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Non tutte le sfighe vengono per nuocere

Il Virus, il gregge, l’economia

Hermes, Dio del commercio, Asclepio e le tre figlie Igea, Panacea e Meditrina
Hermes, Dio del commercio, Asclepio e le tre figlie Igea, Panacea e Meditrina

Guardate questo disegno raffigura un antico bassorilievo.

Al centro si impone Asclepio ( Dio della medicina ).

A destra le sue figlie:

  • Igea (della della moderazione e della prevenzione);
  • Panacea (dea dell’uso delle piante magiche e medicamentose);
  • Meditrina (dea preservatrice della salute).

Sulla sinistra si mostrano Ermes e il suo caduceo (verga con serpenti gemelli intrecciati).

Il dio della guarigione guarda con sdegno e disprezzo Ermes, dio dei ladri, dei mercanti e del commercio.

Parliamoci chiaro: il tentativo, fatto da Merkel e Johnson, di ritardare la presa di coscienza nazionale della necessità di andare in lockdown come l’Italia,  non è certo ispirato da Asclepio.

Il punto è che nemmeno Mercurio, dopo tutto, ha motivo di essere contento.

Il motivo,a distanza di alcuni giorni dalle ultime dichiarazioni dei due, ( ci aspettiamo dal 60 al 70% di infettati, preparatevi a perdere un vostro caro, cose così) è chiaro. L’immunità di gregge si ottiene al presso di centinaia di migliaia di morti, in alcuni mesi. Nel frattempo l’economia è comunque congelata, nessuno compra nulla, e le aziende chiudono una dopo l’altra.

C’è stato un momento, una settimana fa,  in cui il mondo ha rischiato di contare, per davvero le decine o centinaia di milioni di morti, sacrificati sull’altare del Dio, in un sacrificio umano collettivo senza eguale nella pur truce storia dei riti del genere. Ma un piccolo paese, noto a tutti, caro a tutti, nonostante tutto, nonostante l’innato masochismo dei suoi cittadini, ha dato un esempio che non poteva essere ignorato: l’economia è importante, ma la vita dei cittadini, la solidarietà nei momenti di sciagura, sono più forti e più importanti.

Ha chiuso tutto, ha fermato tutto.

Ha fatto una scelta, coraggiosa, perché è un paese indebitato, con una economia schiacciata dalla malversazione, dalla scarsa visione strategica dei suoi imprenditori e dei suoi governanti e dagli interessi dei suoi vicini nel tenerlo perennemente sotto schiaffo, mantenendo artificiosamente elevati i tassi dei suoi buoni del tesoro. Quel piccolo paese, dapprima irriso ( si sa i suoi abitanti sono dei mammoni, familisti etc etc) è stato, sotto la spinta popolare mondiale, seguito da tutti gli altri.

Ha vinto Asclepio.

L’immunità di gregge, sarà quella generata dall’effetto gregge politico: una volta che un esempio che difende la vita delle persone rispetto ai conti correnti degli investitori viene reso noto, in un momento di elevatissima sensibilità dell’opinione pubblica, è quasi impossibile ignorarlo, contando con serenità  le centinaia, poi migliaia , pi decine di migliaia di morti.

Il mondo intero ha copiato quel piccolo paese, come un branco di lupi opportunisti, forse, ma di fatto comportandosi come un gregge. Con pochissime eccezioni, che finiranno malissimo, travolte dalla crescita esponenziale dei casi e dalla saturazione del loro sistema sanitario. Le classi politiche che hanno voluto vendere l’anima a Mercurio, dimenticandosi di Asclepio, verranno sacrificate dalle popolazioni inferocite, si spera in modo virtuale ed allegorico.

Asclepio, un dio, con la d, minuscola, dimenticato, ritornerà in auge, eccome.

Ma Mercurio, si sta preparando la rivincita. Saprà, quel piccolo paese, avvantaggiarsi del fatto che uscirà dall’ordalia più rapidamente e con meno vittime e stress sociali e probabilmente economici, dei suoi vicini? Riuscirà a portare Mercurio dalla sua parte? Perché a Mercurio questa cosa somiglia molto ad un precedente, pericoloso, che va adeguatamente punito, per evitare che si ripeta. Non sia mai che si cominci a pensare troppo spesso che le persone sono più importanti degli investimenti, …

Speriamo.

Perché quel piccolo paese è il nostro.

E i suoi fedeli aspettano solo che passi la tempesta.

 

 

Bonds pandemici, ninfee e cavernicoli

Il giardino di Giverny, Monet
Il giardino di Giverny

Le ninfee di Monet, una delle serie di quadri più belle di tutti i tempi, rappresenta benissimo un famoso meme, quello del giardiniere e del laghetto di ninfee che dobbiamo a Jacquard e Latouche.

Passiamo ad un caso esplicativo MOLTO Attuale.

image.png

Questa è la curva di crescita dei casi di coronavirus esclusa la Cina, in scala logaritmica. Sembra una cosa innocua. fino a che non guardate la scala a sinistra.  Volete vederla in modo ordinario? eccola qui:image.png

Da un mese, i casi extra Cina, decuplicano ogni settimana.

E’ il bello della crescita esponenziale, quella nella quale, peraltro, siamo immersi in condizioni normali, dove l’economia, ovvero il consumo del pianeta, cresce ogni anno di un tot. Forse ci voleva una epidemia per capire, cosa stiamo facendo a Gaia e come si sviluppa il nostro impatto.

Epidemia che sarebbe già stata dichiarata pandemia, peraltro, se non fosse per certi bonds, che impongono di ritardare la sua promozione sul campo di qualche settimana.

Non ci credete? Beh, fate male.

Nel frattempo c’è chi si affanna a tracciare scenari economici ai tempi del bau bau. Del resto, gli scenari sono il suo pane.

Ribadisco: le stime di tutti questi grandi istituti di analisi e previsioni sono tendenzialmente ridicole.

1) Abbiamo già mostrato, pallidamente, in centinaia di post, il tasso di errore NORMALE, in condizioni “regolari”, dei grandi istituti di cui sopra. Prossimo al segnale che si vuole rilevare. Se la cavano, benino, sulla scala dei mesi. Ma se solo si provano ad andare a scenari annuali o pluriannuali…beh, capitano cosucce come i mutui subprime, totalmente inaspettate.
2) Questa NON è una situazione normale. L’impatto sull’economia produttiva è triplicato, almeno, al minimo, sulle borse di tutto il mondo e decuplicato, al meno, al minimo, nel rarefatto mondo dei futures, cds, et alia parafernalia.
Insomma: le aspettative di crisi produttiva si riverberano IN ANTICIPO nel mercato finanziario, lo vedete bene sta già succedendo, determinando una crisi di liquidità, che le banche centrali cercheranno di tamponare…la crisi di liquidità crea collasso dei crediti e questi, vitali per le aziende alla canna del gas, determinano fallimenti a catena… no, decisamente lo scenario potenziale NON è , manco per niente, quello tratteggiato.
Ci proveranno a faro rientrare in quei limiti, paracadutando denaro più che nel 2008.
Ma questo potrebbe non bastare, perché, questa volta, la natura esogena, della crisi, ovvero non emendabile, non controllabile, è certa ed evidente.
Ovvero: vi è piena consapevolezza che non è controllabile dal sistema, a nessun livello.
Credo che si possa ridurre lo scenario a quanto previsto, se e solo se si disinnesca il lato psicologico.
Non con motivazioni, cure, contenimenti.
Con il tempo.
L’uomo è animale adattabile. I nostri avi cavernicoli, vivendo una vita quanto mai pericolosa e travagliata, scontavano terribilmente il futuro. In poche parole, la loro pianificazione difficilmente andava molto oltre l’inverno prossimo venturo. Non avendo molte certezze di sopravviverci , all’inverno, pianificare per il dopo aveva poco senso.
Sappiate che questo fenomeno, la sistematica sottostima delle conseguenze future delle nostre azioni immediate, un bias percettivo alla base di molte assurdità del nostro tempo, è stata ampiamente dimostrata e sono stati attribuiti Nobel  a chi l’ha enunciato e descritto meglio.
La vita scorreva, brevemente e terribilmente, regolare, anche nei peggiori lager.
I caffè erano e sono aperti, qualche volta, anche sotto le bombe.
Non escludo che, in qualche settimana, ci si abitui al corona virus. Cosa poco simpatica ma relativamente poco pericolosa.
Brutta storia per il  Sig Lelio, vedovo, tanto caro, ricoverato in tenda con il santino di padre pio, perché il triage ha deciso di ossigenare solo quelli con meno di 40 anni e con prole a carico ma, eh, capita…
Vorrei chiarire: NON è cinismo. io non mi abituo. Mai. Credo sia un difetto.
E’ semplice realistica osservazione del pregresso e di quel che avviene oggi nel mondo.
Ci si abitua e quindi il Corona virus viene fattorizzato nel sistema, in qualche modo, cinico e funzionale, anche se non dichiarato e la macchina riparte.
La crescita mondiale dei casi è nitidamente esponenziale da oltre un mese con tendenza a diventare iper esponenziale.
Continuando così avremo 100.000 casi nel mondo( escluso la cina) tra una settimana. Un milione tra due. Dieci milioni tra tre. Cento milioni tra quattro. Un miliardo tra cinque… E’ evidente che, contenimento o meno, tempo due mesi, o sarà stato contenuto o avrà contagiato tutti quelli che doveva/poteva e sarà in calo.
In ogni caso questo è lo scenario di contenimento.
Non del virus. Del panico. Del collasso sistemico.
Di riffa o di raffa, devono tenere in piedi la baracca per questi due mesi. Siamo solo agli inizi, direi.
Viviamo in un tempo interessante. Nel senso dell’antico viatico cinese.
Siamo umani. Adattiamoci! Evolviamo. Non sarà facile, ma ci farà bene e faremo bene al pianeta.

