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SI!! Sta succedendo proprio ora!!!

LA SICCITÀ NON E’ FINITA

In questa settimana una serie di temporali hanno portato un po’ d’acqua e di temporanea frescura almeno sulle regioni centro-settentrionali.   La siccità è finita?

No.   Se anche avesse piovuto il doppio od il triplo avrebbe magari  causato alluvioni e disastri (qualcuno lo ha comunque provocato), ma non per questo sarebbe finita la siccità che rimane un male insidioso e difficile da capire.   Facciamo un tentativo per cominciare a capirlo, tenendo presente che ogni zona ha la sua storia e la sua situazione particolare.   Le generalizzazioni valgono quindi per capire come nasce e si sviluppa il fenomeno, non per decidere le priorità caso per caso.

In buona sostanza, la siccità è dovuta ad un deficit nel bilancio idrico; vale a dire che da un determinato territorio esce più acqua di quella che vi entra.   Un fenomeno che è facile sottovalutare, soprattutto quando si dispone di tecnologie ed energia con cui controbilanciarne gli effetti a breve termine.   Ancora più grave è il fatto che, quasi sempre, gli interventi messi in opera per compensare i disagi dovuti alla siccità hanno l’effetto di aggravarla e ciò che sta accadendo il Italia ne è un eccellente esempio.

In prima, grossolana approssimazione possiamo distinguere due livelli: globale e regionale, che interferiscono fra loro.

Livello Globale.

E’ quello di cui si parla di più su cui si può agire di meno, ne faremo quindi solamente un rapidissimo cenno.   Si tratta ovviamente di tutta la complessa tematica del GW.   Senza dubbio la combustione di carbone, petrolio e gas è stata la forzante principale che ha scatenato il fenomeno, ma attualmente sono attive anche una serie di retroazioni che, complessivamente, tendono ad amplificarlo.   Di sicuro sappiamo che la temperatura media sta salendo, così come il livello del mare e l’acidità degli oceani, mentre il volume di ghiaccio diminuisce e  gli eventi meteorologici diventano più instabili.   Nella maggior parte delle zone fa più caldo e piove di meno, ma non dappertutto; ci sono anche zone in cui fa più fresco e/o piove di più.   L’evoluzione nei tempi lunghi sono poco prevedibili per molte ragioni, far cui l’instabilità intrinseca dell’atmosfera (e secondariamente degli oceani), il ruolo non modellizzabile delle nubi e dell’aerosol, la forza delle retroazioni in corso, l’interferenza con fattori di scala minore.

Livello regionale

Struttura geo-morfologica.   La forma del rilievo e delle rete imbrifera, la natura delle rocce  determinano in gran parte la facilità con cui l’acqua circola sul territorio e nel sotto suolo.  E’ un fattore che varia molto poco nel tempo, salvo casi particolari come le zone di bonifica o dove ci sono ampi bacini estrattivi che possono cambiare le caratteristiche geo-morfologiche di un territorio nel giro di decenni.  Oggi anche di pochi anni.

Aree umide.   Fino a circa un secolo fa paludi, stagni, golene, aree soggette a sommersione stagionale o occasionale eccetera rappresentavano un elemento determinante del paesaggio di quasi tutte le regioni italiane; oggi ne rimane circa l’1%.   Ciò ha modificato radicalmente il ciclo dell’acqua, sia perché sono molto diminuiti i tempi di corrivazione verso il mare, sia perché la minore evapotraspirazione contribuisce a ridurre la piovosità, specialmente sulle aree planiziali interne che sono quelle più densamente popolate e quelle più importanti per l’agricoltura.

Suoli.   La natura del suolo è anch’essa fondamentale nel determinare la quantità di acqua piovana che ruscella in superficie e quella che, viceversa, si infiltra e viene trattenuta.   A sua volta, la natura del suolo dipende da un’insieme di fattori che vanno dal clima e dalla natura delle rocce, fino alla vegetazione ed alla fauna, passando per le tecniche agricole.   Due aspetti molto importanti che riguardano in particolare i terreni agricoli sono il contenuto in sostanza organica e la struttura (come le particelle del suolo si aggregano fra loro).   La maggior parte delle tecniche agricole tendono a ridurre entrambi, riducendo in modo drammatico la quantità di acqua che i suoli sono in grado di trattenere a disposizione delle piante (capacità di campo).   Esistono anche tecniche che hanno l’effetto contrario, ma per ora rimangono molto marginali.

Vegetazione.  La vegetazione ha un impatto determinante sui suoli e sul ciclo dell’acqua, sia perché immagazzina grosse quantità di acqua nei propri tessuti, sia perché ne facilita l’infiltrazione in profondità quando piove per recuperarla e rimetterla in circolazione nel suolo e nell’atmosfera quando non piove.

Fauna.  La fauna ha un effetto più indiretto, ma determinante in quanto modifica, talvolta molto pesantemente, la vegetazione e, di conseguenza, i suoli; finanche il reticolo imbrifero.  Sia per quanto riguarda la fauna che la vegetazione, non conta solo la quantità, ma anche la varietà di forme di vita.   Una riduzione della biodiversità ha sempre effetti negativi sul funzionamento degli ecosistemi.

Urbanizzazione.   La quantità. La distribuzione e le caratteristiche dell’edificato modificano il ciclo locale dell’acqua, talvolta in modo drammatico.   Strade, case e piazze sono infatti impermeabili o quasi e le piogge cadute sull’edificato vengono allontanate il più rapidamente possibile tramite apposite reti fognarie.   Inoltre, ampie superfici di asfalto e cemento si scaldano molto di più del territorio agricolo, per non parlare delle foreste.   Questo altera la circolazione locale dell’aria.   Un effetto molto amplificato dai condizionatori che rinfrescano gli interni, surriscaldando ulteriormente l’esterno.

Consumi antropici.   In paesi come l’Italia, una quota consistente dell’acqua raccolta dai bacini imbriferi passa attraverso il nostro sistema economico; in estate una quota preponderante.   La portata di magra dei fiumi è oramai esclusivamente o prevalentemente formata da reflui dei depuratori (più o meno ben depurata).   In prossimità del mare, l’acqua che si vede nei fiumi è invece salata, tranne talvolta una sottile lente di acqua dolce che scorre in superficie, mentre il mare risale nell’entroterra.
Circa il 85% dell’acqua che usiamo va per irrigare le colture, l’ 8% per l’industria, 7% per i consumi domestici che da soli ammontano a ben 245 litri al giorno a persona!   Nel 1980 erano 47.

In effetti, l’acqua non si “consuma” in senso stretto, ma l’uso che ne facciamo ha due effetti principali.  Il primo è quello di inquinarla, il secondo è quello di accelerarne il deflusso verso il mare, inaridendo gradualmente, ma inesorabilmente il territorio cosa che, abbiamo visto, contribuisce a ridurre le piogge, aggravando il processo.   Il fatto che le falde freatiche si siano abbassate quasi dappertutto e che la portata di quasi tutte le sorgenti sia diminuita dimostra un fatto molto semplice: abbiamo creato un deficit cronico nel nostro bilancio idrico.   Un deficit che i periodi di piogge consistenti e prolungate mitigano per un periodo, ma che non riescono mai a compensare del tutto.

Che fare?

Uno dei fattori che rende la siccità un pericolo molto più grave ed insidioso di nubifragi, “bombe d’acqua” ed uragani è che passa quasi inosservata, sempre sottovalutata.   Questo perché mentre le tempeste hanno impatti drammatici nel giro di poche ore, la siccità mina lentamente, ma inesorabilmente la vivibilità di un territorio.   Ed è un fenomeno che si sviluppa nell’arco di decenni, perlopiù sotto terra, finché i danni si fanno manifesti; ma a quel punto sono anche irreversibili o quasi.   La maggior parte delle zone attualmente desertiche sono state rese tali da una secolare azione antropica; un processo che si è spaventosamente accelerato negli ultimi decenni.   Ma il disastro maggiore è che i provvedimenti presi per contrastarla sono solitamente tali da aggravarla.   Quasi sempre, la risposta ai periodi di crisi acuta sono infatti nuovi pozzi, captazioni e condutture; cioè un maggiore sfruttamento di una risorsa che si sta degradando principalmente a causa di uno sfruttamento già largamente eccessivo.

Sarebbero possibili interventi più efficaci?   Si, ma solo a condizione di cambiare di 180° il nostro modo di pensare.   Vale a dire che bisognerebbe lavorare a tutti i livelli contemporaneamente, dall’educazione permanente alla gestione dei fondi pubblici, passando per una miriade di norme e regolamenti, per riportare in pareggio il bilancio idrico a tutti i livelli.   E comunque gli effetti sarebbero parziali, indiretti e dilazionati nel tempo; cioè esattamente il contrario di quello che la maggior parte della persone vuole.

Sui fattori climatici globali possiamo e dobbiamo fare molto per ridurre i nostri consumi di tutto, questo è infatti l’unico modo per ridurre davvero tanto le nostre emissioni climalteranti, quanto i consumi di acqua.   Gli effetti sarebbero però indiretti e globali, non rilevabili a livello locale.   Viceversa molte cose potrebbero essere fatte a scala nazionale, regionale e comunale.   Un elenco anche parziale di possibili azioni occuperebbe decine di pagine, qui faremo quindi cenno solamente alle due strategie di base: aumentare le entrate e ridurre le uscite, come con qualunque bilancio.

Aumentare le entrate vorrebbe dire cercare, nei limiti del possibile, di aumentare la piovosità media.   Non ci sono ricette sicure, ma ridurre il surriscaldamento delle città (sia in estate che in inverno),  aumentare la biomassa arborea nelle aree planiziali, aumentare la capacità di campo dei terreni agricoli e le aree umide di ogni tipo sono fra le cose sicuramente utili.

Per ridurre le uscite, occorrerebbe innanzitutto ridurre drasticamente lo sfruttamento delle risorse idriche.  Cioè ridurre i consumi di tutti i tipi, anche mediante razionamento, e favorire il ristagno dell’acqua piovana nell’entroterra, anche temporaneo, ogniqualvolta sia possibile.  Ridurre le superfici irrigue e migliorare i suoli agricoli sarebbero le strategie principali in agricoltura, mentre per l’industria sarebbe necessario generalizzare il riuso di acque reflue depurate.  Un campo nel quale già si contano diverse esperienze molto positive, che però stentano a diffondersi perché, comunque, trivellare nuovi pozzi per ora costa meno.

Finirà la siccità?   Prima o poi si, per forza.   Gli ecosistemi ritrovano sempre un loro equilibrio, ma se vogliamo farne parte dobbiamo cominciare a pensare che senza petrolio è difficile che possa esistere una civiltà avanzata, ma con poca acqua non può esistere civiltà di sorta.

Immigrazione e chiarezza.

 

Quando si parla di qualcosa, è una buona abitudine di chiarire prima il significato delle parole che si usano.   Specialmente quando ci sono ampi margini di vaghezza.

Le principali rotte d’arrivo. La cartina è del 2013 e la situazione attuale è un poco diversa in quanto la rotta africana passa oggi per la Libia, non più per la Tunisia (Fonte Limes)

Dunque:

1 – Immigrato.   Persona che si trasferisce per un lungo periodo di tempo (anni o decenni) in un luogo diverso da quello dove è nato.   Può significare che proviene da un paese estero, ma anche da un’altra regione del medesimo paese, come i calabresi a Milano.   Quasi sempre, il motivo per emigrare è la ricerca di un lavoro.   Il 1 gennaio 2017, i cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia erano circa 5 milioni (dati ISTAT), di cui circa 1.150.000 romeni e circa 100.000 da altri paesi UE.   I residenti stabili con passaporto non europeo sono quindi circa 3,5 milioni, perlopiù albanesi e marocchini, seguiti da cinesi e ucraini.   L’unico paese africano ad avere una comunità residente consistente è il Senegal con poco meno di 100.000 persone (v. tabella in calce all’articolo).
Norme e condizioni per gli immigrati sono completamente diverse a seconda dei paesi di partenza e di arrivo.   Ad esempio, i cittadini dei “paesi Maastricht” possono stabilirsi dove vogliono, all’interno dell’UE, senza richiedere particolari permessi; di fatto non sono “stranieri”.   Cittadini di altri paesi (ad es. la Georgia e l’Ucraina) possono invece entrare in Italia liberamente, ma per stabilircisi hanno bisogno di un permesso di soggiorno rilasciato dalla prefettura.   Altri ancora hanno infine bisogno anche di un visto d’entrata, solitamente a termine, rilasciato dalla locale ambasciata del paese di destinazione.

