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Non tutte le sfighe vengono per nuocere

Irma la dolce

Il riferimento è ad un simpatico film di oltre 50 anni fa, con Shirley Mc Laine e Jack Lemon.

Cosa c’entra, con un uragano tra i più potenti e devastanti, forse il più devastante in assoluto, di tutti i tempi?

C’entra, perché l’uragano, in effetti è dolce, dolcissimo rispetto a quel che abbiamo combinato e stiamo combinando NOI al pianeta.

Catastrofismo?

Si, certo. Questo è un post breve e catastrofistico, un rapido riassunto di quello che stiamo facendo.

A parte la probabile circostanza che la crescente frequenza ed intensità di eventi estremi come questo siano dovuti al riscaldamento globale di origine antropica, il punto è che, probabilmente, per le aree interessate e per tutto il pianeta, questo evento rappresenterà in retrospettiva un segnale DOLCE e delicato di quel che accadrà quando le conseguenze del nostro modo di vivere si riverbereranno completamente prima sul pianeta e poi sui 7.5 miliardi di esseri umani.

Come l’esperienza passata ci insegna, non vi è catastrofe naturale che abbia causato più morti di quelle scatenate dall’uomo, morti generalmente in condizioni e modi più atroci di quelli naturali.

La desertificazione e la sovrappopolazione stanno già causando più morti, con ogni probabilità di Irma. In realtà la semplice tragedia dei migranti, nelle nostre acque, uccide migliaia di persone l’anno, in mare e ne ucciderà sempre di più, magari a terra, lontano dai nostri sensibili occhi, in qualche forma di “outsourcing dei gulag”, una invenzione di noi italiani, con l’aiuto dei capetti libici. Più morti, e in condizioni più atroci di quelli che ( finora) ha fatto Irma.

Ma questo è solo l’inizio di una lenta apocalisse che coinvolgerà miliardi di persone e che non avverrà tra venti o trenta anni ma ha già cominciato ad avvenire.

Stiamo esaurendo l’acqua che irriga metà dei campi coltivabili del mondo. Stiamo esaurendo il suolo sotto oltre il 90% dei campi coltivati del mondo. Stiamo avvelenando l’acqua che resta e l’aria che respiriamo. Stiamo esaurendo le risorse minerarie del pianeta, nel mentre ne stiamo sconvolgendo e questa è la cosa più evidente ma, ripeto NON la più grave, il clima.

Stiamo anche dimostrando che POTREMMO fare qualcosa per evitare la situazione ed in effetti qualcosa stiamo facendo. Solo che, l’evidenza è li per dircelo, non abbastanza e non abbastanza in fretta per evitare l’impatto con la realtà di una ingordigia infinita su un pianeta finito.

Ovviamente le persone che tendono a morire di fame, che non vedono speranze nel proprio futuro, tendono  a fare qualcosa di disperato. E tendenzialmente questo qualcosa viene prima tentato camminando e poi, non bastando, sparando.

Il destino che ci siamo tracciati, che ci stiamo tracciando, è fatto di disastri come Irma, comunque declinati, che faranno da sottofondo a quelli, molto ma molto più gravi, direttamente causati dagli umani. Alle guerre, carestie, migrazioni, collassi. Per i nostri figli, ma anche per noi, un poco più vecchi, stiamo disegnando un mondo di distruzione morte disperazione. Dal quale FORSE emergeranno un decimo delle specie viventi esistenti sul pianeta. Da non confondere, come percentuale, con il numero di ESEMPLARI, di ogni specie. Eh, si, perché per salvare una qualunque specie basta poco, bastano poche migliaia, anche poche centinaia di individui.

Ce la faranno gli uomini a sopravvivere? Certo. Siamo MILIARDI,  Non ci estingueremo. COME vivranno i nostri posteri e, se per quello, come vivremo NOI, cosa resterà delle nostre cosiddette civiltà e culture, è una questione da dibattere, ma, via via che esauriamo il tempo rimasto, le incertezze sugli scenari possibili, ci stiamo disegnando una traiettoria di uscita che prevede una qualche forma di annientamento per buona parte di quello e di quelli che conosciamo. Irma la dolce, si, rispetto a quello che stiamo bollendo in pentola.

PILLOLE DEMOGRAFICHE 2 – La Cina.

Nel precedente articolo abbiamo parlato della teoria demografica oggi corrente.  Una teoria che effettivamente spiega bene alcuni fenomeni, ma non tutti e che deve il suo grande successo in buona parte al fatto che è molto “politicamente corretta”.   Oggi parleremo invece di un caso concreto

Uscendo dalla guerra civile, il tasso di natalità era di oltre il 3,5%, nettamente superiore al 1,7, 1,8 % del tasso di mortalità.   La flessione della natalità alla metà degli anni ’50 corrisponde alla prima ondata di collettivizzazione forzata delle campagne che fu presa molto male dai contadini.   Tuttavia, la mortalità continuò a diminuire per il progressivo riorganizzarsi dello stato, la repressione del brigantaggio e delle ultime sacche di resistenza anti-comunista.   Nel 1958 Mao lanciò il “Grande Balzo Avanti” che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto avviare con decisione la Cina sulla via del progresso industriale.  Il risultato fu la maggiore carestia del XX secolo (fra i 14 ed i 78 milioni di morti a seconda delle stime), con il picco nel 1960.

Il fatto interessante è che, contemporaneamente, si ebbe un vero crollo della natalità culminato nel 1961.   Superata la crisi e migliorate le condizioni della gente, si verificò un autentico “baby boom” con il picco oltre il 4% nel 1963.    Fin qui niente di sorprendente, picchi di natalità a seguito di calamità particolarmente impattanti sono un fenomeno frequente.   La parte più interessante viene subito dopo.

Dal 1963 al 1977 il tasso di natalità calò rapidamente e vertiginosamente, malgrado le politiche nataliste volute da Mao, e con un PIL procapite molto basso.   Insomma qualcosa di simile alla “transizione demografica”,  ma prima e non dopo il “miracolo economico”, come invece è avvenuto in Europa e negli USA.   Un ruolo importante fu probabilmente giocato dalla “Rivoluzione Culturale” (1966-1976).   Una faida interna al Partito Comunista Cinese che coinvolse e sconvolse l’intero paese, creando evidentemente un clima negativo dal punto di vista riproduttivo.   Molti fattori vi giocarono contemporaneamente, probabilmente la scolarizzazione massiccia delle bambine e l’inurbamento, ma anche l’incertezza politica e la sistematica demolizione di ogni retaggio culturale, come di ogni struttura sociale tradizionale.

Fu solo dal 1980 (morto Mao e con un Pil procapite di meno di 200 $ annui), che il governo varò la politica del “Figlio Unico”.   Ciò nondimeno, per una decina di anni si verificò una sensibile ripresa della natalità, probabilmente dovuta al clima di maggiore ottimismo, di novità e di relativa libertà, oltre che all’impennarsi del tasso di crescita economica.    Attualmente il tasso di natalità si è stabilizzato sul livello di 1,2 – 1,3%, comunque più alto del tasso di mortalità, cosicché la popolazione cinese risulta tuttora in aumento, mentre l’età media sale progressivamente.

Il punto qui importante è che la fase galoppante della crescita economica cinese, fra il 1990 circa ed il 2007, è avvenuta mentre i tassi di natalità erano già calati a valori prossimi o inferiori a quelli occidentali del tempo.  Nel 2013 la legge sul figlio unico fu modificata, autorizzando le famiglie ad avere due figli, ma per il momento l’incremento di natalità è stato molto modesto.   Interessante perché, secondo le autorità cinesi,  ciò dipende dal fatto che la maggior parte dei giovani sono preoccupati per il futuro, proprio mentre il loro PIL nazionale e pro capite raggiunge il massimo storico (circa (8’000 $ l’anno).   Probabilmente vi giocano diversi fattori fra cui l’evoluzione della cultura e delle strutture sociali, ma penso anche l’effetto deprimente dei livelli pazzeschi di inquinamento e distruzione ambientale raggiunti in Cina ed il brusco rallentamento (forse arresto) della crescita economica dopo il 2008.

Espresso in Yuan, il tasso ufficiale di crescita del PIL cinese è sceso dal 12 al 6% annuo. Espresso in dollari è sceso dal 18 all’ 1% (Kroeber 2016 -https://www.brookings.edu/opinions/should-we-worry-about-chinas-economy/)

In altre parole, la legge del figlio unico stabilizzò una tendenza già in atto, ma soprattutto impedì un probabile secondo baby boom a seguito del  decollo economico, contribuendo quindi in modo consistente al fantastico incremento del reddito procapite dei cinesi ed a fare della Cina la potenza coloniale vincente di quest’inizio di XXI secolo.   Ora che anch’essa pare ben avviata sulla via della “Stagnazione economica secolare” (come la chiama eufemisticamente il FMI), al contrario della maggior parte degli economisti, ritengo che l’aver evitato un probabile secondo boom di natalità sia uno dei fattori che più stanno giocando e sempre più giocheranno a favore del “dragone”.   Sempre che riescano a  gestire decentemente i vent’anni in cui i babyboomers saranno vecchi e sempre che altre crisi non peggiorino bruscamente il quadro economico.

La prossima volta parleremo dell’India.

PILLOLE DEMOGRAFICHE – 1: La Transizione Demografica

La demografia è una scienza difficile, con intrinseci limiti strutturali che le impediscono di fare completo affidamento sui sofisticati modelli matematici che tanto si usano oggi.   I fattori in gioco sono infatti troppi, di natura assai diversa fra loro e di peso relativo continuamente cangiante a seconda dei periodi, dei luoghi, delle classi sociali e molto altro ancora.   Qualunque teoria generalizzante è quindi destinata a fallire e così, invece di tentare una “Summa Demografica”, proporrò su queste pagine una serie di considerazioni ed esempi che, beninteso, non sono generalizzabili.

