociale, economica ed ambientale riconosciuta dalla rete finanziaria tradizionale, ad esempio sotto forma di sgravi fiscali riconosciuti alla presentazione di tokens, in modo da rendere possibile, con vantaggio per ambedue i mondi, un punto di contatto.

L’attività che si intende porre alla base della sua esistenza è tanto semplice quanto intuitiva: il movimento in bicicletta, declinato su qualunque percorso e qualunque finalità. Ovviamente il concetto, una volta implementato, è passibile di essere allargato ad altre attività analogamente “virtuose”.

Rapida analisi dei benefici personali e collettivi attesi dall’uso di un velocipede

Prima di affrontare il tema complesso dei benefici diretti attesi, sembra più opportuno perché ragionevolmente prevalenti, affrontare quello dei benefici indiretti, derivanti, in sostanza, dalla sostituzione di spostamenti attuati con mezzi a motore con spostamenti attuati con velocipedi.

E’ comune consapevolezza che il costo per la collettività degli spostamenti che utilizzano mezzi endotermici o, più genericamente, a motore, è un multiplo di quello percepibile dal singolo cittadino.

Il cittadino infatti è conscio dei costi fissi ( bollo, assicurazione, rate di acquisto e/o deprezzamento) del veicolo che utilizza e di quelli variabili ( riparazioni, manutenzione, incidenti etc) mentre ben difficilmente può rendersi conto di quelli che vengono sostenuti dalla collettività.

Fra questi sono ben visibili quelli legati alla realizzazione ed al mantenimento delle infrastrutture trasportistiche necessarie, strade, viadotti, segnaletica, barriere di protezione; molto meno quelli legati agli aumentati rischi sanitari ( incidenti, malattie croniche legate all’inquinamento, degrado delle condizioni psicofisiche delle persone etc etc). Ancora meno immediatamente visibili sono quelli necessari a mantenere la complessa infrastruttura indispensabile per il rifornimento dei veicoli, il loro smaltimento la loro costruzione, i sussidi( spesso immensi) alle aziende del settore, agli autotrasporti etc etc.

Tali sussidi ai settori interessati sono spesso i maggiori, percentualmente, che lo Stato fornisce al sistema produttivo, ed i costi infrastrutturali accennati sono tra i principali che deve affrontare.

Senza, naturalmente, tener conto delle problematiche connesse  alle guerre, agli sbalzi del mercato petrolifero, etc etc. Senza contare, infine, l’immenso danno ambientale provocato, la devastazione di interi ecosistemi, il rischio sanitario che provoca decine di migliaia di morti all’anno.

Esiste una ampia, quasi infinita, messe di studi che hanno affrontato l’insieme di questi costi, palesi ed occulti, alcuni citati in bibliografia. Qui basterà ricordare uno degli studi più puntuale e recente, europeo, che ha stimato queste esternalità ( i costi che la comunità affronta per ogni km percorso in auto)  in 11 centesimi al km percorso, mentre ha stimato in 18 centesimi i benefici ( esternalità positive) derivanti da 1 km percorso in bicicletta ed in 37centesimi a piedi.

I costi complessivi affrontati in Europa per garantire il trasporto automobilistico sono stimati in 500 miliardi euro all’anno.

Se si tiene conto del basso tasso di riempimento delle auto, mediamente meno di due persone a veicolo, si può ritenere che i benefici costituiti dall’usare la bicicletta al posto dell’auto, immaginando di sostituire un’auto con due passeggeri con due persone in bicicletta, siano pari a circa 11/2+18*2=41,5 centesimi al km.