Yo, yo, 36 miliardi…ed una bottiglia di rhum

esplosione razzo antaresI crack delle varie banche succedutesi negli ultimi tre o quattro anni in quello che, a dispetto di tutto e di tutti e sopratutto del ridicolo, si continua a dichiarare un sistema bancario solido hanno generato miliardi di perdite. Miliardi di NPL, Non Performing Loans, ovvero prestiti ed affidi vari in sofferenza profonda. 36 miliardi di perdite. PER ORA.

Queste perdite sono state coperte, finora, dal fondo di garanzia interbancario, dal altri istituti di credito, dai soci ( rifinanziando gli istituti), e, sopratutto dallo Stato cioè da tutti noi.

Da banca Etruria a Carige, poche migliaia di prestiti ultramilionari hanno messo in crisi istituti  con storie secolari e i risparmi di milioni di Italiani, impoverendo intere province, da Siena ad Arezzo, da Vicenza a Genova a Parma…

A me questa sigla ricorda da vicino, nel suo “understatement” di stampo anglosassone,  il cosidetto RUD, Rapid Unscheduled Disassembly, ovvero questo genere di fenomeni qui.

In pratica: sono soldi persi. Tanti soldi persi. Sufficienti a portare al collasso gli istituti.

Ovviamente sono soldi persi per le banca ed i suoi correntisti ma non per chi li ha ricevuti… ovviamente risulta che i due terzi di questi crediti in sofferenza sono riferibili ad imprese ed ovvimente si tratta per la maggior parte di affidi multimilionari.

Se ci pensate, un mondo alla rovescia. In teoria infatti, ad affidi più corposi e proporzionalmente rischiosi si dovrebbe ottemperare con garanzie e tutele maggiori.  Nel mondo normale di noi comuni mortali, le cose vanno così. Ma nel mondo felpato dell’alta finanza, nel mondo dorato delle grandi opere e dei grandi investimenti, i rendimenti previsti sono mirabolanti, le garanzie non sono patrimoniali ma “personali” etc etc. in sostanza: ci si basa sui consueti rapporti personali tra “stakeoholders” e dirigenze bancarie, e su convenienze che spesso vanno al di la del visibile e dicibile.

Il punto è che queste cifre NON SONO NIENTE. Che queste banche sono solo il canarino nella miniera.

Il totale dei crediti deteriorati, in sofferenza, inadempienti, scaduti in Italia è di ALMENO 349 miliardi, certifica la Banca d’Italia. nel 2017.

Nel 2019 è salito a 379 miliardi.

Una cifra enorme. Al di la delle generiche rassicurazioni della banca d’Italia, resta il fatto che oltre la metà dei crediti deteriorati non verranno restituiti, la banca d’Italia stima il 52%, con % di insolvenza crescenti per le altre categorie.

Ma quanto vale in rapporto al totale dei depositi, ovvero al totale della liquidità presente nel nostro paese non circolante, ovvero, ancora più in pratica, dei risparmi degli italiani?

Questo articolo stimava a fine Agosto  2019 1560 miliardi di euro di raccolta. Cioè di risparmi detenuti dalle banche.

Di cui un quarto, a quanto pare, sono stati affidati incautamente.

Se tenete conto che le banche prestano per guadagnare e far funzionare la baracca ( notevole quanto necessaria semplificazione, vi sono altre forme di investimento, ovviamente i buoni del tesoro le partecipazioni azionarie…) e se tenete conto del tasso medio di interesse a cui prestano, capite che anche solo pochi per cento di crediti deteriorati può mandare in crisi qualunque istituto.

Teniamo conto che i crediti deteriorarti vengono venduti in perdita ad istituti specializzati nella loro restituzione ( con le cattive, solitamente).

Teniamo conto che lo Stato è intervenuto ed interverrà per sostenere le situazioni più critiche. resta il fatto che almeno metà di questi crediti a rischio non verrà mai restituito.  Centinaia di miliardi di euro di piccoli e grandi risparmiatori devoluti sull’altare della crescita ad ogni costo, delle speculazioni sempre più forzate, di indicibili convenienze e convivenze personali.

In pochi anni si è volatilizzato dal 25 al 15% dei risparmi degli italiani, senza particolari benefici per l’economia. Anzi.

Come sapete esiste il fondo interbancario di garanzia, che garantisce i conti correnti dei risparmiatori.

Come NON sapete, questo fondo bancario ha in cassa pochi miliardi, quando va bene ed è a malapena in grado di salvare i conti correnti di UNA banca in crisi. Non troppo grossa.

La contribuzione Obbligatoria ( per le banche,  banco posta non ha aderito) è dello 0.8 per cento all’anno rispetto alla cifra massima garantita per conto ( circa 100.000 euro). Quindi DOVREBBE essere una dozzina di miliardi all’anno, ma, di fatto è molto meno. Attualmente c’era circa un miliardo e mezzo, secondo l’ultimo rapporto disponibile, fine 2018.

Visto la necessità di coprire i guai ed i default del 2019, è probabile che si stia raschiando il fondo.

In sostanza, anche in caso del fallimento di UNA banca, ci si fa poco.

Come disse il suo Presidente in occasione del crack di Banca Etruria, non bastano neanche in quel caso.

Certo, il sistema bancario mondiale, a guardarlo dal pianeta accanto, è messo ancora peggio di quello italiano.

Vi sono vari istituti ENORMI che potrebbero naufragare da un momento all’altro. Ragionevolmente qualcuno lo farà e, ricordiamoci della crisi dei mutui subprime, non conosciamo la risposta sistemica a questi crack. una cosa però dovremmo capire: che, via via che le prospettive di una crescita infinita evaporano, evaporano anche le possibilità di ripagare i debiti.

Solo la crescita consentirebbe di tenere su lo schema Ponzi a a scala planetaria. E solo per pochi anni, fino a che esisteranno beni da porre a garanzia di nuovi debiti che non siano già impegnati in quelli precedenti.

Ricordiamoci che dall’esistenza di crediti e di debiti dipende l’esistenza del denaro.

Solo una bottiglia di rhum, scolata in un fiato, potrebbe convincerci che il gioco può continuare per molto.

 

 

 

Io e Greta

Traghetto elettrico a Stoccolma

Nota: Questo post è stato pubblicato su Ecquologia esattamente 15 giorni fa.

Era un radioso giorno di Agosto a Stoccolma.

Con la mia compagna eravamo arrivati qualche giorno prima, avendo deciso di sfruttare un volo last second e di approfittare della più calda estate della storia della Svezia per una breve vacanza.

Come al solito, come in OGNUNO dei voli che raramente faccio, mi  mi sentivo vagamente e, questa volta, doppiamente, in colpa.

Per il volo stesso, con i suoi circa 300 kg di C02 emessi per portarmi a destinazione ( l’equivalente di circa 100 litri di carburante) e per aver sfruttato a fini “turistici” quella che, a tutti gli effetti era una vera emergenza climatica. Tre mesi di siccità a Stoccolma ed in buona parte della Svezia avevano provocato un disastro. Nessun problema. Il purgatorio si sconta sulla Terra, come diceva una mia vecchia e saggia zia. Al nostro arrivo, c’erano FORSE sei gradi ed una non esattamente piacevole pioggerella, orizzontale a causa del vento gelido da nord. In un cielo plumbeo si rincorrevano confuse nuvolaglie Ottobrine. Nonostante il clima, tipicamente svedese, anche sotto la pioggia battente, i segni della siccità c’erano e spaventosi, Oltre la metà degli alberi sembravano morti o sofferenti. Stoccolma, come  buona parte della Svezia, è cresciuta su rocce granitiche, lisciate dai ghiacciai, con solo un sottile velo di suolo che le ricopre. Gli alberi hanno radici superficiali, che comunque, visto il clima, normalmente sono ampiamente sufficienti.

Normalmente, appunto, Ma non c’era niente di normale in quello che vedevo.

