Un’etica per la decrescita

Le discussioni seguite al post su Marte, ed al successivo di Jacopo sulla sovrappopolazione, ruotano tutte attorno ad un punto comune: lo scopo ultimo delle civiltà. L’aspettativa umana è che il nostro esistere, soffrire, lavorare, amare, lottare, abbia un senso di ordine superiore, pur se inafferrabile. Un’aspettativa, questa, retaggio del sentire religioso più che del pensiero scientifico, un sistema di idee all’interno del quale l’uomo viene al mondo per decisione di una (o più) divinità e la sua vicenda umana si inserisce in un ‘disegno superiore’, inconoscibile ma in qualche maniera ‘giusto’, perlomeno finché si seguono i dettati della divinità.

Questa esigenza di senso nasce dalla nostra capacità di operare scelte consapevoli, ragionate o dettate dal desiderio. L’impossibilità di stabilire a priori se una determinata scelta sia ‘quella giusta’ e non un tragico errore (un residuo di epoche in cui lottavamo per la sopravvivenza) ci ossessiona per l’intero arco vitale. L’unico sollievo a questa eterna incertezza ce lo danno i codici di leggi, le regole, le norme, i comandamenti. All’interno di un alveo rassicurante di comportamenti collettivamente accettati la nostra ansia di approvazione trova un momentaneo sollievo, rassicurandoci di stare operando ‘nel giusto’.

All’interno di una cultura tenuta insieme da convinzioni religiose condivise questo meccanismo svolge la funzione di stabilizzare la comunità. Ovviamente vi saranno individui con comportamenti istintivamente più votati all’ortodossia ed all’omologazione, e dal lato opposto temperamenti ribelli ed iconoclasti, ma nel complesso la società raggiunge un equilibrio. E se tale equilibrio non produce forzanti eccessive su un ecosistema già in condizioni critiche, tale cultura può stabilizzarsi e prosperare nei secoli.

Il fattore di disequilibrio, nel contesto attuale, è rappresentato dall’avvento del pensiero scientifico/razionale a partire da Galileo Galilei. Il pensiero scientifico, in sé, non si contrappone alla religione, esplora ambiti più ristretti, limitati all’indagine del reale a partire dalla sua conoscibilità. Le diverse teologie, ereditate da popolazioni molto antiche, contengono al proprio interno interpretazioni vetuste ed obsolete della realtà fattuale. Nel momento in cui diverse delle vicende descritte risultano contraddette dalle nuove scoperte, l’intero costrutto teologico ad esse connesso finisce col vacillare.

Nel nostro specifico, le fedi di discendenza israelitica (ebraismo, cristianesimo ed islam) mutuano la forma di ‘religioni rivelate’, ovvero discendono dalla trascrizione diretta di quanto comunicato dalla divinità stessa a personaggi storici (i profeti), o dall’incarnazione stessa della divinità (il Cristo). Il contenuto di tali rivelazioni non è questionabile, in quanto di diretta discendenza divina. Tutto funziona finché si permane nel contesto storico nel quale il dettato stesso è maturato, ma col progredire dei tempi e delle conoscenze accade facilmente che tale ‘dettato’ si scontri con le nuove acquisizioni del sapere.

Che succede quando ciò si verifica? Per il religioso sorge una contraddizione insanabile tra la realtà fattuale di cui fa diretta esperienza e la ‘parola divina’ che racconta una verità diversa ed inconciliabile. Può la divinità mentire all’Uomo? Nulla lo vieta, ma a questo punto viene a cadere la relazione di fiducia reciproca, perché un’ombra di diffidenza si estende all’intero codice comportamentale che il libro rivelato propone, all’intero corpus di leggi, norme, obblighi e convenzioni. Se Dio è ‘verità’ non può mentire, ma se il suo libro ‘mente’, rappresentando una realtà che non coincide con l’esperienza diretta, trovare un punto di quadratura può risultare impossibile.

Come si lega questa digressione teologica al discorso su Marte e sulla sovrappopolazione? Molto semplicemente perché le modalità usate dalle singole persone per giustificare il proprio agire vengono proiettate sugli aggregati umani (civiltà) di cui fanno parte, contribuendo alle narrazioni utilizzate per dare un senso al proprio esistere. Ogni civiltà della storia umana si misura con le precedenti in termini di potere, ricchezza e qualità della vita che riesce a garantire alle popolazioni.

Per i lunghi secoli del medioevo l’Europa è rimasta succube del mito della Roma imperiale, avendo visto progressivamente degradarsi le risorse umane, culturali e tecnologiche necessarie a riprodurre la ricchezza e lo sfarzo degli edifici e delle opere ingegneristiche dei secoli passati. Dall’esigenza di riottenere, e possibilmente superare, quel passato splendore sono nati il Rinascimento, il pensiero scientifico e la civiltà tecnologica attuale. Da quello stesso slancio, come superamento di un precedente ideale medioevale legato al recupero, alla cura ed alla conservazione, è nata l’idea di una civiltà proiettata ‘in avanti’, verso sempre nuove conquiste. Ma ‘avanti’ dove? Fino a che punto?

È in questo contesto storico-culturale che si sviluppano l’idea del progresso e l’invenzione del concetto di futuro. Le nuove macchine prodotte dalla rivoluzione industriale disegnano una prospettiva storica radicalmente nuova, uno stravolgimento degli usi, dei costumi, dei metodi produttivi e potenzialità di ricchezza e benessere prima inimmaginabili.

Per elaborare queste nuove prospettive la cultura popolare ha dato vita ad un genere letterario ex-novo legato alle fantasie scientifiche, in seguito denominato fantascienza, che ha finito col diventare parte integrante dei nuovi media, cinema e televisione. La narrazione fantascientifica mantiene l’attenzione popolare focalizzata su un’idea di futuro avveniristico dove l’umanità, finalmente trascese le spiacevolezze del vivere quotidiano, avrà conquistato nuovi spazi e nuovi mondi dove prosperare e vivere esistenze sibaritiche lontane da ogni obbligo o necessità.

Con ogni evidenza si tratta del paradiso ultraterreno, promesso post-mortem dalle fedi di discendenza israelitica, semplicemente trasposto al futuro della specie umana: una terra promessa di potere, ricchezza, lusso ed avventure ultraterrene, ma solo previa adesione alla narrazione culturale corrente, basata sulla prospettiva (indimostrabile) di sviluppo e crescita illimitati.

Ma appunto, di fantasie e narrazione opportunistica stiamo parlando. Così come le antiche religioni avevano la funzione di stabilizzare e rendere più resilienti le culture che le adottavano, istruendone i membri singoli e i gruppi sulle migliori modalità di relazionamento reciproco, così la cultura industriale e post industriale produce una narrazione ‘dinamica’ funzionale al proprio successo ed alla propria affermazione globale. Pur senza entrare (tranne rari casi) in aperto conflitto con le religioni tradizionali, la cultura dello sviluppo industriale arruola in continuazione nuovi ‘fedeli’ mentre espande le produzioni ed i mercati su scala planetaria.

C’è, tuttavia, un errore di fondo molto grave: la cultura industriale include una narrazione parziale, e di nuovo opportunistica, dei processi soggiacenti alla ricchezza prodotta. Il punto chiave è che processi di trasformazione distruttiva vengono descritti come generazione di ricchezza, quando nel complesso il danno prodotto supera di diversi ordini di grandezza il benessere provvisoriamente acquisito.

Nell’ultimo secolo abbiamo ottenuto un incremento nella produzione di cibo a spese della fertilità dei terreni e della biodiversità, abbiamo praticato l’overfishing fino alla distruzione di buona parte degli stock ittici globali, abbiamo tagliato foreste primarie per sostituirle con coltivazioni industriali, abbiamo estratto, e bruciato, petrolio e gas fossili riversando quantità terrificanti di sostanze nocive e velenose nella biosfera: nell’aria, nel terreno e negli oceani. Un processo di distruzione sistematica di ricchezza e varietà biologica su scala planetaria che è stato descritto come l’unico possibile progresso.

Nel saggio “Collasso. Come le civiltà scelgono di morire o vivere” Jared Diamond analizza diversi casi di civiltà che si sono scontrate, senza aver avuto modo di comprenderli o elaborarli, coi limiti degli ecosistemi nei quali si sono venute a sviluppare. In molti di questi casi si è trattato di culture insediate in terre appena scoperte, situazione che ha comportato un’erronea valutazione riguardo alla capacità di rigenerazione delle risorse disponibili.