La transizione demografica

Inizieremo questa scorribanda fra nascite, morti e migrazioni dando uno sguardo un tantino più ravvicinato del solito alla teoria demografica oggi in voga.  Tanto in voga da essere spesso scambiata per un dato di fatto, mentre è e rimane un modello.

Il padre della “Transizione Demografica” fu Adolphe Landry, un politico francese della sinistra radicale, più volte deputato e ministro.   Dichiaratamente favorevole a politiche decisamente nataliste e strenuo detrattore dell’opera di Malthus, in realtà Lanrdry ne sposò appieno i presupposti, giungendo però a conclusioni opposte.
In estrema sintesi, Malthus aveva osservato che, nell’Inghilterra del tardo XVIII secolo, i poveri facevano molti più figli dei benestanti ed aveva attribuito questo fenomeno al fatto che coloro che disponevano di un sia pur piccolo patrimonio si preoccupavano di cosa avrebbero lasciato ai figli.   Viceversa, l’abbrutimento e la miseria di chi non aveva nulla li spingeva a riprodursi in modo sconsiderato.   La conclusione del reverendo era che la forte natalità fosse la causa prima della miseria e che bisognasse quindi insegnare ai poveri a meglio controllare la propria libidine.
Il suo amico David Ricardo, rincarò la dose affermando che limitare la propria natalità era l’unica arma efficace che la “classe lavoratrice” avesse a disposizione per difendersi dallo sfruttamento del capitale che, comunque, avrebbe sempre usato la disoccupazione per comprimere i salari al livello di mera sopravvivenza.

Landry fece propria l’osservazione di Malthus, ma ne rovesciò le conclusioni.   In estrema sintesi, la sua idea era che non bisognasse ridurre la natalità poiché una popolazione numerosa e dinamica costituisce la principale ricchezza di una nazione.    Bisognava invece aumentare e diffondere il benessere economico, così da provocare una graduale stabilizzazione della popolazione, ma su livelli molto superiori a quelli di partenza.    In altre parole, rispetto a Malthus, invertì la causa con l’effetto.
Niente di meglio come viatico per chi sostiene che bisogna spingere al massimo la crescita economica, “conditio sine qua non” per la definitiva soluzione dei problemi umani.

Il modello

Troppo ben conosciuto perché valga la pena di descriverlo qui nel dettaglio, il modello prevede che il miglioramento delle condizioni di vita comporti prima una diminuzione della mortalità e successivamente della natalità.   Di conseguenza la popolazione si stabilizza su livelli maggiori.
Sulla solida correlazione fra aumento del benessere e progressiva riduzione della natalità la maggior parte dei dati sono concordi, ma su quel che può succedere dopo assai meno.   Ad esempio, M. Myrskylä, H. Kohler & F. Billari, nel 2009, hanno pubblicato su Nature un lavoro secondo cui a livelli molto alti di benessere corrisponderebbe un nuovo aumento della fertilità.
Se confermata, una simile tendenza sarebbe molto interessante sul piano teorico, ma poco su quello pratico.   Tutto lascia infatti presagire un XXI secolo all’insegna del peggioramento e non del miglioramento delle condizioni di vita della maggior parte delle persone.   Secondo la teoria corrente, ciò dovrebbe provocare sia un aumento della mortalità che della natalità, ma molti dati recenti confermano solo l’aumento di mortalità, non quello di natalità, cambiando completamente le prospettive, perlomeno in alcuni importanti paesi.

Torneremo sull’argomento nei prossimi articoli, intanto torniamo al modello standard.    Il suo pregio principale è di individuare una serie di fattori sociali e culturali che effettivamente danno un contributo importante alla dinamica di una popolazione umana.   Per esempio, il livello di istruzione specialmente femminile, l’accesso alle cure mediche ed ai contraccettivi moderni, l’accesso al mercato del lavoro per le donne, l’innalzamento dell’età matrimoniale sono certamente elementi importanti; cruciali in determinati contesti.

Un grosso difetto è invece quello di pretendere che una stessa dinamica debba necessariamente verificarsi dovunque e comunque.    Ancora peggio, nella versione utilizzata dalle principali istituzioni mondiali, il modello ignora completamente il contesto ambientale in cui le popolazioni umane vivono.   In altre parole, si da per scontato che gli ecosistemi di cui le popolazioni fanno parte siano comunque in grado di fornire loro le risorse necessarie ad una crescita sufficiente a completare la transizione ed a mantenere indefinitamente la popolazione al nuovo livello.   Parimenti, si da per scontato che i medesimi ecosistemi siano in grado di assorbire e riciclare i rifiuti (solidi, liquidi e gas) che l’umanità inevitabilmente produce.   Insomma, si considera che l’uomo sia svincolato dalle leggi fisiche ed ecologiche che limitano lo sviluppo delle altre specie.   Per quale ragione, non è dato sapere.

Un ulteriore fattore che la teoria non considera, ma che in molti casi gioca invece un ruolo importante, è quello dell’ottimismo.   Vale a dire la percezione che le persone hanno del futuro.  Ma su questo torneremo in un altro post.

WORLD3

Per fortuna il mondo è pieno di scienziati molto seri che hanno sì utilizzato questa teoria come elemento per i loro modelli, ma tenendo debito conto anche degli altri fattori in gioco.   Ad oggi, il tentativo più riuscito per modellizzare l’evoluzione globale del sistema socio-economico globale rimane il leggendario WORLD3 che incorpora la teoria della transizione demografica fra i suoi algoritmi, ma associandola ad altre variabili: la disponibilità di risorse, la produzione industriale, la produzione agricola, la produzione di servizi e l’inquinamento.   Ed l risultato è completamente diverso da quello previsto dai demografi dell’ONU.

Secondo il modello del gruppo Meadows, la popolazione continuerà a crescere fino al 2030 circa, poi comincerà a flettere in conseguenza del collasso del sistema economico globale.    Chi ha ragione?   Lo vedremo, ma intanto poniamo attenzione ad un importante difetto che praticamente azzera l’affidabilità della parte calante delle curve anche di WORLD3.   Incorporando la teoria in questione, il modello del MIT prevede infatti che, man mano che il collasso economico procederà, aumenteranno sia la mortalità che la natalità.  Ne deriva una curva della popolazione in calo relativamente graduale.   Nelle prossime puntate osserveremo dei dati reali e vedremo che questo è solo uno dei possibili scenari e, probabilmente, neppure il più probabile.

Dunque la Transizione demografica è oggi molte cose contemporaneamente.   E’ un sofisticato modello matematico, utile in determinati contesti, ma è anche un comodo pretesto politico per continuare a sostenere la necessità di spingere la crescita economica e perfino una pia leggenda che consente a molte persone di negare il dramma della sovrappopolazione.

Nella prossima puntata parleremo della Cina.

LA SICCITÀ NON E’ FINITA

In questa settimana una serie di temporali hanno portato un po’ d’acqua e di temporanea frescura almeno sulle regioni centro-settentrionali.   La siccità è finita?

No.   Se anche avesse piovuto il doppio od il triplo avrebbe magari  causato alluvioni e disastri (qualcuno lo ha comunque provocato), ma non per questo sarebbe finita la siccità che rimane un male insidioso e difficile da capire.   Facciamo un tentativo per cominciare a capirlo, tenendo presente che ogni zona ha la sua storia e la sua situazione particolare.   Le generalizzazioni valgono quindi per capire come nasce e si sviluppa il fenomeno, non per decidere le priorità caso per caso.

In buona sostanza, la siccità è dovuta ad un deficit nel bilancio idrico; vale a dire che da un determinato territorio esce più acqua di quella che vi entra.   Un fenomeno che è facile sottovalutare, soprattutto quando si dispone di tecnologie ed energia con cui controbilanciarne gli effetti a breve termine.   Ancora più grave è il fatto che, quasi sempre, gli interventi messi in opera per compensare i disagi dovuti alla siccità hanno l’effetto di aggravarla e ciò che sta accadendo il Italia ne è un eccellente esempio.

In prima, grossolana approssimazione possiamo distinguere due livelli: globale e regionale, che interferiscono fra loro.

Livello Globale.

E’ quello di cui si parla di più su cui si può agire di meno, ne faremo quindi solamente un rapidissimo cenno.   Si tratta ovviamente di tutta la complessa tematica del GW.   Senza dubbio la combustione di carbone, petrolio e gas è stata la forzante principale che ha scatenato il fenomeno, ma attualmente sono attive anche una serie di retroazioni che, complessivamente, tendono ad amplificarlo.   Di sicuro sappiamo che la temperatura media sta salendo, così come il livello del mare e l’acidità degli oceani, mentre il volume di ghiaccio diminuisce e  gli eventi meteorologici diventano più instabili.   Nella maggior parte delle zone fa più caldo e piove di meno, ma non dappertutto; ci sono anche zone in cui fa più fresco e/o piove di più.   L’evoluzione nei tempi lunghi sono poco prevedibili per molte ragioni, far cui l’instabilità intrinseca dell’atmosfera (e secondariamente degli oceani), il ruolo non modellizzabile delle nubi e dell’aerosol, la forza delle retroazioni in corso, l’interferenza con fattori di scala minore.

Livello regionale

Struttura geo-morfologica.   La forma del rilievo e delle rete imbrifera, la natura delle rocce  determinano in gran parte la facilità con cui l’acqua circola sul territorio e nel sotto suolo.  E’ un fattore che varia molto poco nel tempo, salvo casi particolari come le zone di bonifica o dove ci sono ampi bacini estrattivi che possono cambiare le caratteristiche geo-morfologiche di un territorio nel giro di decenni.  Oggi anche di pochi anni.

Aree umide.   Fino a circa un secolo fa paludi, stagni, golene, aree soggette a sommersione stagionale o occasionale eccetera rappresentavano un elemento determinante del paesaggio di quasi tutte le regioni italiane; oggi ne rimane circa l’1%.   Ciò ha modificato radicalmente il ciclo dell’acqua, sia perché sono molto diminuiti i tempi di corrivazione verso il mare, sia perché la minore evapotraspirazione contribuisce a ridurre la piovosità, specialmente sulle aree planiziali interne che sono quelle più densamente popolate e quelle più importanti per l’agricoltura.