Buona parte degli abeti, metà delle betulle erano ingialliti. Qualcuno era morto. L’erba era bruciata come nelle rotonde alla francese del bel paese, a Ferragosto. Ovviamente, gli incendi avevano divorato migliaia di ettari di bosco.

un campo svedese, Agosto 2018

Parlare di siccità e di riscaldamento globale con dieci gradi ad agosto, sotto una pioggerella gelida, sembrerebbe ironico ed in effetti la mia compagna mi prende non poco in giro, tra uno starnuto ed un batter di denti, mentre zaino in spalla ci dirigiamo verso il più bel ostello del mondo, una vecchia nave scuola a vela della Marina svedese, ormeggiata davanti al centro storico di Stoccolma.

Nei giorni successivi, tornato il sole, in un paesaggio che appare curiosamente per metà autunnale (alberi, ingialliti) e per metà estivo (l’erba recupera in fretta) facciamo i turisti: Gamla Stan, la Wasa, il villaggio storico il palazzo etc etc.

Da turisti,non possiamo non notare che il paese si da, in apparenza, da fare, per dimostrare che l’ambiente è importante, che la sostenibilità è necessaria, che gli orti in permacoltura sono fighi, che i veicoli elettrici sono cool. Traghetti elettrici, (sarebbe tempo di istituirli  anche noi, almeno su tratte brevi o brevissime, come lo stretto di Messina) taxi boat elettriche, molte auto elettriche naturalmente(a Stoccolma vi sono facilitazioni pesanti per i veicoli a zero emissioni) perfino distributori biglietti per parcheggi e tourist spots solari (in Svezia!!) e macchine operatrici edili elettriche.

Certo: il fatto stesso che spicchino, tra i membri delle rispettive categorie, dimostra che ANCORA sono mosche bianche. Sempre meglio che non avere nemmeno quelle, comunque, sempre precursori e pionieri di un mondo migliore, no?.

In Svezia sono in piena campagna elettorale, in quei giorni. Tra un appello ai valori tradizionali della famiglia  e della società svedese e sorridenti inviti a votare questo o quella candidata sorridente, la parola “klimatet”, facilmente comprensibile anche per un turista, fa capolino in almeno metà dei cartelloni e dei manifesti. L’estate più torrida e siccitosa della storia svedese ha chiaramente lasciato il segno.

L’ultimo giorno a Stoccolma, decidiamo di tornare a Gamla Stan (il piccolo centro storico della città, che sorge su una isoletta), per visitare il palazzo reale. Ci allunghiamo un attimo in una strada commerciale per comprare un magnete di Pippi calzelunghe per il frigorifero e facciamo una strada diversa dal solito. Come ho scritto all’inizio di questo post è un radioso giorno di fine estate.

In una piazzetta appena prima del ponte che porta all’isoletta su cui sorge il parlamento, da lì, con un altro ponte, si arriva a Gamla Stan, c’è un gran viavai di giornalisti, telecamere, auto blindate, energumeni con improbabili occhiali a specchio, auricolare all’orecchio, strizzati in giacche che contengono a mala pena i possenti bicipiti. Chiaramente è in corso qualche evento politico associato alle elezioni. Attraversiamo il ponte, fra turisti e svedesi indaffarati e passiamo sotto l’arco che segna l’ingresso all’isola. Mi attardo a guardare un messaggio sul cellulare. La mia compagna va avanti. Mentre mi affretto a raggiungerla, noto una ragazzina con un cartello, tutta sola, a sinistra dell’arco, seduta sotto una finestra del palazzo, con un cartello, qualcuno dei passanti legge e sorride. Lei non sorride a nessuno. È seria, silenziosa.

Mi avvicino per leggere il suo cartello. “Skol strejk fur klimatet”.

Non conosco lo svedese, ma mastico abbastanza inglese da capire cosa vuol dire. Sorrido, non posso farne a meno. Penso ai sorridenti politici che a pochi metri da lì straparlano di crescita occupazione clima futuro famiglia (ed immigrazione, tutto il mondo è paese) all’immagine stereotipata della Svezia come la punta di diamante della politica ambientale mondiale. Guardò Greta e capisco, tutto insieme, che non bastano le parole, due pannelli fotovoltaici, gli orti sinergici e un paio di barche elettriche per salvare il mondo. E che una ragazzina con le treccine e l’aria arrabbiata ci ricorda che bisogna, decisamente, essere più convincenti. Se è così arrabbiata, penso, da fare sciopero, vuol dire che anche in Svezia non si è fatto abbastanza. Che anche in Svezia sono stufi dell’ambientalismo “decorativo”. Insomma: non la bevono.

La mia compagna è lontana, corro a raggiungerla, mormoro in fretta due parole a Greta Thunberg, non ricordo esattamente quali: forse un “brava, you are right! Keep on fighting” o qualcosa del genere. Non so se Greta sente. Resta seria, assorta. Nessuna telecamera in vista. Nessun giornalista. Solo qualche persona che, come me, si volta, legge il cartello, sorride. È il suo primo giorno di sciopero, scoprirò, pochi giorni dopo. Non c’è il babbo, non c’è la mamma, non ci sono membri di qualche oscura associazione, solo una ragazzina, con le treccine, l’aria arrabbiata.

Greta, il suo primo giorno di sciopero

Passiamo qualche giorno nella Svezia profonda, dove a Vadstena, quasi 58 gradi di latitudine nord, fotografo un piccolo vigneto, quasi mille km più a nord delle dolci colline dello Champagne. Una cosa impensabile, anche solo dieci anni fa. torniamo verso Stoccolma. Sulla via del ritorno leggo un lancio di agenzia: Greta è già diventata un caso internazionale e si accinge a diventare un simbolo, una icona e, per quelli della mia generazione, uno sprone.

Ad essere più incisivi. A passare dalle spiegazioni, studi e presentazioni, all’azione.

Greta è arrabbiata. Ed ha ragione.

Dice che alla sua età non dovrebbe occuparsi di clima ma studiare, solo che è inutile studiare se alla sua generazione viene negato i, futuro. Ed ha ragione.

Dice che tocca alla nostra generazione salvare il mondo oppure distruggerlo, ed ha ragione.

Dice che dobbiamo cambiare tutto, perché cambierà tutto comunque, ma in peggio.

Dice che sappiamo cosa dovremmo fare, ed ha ragione.

Dice che non c’è tempo, ed ha maledettamente ragione.

Non lo dice ma in fondo, pur criticandoci, spera che riusciremo a crescere abbastanza da smetterla con i nostri tragici e stupidi giochi di potere, soldi e parole, guardare in faccia il mostro che abbiamo generato  e metterci una pezza.

Ecco, su questo, basterà leggere l’infame titolo di un quotidiano, il sedicente “libero”, temo che possa avere torto. La crescita infinita, che è sulle agende politiche di tutto il mondo, che sta fallendo, che è sempre più appesa ad arte e speranze di ulteriori aumenti dei consumi, ovvero della velocità di distruzione del pianeta, non è quella che dovrebbe, non è quella che vorresti, Greta.

Peccato, perché è l’unica che potremmo davvero raggiungere.

 

 

Quando gli animali avevano il radiatore

Edaphosaurus, In una delle possibili ricostruzioni. Vi è chi ritiene che le “spine” perpendicolari alla cresta principale supportassero un tessuto adiposo simile alla gobba di un dromedario.

Alcuni anni fa, per essere esatti circa 252 milioni di anni fa, alla fine del Permiano, la Terra era un poco diversa da oggi. Un mondo desertico, arroventato, polveroso. In pratica un immenso Sahara.

Tipico affioramento della fine del Permiano. Sabbie desertiche.
Tipico affioramento della fine del Permiano. Sabbie desertiche.
Tra il Permiano ed il Trias, gola del Bletterbach vicino a Redagno, Alto Adige. Da bambino andavo a caccia di fossili in questa gola.

Le medie ed alte latitudini, corrispondenti alla Scandinavia, Siberia e Canada attuali ( e  le equivalenti zone della Patagonia e dell’Antartide, a sud) avevano un clima “decente” e gli animali “superiori” potevano “prosperare”. Le virgolette non sono casuali: era un mondo difficilissimo ed ostile alla vita. Se è vero che intorno ai poli c’erano acque abbastanza calde da consentire la vita ai coccodrilli, restava il fatto che le condizioni di insolazione restavano quelle proprie di un pianeta il cui asse è inclinato rispetto all’eclittica: MOLTO variabili.

In poche parole, notti o giorni interminabili, a seconda delle stagioni, che imponevano strategie di conservazione o dissipazione del calore, in animali che ancora no avevano sviluppato un metabolismo in grado di regolare la temperatura interna del corpo. La soluzione che questi animali trovarono fu quella…del radiatore, soluzione che fu applicata da varie specie anche non strettamente imparentate tra di loro, per evidenti e convergenti necessità evolutive.

Grazie al loro sistema questi animali potevano scaldarsi rapidamente, alla fine delle lunghe notti boreali, così essendo più attivi e veloci delle loro prede/predatori ( alcune erano carnivori, altri erbivori). Analogamente, quando le giornate erano lunghe, potevano disporsi “di taglio” rispetto alla luce del sole e dissipare efficacemente, proprio come un radiatore, il calore corporeo in eccesso.