I coloni vichinghi della Groenlandia provarono ad esportare la cultura e gli stili di vita europei in una terra molto più fredda ed ostile di quanto stimato. Tagliarono foreste che avevano tempi di ricrescita secolari con la stessa allegra baldanza con la quale aggredivano quelle europee, con tempi di ricrescita decennali. L’esito finale fu che in breve esaurirono la legna, quindi dovettero rinunciare alla metallurgia, più avanti all’allevamento, infine alla navigazione, finché di quegli avamposti lontanissimi e sperduti non rimase nulla, e nemmeno un abitante sopravvisse.

I polinesiani operarono la colonizzazione dell’isola di Pasqua intorno all’anno mille. Una terra talmente ricca da alimentare la crescita esponenziale della popolazione, che finì col dare vita a bizzarri riti religiosi in grado, in un arco di pochi secoli, di causare la completa distruzione della principale fonte di ricchezza: le palme giganti dell’isola. Una specie vegetale autoctona ora completamente estinta.

Ciò che mancò a quelle civiltà fu una narrazione realistica dei processi in atto, in grado di leggere le dinamiche in corso e comprenderne la prevedibile evoluzione. Un errore di natura culturale che innescò i processi di distruzione massiva degli ecosistemi ed il conseguente collasso delle civiltà stesse. Lo stesso errore che stiamo commettendo da tre secoli a questa parte, dopo che la rivoluzione tecnologica e scientifica ha completamente stravolto gli equilibri del ‘vecchio mondo’ trasformando l’intero pianeta nell’equivalente di una terra nuova e sconosciuta.

E, sebbene la nostra cultura possieda una narrazione alternativa degli eventi in corso, è incapace di darle ascolto, perché gli interessi immediati dei ‘predatori apicali’ della società non coincidono coi contenuti di tale narrazione. Stiamo parlando del “Rapporto sui Limiti dello Sviluppo” del 1972, commissionato dal Club di Roma al M.I.T. nei lontani anni ’70, le cui previsioni stanno, lentamente ma inesorabilmente, prendendo corpo.

Recita un vecchio adagio: “è difficile abbracciare una verità se i tuoi interessi immediati dipendono dal negarla”. Potremmo considerare una caratteristica intrinseca della nostra specie, o delle specie senzienti tout-court, quella di rimodellare la descrizione corrente del mondo per adeguarla alle necessità immediate. Potrebbe in effetti trattarsi di un difetto non eliminabile nella nostra architettura mentale.

E tuttavia se il percorso da intraprendere comprende il rimettere in discussione l’errore della narrazione illuminista, occorre che una diversa filosofia emerga a guidare il pensiero ed il sentire del mondo moderno, perché un’inversione di rotta diventi possibile e la catastrofe evitata. Una filosofia in grado di narrare un ruolo per l’umanità diverso da quello della conquista, della ricchezza, dell’accrescimento individuale e collettivo a spese di tutto e di tutti.

La cultura della decrescita dovrà essere innervata da un principio di responsabilità nei confronti del mondo. Da un’etica che contrapponga l’eroismo della rinuncia al successo determinato dal possesso. Da un’idea del sacrificio individuale in funzione del bene collettivo che le religioni, cristianesimo in testa, portano inscritte da millenni nel proprio DNA, e che già in passato ha guidato l’umanità attraverso epoche di povertà diffusa.

Più che di una vera e propria religione strutturata, con canoni, dogmi e misteri, avremo probabilmente necessità di una riscoperta dei valori della spiritualità. Qualcosa che possa definirci come parte di una collettività con comuni aspirazioni, che si trova a vivere su un mondo fragile la cui salute dipende dalle nostre scelte. Una condizione di cui la fredda e meccanica descrizione fattuale operata dalla scienza può renderci consapevoli, ma senza offrirci gli strumenti emotivi che ci consentirebbero di affrontarla adeguatamente.

Il fatto che le ultime speranze di questo ateo che scrive siano riposte in un ritorno collettivo ad un sentire spirituale/religioso abbandonato, anziché all’affermarsi definitivo del pensiero scientifico/razionale, è il paradosso più spiazzante della mia intera esistenza.

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La fine del “califfato” è vicina?

A Raqqah! A Raqqah!

La fine del "califfato" è vicina?
Territorio controllato da Daesh (giugno 2016)

Le poche notizie che circolano sulla guerra in Siria ed Iraq sono fornite dai comandi delle fazioni principali, dai loro rispettivi “tutor” internazionali o da organizzazioni locali, comunque politicamente schierate pro o contro questo o quel belligerante.   Di conseguenza, prima di dare qualcosa per certo occorre aspettare e vedere se e come le varie fondi convergono su una versione dei fatti credibile.

Ciò nondimeno, per il “califfo” sembra proprio che si stia mettendo male.   Tutte le principali città che gli rimangono sono minacciate.

A Mossul, le milizie curde, sostenute dai turchi (sissignori, proprio i turchi), tengono le colline a nord della città.   Mentre le truppe irakene e le milizie sciite, col sostegno dell’aviazione USA e di fanterie iraniane, premono da est.   Non sapendo che fare, il capo locale ha fatto pubblicamente bruciare vive 19 ragazze curde che si erano ribellate alla schiavitù.

A Falluja, con la copertura aerea statunitense, lentamente e prudentemente, avanzano le truppe governative, sostenute da varie milizie locali (alcune delle quali ufficiosamente inquadrate da militari iraniani).

Perfino Raqqah, la capitale dello “stato islamico” è quasi circondata, presa fra due fuochi.   Da sud avanzano i governativi di Assad, appoggiati da truppe iraniane e milizie locali.   La Russia offre l’ombrello aereo e non solo.    Da nord preme un non meno eterogeneo cartello di milizie tribali fra cui spiccano i curdi (ma questi sono nemici dei turchi), sostenuti dall’aviazione e da “istruttori” americani e NATO.

Nel frattempo, diversi pezzi grossi del regime sono stati “vaporizzati” dai droni USA.   Non solo questo non ha fatto bene all’organizzazione, ma ha anche scatenato una sorta di “caccia alla spia” all’interno stesso delle milizie jihadiste.   Pare che decine di combattenti siano stati pubblicamente torturati ed uccisi perché sospettati di essere spie.   L’ideale per galvanizzare una truppa demoralizzata da una serie di rovesci sul campo.

Anche nelle altre zone in cui operano gruppi affiliati non va niente bene.   In Nigeria Boko Haram esiste ancora e fa paura, ma ha perso molto terreno e molti uomini.   Perfino nel caos libico, Sirte è stata in buona parte conquistata da milizie “governative” (qualsiasi cosa ciò significhi oggi il Libia).

Un paio di anni fa Daesh controllava una grossa fetta di Medio Oriente, dove aveva organizzato una sorta di proto-stato relativamente efficiente, le sue avanguardie sparavano alla periferia di Baghdad e da tutti il mondo migliaia di “foreign fighters”accorrevano al suo servizio.  Per lo stipendio, certo, ma anche per la gloria e la vittoria.   Perfino un certo numero di ragazze europee ci sono andate, pensando che fosse una buona idea far figli per il “Califfo”.
Il Nord della Nigeria era in gran parte controllato dai miliziani di Boko Haram che cominciavano a colpire anche nei paesi confinanti.   In Libia i Jihadisti si erano alleati con i superstiti del regime di Gheddafi, prendendo il controllo di diverse zone e minacciando la Tunisia.

Cosa è cambiato per rovesciare così le fortune del califfo?

La fine del “califfato” ?

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Territorio controllato da Daesh due anni fa.

Diciamo che ha fatto parecchi errori e tutti gravi.   Credo che i principali siano stati due.

Probabilmente, il peggiore è stato proprio quello di auto-proclamarsi califfo.   Dal nostro punto di vista, una semplice trovata pubblicitaria, se non una pittoresca baggianata.
Invece dal punto di vista dei mussulmani credenti una cosa gravissima.   Proclamarsi Califfo significa infatti rivendicare il supremo potere spirituale e politico sull’intero mondo islamico.   Una cosa come papa e imperatore contemporaneamente nel nostro medio-evo.
Dunque un fatto entusiasmante per i suoi seguaci, ma un sacrilegio per gli altri mussulmani.    Ancora peggio, un modo sicuro per alienarsi i favori di tutti i governi islamici; compresi quelli che, probabilmente, avevano aiutato Daesh a nascere ed espandersi: Turchia, Arabia Saudita e Qatar.

