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Irma la dolce

Il riferimento è ad un simpatico film di oltre 50 anni fa, con Shirley Mc Laine e Jack Lemon.

Cosa c’entra, con un uragano tra i più potenti e devastanti, forse il più devastante in assoluto, di tutti i tempi?

C’entra, perché l’uragano, in effetti è dolce, dolcissimo rispetto a quel che abbiamo combinato e stiamo combinando NOI al pianeta.

Catastrofismo?

Si, certo. Questo è un post breve e catastrofistico, un rapido riassunto di quello che stiamo facendo.

A parte la probabile circostanza che la crescente frequenza ed intensità di eventi estremi come questo siano dovuti al riscaldamento globale di origine antropica, il punto è che, probabilmente, per le aree interessate e per tutto il pianeta, questo evento rappresenterà in retrospettiva un segnale DOLCE e delicato di quel che accadrà quando le conseguenze del nostro modo di vivere si riverbereranno completamente prima sul pianeta e poi sui 7.5 miliardi di esseri umani.

Come l’esperienza passata ci insegna, non vi è catastrofe naturale che abbia causato più morti di quelle scatenate dall’uomo, morti generalmente in condizioni e modi più atroci di quelli naturali.

La desertificazione e la sovrappopolazione stanno già causando più morti, con ogni probabilità di Irma. In realtà la semplice tragedia dei migranti, nelle nostre acque, uccide migliaia di persone l’anno, in mare e ne ucciderà sempre di più, magari a terra, lontano dai nostri sensibili occhi, in qualche forma di “outsourcing dei gulag”, una invenzione di noi italiani, con l’aiuto dei capetti libici. Più morti, e in condizioni più atroci di quelli che ( finora) ha fatto Irma.

Ma questo è solo l’inizio di una lenta apocalisse che coinvolgerà miliardi di persone e che non avverrà tra venti o trenta anni ma ha già cominciato ad avvenire.

Stiamo esaurendo l’acqua che irriga metà dei campi coltivabili del mondo. Stiamo esaurendo il suolo sotto oltre il 90% dei campi coltivati del mondo. Stiamo avvelenando l’acqua che resta e l’aria che respiriamo. Stiamo esaurendo le risorse minerarie del pianeta, nel mentre ne stiamo sconvolgendo e questa è la cosa più evidente ma, ripeto NON la più grave, il clima.

Stiamo anche dimostrando che POTREMMO fare qualcosa per evitare la situazione ed in effetti qualcosa stiamo facendo. Solo che, l’evidenza è li per dircelo, non abbastanza e non abbastanza in fretta per evitare l’impatto con la realtà di una ingordigia infinita su un pianeta finito.

Ovviamente le persone che tendono a morire di fame, che non vedono speranze nel proprio futuro, tendono  a fare qualcosa di disperato. E tendenzialmente questo qualcosa viene prima tentato camminando e poi, non bastando, sparando.

Il destino che ci siamo tracciati, che ci stiamo tracciando, è fatto di disastri come Irma, comunque declinati, che faranno da sottofondo a quelli, molto ma molto più gravi, direttamente causati dagli umani. Alle guerre, carestie, migrazioni, collassi. Per i nostri figli, ma anche per noi, un poco più vecchi, stiamo disegnando un mondo di distruzione morte disperazione. Dal quale FORSE emergeranno un decimo delle specie viventi esistenti sul pianeta. Da non confondere, come percentuale, con il numero di ESEMPLARI, di ogni specie. Eh, si, perché per salvare una qualunque specie basta poco, bastano poche migliaia, anche poche centinaia di individui.

Ce la faranno gli uomini a sopravvivere? Certo. Siamo MILIARDI,  Non ci estingueremo. COME vivranno i nostri posteri e, se per quello, come vivremo NOI, cosa resterà delle nostre cosiddette civiltà e culture, è una questione da dibattere, ma, via via che esauriamo il tempo rimasto, le incertezze sugli scenari possibili, ci stiamo disegnando una traiettoria di uscita che prevede una qualche forma di annientamento per buona parte di quello e di quelli che conosciamo. Irma la dolce, si, rispetto a quello che stiamo bollendo in pentola.

