Cambiare il mondo un pezzettino alla volta? 2) Nei secoli fedele

nei secoli fedele
nei secoli fedele

Nel post precedente avevo portato un esempio personale di una idea per cambiare il mondo, almeno un pezzettino, anche piccolino.

Recentemente, un’altra mia ideina, propugnata, divulgata, e diffusa in mille e mille occasioni, negli ultimi dieci anni, ha trovato la strada per diventare realtà, almeno in parte, grazie a tre disegni di legge presentato da alcuni parlamentari M5S ( prima firma Ivan Della Valle), ed altri due presentati da alcuni parlamentari del PD e di SI.

L’Idea originale era semplice quanto, credo, sensata: In pratica proponevo ( e propongo!!) di allungare, ogni due anni, di un anno i termini di garanzia commerciale per tutti i prodotti in vendita in Europa, in particolar modo per quelli caratterizzati dall’uso di quantità consistenti di materie prime ( e seconde) per la loro realizzazione, fino ad arrivare ad una garanzia almeno decennale.

Gli scopi erano molteplici, alcuni ovvi, altri meritevoli di due righe.

Ovvi: allungando la garanzia si rallenta il ciclo accelerato dei beni, il CONSUMO degli stessi, ( e del pianeta nel processo), in poche parole, si inquina di meno. Nel processo si spinge a realizzare beni di maggiore qualità, pensati per durare, piuttosto che per essere sostituiti al primo malfunzionamento. Malfunzionamento spesso predeterminato in fase di progetto ( cd obsolescenza programmata)

E qui si passa al primo risultato non ovvio che seguirebbe all’approvazione di una legge del genere: un bene pensato per durare è anche pensato per essere manutenibile: in poche parole è concepito per poter sostituire, con una certa facilità, le parti soggette ad usura. Anche questo, per molti beni di consumo, cellulari, elettrodomestici bianchi etc etc, spesso non si verifica: attualmente un frigorifero è fatto per essere buttato, in caso di malfunzionamento, piuttosto che riparato. Un cellulare…beh lo sapete.

Questo porta ad una seconda conseguenza, indubbiamente interessante: un bene NON manutenibile, tipicamente da’ da lavorare a ben poche persone in Italia ( sostanzialmente a chi lo vende, una tantum e a chi lo trasporta, una tantum, dal negozio a casa del cliente e, qualche anno dopo, da questa alla discarica). Un bene manutenibile, insomma: riparabile, permette di creare una intera filiera di riparazione, distribuzione pezzi di ricambio etc etc.

Ma la conseguenza che, a mio giudizio è più interessante, almeno per chi è assai poco sensibile alle problematiche ambientali ed alla sostenibilità ma in compenso riceve il mandato dai grandi conglomerati industriali europei, è che, senza imporre alcun dazio doganale, questo permette di riportare su un piano di equità competitiva i prodotti europei con quelli provenienti dalle tigre asiatiche. E’ infatti ovvio che la spiccata convenienza dei prodotti d’oltremare si regge sulla durata relativamente breve della garanzia europea obbligatoria, che non permette di evidenziare le differenze di qualità e durata tra prodotti merceologici affini. il prolungamento della garanzia, quindi obbligherebbe i produttori esteri a dotarsi di una organizzazione italiana per seguire i casi di riparazione ( o sostituzione) in garanzia, una cosa relativamente poco onerosa su tempi brevi ma che coinvolgerebbe una discreta percentuale dei beni venduti, via via che i tempi si allungano.

Infine la cosa più interessante: la progressiva liberazione dei cittadini europei dalla camice di Nesso del paradigma economico commerciale prevalente, che li vede, prima e sopratutto, come consumatori e non come utenti, più o meno soddisfatti, dei beni che acquistano.

Ma c’e’ di più, in occasione degli studi preparatori ai vari disegni di legge è emerso, recentissimamente, che in Europa la stragrande maggioranza dei cittadini sarebbe più che favorevole al’allungamento della garanzia e che, anzi, questo costituirebbe un INCENTIVO alla sostituzione accelerata dei beni di scarsa qualità e durata con altri nuovi, più efficienti e duraturi.

Insomma: con costi quasi nulli per gli Stati si genererebbe un beneficio per le economie dei paesi membri stimabile in un 1% per ogni anno di allungamento della garanzia. 140 miliardi di euro, su scala europea!

Benché queste cifre siano, ovviamente sempre opinabili, è evidente , in forma, direi quasi istintiva, il vantaggio complessivo per il sistema paese e, una volta spiegato il potenziale recupero di competitività , almeno sul mercato locale, delle aziende europee, appare plausibile che l’establishment del settore da una pregiudiziale negativa si sposterebbe rapidamente su posizioni molto ma molto più possibiliste.

I vari disegni di legge presentati, ovviamente, sono limitati ad un solo paese e quindi avrebbero un effetto relativamente ridotto, sull’insieme dell’economia europea. Eppure varrebbe la pena che , visto che il governo italiano partecipa alla Commissione Europea, si proponesse un’analoga iniziativa in sede CEE.

Di questa cosa, come dicevo, ho scritto e parlato in lungo e largo, su newsletters, in occasione di incontri formali ed informali, di raduni, di conferenze ed anche sul blog Crisis il 19 Febbraio 2008 ( fidatevi: purtroppo non posso girarvi il link all’articolo di allora, titolo: nei secoli fedele). Via via, alcuni collaboratori di parlamentari italiani ed un parlamentare europeo, Dario Tamburrano, hanno fatto proprie queste idee. Le buone idee, come dicevo, acquistano rapidamente vita propria e gambe lunghe ed indipendenti.

Resta la soddisfazione, ancora una volta, di essere stato all’origine , certo insieme ad altri, tantissimi altri ( il principio dell’economia circolare, del rallentamento dei flussi dei beni materiali etc etc non l’ho certo inventato io) di un potenziale piccolo grande cambiamento di paradigma.

I grandi viaggio, si sa, sono fatti da tanti piccoli passi!

