La Turchia al salvataggio di Daesh ed altri disastri

Siria, 12 Marzo 2016
Siria, 12 Marzo 2016

Il buon Leo Longanesi era solito dire che la Storia non si ripete ma fa la rima. Non so a voi ma a me, inguaribile gufo (e rosicone) la tragedia Siriana ricorda, in qualche modo, la guerra civile Spagnola.

Non certo per il gioco delle forze e delle ideologie in campo ma piuttosto per il fatto che una tragica guerra civile diventa il pretesto per un test delle tecnologie delle rispettive forze e debolezze e della solidità di blocchi contrapposti. A quei tempi ovviamente, patto d’acciaio contro Russia ( con osservatori USA ed inglesi) oggi Russia e Nato.

Sembrano insomma le prove generali di un bel conflitto mondiale, tanto per cominciare bene il nuovo millennio. Certamente in parecchi stanno scrocchiando le nocche e flettendo i bicipiti, in attesa dell’occasione buona per menare le mani sul serio.

Ma proviamo ad entrare nel merito, per quello che un peon fiorentino può capire di questo sanguinoso e tragico garbuglio.

La cosa che a me pare tremenda è che, in ultima analisi, appare sempre più evidente come questa tragedia sia stata fomentata, favorita e poi foraggiata e finanziata oltre che dai soliti “misteriosi” fiancheggiatori arabi, da uno stato  a parole moderato e laico. La Turchia, forse speranzosa di poter mettere le mani, in qualche modo, su una Siria disintegrata ( e sui suoi pozzi di petrolio) o più semplicemente di creare un protettorato in grado di tenere a freno le mire indipendentiste curde.

Per oltre un anno, di fronte al rischio evidente di un genocidio, basterà ricordare Kobane, la Turchia se ne è stata buona. Anche troppo: ricorderete i soldati turchi che assistevano alla battaglia che si svolgeva a poche centinaia di metri di distanza, senza muovere un dito.

MAPPA-SIRIA-ISIS-GIUGNO-2015-JUNE-2015
Siria Maggio 2015

Poi, con l’inizio dei bombardamenti USA e russi, la marea si è invertita ed i curdi hanno prima scacciato l’Isis dalle terre con popolazione in maggioranza curda e poi via via anche da quasi tutta la fascia di confine con la Turchia ( potete fare il confronto da soli fra la situazione nel Maggio del 2015 ed ora).

Anziché aiutarli a completare l’opera, così ponendo fine alla strage, dato che l’Isis, senza sbocchi verso il mare sarebbe rimasta senza rifornimenti di armi e munizioni e quindi sarebbe stata rapidamente spazzata via, la Turchia ha deciso di passare all’ azione.

Per fermare i curdi, non l’Isis. In mezzo a prove sempre più concrete di un diretto coinvolgimento nella compravendita di petrolio contro armi,

cisterne distrutte in un attacco russo
cisterne distrutte in un attacco russo

con il califfato, con voci di un coinvolgimento diretto nei traffici della famiglia di Erdogan, alla ricerca disperata, addirittura, di un casus belli ( si veda l’abbattimento dell’aereo russo) che potesse obbligare la Nato a schierarsi dalla sua parte, posta alle strette ha riesumato, è ovviamente solo una ipotesi, i classici metodi da “false flag” per giustificare l’inizio dei bombardamenti contro… l’YPG.

Visto che era difficile inventarsi un incidente alla frontiera ci sono voluti un paio di attentati per coinvolgere l’opinione pubblica interna ( che aveva comunque poco bisogno di essere convinta) ed internazionale che l’YPG è una organizzazione terrorista, che come tale va fermata e, nel caso bombardata sul territorio siriano, in modo da impedirgli ulteriori conquiste ( che sarebbero ai danni dell’ISIS, bene chiarire di nuovo).

Certo questo fa MOLTO comodo all’ISIS-DAESH.

Anzi: per ora ne garantisce la sopravvivenza.

Certo: questo rende sempre più vergognoso il silenzio ipocrita dell’occidente.

( continua)

 

Rivoluzione pigra: keep calm e gufa

Post già pubblicato col titolo: “Davvero vuoi la rivoluzione ? Elogio del Luddismo pigro” su Effetto risorse il 11 marzo 2016

Una delle tante leggende metropolitane che circolano è che ci voglia una rivoluzione per rovesciare un sistema corrotto ed inefficiente.

Sbagliato.

In molto grossolana approssimazione le rivoluzioni storiche si possono dividere in due grandi categorie: quelle che hanno vinto e quelle che hanno perso.

Cominciamo dalle seconde.   Cosa hanno in comune sommosse avvenute in luoghi e tempi lontanissimi?   Due cose: la prima è che la gente si ribella quando non ne può più.    La seconda è che, alla fine,  la gente esausta accetta condizioni molto peggiori di quelle da cui era partita.

Le rivoluzioni che vincono, si dividono ancora in due categorie: quelle che ottengono qualcosa e quelle che stravolgono il sistema.   Le rivolte che portano a riforme, di fatto sono una dinamica interna al sistema stesso che, in questo modo, corregge alcuni errori e riesce a tirare avanti ancora.
Lo abbiamo visto, per esempio, con la lotta per il voto alle donne.

Le rivolte che stravolgono il sistema quasi sempre ne insediano un altro peggiore.    Ne hanno fatto l’esperimento i francesi che hanno ghigliottinato Luigi XVI per trovarsi nelle mani prima di un manipolo di terroristi ben peggiori dall’attuale ISIL; e poi per 20 anni in quelle di un dittatore megalomane.
Lo hanno sperimentato i russi che si sono sbarazzati del regime zarista per cuccarsi Stalin.    E si potrebbe andare avanti.

Gli esempi di rivoluzioni che hanno instaurato sistemi completamente diversi dal precedente e (almeno temporaneamente) migliori sono stati veramente pochi.   Per esempio la “Rivoluzione Meiji”, condotta dall’Imperatore in persona; roba da giapponesi.   Oppure la “non guerra di indipendenza indiana” che ha ottenuto l’indipendenza dall’Inghilterra proprio perché non è stata combattuta.

Dunque vogliamo rovesciare o vogliamo salvare il sistema?   Ognuno ci pensi bene perché cercare di correggerne le macroscopiche nefandezze non fa altro che aumentarne l’efficienza e , quindi, la durata.

Lo abbiamo ben visto noi stessi.    Uno dei fattori che ha favorito il capitalismo nel suo storico scontro col comunismo sono state le opposizioni ambientaliste e socialiste in occidente.   Sono loro, infatti, che hanno spuntato migliori condizioni per i lavoratori ed un minimo di tutela per l’ambiente, fattori risultati strategici per migliorare le generali condizioni di vita, dunque aumentare i consumi e consentire la crescita economica che c’è stata.

Dall’altro lato della cortina di ferro, il governo perseguiva sostanzialmente gli stessi scopi di sviluppo e di potenza dei governi occidentali, ma chi dava fastidio vinceva un viaggio premio di sola andata.    Il risultato è che il sistema, privo di una sostanziale opposizione, si è avvitato su sé stesso, finendo schiacciato sotto la propria inefficienza.

Stesso film, su scala ancor più vasta, è andato in onda dopo il parziale collasso sovietico.   Annichilite o marginalizzate le opposizioni (perlopiù con le buone, per carità), il sistema capitalista si è sviluppato liberamente, portando alle estreme conseguenze i propri presupposti.   E si è avvitato sempre più su se stesso.

Detto in termini tecnici: l’autodistruzione è il destino di qualunque sistema lasciato in balia delle proprie retrazioni positive.   In altri termini, sono i fattori limitanti che garantiscono la durata dei sistemi, proprio perché ne ostacolano la crescita.

Detto in parole povere, una società dove quelli che contano la pensano tutti alla stessa maniera non può che finire male.

E dunque che fare?    La rivoluzione !

Cosa succederebbe se perdessimo?   Che un sacco di gente avrebbe una dose supplementare di sofferenza non necessaria, in aggiunta a quella inevitabile che già non sarà poca.