Suoli.   La natura del suolo è anch’essa fondamentale nel determinare la quantità di acqua piovana che ruscella in superficie e quella che, viceversa, si infiltra e viene trattenuta.   A sua volta, la natura del suolo dipende da un’insieme di fattori che vanno dal clima e dalla natura delle rocce, fino alla vegetazione ed alla fauna, passando per le tecniche agricole.   Due aspetti molto importanti che riguardano in particolare i terreni agricoli sono il contenuto in sostanza organica e la struttura (come le particelle del suolo si aggregano fra loro).   La maggior parte delle tecniche agricole tendono a ridurre entrambi, riducendo in modo drammatico la quantità di acqua che i suoli sono in grado di trattenere a disposizione delle piante (capacità di campo).   Esistono anche tecniche che hanno l’effetto contrario, ma per ora rimangono molto marginali.

Vegetazione.  La vegetazione ha un impatto determinante sui suoli e sul ciclo dell’acqua, sia perché immagazzina grosse quantità di acqua nei propri tessuti, sia perché ne facilita l’infiltrazione in profondità quando piove per recuperarla e rimetterla in circolazione nel suolo e nell’atmosfera quando non piove.

Fauna.  La fauna ha un effetto più indiretto, ma determinante in quanto modifica, talvolta molto pesantemente, la vegetazione e, di conseguenza, i suoli; finanche il reticolo imbrifero.  Sia per quanto riguarda la fauna che la vegetazione, non conta solo la quantità, ma anche la varietà di forme di vita.   Una riduzione della biodiversità ha sempre effetti negativi sul funzionamento degli ecosistemi.

Urbanizzazione.   La quantità. La distribuzione e le caratteristiche dell’edificato modificano il ciclo locale dell’acqua, talvolta in modo drammatico.   Strade, case e piazze sono infatti impermeabili o quasi e le piogge cadute sull’edificato vengono allontanate il più rapidamente possibile tramite apposite reti fognarie.   Inoltre, ampie superfici di asfalto e cemento si scaldano molto di più del territorio agricolo, per non parlare delle foreste.   Questo altera la circolazione locale dell’aria.   Un effetto molto amplificato dai condizionatori che rinfrescano gli interni, surriscaldando ulteriormente l’esterno.

Consumi antropici.   In paesi come l’Italia, una quota consistente dell’acqua raccolta dai bacini imbriferi passa attraverso il nostro sistema economico; in estate una quota preponderante.   La portata di magra dei fiumi è oramai esclusivamente o prevalentemente formata da reflui dei depuratori (più o meno ben depurata).   In prossimità del mare, l’acqua che si vede nei fiumi è invece salata, tranne talvolta una sottile lente di acqua dolce che scorre in superficie, mentre il mare risale nell’entroterra.
Circa il 85% dell’acqua che usiamo va per irrigare le colture, l’ 8% per l’industria, 7% per i consumi domestici che da soli ammontano a ben 245 litri al giorno a persona!   Nel 1980 erano 47.

In effetti, l’acqua non si “consuma” in senso stretto, ma l’uso che ne facciamo ha due effetti principali.  Il primo è quello di inquinarla, il secondo è quello di accelerarne il deflusso verso il mare, inaridendo gradualmente, ma inesorabilmente il territorio cosa che, abbiamo visto, contribuisce a ridurre le piogge, aggravando il processo.   Il fatto che le falde freatiche si siano abbassate quasi dappertutto e che la portata di quasi tutte le sorgenti sia diminuita dimostra un fatto molto semplice: abbiamo creato un deficit cronico nel nostro bilancio idrico.   Un deficit che i periodi di piogge consistenti e prolungate mitigano per un periodo, ma che non riescono mai a compensare del tutto.

Che fare?

Uno dei fattori che rende la siccità un pericolo molto più grave ed insidioso di nubifragi, “bombe d’acqua” ed uragani è che passa quasi inosservata, sempre sottovalutata.   Questo perché mentre le tempeste hanno impatti drammatici nel giro di poche ore, la siccità mina lentamente, ma inesorabilmente la vivibilità di un territorio.   Ed è un fenomeno che si sviluppa nell’arco di decenni, perlopiù sotto terra, finché i danni si fanno manifesti; ma a quel punto sono anche irreversibili o quasi.   La maggior parte delle zone attualmente desertiche sono state rese tali da una secolare azione antropica; un processo che si è spaventosamente accelerato negli ultimi decenni.   Ma il disastro maggiore è che i provvedimenti presi per contrastarla sono solitamente tali da aggravarla.   Quasi sempre, la risposta ai periodi di crisi acuta sono infatti nuovi pozzi, captazioni e condutture; cioè un maggiore sfruttamento di una risorsa che si sta degradando principalmente a causa di uno sfruttamento già largamente eccessivo.

Sarebbero possibili interventi più efficaci?   Si, ma solo a condizione di cambiare di 180° il nostro modo di pensare.   Vale a dire che bisognerebbe lavorare a tutti i livelli contemporaneamente, dall’educazione permanente alla gestione dei fondi pubblici, passando per una miriade di norme e regolamenti, per riportare in pareggio il bilancio idrico a tutti i livelli.   E comunque gli effetti sarebbero parziali, indiretti e dilazionati nel tempo; cioè esattamente il contrario di quello che la maggior parte della persone vuole.

Sui fattori climatici globali possiamo e dobbiamo fare molto per ridurre i nostri consumi di tutto, questo è infatti l’unico modo per ridurre davvero tanto le nostre emissioni climalteranti, quanto i consumi di acqua.   Gli effetti sarebbero però indiretti e globali, non rilevabili a livello locale.   Viceversa molte cose potrebbero essere fatte a scala nazionale, regionale e comunale.   Un elenco anche parziale di possibili azioni occuperebbe decine di pagine, qui faremo quindi cenno solamente alle due strategie di base: aumentare le entrate e ridurre le uscite, come con qualunque bilancio.

Aumentare le entrate vorrebbe dire cercare, nei limiti del possibile, di aumentare la piovosità media.   Non ci sono ricette sicure, ma ridurre il surriscaldamento delle città (sia in estate che in inverno),  aumentare la biomassa arborea nelle aree planiziali, aumentare la capacità di campo dei terreni agricoli e le aree umide di ogni tipo sono fra le cose sicuramente utili.

Per ridurre le uscite, occorrerebbe innanzitutto ridurre drasticamente lo sfruttamento delle risorse idriche.  Cioè ridurre i consumi di tutti i tipi, anche mediante razionamento, e favorire il ristagno dell’acqua piovana nell’entroterra, anche temporaneo, ogniqualvolta sia possibile.  Ridurre le superfici irrigue e migliorare i suoli agricoli sarebbero le strategie principali in agricoltura, mentre per l’industria sarebbe necessario generalizzare il riuso di acque reflue depurate.  Un campo nel quale già si contano diverse esperienze molto positive, che però stentano a diffondersi perché, comunque, trivellare nuovi pozzi per ora costa meno.

Finirà la siccità?   Prima o poi si, per forza.   Gli ecosistemi ritrovano sempre un loro equilibrio, ma se vogliamo farne parte dobbiamo cominciare a pensare che senza petrolio è difficile che possa esistere una civiltà avanzata, ma con poca acqua non può esistere civiltà di sorta.

Vittoria! Vittoria?

Nota preliminare: In queste pagine userò il termine “fascistoide” come sinonimo di “Partito o movimento di estrema destra”, per distinguerli dai partiti fascisti storici che hanno caratteristiche loro proprie, almeno in parte diverse da quelle di molte formazioni dell’estrema destra attuale. Inoltre, non ho utilizzato il termine alla moda di “populisti” per rispetto dei movimenti autenticamente populisti del XVIII e XIX secolo che ebbero una dignità ed una valenza politica che nessun partito attuale neppure si sogna.

Tutto cominciò con la brexit.

Nonappena la vittoria del “leave” cominciò a delinearsi sugli schermi, i promotori del referendum entrarono in uno stato di panico. Nelle aspettative di Farage e soci avrebbe dovuto vincere di stretta misura “remain”, in modo da mantenere ingessato lo status quo e permettere loro di continuare con la consueta sceneggiata. Cosa non aveva funzionato nei loro calcoli? Probabilmente parecchie cose, ma principalmente avevano sottostimato il potere combinato della delusione e della rabbia sulla maggioranza degli elettori. Un fatto questo importante perché cavalcare la delusione e la rabbia (peraltro largamente giustificate) sono la cifra che accomuna i movimenti fascistoidi di tutta Europa e non solo.
Per questo, nelle settimane immediatamente successive il voto inglese, le cancellerie europee si sono rese conto che nel 2017 cadevano una serie di scadenze elettorali critiche fra cui le politiche in Austria, Bulgaria, Olanda, Francia e Germania. Un crescendo che, se fosse scattato il tanto temuto “effetto domino”, avrebbe disintegrato l’UE nel giro di pochi mesi.

Vittoria?