Il secondo gravissimo errore è stato ammazzare 130 persone a Parigi.   Gli attentati in Europa facevano parte di una strategia di marketing del “califfato” che aveva avuto molto successo.   Specialmente negli ambienti dei rampolli senza identità e senza futuro delle classe media mussulmana europea.   Perlopiù figli o nipoti di immigrati che si erano sistemati, talvolta male, spesso bene.    Ma il secondo attacco a Parigi ha in qualche modo fatto traboccare un vaso.   NATO e Russia, malgrado fossero ai ferri corti per la grana del Donbass, hanno infatti trovato un’intesa di fatto sulla Siria, passando alto sulla testa dei turchi che hanno tentato invano di boicottarla.   Niente di ufficiale, naturalmente, ma di fatto le aviazioni delle due potenze (e dei relativi satelliti) da quel momento hanno cominciato a collaborare.   Non solo, hanno cominciato ad attaccare l’infrastruttura economica del Califfato che, misteriosamente, fino ad allora era rimasta quasi intatta.

Ma sull’augusto turbante del “califfo” sono piovute anche altre tegole.   Ad esempio, certamente non gli ha giovato che gli storici rapporti fra USA ed Arabia Saudita siano oggi al minimo storico; mentre le “sultanerie” di Erdogan hanno profondamente minato i rapporti della Turchia con i suoi alleati di sempre.   Perfino con la Germania, suo sponsor da sempre.   E questo proprio mentre procedeva una parziale normalizzazione dei rapporti con l’Iran.   Di più: oramai sia in Sira che in Iraq l’aviazione a stelle e strisce collabora apertamente con formazioni iraniane o filo-iraniane.   Complice anche l’altro artefice di immensi errori in questo periodo: Benjamin Netanyahu, che ha danneggiato Israele più di quanto non fossero riusciti a fare tutti i governi arabi insieme negli ultimi 30 anni.

Nel frattempo, l’assurda ferocia di Boko Haram ha portato tutti i paesi coinvolti a cooperare, col risultato che sappiamo.   Ed anche il Libia, la maggior parte dei capi fazione ha trovato che non era una buona idea far fuori un dittatore per poi sottomettersi ad un altro ancora più pazzoide del primo.   Così, pur non andando d’accordo su niente, sono riusciti a coalizzarsi contro il nemico comune.

Cosa succederà poi?

Dunque la storia del “califfato” è agli sgoccioli?   Probabilmente, ma non si può dire per certo.   Non tanto perché al-Baghdadi abbia chissà quali carte da giocare, ma perché non bisogna mai sottovalutare la capacità di sbagliare che hanno i suoi nemici.   In altre parole, penso che il califfo possa solo vendere cara la pelle, ma qualcuno degli altri, nel frattempo, potrebbe fare qualche sciocchezza tale da dargli una nuova opportunità.

Poi bisognerà vedere cosa succede quando le varie fazioni in lotta contro l’ISIL si incontreranno in piazza.   Si daranno la mano o continueranno la guerra fra di loro?   Presumibilmente, anche l’accordo di sottobanco fra Russia e NATO verrà a cessare con la caduta delle principali roccaforti del califfato.   E dopo?    Si sono già messi d’accordo su cosa fare o si azzufferanno per l’interposta persona delle varie milizie clienti?   Per citare solo un esempio, il Pyd (principale partito curdo siriano) finora è stato alleato di Assad, ma anche degli USA che vorrebbero far fuori il dittatore siriano.   Ed ha formalmente annunciato che dichiarerà l’indipendenza dalla Siria: l’unica azione capace di mettere d’accordo Assad ed Erdoghan.

Ma pensiamo positivo ed immaginiamo che nessuno faccia apocalittiche stupidaggini ancora per qualche mese, magari un anno.   Con tutta probabilità di qui ad allora Daesh sarà in lista di attesa per entrare nei libri di storia, ma questo non chiuderà assolutamente la partita dell’integralismo islamico.   Men che meno quella del terrorismo in generale.

Sovrappopolazione e “bubbone giovanile”, errori e tradizioni storiche, crisi economiche ed alimentari, picco del petrolio e dell’energia, peggioramento del clima e siccità, distruzione dei suoli e della biodiversità, disintegrazione del “modello occidentale”, classi politiche infami e/o incapaci a seconda dei casi, opinioni pubbliche determinate a non ammettere l’ineluttabilità di alcuni fatti, sono solo alcuni dei fattori che hanno contribuito a creare il fenomeno dell’integralismo islamico (e non solo islamico, beninteso).    Se anche fra qualche mese la testa di al –Baghdadi facesse bella mostra di sé confitta su di una picca, tutti questi fattori, assieme ad altri, sarebbero comunque lì dove erano nel 2000.   Anzi, alcuni parecchio peggiorati rispetto ad allora.

Il Capitano Kirk, lo scientismo e l’idiozia al potere

 

La Zumwalt in tutta la sua futuristica bruttezza
La Zumwalt in tutta la sua futuribile bruttezza

Vi ricordate il mitico slogan “l’immaginazione al potere” derivato dagli scritti di Marcuse, nel 1968?

Beh, chi aveva vent’anni allora è in effetti al potere OGGI. Disgraziatamente, di immaginazione ne ha coltivata ben poca, anche perché con quella difficilmente si risalgono i gradini della scala gerarchica.

Tanto più tra i militari.

Purtuttavia, forse per il “lavoro” che fanno, i militari tendono, come molti di coloro che esercitano il comando, ad avere una fiducia di tipo fideistico nella capacità della scienza di tirare fuori dal cappello nuovi marchingegni e ritrovati che gli permettano di fare al meglio il LORO lavoro. Questa fiducia talmente cieca nel progresso da diventare paradossale e cieca viene talvolta annoverata tra le fedi con il nome (diventato spregiativo) di scientismo.

Metti che questi nuovi gingilli sono anche estremamente costosi da realizzarsi e comportano anni ed anni di studi, sperimentazioni, costosi prototipi, interminabili validazioni, etc etc, cose che COSTANO un sacco e quindi piacciono MOLTO sulla base del noto concetto bellilavoribellisoldi ed ecco che alla fine le innovazioni vengono accettate anche quando sono, con tutta evidenza, idiote.

E’ il caso dello Zumwalt, il primo cacciatorpediniere (è storicamente l’equivalente tecnico, in  italiano, del “Destroyer”, distruttore, dei paesi anglosassoni ma chiaramente non veicola la stessa suggestione) STEALTH.

Stealth significa “furtivo” e, in pratica, si tratta di un insieme di accorgimenti e tecnologie che permettono di rendere poco visibile, sui radar un veicolo. Un Caccia F117 Stealth si dice(probabilmente esagerando) che abbia una impronta radar equivalente a quella di un grande rapace.

La cosa, ovviamente, ha una BELLA rilevanza militare per un oggetto che porti un carico letale e si muova velocemente ( un aereo) ma diventa assai meno interessante per veicoli lenti. In effetti veicoli stealth terrestri ne sono stati concepiti pochetti e nessuno è progredito fino ad essere schierato in prima linea ( qualunque fosse la guerra da combattere).

E in mare? Beh in mare qualche tentativo era stato fatto, finora, per mezzi relativamente piccoli e veloci (catamarani) con l’idea di riuscire ad entrare nel circuito difensivo delle grandi unità nemiche senza farsi vedere e lanciare un micidiale attacco missilistico ravvicinato. Poiché in pratica le uniche flotte potenzialmente nemiche con una minima consistenza, quella russa e quella cinese non sembravano comunque particolarmente pericolose, la cosa ha avuto scarso seguito.

Fino all’arrivo dello Zumwalt, che, oltre ad essere “stealth” è anche il più grande cacciatorpediniere di tutti i tempi, 15.000 tonnellate di stazza, oltre 200 metri di lunghezza.

Nonostante le apparenze da astronave, insieme il canto del cigno delle grandi unità di superficie e l’esemplificazione dell’idiozia al comando.

Per il semplice motivo che, se è vero che la sua impronta radar è ridotta, all’incirca quella di un battello da pesca, è sempre di gran lunga maggiore di quella, per dire, di un periscopio di sommergibile, che oltretutto, anche nei casi più sofisticati costa MOLTO meno di 4 miliardi e mezzo di dollari.

Senza contare che un oggetto lungo 200 metri ed alto come un palazzo di 20 piani è visibile da decine di km di distanza ed ovviamente immediatamente rilevabile dai satelliti.

Per finire, come tutte le navi si muove LENTAMENTE, per arrivare alla sua fantasmagorica distanza di tiro, 63 km, ci mette comunque ALMENO un paio di giorni, ovvero tutto il tempo necessario per togliersi di torno o spedirlo in fondo al mare con una bella concentrazione di  missili superficie superficie o aria superficie (senza contare i cruise).