E che succederebbe se vincessimo?   Che passerebbero delle riforme come il razionamento dell’energia e dell’acqua, la ridistribuzione dei redditi eccetera.   Tutti correttivi in grado di far durare il sistema per altri 50 anni.

Dunque, se davvero vuoi spaccare tutto, aderisci al “Luddismo Pigro”.   Il principio basilare è semplice: chi va in giro a spaccare robe prima o poi troverà qualcuno che spacca lui.   Se invece lasci che tutto fili esattamente come ora, il sistema non mancherà di disintegrarsi da solo il più rapidamente possibile.

E’ a quel punto che inizierà il gioco vero, che non sarà più puntellare una versione più o meno corretta del progressismo, ma costruire da zero qualcosa di completamente diverso.    Sarà un gioco molto duro, ma anche molto interessante che si farà col poco che sarà rimasto.   E che cosa è veramente indispensabile?

Biodiversità, fertilità, acqua e cultura; le civiltà si costruiscono con questo.

Dunque, invece di spaccare vetrine e bruciare macchine, bisogna cercare di guadagnare tempo e salvare il più possibile di queste quattro cose dalla mega-macchina tritatutto.

Ad esempio, riuscire posticipare la costruzione di una nuova strada sull’ultima striscia di bosco del tuo comune può essere utile.   Magari fra tre o quattro anni non ci saranno più i soldi per farlo.   Oppure restaurare un oggetto artistico od un monumento.    Prima o poi andranno comunque distrutti, ma più a lungo durano e più potranno ispirare gli artisti del futuro.

Biodiversità, fertilità, acqua e cultura sono le sole quattro eredità che contano.   

Invece di fare casino, cerchiamo di lasciarne il più possibile dietro di noi.

Trappole 2: L’ innovazione

innovazione

Uno dei mantra con cui si cerca di esorcizzare la crisi è quello dell’ innovazione.   Se un paese, un’impresa, un singolo lavoratore vuole essere competitivo deve innovare.   Più fai innovazione e più fulgido è il tuo futuro.  Chi rimane indietro verrà fatto fuori dalla concorrenza a tutto vantaggio della collettività perché questo è il meccanismo che rilancia costantemente il progresso, la crescita ed il benessere.   Ma siamo sicuri?

Effettivamente, fra due imprese in concorrenza è probabile che venda di più quella che ha i prodotti più alla moda e che sviluppa i processi più efficienti.   Ma se per innovare ha fatto dei debiti ed il mercato non tira abbastanza, non è detto che vada a finire bene.   Personalmente, ho conosciuto più di un caso in cui, nell’ambito di un settore in crisi, sono sopravvissute proprio le aziende più “all’antica” perché usano impianti già ammortizzati ed hanno processi produttivi più elastici.

Salendo di scala, buona parte della storia è fatta di come popoli più innovativi sul piano organizzativo, tecnico e militare abbiano fatto fuori gli altri.   Ma anche in questo caso, se l’ innovazione sicuramente conferisce un maggiore potere, genera anche ulteriori necessità.   Ad esempio, la precoce e spinta petrolizzazione dell’economia USA è stata uno dei fattori che ne hanno fatto la giga-potenza mondiale.   Ma ha anche condotto gli americani ad impantanarsi nel caos medio – orientale (fra l’altro).   Contemporaneamente, ha dato un contributo fondamentale all’inquinamento globale, che adesso sta erodendo le basi dell’economia.

Salendo ancora di scala, quale può essere l’effetto dell’ innovazione sul capitalismo globale?

Semplificando al massimo, il fondamento del sistema è l’accumulazione di capitale, non solo sotto forma di denaro, ma anche e soprattutto in forma di impianti, macchine, infrastrutture, maestranze, conoscenze, eccetera che costituiscono l’autentica ricchezza di una società.

Sappiamo che il capitale si accresce mediante investimenti e si erode mediante consunzione ed obsolescenza.   Cioè, il capitale cresce perché una parte del suo prodotto viene reinvestito per produrre nuovo capitale.   E man mano che il capitale cresce, cresce la quantità di risorse che possono essere investite e così via.   E’ la “crescita” tanto amata da tutti.
Ma per mantenere in efficienza il capitale è necessario investire una parte della produttività del medesimo.    Le macchine hanno bisogno di manutenzione, le maestranze mangiano, le strade vanno periodicamente asfaltate eccetera.   Perfino per conservare un simbolo come il denaro ci vogliono banche, polizia e molto altro.
Dunque più cresce il capitale, più cresce il suo prodotto, ma anche i suoi costi energetici di manutenzione, finché questi diventano tali da mettere in crisi il sistema.    E’ uno degli infiniti esempi di come i Ritorni Decrescenti rallentano ed infine bloccano la crescita dei sistemi.

Ma niente paura!   L’innovazione ci permette di rendere sempre più produttivo il nostro capitale, così come di ridurre le risorse necessarie alla manutenzione.    Vero, ma anche qui si pone un problema di Ritorni Decrescenti.   “Accelerare l’ innovazione” è esattamente sinonimo di “accelerare l’obsolescenza”.   Più rapidamente si innova, più rapidamente si dovranno sostituire pezzi di capitale, anche trascurando la truffa dell’obsolescenza programmata.   Lo vediamo in maniera esagerata con i computer, ma lo stesso fenomeno riguarda qualunque parte del capitale materiale che sostiene una società: strade, impianti industriali, immobili, macchine, eccetera.   Ma succede anche col capitale immateriale: più rapidamente vengono superate le conoscenze tecniche e scientifiche, più bisogna investire in aggiornamento e/o sostituzione del personale, adeguamento dei programmi scolastici e via di seguito.

E’ pur vero che in molti campi (anche se non tutti) le nuove tecnologie hanno bisogno di una minore manutenzione o (soprattutto) di meno personale addetto.   Ma anche quando effettivamente si riducono i costi di manutenzione, accelerando il ricambio si aumentano quelli di ammortamento.   Anche in questo caso, arriva quindi un punto in cui lo scapito è maggiore del guadagno ed ogni ulteriore progresso tecnologico aumenta e non riduce i costi aggregati.

Infine, è necessario fare almeno un cenno al fatto che con il termine “innovazione dei processi produttivi” di solito si intende dire “licenziamo un po’ di gente”.    Anche in questo caso, finché vi sono i presupposti per una rapida crescita economica poco male, perché la gente che perde un impiego di solito ne trova un altro.   Ma quando i presupposti sono per una stagnazione, o peggio, dell’economia, chi perde il lavoro diventa suo malgrado un peso per la società.

Questa è la trappola:
L’innovazione è ciò che ha consentito alla nostra specie prima ed alla nostra civiltà poi di dominare il Pianeta.
A livello di singoli soggetti, può anche continuare ad essere una strategia vincente.   Ma da quando siamo entrati in una fase di stagnazione (o più probabilmente di recessione) di lungo periodo, l’innovazione rischia di giocare un ruolo fortemente negativo a livello generale.

In pratica, quello che favorisce i singoli soggetti danneggia il sistema di cui questi stessi fanno parte.