Se pensate che non fosse una cosa poi così vitale, siete in buona compagnia, dato che molti paleontologi ritengono che in realtà queste “vele” avevano piuttosto o prevalentemente un ruolo rituale, venendo impiegate nel corteggiamento e/O nelle lotte territoriali.

A me pare poco probabile, dal momento che non si sono trovate, finora, prove di un dimorfismo sessuale ( la differenziazione tra maschi e femmine, tipica, ad esempio, degli ultimi dinosauri esistenti, gli uccelli) nelle specie interessate.

Disgraziatamente, questi adattamenti a condizioni tanto estreme ( si calcola che la temperatura media ai poli fosse allora più alta di quella attuale in Italia, ma con oscillazioni forti tra giorno e notte e, sopratutto, stagionalmente) non bastarono. Le cose peggiorano, all’improvviso.  Alla fine del Permiano, in un parossistico riscaldamento globale si estinsero. Insieme a circa il 90% delle specie esistenti.

Si calcola che ai Poli la temperatura arrivasse, nelle lunghe giornate estive , oltre i 30 gradi. Le acque delle zone tropicali avevano temperature comprese tra i 40 e 50 gradi ed erano estremamente acide e prive di ossigeno. In pratica, letali per qualunque essere vivente evoluto. E’ difficile calcolare le temperature delle terre emerse ma, se dobbiamo prendere a riferimento le aree equatoriali attuali, si può valutare che vi fossero temperature intorno ai 50- 60 gradi con massime oltre i 70, nelle aree interne. Per alcuni milioni di anni la Terra fu un posto apparentemente quasi disabitato, con funghi, alghe, qualche lichene. E lui:

 

Unico vertebrato evoluto,  il Listrosauro, una specie di incrocio tra un maiale ed un coccodrillo, che, a partire dalle aree polari, occupò, in beata solitudine, tutte le terre emerse ( così dimostrando una volta per tutte la teoria della migrazione dei continenti).

La specie più di successo nella Storia del pianeta.

Perché ci interessa? Perché è quel che ci potrebbe succedere, se non ci diamo una mossa.

Per rimanere a tempi vicini ecco un quadro:

Andamento della temperatura media del pianeta negli ultimi ventimila anni e previsioni per il 2100.

Saprete che lo scenario MIGLIORE, quello dell’accordo di Parigi, che sappiamo già essere irraggiungibile e troppo, troppo troppo ottimistico, prevede di impegnarsi per un aumento massimo della temperatura globale di due gradi.

Due gradi. Visto che, se va benissimo, la temperatura media mondiale aumenterà di due gradi, se va così così di 3 e se va come andrà di 5 o 6, ecco di cosa stiamo parlando. Due gradi in meno e ci ritroviamo con due km di spessore di ghiaccio al posto del lago di Garda. L’ultima era glaciale.

Due gradi in più e ci troviamo in una situazione mai esistita da quando esiste l’uomo ( si veda il grafico, per limitarsi agli ultimi ventimila anni).

Quattro gradi in più e ci troviamo nel periodo più caldo degli ultimi cinquanta milioni di anni. Cinque gradi in più e ci ritroviamo, appunto, alla fine del Permiano, prima dei dinosauri. Quando si superò una soglia critica e, nel giro di poche migliaia di anni la temperatura del globo aumentò di altri 5 gradi, quasi certamente a causa del rilascio improvviso di quantità enormi di metano da clatrati oceanici. Un periodo in cui al POLO nord c’erano forse 35 gradi d’estate. Della situazione all’equatore, abbiamo detto.

Da notare che le stime della temperatura all’equatore dei tempi sono rese difficili dalla mancanza di fossili. Gli unici presenti in buona quantità sono i conodonti, apparati boccali di enigmatici organismi, simili a lamprede primitive, che nuotavano male e venivano trasportati dalle correnti nelle zone equatoriali dove morivano a tonnellate, più o meno bolliti, visto che le temperature calcolate per le acque dove vivevano,  erano comprese tra 40 e 50 gradi.

Se è vero che noi potremmo anche organizzarci per resistere a tale situazione, è anche vero che potremmo avere qualche problemino per convincere le piante che ci mantengono in vita. Certo: funghi ed alghe, la forma di vita prevalente nei milioni di anni successivi all’evento di estinzione tra Permiano e Trassico, potremmo averne in abbondanza, ma non credo che una insalatina in salsa thai possa bastarci.

PILLOLE DEMOGRAFICHE – Russia

di Jacopo Simonetta

Riprendiamo la nostra carrellata con un altro dei paesi più importanti: la Russia.  Per le pillole precedenti si veda (qui, quiqui e qui).

Se osserviamo la tendenza di lungo periodo, vediamo che la popolazione russa è cresciuta in modo esponenziale a partire dal 1500 circa, invadendo e colonizzando gradualmente l’Asia centrale e Parte dell’Europa orientale.   Un processo che raggiunse il culmine durante il XIX secolo, per poi rallentare anche a causa delle due guerre mondiali.  Parimenti disastrose sul piano demografico, ancorché di segno opposto su quello geopolitico.   La prima segnò infatti la fine dell’Impero Russo, la seconda la nascita di quello Sovietico.

Per quanto riguarda il secondo dopoguerra, il tasso di accrescimento della popolazione calò rapidamente, a fronte di un tasso di mortalità che è calato fino alla metà degli anni ’60, per poi tornare a crescere leggermente. Il netto rallentamento della crescita demografica fu dunque dovuto soprattutto ad un forte calo della natalità e, secondariamente, ad un modesto aumento della mortalità.  La cosa qui interessante è che ciò è avvenuto durante il periodo di massima espansione economica e politica dell’URSS.
Già questa una situazione che non coincide con la teoria, secondo cui la crescita economica dovrebbe causare prima un aumento e poi una stabilizzazione della popolazione.

Dal nostro punto di vista, è però ancora più interessante ciò che è accaduto dopo.
Il collasso dello stato sovietico, con la gravissima crisi economica che lo accompagnò, iniziò infatti alla metà degli anni ’80. Puntualmente segnato non solo da un balzo della mortalità (come c’era da aspettarsi), ma soprattutto con un ulteriore sdrucciolone della natalità, che raggiunse il minimo storico durante il decennio 1995-2005.  Per poi riprendersi, ma solo in parte, a fronte di una migliorata situazione economica e di una maggiore stabilità politica.  Un fatto questo molto importante perché diametralmente opposto alle previsioni fatte in base alla teoria.  Ed un fatto ulteriormente confermato negli ultimi anni.  Ma vediamo meglio che cosa è successo.

“A stato Putina”


Invece no.   Il periodo nerissimo dell’economia russa corrisponde, approssimativamente, alla presidenza di Boris Yelstin.  Ma la brusca ripresa della crescita economica avvenne fra il 1998 ed il 1999; cioè mentre Yelstin era ancora presidente e Putin era capo dell’ FSB (ex KGB) .  Dunque le politiche economiche non erano di sua competenza.  In effetti, le cause del rimbalzo siano state indipendenti dall’operato di Putin.  Tuttavia è probabile che, come capo dei servizi segreti, abbia avuto modo di ostacolare il saccheggio allora in corso da parte delle imprese occidentali, appoggiate dalla mafia locale.  Si occupò infatti di riportare sotto il controllo del governo le principali cosche mafiose, cosa che gli detto anche  modo di avviare la costruzione di quella rete di oligarchi miliardari che a tutt’oggi costituisce l’ossatura della politica russa.   Nel 1999, Putin (diventato nel frattempo primo ministro) fu anche colui che decise di invadere la Cecenia (allora semi-indipendente) e chiudere così la partita con il terrorismo islamista che, dallo staterello caucasico cominciava ad estendersi in altre regioni (la seconda guerra cecana fece tra i 25.000 ed il 50.000 morti secondo le stime).
Comunque, diventato presidente nel 2000, Putin stabilizzò per alcuni anni il tasso di crescita economica e ricostruì un apparato statale funzionante, ma con due problemi strutturali molto profondi.  Il primo è che l’economia russa post crisi dipende totalmente dalle esportazioni di gas e di petrolio.  Il picco del primo è alle spalle da un pezzo (fine anni ’80) e quello del secondo è probabilmente circa adesso (ma è troppo presto per esserne certi).

Il secondo problema è strettamente correlato col primo ed è l’estrema concentrazione della ricchezza in pochissime mani; un dato in tendenza con il resto del mondo, compresi UE e USA, ma molto più elevato.  Entrambi questi fattori hanno giocato un ruolo determinate nello sviluppo della crisi, prima economica e poi politica, in cui anche la Russia si dibatte dal 2007.


Dal punto di vista demografico, il risultato è che durante il primo decennio circa dell’ “era Putin” la natalità è tornata a salire e la mortalità a scendere.  Mentre da quando l’economia ha ricominciato ad andare male, la natalità ha fluttuato a cavallo della parità con la mortalità.
Certo altri fattori influenzeranno la demografia russa, primo fra tutti l’immigrazione da alcune delle repubbliche ex sovietiche;  consistente soprattutto negli anni di relativa crescita economica.
Ciò nondimeno, a Mosca sono molto preoccupati, tant’è vero che da alcuni anni il governo sta portando avanti politiche decisamente nataliste sempre più martellanti, appoggiandosi sui sentimenti patriottici e religiosi della maggioranza dei russi, ma pare che per ora i risultati siano scarsi.