Come cambiare il mondo in tre facili mosse…

cinquino elettrico e auto da matrimoni. Due idee a confronto.
cinquino elettrico e auto da matrimoni. Due idee a confronto.

Ciascuno di noi può cambiare il mondo.

In effetti, ciascuno di noi cambia DAVVERO il mondo, ogni volta che respira, ogni volta che cammina, ogni volta che , semplicemente agisce,vive, pensa. Se siete tipi ambiziosi, potreste sperare di cambiare il mondo PER DAVVERO, in senso migliorativo ( spero), nell’ambito di quel che ritenete essere più salutare per il pianeta o, almeno la nostra scombiccherata specie. Riconosco che può sembrare un poco TROPPO ambizioso per una singola persona ma non vi serve poi cambiarlo MOLTO, per essere soddisfatti e/o incoraggiati. Vi serve, tanto per cominciare, cambiarlo un pochettino, giusto?

Ecco i semplici, banalissimi, passi.

  1. Farsi venire una buona idea. Come si capisce se è buona? Si capisce quando un SACCO di persone che non conosci la appoggiano, la fanno propria, sviluppano su di essa o grazie ad essa nuove iniziative e proposte e, infine, diventa, semplicemente, un elemento del paesaggio “sociale” più o meno condiviso da tutti. Bene chiarire che le idee buone somigliano ai formaggi: hanno una data di scadenza, più o meno ravvicinata ( anche per i formaggi varia da tre giorni a quattro anni) e comunque sono da consumarsi preferibilmente entro e non oltre il….. Non c’e’ bisogno che sia l’idea del secolo. Che sia grande o piccola: Tutte le buone idee, in fondo, si somigliano e tutte prima di diventare grandi disegni o progetti, partono così, semplicemente, da un pensiero casuale ( dietro al quale, ovviamente, c’e’ un irripetibile vissuto personale che porta alla scintilla).
  2. Trovare una chiave divulgativa e narrativa. In poche parole: Una chiave per raccontarla in modo convincente. Meglio ancora se si parte da una realizzazione concreta dell’idea o da esempi esistenti. E’ difficile, in effetti, inventare qualcosa per DAVVERO, pensare qualcosa che non è mai stato pensato prima. Almeno per chi non si chiama Einstein.
  3. Divulgare. Divulgare. Divulgare ed ancora divulgare. In poche parole: Se volete che la vostra idea sia conosciuta, se volete valutare se sia considerata, nell’insieme DAVVERO una buona idea, dovete accettare il rischio di “perderne il possesso”. Volete salvare il mondo, almeno un pochettino, giusto? Quindi non dovreste essere TROPPO gelosi della vostra ideina. Parlatene, scrivetene, raccogliete persone intorno all’idea e lasciate che la sentano propria. Troverete, nel processo molti compagni di strada e, non è escluso nuovi e sinceri amici. Cosi come opportunisti o, semplicemente, persone più veloci di voi a metterla in pratica. Certo: c’e’ il rischio che, alla fine, nessuno si ricordi che era una VOSTRA idea, ma… pace.

L’alternativa, registrare l’idea, o brevettarla (se è registrabile/brevettabile), divulgarla solo per sommi capi e solo parzialmente, cercare di realizzarla senza dirlo troppo in giro, cercare di mantenere il controllo su tutto e su tutti vi porterà nel grande gruppo di quelli che hanno avuto ottime idee… di cui tutti si sono dimenticati e/o sono miseramente fallite. La propagazione dell’idea aumenta e non di poco, le probabilità di successo (potreste essere bravi ad avere idee ma assai meno brave a realizzarle, capita). A voi, spero, basterà sapere che tutto è partito da due pagine scritte qua e là o da una chiacchierata a margine di un incontro…

Ma andiamo ad un caso personale: il retrofit elettrico.

Ovvero la conversione dei veicoli esistenti in veicoli elettrici, con una metodologia analoga a quella con la quale si convertono a gpl e metano le auto a benzina.

L’idea, per dirla in breve, è partita dal sottoscritto, con una lettera inviata, nel remotissimo 2004, ad un costruttore, ai tempi di vetturette elettriche a cui proponevo, nientemeno, la realizzazione di un kit di conversione della vecchia cinquecento, vista come un veicolo elettrico da città quasi ideale (in rapporto alle costosissime e limitatissime vetturette elettriche disponibili a quei tempi).

Ovviamente non mi limitai a scrivere al costruttore ma scrissi… all’universo mondo, finché, piano piano intorno all’idea si radunò un gruppetto di entusiasti, fondammo una associazione per rimuovere le barriere burocratiche che si chiama eurozev, realizzammo la prima conversione di un cinquino in veicolo elettrico (la prima moderna ad essere esatti, con tanto di batterie al litio polimeri, allora un unicum assoluto in Italia ed in Europa). Il cinquino fu la svolta. Un cinquino elettrico era semplicemente TROPPO, per non diventare una notizia.

Alla “battaglia” si unirono parlamentari di quasi tutti i partiti, associazioni, mass media etc etc ed infine, nell’ormai lontano 2012 fu approvata una modifica del codice della strada che permetteva questo genere di conversioni, rimandando all’emissione di un decreto ministeriale attuativo.

Questo decreto, grazie all’impegno di un manipolo di ostinati parlamentari e di molte associazioni in tutta Italia è diventato operativo circa sei mesi fa e, probabilmente permetterà lo svilupparsi di decine e decine di diverse iniziative e proposte, sia per il traffico leggero che pesante, dalle quali sta già nascendo una filiera specifica, con buone prospettive di espansione.

La storia è in parte raccontata sul sito di eurozev. Ma moltissimi altri link sono disponibili in rete, ad una semplice ricerca.

Nel prossimo post vi parlerà di un’altra idea del sottoscritto che si accinge, con un poco di fortuna a diventare legge dello stato. Di nuovo, in modo quasi del tutto indipendente dalla mai volontà.