Il fallimento dell’architettura moderna (reloaded)

casa-sulla-cascataTra le varie crisi e fallimenti che ci circondano, nel generale dissesto di un po’ tutta la nostra società, mi sembra singolarmente evidente, per oggettiva visibilità, il clamoroso fallimento dell’architettura contemporanea, in particolare in Italia ma ovviamente estendibile a tutto il resto del mondo, con mille e mille sfumature. Senza stare a sfrucugliare tanto, i grandi padri dell’architettura moderna, ad esempio Frank LLoyd Wright e  Le Courbusier due fra i fondatori dell’architettura razionalista, speravano che un approccio appunto razionale all’architettura avrebbe permesso di superare quello che sentivano come vuoto accademismo ed estetismo (degli edifici classici); analizzando i BISOGNI e gli scopi di persone ed edifici, speravano di poter dare il via ad una architettura funzionale, esteticamente soddisfacente, economica e a dimensione umana. Benche’,a mio modesto avviso, specialmente nelle discutibili pretese di realizzare “unità di abitazione” serializzate, di Le Courbusier ci siano già i germi del successivo disastro(«Occorre creare lo spirito della produzione in serie, lo spirito di costruire case in serie, lo spirito di concepire case in serie») almeno si cercava di riferire alla misura dell’uomo gli edifici (cfr il modulor sempre di Le Courbusier), si concepiva un inserimento nell’ambiente (lacasa sulla cascata di Wright, la foto di questo post), si consideravano valori importanti quelli della coibentazione, dell’isolamento, dell’equilibrio formale ed addirittura del ritmo musicale delle parti. Il punto è che i geni sono rari e certe mode sono pericolose. Il cemento armato e la realizzazione di edifici visti come macchine per abitare  è dilagato degeneratamente in tutto il mondo come una pandemia urbanistica, producendo le orrende città che abbiamo sotto gli occhi. Il fallimento totale, assoluto ,irredimibile dell’architettura moderna, a parte (a parte??) gli enormi problemi di durata ed energetici che la maggior parte degli edifici dovranno affrontare è sotto gli occhi di tutti. Evidente, universale, nella sua disperatante disumanizzazione delle funzioni fondamentali dell’abitare che i padri fondatori credevano di garantire efficacemente, diffusamente ed economicamente. Consideriamo solo il lato estetico. Osservate, poniamo, cento edifici, anche presi casualmente in una qualunque parte del mondo, che abbiano piu’ di 60 anni. La maggior parte non sarà certamente un capolavoro. Ma nell’insieme solo pochi appariranno BRUTTI. Una certa unità stilistica, semplicità dei materiali e finitura, qualità della realizzazione ed equilibrio di forme, colori e dimensioni ci porterà a ritenerli, per lo piu’, non spiacevoli quando, specialmente qui in Italia, non decisamente gradevoli, desiderabili, in una parola: umani. Ora prendete, sempre in modo casuale cento edifici moderni, con meno di 60 anni. Quanti fra essi ci appariranno men che brutti, squallidi, banali, insignificanti o addirittura mostruosi e disperatamente inumani? Non dico ovviamente che non esistano realizzazioni spettacolari anche nell’architettura moderna. Il punto è che sono rare, troppo rare, in un mare di disperante squallore come le ere precedenti non hanno mai conosciuto. Non è un caso che questo sia successo, ovviamente, e il motivo principale nasce daimateriali utilizzati che hanno portato a certe scelte naturalmente, per meri motivi economici. Su questo si è sommato una certa concezione di modernismo, ancora tragicamente in atto, che tende a vedere gli edifici come OGGETTI  o eventualmente come MACCHINE per abitare, lavorare, produrre, etc. Invece, santi numi, lo sappiamo benissimo, sono qualcosa di piu’. Per un Cro-Magnon uscito solo ieri l’altro in termini evolutivi, dalla sua caverna, la casa è la TANA. Un posto che dà o dovrebbe dare, calore, sicurezza, protezione, rifugio. La mediocrità, ammettiamolo, domina nelle cose umane. Dovremmo allora, nella consapevolezza che i geni sono rari, fare in modo che certi valori semplici, comprensibili, condivisibili, siano rapidamente ed efficacemente implementati in tutti i mille e mille piani regolatori, a partire dai materiali. Materiali tradizionali e tecniche tradizionali ad esempio impongono scelte che portano, con poche altre regole alla realizzazione di edifici di dimensioni, stili e materiali compatibili con la storia del territorio. I pochi casi in Italia dove si sono applicate regole semplici ma forti, di rispetto dell’edificato precedente, (alcune zone montane e marine, prevalentemente) se non hanno evitato la speculazione edilizia, hanno almeno evitato gli orrori ad essa associati nelle grandi città. Insomma: dal modulor di Le Corbusier

modulor

si è arrivati a Corviale,

corvialecon un processo logico che mi piacerebbe vedere denunciato, compreso, studiato e rigorosamente disapplicato nel futuro. Credo sia arrivato il momento del piccone risanatore e questa, infine, potrebbe anche non essere una cattiva notizia.

Pietro, Crisis What Crisis, 15 Dicembre 2008

La Fattoria degli animali, il Giustizialismo e la giustizia ai tempi della Crisi

img_8293Se pensate che il “giustizialismo” sia diventato una specie di “redutio ad Hitlerum“, una accusa buona per tutte le stagioni, qualcosa di vagamente infamante da spalmare su chi, sotto qualunque bandiera, in qualunque forma, momento, circostanza, si batte per un minimo di decenza pubblica e privata dei nostri politici o, più semplicemente della vita sociale, avete perfettamente ragione.

E’ usato proprio COSI’: come un epiteto che, di per se, senza ulteriori spiegazioni, connota la posizione di qualcuno come estremista, illiberale, esasperata, forcaiola. Basta una googlatina per convincersi.

A noi gufi&rosiconi e crisaioli incalliti invece sembra, molto semplicemente, un’arma di distrazione di massa. Quando qualche inchiesta o guaio clamoroso ( ad esempio il recente crack bancario di banca etruria&co)  scoperchia il verminaio, sempre vagamente correlato alla sostanziale frenesia di un basso impero che si ostina a a mantenere usi e atteggiamenti di epoche più floride, ecco che immancabilmente arriva l’accusa di giustizialismo a questo o quel magistrato, dopodiché si apre ampio e confuso dibattito che ovviamente fa perdere di vista la sostanza della storia.

Ovvero che, con palmare evidenza, in Italia a forza di andare a caccia e stanare giustizialismi e giustizialisti ci si è seriamente dimenticati della Giustizia, di base  di forma e di sostanza.

Quella per la quale la Legge è uguale per tutti, visto che le patrie galere sono piene di pesci piccoli, spacciatori e ladruncoli, mentre i detenuti per reati da colletti bianchi ( tra i quali, si annovera, misteriosamente anche la corruzione la concussione ed altre varie malversazioni pubbliche e private) sono poche centinaia. Da questo punto di vista la questione è, oltre che di forma, di sostanza: nei tribunali italiani la scritta “La legge è uguale per tutti” è  stata sostituita, ormai da diversi anni, dalla vagamente inquietante: “La giustizia è amministrata in nome del popolo”, questa si di sapore “giustizialista” oltre che di per se arbitraria. Se vi ricorda la fine del libro “La fattoria degli animali” di Orwell, “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri” fate bene.

Infatti, nei palazzi del potere la forma è sostanza. Togliere la scritta “La legge è uguale per tutti” è qualcosa che non si fa senza un motivo. Ad esempio: stabilito che la Legge ( ai senso dell’articolo 101 della Costituzione, peraltro) è amministrata nel nome del popolo,  si può anche stabilire che il popolo, o per meglio dire i suoi rappresentanti eletti ( eletti? eletti?! ELETTI?!!?! AHA!!), decidano di approvare leggi che rendano il compito dei magistrati difficile, inutile, faraginoso, frustrante, in poche parole LENTO, allo scopo di renderla un poco MENO uguale per tutti.

Perché, si sottintende, i nostri rappresentanti politici ( ops, volevo dire i cittadini, quelli benenestanti, che possono pagare parcelle adeguate, ovviamente) sono un poco meno uguali degli altri  e poverini, devono essere difesi dai giustizialisti che vorrebbero allontanarli dalla vita pubblica, in attesa che chiariscano le loro responsabilità davanti ad un giudice. I tempi lo sappiamo sono lunghi, i ricorsi numerosissimi, i filtri altrettanto. Non è sempre stato così, le cose sono precipitate negli ultimi anni, ovviamente per colpa … dei giustizialisti.