Nella prossima puntata parleremo dell’Italia.

 

Per chi vuole saperne di più sul “quadro d’unione” fra i vari termini della crisi sistemica in corso:
https://luce-edizioni.it/prodotto/picco-capre-libro-crisi-collasso-simonetta-pardi-vassallo/

 

La fine della crescita, reloaded

 

Un classico per ogni catastrofista che si rispetti

Se siete lettori affezionati di Crisis, l’avrete già letto.

In ogni caso, ve lo sarete chiesti anche voi: Non è che la cosiddetta crescita, fonte di ogni letizia presente e futura, massima preoccupazione di qualunque governante, esiste solo nella rappresentazione o meglio nella narrativa, che ci viene quotidianamente, settimanalmente, mensilmente, stagionalmente, annualmente, ETERNAMENTE propinata?

La mia posizione è in merito molto semplice: la crescita da MOLTO tempo e, sicuramente, da almeno otto anni, NON ESISTE.

O meglio: esiste la crescita della produzione, la crescita del consumo parossistico e sempre più drogato di energia, materie prime, seconde, terze e beni di consumo. In sostanza: stiamo CERTAMENTE consumando il pianeta e, nel processo, noi stessi, a ritmi sempre crescenti. Il punto è che a questa crescita dei consumi NON corrisponde un aumento REALE del benessere economico. Almeno ( vedasi post precedente) non per il 99% della popolazione di cui facciamo parte. Ma, si dice, l’economia è comunque cresciuta.

No, neanche questo. Non solo a scala Nazionale ma a scala GLOBALE la crescita è stata INTERAMENTE finanziata con il debito. Pubblico e privato. Ovvero: è una crescita fatta a spese del proprio futuro e di quello dei propri figli.

Possibile?

SI!!

ecco i dati: il debito globale mondiale ha raggiunto, lo scorso luglio, il 327% del PIL mondiale. 217 mila miliardi di dollari.

In dieci anni è cresciuto di circa il 3% all’anno, quindi di circa il 30%.

Come si vede dalla metà ai tre quarti della crescita del pil mondiale era ed è dovuta alla Cina, agli Stati Uniti ed all’India, mentre il resto del mondo, Europa in primo luogo ha contribuito in modo crescentemente marginale.

andamento del pil mondiale.

Nello stesso periodo il debito TOTALE ( pubblico e privato) mondiale è passato da 149 a 217 mila miliardi. Un incremento del 45%.

Ovvero un terzo in più del pil mondiale.

A parte il periodo del quasi crack delle borse e del sistema, a cavallo tra 2008 e 2009, che ha aperto una falla costata decine di punti percentuali di pil nei conti pubblici delle principali economie, anche nell’ultimo tranquillissimo anno il debito è aumentato di almeno 500 miliardi di euro.

Avete capito?

La ricchezza teoricamente creata, la crescita teoricamente avvenuta, è avvenuta ad un tasso più lento della crescita del debito.

Se un padre di famiglia in un dato anno porta 5000 euro in più a casa ma si indebita per 7000, lo chiamereste una crescita della ricchezza della famiglia, anche se con quei 5000 euro in più ha pagato la nuova cucina? Se continuasse cosi’ per dieci anni, trovandosi ad accumulare un debito che è il 45% più alto ed è tre volte quello che guadagna in un anno, pensereste che è un buon padre di famiglia, diretto verso il successo, il benessere e una serena vecchiaia?

Eppure cercano di raccontarvela così.

OGNI-SANTO-GIORNO.

Poiché la situazione è questa da molti anni e poiché lo scenario è che, quando la ( presunta) crescita rallenterà, quando la bolla ( una delle tante possibili) esploderà, si ripartirà con altri quantitative easing sempre più disperati, non vi è nessuna probabilità che le cose cambino nel futuro.

Quindi?

Quindi stiamo distruggendo il pianeta a ritmi crescenti, correndo a velocità crescente verso un inevitabile crack finanziario che o distruggerà i vostri risparmi o distruggerà l’economia o farà ambedue le cose. Il tutto per servire un solo unico grande implacabile cieco spietato ed insaziabile signore: IL DEBITO.

Ecco quindi che forse l’antico uso di rimettere i debiti, una cosa che imponeva a tutti moderazione nell’uso delle risorse, limitava il facile strozzinaggio dei forti e ricchi nei confronti dei deboli e poveri, dovrebbe essere preso seriamente in considerazione, prima che, comunque, il mostro divori se stesso e noi prima di lui.

E la crescita? La crescita, non c’e’ è una illusione, presto insostenibile.

Una follia collettiva, che si volatizzerà. Faremmo bene, anche qui a farcene una ragione e cominciare a cambiare, prima che sia tardi, i nostri paradigmi.

Ok. Per esempio? Per esempio qui in Italia?

Volete che ne dica una tosta?

Non sono un economista. Non sono un finanziere. Non sono uno statista maaaa….

Perchè non cancelliamo, con qualche dovuto distinguo, i debiti in sofferenza e contemporaneamente non rendiamo pubbliche le banche?

Lo Stato si farà garante dei conti correnti dei cittadini ed almeno la parte privata dei debiti, che sta portando le banche al collasso cesserà di esistere.

Così evitando il collasso dell’economia, ridando “ossigeno a imprese e cittadini etc etcetc

Notare che oltre il 90% del valore dei debiti in sofferenza sono superiori ad un milione di euro, ovvero NON sono i poveri che sono insolventi, come del resto Junus, dice da una vita.

Proprio questo, infatti, dovrebbe essere uno dei principali distinguo.

Valutare i posti di lavoro messi a rischio da una data insolvenza, valutare motivazioni ed importo del debito in sofferenza etc etc etc.

In ogni caso: così come stanno le cose, Lo stato sta intervenendo per coprire LUI i debiti in sofferenza, salvando cosi’ le banche, ma rimanendo, grazie a varie cabale, ( bad bank good bank etc etc) azionista di minoranza.

Con il bel risultato di spingerle a comportarsi più avventatamente di prima, sottraendo risorse vitali per gli altri settori come l’educazione la sanità etc etc che languono. Una alternativa esiste ed è creare un fondo di garanzia nazionale, una banca Pubblica ma di diritto privato a cui possano accedere i cittadini con crediti e conti presso istituti di credito in fallimento, salvando i loro risparmi e lasciando al fallimento le banche avventate o prezzolate.

Sarebbe anche tempo che i dirigenti di istituti di credito falliti non possano, per almeno otto anni, ricevere altri incarichi dirigenziali, in perfetta analogia con quel che succede ai falliti.

Ma sono già uscito dal seminato. Non sta ad un umile blogger cercare le soluzioni, a lui, come ad ogni altro giornalista o osservatore della realtà, sta prima di tutto raccontare ed evidenziare paradossi, fatti, falsità e problemi.

Pillole demografiche 4 – La bomba demografica è scoppiata, e ora?

di Jacopo Simonetta

Nelle pillole scorse (qui, qui e qui) abbiamo dato un sommario sguardo alla teoria della transizione demografica e ad un paio di casi reali, non molto in linea con essa.   Prima di proseguire questa carrellata con alcuni altri esempi, propongo una pausa di riflessione per discutere un interessante articolo recentemente apparso sull’autorevole rivista “Proceedings of the National Accademy of Sciences of the United States of America” (abbreviato PNAS) dal titolo “La riduzione della popolazione umana non è un rimedio rapido per i problemi ambientali“.
Raccomandando a chiunque di leggere l’originale, tirerò per prima cosa le somme di questo lavoro, per poi fare cenno a cosa manca.  Lacune peraltro dichiarate e spiegate nell’articolo stesso.

Quello che dice

L’articolo si compone di tre parti.   Nella prima gli autori hanno testato mediante dei modelli matematici quali effetti demografici avrebbero riduzioni nel tasso globale di natalità, ferme restando le altre condizioni (tasso di incremento della aspettativa di vita media e saldo migratorio zero – ovviamente visto che si tratta di proiezioni a livello globale).   Il risultato era abbastanza scontato: riduzioni anche estreme, tipo un solo figlio per donna come media mondiale, avrebbero effetti trascurabili nell’immediato e modesti nel giro di decenni; mentre diventerebbero molto importanti dopo una settantina di anni. Nella fig. 1 si riassumono gli scenari delineati, come si vede solo lo scenario 4 (declino della natalità ad un solo figlio per donna a partire dal 2045 e aspettativa di vita media costante sui valori del 2013) comporterebbe un sensibile rallentamento della crescita in tempi brevi e una  riduzione della popolazione a 4 miliardi di persone al 2100.  In compenso, proiettando i risultati su tempi appena più lunghi (2130) si vedrebbero risultati abbastanza sconvolgenti (fig. 2).