Tutto questo serve a fornire una possibile base di calcolo per agganciare una moneta che viene generata se e solo se si pedala, spostandosi tra due punti geografici differenti, al mondo economico reale. Il pedal coin, in sostanza, si propone come una specie di “certificato bianco”a minimale ed accessibile a tutti, con un suo mercato ( la piattaforma stessa) un suo metodo di archiviazione, distribuzione, certificazione e generazione ( la blockchain, il distributed ledger e la proof of work) e un suo valore di partenza, determinato dalla utilità ambientale sociale ed economica che la sua stessa esistenza attesta. Tale valore, inizialmente per motivi politici/ambientali, ma ben presto per motivi concretamente economici e sociali, dovrebbe o potrebbe essere riconosciuto dagli Stati in cui viene implementato, ad esempio sotto forma di sgravi fiscali riconosciuti dalla presentazione di pedal coins, secondo un interscambio che sia dell’ordine di grandezza necessario a riconoscere almeno il 50% dei benefici attesi al presentatore di pedal coin. E’ bene chiarire che il presentatore dei pedal coins potrebbe NON essere colui che ha materialmente pedalato per i corrispondenti chilometri ma che tali pedalcoins esistono solo grazie al fatto che si è svolta QUELLA e non altre attività ( proof of work).

Implementazione

L’implementazione prevede un protocollo simile alle versioni più “leggere” del protocollo di funzionamento del distributed ledger e relativadi bitcoin. Tale protocollo leggero è necessario perché il calcolo si svolge sfruttando la potenza di calcolo disponibile sugli smartphones attuali.

Il processo di mining si avvia SE e solo se, il dispositivo è agganciato con procedura di crittazione a doppia chiave, ad un minidispositivo connesso alla bici ( può essere portato anche in tasca) che, dotato di piattaforma inerziale di derivazione dalle schede dei cellulari attuali, dia dati di posizione velocità e caratteristiche di movimento congruenti con quelli risultanti dal cellulare stesso.

In poche e più semplici parole, se il sw di mining non vede un movimento che è assimilabile al pedalare ed analogamente il dispositivo “di bordo” ( può essere un gadget che fornisce una buona luce frontale e contiene l’accellerometro ed il dispositivo di connessione bluetooth) non vede lo stesso movimento, con una tolleranza la più stretta possibile, il mining NON si attiva.

I PEDAL COINS VENGONO GENERATI, TASSATIVAMENTE, SE E SOLO SE SI PEDALA, SU UN PERCORSO DEFINITO E MISURABILE TRAMITE GPS. Ecco perché una modalità tipo la proof of burn, che prevede di “bruciare” una certa quantità, in percentuale, dei token generati, in cambio di tokens premiali potrebbe permettere di collegare questi ai km percorsi, grazie alla variabile tempo, a sua volta connessa alle transazioni eseguite ed alla disponibilità di rinunciare ad un dato numero di token. Una cosa comunque da approfondire e non banale, come appare ovvio.

Proof of work e pedal coin analisi alternative

Un modo compatto e necessariamente semplicistico di definire la complessa serie di calcoli numerici sottostante alla validazione dei blocchi, nota come proof of work, è che la proof of work  consente alla rete di non essere aggredibile da un hacker o un truffatore che voglia creare transazioni fittizie finalizzate o al collasso del sistema per sovraccarico ( DOS attack) o alla generazione di profitto per lui, tramite incameramento illegittimo dei tokens ( delle monete virtuali) circolanti. In pratica, poiché i nodi della rete sono tutti ugualmente qualificati a riconoscere e validare una certa transazione, un attacco che crei una motitudine di noi che validino una operazione truffaldina potrebbe creare un forking, cioè un ramo della rete che, pur fittizio, essendo basato su una operazione scorretta, riceverebbe la maggior parte degli assensi e quindi verrebbe riconosciuto valido. Proprio la potenza di calcolo necessaria a validare un blocco di transazioni, legata alle modalità di formazione e validazione dei blocchi attività che viene remunerata dalla generazione di nuova moneta,  permette di bloccare queste intrusioni malevole, per insufficiente capacità di calcolo. Se quindi il concetto alla base della proof of work, evitare intrusioni malevole volte a far collassare il distributed ledger o modificare a proprio vantaggio lo stesso, ottenendo un reddito illecito, è questo, ecco che il pedalcoin come concepito, appare in grado di ottenere lo stesso risultato sostituendo alla proof of work la proof of pedal. 