Le buone idee, ripeto, non ci appartengono. Diventano immediatamente di tutti. Un poco come con i figli: se volete bene alle vostre idee, dovete accettare che cammino con i loro piedi.

Golpe? Quale golpe?

ANSA/cp
ANSA/cp

Benché Crisis lavori a bassa intensità in questi giorni, con la redazione in altre e varie attività affaccendata, due righe sul tentato golpe in Turchia ci stanno tutte. Poiché gli analisti si sprecano, qui solleviamo solo alcune domande. Intanto la prima è ovvia: Cui prodest? Che Erdogan abbia scombussolato la posizione internazionale della Turchia, sconvolgendo equilibri che sembravano consolidati, è un fatto. Come? Ad esempio: rompendo la storica vicinanza con Israele, riallacciando stretti rapporti con i vari stati e dinastie sunnite, riprendendo una vera e propria campagna di sterminio nei confronti degli indipendentisti curdi (pkk in primis) con tanto di immunità concessa ai militari, comprese le temute e sanguinarie milizie locali per gli atti compiuti durante la loro missione.  Infine, l’ovvia condiscendenza nei confronti dell’Isis, di cui ha permesso l’ascesa, mantenendo aperti i corridoi verso il confine con la Siria (con contorno di malversazioni di famiglia sull’import/export di armi&petrolio) tenendo invece chiuse quelle verso il Kurdistan  siriano, proprio mentre l’Isis cercava di fare tabula rasa di ogni singolo villaggio o città e dei suoi abitanti. In generale è evidente la deriva islamista, nazionalista e populista. A parte i militari, da sempre garanti dello Stato laico di Ataturk bla bla bla (comunque tre golpe in sessanta anni non sono uno scherzo), l’intera faccenda ha dato parecchi grattacapi al resto della NATO. Senza contare che, visti i risultati sul campo e la situazione di fatto creatasi, uno stato cuscinetto curdo, comunque declinato, appare come l’unico possibile elemento di stabilizzazione nell’intricatissimo marasma tra Siria, Turchia ed Irak che si preannuncia nel dopo Isis. Con Erdogan al potere questo era chiaramente impossibile. Con la Turchia attraversata da un conflitto interno… Beh, almeno avrebbero smesso di bombardare i villaggi curdi d’oltreconfine.

Quindi: cui prodest? Beh, magari alla NATO. Certo Erdogan la pensa così, visto che ha accusato Gulen un ex amico rifugiato negli USA, di essere dietro il golpe (il che è il massimo che può fare senza accusare direttamente gli USA).

Che almeno un pensierino la NATO l’avesse fatto, lo dimostrerebbe il rifiuto plurimo ad atterrare, che avrebbe fatto vagare Erdogan per un paio di ore per i cieli d’Europa, appeso al suo smartphone, proprio nei primi e cruciali momenti del golpe.

Mentre scrivo, pare che Erdogan, dopotutto, stia riprendendo il controllo. Seguiranno purghe, epurazioni ed ulteriore riduzione delle già scarse libertà in Turchia. In pratica un’ulteriore scivolata verso una Turchia re-islamizzata e simpatizzante dei vari movimenti “estremisti” nel mondo.

A quanto pare prodest anche a lui.

Che dire? Non ci sono più i golpisti di una volta…

Le scie chimiche esistono e fanno malissimo: ecco la prova!

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Foto: Ugo Bardi

Volete una prova che le scie chimiche fanno malissimo?

Eccone una. Date una attenta occhiata all’adesivo cerchiato in rosso.

Una persona che, prima di essere esposta alle scie chimiche, immagino assolutamente normale, si è convinta che esiste un complotto mondiale per avvelenare, o sterminare tramite disastri naturali assortiti, più o meno lentamente, una larga parte della popolazione mondiale ed ha incollato un adesivo che invoca provvedimenti contro i funesti untori aerei.

Peccato che lo faccia stando a sedere nel mezzo delle centinaia di scie chimiche lasciate da veicoli come il suo, mentre ovviamente da il suo piccolo contributo all’avvelenamento dei dintorni.

Il fatto che esistono metodi di gran lunga migliori per controllare la popolazione che avvelenare l’atmosfera dell’intero pianeta ( una atmosfera che i potenti condividono con i tapini) non sfiora questi soggetti. Il fatto che, provatamente, passare alcune ore al giorno in mezzo al traffico è un modo certo per accorciare le proprie aspettative di vita nemmeno. Il fatto che l’unica influenza antropica certa che abbiamo sul clima è quella della CO2 e degli altri gas serra che emettiamo TUTTI continuamente, ogni giorno, neppure.

Forse le scie chimiche, quelle prodotte dalle stufe a petrolio, hanno davvero effetti pesantemente negativi sulle capacità senzienti degli esseri umani, dopotutto e ne vediamo le conseguenze in questa foto

L’eretico

Oggi ho partecipato al primo incontro/scontro ufficiale sulle politiche della mobilità, nell’inedita veste di assessore municipale, in una discussione riguardante la riapertura della sede stradale conseguente alla chiusura di un cantiere della metro C a San Giovanni. In assenza dell’assessore comunale, non ancora nominato, mi sono fatto carico dell’ingrato ruolo di ‘portatore di eresie’.

All’interno di un consesso allargato di tecnici e funzionari, che discettavano di restringere marciapiedi ed eliminare attraversamenti pedonali in ossequio alla ‘domanda di mobilità’ (come se quella pedonale non fosse mobilità) determinata dal passaggio di centinaia di veicoli/ora, ho contrapposto la tesi che quella domanda non fosse altro che il prodotto di sistemazioni stradali atte a favorire lo spostamento in auto.

Ho aggiunto che all’estero si sta da tempo facendo il contrario, ovvero ridurre le sedi viarie per ridurre il traffico (la cosiddetta Road Diet). Ho realizzato, ad un certo punto, come dovette sentirsi Galileo Galilei di fronte al tribunale ecclesiastico, a sostenere la tesi che fosse la Terra ad orbitare intorno al Sole, anziché il contrario… checché ne dicessero le Sacre Scritture.