2 – Profugo.   Spesso usato come sinonimo di rifugiato, giuridicamente indica invece la persona che è costretta a tornare in patria dal paese dove era emigrata.   Un esempio tipico sono gli europei tornati a seguito dell’indipendenza delle colonie; oppure gli italiani fuggiti dall’Argentina durante la dittatura.   Attualmente, per l’Italia è un fenomeno irrilevante, ma fra un paio di anni potrebbe esserci una grave crisi, a seconda di come andranno le trattative per la “Brexit”.

4 – Richiedente asilo.   Persona che richiede lo status di “Rifugiato” che viene rilasciato dalla prefettura in base alle disposizioni diramate dal Ministero degli Interni (v. seguito).   Quantificare questa aliquota di persone è arduo perché in costante e rapida evoluzione.   Sappiamo però che i “centri di accoglienza” ed il sistema “Sprar”  (compreso il famoso albergo a 30 € giornalieri) accolgono circa 174.000 persone (dati Ministero dell’Interno aggiornati al marzo 2017).   Non tutti sono richiedenti asilo, ma può andare come ordine di grandezza.   Teoricamente, coloro le cui richieste non vengono accolte dovrebbero essere respinti o rimpatriati.   In pratica ciò non avviene e, di solito, le persone si danno alla macchia arrangiandosi poi in qualche modo (v. seguito).

Boat people arrivati in Europa, fra il 2006 ed il 2015 (dati UNHCR).

5 – Rifugiato.   Persona che viene protetta dalle autorità del paese di accoglienza perché in patria è vittima di una specifica persecuzione per motivi politici, etnici o di altro genere.   Di solito si tratta di singole persone come esponenti ed attivisti politici ; per esempio molti intellettuali russi fuggiti in occidente durante l’epoca sovietica.   A seguito di guerre possono però acquisire lo status di rifugiato intere popolazioni, come i palestinesi fuggiti dalle zone occupate da Israele nel ’48 o gli Yazidi siriani fuggiti dalle zone occupate dall’ISIL nel 2015.   Oggi i rifugiati in Italia sono fra i 150.000 ed i 190.000 a seconda degli anni, una delle cifre più basse d’Europa.   E’ anche importante ricordare che lo status di rifugiato garantisce una serie di diritti, ma impone anche obblighi ben precisi.

5 – Extracomunitario.   Persona che non ha un passaporto europeo.  Dunque, fra gli altri,  sono extracomunitari i somali ed i cinesi, ma anche gli americani e, fra un paio di anni, anche gli inglesi.

6 – Immigrato irregolare o Clandestino.   Persona che si trova in territorio italiano senza autorizzazione.  Per definizione, solo gli extracomunitari possono essere clandestini.   Quanti siano ovviamente non si sa, ma sono stimati fra i 400 ed i 500.000 (dati Ministero degli Interni).   Perlopiù è gente a cui è stato rifiutato lo status di rifugiato, ma a cui è stato dato un permesso temporaneo; oppure che semplicemente se la è squagliata da un centro di accoglienza.   Teoricamente dovrebbero essere rimpatriati e le prefetture emanano circa 35.000 decreti di espulsione l’anno.   Ma ne vengono effettuate meno del 10%, per una combinazione di fattori (costo elevato dell’operazione, farraginosità della procedura, ordini ministeriali).   In compenso si conoscono bene le due principali porte di ingresso: gli aeroporti di Malpensa e di Fiumicino.  La maggior parte degli irregolari arriva infatti tranquillamente in aereo, se necessario con un visto turistico o di studio, per poi rimanere campando di espedienti nella speranza di incappare in una sanatoria od altro sistema per regolarizzarsi.
La seconda rotta è quella dei barconi e dei salvataggi in mare che tanto spazio ottiene sui media, malgrado sia quantitativamente secondaria.
Un problema cruciale è che molte di queste persone vanno ad ingrossare le fila dei parassiti sociali, della malavita e/o dei nuovi schiavi, volenti o nolenti.

Dunque quale è il problema?

Tirando le somme, la popolazione extracomunitaria in Italia ammonta probabilmente a qualcosa vicino ai 4,5 milioni di persone (clandestini compresi), pari a circa il 7-8% della popolazione.   E per rispondere a chi teme l’islamizzazione del paese, di questi meno della metà provengono da paesi a maggioranza mussulmana, e la metà di questi (circa 400.000) dall’Albania; non propriamente terra di islamisti scatenati.

Può non sembrare molto, eppure un pericolo che rischia di determinare in buona parte il futuro dell’Italia e dell’Europa, anche se per ragioni solitamente trascurate (o addirittura negate) anche da chi più teme questo fenomeno.

1 – La principalissima ragione è che l’Italia, come tutto il resto d’Europa e del mondo, è tremendamente sovrappopolata.   Gli indicatori sono molteplici, ma qui citerò solamente l’Impronta ecologica che, molto approssimativamente, misura quanto una data popolazione ecceda la capacità di carico del suo territorio.   L’Italia ha un’impronta pari a circa il quadruplo di ciò che sarebbe probabilmente sostenibile.  Ovviamente, non conta solo il numero delle persone, ma anche quanto queste consumano.   Non per niente, al calo del 25%  del nostro PIL pro-capite dal 2008  (dati Banca Mondiale), ha fatto riscontro un quasi equivalente calo della nostra impronta ecologica.   Una tendenza contrastata dall’aumento demografico, ma in misura limitata perché la stragrande maggioranza degli immigrati appartengono alle classi più povere che, loro malgrado, consumano meno della media nazionale.   Dovrebbe perciò essere evidente che continuare a ridurre i consumi sarà necessario (probabilmente anche inevitabile), ma che su tempi nell’ordine dei decenni non può bastare.   La decrescita dei consumi, felice o meno, potrà riportare la bilancia in equilibrio solo se accompagnata da una parallela, graduale riduzione della popolazione.   Cioè esattamente quel  1,2 – 1,5 % l’anno circa che avremmo in assenza di un’immigrazione che, viceversa mantiene la popolazione su tassi di crescita molto alti: circa il 2% annuo, anche se con fortissime fluttuazioni (dati ISTAT).   Ovviamente, 50 o 60 anni di decrescita demografica comporterebbero enormi difficoltà legate allo sbilanciamento verso l’alto della struttura demografica, ma sarebbe una crisi gestibile e prodroma di un migliore futuro.   L’alternativa, continuare a crescere, servirebbe solo a rimandare ed aggravare il problema, visto che i bambini di oggi saranno i vecchi di domani (si spera).   Finché, non sappiamo come e non sappiamo quando, sarà superato un limite oltre il quale la decrescita demografica avverrà comunque, ma in modo precipitoso ed incontrollabile.

Popolazione residente in Italia (esclusi irregolari).

2 – La seconda ragione è che attualmente l’Italia funziona come principale porta di ingresso in Europa per un flusso di persone che cercano poi di raggiungere altri paesi, soprattutto Francia, Germania, Inghilterra e paesi scandinavi.   Vale a dire che l’Italia contribuisce largamente non solo alla crescita della propria popolazione extracomunitaria, ma anche a quella dei nostri vicini.   Cosa che sta rendendo problematici i nostri rapporti con gli altri paesi europei.  Temporanee e parziali chiusure delle nostre frontiere sono già avvenute.  Se dovessero diventare definitive, il rischio di diventare un “cul di sacco” per una massa non valutabile di persone sarebbe molto elevato.

3 – Gli attuali livelli di pressione migratoria sono solo un blando assaggio di ciò che avverrà nei decenni venturi.   Con l’intera Africa e l’intero mondo islamico, dal Pakistan al Marocco, sull’orlo del collasso e forse di una grande guerra pan-islamica le prospettive sono nerissime.   Ciò che sta accadendo è solo l’inizio della deflagrazione della Bomba Demografica globale, qualcosa che non è mai accaduto prima nella storia dell’umanità e dalle conseguenze molto più tragiche di quanto non ci piaccia immaginare.   In altre parole, una vera invasione non è ancora in corso, ma è fra le prospettive possibili già nel giro di pochi anni.

4 – Il pericolo maggiore connesso con il proseguimento dell’attuale politica sull’immigrazione  è una crescita del livello di stress sociale che, prima o poi, finirà col portare partiti nazionalisti al governo di molti paesi UE.   Certo, non possiamo essere certi di cosa farebbero una volta al comando; la differenza fra ciò che si dichiara quando si è all’opposizione e ciò che si fa quando si è al governo è solitamente notevole.   Tuttavia è un’eventualità che potrebbe provocare la disintegrazione almeno parziale della delicata struttura comunitaria, lasciando parecchi paesi privi dei mezzi necessari per fronteggiare e gestire le crisi davvero gravi che sicuramente ci aspettano.    Per esempio, non penso proprio che l’Italia odierna avrebbe né la forza politica, né quella militare per trattare accordi convenienti con gli altri paesi.   Men che meno per controllare una frontiera come la nostra.

Proposte?

E’ molto rilassante essere un “signor Nessuno”, garantisce dal rischio che i propri eventuali errori vengano pagati da altri.   Forte di ciò, vorrei azzardare qualche suggerimento.

Il primo punto da mettere in conto ritengo sia recuperare un ragionevole controllo sulle frontiere interne ed esterne.  Che non significa sigillarle (non sarebbe nemmeno fattibile), bensì poter controllare l’ordine di grandezza dei flussi.   Una cosa vitale per qualunque paese che intenda continuare ad esistere, ma molto più facile da dire che da fare e, comunque, molto costosa.   Per questo, ritengo che solo un’effettiva collaborazione a livello europeo sarebbe una condizione necessaria , ancorché non sufficiente per riuscirci.   Ciò presuppone che tutti i paesi concordino e rispettino un ragionevole compromesso fra le loro diverse posizioni; una cosa che finora nessuno ha voluto fare.

Il secondo punto  è che non sono e non saranno un problema i rifugiati.   Sono troppo pochi, sono i più motivati ad integrarsi e sono anche la categoria che pone i maggiori obblighi etici, visto che respingerli significa esporli a rischi elevati, non di rado mortali.

Il terzo è che l’accoglienza dei migranti in cerca di lavoro dovrebbe essere commisurata alla possibilità di un loro inserimento lavorativo. Certamente ci sono ancora dei margini, ma esigui ed in contrazione, vista la generale contrazione del nostro sistema economico che tende ad espellere e non ad assorbire forza lavoro.

Potrebbero sembrare banalità, ed invece sono alcuni degli scogli su cui si stanno infrangendo molte delle nostre speranze per una transizione non troppo dolorosa verso il mondo che sarà.

 

Cittadini stranieri regolarmente residenti al 1º gennaio
Paese di cittadinanza 2005 Variazione
2005-2010
(%)
2010 Variazione
2010-2016
(%)
2016
 Romania 248 849 257 887 763 30 1 151 395
 Albania 316 659 47 466 684 0 467 687
 Marocco 294 945 46 431 529 1 437 485
 Cina 111 712 69 188 352 44 271 330
 Ucraina 93 441 86 174 129 33 230 728
 Filippine 82 625 50 123 584 34 165 900
 India 37 971 178 105 863 42 150 456
 Moldavia 54 288 95 105 600 35 142 266
 Bangladesh 35 785 107 73 965 61 118 790
 Egitto 52 865 55 82 064 34 109 871
 Perù 53 378 64 87 747 18 103 714
 Sri Lanka 45 572 65 75 343 36 102 316
 Pakistan 35 509 83 64 859 57 101 784
 Senegal 53 941 35 72 618 35 98 176
 Polonia 50 794 108 105 608 -7 97 986
 Tunisia 78 230 33 103 678 -8 95 645
 Ecuador 53 220 61 85 940 2 87 427
 Nigeria 31 647 54 48 674 59 77 264
 Macedonia 58 460 59 92 847 -21 73 512
 Bulgaria 15 374 199 46 026 26 58 001
Nota: le comunità sovraelencate sono quelle che superano i 50.000 residenti nel 2016 e complessivamente costituiscono oltre l’82% degli stranieri in Italia.

 

Sesto anniversario di guerra in Siria, a che punto siamo?