Infatti un nodo malevolo, per far validare una transazione scorretta, o tentare un attacco DOS, dovrebbe prima di tutto fornire una proof of pedal ovvero mostrare che sta pedalando e che i suoi dati sono congruenti con quelli del device. Ma, ovviamente, non è possibile generare istanze multiple perché si avrebbe bisogno di device multiple che siano a loro volta congruenti con nodi multipli ed attivi ( stiano pedalando) congruenti con essi.

Proprio perché è basata fisicamente, su una azione difficilmente duplicabile o falsificabile, la proof of pedal non appare forzabile se non con il consenso della maggioranza dei nodi, cosa che non appare possibile ne probabile ( le device hanno chiavi private che le rendono non modificabili o crackabili). Il pedal coin viene generato, quindi, a fronte di una attività, una proof of work, che dipende dai km percorsi secondo un algoritmo da verificare. Ogni nodo attivo, ovvero che sta pedalando contribuisce alla validazione DIRETTA ( senza calcolazioni complesse ulteriori, dato che la rete non è forzabile) dei blocchi e viene direttamente premiato in modo costante, in dipendenza dei km fatti. L’aggancio alla rete avviene dopo assenso da parte del device e si mantiene se e solo se i dati ricavati dal device sono congruenti con quelli dello smartphone o smartwatch del candidato nodo. Esiste un limite superiore di 50 km/gg ( possibile grazie al timestamping)  che potrebbe essere imposto sia per evitare forzature nelle attività sia perché vi sono prove che percorrenze elevate non siamo significativamente positive per la salute dell’atleta e quindi, in ultima analisi, per la collettività.

Poiché è essenziale che si mantenga una democraticità tra i nodi ( ogni partecipante alla rete riceve tokens in proporzione ai km fatti) si propone che i tokens generati dalla chiusura di un dato blocco siano generati in proporzione dei km totali percorsi nel tempo generato dalla creazione del penultimo blocco da tutti i nodi partecipanti alla validazione e siano distribuiti in uno di due possibili modi:

  1. in maniera equa fra tutti. Benché in questo modo chi percorre più km viene premiato meno di chi ne percorre di meno nello stesso tempo, si ritiene che il tempo intercorso sia sufficientemente breve da non creare pesanti distorsioni e comunque potrebbe essere stabilito un limite minimo e massimo alle velocità di validazione di un nodo ( ad esempio 10 e 35 km/h) dato che quel che si vuole incentivare, ricordiamocelo sempre è LO SPOSTAMENTO in bicicletta tra due punti e non l’attività fisica in quanto tale e si ritiene quindi che velocità troppo alte o troppo basse siano indizi di attività diverse da quelle che intendiamo promuovere.
  2. In maniera proporzionale ai km percorsi dal singolo nodo nel tempo intercorso. In questo modo si mantiene un incentivo maggiore per chi, in un dato tempo si muove più velocemente, cosa di per se non obbligatoriamente sempre e comunque positiva. Rimane però il vantaggio sia di una maggiore equità che di un legame stretto con il contributo dato dal singolo al benessere collettivo.

I sensori necessari sono già presenti dentro ogni cellulare ( l’accelerometro dei cellulari è già in grado di riconoscere, grazie a molti sw liberamente scaricabili, il tipo di attività fisica svolta, il nr. di passi o di pedalate etc etc) e sono anche facilmente reperibili in forma estremamente miniaturizzata, ed economica, basterà qui ricordare gli orologi ed i bracciali utilizzati per le attività fisiche da milioni di atleti e semplici praticanti amatori, nel mondo. Si presuppone probabile una implementazione della piattaforma HW di conferma, cd “device” a partire da arduino e sensoristica connessa, per un costo stimabile, a sensore, di circa 5-15 euro e di circa 30-50 euro del device ( verifica necessaria). Da notare che il device ha anche l’utilissima caratteristica di poter costituire un ottimo allarme in caso di furto e che potrebbe essere realizzato in un bundle con altre utilità, ad esempio una luce e diffusore sonoro, una radio fm.. etc etc

La presenza di un doppio sensore, il proprio cellulare e il device di bordo” con collegamento a doppia chiave, rende difficili le truffe.