Insomma: una unità così, è INUTILE anche solo come concetto, disegnato su un foglio di carta.

Per sopravvivere dovrà stare all’INTERNO di una flotta comandata da una portaerei e non ALL’ESTERNO a caccia di potenziali nemici.

Dovrà contare su una copertura aerea continua, anzi, per meglio dire, sul predominio aereo.In pratica anche se sarà meno visibile delle altre, dovrà contare sulla protezione di UN SACCO di altre grandi e piccole navi militari, queste si, ben visibili, ad ogni lunghezza dello spettro d’onda.

In effetti da che mondo è mondo, lo scopo delle grandi flotte militari è prettamente quello DI FARSI VEDERE. Sono una proiezione di potenza non un vero strumento militare, come del resto ha ampiamente dimostrato, durante la seconda guerra mondiale, la ingloriosa fine di molte corazzate, quasi tutte affondate da siluri o bombe di aereo. Se lo scopo è quello di FARSI VEDERE, che senso ha fare una unità stealth, dall’aspetto oltretutto ridicolo, più che minaccioso?

E’ la prova, anche per il costo, che continuare a costruire grandi unità navali di superficie, specialmente con intenti aggressivi, non ha senso. I potenziali avversari di peso si guarderebbero bene da un ingaggio diretto e passerebbero la palla ai sottomarini. Gli altri (tutto il resto del mondo) che al massimo possono tentare qualche colpaccio con barchini esplosivi, possono essere tenuti a bada anche da bagnarole con due cannoni a tiro rapido, basta che ci sia la copertura aerea e radar.

QUINDI l’oggetto è IDIOTA, serve solo a vellicare l’ego di qualche povero ammiraglio ed assecondare la sua infantile volontà di avere anche lui il giochino nuovo, come quei palloni gonfiati dell’aeronautica…

Per finire, dimostra sia il livello di sonno della ragione raggiunto dai vertici militari USA che l’asservimento della politica, che deve staccare l’assegno per l’accrocchio pseudo futuribile.

Non ci credete? vi sembra una lettura esagerata?

Ed allora che ne dite del nome del primo comandante dell’Unità?

Si tratta del comandante.. JAMES KIRK.

Omonimo del molto più famoso comandante della celeberrima Enterprise (talmente celeberrima da dare il proprio nome al primo shuttle)

Non ditemi che, tra decine di potenziali candidati, è stato scelto per caso, perché non ci credo.

Per la cronaca, la più lenta ed inutile, nonché  costosa astronave di tutti tempi (più del Saturno 5) ha cominciato il suo servizio con la marina Americana pochi giorni fa.

P.s.: un esempio nostrano di spese militari difficilmente giustificabili lo trovate in questo articolo pubblicato ad aprile 2016.

La trappola della scimmia

Monkey trap
Da diversi giorni vado ragionando sulle trappole per scimmie. Non so se l’idea mi sia arrivata da Jacopo, che ne aveva scritto pochi mesi addietro, o stesse lì già da tempo. Fatto sta che l’ho in testa da un po’ e, riflettendoci, continua a trasmettermi con prepotenza una sensazione di spiacevole familiarità. Il mio amico Paolo è solito affermare che, se si vogliono capire i comportamenti umani, basta pensare alle scimmie e tutto trova spiegazione. Dunque, che cosa sta tentando di raccontarmi questa idea, su di me e sul resto dell’umanità?

La trappola per le scimmie sfrutta un meccanismo psicologico molto sottile. Il cacciatore predispone un contenitore, vaso o bottiglia, o anche la semplice cavità di un tronco, con un’apertura da un lato, ampia a sufficienza perché la scimmia possa infilarci la zampa, quindi inserisce nell’apertura un frutto all’incirca della stessa grandezza dell’orifizio, e si apposta a breve distanza. La scimmia infila la mano nell’apertura, afferra il frutto, ma a questo punto non riesce più a sfilare l’arto. Potrebbe farlo facilmente se decidesse di lasciare andare l’oggetto afferrato, ma lo desidera troppo, quindi rimane imprigionata per il tempo necessario alla cattura.

Una delle costanti culturali della specie umana, fin dalla notte dei tempi, è il tentativo di rimarcare la nostra differenza dal resto del regno animale. Dall’antichità più remota l’uomo descrive sé stesso come apice della creazione divina, dominatore del mondo, cui tutte le altre specie viventi devono essere asservite. Così ce la raccontiamo da millenni, confidando che il ripetere sufficientemente a lungo una bugia la trasformi magicamente in verità. Abbiamo dovuto attendere la metà dell’ottocento perché l’accumularsi di evidenze, ed il genio di Charles Darwin, ricostruissero la realtà di una specie tra tante altre, caratterizzata unicamente dallo sviluppo evolutivo di un cervello di grandi dimensioni.

Ricollocato l’uomo ad animale tra altri animali ho pertanto cominciato a domandarmi quali e quanti parallelismi comportamentali fosse possibile sviluppare, analisi che mi ha condotto in tempi relativamente recenti all’idea di Domesticazione Umana ed all’analisi dei suoi perversi effetti. Ma l’intrappolamento della scimmia ci mostra qualcosa che va oltre la riduzione in cattività. Mostra come la nostra stessa avidità possa venire subdolamente ritorta contro di noi, portandoci in conclusione alla perdita della libertà.

Ovviamente per l’uomo non bastano un frutto ed una bottiglia, serve qualcosa di più complesso, ma l’esito finale è del tutto analogo. Proviamo quindi a sostituire al frutto i beni di consumo, ed alla bottiglia l’insieme delle regole sociali ed economiche, che conosciamo perfettamente, che accettiamo, ma il cui reale funzionamento sfugge ai più. Ci renderemo conto di come quotidianamente veniamo solleticati da ‘oggetti del desiderio’ che hanno sia un costo reale che un costo occulto. L’umorista Altan ce lo spiega efficacemente con questa fulminante vignetta.

AltanL’uomo moderno individua gli oggetti del proprio desiderio in accordo, per solito, con le convenzioni ed i valori condivisi dal gruppo sociale di cui fa parte. È la collettività con la quale ci relazioniamo a dettare i canoni comportamentali accettati ed i marker dello status sociale. Ogni cultura umana identifica gli indicatori di ricchezza, benessere e leadership, dai primitivi copricapi in piume d’uccello ai moderni yacht.

L’oggetto che più comunemente caratterizza l’attribuzione di status nelle economie occidentali, o se vogliamo quello più immediatamente riconoscibile, è al momento l’automobile. Non perché non ve ne siano di più diffusi (televisori, gioielli, gingilli elettronici) o più costosi (case, barche), ma semplicemente perché l’automobile si sposta con noi ed ha assunto nel tempo la funzione di un ‘secondo abito’, indossato ed esibito per raccontare quello che siamo (o che crediamo, o che vorremmo essere) agli altri.

Nella fase del desiderio l’automobile appare, alla scimmia umana, alla stregua di un frutto come tutti gli altri, forse solo un po’ più vistoso. Col tempo, tuttavia, diviene oggetto di uso quotidiano e finisce col modellare intorno a sé le nostre intere vite. Abituati a muoverci in macchina ogni altra forma di spostamento ci apparirà via via strana e poco familiare, inusuale, scomoda, oltre alla spiacevole sensazione di dover dipendere, per i nostri spostamenti, da modalità esterne ed al di fuori del nostro controllo. In più, vivendo l’automobile come un secondo abito, la sua assenza indurrà la sgradevole sensazione di andare in giro nudi, l’equivalente sociale del non possedere più uno status nettamente percepibile dagli altri.

L’automobilista compulsivo finisce con lo sviluppare, rispetto al proprio veicolo, una forma di simbiosi non troppo lontana dalla dipendenza psicologica, che culmina nell’incapacità di immaginare altre modalità di spostamento. Frequenterà di preferenza locali e centri commerciali facilmente raggiungibili in auto, o dove sia comodo parcheggiare. Sceglierà di vivere nei quartieri che consentono un comodo raggiungimento in automobile del posto di lavoro. Percepirà il mondo come una serie di luoghi puntiformi disarticolati, raggiungibili per mezzo di strade più o meno veloci, più o meno tortuose, più o meno faticose.

Privo di argini, tale processo ha come esito finale una condizione in cui le nostre intere esistenze ruotano intorno all’uso dell’oggetto automobile, fino al punto da renderci incapaci di concepire una vita in assenza di essa. Non sono tanto i costi, pur elevati, che l’automobile ci impone, a rappresentare la vera trappola, quanto la perdita della libertà di spostarci in maniere differenti, di frequentare luoghi diversi dai soliti, operata a livello spesso inconscio. Abbiamo ancora tutte queste potenzialità, ma ci manca la capacità immaginativa necessaria a metterle in pratica.