In verità quello italiano, per chi se lo può permettere, è il sistema più garantista del mondo. La prima garanzia, purtroppo, essendo quella di sostanziale impunità per coloro che sono in grado di affrontare le spese di tre gradi di giudizio. Le soluzioni sarebbero semplici e intellettuali, studiosi, costituzionalisti, magistrati  ( tutti immediatamente tacciati di essere di volta in volta giustizialisti o, ultimamente, gufi e rosiconi) le hanno enunciate tante volte che do per scontato che i 4 lettori di questo blog le conoscano: ne citerò solo un paio: la prima importante e di elementare attuazione ( e già presente nel nostro codice penale prima delle suddette modifiche) essendo la sospensione dei tempi di prescrizione in caso di ricorso in appello; il che, ovviamente, farebbe cadere immediatamente un bel numero di ricorsi pretestuosi, di fronte alla possibilità alternativa di patteggiare la pena.  La seconda, invocata a parole  da tutti e disapplicata costantemente nella prassi, anche recente, è l’applicazione di un codice deontologico largamente condiviso che comprenda la sospensione delle candidature e dalle cariche per i politici che ricevono un avviso di garanzia, almeno per fatti di corruzione o malversazione. Questo perchè, al di la di tutto, un politico sul cui capo pende una possibile condanna è ovviamente una persona distratta, psicologicamente debole, malleabile, non autorevole.

A parole sono tutti d’accordo, ovviamente ma… guai  ad esagerare, ovvero guai a coloro che pretendono che alle parole seguano i fatti!

Ovvero che ” fanaticamente” insistono perché in ultima analisi, i crimini vengano perseguiti senza costruire sbarramenti di parole, fumisterie politiche varie e provvedimenti ad hoc e sopratutto si arrivi in tempi celeri alla condanna e/o proscioglimento degli indagati ( una delle due cose e non solo e sempre la seconda).

Questo è giustizialismo!! come ha ricordato pochi giorni fa il mio ex sindaco.  Sempre giustizialismo è, nel nostro paese, il giornalista d’inchiesta che non si rassegna alla vulgata ufficiale ma persegue attivamente la verità e sbugiarda le mille e mille ipocrisie e/o menzogne e distinguo che sempre si alzano ad ogni inchiesta un minimo scottante ( e lo scandalo ovviamente non sono MAI i contenuti delle intercettazioni ma il fatto che i giornalisti, facendo il loro dovere, li rendano pubblici, GIUSTIZIALISTI!!!)

Il buffo è che giustizialismo, crasi di Giustizia e socialismo, storicamente era il motto del movimento peronista argentino. Al netto delle parole d’ordine populiste e demagogie varie, ci si proponeva proprio di ridurre le diseguaglianze sociali di fronte alla legge e nella società. Insomma di dare o ridare pari opportunità e pari diritti sostanziali a tutti i cittadini di fronte alla legge e nella società.

Credo che, ai tempi della mamma di tutte le Crisis, salvo per chi fa parte del famoso 1% e se ne sente automaticamente minacciato ( e con un minimo di saggezza e lungimiranza anche per questi pochi fortunati) si dovrebbe prendere in seria considerazione questa dimenticata origine, riflettere su quali sono le richieste dei cosiddetti giustizialisti e convenire che, se non vogliamo tornare al guidrigildo ed alle ordalie o a qualche moderna riedizione neo medioevale cyber-punk, via via che la distanza tra oligarchia e “popolo” aumenta, faremmo davvero bene a chiederci cosa significa DAVVERO oggi essere tacciabili di giustizialismo. Magari decidere, dopo tutto, di essere proprio quello: giustizialisti, se esserlo significa lottare, propugnare o almeno sperare che, alla buona ora, la legge sia uguale DAVVERO per tutti.

E possibilmente contribuisca a ridurre e non ad aumentare la distanza tra cittadini e governanti, tra persone comuni ed elite oligarchica.

Trappola 1: buoni e cattivi.

Di Jacopo Simonetta.

lavagna-buoni-e-cattiviAi bambini si insegna che ci sono buoni e cattivi, sarebbe difficile fare diversamente. Ma il problema è che molti mantengono questo modo di pensare anche da grandi e questo è un problema serio, fra i tanti altri.    Il fatto che se “A” è cattivo, “B” nemico di “A” deve essere buono traspare spessissimo nell’atteggiamento di persone anche di ragguardevole cultura.   Quel che è peggio, in quello di persone di ragguardevole potere.
Forse l’esempio più macroscopico e drammatico è stato il parziale collasso dell’impero sovietico.   Dopo 50 anni di Guerra Fredda, il fallimento del comunismo è stato letto dai più come la dimostrazione della validità del capitalismo.   Che potessero essere sbagliati entrambi ha sfiorato ben poche e del tutto marginali meningi.   Oggi si cominciano a pagare le conseguenze di questo catastrofico errore.
Un esempio meno drammatico, ma istruttivo, ci viene dal discorso tenuto da Sergei Lavrov alla 31 sessione del Consiglio sui Diritti dell’Uomo tenutosi a Ginevra il 29 febbraio 2016.  Un discorso che è stato accolto con rabbia od entusiasmo dalle opposte fazioni.   A mio avviso un discorso interessante proprio per verificare come si può agevolmente mentire dicendo il vero.
Vediamo, in sintesi che ha detto:
1 – Le “primavere arabe” hanno portato disastri umanitari, anziché libertà e benessere. Vero (con la parziale eccezione della Tunisia e solo per il momento), ma lo si sapeva da subito.   Le rivolte sono nate per l’esasperazione di situazioni maturate nei decenni ed afferenti perlopiù alla sovrappopolazione.   Rovesciare  regimi corrotti e più meno feroci non poteva certo risolvere la situazione.
I francesi e gli inglesi (con il supporto USA) hanno sostenuto la rivolta in Libia ed i russi hanno sostenuto il governo in Siria.   Non mi sembra che i risultati siano esaltanti in nessuno dei due casi.
2 – I Diritti dell’uomo vengono regolarmente strumentalizzati per fini politici. Vero anche questo. Gli occidentali non hanno infatti lesinato aiuti a personaggi del calibro di Saddam Hussein e Gheddafi, quando gli facevano comodo, per poi farli fuori quando lo hanno ritenuto opportuno. Quando la Russia ha semi-distrutto la Cecenia abbiamo lasciato fare perché ci faceva comodo, mentre ci siamo precipitati in Kosovo, sempre perché ci serviva.  Del resto, non penso proprio che Putin e Lavrov abbiano grande stima di Assad, ma per ora gli è utile. Lo stesso hanno sempre fatto e fanno i governi “imperialisti” in senso molto lato.
Ci sono alternative?   Non lo so, ma non è rinfacciandoci l’un l’altro di fare le stesse cose che troveremo una soluzione. E, d’altronde, in Kosovo come in Cecenia e altrove, è vero che una potenza imperialista si è imposta con la violenza, ma le truppe sconfitte non erano certamente delle dame di carità.
3 – In Europa orientale ed in particolare in Ucraina e Polonia stanno risorgendo partiti neonazisti fanaticamente anti-russi che le autorità europee tollerano. Vero anche questo, come è vero che la Russia intrattiene rapporti di stretta collaborazione con Forza Nuova, Fronte Nazionale, Jobbik ed altri partiti apertamente filo-russi.  Svoboda ha mandato miliziani anti-russi nel Donbass, mentre Forza Nuova ne ha mandati a sostegno dei filo-russi.    Chi sostiene l’estrema destra fascistoide in Europa?
4 – La Turchia arma i miliziani dell’ISIS. Di questo sono personalmente convinto, ma non può darsi per certo.   Diciamo che è probabile, perlomeno fino ad un certo punto.   E certamente la Turchia sta giocando su molti tavoli contemporaneamente con il duplice scopo di far fuori sia i curdi che Assad. Ma l’aereo russo abbattuto dai turchi non stava bombardando posizioni dell’ISIL, bensì i ribelli turcomanni. Una delle tante milizie etniche afferenti al cosiddetto “Esercito Siriano Libero”. Definiti in occidente “ribelli moderati”, ma sulla cui moderazione mi permetto di avere dei dubbi. Certo, dai dati disponibili risulta che circa l’80% dei civili li ha ammazzati il governo, ma forse solo perché è l’unico a disporre di aviazione ed artiglieria.
Alla fin fine, la “moderazione” dipende prevalentemente da due fattori. Uno militare: quale è il volume di fuoco di cui disponi? Il secondo è politico: a chi e quanto fai comodo?
Basti pensare che fino poco tempo fa ci sentivamo dire che l’Arabia Saudita è un paese moderato! Mentre da qualche mese comincia a diventare moderato l’Iran.   Staranno cambiando le alleanze, oppure i governi in questione?
5 – Gli occidentali sono degli ipocriti che dicono di voler accogliere i profughi per poi maltrattarli in modo che smettano di venire. Verissimo anche questo, ma come mai il flusso di profughi aumenta con l’avanzare delle truppe di Assad?   E come mai i profughi siriani che arrivano in Russia poi cercano di arrivare in Scandinavia?  Certo bombardamenti e combattimenti non sono l’unico fattore in gioco. Molto del flusso è infatti prodotto dai turchi per fare pressione sull’UE.   Ma è anche vero che molti siriani temono il ritorno dell’ordine quanto e più del disordine. Non dimentichiamoci che tutti i fattori scatenanti la rivolta del 2011 sono uguali o molto peggiori di allora e che l’unico modo realistico per imporre l’ordine pubblico in una simile situazione è il terrorismo.
Con ciò i russi sono cattivi e noi buoni?   Oppure viceversa?   Magari nessuno dei due.   Allora, siccome sono tutti cattivi sono tutti uguali? Neppure.
Intanto se i buoni scarseggiano alquanto, esistono comunque i cattivi ed i pessimi, ma soprattutto esistono gli intelligenti ed i fessi. Ancor più, le stesse persone e gli stessi governi fanno a volte cose intelligenti ed altre cose stupide.   Infine, ci sono cose che giovano il mio Paese e cose che lo danneggiano e non sta ai governanti esteri provvedere alle nostre necessità, bensì ai nostri.