Alla fine mi sono convinto del sussistere di un equivoco di fondo tra cause ed effetti. Nella mentalità arcaica che ha prodotto le città che vediamo intorno a noi il traffico è la causa che muove le trasformazioni urbane: esiste una domanda di mobilità a motore che va omaggiata marginalizzando tutte le altre possibili opzioni.

Questa visione è profondamente sbagliata: il traffico non è una causa, è un effetto. È l’effetto di scelte collettive e personali, di sistemazioni urbane e della propaganda commerciale. È l’effetto cumulativo di una serie di risposte corrette ad una domanda sbagliata in partenza, ovvero: come faccio a spostarmi da un luogo all’altro in macchina.

Mikael Colville-Andersen suggerisce di rivedere il paradigma che ha animato il 20° secolo, ovvero: “come far muovere sulle strade il maggior numero possibile di automobili”, e considerare la questione nei termini di “come far muovere sulle strade il maggior numero possibile di persone”. Ragionando alla luce della seconda formulazione diventa evidente che la maniera di far muovere il maggior numero possibile di persone non può essere l’automobile privata, per un banale problema di occupazione di spazi.

Ora ci troviamo a dover cambiare completamente approccio, e ridisegnare da capo l’uso che facciamo delle nostre città. Altri paesi l’hanno già fatto, vedendo impennarsi verso l’alto gli indicatori della qualità della vita. Saremo in grado di farlo anche noi? Vale la pena tentare.

mikael
 

Lunga vita al giovane britannico.

Dopo il referendum britannico sono stato travolto da un’impressione che ultimamente mi coglie spesso, ma questa volta amplificata come non mai, e cioè che, sul tema, fosse possibile dire tutto e il suo contrario senza tema di essere smentiti. Coerentemente con questa sensazione difficile, ho deciso di sospendere il giudizio. Cosa succederà? Non ne ho la più pallida idea. Ma anche io ho le mie certezze. Ad esempio anche io me la sento di commentare la famosa tabella sul voto nel Regno Unito con cui un numero di commentatori di professione o d’occasione, hanno sancito la natura geriatrica dell’esito referendario. La tabella mostra la percentuale di favorevoli al “leave” nelle diverse fasce d’età. Da questi dati, incompleti, si evince che la maggioranza dei giovani è favorevole al progetto europeo mentre il risultato è determinato dal voto dei vecchi. Altri dati, usciti in seguiti, attenutano non poco questo giudizio mostrando che circa 1/3 dei minori di 24 anni sono andati a votare il che significherebbe piuttosto che la maggioranza dei giovani avevano altro da fare. Del resto l’idolatria del giovane è una delle più stupide idolatrie che si possa immaginare. Tutti siamo stati giovani e tutti sappiamo che il nostro giudizio a 18- 20 anni era tutt’altro che ponderato ed intelligente. O ce ne siamo dimenticati? Se questo oblio è il problema suggerisco di andarsi a leggere la poesia delicatamente amara di Wislawa Szymborska “un’adolescente” (ovviamente nella traduzione italiana per chi, come me, non sa il polacco). Ma la tabella di cui sopra non è stata commentata per un aspetto essenziale che dimostra, ancora una volta, la prevalenza del pensiero lineare. Una delle colonne della tabella indica in 90 anni la speranza di vita degli appartenenti alla classe di età fra i 18 e i 24. L’illusione di un futuro di crescita del benessere, della ricchezza, della durata della vita sopravvive a prescindere dal fatto che viviamo da ormai quasi 10 anni nella più grave crisi del sistema economico globale, che ci sono chiari segni di inversione di tendenza in diversi parametri demografici, e che, a prescindere dai dati osservati (che possono essere e sono sempre contraddittori) non c’è ragione di pensare che in una situazione di degrado delle condizioni ambientali generali come quella che si sta osservando da decenni, e che è in rapida accelerazione, la speranza di vita degli europei continui a crescere. Al contrario io penso che nel corso dei prossimi due decenni diventerà sempre più chiara la base ecologica profonda della crisi attuale. Una crisi che si manifesta come crisi economico- finanziaria, poi geopolitica, ma che ha solide radici nell’overshoot ecologico di Homo sapiens. Da questo punto di vista anche l’illusione “sovranista” appare come una manifestazione del pensiero lineare. A meno che non si cominci a parlare esplicitamente di limiti della crescita e di contenimento di consumi e popolazione, di transizione energetica e abbandono del paradigma economico- energetico vigente. Cosa che, ovviamente, nessuno ha il coraggio di fare. E allora tanti auguri a quelli che si illudono di vivere 100 anni.

Brexit o mica brexit ?

Sembra proprio che David Cameron si sia ficcato in una tipica “loose-loose situation”, vale a dire una situazione in cui, comunque vada, saranno guai grossi.   Purtroppo non solo per lui, che se ne meriterebbe a non finire, bensì per tutti.

Niente pronostici, tanto sono del tutto inutili e non ci si azzecca mai.   Invece qualche considerazione su alcune delle possibili conseguenze del voto britannico.

il primo punto da rimarcare è che, comunque vada, il risultato si giocherà su di un pugno di voti e, quindi, circa metà dei cittadini britannici saranno arrabbiati e probabilmente anche spaventati.
Ora diamo uno sguardo ai due possibili risultati.brexit Jacopo Simonetta

Se vince “Remain”.

Sul piano istituzionale ed organizzativo non cambierebbe nulla, le borse si calmerebbero e tutti tornerebbero a far finta di niente.   Sarebbe un errore drammatico.    Il fatto che circa metà della popolazione di uno dei maggiori paesi europei abbia comunque votato per uscire dall’Unione dovrebbe indurre i governi nazionali a finirla con gli attuali giochetti e varare una vera e profonda riforma dell’Unione.    Ce n’è un immenso bisogno.   Ma se fossero stati disposti a farlo lo avrebbero già fatto.   A mio avviso dunque, il risultato peggiore di una vittoria del “remain” sarebbe di proseguire l’attuale situazione di stallo.   Fino alla prossima crisi acuta che non tarderebbe ad arrivare da uno qualunque dei numerosi fronti politici aperti.