Il 15 marzo ricorreva l’anniversario dell’inizio della guerra civile siriana.  A che punto siamo oggi?

Premesse ed avvisaglie.

La crisi siriana, come tutte le guerra, ha origini complesse.   Fattori storici, etnici, religiosi, economici e politici si intrecciano con i fattori demografici, ambientali, geologici e climatici. Del resto, rivolte contro il regime degli Assad erano già scoppiate varie volte.   Ad esempio nel 1982 a Hama, da parte dei Fratelli Mussulmani, e nel 2004 a Kamichlié, da parte dei Curdi.   Ogni volta la repressione era stata rapida e violenta; con bilanci variabili fra le decine a qualche migliaio di morti l’ordine pubblico era sempre stato ripristinato.

Alle prime manifestazioni del 2011, sulla scia delle maledette “primavere arabe”, il regime rispose promettendo riforme, ma al crescere della protesta si ritornò alla repressione vecchio stile.  Solo che stavolta la protesta non si spense, bensì si diffuse e montò in tutto il paese.   Finché anche dai ranghi dell’esercito non cominciarono le diserzioni e la crisi divenne una vera guerra.   E le guerre, si sa, sono come il miele sia per le potenze internazionali, sia per parecchi dei paesi vicini che, ognuno con uno scopo diverso, si sono immischiate nel conflitto.
A partire dal 2014, con l’emergere di Daesh come contendente principale, la guerra è debordata nel già martoriato Iraq, saldando i due paesi in un unico conflitto.

Secondo stime ONU, ad oggi la guerra civile siriana ha fatto circa 400.000 morti, quasi 6 milioni di profughi e circa 13 milioni di sfollati interni; circa metà della popolazione.   La traballante economia nazionale è andata, l’infrastruttura urbana e industriale è stata largamente ed irreversibilmente demolita.   Il bilancio per l’Iraq è più difficile a tracciarsi, dal momento che, per questo paese, questa è solo una fase di una ben più lunga guerra iniziata con l’invasione americana del 2003.

Un dettaglio: coloro che erano scesi in piazza nel 2011 volevano riforme e giustizia.   Niente di più e niente di meno.   Ricordiamoci sempre che non possiamo prevedere il futuro.

guerra in Siria

A che punto siamo?

C’è un po’ di casino, vediamo, brevemente, uno per uno i contendenti principali.

Governativi irakeni.
Nel 2014 le avanguardie dell’ISIL scorrazzavano nelle periferie di Baghdad.   Oggi i miliziani neri vendono cara la pelle a Mossul.  Merito soprattutto dell’aviazione USA e delle fanterie iraniane che hanno rimesso insieme lo sbandato esercito governativo ed inquadrato diverse milizie locali.   L’incognita è cosa succederà quando sarà finito l’ISIL.   Ci sarà un’altra guerra fra governo e curdi?  Oppure Baghdad accetterà la partizione di fatto del paese?   Teniamo conto che gli americani patrocinano entrambe le parti (per ora).  Inoltre i curdi irakeni hanno l’appoggio anche militare della Turchia, mentre il governo ha quello dell’Iran.

Governativi siriani.
Sembravano spacciati, ma il massiccio soccorso russo e iraniano ha rovesciato le sorti della guerra.  Oggi Assad controlla nuovamente quasi del tutto le città principali ed il grosso della Siria occidentale.  Ma le decisioni d’ora in avanti non le prenderà lui, bensì i russi ed gli iraniani senza i quali le sue sorti tornerebbero quanto mai fosche.   E pare proprio che a Vladimiro non interessi dare ad Assad molto più di quello che gli ha già dato (v. seguito).   La situazione che si delinea è di una ripartizione in quattro parti: l’est del Paese ad Assad, sotto tutela russa ed iraniana.  Il nord ai curdi, sotto l’egida americana.  L’ovest formalmente al governo, di fatto abbandonato a se stesso.   Una zona cuscinetto ai turchi, lungo il loro confine meridionale.  Per ora, poi si vedrà.

ISIL
Il “Califfato” pare sia allo sbando.   Sta perdendo su tutti i fronti, i suoi canali commerciali sono prosciugati e si moltiplicano diserzioni ed ammutinamenti.   Dovrebbe essere solo questione di tempo, ma se anche finirà l’ISIL, non finiranno l’integralismo islamico ed il sogno di restaurare il califfato.  E’ solo questione di tempo, qualcun’altro ci riproverà, magari altrove, dove e quando meno ce lo si aspetta.

Altri ribelli siriani
Eterogenea accozzaglia di bande armate e milizie locali (oltre 1.500 gruppi combattenti indipendenti censiti nel 2015, oggi molti meno) spesso nemiche fra loro.   I gruppi principali superstiti fanno capo soprattutto alla Turchia, dopo che gli USA hanno deciso di scommettere sui curdi.   Fra i gruppi principali ci sono diverse milizie tribali, ma anche gruppi integralisti, come Al Nousra, molto vicini ad Al Quaida.   Nel 2016 hanno perso molte posizioni, ma tengono ancora dei quartieri in varie città (anche nella periferia di Damasco) ed estesi territori, sia nel nord che nel sud del paese.   Almeno alcuni di questi gruppi hanno beneficiato della protezione dei russi che hanno trasferito i miliziani che si sono arresi, con le famiglie, nella zona di Idlib.   Sorge la quasi certezza che ci sia un accordo con la Turchia per lasciare questa zona a loro.

Turchi
Qui la faccenda si complica notevolmente.   Contro il volere del governo di Baghdad, la Turchia ha inviato truppe in Iraq a sostegno dei Curdi, i quali sono però alleati coi curdi siriani, arcinemici dei turchi.   La Turchia ha poi occupato con reparti propri un ampio saliente in Siria, combattendo sia contro l’ISIL che contro i curdi siriani (patrocinati dagli USA), per impedire a questi di controllare tutto il nord del paese.   Inoltre, la Turchia coltiva rapporti sempre più tesi con gli europei e con gli americani, mentre cerca buone relazioni con la Russia, pur restando nella NATO e senza ritirare la domanda di adesione alla UE.   Probabilmente la guerra serve ad Erdogan soprattutto per spingere il suo  tentativo di ripristinare prima il sultanato e poi, chissà?  Magari anche il califfato.   Il problema è che in questa impresa la guerra è tracimata Turchia dove attualmente operano almeno tre formazioni combattenti indipendenti: curdi, ISIL e comunisti.
Secondo l’ONU, nell’ultimo anno, nel sud del paese, fra attentati, combattimenti e rappresaglie ci sono state un paio di migliaia di morti ed interi quartieri urbani sono stati fatti a pezzi.  Se anche questa non è una guerra civile, ci somiglia molto.   Specialmente considerando che, intanto, fra arresti arbitrari ed epurazioni, parecchie migliaia di turchi sono finiti in galera (fra cui un buon numero di parlamentari) e decine di migliaia sono stati licenziati.   Naturalmente, del “miracolo economico turco” non se ne parla più nemmeno per scherzo.
Alle prossime elezioni la riforma ultra-presidenzialista di Erdogan passerà sicuramente, con o senza brogli, ma cosa succederà dopo è impossibile a dirsi.

Curdi
All’inizio della guerra erano poca cosa ed a Kobane se la sono vista molto brutta, ma in quell’occasione Obama decise di scaricare quel che restava dell’Esercito Siriano Libero ed imbarcare i Curdi.   Da allora le cose gli sono andate bene, tanto da mettere in forse il loro sostegno ad Assad.   Da quando le rispettive avanguardie si fronteggiano sul terreno, la tensione fra curdi e governativi è salita e ci sono stati numerosi scontri.  Ma una vera offensiva per ora no, probabilmente perché nessuno dei due è in grado di farlo senza l’ombrello dei rispettivi protettori.
Proprio in questi giorni, i curdi e gli americani stanno compiendo uno sforzo per tentare di prendere Raqqa (con l’anatema di Assad, ma con la benedizione di Putin). I russi hanno preso Aleppo e gli sciiti (iraniani ed iraqueni) stanno prendendo Mosul.   I curdi (e gli americani) hanno bisogno di un trofeo importante da mettere sul tavolo delle trattative post-belliche.

Iran
L’Iran sostiene i governi sia siriano che irakeno; nel primo caso assieme coi russi e nel secondo con gli americani.  Tipico della politica di Rohani, ma a maggio ci saranno le elezioni e potrebbe ritornare Ahmadinejad, cambiando totalmente il quadro.   Altra incognita: attualmente vigono ancora gli accordi fatti con l’amministrazione Obama, ma cosa farà Trump?   Li manterrà o cambierà le carte in tavola?
Intanto la crisi economica stringe la morsa anche in questo paese.  Chi contava sull’allentamento dell’embargo per cavarsi la ruggine dai denti è rimasto deluso.  Col petrolio a 50$ c’è poco da stare allegri in un paese che campa esportando greggio ed importando benzina e gasolio.
Comunque, sullo sfondo di tutto questo, è evidente lo scontro fra Iran e Arabia Saudita per l’egemonia sulla regione.   Uno scontro che per adesso sta vincendo l’Iran.

Arabia Saudita
Le truppe saudite sono impegnate contro movimenti e milizie sciite in Yemen ed in Bahrein, ma non in Sira ed in Iraq.  Eppure la “petrocrazia” per antonomasia è uno dei principali protagonisti della vicenda.  Con ogni probabilità sono stati infatti i sauditi (ed il Qatar) a far decollare l’ISIL, nel tentativo di impadronirsi dei due stati vicini, ma è gli andata molto male.  Del resto, in Yemen, dopo 2 anni di guerra, sono riusciti a ricacciare indietro gli Houthi, ma non a sconfiggerli.  Mentre stanno distruggendo un paese che era già allo stremo per ragioni demografiche ed ambientali.   Il risultato sono milioni di disperati allo sbando che nessuno vuole, men che meno i sauditi.  Non solo, la guerra yemenita sta tracimando in Arabia ed i sauditi, malgrado abbiamo il 4° bilancio bellico a livello mondiale, sono stati costretti a chiedere l’aiuto del Pakistan per controllare le proprie frontiere.   Una mossa a sorpresa, dopo che l’Egitto, finora alleato di ferro e principale cliente (in senso latino) dei sauditi, si era sfilato.  Magari il petrolio a 50$ e la bancarotta incombente sul regno saudita ci hanno qualcosa a che fare.
Intanto, gli americani cominciano a stufarsi di loro.  Formalmente l’antica alleanza tiene ancora, ma il rapporti sono altrettanto tesi di quelli con la Turchia.   Forse Obama stava pensando di scaricare l’Arabia per imbarcare l’Iran di Rohani, ma bisognerà vedere che succederà ora.

Russia
La Russia voleva mettere in sicurezza la sua base di Tartus e lo ha fatto, potenziandola per l’occasione.   Ha anche colto l’occasione per rilanciare il suo ruolo nel gioco politico mondiale.  Ora però non sembra interessata a continuare la guerra, forse perché gli costerebbe troppo (circa 1 miliardo l’anno).   Così sta trattando con americani e turchi sulla spartizione di quel che resta della Siria.  Di sicuro, fin dall’inizio c’era un accordo con gli altri contendenti, tanto è vero che per 2 anni le aviazioni di una decina di nazionalità hanno operato con solo due incidenti gravi.  Il primo fu l’abbattimento del jet russo da parte dei turchi.  Il secondo fu il bombardamento da parte dei siriani di posizioni curde dove c’erano anche degli americani, fortunatamente illesi.  Non ci hanno più provato.   Ora si sta definendo un accordo più generale, con due grosse incognite: cosa faranno il nuovo governo USA ed Erdogan?   Entrambi totalmente inaffidabili.

USA
Grazie al veto russo e cinese, hanno evitato l’errore di mettere troppo presto i piedi nel ginepraio siriano.  La prima scelta, di appoggiare l’ESL, e’ stata un completo fallimento, mentre l’opzione curda ha dato eccellenti risultati.  Ora si trovano con un influenza ridotta il Iraq (dove primeggiano gli iraniani) e con una rinnovata presenza russa in mediterraneo.   In compenso, controllano tutto il nord della Siria e difficilmente i curdi volteranno la gabbana.  Non gli conviene e devono troppo allo Zio Sam.  Ma sono comunisti ed è Trump che potrebbe piantarli in asso, così come potrebbe fare qualunque altra idiozia.  Tuttavia, per ora, sembra che prevalga il buon senso, specie considerando che della Turchia non si fida più nessuno e l’Iran non si sa ancora cosa deciderà di fare.