Si ritiene comunque che il valore tendenzialmente basso e comunque pari al massimo ad una ventina di centesimi, di un km percorso, nella sua interfaccia con il mondo reale tramite i riconoscimento di sgravi fiscali ( il 50% o meno dei benefici collettivi attesi per l’attività) renda scarsamente interessante l’implementazione di sistemi in grado di ingannare sia il sw sia il sensore “di bordo” che andrebbe, in qualche modo, pensato come certificato o certificabile e dotato di una sua univoca identità, per quanto anonima.

Da notare che il device può essere venduto con un riconoscimento parziale di un tot di pedal coin, che in qualche modo costituirebbe sia un modo di finanziare lo sviluppo dell’idea sia un modo per restituire utilità sotto forma di tokens a chi partecipa alla offerta iniziale di pedal coins. Si propone un intercambio credibile, ma comunque non troppo elevato, dato che i pedal coin saranno connessi ai km percorsi con valori in termini di ondo reali, bassi. ( 10 O 20 CENTESIMI A PEDAL COIN). Si vuole inoltre incentivare la creazione di valore mediante attività e non i rentier, che comprano device e non li usano.

Ad esempio 100 pedal coin, per un device da 50 euro.

O 200 per un device da 100 euro.

resta da chiarire:

  • Licenza per difendere l’idea. Propongo creative commons: chi vende sensori certificati e ci guadagna deve pagare le royalties previsti dalla legge. Chi li realizza senza fini di lucro ( ad esempio, un istituzione pubblica) e li distribuisce liberamente, no.
  • Il protocollo proof of work che sia leggero e compatibile con la potenza di calcolo disponibile e, nel contempo sia fisicamente agganciato ( tot al km, in qualche modo e non tot al minuto, per evitare che qualcuno vada in bici a passo di lumaca e faccia mining come un atleta in allenamento)è corretta la visone che vede la proof of pedal sufficiente?
  • Costi e modi di realizzare e certificare il sensore “on board”.
  • Lancio dell’idea, media coverage, endorsment politico e sistemico etc etc.

Bibliografia/riferimenti

I certificati verdi ed il loro fallimento https://www.theguardian.com/environment/2009/mar/10/lovelock-meacher-slam-carbon-trading

Stabilità ed affidabilità del Nakamoto consensus: https://eprint.iacr.org/2019/943.pdf

The Social Cost of Automobility, Cycling and Walking in the European Union

StefanGösslingabcAndyChoidKaelyDekkereDanielMetzlerf

https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0921800918308097?via%3Dihub

The True Costs of Automobility: External Costs of Cars Overview on existing estimates in EU-27

TU Dresden Chair of Transport Ecology Prof. Dr. Ing. Udo J. Becker Thilo Becker Julia Gerlach

https://stopclimatechange.net/fileadmin/content/documents/move-green/The_true_costs_of_cars_EN.pdf

3 https://www.binance.vision/it/blockchain/what-is-mimblewimble

Mimblewimble cambia il modello tradizionale delle transazioni blockchain. In una blockchain MW, non ci sono indirizzi identificabili o riutilizzabili, quindi tutte le transazioni appaiono ad un estraneo come dati casuali. I dati della transazione sono visibili soltanto ai rispettivi partecipanti. Quindi, un blocco Mimblewimble appare come una grande transazione invece di una combinazione di tante. Questo significa che i blocchi possono essere verificati e confermati, ma non forniscono alcuna informazione in merito a ciascuna transazione. Non è possibile collegare gli input individuali ai rispettivi output. Mimblewimble utilizza una funzione chiamata cut-through, in grado di ridurre i dati all’interno dei blocchi rimuovendo le informazioni sulle transazioni superflue. Quindi, invece di registrare ogni input e output (dai genitori di Alice a lei, e da Alice a Bob), il blocco registrerà solo una coppia input-output (dai genitori di Alice a Bob). In breve: Permette a una blockchain di avere una cronologia più compatta, più facile e veloce da scaricare, sincronizzare e verificare.

Inquadramento generale sui DL, blockchains e proof of work https://www.blockchain4innovation.it/esperti/blockchain-perche-e-cosi-importante/