Se vince “Brexit”.

Qui gli scenari sarebbero più complessi.   Ma al di la dei festeggiamenti fra coloro che in tutta Europa odiano l’Unione, le conseguenze sarebbero imprevedibili.
Per citare solo una delle molte possibilità, una vittoria dei separatisti potrebbe avviare quell’”effetto domino” che gli “euroclasti” si augurano; inducendo una valanga di referendum separatisti che, indipendentemente dei risultati, paralizzerebbero l’attività politica a livello a livello comunitario per anni.

Ma  non sarebbe l’unico effetto dominio possibile.    Poco tempo fa in Scozia la separazione dall’Inghilterra ha perso di stretta misura, ma nel Regno di Scozia la larga maggioranza della popolazione è filo-europea ed è quindi quasi scontato che, a seguito di una brexit, i separatisti scozzesi riproporrebbero il loro referendum, stavolta con la quasi certezza di vincere.   E discorsi del genere circolano anche in Irlanda del Nord e perfino in Galles.   Insomma, la brexit potrebbe catalizzare la disintegrazione dell’EU, ma anche quella del Regno unito; o di entrambe.    Con quali conseguenze sulle numerose beghe separatiste pendenti in quasi tutti i paesi europei?   Gradualmente, potrebbe essere la fine di molti di quegli stati nazionali che hanno sempre impedito la nascita di una federazione europea.   Gran Bretagna in testa.

Anche sul piano economico gli esiti possibili sono molteplici.  Naturalmente i sostenitori della Brexit annunciano un’ età di rubicondo benessere, mentre gli altri annunciano ogni sorta di calamità economiche.   Chi dei due ha ragione?  Io certo non lo so, magari nessuno dei due.   Ma, comunque, se la brexit portasse un miglioramento nelle condizioni di vita degli inglesi, la spinta centrifuga se ne rafforzerebbe assai, anche se non è affatto detto che quel che succede in un paese succeda uguale in altri.    Ma se, invece, l’uscita dall’Unione davvero precipitasse l’Inghilterra in una grave crisi, molti che adesso sognano il ritorno alla lira od alla dracma cambierebbero parere.    In altre parole, la brexiti potrebbe anche cementare l’EU, anziché disintegrarla.

Infine, non dimentichiamoci che se davvero il Regno unito uscisse dall’EU senza sbriciolarsi, cambierebbero molte cose per le centinaia di migliaia di europei che lavorano in Inghilterra,  ma anche per gli inglesi che lavorano sul continente che sono davvero tanti.

Conclusioni (provvisorie)

Insomma, qualunque cosa accadrà, andrà male.
Se vincesse “remain” tutti ne approfitteranno per non cambiare nulla e provocare così altre e ancor peggiori crisi.

Se vincesse “brexit” e le cose andassero bene per gli inglesi, le istituzioni europee andrebbero nel caos ed il castello che per 50 anni ha evitato il risorgere di nazionalismi aggressivi nella pancia dell’Europa andrebbe almeno in parte in frantumi.   Spalancando la porta a sviluppi assolutamente imprevedibili.

Se, infine, vincesse la “brexit” e le cose girassero poi male per i sudditi di Queem Elisabeth, la UE potrebbe uscirne rafforzata, ma non per questo migliorata.  E, comunque, indebolita, poiché il Regno Unito, malgrado tutto, è ancora un paese relativamente importante.

Complimenti Mr. Cameron.   Ne valeva la pena, solo per vincere le elezioni scorse!

 

Brexit poll. & Balls.

1973Ok, ci siamo, il grande giorno in cui sapremo se il Regno Unito resta in Europa è arrivato. OVVIAMENTE, ormai da settimane, siamo subissati di sondaggi, i media battono sulla grancassa della disgregazione etc etc. La verità è che, causa errore e varianza nelle stime i sondaggi sono troppo inattendibili per poter dare indicazioni in un senso o nell’altro. Dovessi dire, L’Inghilterra resterà in Europa. Per modo di dire, ovviamente. L’Inghilterra, UKIP a parte, resta in Europa per far cassa e cedere il meno possibile agli altri. Mantiene la sua moneta e firma i trattati internazionali che gli pare, in barba alle eventuali decisioni europee. Insomma: mantiene la sua indipendenza di giudizio, nel processo, ovviamente, consegnandosi agli istituti finanziari che ormai sono la parte dominante dell’economia del paese. Non è improbabile che la vignetta di questo post sia realistica: gli scozzesi non vorranno probabilmente restare sotto la corona inglese E BASTA, specialmente perché perderanno gli aiuti europei.

Ma questo, sinceramente, è un problema loro. Perché in realtà l’Europa è GIA’ disgregata ma non, come si crede, tra paesi ricchi e poveri, tra nordici e sudici, tra belli di mamma e PIIGS. No, l’Europa è semplicemente divisa tra l’Elite e tutti gli altri.  Questa elite, ormai quasi solo finanziaria, disperata ed alla caccia di interi paesi da cannibalizzare per tenere su baracca ancora per un poco, è anch’essa alla frutta. I Debiti aumentano in modo verticale, quelli in sofferenza in modo missilistico e i rendimenti DI TUTTO tende a zero.  Noterete che non cito casi particolari. Il motivo è semplice. La storia, a vari livelli e con mille sfumature di grigio, si ripete da tutte le parti: la sovraesposizione debitoria è globale e il crollo verticale di ogni singolo investimento idem.

In questo contesto paventare una disgregazione dell’Europa a causa dell’eventualissima Brexit dell’Inghilterra è una balla ridicola. Come, più o meno, dare la colpa della fine dell’Impero Romano D’Occidente ad Odoacre. I mercati vedono più che altro la potenzialità di fare un bel poco di scommesse sulla pelle degli inglesi, illusi che i lacciuoli che li strangolano siano colpa della CEE e non del loro superdisastrato settore finanziario.