Non abbiamo Perso!

Pubblico una risposta di Luca Pardi, presidente di  Aspo italia  al post di Jacopo sul risultato del referendum.

Abbiamo sbagliato, ma non abbiamo perso.

Il mio amico Jacopo Simonetta è uno di quei pessimisti che, vista la luce in fondo al tunnel la vanno a spengere (la battuta è di Lercio.it e so che lui l’ha apprezzata). Nel suo commento dopo il referendum sulle trivelle ne dice molte giuste, ma legge tutto in chiave negativa. Non è solo. Altri, dopo la sconfitta, si sono incaricati di criticare le scelte sbagliate del movimento ambientalista in questa campagna elettorale e spesso hanno etichettato questo evento politico come l’ennesima sconfitta dell’ecologismo politico. Non sono d’accordo. Ma partiamo dall’inizio e, quindi, dall’istituto del referendum abrogativo. Il referendum è uno strumento di democrazia diretta, la sua esistenza non è, come è stato detto, “la prova che la democrazia non funziona”, ma un modo in cui si consente ai cittadini di modificare le scelte legislative del parlamento. È in costituzione ed è uno strumento utile quando i quesiti sono chiari e semplici, o comunque semplificabili come nel caso: abrogazione del divorzio: SI o NO? L’insieme dei referendum promossi dalle nove regioni costituivano un corpo di quesiti che, nell’insieme, poteva essere semplificato. Chi avesse votato a favore dell’abrogazione avrebbe fatto una scelta chiara sulla politica energetica nazionale. Il governo si è impegnato a disinnescare l’eventualità di un pronunciamento in questo senso e ha legiferato, accogliendo, almeno in parte, le finalità delle regioni. Dunque già su questo punto sconfitta non c’è stata. Ricordiamoci che a parte le poche decine di piattaforme su cui eravamo chiamati a pronunciarci il 17 aprile, non si potrà più trivellare entro le 12 miglia.

L’errore principale del fronte del SI, che poi coincideva all’80% con il fronte della partecipazione al voto, è stato quello di dare troppa importanza al referendum e attaccarsi agli argomenti meno solidi.  Ci sono argomenti, in campo energetico, sui quali gli “ottimisti razionali” hanno un vantaggio. Sono argomenti marginali come quelli economici (si per me, di fronte alla catastrofe ecologica in atto i temi economici sono marginali). È chiaro che è più facile attrarre consenso parlando delle potenziali perdite occupazionali di attività industriali esistenti piuttosto che contrapporre potenziali vantaggi occupazionali di attività che sono percepite come futuribili. È facile contrapporre ai rischi potenziali o reali dell’inquinamento poco visibile, causato dalle attività estrattive, quello visibilissimo dei liquami in mare a Rimini e in altre località. È inoltre facile per i conformisti energetici solleticare il nazionalismo energetico dei macchinomani del fine settimana. Sappi che dovrai rinunciare alla gita al mare la domenica (quella che da quando c’è la crisi molti italiani fanno dalla mattina alla sera per risparmiare sul costo di pernottamento). Per ogni contestazione di questo tipo si possono trovare esperti autorevoli, professori di questa o quella università, tecnici valenti e scienziati pluridecorati che possono smentire qualsiasi dato.