Sappiamo come è andata finora. In Austria, Bulgaria, Olanda e Francia i candidati dell’estrema destra hanno perso. In Germania stagnano in basso nei sondaggi. Vittoria dunque?
Si può dire che la prospettiva di un’implosione della UE è quantomeno rimandata a data da destinarsi, ma a ben vedere chi non ama l’estrema destra non ha molto di cui rallegrarsi. In Austria le presidenziali sono state vinte di strettissima misura da un vecchio residuato di quando l’ambientalismo era una forza politica importante. In Bulgaria ed in Olanda sono stati confermati i candidati governativi, che però non hanno mai dato gran prova di sé. Tanto che il loro margine di vantaggio sull’opposizione fascistoide si è comunque ridotto sensibilmente.
La Francia era un pericolo maggiore per l’importanza e la posizione del paese. La netta vittoria di Macron è stata una brutta sorpresa per la signora LePen che puntava ad un finale “al fotofinish” in stile austriaco. Tuttavia il pericolo è solo posticipato e neanche di molto. Un pericolo anche maggiore è infatti rappresentato dalle prossime elezioni in Germania.
Qualcuno si stupirà. Nella patria dei crauti entrambi i maggiori partiti in lizza si dichiarano apertamente europeisti e la maggior formazione di estrema destra, Alternativa per la Germania (AfD), non dovrebbe superare il 10%. Dunque perché preoccuparsi? Perché l’ottusità ed il provincialismo testardamente dimostrati dalla cancelliera uscente sono state proprio, il volano che ha fatto crescere l’eurofobia in tutto il continente. Con l’elezione di Junker, la “scomparsa” di Hollande e la rinuncia di Renzi ad un qualche ruolo a livello europeo, la Merkel si è assicurata un ruolo assolutamente egemone nella UE. In più di un’occasione importante è stato chiaro che le decisioni le prendevano lei ed il suo fido Schauble, alla faccia delle istituzioni comunitarie.
A partire dallo scoppio della crisi, mai conclusa, del 2008, la cancelliera ha usato questo potere per condurre una politica decisamente euroscettica nel senso autentico del termine. Vale a dire che ha usato gli strumenti comunitari in funzione esclusivamente o quasi degli umori dell’elettorato interno tedesco. E fra tutti i gravi danni fatti all’Europa, sicuramente il peggiore è stata la crisi greca. Un disastro voluto e perseguito dal governo tedesco senza che gli altri paesi, pur potendo, facessero nulla; e senza rendersi conto che così si stavano picconando le fondamenta stesse del mito europeista.
Oggi, una nuova vittoria della cancelliera uscente appare più che probabile, ma sarebbe una tragedia senza riparo. Altri 4 anni di Merkel-Schauble e un’ondata di governi fascistoidi in tutt’Europa sarà inevitabile. Non perché aumenteranno i veri fascisti, ma perché aumenterà il livello di frustrazione fino ad un punto in cui non ti interessa più che il tuo candidato menta platealmente o farnetichi di cose impossibili. Ti interessa solamente rovesciare il “sistema”. Costi quel che costi. E può costare moltissimo.

Il cambiamento.

Che le cose in Europa vadano molto peggio di 10 anni fa è un fatto. Come è un fatto che i governi e le classi dirigenti in genere hanno commesso una serie molto lunga di errori molto gravi. Ma come dice un vecchio adagio: “non c’è mai limite al peggio”.
Il punto più pericoloso è che mentre ci sono governi che per consolidarsi hanno bisogno di mostrare qualche successo, ve ne sono altri che si rafforzano proprio mediante il costante peggioramento della situazione. E funziona. Forse l’esempio attuale più spettacolare in questo senso è quello di Recep Erdogan. Quando salì al potere per la prima volta nel 2003, la Turchia era nel pieno di un mirabolante “miracolo economico”, godeva di rapporti preferenziali con le maggiori potenze planetarie, ottime relazioni con tutti i paesi confinanti e molto altro ancora. Oggi in Turchia ci sono migliaia di morti all’anno (circa 10.000 dal 2015, pare) fra attentati, bombardamenti e sparatorie. Decine di migliaia di persone sono vittime di arresti arbitrari e maltrattamenti, mentre centinaia di migliaia sono state licenziate perché sospettate di essere contrarie al regime. Molti parlamentari di opposizione sono in galera, la crisi economica morde, gli investitori fuggono, i rapporti internazionali sono appesi ad un filo, internet e la stampa sono pesantemente censurate, eccetera. Ma tutto ciò non ha impedito al nostro di vincere un referendum che gli concede un ulteriore, consistente aumento di potere, praticamente a vita.
In tutto l’Occidente, la lista dei partiti e dei movimenti che si candidano a “ripulire e rinnovare” la politica è lunga. Ma l’esperienza ci dovrebbe aver insegnato che può essere molto difficile, lungo e doloroso licenziare un “uomo forte”. Anche in Italia è già successo.

E dunque?

E dunque l’unica possibilità di uscire dalla trappola è che partiti e leader non legati a movimenti di estrema destra capiscano che il loro compito non è quello di continuare a difendere una linea politico-economica fallimentare. Bensì quello di gestire una decrescita non felice, ma inevitabile; mitigandone gli impatti e facendo capire a più gente possibile cosa sta succedendo e perché. Quand’anche ciò risultasse impossibile, in fondo, la maggior parte dei cittadini chiede cose perfettamente legittime:

1 – Uno stile sobrio da parte di uomini e donne al potere.

2 – Combattere efficacemente la corruzione a tutti i livelli.

3 – Ridurre le sperequazioni eccessive fra i redditi troppo alti e quelli troppo bassi. Visto che alzare i redditi bassi è, oggettivamente, difficile e forse impossibile, bisognerebbe ridurre quelli troppo alti.

4 – Riprendere il controllo delle frontiere. Cioè stabilire quanta e quale gente, a quali condizioni può entrare e restare. Insomma, un ragionevole punto di equilibrio fra il “tutti” ed il “nessuno” proclamati dalle propagande contrapposte.

Non sembrano cose impossibili, a condizione che si prendano provvedimenti idonei in tutti i paesi UE contemporaneamente. É infatti chiaro (o dovrebbe esserlo) che nessuno dei paesi europei da solo potrebbe oggi perseguire questi risultati con un minimo di probabilità di successo. Non ne avrebbe la forza politica, né i mezzi pratici.
Qualcosa forse comincia a muoversi, proprio grazie alla scelta inglese ed alla paura suscitata dall’elezione di Trump. Non rimane molto tempo e le prospettive non sono incoraggianti, ma questo turno elettorale, finora, ci ha concesso altri 4-5 anni di tempo per fare qualcosa. Certo, il declino della civiltà industriale non sarà fermato né così, né in altro modo, ma forse riusciremo ad evitare di aggiungere il male al malanno.

studiare la storia

“Coloro che non studiano la storia sono condannati a ripeterla.   Coloro che la studiano sono condannati ad osservare impotenti gli altri che la ripetono”.

Omaggio a tre pionieri

Articolo già apparso sul blog “Malthus non aveva poi tutti i torti” il 18 gennaio 2016.

MalthusGira e rigira si torna sempre dal reverendo Thomas Robert Malthus.  Grande amico personale di David Ricardo. Fra una tazza di thè ed bicchierino di sherry, i due avevano capito molto di come funzionavano i rapporti fra economia e popolazione.   Come tutti i pionieri, si erano sbagliati su molte cose e, d’altronde, il mondo è cambiato non poco da allora.
Tuttavia alcuni punti dei loro ragionamenti rimangono validi a distanza di quasi due secoli.

Il primo è che, se non si interviene per limitare volontariamente la natalità, la crescita demografica sarà più rapida delle crescita economica, condannando la maggior parte della popolazione ad una miseria sempre più nera.

Il secondo è che la crescita demografica aumenta l’offerta di mano d’opera minando il potere contrattuale delle classi lavoratrici.   In pratica, sostenevano che, in assenza di adeguate misure, un aumento dei salari avrebbe causato un aumento della popolazione, il che avrebbe portato ad una nuova riduzione dei salari.   In pratica, i salari erano per natura nell’ordine di grandezza della mera sopravvivenza del lavoratore con la sua famiglia.   Un miglioramento, quando possibile, sarebbe stato temporaneo.   Per le classi popolari, l’unica arma di difesa sul lungo periodo era, secondo loro, ridurre la propria fertilità.

Il terzo punto era che, aumentando la popolazione di un paese, l’unica alternativa al disastro del medesimo era la massiccia emigrazione del surplus, il che non faceva che trasferire il disastro sulla pelle di altri popoli incapaci di difendersi.    La storia non ha fatto che confermare tragicamente questa previsione.    La marea montante in Europa è dilagata verso est e verso ovest travolgendo tutto ciò che poteva ostacolarla.

Tutti questi punti sono stati negati e ridicolizzati negli anni ruggenti della petrolizzazione dell’economia.   Per una trentina d’anni, infatti, la crescita economica è stata più rapida della pur esplosiva crescita demografica ed il povero Malthus fu postumo oggetto di ogni dileggio.    Mentre di Ricardo si ricordarono solo le opinioni in linea con la moda.   Ma trascorso qualche decennio ancora, dagli armadi in cui erano state relegate, queste osservazioni sono tornate a tormentare le nostre coscienze.     Diamo un’occhiata all’andamento dei salari ed alle offerte di impiego per i giovani da una decina d’anni e passa a questa parte.   Si tratta di una crisi passeggera, come molti asseriscono, o di un ritorno alla normalità?

Vedremo, ma circa un secolo prima di Malthus e di Ricardo, un altro suddito britannico aveva già capito che la crescita demografica condanna il popolo alla miseria.    Non era uno scienziato, ma anche egli era un pastore anglicano: Jonathan Swift.    Divenne  famoso come romanziere, ma da grande scrittore qual’era, osservava la realtà con una rara perspicacia.   E la descriveva con spietata lucidità.

Nel 1729 pubblicò un libello dal titolo “Una modesta proposta: per impedire che i bambini irlandesi siano a carico dei loro genitori o del loro Paese e per renderli utili alla comunità”.
Una lettura che consiglio a tutti coloro che non sono deboli di stomaco.   Immediatamente stroncato dal pubblico e dalla critica che forse non capì il disperato sarcasmo dell’opera, o forse perché lo capì anche troppo bene, ad oggi rimane una lettura volutamente disturbante.   E per una buona ragione.   Niente è più tragico del destino di un popolo che si scontra brutalmente con il limite di capacità di carico del proprio territorio.
In poche pagine Swift realizza uno dei primi (forse il primo) capolavoro dell’humour noir della letteratura europea, descrive con spietato realismo le condizioni di vita dei poveri d’Irlanda ed indica senza mezzi termini le cause di tutto ciò: l’avidità dei ricchi e la stupidità dei poveri.   In particolare, con il suo inconfondibile stile, dice chiaramente che la riproduzione forsennata condanna senza remissione possibile i poveri alla miseria.   Qualunque cosa accada.
Swift morì senza figli e lasciò il cospicuo patrimonio che aveva accumulato come scrittore alla città di Dublino, ma non per nutrire i poveri, bensì per costruire il primo manicomio d’Irlanda (una realizzazione di assoluta avanguardia a quell’epoca).   Spiegò nel testamento che un manicomio era l’istituzione più necessaria in un paese di pazzi.