Tirando le somme

In estrema sintesi, direi che chi ha sicuramente perso sono i ribelli laici della prim’ora ed i sauditi.  Chi invece ha sicuramente vinto sono gli iraniani ed i curdi. I governi siriano e irakeno hanno vinto pure, ma fino ad un certo punto.  Hanno infatti recuperato parte del territorio, ma sono oramai entrambi sotto tutela iraniana.
I russi hanno vinto, ma hanno bisogno di uscire dal gioco ora che possono farlo “a coda alta”.   Gli americani hanno perso in Iraq, dove hanno però evitato il peggio.  Invece hanno guadagnato qualcosa in Siria.
La Turchia ha perso su tutta la linea.   La sua economia arranca ed un quasi-stato ostile si è formato alle sue frontiere, per di più alleato del loro stesso alleato.  La violenza dilaga in gran parte del paese, mentre Erdogan fantastica di politica “neo-ottomana” quando non riesce più neppure a far funzionare la madrepatria.

Ma la partita è appena cominciata.  Avremo delle sorprese.

Chiosa

A chiosa, propongo questo schemino che, pur essendo estremamente semplificato, ben rappresenta i levantini intrecci della politica medio-orientale.  Chi ama pensare in termini di “buoni contro cattivi” è pregato di non guardarlo.  Anzi, è meglio se non guarda proprio nulla che riguardi la politica.

matrice amici-nemici

Destra versus Sinistra

destra versus sinistra
“L’illusione della libera scelta”. Due ingressi per il medesimo abbattitoio.

Senza pretendere di sviscerare una questione che appassiona fior di politologi, vorrei qui proporre alcune riflessioni molto parziali e personali, derivate dalla mia limitata esperienza di “navigatore internet”.   Le pubblico nella speranza di stimolare dei commenti che aiutino me ed altri a raccapezzarmi in questo guazzabuglio.

Per cominciare

Per cominciare, vorrei ricordare che, anche in passato, Destra e Sinistra sono spesso state abbastanza vicine da scambiarsi idee, metodi e scopi.   Populisti  e socialisti  sono stati spesso nemici giurati, pur volendo entrambi proteggere la gente comune dalla rivoluzione capitalista.   Il Fascismo nacque da una costola del Partito Socialista ed il nome completo del partito di Hitler era “Partito Nazional-Socialista”; un partito che nella DDR è rimasto al potere fino al 1989 senza neppure cambiare nome.   Tanto per citare un paio di esempi scelti non a caso.
Ben più vicino a noi, nei momenti caldi della guerra del Donbass si sono visti volontari internazionali comunisti e fascisti combattere dalla stessa parte, talvolta contro altri miliziani non meno fascisti.   Il governo russo finanzia apertamente partiti come Forza Nuova e Front National, ma questo non impedisce a Putin di essere molto popolare in un’ampia fascia della sinistra euro-occidentale.   In Italia, la Lega ha le sue roccaforti in zone un tempo comuniste e Grillo raccoglie consensi da entrambe le parti.  Tanto per citare solo qualche altro esempio.

Dunque, stando così le cose, la domanda che tanti si pongono è se una differenza esista ancora e, se si, quale sia.

Per cominciare, ho raccolto in una tabella alcuni temi caldi del momento, con la posizione più generalmente adottata da persone che si definiscono di destra o di sinistra.   Preciso che con Sinistra, non mi riferisco al PD o ad altri partiti di lungo corso, ma ai delusi dei medesimi che ora vagano in cerca di una casa politica.    Inoltre, la classificazione in “destra” e “sinistra” è ovviamente riduttiva, ma una trattazione approfondita esula dai limiti di un post.

Ovviamente, in tabella figurano solo alcuni dei temi politici del momento, ma sono quelli che suscitano il massimo di commenti e di animosità.   Quindi, probabilmente quelli che più fortemente influenzeranno le prossime elezioni.

In verde gli argomenti su cui si registra una sostanziale convergenza, in blu quelli su cui la convergenza è parziale, in rosso quelli su cui c’è una differenza sostanziale.

TEMA DESTRA SINISTRA
ISTITUZIONI EUROPEE fortemente contrari fortemente contrari
LIBERISMO ECONOMICO fortemente contrari fortemente contrari
EURO fortemente contrari fortemente contrari
SOVRANITÀ NAZIONALE fortemente favorevoli Favorevoli, ma non sempre
GLOBALIZZAZIONE fortemente contrari fortemente contrari
ATTUALE POLITICA RUSSA fortemente favorevoli fortemente favorevoli
TRUMP più o meno favorevoli posizioni prevalentemente contrarie, ma favorevoli su alcuni punti.
REDDITO DI CITTADINANZA fortemente favolrevoli fortemente favorevoli
POLITICA ECONOMICA ESPANSIVA fortemente favorevoli fortemente favorevoli
ISLAM fortemente contrari favorevoli
EBREI E ISRAELE (DI SOLITO CONFUSI) posizioni diverse, da contro per antisemitismo a pro per anti-islamismo. contrari o molto contrari per via della questione palestinese.
RAZZISMO favorevoli, talvolta molto. fortemente contrari
IMMIGRAZIONE fortemente contrari fortemente favorevoli (con qualche eccezione)
DIRITTI GAY fortemente contrari fortemente favorevoli (con qualche eccezione)
TENDENZE MACHISTE frequenti rare
AMBIENTE scarso interesse o contrari posizioni diverse, interesse da elevato a nullo a seconda.
CRISTIANESIMO molto favorevoli (nella versione Ratzinger) Spesso molto favorevoli (nella  versione Bergoglio).
GIUSTIZIALISMO fortemente favorevoli fortemente favorevoli

Salta all’occhio che, sulla maggior parte delle questioni che tengono banco sui social, molte posizioni sono tendenzialmente convergenti almeno in parte, anche se, spesso, per motivi almeno in parte diversi.

Le posizioni sono invece fortemente distinte in materia di diritti dei gay e delle donne, ma soprattutto in materia di immigrazione, islamica e non.

Prospettive

Partendo dal presupposto che la crescita economica non tornerà mai più (oramai lo dice anche il FMI) e che, anzi, tenderà a peggiorare, quali possono essere gli sviluppi della situazione?

Per quanto riguarda il primo punto (diritti gay e femminismo), più che vere posizioni politiche siamo spesso di fronte ad atteggiamenti mentali.   Attualmente sono inconciliabili, ma si sta assistendo alla rapida erosione delle posizioni “progressiste”.   Man mano che la crisi economica svuota le tasche della gente, la disponibilità a preoccuparsi per il matrimonio tra omosessuali, per dire, scema rapidamente.   Anche le posizioni duramente conquistate dalle femministe della passata generazione vengono rapidamente erose per ragioni analoghe, perfino fra le donne che pure sono il 50% del corpo elettorale.

L’immigrazione e tutta la galassia di argomenti che si muovono intorno ad essa sono invece un punto di scontro fondamentale che, al contrario di altri, tende a radicalizzarsi.   Anzi, la faccenda è tanto sentita che sorpassa oramai in peso politico quasi tutte le altre questioni.   Perfino le questioni economiche vengo spesso discusse in relazione agli effetti dell’immigrazione sul PIL, benefici o nefasti secondo le fonti.    Ben più vitale, il giudizio sull’adesione alla Comunità Europea oramai viene spesso discusso in relazione a come si pensa che la Commissione voglia gestire i flussi migratori.
In questo caso non credo che si possa mai arrivare ad una convergenza, ma penso che le prossime ondate di crisi economica e di crisi migratoria inevitabilmente sposteranno un’ulteriore quota di voti verso la destra.

Non credo infatti che la vertiginosa crescita dei movimenti xenofobi dipenda da un aumento di veri fascisti ed assimilabili, bensì dall’aumento di gente che si sente minacciata e si rivolge a chi, magari per ragioni non condivise, promette provvedimenti drastici (anche se magari irrealizzabili o inefficaci).   Poco importa a questo punto il come ed il perché, importa solo la paura.  Una paura che è alimentata tanto dalla propaganda xenofoba e razzista della destra, quanto dalla propaganda negazionista e buonista della sinistra.   E questo è un punto fondamentale su cui credo che non si sia riflettuto abbastanza.

Propaganda e contro-propaganda

La propaganda di destra è incentrata principalmente sul fatto che gli immigrati sono diversi da noi e che perciò creano problemi.   Si parla anche del fatto che sono tanti e che i governi devolvano ad essi risorse che vengono a mancare agli autoctoni.   Argomenti complessi ma che, comunque, rappresentano aspetti della situazione teoricamente gestibili. Viceversa, non una parola sull’unico aspetto drammaticamente inoppugnabile: l’Europa è un paese già terribilmente sovrappopolato che ha urgente bisogno di ridurre la propria massa umana, pena un rapido e dolorosissimo collasso.   In un passato anche recente molte società hanno infatti trovato il modo di funzionare con popolazioni assai diversificate, ma solo finché queste non hanno superato la capacità di carico dei loro territori.  Una cosa che gli europei hanno fatto un paio di secoli addietro, cavandosela poi solo grazie al fatto di essere stati in grado di far pagare ad altri in conto della loro prolificità.

Al di là delle differenze culturali, religiose, ecc. l’unico vero problema – il vero “elefante nella stanza” – è quindi che l’immigrazione vanifica la salutare decrescita della natalità interna.

Dal canto suo, la sinistra incentra la sua propaganda fondamentalmente su alcuni temi che le sono cari: l’uguaglianza, la solidarietà, il senso di colpa verso le classi ed i popoli più o meno maltrattati dal capitalismo occidentale.   C’è una parte di verità in quel che dice e, certamente, sono nobili i sentimenti cui fa appello.   Ma trascura di dire che la solidarietà e l’accoglienza hanno un prezzo in termini di ampliamento dell’Impronta Ecologica nazionale.   Un’impronta che già eccede di almeno il 50% i più prudenti parametri di sostenibilità.   Il fatto è che hanno perfettamente ragione a dire che gli stranieri sono proprio come noi: hanno gli stessi bisogni ed in gran parte gli stessi desideri.   Un fatto inoppugnabile che
Certo, la maggioranza di noi potrebbe rinunciare ad una fetta del proprio benessere a favore di altri, ma questo punto non è fra quelli posti in risalto.   Né si dice che questo prezzo salirà esponenzialmente man mano che i flussi necessariamente cresceranno, mentre la situazione ambientale e sociale europea non potrà che peggiorare.   Beninteso, peggiorerebbe anche senza immigrazione del tutto, solo un tantino meno rapidamente.   Ma il flusso di gente dall’estero crea una situazione troppo facilmente strumentalizzabile perché non venga sfruttata.

Questo è un punto chiave perché, mano a mano che la situazione sociale ed economica degrada, i problemi direttamente od indirettamente connessi con la sovrappopolazione non possono che aggravarsi.   Ed un numero crescente di persone deluse o spaventate continuerà a passare sul fronte opposto, facilitate proprio dal fatto che, su molti altri punti essenziali, i distinguo sono sempre più fumosi.

In sintesi, la pertinace ostinazione nel negare l’esistenza di un problema di numero di persone, apre la porta chi sostiene che il problema derivi dal colore delle persone.   In pratica, la sinistra dovrebbe capire che la sua propaganda e le politiche che sostiene (anche se spesso assai più dichiarate che praticate) stanno erodendo i margini per un ragionevole compromesso e stanno aprendo la strada a reazioni violente.

Un pronostico

In conclusione, azzardo un pronostico che spero sia sbagliato:  O i partiti di sinistra e di centro si affrettano ad elaborare posizioni e provvedimenti capaci di riportare i flussi, a livello europeo,  nell’ordine delle migliaia di persone l’anno, oppure un’ondata di governi “Trump stile” diverrà praticamente inevitabile.   Un errore che potrebbe risultare irreparabile, come sta ampiamente dimostrando l’amministrazione Trump.   Mentre vara prevedimenti tanto spettacolari quanto inutili o inattuabili sul fronte dell’immigrazione, il “tycoon” scatena tutto l’arsenale possibile per distruggere ciò che resta della capacità di carico del suo paese e del mondo intero.   Che poi è solo un altro modo per aggravare gli effetti della sovrappopolazione che, ricordiamoci, non derivano dal numero assoluto di persone, ma da come l’impatto complessivo di queste (popolazione moltiplicato consumi) incide sull’ambiente.   E dalla capacità degli ecosistemi di tamponare le alterazioni antopogeniche.