Si doveva puntare su altro. Ci sono due argomenti che nessun “ottimista razionale” può confutare credibilmente senza venire a patti con la propria onesta intellettuale. Cioè senza mentire sapendo di mentire. E questi due argomenti sono: il cambiamento climatico e l’esaurimento delle fonti fossili di energia. Credo che chi legge sappia già tutto su questi argomenti. La forzante umana è la causa principale del cambiamento climatico, l’uso dei combustibili fossili è il motore di questa causa. Se a Parigi non abbiamo scherzato ogni paese deve varare rapidamente una politica di uscita dalle fonti fossili. E per uscire dalle fonti fossili senza passare per un collasso della nostra civiltà è necessario rinforzare di almeno due ordini di grandezza (un fattore 100) l’attuale infrastruttura basata sulle nuove fonti rinnovabili di energia. Si deve passare dalle centinaia di Giga Watt alle decine di Tera Watt (attualmente il metabolismo sociale ed economico umano è una macchina che consuma 17 Tera Watt) in un paio di decenni. Il programma deve essere chiaro e stringente e si deve sapere due cose, anche gli ambientalisti lo devono sapere: 1) non si può fare questo salto senza accettare il relativo impatto e 2) l’impresa deve essere fatta utilizzando le fonti energetiche esistenti, cioè quelle fossili. Ci sarebbe un terzo punto, politicamente più scabroso, questa transizione non può essere condotta esclusivamente con le regole (ammesso che ve ne siano) del mercato.

Questa affermazione mi scatenerà contro i fautori dell’arbitrio travestito da libertà economica, ma posso farmene una ragione. Il fatto è che nella transizione si dovranno privilegiare usi utili delle fonti fossili perché una quota prossima al 50% delle loro riserve note dovrà restare dov’è per non causare un aumento catastrofico della temperatura terrestre. L’altro argomento inconfutabile è il processo di esaurimento dei combustibili fossili stessi. Avremmo dovuto usare la campagna referendaria per chiarire al grande pubblico il fatto che la vulgata sul crollo del prezzo del petrolio come sinonimo di abbondanza e “morte della teorie del picco del petrolio” è una vera bufala. Il prezzo misura il flusso della materia prima sul mercato e non dice nulla sulla qualità e quantità della riserva. Dalla metà del primo decennio di questo secolo i costi estrattivi crescono costantemente ad un tasso che è dieci volte quello del decennio precedente (i dati vengono dall’IEA e dal FMI), le nuove categorie di petrolio portate sul mercato, che hanno garantito la tenuta del livello produttivo di liquidi combustibili, sono più problematiche da estrarre, più costose e anche più inquinanti.

L’urgenza della transizione energetica è tanto evidente a chi la vuol vedere quanto ineluttabile. Il fatto che questi temi siano rimasti marginali mostra l’immaturità dell’ecologismo che tende a baloccarsi con argomenti ormai superati e spesso tutti sul lato difensivo. Al contrario è arrivato il momento in cui l’ecologismo politico deve rivendicare il punto centrale che l’ecologia ha rispetto all’economia. Una campagna referendaria era un’occasione d’oro per parlare di queste cose al massimo numero di cittadini piuttosto che perdersi a confutare i numeri demenziali di Renzi sull’occupazione o le contraddizioni dei geologi petroliferi sulle trivelle.

Riconosciamo l’errore, ma non buttiamo via tutto correndo a spengere la luce in fondo al tunnel. Un terzo degli italiani comincia a capire, non siamo più l’1 per mille. Proprio perché questo quesito era marginale e difficile rispetto a quello del 2011, sull’acqua e il nucleare, nelle more del disastro di Fukushima, l’affluenza registrata è incoraggiante e significativo il fatto che l’unica regione petrolifera del paese, la Basilicata, ha superato il quorum. Si comincia a capire che da opzione vicente gli idrocarburi sono diventati un’opzione perdente. Per questo i sostenitori degli interessi legati al blocco di potere economico delle fonti fossili sono disperatamente scatenati. E pazienza se trovano il sostegno dei benpensanti che si sono autoproclamati ottimisti e razionali. Siamo sempre una minoranza? Forse. In questi casi mi piace ricorrere ad una citazione attribuita ad Amedeo Bordiga: “noi non siamo pochi, siamo quanti il momento storico richiede”. Tranquilli e “alla via così”, ma sapendo che ci sono argomenti su cui non ci possono dire nulla: clima ed esaurimento delle risorse. Non hanno scampo!