Guerra fredda, calda, tiepida? – Seconda puntata

Nella precedente puntata ho tentato di fare una sintesi estrema dei principali presupposti ad un’ipotetica futura guerra di vasta portata.   Ma nel frattempo l’attacco a Mossul è cominciato, senza fretta.   la grossa incognita è: cosa succederà quando i curdi e gli sciiti si incontreranno in centro?

Intanto vediamo molto sommariamente alcuni elementi importanti che la stampa trascura completamente quando tratta di questi argomenti.

 

Cosa si dimentica

crisi USA - CinaDunque Aleppo (e dal  17-10-2016 anche Mossul) non sono che minimi tasselli di un mosaico globale in cui si fronteggiano due potenze vicine al loro zenith, USA e Cina.   Una terza, decaduta ma tuttora importante, cerca di recuperare terreno verso la prima, ma per farlo ne perde con la seconda.   La guerra fredda (o peggio) che si sta addensando non è quindi un revival di schemi cari ai nostalgici dell’Unione Sovietica, bensì un quadro completamente nuovo in cui Cina (ascendente) ed USA (calante) si contendono la carcassa del mondo.   Tutti gli altri sono pedine di questo gioco.

Ancor più importante, a mio avviso, è il fatto che il movente principale dell’ostilità  non è più imporre un dato sistema politico-economico al mondo, bensì puntellare le proprie società in disintegrazione.  Il che rende la situazione molto più pericolosa, anche se non nell’immediato.

Ma perché mai le società di quasi tutti i paesi del mondo, comprese le super-potenze,  sono in così grave crisi da dover rischiare una guerra, pur di tenerle insieme?    Ovviamente la concause sono molte.   Alcune sono specifiche dei vari paesi, altre riguardano invece tutti, sia pure in modi diversi.

limiti-dello-sviluppoIl principale punto volentieri dimenticato è che la crisi globale attuale è l’avvisaglia dell’impatto della civiltà industriale contro i limiti invalicabili delle leggi fisiche.  E il “bello” deve ancora arrivare.   Dietro il tuonare dei cannoni e lo sferragliare dei cingoli si cela lo stringersi ineluttabile della triplice morsa costituita dal decadimento delle risorse, una complessità non più sostenibile e l’aumento dell’entropia planetaria.
In queste condizioni, le guerre non sono altro che un modo per accelerare la decandenza.   Lo abbiamo già visto con le piccole guerre  in corso o recenti: anche chi vince non ha poi i mezzi per controllare il territorio conquistato.   Tantomeno per ricostruire ciò che la guerra ha distrutto.   In pratica, anche i vincitori perdono.

Ma una nuova “grande guerra” non penso sia dietro l’angolo, neppure fredda.    La globalizzazione ha fatto enormi danni nel mondo, ma ha un indubbio vantaggio.    50 anni fa i sistemi economici dei due blocchi erano largamente indipendenti, mentre oggi sono inestricabilmente interdipendenti.   Né USA, né EU, Russia, Cina e nessun’altro attore grande o piccolo di questa tragica farsa può sopravvivere senza i propri nemici.   Nessuno può ormai tirarsi fuori dall’economia globalizzata senza collassare all’istante ed il collasso di uno qualunque dei grossi provocherebbe (provocherà) il collasso di tutti gli altri.   Lo sanno molto bene i pezzi grossi, ma lo ignorano le basi nazionaliste od integraliste che li sostengono.   Una situazione che diverrà sempre più pericolosa, man mano che le condizioni economiche e sociali peggioreranno per tutti i paesi (ma non per tutte le classi sociali), inducendo i governi ad agitare sempre di più le spade.

Una win-win situation?

E’ d’uopo terminare gli articoli con una parola di speranza.    In questo caso è uno poco perversa, ma c’è.
E’ infatti molto possibile che i governi principali riescano a mantenere il controllo della situazione e non prendano misure eccessivamente dannose per le proprie poplazioni.   Guerre regionali anche più grosse di quelle in corso ci saranno di sicuro.   Ad esempio, penso sia molto elevato il rischio di una guerra regionale che coinvolga direttamente Arabia Saudita, Turchia ed Iran (con quali protettori internazionali sarebbe probabilmente una sorpresa per molti).    Tuttavia, il generalizzato macello che qualcuno paventa potrebbe benissimo non avvenire.   In questo caso, il declino della civiltà industriale proseguirà a sdrucciolare lungo la china termodinamica attuale.
Se, viceversa, si giungerà alla formazione di due blocchi isolati, il danno economico sarà terribile per tutti.   La miseria dilagherà molto rapidamente, portando ad una drastica riduzione di consumi ed emissioni.   A ruota seguirà l’indispensabile calo della popolazione mondiale.   Insomma, una nuova guerra fredda accelererebbe i tempi per il collasso dell’economia industriale in gran parte del mondo, a vantaggio di quel che resta della Biosfera.    Uno scenario molto peggiore per noi, ma probabilmente migliore per i nostri discendenti.
Infine, che accadrebbe se i pesi massimi si scontrassero sul serio?     L’immenso volume di fuoco che potrebbero mettere in campo sarebbe concentrato sulle grandi città, le infrastrutture di trasporto ed i centri industriali.   Certamente ci sarebbero impatti disastrosi anche dal punto di vista ambientale, ma la civiltà industriale troverebbe la sua fine nel giro di anni (forse di mesi) anziché di decenni.
Ad oggi pare una possibilità molto remota, ma se dovesse succedere sarebbe probabilmente la migliore notizia possibile per la Biosfera.

Cosa vogliamo sperare che accada?   Ognuno di noi può scegliere cosa sperare, ricordandosi però che è contemporaneamente parte integrante del sistema economico globale, di uno dei blocchi politici contrapposti e della Biosfera.    La nostra vita dipende contemporaneamente da questi tre sistemi incompatibili.    Possiamo scegliere per chi fare il tifo.

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Guerra fredda, calda o tiepida? – prima puntata.

Prima di tutto vorrei ricordare che il sottoscritto, come tutti voi, dispone esclusivamente di notizie di stampa quanto meno partigiane.   Non penso dunque di sapere come effettivamente stiano le cose, ma semplicemente di suggerire una serie di riflessioni che cercano di trascendere l’animosità e la partigianeria insiti nel nostro modo di rapportarci alla politica.

Aleppo

guerra aleppoMentre prosegue la “varsavizzazione” dei quartieri ribelli di Aleppo, i rapporti fra USA e Russia si sono ulteriormente deteriorati.   Tanto che da molte parti, anche autorevoli, si parla ormai apertamente di un ritorno alla guerra fredda.   O peggio.

Apparentemente, la causa di tanto disastro sarebbe lo scontro fra le truppe di Assad (sostenute da Mosca) e varie milizie ribelli, fra cui l’Esercito Siriano Libero ed i curdi dell’YPG (entrambi sostenuti dagli Stati Uniti, ma nemici fra loro; l’ESIL è appoggiato anche dalla Turchia che è invece contro l’YPG).    Certo non è una sorpresa per nessuno che l’accordo ufficioso anti-ISIL fra USA e Russia sia saltato appena il “califfato” ha cessato di essere pericoloso per i rispettivi interessi (l’ISIL ad Aleppo non c’è più dal gennaio 2014).   E neppure è sorprendente che sia saltata l’alleanza fra YPG e Assad, nonappena i due si sono incontrati sul terreno.   E non sappiamo neppure quanto sia effettivo il controllo dei “pezzi grossi” sui rispettivi “clienti”.

Ma, mi domando, è mai possibile che due dei paesi più importanti del mondo arrivino ai ferri corti per una fetta in più o in meno di quello che era uno stato fallito già prima che 5 anni di guerra lo riducessero in pezzi?   Vista così, sembra davvero poco credibile.    Tanto più che sia gli americani che i russi dovrebbero aver imparato la differenza che c’è fra conquistare un territorio e controllare il medesimo.
Proviamo allora ad allargare lo sguardo.

Il Medio Oriente

Accanto alla Siria c’è l’Iraq, dove l’ultima città importante in mano all’ISIL è Mossul, da mesi sotto un lasco assedio.   Da sud premono i governativi, sostenuti da fanterie iraniane ed aviazione USA; a nord ci sono i curdi sostenuti dai turchi.   Se Turchia e USA continuano (per ora) ad essere alleati, i loro protetti (rispettivamente curdi  e governativi iraqueni) sono invece nemici da sempre.

Allarghiamo ancora un poco l’orizzonte e troviamo Turchia, Iran, Arabia Saudita ed Egitto; tutti in piena ebollizione.

La Turchia è stata per 70 anni l’alleato di ferro dell’Occidente, ma dai tempi dell’invasione USA dell’Iraq, nel 2003, l’alleanza si è incrinata ed oggi appare fatiscente.   La progressiva islamizzazione del regime ormai quasi dittatoriale di Erdogan e la repressione seguita al fallito colpo di stato del 15 luglio scorso, hanno precipitato la situazione.
Intanto l’esercito turco ha occupato fette di Siria per impedire che fossero occupate dall’YPG e dagli americani.

L’Iran, dopo essere stato l’inventore dell’integralismo islamico post-moderno e l’arcinemico dell’occidente per decenni, sta rapidamente riallacciando rapporti di collaborazione anche militare con USA ed EU.   Ma l’Iran mantiene anche buoni rapporti con la Russia e sostiene Assad, sia pure in modo sempre più tiepido, man mano che i dittatore riacquista potere.