L’adesione in massa a questo modello di mobilità, operata come collettività ingenua ed entusiasta, ha finito col modellare l’intera organizzazione urbana e del territorio. L’automobile, o se vogliamo il fenomeno consumistico nel suo complesso, ha prodotto lo sprawl urbano, l’ipertrofia abitativa (case sempre più grandi abitate da sempre meno persone) la proliferazione di corridoi stradali pensati per alte velocità di percorrenza, l’ingombro di suolo pubblico per le necessità di sosta.

Nel corso degli anni, spazi sempre più estesi sono stati sottratti ad ogni possibile utilizzo sociale e destinati esclusivamente alla movimentazione ed alla sosta delle auto private, producendo la marginalizzazione di ogni altra attività, erodendo spazi alla mobilità leggera, agli spostamenti a piedi, al gioco dei bambini ed al riposo ed alla socialità degli anziani. Ciò ha reso le strade cittadine dei non-luoghi pericolosi, rumorosi, puzzolenti, ed il raggiungimento di spazi e realtà piacevoli da frequentare un lungo viaggio da affrontare forzatamente a bordo del proprio veicolo.

Come nella trappola della scimmia, pensando di afferrare l’oggetto automobile per possederlo abbiamo finito con l’esserne catturati e perdere la capacità di farne a meno. Né più né meno di ciò che in medicina viene definito come ‘acquisizione di una forma di dipendenza‘.

Ho voluto utilizzare l’esempio dell’automobile perché è quello col quale ho maggiore familiarità, ma considerazioni analoghe possono essere sviluppate per l’intrattenimento televisivo che ci aliena dagli altri (lo scrittore David Foster Wallace ha confessato in un’intervista di aver sofferto di ‘dipendenza da intrattenimento’, situazione narrata in chiave paradossale nel suo monumentale capolavoro “Infinite Jest”), per l’uso dei Social Network in alternativa al contatto interpersonale non mediato, per tutte le situazioni in cui sostituiamo il possesso e l’uso di oggetti, anche immateriali, alla vita relazionale.

Un processo iniziato per ragioni di necessità legate alla sopravvivenza che ci ha col tempo preso la mano, subendo un’impennata con la rivoluzione industriale, la cui evoluzione terminale consiste nell’attuale ‘società dei consumi’: una bolla temporale caratterizzata da accumulo compulsivo, sovrappopolazione e conseguente devastazione ambientale. Tre fra le attività che alla nostra specie riescono meglio.

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La bomba demografica, che fine ha fatto?

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“Beh, a quanto pare è arrivata” “Si, ma non scoppia”

La Bomba Demografica, prima di essere un modo di dire, fu il titolo di un best-seller dell’ambientalismo prima maniera.    Uscito nel 1968, cominciava con questa frase: “La battaglia per nutrire l’intera umanità è persa.   Durante gli anni ’70 centinaia di milioni di persone moriranno di fame, qualunque drastico programma venga messo in atto adesso”.    E continuava sullo stesso tono.
Fra l’altro, ispirò un famosissimo film di fantascienza: “Soylent Green”, uscito in Italia col titolo “2022: i sopravvissuti”

Il film era bello, ma il pronostico sbagliato.   Gli anni ‘70 segnarono anzi la fine delle grandi carestie post-belliche che avevano ucciso non centinaia, ma decine di milioni di persone.    Di carestie ce ne furono anche dopo, beninteso, ma assai meno gravi e dovute assai più a questioni politiche ed economiche che ad un’insufficiente produzione agricola mondiale.
Ma Paul Ehrlich, autore del libro, continuò a gufare e nel 1980 si scontrò con Julian L. Simon.   Un economista che diceva cose tipo: “Le condizioni di vita umane miglioreranno sempre in tutti campi materiali.   Qualunque sia il tasso di crescita della popolazione,

Paul Ehrlich
Paul Ehrlich

storicamente, la disponibilità di cibo è cresciuta alla stessa velocità, se non di più”.

Ehrlich scommise che fra il 1980 ed il 1990 il prezzo di cromo, rame, nickel, stagno e tungsteno sarebbe aumentato in conseguenza della crescita demografica e, quindi, dei consumi.
Perse.    Malgrado l’aumento di quasi 1 miliardo di persone in un solo decennio,  il tasso di crescita produttiva fu ancora superiore ed il prezzo delle materie prime (e del cibo) diminuì.    Simon vinse la scommessa.

Grande festa e definitiva archiviazione della questione “sovrappopolazione” che, nel frattempo, era diventata molto “politicamente scorretta”.   Gli ambientalisti ripiegarono sulla trincea “Il problema sono i consumi e non le persone” e lo spettro del reverendo Malthus fu per l’ennesima volta esorcizzato.

Ma ci sono spettri che hanno la capacità di risaltare fuori ogni volta che si pensa di essersene sbarazzati.

Del resto, nel 1798 il reverendo aveva osservato alcuni semplici dati di fatto.
Il primo era che i poveri avevano l’abitudine di fare più figli di quelli che potevano mantenere.  Ne dedusse che, se non si riusciva ad insegnare alla gente a controllare la propria riproduzione, non sarebbe stato possibile sconfiggere la povertà.
Il secondo era che la disponibilità di cibo cresceva più lentamente della popolazione.   Ciò creava una situazione da cui si poteva uscire in solo due modi: o una carestia, o un’emigrazione di massa che avrebbe spazzato via i “selvaggi delle Americhe”.
Entrambe le cose accaddero puntualmente e di più ancora.   Infatti, la strabordante popolazione europea sommerse non solo gli amerindi, ma travolse anche gli australiani e parecchi popoli dell’Asia centrale, come i Circassi.

Fra un bagno di sangue ed uno di folla, comunque la crisi globale su superata.   Nel senso che dopo ci furono un sacco di carestie gravissime, ma nessuna tale da avere conseguenze globali.
Del resto, da sempre la carestie locali hanno rappresentato uno dei metodi più efficaci per superare le crisi di sovrappopolazione.    A ben vedere, il fatto che gli europei, invece di crepare a casa propria, abbiano invaso il modo è una parziale anomalia, legata al fatto che hanno avuto i mezzi tecnici per farlo (navi a vapore e armi da fuoco moderne).    Prima di noi lo avevano già fatto altri, ad esempio gli Unni, a più riprese.   Del resto, anche le migrazioni da massa attuali si verificano perché i paesi-obbiettivo o lo consentono (almeno in parte), o non hanno i mezzi per impedirlo.

Comunque sia, negli anni ’60 il problema si ripropose e stavolta non c’erano continenti vuoti o vuotabili in cui sfogare il surplus di gente.   Ehrlich e molti altri ne conclusero che una morìa generale era inevitabile.
Dove hanno sbagliato?   Semplice: avevano sottovalutato le potenzialità del petrolio.   La “Rivoluzione Verde” consistette infatti nella capillare diffusione di una serie di tecnologie che, in termini energetici, misero gli umani in grado di mangiare petrolio e secondariamente metano.   Brutto?   Si, ma certamente meno che morire di fame.

bomba demografica e rivoluzione verde
Incremento del tasso di crescita demografica a seguito della Rivoluzione Verde.

Il guaio fu che, non solo accadde esattamente il contrario di quello che aveva detto Ehrlich.   Accadde anche esattamente quello che aveva previsto Norman Borlaug  che era stato esplicito.

La rivoluzione verde, aveva detto, regalava all’umanità il tempo di una generazione.   Se questo tempo non fosse stato impiegato per stabilizzare la popolazione, sarebbe stato un disastro senza precedenti.    Ed il tasso di crescita demografica aumentò vertiginosamente, per arrivare probabilmente al picco proprio in questi anni.

Dunque eccoci di nuovo a fare i conti con il fastidioso fantasma del reverendo.
Per ora non sta mancando cibo a livello globale.   Anche se il numero di persone denutrite sta aumentando rapidamente, è vero che se ci fossero meno sprechi ed un più efficiente sistema di distribuzione, oltre che meno guerre e disparità, da mangiare per tutti ce ne sarebbe.   Ed è anche vero che il tasso di natalità sta declinando dappertutto, lasciando intravedere la possibilità di una stabilizzazione spontanea fra i 9 e i 10 miliardi di persone, verso la metà di questo secolo.
Ma allora perché preoccuparsi?
Per una semplicissima ragione:   la popolazione attuale supera già la capacità di carico del pianeta PERLOMENO del 50%, probabilmente molto di più.
Ne è una prova definitiva il fatto che stiamo assistendo ad un’accelerazione vertiginosa di tutti i processi di degrado dell’ecosistema globale.  Che vuole anche dire: processi di riduzione della capacità di carico.
Per essere chiari, per vivere stiamo distruggendo molto rapidamente non solo i fondamentali di qualunque possibile economia, ma anche i presupposti per l’esistenza di una vita biologica sulla Terra.    Chiaro il concetto?