 

Una seconda serie di prove ha testato l’effetto che avrebbero catastrofi bibliche, in grado di spazzare via miliardi di persone nel giro di pochi anni.   Ebbene, qualcuno sarà sorpreso, ma il risultato è che avrebbero un impatto trascurabile.  Perfino un ipotetica pandemia che sterminasse 2 miliardi di persone non ridurrebbe gran che la popolazione sui tempi lunghi.  Una catastrofe da 6 miliardi di morti nel 2040 significherebbe comunque oltre 5 miliardi di persone nel 2100.  Ovviamente nell’ipotesi che, nel frattempo, i parametri di natalità e mortalità restassero quelli attuali.
Il risultato è teorico, ma attendibile. Per citare un solo caso, il XX secolo è stato quello che ha visto la maggiore crescita demografica della storia della nostra specie, ad onta di un’infinità di guerre fra cui le due più terribili di sempre, epidemie carestie assortite, nonché Hitler, Stalin, Mao e vari loro imitatori.

Infine, gli autori hanno ripartito il mondo in 14 regioni dal comportamento demografico relativamente omogeneo ed hanno confrontato questa ripartizione con la distribuzione delle zone in cui si trovano i massimi livelli di biodiversità a livello globale.  Ne è risultato un quadro abbastanza fosco, con la situazione peggiore di tutte in Africa; continente in cui l’altissima crescita demografica sta comportando una distruzione particolarmente rapida di biodiversità

Nelle conclusioni, si afferma quindi che occorre assolutamente rilanciare a tutti i livelli le politiche di controllo e riduzione delle nascite, ma che questo sarà inutile se, contemporaneamente, non si ridurranno drasticamente i consumi pro-capite che, negli ultimi decenni, sono invece aumentati ben più rapidamente della popolazione.
Una conclusione corretta, ma incompleta.

Quello che non dice

Per quanto riguarda la prima parte del lavoro, la principale lacuna, peraltro dichiarata, è il tasso di mortalità.  Gli autori hanno cioè indagato gli effetti sia di una catastrofe biblica che di modeste variazioni nella natalità e nella mortalità infantile.  Ma non le conseguenze di un incremento di uno o due punti percentuali nella mortalità degli adulti.   In altre parole, si è dato per scontato che l’attuale tendenza all’incremento dell’aspettativa di vita prosegua secondo la tendenza attuale; oppure che si stabilizzi.  Ma non si è presa in considerazione l’ipotesi di una sua riduzione sul lungo periodo.   Come se l’aspettativa di vita fosse indipendente dall’evolvere delle condizioni economiche, ambientali e sociali.
Dunque, invece di immaginare pestilenze globali e guerre nucleari, proviamo semplicemente ad ipotizzare che quella “stagnazione secolare” di cui parla l’FMI gradualmente coinvolga tutte le principali economie del mondo.   Significherebbe il diffondersi e moltiplicarsi di situazioni analoghe a quelle già viste nell’ex URSS (v. pillola prossima ventura) durante gli anni ’90 o, attualmente, in parecchi paesi anche occidentali;  pur senza arrivare alla gravità di situazioni come quella attuale in Venezuela.   Aggiungiamoci crisi umanitarie analoghe a quelle attualmente in corso, ma in un contesto di minori disponibilità di intervento da parte della comunità internazionale; poi una riduzione dei servizi sanitari gratuiti e l’effetto cumulativo dell’inquinamento.  Non appare fantascientifico ipotizzare un incremento del tasso di mortalità di 2-3 punti percentuali che, associato al proseguimento dell’attuale riduzione della natalità, comporterebbe il dimezzamento della popolazione in molto meno di un secolo.  E senza neppure scomodare il 4 cavalieri dell’Apocalisse.

Una seconda osservazione riguarda l’analisi relativa alle possibili grandi calamità.  Che, di solito, catastrofi repentine non abbiano impatti demografici duraturi è un fatto storicamente confermato. Anzi, a seguito di guerre ed epidemie, spesso si verificano significativi rimbalzi di natalità (v. il caso cinese pillola 2).   Tuttavia, sia gli esempi storici che i modelli matematici, riguardano popolazioni in crescita, colpite da momentanee catastrofi.   Dal momento che la natalità è fortemente influenzata da fattori sociali e psicologici (oltre che economici ed ambientali), non possiamo sapere che effetto avrebbe una calamità biblica su di una popolazione che è già in contrazione per altre cause.  La gente potrebbe infatti reagire in modo tradizionale, con un ritorno di natalità, ma potrebbe anche reagire in altro modo.  Tanto più che la morte di miliardi di persone, specie se in paesi industrializzati e specie se per causa bellica, si accompagnerebbe ad un tracollo irreversibile dell’economia globale.   Cosa che contribuirebbe a mantenere elevata la mortalità e (forse) a mantenere bassa la natalità anche ad emergenza finita.

Infine, per quanto riguarda la dinamica regionale, lo studio pubblicato su PNAS dichiaratamente trascura l’effetto delle migrazioni in quanto dipendente soprattutto da fattori politici e militari del tutto imprevedibili. Il che è vero, ma le migrazioni rappresentano il fattore demografico determinante nel mondo attuale e prossimo venturo.  Trascurarle significa girare largo da una mina politica, ma anche dal nocciolo della questione.

Lacuna eguale e contraria

Può essere interessante confrontare i risultati dello studio in questione con il blasonatissimo “Limiti della Crescita” (LdS).   Malgrado la veneranda età, questo rimane infatti ancora lo studio più completo disponibile, proprio perché centrato sull’interazione tra fattori economici, ambientali e demografici.   Inoltre, caso raro, le sue anticipazioni sono state finora sostanzialmente confermate dai fatti.  Eppure contiene un errore strutturale analogo, ma contrario, a quello dell’articolo sul PNAS.
Nel modello Word3 (cuore dello studio LdS) fu infatti incorporata la teoria della “Transizione demografica” che prevede, in caso di crescita economica, un calo sia della natalità che della mortalità cosicché la popolazione dapprima cresce e poi si stabilizza.  Viceversa, in caso di crisi economica grave e persistente, prevede un aumento di entrambe, sia pure con un prevalere della mortalità, cosicché la popolazione diminuisce lentamente.
Sulla base di ciò, LdS propone uno scenario base con l’inizio di una irreversibile contrazione economica fra il 2020 ed il 2030 circa, seguita da un picco demografico circa 10 anni più tardi, cui dovrebbe seguire una lenta decrescita.   Oggi sappiamo però che, almeno in molti casi, ad un peggioramento delle condizioni economiche e sociali fa riscontro sia un aumento della mortalità, sia un calo della natalità (v. ad esempio la Russia anni ’90).  Anzi, almeno in alcuni casi documentati (fra cui l’Italia) il calo della natalità si verifica già a livelli di crisi troppo lievi per provocare aumenti sensibili della mortalità.  Tornando quindi allo scenario BAU di Word3 (fig.4), sarebbe quindi perfettamente plausibile ipotizzare un calo della popolazione molto più rapido di quello indicato dalle curve, almeno in vaste regioni della Terra.   Personalmente, anzi, ritengo che questo sia lo scenario più probabile, anche se non azzardo profezie.

Tirando le somme

  • La bomba demografica ci sta scoppiando sotto il naso proprio ora ed ha appena cominciato a farci male. Il “meglio” deve arrivare ed arriverà. Su di una cosa gli autori dell’articolo sul PNAS hanno perfettamente ragione: non ne usciremo alla svelta. Qualunque scenario minimamente realistico indica oltre il secolo venturo un possibile ritorno entro densità umane forse sostenibili. Sempre che, nel frattempo, clima e biosfera non siano collassati perché, se ciò accadesse, l’estinzione della nostra specie potrebbe anche verificarsi.
  • Probabilmente, un’ipotetica ecatombe nucleare o d’altro genere non avrebbe effetti demografici duraturi, anzi potrebbe provocare un riflusso di natalità.
  • La popolazione non tenderà a stabilizzarsi, bensì a diminuire, ma non in modo omogeneo. Ciò, unitamente agli altri fattori (climatici, ambientali, politici ecc.), renderà la questione delle migrazioni uno dei temi su cui si giocherà la sopravvivenza delle società.   Quello che stiamo vedendo oggi non è che il “lieve vento” che precede la tempesta.

Che cosa ha senso fare?

Soprattutto evitare il “benaltrismo”.   Cioè lo scarica barile fra chi vuole fare una cosa e chi un’altra: se vogliamo sperare di controllare almeno in parte ciò che accadrà nei prossimi decenni, sono molte le cose che dovremo fare contemporaneamente.

Secondo me, le principali emergenze sono salvare il salvabile del clima e della biosfera, in modo che il pianeta sia ancora abitabile fra un secolo o due.   Dunque ogni forma di riduzione volontaria della natalità ha perfettamente senso ed i molti paesi è prioritario, ma darà dei risultati tangibili fra decenni e non possiamo permetterci di aspettare senza far altro.