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Rossi e Neri

Di Igor Giussani

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Quando ero giovane e frequentavo la vasta galassia del movimento no global – parlare di militanza sarebbe eccessivo – un amico mi diede un’importante lezione di vita spiegandomi che, in politica, le maggioranze silenziose combinano poco o nulla, mentre le minoranze casinare possono provocare grandi sconvolgimenti.  La rivoluzione di Ottobre e i nazifascismi, ad esempio, storicamente hanno avuto origine da gruppi talvolta sparuti per numero, ma capaci di farsi sentire, ricorrendo a strumenti alternativi alla voce se necessario.

Oggigiorno, esiste una minoranza casinara attiva soprattutto in Rete le cui idee vengono  spregiativamente etichettate come ‘rossobrunismo’ (termine soventemente adottato anche dal sottoscritto) o ‘populismo’ (dispregiativo o elogiativo a seconda di chi lo usa), che ha i suoi punti di riferimento (a torto o ragione) nelle formazioni politiche considerate meno legate al sistema (M5S, Lega Nord e Fratelli d’Italia), in giornalisti non mainstream quali Giulietto Chiesa o Paolo Barnard, in nuovi filosofi e icone mediatiche come Diego Fusaro.   Il personaggio di Napalm51, interpretato da Maurizio Crozza, ne è la caricatura satirica (ma talvolta abbastanza fedele).

Posso sembrare sarcastico e irrispettoso, invece se ci scherzo un po’ sopra è per risollevarmi pensando al solco che si sta gradualmente creando tra me e amici di vecchia data attratti dal nuovo pensiero: ex militanti altermondisti (alcuni dei quali già stravaganti vent’anni fa), sinceri ambientalisti e anche qualcuno con cui ho condiviso un percorso intellettuale radicale come quello della decrescita. Tutta gente di cui potrei decantare cultura e genuina passione civile, capace se necessario di mettere le ragioni della Causa al centro della propria esistenza, dando prova di un’abnegazione a me sconosciuta (fatto che può però avermi immunizzato dall’aderire a fedi fanatiche).

Personalmente, mi accorgo che il rossobrunismo è stato l’approdo finale per molti militanti di sinistra delusi. Penso a quelli che, al momento della ‘svolta riformista’, hanno rigettato l’illusione di dare una volto umano alla globalizzazione neoliberale, aderendo pertanto all’ala sedicente ‘radicale’ e ancora orgogliosamente comunista. Tuttavia, a fronte di pretese rivoluzionarie ridotte a battaglie di retroguardia per difendere il welfare state socialdemocratico, del disinteresse delle masse e di una leadership politica opportunista, la disillusione è rapidamente montata; ora hanno ritrovato una nuova carica ideale.

Si dichiarano orgogliosamente populisti anche molti che, nauseati dal dogma ideologico della ‘fine delle ideologie’ a dall’ascesa del pensiero debole, hanno cercato rifugio nelle narrazioni ‘forti’ novecentesche, originando bizzarri sincretismi.
Il giovane filosofo Diego Fusaro è uno dei loro principali punti di riferimento. Spiega Marcello Veneziani: ”Per riassumere il loro messaggio: rifacciamo il Novecento, ma stavolta facciamolo meglio. E non gli estremi, ma lasciamoli convergere, considerando che il vero antagonista è il Centro tecnocratico globale, la cinica Macchina che produce deserti… Difatti, mi dicono, la loro provenienza è mista e i libri citati pure. Da de Benoist a Preve, da Evola a Marx, da Giacinto Auriti a Serge Latouche. Marxisti evoliani, gramsciani-gentiliani, e via con gli ossimori”. (http://www.ilgiornale.it/news/cultura/giovani-trasversali-ribelli-evviva-i-nuovi-pensatori-1037328.html)

In pratica, si fondono l’anticapitalismo e le tendenze antiborghesi di destra e sinistra.   Siccome il capitalismo globalizzato ultima versione si è ammantato di cosmopolitismo ergendosi a campione dei diritti umani e civili, è prevalsa l’opinione che la resistenza passi attraverso la difesa a oltranza di nazione, religione, tradizione e conservatorismo sociale (il multiculturalismo è visto con estremo sospetto, ma è nota anche l’ossessione per ‘l’ideologia gender’ e le rivendicazioni del movimento LGTB), dimenticando che tali presunti strumenti di opposizione sono stati tutti vessilli del capitalismo in altre fasi storiche (e, giudicando l’armamentario retorico di Trump, si direbbe che il Capitale stia per indossare nuovamente le vecchie maschere).

Aggiunge ancora Veneziani: “Non manca, è vero, un vago sapore complottista nelle loro analisi, la convinzione che ci siano centrali più o meno occulte che dispongono gli eventi e i flussi e sono sempre le stesse, ormai ricorrenti, quasi proverbiali”.   Si assiste infatti a uno straordinario rovesciamento di valori per cui tutto ciò che è sostenuto dal ‘sistema’ (in tutte le sue forme, dalle istituzioni politiche ed educative fino ai mass media) diventa emblema di errore e falsità. Le élite mondiali esprimono preoccupazione per il global warming? E’ la prova che si tratta di un invenzione per manipolare le coscienze.  Il governo che precarizza il mercato del lavoro prepara una legge per le unioni civili e cerca di sensibilizzare in materia di omofobia e violenza sulle donne? Istanze da rigettare in quanto provvedimenti per distrarre l’opinione pubblica dai ‘veri’ problemi. La storia che vi hanno insegnato a scuola? Scritta dai vincitori, quindi menzogna.  Ambientalismo?  Un complotto ordito da associazioni massoniche come il Club di Roma.  I medici consigliano di vaccinare i bambini?  Sono assoldati dalla lobby farmaceutica per vendere i loro prodotti…

In sintesi, mi sembra di individuare quattro categorie di persone legate al fenomeno rossobruno:

  • ideologi e guru: con questi non vale la pena di parlare, nella migliore delle ipotesi si verrà accusati di essere “inutili idioti”, “servi sciocchi del capitale” e amenità simili;
  • fascisti 2.0: mi pare inconcepibile uno scambio costruttivo pure con chi semplicemente ricopre di intellettualismo le proprie inclinazioni violente e razziste;
  • sinistroidi: erano già abbastanza dogmatici quando il loro unico credo era Marx…
  • gente ‘normale’ delusa dalla società ed alla ricerca di qualche punto di riferimento: qui invece investirei del tempo. Ma di chi si tratta esattamente?

E’ gente che è entrata a far parte della minoranza casinara provenendo dalla maggioranza silenziosa e non ideologizzata, che non è mai stata violenta e che anzi si è sempre comportata da buon cittadino. Che credeva nella funzione informatrice di tv e giornali e oggi fatica a distinguere il giornalismo professionista da Lercio. Che ha creduto alle rassicurazioni di scienziati ed esperti per pentirsene amaramente in diverse occasioni. Che ha sostenuto la causa dell’antirazzismo e del multiculturalismo per poi vedere manodopera straniera sottopagata allo scopo di incrinare le conquiste sociali ed è stata travolta da un’immigrazione crescente e malgestita, con inevitabile degrado sociale. Che ha aderito a campagne umanitarie o di sensibilizzazione ecologica scoprendo di essere stata raggirata. Che ha votato a sinistra credendo di arginare il malcostume berlusconiano ottenendo invece un governo deciso a concludere il lavoro lasciato incompleto dalla destra e una classe politica non meno disinvolta dell’ex-cavaliere e dei suoi scagnozzi. Che si vergogna all’idea di lasciare ai figli un benessere inferiore a quello dei genitori.  Che ha gioito al crollo del muro di Berlino auspicando l’inizio di un’epoca di pace, per assistere invece al triste spettacolo della superpotenza vincitrice della guerra fredda (nonché presunta paladina di democrazia e diritti umani) che ne approfittava per disseminare guerre in Iraq, Kosovo, Afghanistan, Libia nel totale disprezzo del diritto internazionale. Che ha creduto nella fratellanza europea e ora deve soggiacere ai diktat della UE a guida tedesca. Che ha sentito discorsi solenni in occasione del giorno della Memoria ed eventi analoghi, per poi vedere gli oratori rimanere indifferenti (quando non sostenere attivamente) altri genocidi. Che dopo essersi sentita fregata da discorsi e persone all’apparenza ‘normali’ e ‘ragionevoli’ ora è irresistibilmente affascinata da qualsiasi narrazione ‘eretica’ e da personalità ‘inedite’ e ‘fuori dagli schemi’ (Trump, Berlusconi, Renzi, ecc).

Insomma, queste persone hanno assistito al declino inesorabile di importanti istituti del mondo moderno, quali la democrazia liberale, lo sviluppo tecnico-scientifico, la tolleranza e l’apertura culturale. E’ un’impresa far ragionare un amante tradito, è più probabile che la pancia si imponga sulla testa facendo scambiare le cause con le conseguenze, operando semplificazioni indebite e inneggiando a motti assurdi del tipo ‘il nemico del mio nemico è mio amico’ o ‘tanto peggio tanto meglio’. Ma se fosse possibile dialogare?

Bisognerebbe spiegare che indipendenza di giudizio, riappropriazione del proprio spazio esistenziale dall’invadenza degli esperti e rifiuto della commercializzazione di ogni aspetto della vita umana non possono sfociare nella chiusura culturale, nel disprezzo per il sapere e nell’elevazione del conformismo a regola sociale. Che il desiderio di ‘sovranità’ e la ricostruzione di uno spazio politico contro il pensiero unico non possono coincidere con la riproposizione di vecchie istituzioni logore e stantie, se non proprio corresponsabili della situazione attuale.  Soprattutto, la critica della modernità non deve trasformarsi in rifiuto della modernità, occorre invece una modernità riflessiva – per utilizzare un’espressione di Ulrich Beckche analizzi criticamente i suoi stessi capisaldi  (progresso, sviluppo, controllo della natura e pretese conoscitive) così come fece a suo tempo con religione e tradizione.  Invece della retorica identitaria, dovremmo imparare che la nostra personalità è il risultato della continua tensione dialettica tra attaccamento alla tradizione e apertura all’influenza esterna (proveniente da mercato, mass media, incontri con culture differenti, ecc.), dove l’adesione incondizionata a uno dei due estremi significa soltanto alienazione. E laddove si vedono ‘complotti’ o ‘apparati’ bisogna imparare a riconoscere ‘sistemi’, nel senso inteso da Jay Forrester, i Meadows e altri pionieri del pensiero contemporaneo; rigettando le spiegazioni semplicistiche del populismo e accettando che a problemi complessi corrispondono spiegazioni complessi (e parziali).

Oramai queste persone potrebbero essere troppo stanche e disilluse per interessarsi seriamente a un messaggio complicato e ricco di concetti anti-intuitivi, senza contare il rischio di passare per pedanti grilli parlanti non meno tediosi dei truffatori passati. Ma proprio perché esiste ancora un terreno comune tra noi e loro, la possibilità di un dialogo è ancora reale. In futuro, nuove generazioni populiste imbevute fin dalla culla di rossobrunismo potrebbero rifiutare qualsiasi confronto se non addirittura  proporsi risolutamente di zittirci.

Il mondo A, il mondo B

Il mondo A e il mondo B orbitano uno intorno all’altro, si osservano reciprocamente coi telescopi ma hanno sviluppato civiltà completamente diverse. Nel mondo A gli abitanti ragionano in anticipo sulle complicazioni che potrebbero generarsi dall’adozione di nuovi comportamenti ed abitudini, modellando le leggi in base ai risultati desiderati. Nel mondo B si lasciano andare le cose un po’ a casaccio, confidando che si assesteranno da sé (come un illuminato filosofo ha teorizzato secoli prima). Il mondo A è regolato, il mondo B è ‘libero’.

Nel mondo A i governanti hanno seguito attentamente l’avvento dell’automobile privata. L’analisi del trend di occupazione di spazi pubblici da parte dei nuovi veicoli ha mostrato una progressione preoccupante. Uno studio dell’Università Mondiale ha dimostrato che, ai tassi attuali di crescita, tutto lo spazio pubblico nelle città sarebbe stato occupato nel volgere di pochi decenni, al punto che nessuno più sarebbe stato in grado di muoversi per pura e semplice mancanza di spazi sulle strade.