Per di più, il nostro alimento principale, il petrolio, comincia ad avere dei costi energetici rapidamente crescenti.   Cioè ci vuole sempre più petrolio per estrarre e raffinare il petrolio.   Il rischio che cominci a scarseggiare di qui a poco è quindi concreto.

Allora la bomba demografica scoppia?

Dipende.   Molto, molto indicativamente direi che sono possibili tre scenari-base.

Scenario 1 – Le tendenze attuali in termini di crescita della produttività, crescita demografica e distruzione della Biosfera rimangono sostanzialmente inalterate.    I 4 cavalieri non ce li toglie di dosso nessuno.   Non sappiamo quando e come, ma arrivano di sicuro.

Scenario 2 – Si trova il sistema di aumentare vertiginosamente la produttività agricola e industriale, pur riducendo drasticamente tutte le forme di inquinamento e, contemporaneamente, si stabilizza la popolazione umana.   Insomma quello che avremmo dovuto fare 50 anni fa.   Molti dicono che è possibile, ma io sono scettico.   Nessuna delle tante tecnologie attualmente in concorso per il salvifico ruolo ha le potenzialità produttive che aveva a suo tempo il petrolio.   Non in tempi così brevi, perlomeno.   Inoltre rimarrebbero aperte le questioni demografiche e della distruzione della Biosfera che nessuno ci sta spiegando come si pensa di sistemare.

Scenario 3 – Tutte le risorse disponibili vengono investite nella conservazione/recupero delle tre “conditio sine qua non” per l’esistenza di una qualunque civiltà: Fertilità, Acqua e Biodiversità.   Si lascia che il tasso di mortalità aumenti in modo non drammatico e, nel frattempo, si spinge il rallentamento della natalità in quelle zone dove è ancora molto alta.   Con molta fortuna, prima della metà del secolo la popolazione mondiale potrebbe cominciare a declinare in maniera abbastanza rapida, ma quieta.   Senza catastrofi apocalittiche.    Se nel frattempo fossimo riusciti a conservare una quota sufficiente di biosfera, gli ecosistemi potrebbero lentamente recuperare, almeno in parte, tendendo ad un qualche tipo di parziale equilibrio.    Questo significherebbe la possibilità per i nostri discendenti di costruire nuove civiltà.    Senza petrolio è possibile, senza acqua, terra e biodiversità invece no.

Si tratta di una possibilità piuttosto remota, ma a mio giudizio già molto più probabile dello scenario 2, anche se molto meno seducente.

Comunque, secondo voi, a quale di questi tre scenari stanno lavorando i governi e quasi tutte le istituzioni del mondo?

Chi mantiene le promesse elettorali? Risposta semplice…

il mio nome è nessuno

Risposta breve: Nessuno. Mai. In nessun posto.

Lo spiritoso mural recita:

Vota per: NESSUNO

Nessuno manterrà le promesse elettorali
Nessuno ascolterà le tue preoccupazioni
Nessuno aiuterà i poveri e i disoccupati
Nessuno si interessa!

Se Nessuno sarà eletto le cose andranno bene per tutti

NESSUNO DICE LA VERITA’

Ha ragione ahimé, noi, voi, essi.

E lo sappiamo.

Ed allora Perché continuiamo a votarli?

Semplice: Per paura, per speranza. Paura di un cambiamento che sentiamo minaccioso o pericoloso e speranza che questo cambiamento avvenga.

Il guaio è che, per avere abbastanza voti, bisogna promettere tutto ed il contrario di tutto. In una situazione in cui, SE fossimo onesti, si dovrebbe ammettere che il mondo è cambiato per sempre e che è ora di riformulare le attese per il nostro futuro e quello dei nostri figli, riportandole all’interno di quanto è possibile in un pianeta finito, con risorse in esaurimento, decisamente sovrappopolato e con una forte crisi di identità (eufemismo). Poiché quindi lo ‘Iatus’ tra quanto è possibile o consigliabile fare e quanto le persone (la ggente) si attendono aumenta, ogni singolo partito sta diventando sempre più populista. Ovvero si prepara ad esercitare un potere plebiscitario, una carta bianca firmata dagli elettori (la minoranza che voterà il raggruppamento politico che otterrà la maggioranza dei seggi).

In poche parole la democrazia scivola, per necessità di cose, verso la demagogia. E questa, come ricordava Tucidide quasi 2500 anni fa, verso l’oligarchia e la dittatura. Il processo, a mio avviso, avviene su scala mondiale.

Benché non sia detta l’ultima parola (la Storia ci insegna che le giravolte capitano) c’è da chiedersi se ci si possa ancora rendere complici di una commedia, votare persone che sanno bene, nella stragrande maggioranza dei casi, di mentire e che, nondimeno, preferiscono una menzogna di successo ad una verità scomoda. Noi di Crisis siamo, scusatemi, di pasta diversa. Ci rassegniamo ad un successo di nicchia (se e quando va bene) ma le verità scomode ve le scriviamo e scriveremo sempre tutte.

In effetti, a non essere in lista, qualche vantaggio c’è.

Perché non andremo su Marte

marsGrazie a Jacopo abbiamo avuto modo di ragionare sul vettore Space-X e sulle opportunità di continuare la corsa allo spazio. Recentemente proprio Elon Musk ha rilasciato dichiarazioni sulla possibilità di raggiungere Marte nel 2024 grazie ai propri sistemi aerospaziali. Cercherò quindi di elencare una serie di ragioni che mi portano a ritenere questa eventualità tutt’altro che verosimile.

Dov’è Marte
Da appassionato di astronomia, nelle notti in cui il pianeta è visibile e mi trovo in compagnia di amici (in questo periodo, incidentalmente, il pianeta è prossimo all’opposizione) lo indico nel cielo. La reazione più frequente è : “ma allora è visibile!” Potrà stupire, ma competenze che fino ad un secolo fa possedevano perfino i pastori, sono state nel tempo sostituite da una varietà di mirabolanti fantasie che ci hanno fatto perdere il contatto con la realtà.

Marte è il quarto pianeta del Sistema Solare e percorre un’orbita più esterna rispetto a quella della Terra. La distanza media della Terra dal Sole è di circa 150 milioni di km, quella di Marte 228 milioni di km (varia tra 206 e 250 circa). Ciò significa che nella migliore delle ipotesi i due pianeti si trovano ad una distanza che varia tra 55 e 100 milioni di km, quando si trovano dallo stesso lato del Sole. Queste occasioni si chiamano opposizioni, ed a causa dei moti orbitali relativi avvengono in media ogni due anni (780 giorni, per l’esattezza). La gravità superficiale di Marte è circa un terzo di quella terrestre. Queste cifre, se non le contestualizziamo, non significano molto.

Quanto spazio abbiamo “conquistato”
Quando si parla di spazio l’uomo della strada ne ha una cognizione estremamente vaga. Semplificando molto lo ‘spazio’ inizia dove termina l’atmosfera terrestre. Quest’ultima si estende in maniera percettibile fino a circa 100km. Al di sopra di questa quota i gas sono talmente rarefatti da consentire il moto orbitale (Mesosfera), quindi la possibilità di collocare satelliti in orbita. La Stazione Spaziale Internazionale (quella dove ha operato per diversi mesi l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti) orbita a circa 400km dalla superficie terrestre. Questo è il ‘target’ che dovranno servire le navette di Musk, una volta divenute pienamente operative.

In realtà, molti decenni fa siamo arrivati parecchio oltre, poggiando il piede (diverse decine di piedi) sulla Luna. La Luna è il ‘satellite naturale’ della Terra, anche se la sua presenza è a dir poco accidentale. Le teorie più calzanti sulla sua formazione chiamano in causa una collisione planetaria avvenuta nel corso delle fasi di formazione del Sistema Solare. In sostanza un corpo delle dimensioni del pianeta Marte, uscito da un’orbita stabile a causa di risonanze gravitazionali distruttive prodotte dai pianeti esterni, avrebbe impattato la proto-Terra fondendovisi e scaraventando in orbita parte della crosta rocciosa più leggera. Questa teoria spiega la bassa densità lunare e la relativa assenza di metalli.