Il populismo è di moda, ma sappiamo cos’è?

 

George OrwellOggi  “pupulista” è un insulto e lo era spesso anche in passato.   Eppure proprio questa eterogenea matrice ha prodotto l’unica seria opposizione a quegli ideali di “progresso” perseguendo i quali siamo giunti esattamente dove siamo oggi.

Con questo non intendo certo idealizzare i populisti del passato.   Chi ha vissuto in un paese ancora 40 o 50 anni fa, ha un’idea di quando schiacciante può essere quella “common decency” tanto cara ad Orwell.   Ma tengo a far presente è che il populismo odierno ha ben poco in comune con quello del passato.   In particolare per la tendenza che i movimenti populisti odierni hanno per i capi autoritari, le fantasie nazionaliste e l’ assistenzialismo di stato.   Tutti elementi che i populisti del passato disprezzavano profondamente.

Una differenza che probabilmente dipende in parte del fatto che i movimenti del passato sorsero ed insorsero a difesa di una tradizione antica e, all’epoca, ben viva.   Una tradizione che la trasformazione dei lavoratori in proletari o consumatori, a seconda dei casi, ha completamente distrutto, lasciando un sentimento di rivalsa che non riesce ad avere costrutto.

Il populismo ieri.

A scuola, sembra che il storia del pensiero politico moderno si riassuma nello scontro fra due grandi scuole: quella liberal-capitalista e quella socialista che né è uscita sconfitta.   La realtà è, come sempre, parecchio più complicata.

Tanto per cominciare, le due citate scuole di pensiero non erano poi così antitetiche.   Condividevano infatti una comune ideologia di fondo: il progresso inteso come inarrestabile processo di miglioramento della condizione umana.   Del resto, entrambe si rivendicavano legittime eredi dell’Illuminismo, visto come la grande rottura fra un “prima” fatto di miseria morale e materiale, oscurantismo, persecuzione e quant’altro; ed un “dopo” proiettato in un futuro radioso.

Dunque lo scontro fra le due scuole, non di rado sanguinoso, fu sostanzialmente su quali fossero i mezzi più efficaci per raggiungere lo scopo comune.   Se mediante un’accumulazione di capitale privato oppure di capitale statale, se tramite una liberalizzazione delle attività economiche, oppure una pianificazione delle medesime, eccetera.   Ma per entrambe contrastare il progresso era affare di aristocratici parassiti, nostalgici, romantici perdigiorno, retrogradi, corporazioni oscurantiste, borghesi bigotti, masse abbrutite dall’ignoranza o nemici del popolo, secondo il caso.

In una serie di post pubblicati su “Effetto Risorse” (qui, e qui) ho cercato di tracciare l’origine di questa singolare visione del mondo.   Qui vorrei accennare invece a quelle “forze oscure della reazione in agguato” che le si opposero.

Secondo la vulgata, in prima fila ci sarebbe stata l’aristocrazia molle e parassita dell’”Ancien régime”, retaggio di un mondo feudale sinonimo di ogni orrore.   Solo che, sorpresa, l’Ancien Régime era quanto mai moderno.   Ed era nato proprio dallo sforzo di molti stati di chiudere definitivamente i conti con gli ultimi strascichi di una tradizione feudale oramai decotta.   La modernità, teorizzata e caldeggiata dai progressisti, nella seconda metà del XVIII secolo erano gli stati nazionali retti da autocrati “illuminati”.   Vale a dire promotori a tempo pieno di quella rivoluzione industriale che cominciava a delinearsi.   Del resto, le grandi famiglie dell’epoca erano composte perlopiù da banchieri, industriali ed alti funzionari.   Le proprietà terriere ed i castelli in qualche caso erano una pittoresca eredità, in altri un acquisto recente destinato a dare lustro a nomi e cognomi privi di storia.

Chi, invece, si oppose fieramente, da subito e per oltre un secolo alla visione progressista del mondo fu un’eterogenea accozzaglia di movimenti in cui confluirono e defluirono personaggi molto diversi.   Anche un certo numero di latifondisti ed intellettuali certo, ma principalmente artigiani, operai e contadini proprietari della terra.   Ivi compresa parte della piccola aristocrazia di campagna, marginalizzata ed impoverita dallo sviluppo dell’industria e della finanza.

rivolte luddisteUno dei primi e più famosi di questi movimenti fu quello dei “Luddisti” che sfociò in vere e proprie sommosse represse nel sangue.   Lo scopo che animava questi ribelli era soprattutto la salvaguardia della dignità del lavoro artigianale e manuale.   La meccanizzazione e la specializzazione dei ruoli in fabbrica erano visti infatti come degradanti per i lavoratori.   Ma ancor più era avversata l’istituzione del lavoro dipendente salariato.

Oggi che sempre più gente anela ad un salario che non può avere sembra incredibile.   Ma fin’oltre la metà del XIX secolo l’imposizione del regime salariale era visto da molti dei diretti interessati come una vera e propria forma di schiavitù.

Solo in alcuni casi da questi movimenti nacquero dei veri partiti, come il People’s Party in USA ed il Narodničestvo in Russia, spesso confusi con partiti socialisti.   Ma al contrario di questi, i populisti vedevano nella grande industria, nella meccanizzazione ed elettrificazione nient’altro che potenti mezzi per meglio proletarizzare e sfruttare i lavoratori.

Come fondamento dell’edificio sociale proponevano non già la dittatura del proletariato od il benessere, bensì quell’insieme di valori e comportamenti radicati nella tradizione popolare che davano identità, struttura sociale e resilienza alle classi lavoratrici.   Difendevano quindi la proprietà privata e gli antichi diritti d’uso civico;  avversavano invece i monopoli ed il latifondo, come pure la statalizzazione dei mezzi di produzione.   In alternativa, tentarono di costituire cooperative che quasi sempre fallirono perché avversate sia dai liberali che dai socialisti, sia pure per opposte ragioni.   Rifiutavano l’ingerenza dello stato, come anche dei sindacati di partito, nelle loro faccende, preferendo organizzarsi autonomamente in strutture di remota tradizione e spesso divenute illegali come le ghilde, le confraternite e le società di mutuo soccorso.

StalinSicuramente il più tragico evento legato a questa tradizione fu l’Holomodor (dai 3 ai 9 milioni di morti secondo le stime) con cui tra il 1932 ed 1933 Stalin chiuse definitivamente la partita con la pretesa di contadini ucraini di rimanere economicamente autonomi.

 

Il populismo domani?