Un secondo ordine di cose urgenti da fare riguarda quindi la riduzione dei finanziamenti alla vecchiaia per aumentare quelli alla gioventù.   In tutto il mondo occidentale e non solo, i vecchi possiedono la quasi totalità del capitale e la maggior parte dei redditi, oltre che beneficiare della principale fetta dei finanziamenti pubblici (sanità, pensioni, sgravi e sconti vari, ecc.).  Aveva senso quando i vecchi erano mediamente più poveri dei giovani, non ora che è il contrario.   Non dico che bisognerebbe uccidere qualcuno, dico solo che una società che si dissangua per prolungare di qualche mese la vita di un vecchio, anziché investire per preparare e far lavorare un giovane non intende durare a lungo.
Poi ci sono una serie di provvedimenti che potrebbero rallentare il peggioramento del clima ed il collasso della Biosfera a partire da subito.   In estrema sintesi, ridurre i consumi, ridurre i consumi e ridurre i consumi.   Quindi tutta una serie di interventi attivi per conservare la biodiversità, i suoli e l’acqua.
Infine, altro punto dolente: garantire entro i limiti del possibile la sicurezza delle proprie frontiere.  Il che non significa sigillarle (non sarebbe neppure possibile), ma significa avere un sostanziale controllo sui flussi in entrata ed in uscita.   Ma significa anche essere in grado di dissuadere i potenziali aggressori in un mondo in cui le guerre regionali si moltiplicano e si ricomincia a temere perfino una guerra globale.  Tutte cose che richiederebbero un drastico cambio di rotta non solo alla politica, ma soprattutto al nostro modo di pensare.   Per ora non pare che ne abbiamo.

 

Gli articoli parlano dei dettagli, i libri del quadro d’insieme.

“Da molti anni di riflessioni nasce “Picco per capre”, un libro scritto per persone che hanno voglia di capire cose di cui sentono parlare (cambiamento climatico, crisi ecologica, picco del petrolio, limiti della crescita, ecc.) e di cui intuiscono l’importanza, ma che non hanno né gli strumenti, né il tempo per affrontarle su testi tecnici o anche di divulgazione “alta”.
La capra non è stupida, solo un po’ ignorante e indaffarata a trovare le risorse per vivere.

Estratto dalla prefazione di Luca Mercalli. “Picco per Capre” cerca di spiegare in termini semplici situazioni e concetti complicati.

 

 

PILLOLE DEMOGRAFICHE 3 – India

Dopo lunga pausa, riprendiamo le nostre pillole; per le precedenti puntate si veda qui e qui).

In un commento alla seconda pillola, un lettore attento ha fatto giustamente rilevare che i dati  trattati sono del tutto insufficienti per capire i fenomeni.  Per esempio, cita il fatto che la forma della piramide demografica può determinare un forte incremento demografico anche con una bassa natalità e che la ripartizioni in classi di età è critica dal punto di vista economico.  Tutto vero ed è perciò che questa serie di post è composta da “pillole”: vale a dire frammenti scollegati di un quadro ben più ampio e complesso.  Lo scopo è solo quello di stimolare la discussione e  prego perciò chiunque abbia da aggiungere osservazioni e informazioni di contribuire mediante altri commenti.

In questa terza puntata parleremo del secondo paese più popoloso del mondo: l’India

A partire dall’indipendenza (1947), il tasso di crescita demografica dell’India è andato crescendo, con un lungo e poco pronunciato picco durato praticamente 15 anni, fra il 1970 e la metà degli anni ’80.   Poi ha cominciato a declinare molto lentamente ed è ancora superiore a 1% che significherebbe, se durasse, raddoppio in meno di 60 anni.   Può sembrare poco, ma invece è moltissimo.   Nel frattempo, la crescita economica è proseguita con sostanziale costanza, ma il periodo migliore (dai dati ufficiali) è stato fra il 2000 ed il 2010.   Attualmente pare si sia impantanata, ma molti dicono che la crisi sia passeggera.

Una lettura classicista ci dice che, come da manuale, la crescita dell’economia è alla base del lento, ma apparentemente inesorabile calo della natalità indiana.   La natalità ha infatti cominciato a ridursi sensibilmente dopo il ’90; cioè  dopo un decennio in cui il PIL nazionale era più che triplicato e quello pro-capite raddoppiato.
In parte sarà certamente così, ma un altro ruolo importante lo giocano anche altri fattori, fra cui l’inurbamento e la disoccupazione.   Il modo rurale indiano è infatti caratterizzato da un’estrema miseria, in gran parte dovuta proprio alla crescita demografica che porta sempre più bocche su sempre meno terra.   Tuttavia, tradizioni culturali e sociali fortemente nataliste sono profondamente radicate, mentre la disoccupazione praticamente non esiste.   Su di un podere si può infatti rimanere senza mangiare, ma non senza lavoro.
Proprio per sfuggire alla miseria, un’aliquota crescente di giovani si trasferisce in città dove trova un mondo completamente diverso.  Da un lato i servizi, anche sanitari, sono molto migliori e dunque la mortalità è minore; dall’altro la disoccupazione è molto alta (10% circa della forza lavoro, secondo dati ufficiali molto ottimisti e malgrado una vivace emigrazione).   Aggiungendo le difficoltà di alloggio, la disintegrazione delle tradizioni culturali (nel bene e nel male) e tutto il quadro del disagio urbano, non c’è niente di strano che un numero crescente di giovani rimandi o rinunci a “mettere su famiglia”.

By by Cindia

Fig. 2 – Potere d’acquisto pro-capite, in % rispetto a quello americano

Qualcuno si ricorda di quando si parlava di “Cindia”?   In parecchi vagheggiavano un’alleanza strutturale fra questi due giganti che, uniti, avrebbero dominato il mondo.   Partiti praticamente insieme nel 1980, i due paesi più popolosi del mondo hanno invece seguito strade assai diverse e, ad oggi, la Cina ha vinto la corsa.   Certamente il fattore demografico non è stato l’unico in gioco, ma è stato importante.

L’India fu il primo paese del mondo ad adottare misure per la diffusione della contraccezione fin dal 1951, ma con scarsi risultati per l’estrema resistenza culturale e religiosa della popolazione.  Negli anni ‘70, mentre Mao lanciava politiche nataliste, in India il governo varava politiche decisamente contrarie, culminate con le famose sterilizzazioni forzate.   Ciò malgrado, mentre  fra il 1965 ed il 1975 il tasso di natalità cinese diminuì spontaneamente e precipitosamente,  in India continuò a crescere fino alla metà degli anni ’80, per poi calare molto lentamente.   Ciò ha permesso ai cinesi un sensibile aumento del reddito pro-capite fin dai primi anni ’80  e, quando nel 2001 la Cina entrò nel WTO, la sua popolazione era già quasi stabilizzata, seppure complessivamente giovane.   Una condizione ottimale per approfittare della situazione, con il più fantastico tasso di crescita economica mai visto nella storia umana.
Viceversa, la crescita demografica indiana ha continuato a assorbire parte della crescita economica fino ai nostri giorni, con un aumento del potere d’acquisto del cittadino medio che è meno della metà di quello dei cinesi.

Certamente in Cina non va tutto bene: tassi iperbolici di inquinamento di ogni genere, desertificazione, corruzione, abisso incolmabile fra i vincenti ed i perdenti della rivoluzione liberista (non liberale), eccetera.   Ma situazioni dello stesso genere, o perfino più gravi, flagellano un India che tenta di consolarsi raccontando a sé stessa che nel 2030 la marea montante della sua massa umana gli permetterà di surclassare definitivamente una Cina oramai invecchiata e declinante.
Molto poco probabile.   Intanto il Pakistan, che ha sempre mantenuto tassi di incremento demografico ancora più alti, si trova oggi in una situazione pressoché disperata.

 

Effetto “McBeth”

di Jacopo Simonetta

Preludio

Può la crescita economica rendere più poveri anziché più ricchi? La risposta è “SI”.
Il modello di base è quello della “crescita antieconomica” di H. Daly che spiega tanta parte del nostro presente e del nostro futuro. Rimandando al link per i dettagli, possiamo dire che per la fatidica dinamica dei ritorni decrescenti, superato un limite non chiaramente prevedibile, il cumulo dei costi indiretti supera fatalmente quello dei vantaggi diretti. Da questo punto in poi, la crescita economica può anche continuare, ma rende la gente sempre più povera, anziché sempre più ricca. Ma perché mai uno dovrebbe continuare ad investire ed a lavorare per stare peggio?

Ci possono essere diverse ragioni. Per esempio, può non essere chiaro se il fatale limite sia stato oltrepassato o meno; oppure ci possono essere poche persone che guadagnano molto e tante che collettivamente perdono di più, ma individualmente perdono poco. Ovviamente, quelli che guadagnano si organizzano per difendere i loro privilegi, mentre coloro che ci rimettono di solito neanche capiscono in che modo gli spariscono i soldi. Esiste però anche un altro meccanismo molto più insidioso: una vera trappola da cui è spesso impossibile sfuggire, anche quando ci si rende conto di cosa stia succedendo.