La Luna orbita intorno alla Terra ad una distanza di c.a 385.000 km, quindi circa 1000 volte più lontana della ISS. Tale distanza richiede, per essere coperta, vettori di potenza molto maggiore rispetto a quelli che portano gli astronauti sulla Stazione Orbitale, e tempi di viaggio più lunghi. Una tipica missione lunare del Programma Apollo richiedeva circa cinque giorni di viaggio per raggiungere l’orbita lunare e far scendere un piccolo modulo sul nostro satellite, dopodiché in altri tre giorni la capsula di rientro (una microscopica frazione del veicolo di partenza) tornava sulla Terra.

Marte, come abbiamo visto, è fra 150 e 300 volte più lontano (nella condizione migliore, che si verifica una volta ogni due anni). Tale distanza comporta un tempo operativo della missione nell’ordine di diversi mesi per singolo viaggio, con le tecnologie attuali. L’astronave dovrà quindi trasportare con sé riserve di cibo, ossigeno, acqua, più il carburante necessario al rallentamento per l’ingresso in orbita, più quello richiesto per riportare gli astronauti sulla Terra (in tempi umani). Se prendiamo a modello il programma Apollo si tratterebbe di costi insostenibili per qualsiasi economia attuale.

Problemi e complicazioni biologiche
Gli esseri viventi sono creature estremamente fragili, non sopravvivono all’assenza di aria, di cibo, di acqua e la condizione prolungata di gravità zero tipica dei veicoli spaziali induce processi degenerativi nella calcificazione delle ossa ed una riduzione della massa muscolare (ci sono indizi che anche l’attività riproduttiva venga penalizzata da queste condizioni, come pare dimostrare il fallimento dei tentativi di fecondazione effettuati dagli equipaggi russi nelle stazioni orbitali sovietiche). La permanenza prolungata in assenza di gravità è stata testata su periodi di oltre un anno, ma con la possibilità di effettuare il rientro a Terra nel giro di pochi giorni in caso di problemi, cosa che la missione su Marte non consentirebbe.

Un problema probabilmente ancora più grave è rappresentato dalle radiazioni cosmiche. Sulla Terra la maggior parte dei raggi cosmici e della radiazione prodotta dalle eruzioni solari viene schermata dal campo magnetico terrestre, e la componente ultravioletta della radiazione solare dall’ozono in alta atmosfera. Gli astronauti subirebbero l’esposizione ad una dose massiccia di radiazioni non solo durante il viaggio, ma anche nella permanenza su Marte che, a differenza della Terra, è privo di campo magnetico e dispone di un’atmosfera estremamente tenue composta in prevalenza di anidride carbonica.

Perché andare su Marte
Questa è probabilmente la questione più fondamentale. Il motivo che ha spinto Stati Uniti e Russia a sospendere il programma lunare fu l’assenza di potenziali ritorni economici: sulla Luna non c’era nulla di interessante da andare a prendere. La Luna è un corpo quasi esclusivamente roccioso, con pochissimi metalli, che sulla Terra abbondano negli strati profondi e vengono portati in superficie dai fenomeni vulcanici. La Luna non ha vulcani attivi e, indovinate un po’, neppure Marte.

In assenza di materie prime da andare a prelevare, mancando fenomeni biologici da indagare in situazione di prossimità, finisce col non sussistere un reale motivo per giustificare l’invio di un equipaggio umano. Tutto quello che un astronauta potrebbe scoprire sulla superficie di Marte può essere indagato con analoga efficienza e costi (e rischi) molto più contenuti per mezzo di sonde automatizzate.

Non parliamo di colonizzazione, che come ordini di tempi e costi va molto oltre le fantasie più sfrenate, né di “terraformazione“, che anche ammessa la fattibilità tecnica richiederebbe secoli. Secoli nel corso dei quali i colonizzatori umani (alcune centinaia di persone, per garantire una sufficientemente varietà genetica) dovrebbero vivere in rifugi sotterranei schermati dalle radiazioni, e non si sa neppure se riuscirebbero a riprodursi in condizioni di bassa gravità, né che effetti avrebbe questa condizione sullo sviluppo fetale e sulla crescita degli individui fino all’età adulta.

Conclusioni
Marte è un’icona culturale da più di un secolo. Le osservazioni (erronee) dei famosi Canali da parte dell’astronomo Schiaparelli ed il romanzo “La guerra dei Mondi” di H. G. Wells gli hanno garantito un posto di primo piano nell’immaginario collettivo. Per questa sua rilevanza viene spesso usato dal cinema, o sfruttato per comunicati stampa di facile sensazionalismo. L’ignoranza scientifica diffusa fa il resto. Allo stadio attuale non sembrano sussistere potenzialità di ritorni economici, o anche semplicemente di immagine (come fu per il Programma Apollo) tali da competere con i limiti economici, tecnici, biologici e fisici legati ad una missione umana sul pianeta rosso. Con buona pace di enti spaziali e industrie private in cerca di clamore e visibilità mediatica.

Tuttavia la possibilità di tale missione viene spesso evocata ai fini di una narrazione ‘positivista’ del destino umano, per sfruttare gli ultimi residui del mito della frontiera che tanta importanza ha avuto soprattutto per i colonizzatori del continente nordamericano. In ultima istanza per riaffermare quell’idea di ‘progresso’ che, anziché farci conquistare nuovi mondi, sta rapidamente conducendo alla distruzione dell’unico che potremo mai abitare.

La fine dell’economia: che ne è stato della profezia di Keynes?

La profezia di KeynesLe profezie sono sempre piaciute, sia quelle pessimiste che quelle ottimiste.   Fra queste ultime, una poco nota la dobbiamo ad un personaggio che oggi va di gran moda: nientedimeno che Lord John Maynard Keynes.

Mi riferisco ad una sua conferenza del 1928 (pubblicata nel 1930) dal titolo:”Quali saranno le possibilità economiche dei nostri pronipoti?”   Poiché quei pronipoti siamo noi, penso che sia interessante rileggere quelle pagine.

In sintesi, Keynes sostiene che un vero progresso cominciò solo con la massiccia importazione di oro ed argento saccheggiati nel Nuovo Mondo durante il XVI secolo.   Circa un secolo più tardi, cominciò la grande èra del progresso tecnologico, con un numero incalcolabile di grandi invenzioni e lo sviluppo di ogni tipo di macchine.

Il risultato fu un enorme incremento della popolazione mondiale e, dunque, dei consumi.   Specialmente in Europa ed negli Stati Uniti il tenore di vita quadruplicò ed il capitale centuplicò.
Punto importante, Keynes si aspettava che, a quel punto, la popolazione globale tendesse a stabilizzarsi sui 2 miliardi circa.   Mentre sia il miglioramento tecnologico che l’accumulo di capitale avrebbero continuato a crescere in maniera esponenziale.

Questo straordinario progresso, prevedeva, avrebbe creato un serio problema di disoccupazione, ma si sarebbe trattato di una fase temporanea.   Nel giro di un secolo da allora (dunque all’incirca adesso), il tenore di vita nei paesi avanzati sarebbe stato tale che l’economia avrebbe definitivamente cessato di interessare alla gente, ma attenzione!   Solo a condizione che nel frattempo non si fossero verificate né grosse guerre, né grossi incrementi di popolazione.

Quello che mi ha colpito del discorso è che non vi si fa neppure un minimo cenno alla disponibilità di risorse (energetiche e non).   E neppure alla possibilità che l’alterazione degli ecosistemi possa portare a controindicazioni gravi, finanche catastrofiche.
In sintesi, colpisce la totale assenza di ogni riferimento alla legge dei “ritorni decrescenti” che, peraltro, il nostro conosceva benissimo.
La seconda parte della conferenza si concentra sulle conseguenze sociali di questo straordinario benessere.
In particolare, Keynes paventa il rischio che il rapido venir meno di preoccupazioni e necessità pratiche possa provocare dei “crolli nervosi” in molte persone.   Analogamente a quanto, secondo lui, stava già allora accadendo alle donne della buona borghesia occidentale.   Infelici perché la ricchezza le aveva private di divertimenti quali pulire, lavare, cucinare, accudire i figli.   (Senza nulla togliere al piacere di accudire una famiglia, mi piacerebbe sapere cosa pensasse di questo Lady Keynes).