Nei due secoli che hanno preceduto la totale egemonia dell’ideologia progressista ci furono anche altri ed importanti movimenti politici, basti citare gli anarchici ed i monarchici, su barricate opposte.   Qui ho voluto rievocare fugacemente il populismo delle origini perché tutti noi stiamo scivolando giù per la china del “dirupo di Seneca” senza reagire.   Le ragioni sono molte e una fra queste penso sia che siamo terribilmente a corto di idee politiche; forse conoscere meglio il passato potrebbe stimolare la nostra creatività.

Purtroppo, il fallimento dei sistemi socialisti è stato erroneamente interpretato come la dimostrazione della giustezza del sistema capitalista.

Perfino il movimento ambientalista, che avrebbe potuto rappresentare la vera novità politica del XX secolo, si è dissolto nella matrice progressista, disgregato in un ala filo socialista (maggioritaria in Europa occidentale) ed una filo-liberale (maggioritaria in Europa orientale).

E man mano che diventa evidente che anche il capitalismo ha fallito e con lui il progressismo tutto, ci troviamo nel vuoto completo.

E dal vuoto, come diceva Gramsci, nascono i mostri.

neonazisti

 

 

Elezioni e democrazia sono sinonimi?


democraziaItaliaPer consolidata abitudine mentale, consideriamo che la democrazia consista nell’esercizio del voto, ma sempre meno gente va a votare e praticamente più nessuno si sente rappresentato da chi viene eletto.  Men che meno gli eletti si fidano di coloro che rappresentano.    Evidentemente qualcosa è andato molto storto e vorrei affrontare il tema in una prospettiva storica, sia pure in versione telegrafica per restare nei limiti di un post.

Un po’ di storia.

Di solito, si cita la Repubblica di Atene come diretto antenato delle democrazie moderne.  Non credo che sia corretto.   Organi di governo risalgono infatti al nostro passato paleolitico e probabilmente anche a quello pre-umano.   Tutti i mammiferi sociali hanno gerarchie precise ed i capi-branco sono quelli che mangiano per primi, scelgono il posto dove dormire, si accoppiano con i partner migliori; in molti casi sono gli unici che si riproducono.   Sono quindi quelli che lasciano la maggiore discendenza, ma non sono quelli che vivono più a lungo perché più di tutti si espongono al pericolo ed alla fatica quando il bisogno stringe ed il nemico incalza.   In pratica, i capi sono quasi sempre figli di capi, ma il loro ruolo deve essere costantemente accettato dagli altri, altrimenti si cambia.   Si chiama “legittimità”.

Nelle piccole bande di cacciatori-raccoglitori il capo è (o meglio era) un uomo giovane e robusto, ma anche stimato per la sua intelligenza e la sua capacità di parlare in pubblico.   Ed è qui che nasce la politica: il capo deve essere uno bravo in battaglia e nella caccia, ma anche saggio e capace di relazionarsi con gli altri.   Società più numerose e hanno richiesto strutture sociali più complesse ed elaborati sistemi di selezione delle gerarchie, ma con la stessa costante che troviamo nei lupi:la legittimità.   Il che significa che delle persone si riconoscono il dovere di ubbidire ad altri, mentre questi si riconoscono la responsabilità dei gregari.   I criteri per stabilire la legittimità possono cambiare molto, ma comunque se cessano di funzionare la società si disintegra.

atene-assembleaPer tornare ala repubblica ateniese, gli ingredienti con cui confezionare la dirigenza erano sostanzialmente 4: ereditarietà, partecipazione, sorteggio e voto.   Coloro che avevano i diritti politici erano solo i discendenti diretti di cittadini ateniesi residenti in città, maschi adulti liberi, proprietari di immobili, in regola con le tasse e che avessero completato l’addestramento militare.    In pratica circa il 10% della popolazione.

Costoro si conoscevano almeno di vista e passavano parecchio tempo a discutere fra di loro e non solo dei giochi olimpici.   Dunque era gente che partecipava quotidianamente alla vita politica della città, con un controllo sociale incrociato molto stretto e soggetta ad una fiera e frequente selezione.   Erano infatti loro a costituire la prima linea di battaglia nelle guerre che decidevano di fare.   Come erano loro che pagavano per intero le tasse che decidevano di imporre.

Tutti insieme costituivano l’Ekklesia, vale a dire l’assemblea che aveva sostanzialmente la funzione di votare le leggi proposte da altri cittadini, eleggere i comandanti militari ed un centinaio di funzionari, votare le dichiarazioni di guerra ed i trattati internazionali.   In questo gioco, evidentemente, contavano moltissimo il prestigio personale e familiare, la ricchezza e la capacità oratoria.   Si formavano quindi dei “partiti” che non si riferivano a differenti ideologie, bensì alle famiglie principali.   Proprio per limitare questo fenomeno, quasi tutti i magistrati ed i funzionari (circa un migliaio) erano designati per sorteggio e turnati rapidamente.
Su questo elemento vorrei attirare l’attenzione perché forse fu proprio l’invenzione chiave del funzionamento delle repubbliche urbane della Grecia classica e di moltissime altre forme di governo nella storia europea.

re medievaleFacciamo un salto di un migliaio di anni diamo un occhiata molto superficiale al funzionamento delle istituzioni feudali.   Non propriamente un esempio di democrazia, eppure vi troviamo gli stessi ingredienti visti ad Atene, sia pure confezionati in diverso modo.

Tanto per cominciare, il monarca veniva eletto dall’assemblea dei nobili e dei vescovi, la quale poteva anche, in casi estremi, revocare la designazione.   Di solito il nuovo re era uno dei figli del precedente monarca, ma non necessariamente e, comunque, neppure l’Imperatore poteva diventare tale se non veniva designato da un parlamento cui doveva poi rendere conto delle decisioni principali, specialmente in materia di tasse, politica estera e guerra.   In epoca merovingia i nobili laici erano nominati dal re, mentre i vescovi erano eletti dalle assemblee cittadine (tutti gli adulti: uomini e donne).   Vi furono anche parecchi vescovi figli di vescovi.   Successivamente e gradualmente, i feudi divennero prevalentemente ereditari, mentre la nomina dei vescovi passò al papato e/o a re ed imperatori.

Un aspetto importante è che la guerra era un affare esclusivo per coloro che decidevano in proposito, il che ne limitava efficacemente il numero.   Viceversa, sugli affari quotidiani della gente comune la chiave di volta del sistema era il “costume”.   Vale a dire la tradizione, così come ricordata dagli anziani e dai “prudent’uomini” che erano dei notabili, ma mai dei nobili.   Perlopiù contadini ed artigiani particolarmente stimati.   Qualunque questione rilevante si discuteva in un tribunale che in città era presieduto da un funzionario del re o del vescovo, mentre in campagna dal signorotto locale.   Ma la decisione era presa da una giuria di persone scelte per sorteggio.

Dunque un sistema in cui la politica è appannaggio esclusivo di una classe che perlopiù gode di un diritto ereditario e vi partecipa attivamente come già i cittadini ateniesi, ma percentualmente meno numerosa.   Viceversa, l’amministrazione quotidiana era largamente sotto controllo di una tradizione in costante evoluzione, ma vincolante anche per le massime autorità.

Non tutti gli stati medievali erano monarchie.    Vi furono anche diverse repubbliche, due delle quali, Andorra e S. Marino, esistono ancora.   Defunta, ma molto più importante fu la Repubblica di Venezia.    Anche questa retta su di una complicata combinazione di partecipazione, ereditarietà, elezioni e sorteggio.    Aveva una sua logica e, infatti, funzionò bene molto a lungo.   L’ereditarietà aveva la funzione di fornire persone preparate e conosciute, non ricattabili in quanto non potevano essere private del loro privilegi.   La partecipazione di un numero consistente di persone garantiva la più ampia visione possibile dei problemi.   L’elezione consentiva di selezionare le persone più stimate per i differenti ruoli.   Il sorteggio serviva, come sempre, a spezzare gli incuici, le camarille e le “lobby” che, allora come oggi, costantemente insidiavano il buon funzionamento degli organismi statali.

Nascita della democrazia moderna.