Nel mondo B l’automobile viene accolta con spontaneo entusiasmo. Le pubblicità delle case automobilistiche promettono libertà illimitata agli acquirenti dei veicoli, status sociale, eleganza e successo. L’idea di porre dei limiti al possesso ed all’utilizzo di tali mezzi viene strangolata nella culla dall’opportunismo delle classi politiche e dal timore di perdere consensi. L’intera organizzazione urbana viene piegata alla volontà popolare, manipolata dal bombardamento pubblicitario, ed orientata ad offrire ogni spazio possibile alla movimentazione ed alla sosta dei veicoli privati.

Il mondo A attiva pertanto politiche di regolazione e limitazione sull’uso delle strade. Il numero di spazi destinati alla sosta viene contingentato in base alla popolazione residente, la sosta a tempo indefinito in strada viene vietata e come condizione obbligata per l’acquisto di una nuova autovettura viene imposto il possesso di un’area privata (box o parcheggio condominiale) dove posteggiarla quando non è in uso. Il numero complessivo delle autovetture vendute si stabilizza su cifre estremamente basse.

vienna-kaerntnerstrasse

Nel mondo B la sosta in strada è consentita senza limitazioni, al punto che gli abitati finiscono col considerarla un diritto inalienabile. Col progressivo aumentare della ricchezza, un numero sempre maggiore di autovetture viene lasciato in sosta sulle strade, restringendo le carreggiate ed eliminando ogni possibilità di sosta temporanea. Col passare degli anni si inizia progressivamente a tollerare la sosta temporanea in doppia fila, sugli attraversamenti, sui marciapiedi, e considerata dai più non evitabile, il risultato è una ulteriore congestione delle sedi stradali, un rallentamento complessivo dei flussi di traffico e l’estrema frequenza di ingorghi. Questo induce negli abitanti un senso di frustrazione, sfogata sotto forma di stili di guida aggressivi.

Nel mondo A, grazie alle sedi stradali non congestionate, i mezzi pubblici scorrono alla velocità commerciale ottimale, trasportano in poco spazio molti passeggeri, sono veloci, efficienti e puntuali. Un’efficienza tale da far sì che molte famiglie non abbiano necessità di possedere un’automobile.

Nel mondo B i mezzi pubblici sono fortemente penalizzati dall’esiguità delle sedi stradali, dalla sosta d’intralcio in doppia fila, dalla pura e semplice congestione delle strade. Le dimensioni di tali veicoli li rendono svantaggiati nei confronti delle più veloci e scattanti auto private, penalizzati nella competizione per lo spazio stradale che si fa di giorno in giorno più aggressiva. Di pari passo con la perdita di efficienza del trasporto pubblico si ha la migrazione degli abitanti in direzione del trasporto privato, che viene percepito come l’unica maniera efficiente di muoversi da un punto all’altro della città. L’abitudine ad utilizzare sempre e soltanto l’auto privata fa sì che si perda una precisa cognizione delle potenzialità dell’offerta pubblica, con un progressivo calo dell’utenza e l’impossibilità di giustificare i costi di gestione a causa dello scarso utilizzo. Nel corso degli anni vengono quindi smantellate le forme di trasporto ad alta efficienza in sede propria (tram, treni) per fare ulteriore spazio alla movimentazione delle auto private.

Nel mondo A, non essendo garantita a priori la possibilità di spostarsi ovunque con mezzi privati, le nuove edificazioni devono rispondere a standard urbanistici estremamente rigidi. Le infrastrutture di mobilità vengono progettate contestualmente agli edifici, in modo che a breve distanza da ogni abitazione sia presente un efficiente nodo di scambio col trasporto pubblico, e che le esigenze di mobilità dei futuri abitanti non motorizzati non siano penalizzate.

Nel mondo B si costruiscono case, palazzi, complessi residenziali, intere urbanizzazioni senza la minima progettualità su come i futuri abitanti dovranno poi muoversi. Spesso le nuove urbanizzazioni finiscono a ricasco della rete viaria, già satura, di altri quartieri, prolungando i tempi di accesso alla viabilità principale e paralizzando completamente il già sofferente trasporto pubblico. L’assenza di pianificazione delle modalità di spostamento produce quartieri dormitorio, privi dei servizi sociali e culturali essenziali, che obbligano i residenti ad un continuo viavai in automobile, da un quartiere all’altro, da un ingorgo al successivo.

Nel mondo A le attività produttive devono ragionare la propria collocazione in base alle esigenze di mobilità dei propri dipendenti. Sono obbligate a rendere disponibile uno spazio di sosta per ogni singolo dipendente che pervenga con l’auto privata perché, come già detto, la sosta sulle sedi stradali è vietata, ma devono anche tener conto che molti potenziali dipendenti non possiedono un’auto, e se vogliono accedere alle migliori eccellenze del settore non possono collocarsi troppo lontano dai nodi del trasporto pubblico. Questo fa sì che le attività produttive siano in genere collocate in zone facilmente raggiungibili anche senza bisogno di automobili.

Nel mondo B, la modalità con la quale i dipendenti raggiungono il posto di lavoro non è un problema degli imprenditori. Dato per scontato che tutti si possano muovere in macchina, le attività produttive orientano la scelta della propria collocazione in base ad altre priorità, come i bassi costi dei terreni e/o degli uffici o gli incentivi pubblici per le aree depresse. In questo modo vengono privilegiate aree lontane dagli abitati. Il risultato è che costi e tempi di percorrenza (traducibili in ore di vita) vengono scaricati con la massima tranquillità sulle spalle dei dipendenti, che sono obbligati a provvedere da sé al raggiungimento di luoghi di lavoro spesso lontanissimi dalle abitazioni, con costi familiari poco percepiti e contribuendo all’ulteriore intasamento della rete stradale.

Nel mondo A l’aria è scarsamente inquinata, la maggior parte delle persone si sposta velocemente su mezzi pubblici elettrici (treni, metropolitane, tram), o veicoli privati leggeri (biciclette tradizionali ed a pedalata assistita), risparmia sui costi del possesso di un’automobile privata senza subire penalizzazioni alla propria vita sociale, culturale e relazionale. Le strade relativamente sgombre consentono all’esigua minoranza che si sposta ancora con l’auto privata di avere tempi certi di spostamento, senza lo stress degli ingorghi ed il rischio di non arrivare in orario. Questo produce stili di guida più rilassati, velocità più basse e maggior attenzione alla sede stradale, col corollario di una minor incidentalità, che a sua volta si traduce in minori costi collettivi per la spesa sanitaria.

Nel mondo B le strade sono un luogo di perenne conflitto: tra automobilisti, tra automobilisti e pedoni, tra automobilisti e ciclisti. Lo spazio delle sedi stradali è conteso tra i veicoli che lo usano per muoversi e quelli che vi devono sostare temporaneamente per svolgere le proprie commissioni. Si registra un’elevata incidentalità, malattie da stress, da sedentarietà, aggressività diffusa e disagio sociale. Il tutto è aggravato dall’enorme drenaggio di risorse economiche prodotto dal possesso di auto private, pari ad un quarto di quanto mediamente guadagnato da ogni lavoratore dipendente, dalla perdita di ore di vita e lavorative quotidianamente spese ad annaspare nel traffico, dalla frustrazione, dai costi collettivi e sociali di tale modello.

Ora il mondo B osserva coi telescopi il mondo A. Gli abitanti del mondo B vedono che sul mondo A tutto funziona, ma non riescono a comprendere come tutto ciò si sia prodotto, nel tempo. Colgono l’esteriorità di uno stile di vita più funzionale, più felice, meglio organizzato, ma non sono in grado di guardare con distacco ai propri errori, alle proprie contraddizioni, che anzi in molti continuano a giustificare nel meccanismo psicologico noto come ‘negazione’. Nessuno vuole ammettere di essere compartecipe del disastro collettivo, ed ognuno cerca un capro espiatorio cui accollare tutte le colpe. In ultima istanza, nel mondo B ogni abitante pretende che il cambiamento inizi da qualcun altro che non sia sé stesso, additando di volta in volta soluzioni inefficaci pur di continuare a mantenere le proprie abitudini, inevitabilmente sbagliate.

Nel mondo B, anno dopo anno, decennio dopo decennio, non si registra alcun cambiamento.

(l’idea per questo post deve un enorme un tributo al romanzo “The Dispossessed”, della scrittrice americana Ursula K. Le Guin)

La grande onda e piccoli uomini

hokusai surfing the big wave

Un’altra onda dipinta da Hokusai

Di recente Ugo, ha fatto un passo al di la del suo ormai celeberrimo dirupo di Seneca. E l’ha esemplificato con la grande onda di Hokusai. Credo abbia ragione.

E’ facile, dopo la tragedia dell’Hotel di Rigopiano, gridare all’evento straordinario, oppure, al contrario alla speculazione edilizia. La verità secondo me è che quella di Rigopiano non è stata una tragedia annunciata. Ne è un canarino nella miniera, che segnala che qualcosa sta succedendo al clima. E’ piuttosto il simbolo, l’ennesimo, della nostra incapacità di piccoli uomini di avere la piena consapevolezza di quel che facciamo, delle conseguenze delle nostre scelte, vicine e lontane. In pratica, stiamo esponendo l’intero pianeta ad un esperimento climatico mai visto INSIEME ad un esperimento ecologico mai visto. L’asservimento dell’intera biosfera ai bisogni di una singola specie. E la devastazione del sottile equilibrio che aveva garantito, fin qui, il clamoroso successo evolutivo di quella specie.

O credete che sia un caso, il fatto che ci siano voluti quasi centomila anni, ad uomini indistinguibili da noi, dal punto di vista fisiologico, per uscire dal paleolitico?

Ora, è decisamente tardi, troppo troppo tardi per stupirsi e, d’altronde è anche troppo tardi per prendere provvedimenti che non siano quelli di prepararsi a molti, forse troppi, avvenimenti del genere. Abbiamo scatenato una belva. Tre metri di neve. o tre giorni di pioggia. o tre mesi di siccità. o tre ore di uragano. Non importa. E gli albergatori di Rigopiano, con il loro albergo realizzato su un’area non sicura al cento per cento sono in clamorosa compagnia di buona parte degli insediamenti montani moderni e non solo.

Motivo semplice: eventi rarissimi, plurisecolari, di cui pure si conserva debole traccia geologica, diventano sempre più frequenti tanto da essere probabili nel corso della vita di un insediamento.

Se i nostri nonni erano sufficientemente prudenti e sufficientemente pochi, in queste zone di montagna, da scegliere solo i luoghi più sicuri e più riparati per gli insediamenti, ormai i villaggi  di montagna sono cresciuti a dismisura, trasformandosi in alcuni casi in vere cittadine e saturando lo spazio di fondovalle disponibile. spesso questi fondovalle nascondono le tracce di eventi catastrofici antichi, remoti o addirittura recenti. Un caso per tutti: Alleghe.

alleghe

Attualmente un ridente borgo di montagna, adagiato intorno ad un bellissimo laghetto. questo laghetto fino al 1771 non esisteva. Una enorme frana, staccatasi dal Monte Piz, sbarrò una valle, uccise 49 persone, distrusse un paio di paesi e portò alla formazione del lago.

SE fosse successa oggi, e potrebbe succedere, in uno delle centinaia di borghi montani sviluppatisi nel frattempo, in tutte le Alpi,  i morti si sarebbero contati a migliaia. La frana non era caduta per un caso, ovviamente ma per ben precisi motivi geologici. Questi motivi permangono ed eventi climatici estremi potrebbero riattivare la zona di frana o altre zone limitrofe con simili configurazioni geologiche. Allo stesso modo, il numero crescente di eventi meteoclimatici estremi non è un caso ma la conseguenze, prevedibile e prevista, del riscaldamento globale che solo un diversamente biondo, inopinatamente presidente degli Stati Uniti, può ritenere non nostra responsabilità.  Il combinato disposto di elevata antropizzazione delle nostre montagne e crescente esposizione ad eventi estremi rende certi altri eventi disastrosi. frane, inondazioni, slavine catastrofiche. Prepariamoci a tanti Rigopiano. Ce li siamo cercati. La grande onda che abbiamo generato non possiamo fermarla. Possiamo solo provare a surfarla.