L’Arabia Saudita sembra sul’orlo di un’implosione, sia sul piano interno che su quello internazionale.  Dopo aver demolito mezzo Yemen senza riuscire a vincere la guerra, si è vista tagliare gli aiuti militari proprio dagli USA che la hanno sempre sostenuta ad oltranza.   E mentre il governo saudita espelle o incarcera buona parte degli esponenti yemeniti che fino a ieri erano suoi alleati, qualcuno spara contro le navi USA che incrociano a largo dello Yemen (padellando).

L’egitto, ex campione dell’Unione Sovietica ai tempi di Nasser e poi fedelissimo degli USA, è sicuramente sull’orlo di un’implosione.   Probabilmente il regime militare rimane in sella solo grazie alla terroristica repressione di ogni forma di dissenso.   D’altronde, l’alternativa sarebbe un altrettanto feroce regime islamista.   Al Sisi lo sa e, pur restando alleato degli USA, lancia strizzatine d’occhio a Mosca in cerca di conforto.   Nel frattempo la popolazione egiziana cresce al ritomo di quasi due milioni di persone all’anno.   Le conseguenze sono inevitabili e ci saranno 100 milioni di persone disperate ai nostri confini.   Sarebbe bene cominciare a pensarci.

Dunque il quadro medio-orientale appare in una fase caotica (in senso sistemico).   Vale a dire una fase in cui tutti gli elementi principali fluttuano senza una regola identificabile e possono quindi essere attratti in una delle molte direzioni possibili anche da spostamenti minimi di fattori interni od esterni.

Le grandi potenze

USA - RussiaAllargando ancora il campo, troviamo che lo scontro fra Russia e NATO non è limitato al Medio Oriente.   Indipendentemente dalla complessa genesi della crisi ucraina, non c’è dubbio che la linea di demarcazione fra la parte di questo paese che gravita verso est e quella che gravita verso ovest è tutt’altro che pacificata.  Sparatorie e scambi di cannonate sono quotidiani e, se la situazione rimane praticamente immutata, è solo perché nessuno dei contendenti ha il fiato di tentare un’offensiva.   Per Putin, l’intervento in Siria ha probabilmente anche la funzione di attirare l’attenzione dei nazionalisti russi su di un fronte più remoto, ma la questione del Donbass rimane una ferita aperta che può suppurare in qualunque momento.   Anche in considerazione dello scarso controllo che igoverni esercitano su parte delle milizie impiegate in entrambi i campi.

E veniamo dunque a dare un’occhiata ai due contendenti principali (o apparentemente tali): USA e Russia.

I primi sono stati paragonati ad un “guscio di acciaio vuoto dentro”.    In effetti, se la potenza militare statunitense attuale non teme confronti, la società che questa forza protegge si sta disintegrando e credo che il livello della campagna presidenziale in corso sia un buon indicatore in questo senso    Di qui la necessità per il governo di compattare il paese mantenendo uno stato di allerta crescente, anche a rischio di aumentare il pericolo reale.   Specialmente a ridosso di elezioni in cui entrambi i candidati hanno deciso di giocare il ruolo dei “duri”.

Se Atene piange Sparta non ride (o viceversa) si diceva un tempo.   La Russia post sovietica ha rimesso insieme una variante di economia capitalista basata essenzialmente sull’esportazione di materie prime in Europa.   Ma dal 2008 la situazione ha ricominciato a peggiorare e dal 2014 è precipitata.   Non tanto per le sanzioni occidentali, quanto per la crisi economica dei loro principali clienti (noi) e del mondo intero, che si è portata dietro il crollo del prezzo del petrolio.   Non dimentichiamoci inoltre che, malgrado la Russia sia oggi il principale esportatore mondiale di energia, la maggior parte dei suoi giacimenti di petrolio sono post-picco.   Questo significa costi crescenti ed EROEI calanti.
I giacimenti di gas sono invece irreversibilmente collegati all’UE.   Mosca sta cercando di sviluppare i giacimenti di gas siberiani collegandoli alla Cina, ma la nuova rete di metanodotti dovrebbe essere costruita in tempi di migragna e di ritorni rapidamente decrescenti, oltre che su terreni in parte resi instabili dal riscaldamento climatico.   Non sarà una cosa semplice, né veloce.
Anche in questo caso, solleticare il proverbiale patriottismo russo è un modo semplice e sicuro di compattare il paese, specie se alla guida c’è un personaggio particolarmente popolare come Vladimir Putin.   Ma se Putin è molto popolare, il suo partito non lo è affatto e questo pone il capo nella delicata posizione di dover costantemente rinfrescare la sua vernice di uomo duro e vincente.   Un gioco che diventa sempre più pericoloso, man  mano che i margini di manovra si assottigliano.

Guerra, contenimento CinaMentre tutti gli occhi guardano la Russia europea, cosa succede dalla parte opposta del pianteta?   Succede che la Cina si trova anch’essa nelle peste di una crisi economica che si va cronicizzando.   Anche se formalmente il PIL continua a crescere, la gente si va rendendo conto che la festa è finita e diventa nervosa.   Pronta anche qui un’altra iniezione di nazionalismo e di paura, con una serie di azioni per rivendicare alcuni scogli.   Ma dietro queste sceneggiate, Pechino sta mettendo in atto una serie di operazioni molto più consistenti.   Nel Mar Cinese e nell’Oceano Indiano sta infatti stabilendo una serie di basi logistiche e militari che (giustamente) spaventano i suoi vicini.
Se ne è accorto Obama che, da qualche anno, ha avviato una complessa politica di contenimento, saldando un’alleanza fra molti degli stati più o meno direttamente minacciati.   Da Giappone, Korea del Sud e Taiwan, fino al Vietnam ed alle Filippine (con una minaccia di Duterte di cambiare campo se non gli lasciano ammazzare i 3 milioni di filippini che vuole eliminare).   Ma ultimamente anche Indonesia ed India sembrano aver deciso che la Cina è più pericolosa degli USA.
Dunque, mentre l’espansione cinese verso il mare sta incontrando resistenza, verso il continente le porte le si spalancano.   Le difficoltà in cui annaspa la Russia favoriscono infatti la Cina che si sta letteralmente comprando d’occasione le risorse siberiane, tanto quelle russe che quelle dei suoi satelliti asiatici.   Per ora fa eccezione il Kazakistan che tiene fuori i cinesi, ma non i russi.
Dunque, abbiamo una potenza in declino, erede una notevole forza militare, ma senza più un sistema industriale in grado di sostenerla.   Questa, per difendere i suoi confini occidentali (o comunque quelli che considera tali), sta svendendo i suoi confini orientali dove una potenza prossima al suo picco sta cercando disperatamente spazio.

Il seguito alla prossima puntata.

PS. Aggiornamento dell’ultim’ora: pare sia iniziato l’attacco dei governativi iraqueni a Mossul.   Il rischio che vada come ad Aleppo è molto alto.    Così come è molto alto il rischio di uno scontro diretto fra Turchia e Iraq per il controllo di parti della città.

 

Il discensore sociale

Forse ciò che più ha entusiasmato coloro che erano giovani negli anni ’50 e ’60 è stato il famigerato “Ascensore Sociale“.    Cioè la possibilità che tanti figli di operai e contadini hanno avuto di scalare la società diventando funzionari, imprenditori, professionisti, eccetera.
La cosa ha lasciato una traccia tanto profonda che ancora se ne parla come di qualcosa di attuale.   Ma sono passati cinquant’anni.    Due generazioni dopo quel magico periodo, che cosa è rimasto di tale meraviglioso congegno?

Nel 2001, cioè in “tempi non sospetti”, l’Università Bicocca di Milano, pubblicò uno studio riguardante il decennio precedente (dunque gli anni ’90).    La domanda era: i giovani dell’epoca facevano lavori migliori, peggiori od uguali a quelli dei loro genitori?
Ebbene, il risultato fu impietoso.

discensore sociale Jacopo SimonettaI ricercatori avevano diviso i lavoratori in quattro grandi categorie:   In vetta imprenditori, super-dirigenti e grandi professionisti.    Seguivano funzionari e liberi professionisti; infine operai ed impiegati.
Per ogni categoria, si era tenuto conto del lavoro svolto dai genitori e di quello svolto dai figli.   Ebbene, anche se negli anni ’90 un certo numero di figli ancora riuscivano a scalare posizioni migliori di quelle dei propri genitori, era nettamente superiore il numero di figli appartenenti ad una classe sociale inferiore a quella paterna o materna.

Ad esempio, ben il 46% dei figli di imprenditori e super-dirigenti era finito come funzionario ed un altro 22% come impiegato od operaio.   Contro un 15 % di figli di funzionari ed un 5 % di figli di impiegati od operai che erano riusciti a scalare la vetta.

In complesso, la classe dei lavoratori molto ben pagati aveva subito una consistente perdita nel cambio generazionale (-45%), con una massa considerevole di rampolli che si erano trovati rigettati in una classe sociale subalterna quella in cui erano nati.
Insomma, negli anni ’90 la disoccupazione giovanile non era un problema drammatico come oggi, ma l’ascensore sociale era già in avaria e quello che funzionava a pieno regime era piuttosto un efficace discensore sociale.

Contestualizzare il dato.

Perché ci interessa?    perché questo fatto è un indicatore molto potente del fatto che già allora la crescita economica fosse finita da un pezzo.   Anzi, che l’onda di riflusso fosse già cominciata dallo scontro fra un’economia in stagnazione ed una popolazione in crescita.