Quindi, si, l’eventuale Brexit è probabile che segni la fine di una manfrina teatrale chiamata Europa. Ma non è poi COSI’ probabile, a pensarci bene. Forse tale manfrina getterà semplicemente i panni della commedia democratica per rivestire le grisaglie dei finanzieri che realmente comandano a tutto e tutti, saturando di dossier di origine oscura i tavoli dei parlamentari europei.

NESSUNO, ma veramente NESSUNO sa cosa succederà. Quindi TUTTI quelli che provano a tracciare scenari raccontano balle sesquipedali. E lasciamo perdere quelli che tentano di fare il riassuntino per i porelli senza clues.

E NOI Italici?

Semplicissimissimo.

Qualche pediluvio, come prima.

Qualche doccia quasi di sicuro, ma, in caso, in buona compagnia di tutti gli altri. Poi nel 2018… Apres Draghi le diluge.

Come vincere le elezioni ed avere sempre ragione.

altan-dibattito-tv

Confessatelo. A noi lo potete dire! La cosa MIGLIORE dopo le elezioni non è tanto (o solo) chi ha vinto o meno. Terminate anche le ultime raffinatissime analisi del post voto, compreso quelle delle urine dei neoletti (potrebbe succedere) rischierate le truppe per la prossima battaglia, sguinzagliati i reporters a ricostruire le biografie delle “facce nuove”, fatto un poco di “toto nomine”, NON CI SONO, per un poco, i DIBATTITI, dove ciascun candidato, come dire, sciorina la sua mercanzia.

Eppure i dibattiti sono fondamentali, per vincere le elezioni e, dopo vinte, per avere sempre ragione. Anzi: RAGIONE.

Siccome potreste essere curiosi e siccome, dopotutto, la vita è un continuo dibattito, colloquio o dialogo, ecco che vado a mostravi alcune semplicissime tecniche  per avere sempre ragione, in ogni dibattito/colloquio/dialogo e, quando e se serve, vincere le elezioni.

Un poco scherzo, sia chiaro. Ma un poco, come si dice oggidì, anchenò. Visto che su queste cose stuoli di spin doctors ci campano, non ho grandi pretese. Mi limiterò a citarvi alcune tecniche classiche ma molto molto molto classiche, in modo da darvi gli strumenti per vedere come queste tecniche retoriche siano DAVVERO utilizzate in ogni santo, dannato e spesso noiosissimo dibattito. Di solito, chi li usa meglio vince il dibattito. Di solito, chi vince sufficienti dibattiti vince anche le elezioni. Gli esempi che porto per esemplificare sono ovviamente inventati da me e seguono la mia personale sensibilità ma sono sicuro che potrete richiamare alla memoria casi REALI a cui avete certamente assistito almeno una volta.

Partiamo dalla più classica delle tecniche: la confutazione di quanto affermato dall’avversario: Può essere ad rem: ovvero quanto affermato è in disaccordo con qualcosa di facilmente verificabile da tutti, oppure ad hominem: è in disaccordo con quanto affermato dall’avversario precedentemente.

Tipico, no?

Ovviamente l’avversario ribatte punto su punto ed ecco che comincia una schermaglia che ha ben definiti metodi ed utilizza stratagemmi ben riconoscibili. ne citerò alcuni, comuni ma non ovvi. Tanto per capirsi:Infamare l’avversario e buttarla in zuffa è un metodo troppo ovvio ( cosiddetto ad personam)per essere citato.

1) Postulare ciò che andrebbe invece dimostrato: ad es: Le Olimpiadi sono una occasione unica per la città….

2) Inferenza arbitraria: Se l’avversario accetta le ragioni in un caso particolare, portarlo immediatamente sul caso generale: es: alcuni immigrati sono estremisti/malati/ladri/ ergo gli immigrati rubano, ci infettano, mettono in pericolo la nostra vita.

3) Ridicolizzazione dell’opposto: Presentare l’opposto della propria tesi, in modo che l’avversario sia costretto a rifiutare lo scenario. Es: Immaginiamoci di accogliere liberamente tutte le persone che chiedono asilo, da qualunque parte vengano e per quanti siano, come pensa di nutrire, alloggiare, far campare queste persone? E’ pronto a prendersele a casa sua?….

4) Ampliamento: generalizzare all’estremo grado una affermazione dell’avversario, restringendo invece il campo della propria tesi contrapposta es: Lei quindi vorrebbe dare l’assegno di cittadinanza a tutti? ed allora perché non anche a tutti gli immigrati regolari, che magari già pagano le tasse? anche agli assassini, ai figli di mamma ricchi, ai miliardari nullatenenti, ai maestri di sci con i conti in svizzera? NOI, invece ci limitiamo a dire che le persone realmente in stato di bisogno non devono essere lasciate sole...

5) Retorsio argumenti: l’argomento che l’avversario porta a sostegno di una sua tesi viene usato meglio contro di lui. Esempio: la nostra amministrazione ha amministrato bene la città, riducendo i rifiuti in strada, avviando numerose opere, portando a termine alcuni eventi. Le vorrebbe dire che l’opera x era davvero utile? Vuol dire che negli ultimi sette anni i poveri sono diminuiti? afferma che le strade sono perfette? Etc etc etc

6) Apagoghe: trarre a forza dalle affermazioni dell’avversario tesi che in realtà non vi sono contenute e/o intenzioni che non sono quelle dell’avversario. Ad esempio: Se lei è contro la nostra riforma allora è per mantenere un sistema ingessato e per l’instabilità di governo… etc etc etc.