L’ideologia dei consumi

quino(post originariamente pubblicato sul blog Mammifero Bipede)

Facendo seguito alla riflessione iniziata una settimana fa, sento la necessità di approfondire la questione delle ideologie, per comprendere il potere che hanno su di noi e quanto profondamente influenzino le scelte della società attuale. La nostra percezione della realtà è infatti in larga parte frutto di una stratificazione di ideologie, non di rado fra loro contrastanti, che la nostra cultura ha ereditato dai secoli precedenti.

Per circoscrivere l’ambito del ragionamento cominciamo col dare una definizione di ideologia. Stando a Wikipedia ‘L’ideologia è il complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale’. L’ideologia è, in base a questa definizione, l’architettura mentale all’intero della quale il nostro cervello colloca gli avvenimenti per potergli attribuire un ordine ed un senso.

Storicamente l’esigenza di possedere una ‘visione del mondo’ globale emerge in parallelo allo sviluppo del cervello umano, all’aumentata capacità di raccogliere e ricordare informazioni, eventi, situazioni, alla necessità di prendere decisioni ed orientare scelte.

La più antica forma di ideologia è con molta probabilità il pensiero religioso, nato per dar conto della quantità di eventi inspiegabili ed incomprensibili cui i nostri antenati erano soggetti (oltre a dar sollievo alla già discussa angoscia della morte). Il pensiero religioso attribuisce gli eventi inspiegabili all’intervento di entità soprannaturali come divinità, angeli e demoni, narra la nascita del mondo e la sua fine, detta comportamenti corretti e minaccia ritorsioni ‘nell’aldilà’, o sventure accidentali, a chi non vi ottempera.

Le religioni costituiscono una prima forma di interpretazione globale dell’esistente. All’interno di un unico sistema di idee viene dato conto dell’esistenza del Mondo e vengono fornite le istruzioni di base per relazionarsi reciprocamente (codificate, per le religioni di origine biblica, nei famosi Dieci Comandamenti). Un sistema di idee che necessariamente coinvolge il concetto di ‘giustizia’, elemento chiave per la gestione delle dispute tra singoli individui e tra individui e gruppi.

Man mano che le popolazioni crescono numericamente, migrano e si espandono, mescolando fedi e credi, l’elaborazione dell’idea di giustizia si svincola formalmente dalla dimensione teologica producendo codici di leggi atti a regolare i rapporti tra i singoli, tra i gruppi, su su fino alle sovra-entità, come le città stato o le prime piccole nazioni. Tuttavia la legge umana non può ancora, in questa fase, mancare di discendere da quella divina, producendo l’avvento delle religioni di stato, dotate dell’autorità di designare imperatori e re.

Le religioni hanno di fatto dominato il mondo fino a tempi relativamente recenti, articolandosi, differenziandosi, e dotandosi di diversi sistemi di leggi in base alla complessità delle strutture sociali e statali realizzate dai popoli ad esse sottomessi. Gli ultimi secoli, tuttavia, hanno visto l’avvento di un sistema di idee completamente diverso.

Il ‘pensiero scientifico’ è un’ideologia relativamente recente che afferma la conoscibilità dell’Universo per mezzo dell’osservazione, avendo cura di eliminare gli errori introdotti dalla soggettività dell’osservatore. così facendo ha imposto una brusca accelerazione alla comprensione del mondo, svincolando la realtà fattuale dall’intervento di entità divine e mettendo in crisi l’autorevolezza delle religioni preesistenti.

Tuttavia il metodo scientifico presenta un margine di incompletezza che non gli consente di rimpiazzare interamente le religioni. Il suo campo di applicabilità si limita alla definizione di ‘come’ i fatti avvengano, mentre l’animo umano è costantemente alla ricerca di risposte alla domanda: ‘perché’.

Perché esistiamo? Perché dobbiamo gioire e soffrire? Perché adesso? Perché noi e non altri? L’animo umano si dibatte fin dalla notte dei tempi per trovare una propria collocazione all’interno del quadro degli eventi. Le risposte che il pensiero scientifico è in grado di produrre non riescono a soddisfare questa domanda di identità e di senso, semmai la negano.

La scienza ci ha fornito strumenti straordinari per la manipolazione del mondo: motori, macchine, sistemi di trasporto merci, rilanciando massicciamente un’ideologia di dominio già propria degli imperi dell’antichità. Basata, al pari delle religioni, su assunti indimostrabili, ma capace di conferire ricchezza e potere mai visti prima.

Detronizzate le religioni dal loro pulpito e nell’incapacità, da parte del pensiero scientifico, di offrire orientamenti di ordine etico, l’umanità ha abbracciato l’idea che lo sfruttamento del Mondo fosse il proprio destino manifesto inventando l’ideologia del progresso (la cui declinazione economica è detta ‘teoria della crescita indefinita’). Un’apologia dell’avanzamento tecnologico che ha prodotto nel tempo ricchezza, prosperità ed una superiorità militare tale da imporre la propria volontà al resto del mondo.

Perché, va detto, il successo o l’insuccesso di un’ideologia dipende strettamente, molto più che dalla logica e verosimiglianza degli assunti, dai vantaggi immediati e di medio periodo che l’ideologia stessa è in grado di garantire dapprima ai singoli individui, ed al crescere del fattore di scala ai gruppi sociali che la abbraccino.

Detto in poche parole l’attuale ‘crescita dei consumi’ è consistita sostanzialmente nella conversione di fonti energetiche fossili, materie prime minerali, suoli fertili e risorse generalmente non rinnovabili in cibo e manufatti di breve durata, che dato il velocissimo tasso di sostituzione trovano rapidamente la strada della discarica, trasformandosi, al termine di un ciclo di vita estremamente rapido, in rifiuti velenosi o tossici.

L’ideologia del progresso ha plasmato gli ultimi tre secoli di storia umana producendo un’accelerazione senza precedenti nel consumo di risorse, nell’aspettativa di benessere, nella trasformazione (distruzione) di ecosistemi, nella generazione di sostanze inquinanti ed un parallelo, drammatico, declino della biodiversità.

Se l’Universo non appartiene più a Dio, l’uomo si sente autorizzato a farne ciò che vuole. L’ideologia del progresso ha, in ultima istanza, deresponsabilizzato l’umanità facendo leva sull’avidità e sul tornaconto immediato. L’intera società moderna, l’organizzazione delle città, il sistema dei trasporti basato sulle automobili private, i meccanismi disumani di produzione industriale di merci e cibo, la sovrappopolazione, sono tutte filiazioni di questo miraggio infondato ed indimostrabile.

In ultima analisi il pensiero scientifico ci ha fornito strumenti senza precedenti per la comprensione della realtà fisica, ma nel contempo ha mancato di produrre un’architettura etico/morale in grado di gestire le trasformazioni da esso stesso innescate, scoperchiando un colossale Vaso di Pandora capace di attentare all’esistenza stessa del mondo come lo conosciamo.

È proprio all’interno di questo quadro che si può fotografare il momento attuale: un’umanità affascinata dall’ideologia del consumo fine a se stesso, egoistico e deresponsabilizzante, che finisce col consumare, in ultima istanza, senza inibizioni o freni di natura etico/morale, gli individui che ne fanno parte, le loro vite ed il mondo intero.

Il fallimento del movimento ambientalista.

 

fallimento movimento ambientalista

Uno dei tanti paradossi che caratterizzano la nostra società è questo:  man mano che la situazione ambientale degenera, la quantità di gente preoccupata di questo aumenta, ma il movimento ambientalista è sempre più debole e solo.

Chi non è più giovane, forse ricorderà che negli anni ’70 e ’80 il movimento ambientalista sembrava capace di cambiare la storia del mondo.   Nelle sue infinite articolazioni, riusciva incidere in maniera avvertibile sulle decisioni politiche; almeno nei paesi occidentali dove esisteva una sostanziale libertà di stampa e di parola.
Eppure, allora, un collasso socio-economico ed ambientale di scala globale era considerato possibile non prima di 50 o 100 anni.   Oggi invece, probabilmente stiamo vivendo le prime avvisaglie di un tale collasso, ma non si vedono orde di ambientalisti che, al grido di “Lo avevamo detto”, si impongono finalmente nelle sedi del potere.   Piuttosto, sta accadendo esattamente il contrario: le politiche ambientali fin qui costruite vengono rapidamente smantellate, o svuotate di ogni efficacia.   E gli ambientalisti o girano rapidamente la gabbana, o vengono estromessi non solo dalle “stanze dei bottoni”, ma anche dai corridoi e dagli sgabuzzini del potere.
All’interno della società, le associazioni storiche sopravvivono a stento ed i partiti “verdi” scompaiono, spesso dopo aver fatto magre figure.
E’ chiaro che ogni situazione particolare ha la sua storia ed i suoi problemi, ma il declino dell’ambientalismo è un fenomeno globale e, dunque, deve anche avere delle cause globali, oltre a quelle che riguardano, invece, questa o quella organizzazione particolare.
In qualità di veterano e superstite di questo movimento, mi sono posto alcune domande.

Prima domanda: C’è stato qualcosa di sbagliato alla radice del movimento?

Penso di si, ma non essendo un politologo, posso proporre solo delle riflessioni basate sull’esperienza personale.
Nel suo insieme, l’ambientalismo non ha saputo elaborare e divulgare un paradigma politico alternativo ai due che, all’epoca, si contendevano la scena: il liberalismo ed il socialismo.   Molto presto infatti, la maggior parte degli aderenti e delle organizzazioni ambientaliste si sono lasciate aspirare e stritolare nella dialettica destra-sinistra che nulla aveva a che fare con il cuore del problema.   In pratica, il movimento si è diviso in due.   Da un lato coloro che pensavano che il sistema liberal-capitalista fosse sostanzialmente valido, salvo introdurvi delle correzioni per garantire un adeguato livello di tutela ambientale.
Sull’altro fronte coloro che, viceversa, ritenevano valido il modello socialista  che, con alcune integrazioni, avrebbe potuto frenare il degrado degli ecosistemi, l’esaurimento delle risorse, ecc.
In pratica, da entrambe le parti si è pensato di migliorare quello che già era disponibile, anziché elaborare qualcosa di autenticamente originale.

Eppure, al di la dei parziali e limitati successi che entrambi gli schieramenti possono effettivamente rivendicare, non avrebbe dovuto volerci molto a capire che si trattava di posizioni perdenti a priori.   Sia il capitalismo che il socialismo perseguono infatti il progresso indefinito della società.   La differenza fra di essi non è quindi negli scopi ultimi, ma su quali siano i mezzi migliori per perseguirli, quali i modi più efficaci per accelerare il progresso e come ripartirne i benefici frutti.
Entrambi i filoni dell’ambientalismo, accettando e facendo proprio il corpus centrale delle due dottrine socio-economiche di rispettivo riferimento, necessariamente hanno fatto proprio il nucleo centrale che le accomuna: il Progresso.   Un archetipo, che si porta dietro un vasto corollario di conseguenze e che nessuna analisi dei fatti potrà mai scalfire in quanto si tratta, tipicamente, di un postulato pre-analitico (Daly, Ecological Economics 2004).
A mio parere, era invece proprio l’archetipo del progresso che avrebbe dovuto essere messo in discussione, ma ciò avrebbe significato attaccare la radice stessa del pensiero moderno alla cui origine troviamo padri del calibro di Bacone, Galileo, Cartesio, Hobbes, Boyle, ecc.   Un filone di pensiero poi sviluppato dall’illuminismo e santificato da 2 secoli di scuola pubblica.   Difficile immaginare un compito più arduo.
Del resto, perfino nelle pagine della prima edizione dei “Limiti dello sviluppo” si leggeva tra le righe una diversa impostazione fra Donella e Denis Meadows; una diversità che si è andata poi palesando meglio nelle edizioni successive.   Il risultato finale del loro studio era infatti chiaro: qualunque risulti essere la dotazione di risorse del pianeta e qualunque sia il livello di tecnologia raggiungibile, il collasso del sistema sarà inevitabile ed il nostro destino tanto più fosco quanto più abbondanti saranno le risorse e potenti le tecnologie.   Unica via di uscita dalla trappola era fermare la crescita demografica e la crescita economica prima di raggiungere una soglia critica che non era definibile con certezza, ma che si sapeva non essere lontana.
Un messaggio chiaro che andava totalmente e direttamente contro l’intero apparato filosofico ed ideologico della “modernità”, chiudendo definitivamente con il mito delle “magnifiche sorti e progressive dell’umanità” (Leopardi, La Ginestra).
Qualcosa di talmente forte che neppure tutti i membri del gruppo erano pronti ad accettare, a cominciare dalla stessa Donella che volle mitigare il messaggio.   In fondo, disse, se facciamo sempre meglio con sempre le stesse cose, e non aumentiamo di numero, perché non dovremmo migliorare indefinitamente le nostre vite?   In altre parole, si pensò che fosse possibile distinguere fra uno “sviluppo insostenibile” fatto soprattutto di crescita quantitativa ed uno “sviluppo sostenibile” fatto di buone pratiche, solidarietà sociale ed efficienza industriale.
Oggi che “sviluppo sostenibile” ed “efficienza” sono divenute le parole d’ordine dei più folli e disperati tentativi per rilanciare una crescita oramai da un pezzo anti-economica, il loro suono risulta quasi osceno.    Ma all’epoca furono le parole d’ordine su cui si strutturarono entrambe le anime dell’ambientalismo: quella liberale e quella socialista.   Ed esattamente questo fu, a mio avviso, l’errore che fece smarrire la strada a tutti noi che, a quei tempi, raccoglievamo fondi per salvare la Foca monaca o ciclostilavamo volantini nei sottoscala.
A mio avviso, per essere efficace, il movimento ambientalista, avrebbe dovuto capire subito che il nemico erano i miti fondanti della modernità.   Dunque una rivoluzione ben più radicale di quelle di moda all’epoca, e questo ci porta alla seconda domanda.