Con un altro salto giungiamo nel XVIII secolo.   La Serenissima esiste ancora, ma profittando dell’utopia illuminista del “dispotismo illuminato” gli stati principali sono diventati delle monarchie assolute.   Con la parziale eccezione dell’Inghilterra che più degli altri aveva conservato la tradizione medioevale.   Eppure proprio in Inghilterra scoppiò la prima e più importante rivoluzione della storia moderna: la Rivoluzione Americana.   Una pietra miliare non solo perché ne nacque lo stato più potente della storia (per ora), ma anche perché ne nacque l’identificazione fra democrazia ed elezioni che oggi diamo per scontata.   Dei quattro ingredienti base degli ordinamenti precedenti: partecipazione, ereditarietà, elezione e sorteggio, la costituzione americana ne conservò uno solo: l’elezione.  Il sorteggio rimase, ma solo per le giurie dei tribunali e con un ruolo molto ridotto rispetto al passato.  Tutte le cariche pubbliche, a partire dallo sceriffo, furono assegnate per elezione, tranne quelle che divennero appannaggio del governo, a sua volta nominato mediante votazione.

Una scelta fatta sostanzialmente per due ragioni.  La prima furono le distanze enormi e le difficoltà di comunicazione.   Gli ordinamenti europei erano relativi a comunità in cui le persone si conoscevano almeno di vista e, comunque, potevano comunicare fra loro.   Una cosa che in America era molto difficile, al netto di alcune città principali.  La seconda fu che i padri fondatori non avevano nessuna fiducia nella capacità di autogoverno delle plebe raccogliticcia che stava popolando il continente.   Ancor meno quando gli ordinamenti attuali presero forma definitiva, mentre masse crescenti di avventurieri e disgraziati sbarcavano a migliaia e dilagavano sul continente.   Un sistema esclusivamente elettorale, si pensò, avrebbe necessariamente favorito le poche persone capaci di raggiungere una certa notorietà in ambiti sufficientemente vasti.  Quindi persone presumibilmente capaci e motivate, sostenute da famiglie importanti o da gruppi consistenti di cittadini.

Fu proprio in questo periodo che il Visconte Alexis de Tocqueville visitò gli Stati Uniti per studiare questo strano fenomeno politico.   Il suo rapporto (La democrazia in America) è del massimo interesse perché, già allora, l’acume del francese aveva individuato il pericolo che, disse, avrebbe potuto portare al disastro un sistema siffatto.   Tocqueville lo chiamò “la dittatura della maggioranza”.   In un sistema esclusivamente elettivo, disse, il rischio maggiore era rappresentato dal fatto che si potesse catalizzare un blocco di opinione pubblica abbastanza coeso ed esteso da marginalizzare qualunque opposizione.    In una tale situazione, le libertà civili sarebbero venute meno e il rischio di decisioni dissennate alto.   Un pericolo che avrebbe dovuto essere contrastato dalla libertà di stampa, ma il nostro era abbastanza smaliziato da aver capito che l’alfabetizzazione di massa e la diffusione dei giornali potevano anche essere usati per costruire una tale dittatura.   Molto di più egli contava quindi sul più antico dei quattro elementi base: la partecipazione.  Cioè, ai suoi tempi, sulla rete ufficiosa di comitati locali ed associazioni mediante cui i cittadini si auto-organizzavano per far fronte alle difficoltà.    Questo tessuto non istituzionale, sosteneva, aveva infatti il compito di mantenere viva la coscienza collettiva ed alta la guardia contro le derive autoritarie ad ogni livello.

Circa un secolo più tardi la repubblica americana servì da esempio per la democratizzazione degli stati europei, con risultati finora tutto sommato positivi.  In effetti, è un fatto che le democrazie hanno assicurato ai loro cittadini una vita migliore e maggiori livelli di libertà rispetto agli altri paesi.   E, nel frattempo, hanno vinto sia contro le dittature di matrice nazi-fasciste, sia contro le oligarchie comuniste.   Ma  quando si è trattato di affrontare pericoli provenienti dalla propria struttura sociale ed economica , questi sistemi si sono dimostrati del tutto incapaci sia di prevenire, sia di reagire al pericolo.

Con una classe dirigente composta da professionisti dell’intrallazzo e della propaganda; ed una popolazione atomizzata in individui che lottano disperatamente per sé stessi, sognando un impossibile ritorno della prosperità,  non ci sono segni di luce in fondo al tunnel.

La dittatura della maggioranza alla fine si è verificata ed è quella che ha deciso che la crescita economica e demografica erano la strada maestra da seguire.   Adesso è facile scagliarsi contro l’esigua minoranza di coloro che, più spregiudicati e fortunati, continuano ad arricchirsi a scapito di tutti gli altri; ma la decisione di seguire questa strada è stata condivisa da tutti: ricchi e poveri, nord e sud.   Molto democraticamente.

La conseguenza di questo fiasco storico sono oggi le derive autoritarie e lo spionaggio di massa che ovunque stanno svuotando di significato gli ordinamenti democratici.   Se la storia davvero ci può insegnare qualcosa, abbiamo due strumenti per cercare di contrastare il fenomeno: sviluppare la democrazia di base e ripristinare il sorteggio per l’assegnazione di molti ruoli.

Purtroppo, il tentativo di reintrodurre elementi di democrazia diretta si scontra con la capacità dei poteri elettivi e delle lobby economiche di manipolare e/o vanificare questi processi.
Il sorteggio non viene neppure preso in considerazione, mentre potrebbe essere proprio il grimaldello per spezzare i meccanismi perversi e ridare senso anche alle elezioni.    L’ereditarietà oggi suona anacronistica perché era basata su di una tradizione completamente perduta, ma nomine a vita di persone particolarmente capaci, lungi dall’essere poco democratiche, potrebbero mettere in circolazione persone non ricattabili e non interessate al prossimo turno elettorale.

Democrazia-vignettaOvviamente, non esiste nessuna garanzia che una riforma radicale degli ordinamenti funzionerebbe.   Tanto più che dovrebbe essere fatta dalle stesse persone ed organizzazioni che sarebbe necessario scaricare.  Dunque non accadrà.   Ma intanto ci sono gruppi di persone che cercano di organizzarsi fra di loro.  A costoro vorrei semplicemente ricordare che, da quando esistono e finché sono esistite, le forme di governo non autocratiche sono stata basate su diverse combinazioni di quattro ingredienti: partecipazione, ereditarietà, votazione e sorteggio.  Era così nel paleolitico e credo che sarà così anche in futuro.

inutile illudersi: i conti correnti non sono garantiti. Seconda parte

paperone a cavallo di un forziereOk, SE vi siete sciroppati il post precedente avete un quadro di quale fosse la situazione otto anni fa. Ed ora? Dopo i “fallimenti” ( le banche non falliscono nello stesso modo delle altre imprese, piuttosto si attivano gli “strumenti di risoluzione” da parte della Banca d’Italia)di Banca Etruria&c? Quale è la situazione?

Beh, intanto, proprio quel fallimento, il PRIMO di queste dimensioni e così eclatante e, sopratutto, il primo dopo l’entrata in vigore del famigerato bail in, ci dimostra una cosa: che il Fondo Interbancario di Garanzia dei Depositi (oggi si chiama così) non ha liquidità ne strumenti finanziari per coprire nemmeno i conti correnti di QUEI correntisti. Ecco una prova:

Il Presidente del Fondo, Maccarone, annunciando lo stanziamento di 2.5 miliardi di euro per la tutela dei conti correnti sotto i 100.000 euro dei 4 istituti di credito coinvolti a Novembre ha ammesso, testualmente “se dovessero essere rimborsati i depositi garantiti delle quattro banche la somma ammonterebbe a 12,5 miliardi di euro”. Una cifra che il Fondo non ha e non avrà mai”. Schiacciante. tombale.

Non stiamo a sfrucugliare tanto: a parte il fatto non trascurabile che la CEE ha l’ultima parola su queste coperture di perdite dei correntisti, a parte il fatto che tali coperture seguirebbero tempistiche lunghe ed incerte, a parte il fatto che tutto potrebbe essere bloccato dal ricorso di qualche creditore, da una indagine giudiziaria, da qualche micidiale coacervo di tutte queste cause, la cosa fondamentale è stata detta. NON-CI-SONO-SOLDI!!