Economia in stagnazione negli anni ’90?    ERESIA!
Siamo sicuri?    Il PIL era in crescita, verissimo, ma…
Ma tanto per cominciare il PIL è un indicatore dei flussi di denaro, non dello status sociale o della qualità di vita dei cittadini.   Inoltre, i parametri di calcolo sono stati costantemente cambiati a partire dai primi anni ’80, rendendo di fatto non confrontabili i dati su scale temporali decennali o più.
Per l’Europa e l’Italia non credo che esistano dati alternativi a quelli ufficiali, ma per gli USA ci sono e l’economia USA è fortemente indicativa della situazione, perlomeno a livello di “primo mondo”.

Qui mi limiterò a riprendere alcuni dati che ho già utilizzato in un vecchio post.     Sono dati resi disponibili da alcuni ricercatori della Massachusetts University che si sono presi la briga di rifare i calcoli del PIL USA al netto dell’inflazione, utilizzando per tutti gli anni gli stessi parametri di calcolo.
crisi economica globaleEbbene, se il ricalcolo è corretto, almeno negli Stati Uniti la crescita vera pare essersi fermata agli inizi degli anni ’70 (forse non per caso in corrispondenza della prima crisi petrolifera).   Poi il PIL ha continuato a salire fra alterne vicende, ma solo grazie alla contemporanea esplosione del debito e della borsa.    Fino alla fine della guerra fredda il gioco ha funzionato, poi vediamo che neppure la crescita esponenziale del debito e l’esplosione della “new economy”  sono più riuscite a sostenere una crescita dell’economia reale, mentre la qualità della vita declinava.   Con il 2.000, malgrado tutti gli sforzi,  l’economia americana è entrata decisamente in contrazione e la qualità della vita del cittadino medio pure.   Nel frattempo, gli indici di borsa entravano un una fase di estrema volatilità da cui non sono più usciti.

Per l’Italia non disponiamo di dati sul PIL indipendenti dagli enti di governo, ma li abbiamo sul debito pubblico che indicano un’esplosione a partire dalla netà degli anni ’60, con una fase di stasi negli anni ’90, prima di ripartire fuori controllo.   Questo potrebbe suggerire che da noi la crescita avesse cominciato a rallentare prima ancora che in USA, il che è coerente con il fatto che eravamo, e tuttora siamo, un paese periferico dell’impero USA.crisi e debito

Altri paesi hanno seguito parabole analoghe, anche se spostate nel tempo.   Ad esempio, Cina ha avuto la sua fase di crescita economica più convulsa nei venti anni approssimativamente compresi fra il 1985 ed il 2005 grazie ai massicci investimenti esteri ed al non meno massiccio trasferimento di impianti e tecnologie occidentali.
Ma sia pure con modi e tempi diversi rispetto agli altri paesi, anche in Cina il rallentamento dell’economia traspare oramai anche attraverso l’intensa manipolazione dei dati ufficiali, così come dal rilancio di forme di propaganda e di repressione che molti credevano oramai consegnati alla storia.

E allora?

Il picco dell’economia globale forse è stato fra il 2005 ed il 2010.   Probabilmente non a caso in corrispondenza con il picco globale della disponibilità di greggio, ma anche preoccupantemente in linea con i tempi dello scenario base dei “Limiti dello Sviluppo”.

Limiti dello sviluppo

Molti contesteranno questa idea con dovizia di dati, ma ritengo che, quando è scoppiato il bubbone nel 2008, la crisi fosse già consolidata da molti anni nel cuore stesso delle economie occidentali.  Se la maggior parte di noi non ci aveva fatto caso è stato solamente per un insieme di fattori fra cui l’abitudine, il potere tampone del debito, il martellamento mediatico ed il fatto che, ancora, non erano stati toccati i patrimoni piccoli e grandi accumulati nella fase precedente.   Man mano che i risparmi vengono erosi, le proprietà divengono un peso ed i vecchi dotati di buone pensioni muoiono, diviene semplicemente evidente una malattia  che abbiamo oramai da molto tempo.  Un po’ come quando ci si rende conto di avere l’AIDS, magari dopo venti o trent’anni che abbiamo contratto l’HIV.

Tutto questo per dire di non fidarsi di chi identifica le cause della crisi in eventi recenti, ma soprattutto di non fidarsi di nessuno che prometta di guidare il Paese verso un nuovamente fulgido avvenire, quale che sia la medicina proposta.

 

 

Il fallimento del movimento ambientalista.

 

fallimento movimento ambientalista

Uno dei tanti paradossi che caratterizzano la nostra società è questo:  man mano che la situazione ambientale degenera, la quantità di gente preoccupata di questo aumenta, ma il movimento ambientalista è sempre più debole e solo.

Chi non è più giovane, forse ricorderà che negli anni ’70 e ’80 il movimento ambientalista sembrava capace di cambiare la storia del mondo.   Nelle sue infinite articolazioni, riusciva incidere in maniera avvertibile sulle decisioni politiche; almeno nei paesi occidentali dove esisteva una sostanziale libertà di stampa e di parola.
Eppure, allora, un collasso socio-economico ed ambientale di scala globale era considerato possibile non prima di 50 o 100 anni.   Oggi invece, probabilmente stiamo vivendo le prime avvisaglie di un tale collasso, ma non si vedono orde di ambientalisti che, al grido di “Lo avevamo detto”, si impongono finalmente nelle sedi del potere.   Piuttosto, sta accadendo esattamente il contrario: le politiche ambientali fin qui costruite vengono rapidamente smantellate, o svuotate di ogni efficacia.   E gli ambientalisti o girano rapidamente la gabbana, o vengono estromessi non solo dalle “stanze dei bottoni”, ma anche dai corridoi e dagli sgabuzzini del potere.
All’interno della società, le associazioni storiche sopravvivono a stento ed i partiti “verdi” scompaiono, spesso dopo aver fatto magre figure.
E’ chiaro che ogni situazione particolare ha la sua storia ed i suoi problemi, ma il declino dell’ambientalismo è un fenomeno globale e, dunque, deve anche avere delle cause globali, oltre a quelle che riguardano, invece, questa o quella organizzazione particolare.
In qualità di veterano e superstite di questo movimento, mi sono posto alcune domande.

Prima domanda: C’è stato qualcosa di sbagliato alla radice del movimento?

Penso di si, ma non essendo un politologo, posso proporre solo delle riflessioni basate sull’esperienza personale.
Nel suo insieme, l’ambientalismo non ha saputo elaborare e divulgare un paradigma politico alternativo ai due che, all’epoca, si contendevano la scena: il liberalismo ed il socialismo.   Molto presto infatti, la maggior parte degli aderenti e delle organizzazioni ambientaliste si sono lasciate aspirare e stritolare nella dialettica destra-sinistra che nulla aveva a che fare con il cuore del problema.   In pratica, il movimento si è diviso in due.   Da un lato coloro che pensavano che il sistema liberal-capitalista fosse sostanzialmente valido, salvo introdurvi delle correzioni per garantire un adeguato livello di tutela ambientale.
Sull’altro fronte coloro che, viceversa, ritenevano valido il modello socialista  che, con alcune integrazioni, avrebbe potuto frenare il degrado degli ecosistemi, l’esaurimento delle risorse, ecc.
In pratica, da entrambe le parti si è pensato di migliorare quello che già era disponibile, anziché elaborare qualcosa di autenticamente originale.

Eppure, al di la dei parziali e limitati successi che entrambi gli schieramenti possono effettivamente rivendicare, non avrebbe dovuto volerci molto a capire che si trattava di posizioni perdenti a priori.   Sia il capitalismo che il socialismo perseguono infatti il progresso indefinito della società.   La differenza fra di essi non è quindi negli scopi ultimi, ma su quali siano i mezzi migliori per perseguirli, quali i modi più efficaci per accelerare il progresso e come ripartirne i benefici frutti.
Entrambi i filoni dell’ambientalismo, accettando e facendo proprio il corpus centrale delle due dottrine socio-economiche di rispettivo riferimento, necessariamente hanno fatto proprio il nucleo centrale che le accomuna: il Progresso.   Un archetipo, che si porta dietro un vasto corollario di conseguenze e che nessuna analisi dei fatti potrà mai scalfire in quanto si tratta, tipicamente, di un postulato pre-analitico (Daly, Ecological Economics 2004).
A mio parere, era invece proprio l’archetipo del progresso che avrebbe dovuto essere messo in discussione, ma ciò avrebbe significato attaccare la radice stessa del pensiero moderno alla cui origine troviamo padri del calibro di Bacone, Galileo, Cartesio, Hobbes, Boyle, ecc.   Un filone di pensiero poi sviluppato dall’illuminismo e santificato da 2 secoli di scuola pubblica.   Difficile immaginare un compito più arduo.
Del resto, perfino nelle pagine della prima edizione dei “Limiti dello sviluppo” si leggeva tra le righe una diversa impostazione fra Donella e Denis Meadows; una diversità che si è andata poi palesando meglio nelle edizioni successive.   Il risultato finale del loro studio era infatti chiaro: qualunque risulti essere la dotazione di risorse del pianeta e qualunque sia il livello di tecnologia raggiungibile, il collasso del sistema sarà inevitabile ed il nostro destino tanto più fosco quanto più abbondanti saranno le risorse e potenti le tecnologie.   Unica via di uscita dalla trappola era fermare la crescita demografica e la crescita economica prima di raggiungere una soglia critica che non era definibile con certezza, ma che si sapeva non essere lontana.
Un messaggio chiaro che andava totalmente e direttamente contro l’intero apparato filosofico ed ideologico della “modernità”, chiudendo definitivamente con il mito delle “magnifiche sorti e progressive dell’umanità” (Leopardi, La Ginestra).
Qualcosa di talmente forte che neppure tutti i membri del gruppo erano pronti ad accettare, a cominciare dalla stessa Donella che volle mitigare il messaggio.   In fondo, disse, se facciamo sempre meglio con sempre le stesse cose, e non aumentiamo di numero, perché non dovremmo migliorare indefinitamente le nostre vite?   In altre parole, si pensò che fosse possibile distinguere fra uno “sviluppo insostenibile” fatto soprattutto di crescita quantitativa ed uno “sviluppo sostenibile” fatto di buone pratiche, solidarietà sociale ed efficienza industriale.
Oggi che “sviluppo sostenibile” ed “efficienza” sono divenute le parole d’ordine dei più folli e disperati tentativi per rilanciare una crescita oramai da un pezzo anti-economica, il loro suono risulta quasi osceno.    Ma all’epoca furono le parole d’ordine su cui si strutturarono entrambe le anime dell’ambientalismo: quella liberale e quella socialista.   Ed esattamente questo fu, a mio avviso, l’errore che fece smarrire la strada a tutti noi che, a quei tempi, raccoglievamo fondi per salvare la Foca monaca o ciclostilavamo volantini nei sottoscala.
A mio avviso, per essere efficace, il movimento ambientalista, avrebbe dovuto capire subito che il nemico erano i miti fondanti della modernità.   Dunque una rivoluzione ben più radicale di quelle di moda all’epoca, e questo ci porta alla seconda domanda.