Seconda domanda: Avrebbe potuto andare diversamente?

Da subito, il progetto ambientalista si incagliò su numerosi scogli.   A mio avviso, due dei più importanti, che peraltro non  vengono mai trattati, furono le conseguenze che politiche efficaci sul piano della sostenibilità avrebbero potuto avere sugli equilibri geo-politici e sulle politiche sanitarie.
Frenare la crescita economica avrebbe probabilmente comportato un parallelo rallentamento del progresso tecnologico.   USA ed URSS (con i relativi satelliti) erano allora impegnati in uno scontro formidabile per il controllo del pianeta e nessuno dei due contendenti era in grado di assumersi un tale rischio.    Men che meno il blocco occidentale che aveva adottato (con successo) una strategia fatta di un dispiegamento di forze quantitativamente molto inferiori, ma tecnologicamente più avanzate.
Così ci si concentrò sull’aspetto demografico e qualcuno ricorderà che, allora, la sovrappopolazione era un argomento sulla bocca di tutti.
Alcuni paesi avviarono anche delle concrete politiche di riduzione delle nascite, in particolare l’India (poi abbandonate) e la Cina (tuttora vigenti in forma attenuata), ma nessuno si sognò neppure lontanamente di mettere in discussione gli effetti demografici che il fulmineo progresso della medicina stava avendo in tutto il mondo.   Eppure, non è certo un segreto che la demografia dipende dall’equilibrio fra nascite e morti.   E che, con animali molto longevi come l’uomo, gli effetti di fluttuazioni anche modeste da entrambe le parti hanno effetti complessi, destinati a farsi sentire nei decenni.   Un argomento politicamente minato ancor oggi, tanto più allora che avevamo una salubre memoria delle follie criminali di Hitler e Stalin.  Così, si preferì evitare l’argomento, sperando che la “transizione demografica” avrebbe risolto il problema da sola ed in tempo.   In pratica, ci si affidò alla crescita economica per risolvere i problemi che questa stessa creava.   Difficile che potesse funzionare ed infatti non ha funzionato, ma sarebbe stato possibile affrontare diversamente l’argomento con un minimo di probabilità di successo? Penso di no.
Un’altra ragione per cui, a posteriori, penso che non avrebbe potuto andare diversamente era la possibilità di comunicare il nostro messaggio.   In buona parte del mondo (Russia, Cina e molti altri), semplicemente era vietato.    Nei paesi occidentali era invece permesso, ma il nemico da battere si è dimostrato capace non solo di assoldare una parte dei quadri del movimento, ma anche fare proprie la retorica e la dialettica ambientaliste.   Assorbirne gli slogan, modificandone il significato così da renderlo funzionale al proprio scopo fondamentale: la crescita.   E poiché il significato delle parole cambia nel tempo a seconda di come queste vengono impiegate, ad oggi è giocoforza ammettere che il capitalismo ha vinto non solo sul piano politico, ma prima ancora su quello semantico.
Ma anche al di la questi ed altri ostacoli, quali potevano essere le probabilità di successo di un movimento politico che, per essere coerente, avrebbe dovuto predicare la fine del progresso e del benessere materiale per tutti?
Finquando si è trattato di dire ai benestanti cittadini occidentali che dovevano rinunciare a quota parte del loro benessere, in molti si sono fatti avanti a dirlo, anche se con scarsi risultati (cfr. il rapporto Europa sostenibile e gli scritti di S. Latouche, fra i numerosi altri).   Ma era evidente che sarebbe stato del tutto inutile se, contemporaneamente, tutti gli altri popoli della terra non avessero rinunciato ad acquisire un analogo benessere: una cosa talmente “politicamente scorretta” che praticamente nessuno ha finora avuto il coraggio di dirla.    Ma neppure ciò sarebbe bastato.
Giunti alle strette degli anni ’70, fermare la crescita demografica era imperativo e non poteva essere fatto senza porre dei limiti al progresso della medicina.   Una cosa assolutamente improponibile, con ottime ragioni perché fosse così.schopenhauer
Dunque l’ambientalismo politico si trovò da subito stretto in un’impasse che avrebbe potuto essere superata solo con un radicale cambio di paradigma; un salto culturale talmente grande da non essere neppure tentato.
Schopenhauer diceva che solo ciò che poi accade era davvero possibile che accadesse.   Personalmente condivido solo in parte tale illustre opinione, ma nel caso in esame penso che si possa applicare pienamente.

Terza domanda: Ad oggi continua ad avere un senso fare dell’attivismo ambientalista?   Se si, Quale?

Bisogna ammettere che oggi è particolarmente imbarazzante fare discorsi ambientalisti.    Che dovremmo dire?     La maggior parte delle organizzazioni ancora attive continua a “suonare” allarmi ormai consunti dall’uso e dall’abuso.    Che senso ha continuare a dire che “se non facciamo questo e quest’altro avverrà una catastrofe”, quando la catastrofe è in corso e non ha spostato di una virgola la direzione del sistema?
L’esempio più facile è quello del clima.   30 o 20 anni fa era giustificato dire: “Se non riduciamo le emissioni il clima peggiorerà e farà dei danni”.    Che senso ha ripeterlo oggi, mentre sui teleschermi le immagini di alluvioni e siccità, tornado ed uragani si alternano quotidianamente alla pubblicità dell’industria energetica ed agli appelli per il “rilancio della crescita”?   E con tale naturalezza che non ci si accorge nemmeno più della schizofrenia della cosa.
D’altronde, che senso può avere andare in giro a dire che tanto oramai non c’è più niente da fare?   A parte che ciò facilmente suscita reazioni ostili e gesti osceni, rischia anche di servire da pretesto per rimuovere anche i pochi veli di protezione che ancora mitigano la follia autodistruttiva del sistema economico.

La risposta, ritengo, dipenda essenzialmente dallo scopo che ci si prefigge.   Se ci si danno finalità possibili, c’è sempre un senso a fare qualcosa.

Lo scopo di partenza, dirottare il mondo su di un cammino di sostenibilità è fallito, ma abbiamo altre possibilità di azione.

La prima sta venendo di moda con l’etichetta di “resilienza”.    In estrema sintesi, si tratta di questo: preso atto dell’inevitabile, possiamo comunque prepararci in una certa misura agli eventi futuri ed aumentare le probabilità di sopravvivenza nostre e quelle dei nostri parenti ed amici.
Si tratta di un campo praticamente sterminato, totalmente da inventare in cui ognuno può rendersi utile anche solo proponendo idee e consigli.    Magari sbagliati, ma comunque capaci di stimolare altre idee in altre persone.

La seconda è che se non possiamo fare quasi più niente per migliorare il nostro destino, possiamo invece fare tantissimo per peggiorarlo ulteriormente.
Anche solo evitare di fare cose stupide sarebbe un grandissimo vantaggio ed in questo penso che rivesta un ruolo importante la divulgazione scientifica.   Se si riesce a capire, almeno in parte, cosa sta succedendo e perché, sarà meno facile farsi abbindolare da chi promette l’impossibile, naturalmente a patto di votarlo o di comprare i suoi prodotti.

Una terza possibilità di azione riguarda il futuro remoto; quelle “bottiglie gettate in mare” di cui parla Edgar Morin (La via 2012).   Nessuno può sapere quale aspetto avrà il collasso visto dal nostro punto di vista, e neppure quanto tempo prenderà, né quale sarà il nostro personale destino.    Ma  possiamo contare sul fatto che le doti di resistenza e resilienza della specie umana faranno sì che, quando la vegetazione coprirà le rovine delle nostre megalopoli, ci saranno degli uomini a discutere di cosa siano quei grandiosi ruderi.   Possiamo fare qualcosa ora per aiutarli?    Io penso di si.
Oggi disponiamo di un patrimonio di conoscenze scientifiche e di arte in ogni forma possibile, che sarebbe veramente stupido e criminale lasciar morire con noi.   Io penso che dovremmo preoccuparci di divulgare il più possibile questo immenso patrimonio, proteggerne la parte materiale (opere, monumenti, musei, libri, ecc.) in modo da accrescere le probabilità che parte di tutto questo sopravviva alle fasi più violente e disperate del disfacimento della nostra civiltà.    Molte delle opere che ci sono giunte dal nostro remoto passato sono sopravvissute grazie a persone che le hanno copiate, nascoste, protette, tramandate.    Noi abbiamo in questo campo una possibilità praticamente infinita di azione.

In conclusione

Ritengo che il movimento ambientalista fosse in partenza destinato a fallire il suo scopo principale, ma non è stato per questo inutile.
Se il filone principale del movimento non ha potuto scalfire i paradigmi della civiltà moderna, l’ambientalismo ha nondimeno influenzato importanti frange del pensiero contemporaneo, creando i presupposti perché dei paradigmi veramente alternativi possano nascere, o rinascere, contribuendo forse in modo importante alla formazione delle civiltà che, probabilmente fra qualche secolo, si diffonderanno sulla Terra.
fallimento ambientalista, cercando un futuro

Rane bollite e Capponi di Renzo.

anomalia termica rispetto alla media
anomalia termica rispetto alla media, in gradi centigradi.

L’avete già sentito da tutti i media ma sarà bene ribadirlo: mentre in Kuwait NON è stato appena eguagliato il record assoluto di temperatura mai registrato sul nostro pianeta ( 54 gradi non sono un record), l’anomalia sistematica maggiore, questa si da record assoluto,  la troviamo nelle zone artiche. l’immagine che correda questo post parla meglio di cento parole. Non è una novità: le temperature maggiori provocano lo scioglimento anticipato dei ghiacci marini, che a sua volta permette al mare di assorbire molta più energia, che a sua volta… Ci siamo capiti.

Se pensate , come purtroppo tanti, che questo sia un serio problema ma che il terrorismo internazionale, la crisi economica, etc etc siano problemi al momento più cogenti, vi sbagliate di grosso.

Perché l’origine dei moti arabi, ovvero, per rimanere al terrorismo, della guerra civile in Siria e, in ultima analisi dell’attuale onda di attentati, si può far risalire anche alle eccezionali condizioni di siccità degli anni 2006-2011, che, in regioni già al limite della sussistenza, economica ed agricola, furono la goccia che fece traboccare il vaso.

Il paradosso della rana bollita è spesso stato usato per spiegare perché, in ultima analisi stiamo facendo troppo poco, troppo tardi, per fermare il riscaldamento globale. In realtà il paradosso funziona solo se la rana viene bollita in solitudine. Quando si prende un bel gruppetto di rane e si cerca di bollirle, queste, stressate dalle condizioni ambientali si mettono a bisticciare tra di loro.

La citazione migliore, in questo caso, è quella dei capponi di Renzo, nei Promessi Sposi:

Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.”