7) Tecnica mista/socratica. Frequente, ovviamente. Ad esempio: Lei è d’accordo che il benessere delle famiglie sia la cosa più importante in questo momento…. e che questo benessere dipenda dal lavoro…e che il lavoro dipenda dalla crescita… e che la crescita, in ultima analisi dipenda dalla sicurezza ed affidabilità percepita del paese..converrà quindi con me che, per raggiungere questa affidabilità ed attirare gli investitori bisogna dare seguito ad indispensabili riforme, nel settore del lavoro della previdenza, della sanità, delle privatizzazioni…. QUINDI etc etc. A meno che lei, naturalmente, non sia un esponente della sinistra radicale etc etc etc

Se state perdendo il dibattito o siete comunque in difficoltà o la faccenda sta diventando soporifera per chi ascolta vi sono almeno tre tattiche tipiche.

a) Diversione. E’ il classico: “la questione non è questa” che avrete sentito mille e mille volte. si cerca di portare la discussione fuori strada, possibilmente su un terreno più favorevole o almeno più incerto per l’avversario.

b) “Facite ammuina“: ovvero, come si dice a Roma, buttarla in caciara. Nella gazzarra, dando sulla voce ed impedendo ogni conclusione si impedisce all’avversario ed anche a chi ascolta di farsi una idea sulla cosa e, se per questo, anche sulle posizioni in rapporto alla cosa delle due parti.

c) “Redutio ad Hitlerum”. O ad Stalinum. O ad Mussolinum.

In sostanza, mentre l’avversario cita cose positive a sostegno di una sua tesi, affermare qualcosa tipo “si, i treni in orario sono importanti ma sotto Mussolini i treni arrivano in orario e non per questo voglio vivere in una dittatura”. Oppure: “Si, certo statalizziamo le banche salvate dal governo e poi continuiamo con le aziende. Finiremo in un batter d’occhio ai gulag ed alla dittatura del proletariato”.

…Si potrebbe continuare un bel pezzo. Lo scopo, ribadisco era di rendersi conto, insieme, che quel si dibatte sui media è davvero strutturato come un gioco delle parti con regole precise che portano, se ben comprese e seguite e quasi in automatico, risultati positivi (per chi le applica meglio). Ho la vaga speranza che, lette queste povere righe, siate presi dalla curiosità di approfondire da soli, se non altro per riconoscere all’opera le varie tecniche, specialmente quando sono utilizzate da bravi professionisti (sempre meno in verità). Mi pare ovvio affermare che uno TROPPO bravo in queste manfrine dovrebbe essere valutato attentamente, depurando tutte le fumisterie, in modo di arrivare SE esistono, alle sue reali intenzioni/capacità. Questo ovviamente è tanto più vero quanto più montano argomenti “di pancia” nella Società e nella “politica” (le virgolette sono d’obbligo, se uno torna all’accezione originale di Platone e lo confronta con l’attuale versione).

Il bello è che NON dovrete cercare molto per approfondire: Schopenhauer, filosofo più scherzoso di quanto mi ricordassi, ha scritto, oltre 160 anni fa, un’operetta quasi definitiva in merito, l’arte di ottenere ragione. Operetta in cui troverete gli esempi da me citati e molti, molti, altri. Abbastanza, se ben applicati, per vincere ogni dibattito, avere sempre ragione ed essere eletti alle prossime elezioni. (un poco per scherzo, ma anchenò).

Dio non è morto, Marx neppure e siamo solo noi a non sentirci tanto bene

dio non è mortoLe cose cambiano, a volte più lentamente di quanto immaginavamo, ma cambiano.
Alla fine del XX secolo ci deliziavamo con la battuta di Woody Allen sulla morte di Dio e di Marx, ma oggi mi sento di dire che Dio non è mai morto, Marx è in ottima salute e siamo solo noi che non ci sentiamo tanto bene.
In effetti Dio appare ovunque e le religioni dilagano con il loro carico di valori, ideologia e, spesso, violenza.  Perfino gli atei, con i loro dogmi scientisti, rischiano di apparire solo un’altra religione con il suo carico di intolleranza.  Basta leggere Dawkins per rendersene conto.  Con le sue vere e proprie scomuniche nei confronti di chi, essendo uno scienziato, non si dichiara apertamente ateo oppure, pur dichiarandosi ateo, non aderisce alla sua crociata (ha parlato, a questo proposito, di alto tradimento nella sua polemica con Gould). Ma non è solo in negativo che si osserva una rinascita, se non della religione, della spiritualità.  L’osservazione del fatto che sappiamo veramente ben poco di quello che ci circonda e che, in sostanza, due secoli e mezzo di progresso scientifico sono serviti per lo più ad evidenziare l’immensità della nostra ignoranza, non può non condurre ad una considerazione semplice: non possiamo disprezzare né la sfera spirituale ne quella divina.
Anche solo sospendere il giudizio è, in questa fase, desiderabile e benefico.  Fatto salvo, ovviamente, il rifiuto di quelle posizioni ideologiche che vorrebbero imporre il peccato come reato, la conclusione cui si giunge (lo fa ad esempio Bernardo Kastrup) è che il materialismo filosofico è una sciocchezza come le altre.  Rivalutare la propria dimensione spirituale non vuole dire abbassare la guardia rispetto alla violenza della sharia o al clericalismo; è semplicemente un atto di onestà intellettuale.

marx non è mortoIl marxismo ha ripreso ossigeno dalla crisi senza fine del capitalismo globalizzato e non senza buone ragioni.  Karl Marx aveva capito molte cose e ci sono buone ragioni per rivalutare la sua analisi del capitalismo e del suo inevitabile collasso sotto il peso della sua stessa imponente ed inarrestabile crescita.
In particolare la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto sembra collegarsi più profondamente alla legge dei ritorni marginali decrescenti e, in ultima analisi, al secondo principio della termodinamica.
Raramente rivalutato con spirito innovativo, Marx viene generalmente rimasticato dagli orfani di Lenin (o perfino di Stalin per quanto vedo io), di tutte le rivoluzioni fallite e sfociate in qualche tirannia burocratica e folle.  Il mondo è pieno di predicatori, anche molti marxisti lo sono.
D’altra parte anche l’idea abbastanza idiota che la Storia fosse finita, che il capitalismo, sostenuto dalla liberal-democrazia, trionfasse ormai ovunque senza avversari credibili si è scontrata con la realtà degli ultimi 15 anni afflosciandosi sotto il peso, in primis, del rapido raggiungimento dei limiti della crescita.