La trappola

Oramai sono così sprofondato nel sangue che fermarmi e tornare indietro sarebbe altrettanto faticoso che andare avanti”.   Questa celebre battuta della tragedia shakespeariana esemplifica bene una trappola in cui tipicamente si cade quando si investe nello sfruttamento di un sistema senza tenere sufficientemente conto del suo funzionamento e della sua resilienza.   Cerchiamo di capirci con qualche esempio pratico.

Un caso da manuale è quello dell’estinzione dei banchi di pesce e, conseguentemente, delle imprese di pesca con le relative filiere fino, eventualmente, alle banche creditrici. La trappola scatta quando, a fronte di una riduzione del pescato, le imprese rispondono investendo in mezzi più potenti che depauperano ulteriormente la risorsa e così via in una tipica retroazione positiva (rinforzante). In assenza di fattori limitanti esterni efficaci (limiti di legge, limiti del credito, ecc.), il sistema giungerà necessariamente ad un punto in cui pescare diventerà anti-economico. Ma se saranno stati fatti investimenti troppo grandi non ancora ammortizzati e/o debiti non ancora ripagati, i pescatori saranno costretti a continuare a pescare sempre di più, anche in perdita, anche se si rendono conto che stanno distruggendo la loro risorsa.  Così come le banche saranno costrette a rinnovare loro i crediti per guadagnare tempo, sperando in un miracolo.

Un meccanismo analogo sta alla base del consumo di insostituibile suolo per continuare a costruire case, malgrado le imprese costruttrici siano sovraccariche di appartamenti e villette invendute.   Se non vendono, perché continuano a costruire?  Perché se smettessero le banche non rinnoverebbero loro dei crediti che non possono pagare.  Così ognuno continua, sperando che altri schiattino prima di lui, liberando spazi di mercato che potrebbero salvarlo.  Anche le banche creditrici continuano a sostenerli, sapendo che dalla liquidazione di quelle imprese non recupererebbero mai quanto loro dovuto.

Saliamo di scala.

Oramai da anni, per molti campi petroliferi il costo di estrazione e raffinazione supera il prezzo a cui il petrolio può essere venduto; un meccanismo che sta mettendo più o meno in crisi imprese e petrocrazie .   Eppure tutti questi soggetti, anziché accordarsi per tagliare la produzione e sostenere i prezzi, si affannano a pompare a più non posso.   Follia collettiva?   Penso di no.  Nel periodo dei prezzi alti ed in previsione di ulteriori aumenti, le imprese hanno fatto degli investimenti miliardari ed avviato progetti di estrazione in condizioni estreme. Tutti costi che non sono ancora stati ammortizzati; ciò significa che se ora abbandonassero i progetti dovrebbero mettere a bilancio perdite enormi, perdere il credito e probabilmente fare bancarotta.  Inoltre, progetti particolarmente impegnativi sul piano tecnico e finanziario, se abbandonati, difficilmente potranno essere ripresi.   Spesso si lavora quindi in perdita, sperando in una ripresa dell’economia globale, oppure nel fallimento dei concorrenti.
Per quanto riguarda le petrocrazie il quadro è analogo, con l’aggravante che, più o meno tutti questi paesi, hanno approfittato del periodo di prezzi molto alti per avviare programmi di spesa che non possono più sostenere, ma che è pericoloso interrompere. Il Venezuela e l‘Arabia Saudita sono casi emblematici.

Con un prezzo medio intorno ai 50 $, gran parte della produzione mondiale è anti-economica.

 Politica

Qualcosa di funzionalmente analogo avviene anche in politica.  Perfino le dittature, a maggior ragione le democrazie, per durare a lungo hanno bisogno di mostrare qualche successo all’opinione pubblica.   Finquando le cose vanno abbastanza bene non ci sono quindi grossi problemi, ma quando le difficoltà quotidiane cominciano a stringere la cintura di troppi cittadini troppo a lungo, occorre ridirezionare il malcontento. Per esempio su di un nemico esterno, oppure su di una minoranza interna od altro, secondo il contesto.   Ma quando leader e partiti cominciano a cercare il sostegno delle frange più oltranziste dell’opinione pubblica (integralisti religiosi, nazionalisti, ecc.), rischiano fortemente di trovarsi poi intrappolati in situazioni in cui o fanno qualcosa che sanno essere sbagliato, o perdono il potere e, magari, la vita.

La recente vicenda della “ brexit” è emblematica in questo senso. Nato nella testa di David Cameron non per essere fatto, ma solo come trovata propagandistica, il referendum ha finito per essere votato ed approvato.  Questo ha proiettato l’intera classe dirigente inglese nel panico perché non era quello che contavano accadesse; al punto che ad oggi, oltre un anno più tardi, il governo ed il parlamento non sono ancora riusciti a mettere insieme una strategia.   Anzi, neppure un elenco completo delle cose da fare.  Certo, avrebbero potuto rimangiarsi la “papera” e le occasioni non sono mancate, ma per coglierle avrebbero dovuto ammettere di aver deliberatamente mentito agli elettori.   Un fatto che li avrebbe cancellati dalla scena politica e che, perciò, nessuno ha avuto il coraggio di fare.
In questo periodo sono molti i leader che si stanno cacciando in tipiche “trappole McBeth”: da Netanyau a Kim Jong Un, a Putin  passando per Trump, ma forse l’esempio più di attualità ce lo fornisce il duo Rajoy-Puidgemont.   Inseguendo l’elettorato nazionalista spagnolo e catalano rispettivamente, entrambi hanno fatto di tutto per infilarsi in una situazione in cui non hanno più margini di manovra. Il risultato è che, comunque vada, i catalani possono solo perdere una parte non sappiamo quanto consistente del loro tenore di vita.  Ma anche gli altri spagnoli e tutti gli europei ne avranno un danno.

 In cima alla scala.

Forse la più stretta analogia con la celebre tragedia si trova però alla massima scala: quella globale.   Negli anni ’70 un certo numero di streghe e di stregoni esperti in dinamica dei sistemi, ecologia e termodinamica avevano ampiamente avvertito del fatto che l’umanità si trovava ad un bivio: o accettare dei limiti, o distruggere la civiltà e buona parte del Pianeta con essa.  Altri stregoni, più pratici di psicologia che di scienza, ci hanno però detto che il nostro regno sarebbe durato per sempre e, collettivamente, abbiamo scelto di credergli.   Ora che dagli spalti di Dunsidane si vedono le prime frasche della foresta di Birnam in marcia, qualcuno comincia a rendersi conto dell’errore commesso. Ma per tornare indietro sarebbe oramai indispensabile prendere provvedimenti talmente drastici da provocare un disastro subito.   Per esempio, 70 anni fa per mantenere la popolazione umana entro limiti sostenibili, sarebbe stato sufficiente ridurre la natalità; oggi sarebbe necessario anche ridurre l’aspettativa di vita dei vecchi. Chi potrebbe ragionevolmente proporre una cosa simile?
Parimenti, buona parte delle più devastanti retroazioni climatiche pronosticate si stanno manifestando con netto anticipo: dall’esalazione di metano dal permafrost e dai fondali marini, alla riduzione dell’albedo artica, alla ridotta attività fotosintetica, eccetera.  Ciò significa che, se davvero volessimo contenere l’aumento di temperatura media entro i 2 C° (che sono già molto dannosi), dovremmo tagliare brutalmente la produzione agricola ed industriale e farlo subito. Cioè condannare miliardi di persone ad una miseria senza precedenti.

In sintesi.

Insomma, l’”effetto McBeth” è una trappola che si chiude gradualmente, man mano che qualcuno (individuo, azienda, classe sociale, nazione, umanità) mantiene una strategia che in passato ha dato buoni risultati anche quando questa comincia a non funzionare più.  Ad ogni passo innanzi il prezzo da pagare per procedere aumenta, ma aumenta anche il prezzo da pagare per tornare indietro.

C’è una speranza? Secondo me si.  Per quanto le nostre conoscenze scientifiche siano senza precedenti, sappiamo infatti che i sistemi reali sono comunque più complessi di ogni possibile modello.  Esiste quindi la concreta possibilità che in futuro avvenga qualcosa di imprevisto che cambi le carte in tavola.  Ancor più importante è il fatto che, anche a fronte di un collasso globale, non tutte le regioni della Terra avranno lo stesso, identico destino. Man mano che il meta-sistema globale andrà in pezzi, i sub-sistemi che ne nasceranno seguiranno infatti traiettorie diverse.  Talvolta molto simili, talaltra divergenti e non c’è modo oggi di prevedere quali saranno i fattori chiave che faranno la differenza. Perciò sono convinto che l’unica cosa sensata che ci resta da fare sia cercare ti tenere la nostra barca europea pari il più a lungo possibile e, intanto, cercare di procurarsi un qualche tipo di cintura di salvataggio.  Il Titanic sta affondando, ma non tutte la cabine andranno sotto contemporaneamente e non tutti affogheremo.   Su questo possiamo contare, cerchiamo quindi di non buttarci in mare da soli.