Come mai?

Beh per il motivo molto semplice che le banche hanno finanziato il fondo ( al quale sono iscritte obbligatoriamente in forma consortile) per lo 0.8% dei depositi garantiti. Impegnandosi, in caso di necessità, a coprire situazioni eccedenti le risorse del fondo. La credibilità di questo impegno è nelle parole di Maccarone. Zero, Nix, Nada, Nisba.

Il motivo, ovvio, è che l’INTERO sistema ha sofferenze che oscillano tra il 20% ed il 35% del totale degli impieghi ed è già di per se in una situazione di insolvenza. Come potrebbe, quindi, accedere alle cifre necessarie per mettere in sicurezza una grande banca? I magheggi stile Tremonti Bond, per salvare MPS , non sono più possibili causa normativa europea citata. Quindi?

Beh, QUINDI, il fondo non garantisce proprio nulla, perché ha già esaurito la sua liquidità con Banca Marche&C. Ma c’è di peggio. Ricorderete come, per settimane, la nostra sedicente stampa ed i nostri sedicenti giornalisti economici hanno combattuto estenuanti battaglie a colpi di obbligazioni subordinate, non subordinate, privilegiate, sfigate, cassintegrate, obbligazioni per modo di dire, obbligazioni quando capita etc etc etc. Si è cercato, vergognosamente di far passare decine di migliaia di cittadini italiani per speculatori, o sprovveduti o avidi profittatori ( per via degli interessi elevati “garantiti” da parte degli Istituti poi finiti nel cratere da loro stessi scavato). A parte il fatto che, nel 2012 a conti degli istituti già disastrati,  associazioni poste in teoria a garanzia dei consumatori  citavano come i migliori sulla piazza i conti correnti vincolati di banca etruria, il punto è, lo dice proprio il fondo interbancario, che non è garantito PROPRIO NULLA.

Non solo le obbligazioni subordinate, ma le obbligazioni tout court, in quanto investimenti. E le azioni ed i BOT E CCT. In generale: TUTTI i titoli di Stato non nominativi ( praticamente tutti) ed i libretti al risparmio (sempre non nominativi), insomma: TUTTO quel che avete investito in banca a qualunque titolo e forma, di principio NON è garantito, salvo i soldi sul conto corrente, che, come abbiamo visto, non sono garantiti per incapienza degli istituti che dovrebbero garantirli.

Ecco. Curioso, no, che praticamente nessun giornale o Media ve l’abbia detto CHIARAMENTE? Eppure, non mi sto inventando niente. Sarebbe bastato leggere le FAQ.

Agevolo, per i pigri:

COSA E’ GARANTITO?

  1. Conti correnti, depositi (anche vincolati), assegni circolari, certificati di deposito nominativi. ( nei limiti di liquidità su indicati ndr)

LE OBBLIGAZIONI, LE AZIONI E I TITOLI DI STATO SONO TUTELATI DAL FITD? 

  1. Si tratta di investimenti e non di depositi e pertanto non sono tutelati dal FITD.

I PRONTI CONTRO TERMINE SONO TUTELATI DAL FITD?

  1. No. Si tratta di investimenti e non di depositi e pertanto non sono tutelati dal FITD.

I CERTIFICATI DI DEPOSITO SONO TUTELATI?

  1. Sono tutelati dal FITD i Certificati di Deposito nominativi.
    Non sono tutelati i Certificati di deposito al portatore.

 

Inutile illudersi: i conti correnti NON sono garantiti. Prima parte

zio paperone e le bancheIntanto ripartiamo da un post storico del sottoscritto, Ottobre 2008, nei giorni del fallimento di Lehman& Brothers ( e dell’inizio ufficiale della mamma di tutte le Crisi). Con qualche lieve imprecisione, sono umano anche io, passò al vaglio serrato di DECINE di rilanci, di agenzia e non. Quindi, più o meno,  riassumeva la situazione in quei non remotissimi tempi. Digerito questo, in un secondo post, passeremo agli aggiornamenti intervenuti ed all’analisi della situazione attuale. Che sembra peggiorata. Consolatevi: non ci vorrà molto.

I CONTI CORRENTI SONO DAVVERO GARANTITI ? DUE MEZZE VERITA’ SOMIGLIANO
MOLTO AD UNA BUGIA

Ormai lo sapete:
noi di Crisis non abbiamo molta stima dell’informazione ufficiale, di
quella istituzionale ed anche di quella dei Media tradizionali.
E’ una sfiducia basata sui fatti e straconfermata dall’attualità.
Vi ricorderete la serie dei post sui rischi occulti dei mutui
italiani, anche quelli a tasso fisso.
Semplicemente basandomi sui FATTI dimostravo come, in realtà, il tasso
fisso NON ESISTE
, non in una situazione come quella di questi giorni
( mesi? anni?).
Ora vorrei scrivere due parole sulle garanzie che incessantemente vi
ribadiscono certe ed inossidabili, per i conti correnti fino a
103291,38 euro per nominativo (se avete un conto cointestato quindi la
cifra raddoppia). Questa cifra viene restituita in caso di necessità
dal Fondo di Garanzia Interbancario, che è costituito con una piccola
quota degli accantonamenti obbligatori di TUTTE le banche.

Per dare a Cesare quel che è di Cesare bisogna intanto dire che questo
fondo è stato istituito sotto il governo Prodi, nel 1996 (la bislacca
cifra è la traduzione in euro di 200.000.000 di vecchie lire).
Poi bisogna chiedersi cosa succede se, concretamente, una banca ha una
crisi di liquidità e non è più in grado di restituire, a semplice
richiesta, i depositi dei suoi correntisti (non è necessario che
fallisca).
Intanto ci deve essere una dichiarazione di insolvenza dell’istituto
ed una autorizzazione della Banca D’Italia (che vi ricordo, En
passant, essere un istituzione PRIVATA, ( anche se di diritto pubblico) al contrario di quello che
crede il 90% dei cittadini).
Concretamente SOLO il 20% della cifra DEVE essere messa a disposizione
dal Fondo interbancario ENTRO 3 MESI.

I mesi possono arrivare a NOVE, nel caso di situazioni ECCEZIONALI e
previa autorizzazione da parte della Banca D’Italia.
Il RESTO, ovvero il 80% DEI VOSTRI SOLDI, viene liquidato solo quando
comincia la liquidazione della banca, quindi con tempi che possono
essere ( e di fatto lo sono SEMPRE) LUNGHI.
Inoltre il fondo si attiva nella misura in cui ( lo so è un tipico
sessantottismo, perdonatemelo) ha liquidità disponibile.
Quanto è grande questa liquidità?
Dallo 0.4. allo 0.8 % dei fondi rimborsabili delle banche associate,
ovvero, in pratica dell’intero sistema bancario.
Basta quindi il fallimento di una banca i cui conti correnti
corrispondano spannometricamente allo 0.8 del totale italiano e questo
fondo di garanzia cesserà di esistere, di fatto, per mancanza di
disponibilità.
Qundi, ricapitolando
1) E’ vero che i conti correnti sono garantiti ma solo entro i limiti
IMPORTANTI che ho indicato.
2) E’ vero che sono garantiti ma solo fino all’esaurimento della
liquidità del Fondo di Garanzia
Sono due classiche mezze verità quindi che, viste dal basso, da noi
tapini microrisparmiatori, somigliano moltissimo ad una bugia: i
risparmi dei conti correnti, questa è la verità, NON SONO GARANTITI in
caso di crisi finanziaria della banca, se non per una modesta
percentuale del loro valore ed anche questa ottenibile con tempi non
brevi e solo se il contagio non coinvolge che un piccolo numero di
istituti.
Il resto, con calma, se tutto va bene ed in percentuali tutte da
definirsi presumibilmente, esempi storici alla mano, non alte.
Non dobbiamo neppure lamentarci troppo: lo standard europeo prevedeva
SOLO 20.000 euro rimborsabili..