Ed è qui che arriviamo noi. Noi intesi come cittadini del mondo, noi che abbiamo poca o nessuna possibilità di influire sugli eventi.   Noi che pensiamo a come sistemare la nostra famiglia ed i nostri cari domani; che andiamo a votare con quel fardello di risentimenti e insoddisfazioni derivati dalle mancate promesse del passato la cui falsità riconosciamo facilmente ormai, in quelle del presente.   Noi stanchi di retorica vuota (perché anche la retorica, forse, aveva una sua nobiltà, come arte del convincere, quando non era stata svuotata dalla massificazione televisiva).   Noi che soffriamo le conseguenze di una crisi che non avevamo previsto e una denaturalizzazione dell’ambiente che avevamo trascurato.
Pensavamo che il problema sarebbe stato l’abbondanza.   Possiamo stare tranquilli: questo problema dell’abbondanza sparirà in fretta. L’abbondanza era un fenomeno passeggero, un transiente storico prevalentemente determinato dal flusso di energia a buon mercato garantito dai combustibili fossili.
L’inizio di questo secolo ha visto il primo momento critico nella storia della produzione petrolifera con una aumento generalizzato dei costi di produzione ed l’avvicinamento dell’EROEI (Ritorno Energetico sull’Investimento Energetico) al valore di 10, considerato critico per il supporto di una civiltà industrializzata.
Nello stesso periodo si è andato delineando lo scenario di overshoot ecologico della specie umana, attraverso praticamente tutti gli indicatori di impatto ambientale.
Il problema, come ha detto qualcuno, non è che alcune notizie sono cattive e che i nichilisti ecologisti vedono solo quelle; il problema è che le notizie sono tutte cattive.   Quelle che non lo sono, o sono positive solo per chi non si cura dei danni ambientali, come la ripresa della crescita economica in questa o quell’area geografica; o irrilevanti, come la riduzione della mortalità per qualche malattia più o meno diffusa e importante.
La più cattiva delle notizie, che solo qualche pazzo può continuare a negare (il problema è terrificante quando quel pazzo diventa un candidato credibile alla presidenza degli Stati Uniti d’America) è quella che il cambiamento climatico sembra aver preso una traiettoria sulla quale è ormai difficile che si possa fare qualcosa se non, tornando all’inizio di questo post, raccomandarsi l’anima a Dio. Ognuno al suo, se ce l’ha.

Ancora più deprimente è l’incapacità di cogliere il nesso causale fra situazione ambientale globale ed esplosione demografica.
I vari ideologi si arrampicano sui pochi specchi disponibili: potremmo essere tanti e rispettare la natura dicono i comunisti ed i francescani. Possiamo essere sempre di più, purché riparta la crescita e la ricchezza torni a ‘sgocciolare’ verso gli strati più bassi della società, dicono gli idolatri del mercato.   Anzi, addirittura siamo troppo pochi, la natalità deve riprendere a crescere, si rischia una crisi demografica senza precedenti.
Esiste anche un catastrofismo economicista che accusa il catastrofismo ecologista di essere catastrofista.

Mi sono venuto a noia da solo a ripetere che il problema non è assicurare un trattamento pensionistico alla mia generazione, ma garantire delle condizioni di vita non disastrose alle generazioni successive, inclusa quella dei miei figli.  E invece il Main Stream politico – informativo continua martellante: ci vuole lo sviluppo sostenibile. Dipingiamo di verde tutte le porcate ecologiche che facciamo in giro per il mondo, finiamo di antropizzare il poco che resta della biosfera (ma ne resta?) e il gioco è fatto.
Portiamo tutti i popoli del mondo al livello di consumi europei, almeno, ed il gioco è fatto. Non vedete come sono ecologicamente impeccabili gli scandinavi? Sogni.
Le presunte virtù ecologiche dei paesi del nord sono sostenute quasi sempre dalla devastazione ecologica del sud. Nessuno in questo mondo è autarchico e basta dare un’occhiata alle mappe di impronta ecologica per capire che la sostenibilità è un’illusione.

Per come la vedo io siamo in una situazione disperata. Ma, c’è sempre un ma. Possiamo fare ancora molte cose: diffondere quello che sappiamo (alla fine ciò che è scientificamente vero si afferma).   Smettere di essere arrabbiati con quelli che non ci ascoltano e non ci capiscono, ma anche con quelli che ci ostacolano e ci combattono, la rabbia è inutile. Dimostrare che è possibile vivere in modo meno distruttivo o non distruttivo. Che si può contribuire a creare un’infrastruttura energetica non basata sulle fonti fossili. Che si può combattere il consumismo opponendosi all’uso indiscriminato della plastica, alla rottamazione del vetro, battendosi per il riuso degli oggetti, imparando ad aggiustare le cose usando il molto che sappiamo sul loro funzionamento, ripensando il modo in cui si progettano e si costruiscono.
Possiamo soprattutto parlare con i nostri vicini, raggiungerli e impressionarli con le parole e l’esempio, sperando che parole ed esempio percolino oltre il nostro numero di Dumbar. Possiamo crescere i nostri figli nella consapevolezza di quello che ci attende. Possiamo iniziare a pensare al dopo collasso, perché il collasso ci sarà, statene sicuri.
Non sappiamo dove comincerà né esattamente come (anche se un nuovo collasso finanziario sarà probabilmente il primo evento scatenante), né esattamente quando (ma non ci illudiamo, questa società ha i lustri contati. Io scommetto per un massimo di 15 anni). Ma quando sentite parlare di proiezioni economico-sociali al 2050 non ci credete. Nel 2050 la società umana funzionerà con leggi diverse da quelle attuali.

Ognuno può immaginare quello che preferisce. Io mi astengo dall’immaginare troppo perché non ci sono gli strumenti per prevedere gli esiti di un collasso di queste proporzioni.

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