Dunque, prosegue l’insigne economista, sarebbe stato necessario ancora per molto tempo mantenere un minimo di orario lavorativo. Suggeriva che, probabilmente, 3 ore al giorno sarebbero state sufficienti.
Ma annunciava anche cambiamenti ben più importanti!   Una volta che l’accumulo di denaro fosse stato tale da perdere la sua importanza sociale, l’umanità avrebbe finalmente potuto sbarazzarsi dell’ipocrisia con cui si esaltano come virtù i vizi peggiori.
“Saremo liberi di tornare ad apprezzare i principi religiosi e le virtù tradizionali.   Di tornare a considerare che l’avarizia è un vizio, che l’usura è un crimine, che l’amore per i soldi è detestabile.   Potremmo tornare a valorizzare gli scopi più dei mezzi e preferire il buono ed il bello all’utile.   Ad apprezzare le deliziose persone che sanno metter gioia nella vita propria ed altri.”
“Ma attenzione.   Tutto questo non ancora.   Per altri cento anni (dunque all’incirca fino ai giorni nostri) dobbiamo pretendere da noi stessi e dagli altri che il giusto sia sbagliato e viceversa perché l’errore è utile e il giusto non lo è.   Bisogna che avarizia ed usura continuino ad essere i nostri dei ancora per un poco, perché solo loro possono condurci fuori dal tunnel  del bisogno, alla luce del benessere.”

Secondo Keynes, la velocità di avvicinamento a questo bengodi sarebbe stata governata da quattro cose:  “La capacità di controllo della popolazione, la determinazione nell’evitare guerre e rivolte, la volontà di dare alla scienza una direzione propriamente scientifica, il margine di accumulo al netto dei consumi.”
A difesa di Keynes, bisogna dire che, a pensarci bene, qualche grossa guerra nel frattempo c’è stata.   E che la popolazione umana sia più che triplicata spiega sicuramente molti dei nostri attuali problemi. Ma chissà cosa direbbe oggi se potesse vedere dove la smodata avidità sta portando i pronipoti di cui vagheggiava?

Bottiglie riciclate ed altri disastri

imageLe bottiglie di vetro riciclato sono ecologiche, giusto?

Sbagliato!

La vituperatissima lattina è MOLTO ma MOLTO più ecologica, almeno considerando l’energia necessaria per realizzarla.

Possibile?

Ma se il vetro NUOVO, ha un “costo energetico” pari a circa 6 kWh/kg e quello riciclato 3-4 kWh, mentre per un kg di alluminio di alluminio ci vogliono ALMENO 14 kWh, senza considerare la devastazione del territorio etc etc etc?

Beh, intanto anche l’alluminio si ricicla. Poiché l’alluminio fonde a temperature molto più basse del vetro ed è più facilmente separabile dalle varie impurità, si risparmia MOLTA più energia, secondo le stime dal 95 al 97%. Quindi un kg di alluminio riciclato ha un costo energetico al massimo di 700 Wh, un quarto o un quinto del vetro riciclato.

Poi, molto semplicemente, il vetro pesa. Una bottiglietta di birra nazionale da 33cc pesa sui 200 grammi ( i due terzi del contenuto) mentre una lattina pesa 14-16 grammi. Anche se( come del resto per il vetro), solo una parte, circa due terzi, dell’alluminio proviene dal riciclo, cfr questo link, siamo comunque a circa 600 Wh vetro contro (forse) 90 Wh. Non c’è storia.

Ancora peggio le bottiglie in PET, per le quali, in apparenza, ci vogliono circa 25 kWh di energia al kg. ( che corrispondono a circa 2kg e mezzo di petrolio). Una bottiglietta da mezzo litro ( un poco più grande dei due concorrenti) pesa circa 33 grammi, per circa 800 Wh. Purtroppo è anche la meno riciclabile, perché finisce mescolata insieme ad altre plastiche, cosa ad onor del vero in via di miglioramento, grazie alla raccolta insieme al vetro.

Bene, direte voi, ma dove vuoi andare a parare, che c’entra questa specie di spot per le lattine vs il vetro con Crisis? C’entra, eccome. Perché dimostra come sia IDIOTA distruggere una bottiglia per farne una identica e come il riciclo, pure necessario, sia del tutto insufficiente Per una transizione decente verso una società sostenibile.

Riciclare una bottiglia, pure necessario, è idiota?

Certo, è idiota, inutile ed un vero disastro, sul piano energetico. Perché è molto ma molto più sensato il riuso. Sia su scala familiare, portarsi la bottiglia da casa. Sia sul piano industriale. Le bottiglie di vetro basta raccoglierle intere e lavarle.

Ovvero quel che si faceva quaranta anni fa, quando la costituzione era giovane ed il sottoscritto leggeva del futuro sul Corriere dei Ragazzi….

È bello avere un corpo

Appiantica

(tra ponte ed elezioni, per non appesantire i lettori, ripropongo una riflessione ‘leggera’ datata dicembre 2007 sul recupero della fisicità)

Non cesserò mai di stupirmi di come l’andare in bicicletta riesca a stimolare pensieri, idee e riflessioni. Proprio ieri, in una splendida mattina d’inverno che sembrava piuttosto rubata ad un mite autunno, mentre percorrevo insieme a mia moglie un’Appia Antica praticamente deserta l’ennesima ‘lampadina’ mi si è accesa in testa, regalandomi un’altra briciola di comprensione.

Pedalavo e sentivo il mio corpo: le mani, le braccia, il movimento ritmico delle gambe. Percepivo il mio corpo muoversi, lavorare, agire. Dopo un po’ mi sono reso conto del perché questa sensazione mi paresse così piacevole. Ho realizzato che, normalmente, del mio corpo non me ne accorgo proprio.

A spiegarlo sembra strano, ma è esattamente così: siamo esseri dotati di mente e corpo, ma se il lavoro che dobbiamo fare è puramente intellettuale (cosa che, in una società in cui quasi tutte le operazioni sono delegate a macchine più o meno sofisticate, avviene ormai nel 90% dei casi), finiamo col concentrarci solo sulla sfera cognitiva, dimenticandoci perfino che ce lo abbiamo, un corpo.

Tempo addietro scrissi: la bicicletta altro non è che una sorta di ‘protesi’, utile a renderci capaci di azioni che normalmente non saremmo in grado di compiere. Come un bastone o una stampella rendono una persona claudicante in grado di camminare, così una coppia di ruote consente ad un normale corpo umano di percorrere lunghe distanze, a velocità impensabili per mezzo delle sole gambe, con relativamente poco sforzo.

Oggi mi sono reso conto che nel mio lavoro di tutti i giorni, svolto davanti al monitor di un computer, finisco col trattare il mio corpo come una semplice appendice del cervello. Ed in realtà è così per tutti, per quanto folle ciò possa sembrare. Abbiamo questa sorta di ‘grappolo di organi’ appeso sotto la testa, e lo trattiamo come un ingombro: lo usiamo il meno possibile (…sennò “si fatica”!), lo nutriamo quando ha fame (più spesso solo per gratificarci), e la sera lo abbandoniamo su un divano mentre il nostro cervello si ‘diverte’ a guardare qualche spettacolo televisivo.

Da questa dissociazione nascono molti dei problemi odierni, dall’eccesso di peso alla depressione da pigrizia, ai problemi cardiovascolari indotti dalla sedentarietà, mentre basta davvero molto poco, basta una passeggiata in bicicletta, a risaldare insieme l’unità mente-corpo che abbiamo perduto. Vado in bici e mi rendo conto che ho gambe, braccia, muscoli. Che sono miei. Che sono “io”.

Daniel Goleman spiega, nel volume Intelligenza Sociale, la funzione dei ‘neuroni specchio’: le zone del cervello che si attivano quando guardiamo un film, o un qualunque spettacolo, sono le stesse che si attivano quando operiamo i gesti che osserviamo. Per questo ci piace guardare i film d’azione: perché in questo modo il cervello sperimenta, in forma simulata, quei movimenti e quelle azioni che nella vita di tutti i giorni non compiamo più, e nel farlo rilascia endorfine. Il movimento dà piacere, ma siccome è un piacere che ci neghiamo compensiamo questa privazione attraverso un’azione simulata, puramente cerebrale, nel guardare muoversi gli altri.

Invece muovendoci davvero, come per esempio andando in bicicletta, torniamo a sperimentare la completezza del nostro organismo, a sentirlo vivere, respirare, esistere. Andare in bici, correre, fare sport, è piacevole di per sé, per il semplice fatto che ci restituisce un corpo, il nostro corpo, la cui esistenza per solito rimuoviamo. E il motivo dei questo piacere è molto semplice: è bello avere un corpo!