Seconda domanda: Avrebbe potuto andare diversamente?

Da subito, il progetto ambientalista si incagliò su numerosi scogli.   A mio avviso, due dei più importanti, che peraltro non  vengono mai trattati, furono le conseguenze che politiche efficaci sul piano della sostenibilità avrebbero potuto avere sugli equilibri geo-politici e sulle politiche sanitarie.
Frenare la crescita economica avrebbe probabilmente comportato un parallelo rallentamento del progresso tecnologico.   USA ed URSS (con i relativi satelliti) erano allora impegnati in uno scontro formidabile per il controllo del pianeta e nessuno dei due contendenti era in grado di assumersi un tale rischio.    Men che meno il blocco occidentale che aveva adottato (con successo) una strategia fatta di un dispiegamento di forze quantitativamente molto inferiori, ma tecnologicamente più avanzate.
Così ci si concentrò sull’aspetto demografico e qualcuno ricorderà che, allora, la sovrappopolazione era un argomento sulla bocca di tutti.
Alcuni paesi avviarono anche delle concrete politiche di riduzione delle nascite, in particolare l’India (poi abbandonate) e la Cina (tuttora vigenti in forma attenuata), ma nessuno si sognò neppure lontanamente di mettere in discussione gli effetti demografici che il fulmineo progresso della medicina stava avendo in tutto il mondo.   Eppure, non è certo un segreto che la demografia dipende dall’equilibrio fra nascite e morti.   E che, con animali molto longevi come l’uomo, gli effetti di fluttuazioni anche modeste da entrambe le parti hanno effetti complessi, destinati a farsi sentire nei decenni.   Un argomento politicamente minato ancor oggi, tanto più allora che avevamo una salubre memoria delle follie criminali di Hitler e Stalin.  Così, si preferì evitare l’argomento, sperando che la “transizione demografica” avrebbe risolto il problema da sola ed in tempo.   In pratica, ci si affidò alla crescita economica per risolvere i problemi che questa stessa creava.   Difficile che potesse funzionare ed infatti non ha funzionato, ma sarebbe stato possibile affrontare diversamente l’argomento con un minimo di probabilità di successo? Penso di no.
Un’altra ragione per cui, a posteriori, penso che non avrebbe potuto andare diversamente era la possibilità di comunicare il nostro messaggio.   In buona parte del mondo (Russia, Cina e molti altri), semplicemente era vietato.    Nei paesi occidentali era invece permesso, ma il nemico da battere si è dimostrato capace non solo di assoldare una parte dei quadri del movimento, ma anche fare proprie la retorica e la dialettica ambientaliste.   Assorbirne gli slogan, modificandone il significato così da renderlo funzionale al proprio scopo fondamentale: la crescita.   E poiché il significato delle parole cambia nel tempo a seconda di come queste vengono impiegate, ad oggi è giocoforza ammettere che il capitalismo ha vinto non solo sul piano politico, ma prima ancora su quello semantico.
Ma anche al di la questi ed altri ostacoli, quali potevano essere le probabilità di successo di un movimento politico che, per essere coerente, avrebbe dovuto predicare la fine del progresso e del benessere materiale per tutti?
Finquando si è trattato di dire ai benestanti cittadini occidentali che dovevano rinunciare a quota parte del loro benessere, in molti si sono fatti avanti a dirlo, anche se con scarsi risultati (cfr. il rapporto Europa sostenibile e gli scritti di S. Latouche, fra i numerosi altri).   Ma era evidente che sarebbe stato del tutto inutile se, contemporaneamente, tutti gli altri popoli della terra non avessero rinunciato ad acquisire un analogo benessere: una cosa talmente “politicamente scorretta” che praticamente nessuno ha finora avuto il coraggio di dirla.    Ma neppure ciò sarebbe bastato.
Giunti alle strette degli anni ’70, fermare la crescita demografica era imperativo e non poteva essere fatto senza porre dei limiti al progresso della medicina.   Una cosa assolutamente improponibile, con ottime ragioni perché fosse così.schopenhauer
Dunque l’ambientalismo politico si trovò da subito stretto in un’impasse che avrebbe potuto essere superata solo con un radicale cambio di paradigma; un salto culturale talmente grande da non essere neppure tentato.
Schopenhauer diceva che solo ciò che poi accade era davvero possibile che accadesse.   Personalmente condivido solo in parte tale illustre opinione, ma nel caso in esame penso che si possa applicare pienamente.

Terza domanda: Ad oggi continua ad avere un senso fare dell’attivismo ambientalista?   Se si, Quale?

Bisogna ammettere che oggi è particolarmente imbarazzante fare discorsi ambientalisti.    Che dovremmo dire?     La maggior parte delle organizzazioni ancora attive continua a “suonare” allarmi ormai consunti dall’uso e dall’abuso.    Che senso ha continuare a dire che “se non facciamo questo e quest’altro avverrà una catastrofe”, quando la catastrofe è in corso e non ha spostato di una virgola la direzione del sistema?
L’esempio più facile è quello del clima.   30 o 20 anni fa era giustificato dire: “Se non riduciamo le emissioni il clima peggiorerà e farà dei danni”.    Che senso ha ripeterlo oggi, mentre sui teleschermi le immagini di alluvioni e siccità, tornado ed uragani si alternano quotidianamente alla pubblicità dell’industria energetica ed agli appelli per il “rilancio della crescita”?   E con tale naturalezza che non ci si accorge nemmeno più della schizofrenia della cosa.
D’altronde, che senso può avere andare in giro a dire che tanto oramai non c’è più niente da fare?   A parte che ciò facilmente suscita reazioni ostili e gesti osceni, rischia anche di servire da pretesto per rimuovere anche i pochi veli di protezione che ancora mitigano la follia autodistruttiva del sistema economico.

La risposta, ritengo, dipenda essenzialmente dallo scopo che ci si prefigge.   Se ci si danno finalità possibili, c’è sempre un senso a fare qualcosa.

Lo scopo di partenza, dirottare il mondo su di un cammino di sostenibilità è fallito, ma abbiamo altre possibilità di azione.

La prima sta venendo di moda con l’etichetta di “resilienza”.    In estrema sintesi, si tratta di questo: preso atto dell’inevitabile, possiamo comunque prepararci in una certa misura agli eventi futuri ed aumentare le probabilità di sopravvivenza nostre e quelle dei nostri parenti ed amici.
Si tratta di un campo praticamente sterminato, totalmente da inventare in cui ognuno può rendersi utile anche solo proponendo idee e consigli.    Magari sbagliati, ma comunque capaci di stimolare altre idee in altre persone.

La seconda è che se non possiamo fare quasi più niente per migliorare il nostro destino, possiamo invece fare tantissimo per peggiorarlo ulteriormente.
Anche solo evitare di fare cose stupide sarebbe un grandissimo vantaggio ed in questo penso che rivesta un ruolo importante la divulgazione scientifica.   Se si riesce a capire, almeno in parte, cosa sta succedendo e perché, sarà meno facile farsi abbindolare da chi promette l’impossibile, naturalmente a patto di votarlo o di comprare i suoi prodotti.

Una terza possibilità di azione riguarda il futuro remoto; quelle “bottiglie gettate in mare” di cui parla Edgar Morin (La via 2012).   Nessuno può sapere quale aspetto avrà il collasso visto dal nostro punto di vista, e neppure quanto tempo prenderà, né quale sarà il nostro personale destino.    Ma  possiamo contare sul fatto che le doti di resistenza e resilienza della specie umana faranno sì che, quando la vegetazione coprirà le rovine delle nostre megalopoli, ci saranno degli uomini a discutere di cosa siano quei grandiosi ruderi.   Possiamo fare qualcosa ora per aiutarli?    Io penso di si.
Oggi disponiamo di un patrimonio di conoscenze scientifiche e di arte in ogni forma possibile, che sarebbe veramente stupido e criminale lasciar morire con noi.   Io penso che dovremmo preoccuparci di divulgare il più possibile questo immenso patrimonio, proteggerne la parte materiale (opere, monumenti, musei, libri, ecc.) in modo da accrescere le probabilità che parte di tutto questo sopravviva alle fasi più violente e disperate del disfacimento della nostra civiltà.    Molte delle opere che ci sono giunte dal nostro remoto passato sono sopravvissute grazie a persone che le hanno copiate, nascoste, protette, tramandate.    Noi abbiamo in questo campo una possibilità praticamente infinita di azione.

In conclusione

Ritengo che il movimento ambientalista fosse in partenza destinato a fallire il suo scopo principale, ma non è stato per questo inutile.
Se il filone principale del movimento non ha potuto scalfire i paradigmi della civiltà moderna, l’ambientalismo ha nondimeno influenzato importanti frange del pensiero contemporaneo, creando i presupposti perché dei paradigmi veramente alternativi possano nascere, o rinascere, contribuendo forse in modo importante alla formazione delle civiltà che, probabilmente fra qualche secolo, si diffonderanno sulla Terra.
fallimento ambientalista, cercando un futuro